mercoledì 20 settembre 2017

IL BLOG HA BISOGNO DI UNA PAUSA


Carissimi amici,
in questo periodo ho difficoltà a dedicare al blog il tempo necessario per aggiornarlo con regolarità.
Per questo motivo ho deciso di prendere una pausa almeno fino a Natale.
Un cordiale saluto, Marco Bartesaghi



Il disegno è di Sara Bartesaghi

martedì 19 settembre 2017



 LABORATORI DI DISEGNO E PITTURA

Insegnante Elena Mutinelli

durata OTTOBRE/ MAGGIO

 Orari lezioni:

tutti i martedì e i venerdì ore dalle 9,30 alle 11,30


pacchetto da 12 lezioni   3 ottobre/ 22 dicembre   |   pacchetto da 24 lezioni   3 ottobre/ 22 dicembre

pacchetto da 20 lezioni 9 gennaio/ 25 maggio   |   pacchetto da 40 lezioni 9 gennaio/ 25 maggio 


per informazioni corsi info@elenamutinelli.eu



http://www.elenamutinelli.eu/index_file/Page1360.htm



news mostre

http://www.elenamutinelli.eu/index_file/Page1133.htm

LA NUOVA IMMAGINE DELLA MADONNA ALL'ANGOLO FRA VIA FONTANILE E VIA PRINCIPALE






Era maturata nel 2015, nel gruppo Pensionati di Verderio, l’idea di porre rimedio al cattivo stato di conservazione dell’immagine della Madonna, posta all’angolo fra via Fontanile e via Principale.
Raccolti i fondi necessari, attraverso una sottoscrizione popolare, è stato affidato l’incarico a due pittrici locali, Beatrice Fumagalli e Gigliola Negri, già autrici, in paese, delle decorazioni esterne e interne dell’Aia, delle facciate della “curt növa”, in piazza Annoni, e di una casa di via dei Tre Re, della Madonna della cappella funebre della famiglia Annoni.




Per la Madonna di via Fontanile tre erano le possibilità d’intervento fra cui scegliere:  

restaurare la Madonna ancora  presente, o dipingerne una nuova, sul muro;

 
L'immagine esistente sul muro


recuperare l’immagine esistente, un dipinto, su tavola di legno, di un abitante di Verderio, ora defunto, che negli anni ottanta del novecento aveva messo mano, con poca perizia, a diverse immagini sacre del paese; 


La Madonna dell'Aiuto dipinta su tavola di legno tra il 1985 e il 1990

dipingerla su un  supporto diverso e poi applicarla nella sua sede. 


Escluse la prima, perché facilmente attaccabile dall’umidità del terreno e soggetta alle sollecitazioni meccaniche in caso di importanti lavori di ristrutturazione dello stabile, e la seconda poiché il supporto in legno non è adatto ad essere esposto alle intemperie, ,  Beatrice e Gigliola hanno proposto ai loro committenti, che hanno accettato, la terza soluzione: 

“ …realizzeremmo il nuovo dipinto della Madonna dell'Aiuto su un pannello in resina con “l'anima” a nido d'ape in alluminio indeformabile, sul quale si procede applicando lo strato di intonaco di base, per poi procedere con il ciclo completo di pittura.
Questo pannello può essere sagomato perfettamente per lo spazio interno alla cornice e potrà essere murato o direttamente alla parete oppure applicato con delle zanche”.


 
La fotografia che Gigliola e Bea hanno preso come riferimento

Una fotografia della Madonna preesistente, risalente probabilmente al 1920, è stata  il loro punto di riferimento per  la nuova immagine. Così, in una relazione tecnica, la descrivono:
 

“Rappresenta la Vergine in piedi con il bambino Gesù in braccio e nella mano destra il Rosario. Questa immagine ci mostra una figura della Vergine estremamente aggraziata e “morbida” pur mantenendo una certa semplicità di insieme.
Il manto bianco sembra avvolgere in parte il bambino, per poi appoggiarsi a terra in un drappeggio vaporoso.
Presumibilmente lo sfondo del dipinto rappresentava le campagne di Verderio…”
 







































































Beatrice e Gigliola si sono occupate anche del recupero della cornice, asportando gli strati di vernice che negli anni si erano accumulati, per poi riprodurre lo strato più profondo, probabilmente quello originario.

Lo stato della cornice prima del restauro
Completata e messa in opera nello scorso mese di agosto, la nuova versione della Madonna dell’Aiuto è stata benedetta il 17 settembre 2017.




In questa operazione di recupero di un significativo angolo del paese , caro soprattutto ai verderiesi  devoti a Maria, un ruolo fondamentale è stato ricoperto da Giulio Oggioni. Sollecitato ad occuparsene, come ha più volte sottolineato, da molti concittadini, soprattutto anziani, ha, come sempre, messo in campo tutta la sua passione, la sua  caparbietà, in una parola: la sua faccia, permettendo di ottenere questo risultato che, altrimenti, difficilmente sarebbe stato raggiunto.



Marco Bartesaghi

Su Beatrice e Gigliola e il loro lavoro di decorattici cerca in questo blog:

http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/2014/09/beatrice-fumagalli-e-gigliola-negri_13.html

Su l'immagine della Madonna dell'Aiuto di Verderio vedi l'estratto della tesi di laurea di Marta Cattazzo:

http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/2011/01/immagine-della-madonna-sullangolo-di.html



sabato 16 settembre 2017

IL PLATANO MONUMENTALE DI VERDERIO di Giorgio Buizza


IL PLATANO

Il platano è una specie arborea molto comune e molto diffusa in Lombardia e nella pianura padana, ma ha una grande adattabilità ai suoli e ai climi ed è quindi diffuso a tutte le latitudini.
Questa specie è stata utilizzata, per la sua rapida crescita, per la sua adattabilità, per la sua forma tendenzialmente globosa, sia per delimitare le proprietà rurali e gli appezzamenti, ma è stata impiegata in passato anche lungo le principali strade nazionali per produrre ombra a beneficio dei viandanti (almeno fino a quando è stato possibile piantare alberi lungo le strade). Le strade si sono poi dovute allargare per l’aumento del traffico e in sostituzione dei filari di platani sono state dislocate un’infinità di tabelloni pubblicitari e sono stese corsie di asfalto, lasciando le strade in pieno sole.


Platano nei pressi di Cascina Bergamina, Verderio

I contadini della pianura, fino al secolo scorso, utilizzavano il platano per delimitare gli appezzamenti e per produrre legname a ciclo breve, 3 – 4 anni, ceduando periodicamente le ceppaie, adattando la coltivazione alla disponibilità dell’attrezzatura che era solitamente una roncola o un mannarino, attrezzi che funzionavano a “braccia”.
I grandi alberi non erano ben visti dai contadini perché producevano troppa ombra sulle coltivazioni che davano alla fine, per colpa degli alberi, produzioni inferiori. Erano invece piantati dai proprietari della terra che ne curavano lo sviluppo per ottenere, con il legname prodotto nel ciclo lungo, una integrazione al reddito e una biomassa utile per il riscaldamento delle case padronali.
Il film “l’albero degli zoccoli” racconta la vita difficile di un contadino liquidato brutalmente dal padrone per aver tagliato un albero per soddisfare un esigenza primaria in un contesto di estrema povertà, cioè fare gli zoccoli per i suoi bambini.
Il platano ha buona confidenza con l’acqua, tanto che il suo rapido sviluppo è legato alla presenza di una falda superficiale, di un fosso, di un fiume. Cresce bene anche sulle sponde dei laghi dove costituisce spesso un carattere distintivo del paesaggio.
Le radici non devono stare sommerse, ma devono potere trovare terreno fresco e umido a pochi metri di profondità. In queste condizioni il platano ha un rapido accrescimento sia in altezza che in diametro del fusto.


COME RICONOSCERE UM PLATANO

Il carattere più evidente è la squamatura della corteccia che si sfalda, con l’invecchiamento, formando placche di cellule corticali morte che poco alla volta si staccano dal fusto principale.
Il fusto del platano, in condizioni normali e di buona vigoria, presenta macchie brune (le parti prossime al distacco), macchie verdastre e grigie (le parti che stanno invecchiando e che si staccheranno dopo alcuni mesi) macchie giallastre o molto chiare formate dalla corteccia nuova, appena scoperta per il distacco delle placche più vecchie. Il tutto forma un disegno molto simile alla tuta mimetica.
 

Un altro albero della Cascina Bergamina, Verderio



Guardando più in alto, il carattere distintivo del platano è rappresentato dai fiori e dai frutti che si trovano quasi sempre nelle parti terminali dei rametti. Quello che si nota di più sono le infruttescenze (insieme di frutti) a forma di pallina di 3-3,5 cm di diametro, rugose, verdastre se acerbe, poi marroni a maturità, che rimangono sull’albero per tutto l’inverno, anche dopo la caduta delle foglie, sfaldandosi poi e liberando i singoli acheni (frutti) quando si forma la nuova vegetazione in primavera.
I fiori sono unisessuali; quelli femminili sono piccole palline picciolate di colore rossastro che accolgono il polline proveniente dai fiori maschili sovrastanti, che sono piccole infiorescenze di colore giallo.
 




Il platano si riconosce poi dalle foglie, palmato-lobate a 3 5 lobi, con inserzione alterna sul rametto, decidue, mediamente coriacee, che raggiungono dimensioni di 25 cm.
I botanici hanno individuato due specie originarie: il platanus orientalis originario del medio oriente e dell’Asia; il platanus occidentalis originario del nord America. Le due specie sono molto simili e molto vicine geneticamente perciò con la vicinanza in vivaio e col passare del tempo si sono incrociate tra loro.
Con molta probabilità i platani presenti nei nostri giardini e tutte le attuali produzioni vivaistiche sono tutti ibridi che vengono denominati platanus acerifolia o platanus hispanica.


 IL PLATANO MONUMENTALE DI VERDERIO

Il platano della Rotonda di Verderio è tra i pochi platani monumentali contenuti nell’elenco degli Alberi monumentali della Provincia di Lecco; tra questi è l’unico radicato in uno spazio aperto, pubblico, sempre accessibile. Tutti gli altri platani (elencati nella nota in calce) fanno parte del patrimonio arboreo di Ville private o visitabili solo occasionalmente.




I parametri dimensionali del Platano di Verderio, misurati nel 2016, sono:

  • Altezza m 34,50.
  • Circonferenza del fusto (misurato a 1,30 da terra) cm 550 pari a un diametro di cm 175.
  • Diametro medio della proiezione della chioma 30 m circa.
Le origini del platano di Verderio, al momento, non sono note: non si sa quando è stato piantato né da chi, perché in quella posizione, come è stato allevato. Si deduce che, nonostante sia stato esposto ai molti rischi derivanti dalla sua posizione sul bordo di una strada, non ha mai subito gravi incidenti o gravi manomissioni. Probabilmente in gioventù ha subìto alcune potature, anche di una certa entità, ma la sua buona salute e la buona disponibilità idrica gli hanno consentito di rimediare alle ferite causate dai tagli e riprendere a vegetare vigorosamente mantenendo una sagoma quasi naturale evitando il formarsi di cavità e marciumi del legno.





Prima che, per sveltire la circolazione dei veicoli, fosse realizzata la rotonda (a cura della Provincia di Lecco – 2004) l’incrocio tra via S. Ambrogio, via per Paderno e via dei Prati era regolato da un semaforo.

 
L'assetto stradale prima della costruzione della rotonda


Il Platano era sul lato destro della strada proveniente da Paderno, molto vicino al limite della strada e al semaforo. In Largo della Battaglia c’erano alcune zone asfaltate, ma gli spazi di parcheggio erano relativamente ristretti mentre erano prevalenti le superfici a prato.
 




Sotto la chioma del platano era posizionata la stele in granito, sormontata dalla croce, a ricordo della Battaglia di Verderio avvenuta il 28.04.1799 che vide contrapposte l'armata austriaca, comandata dal generale barone Vukassovich, e l'armata francese, alla cui testa trovavasi il generale Sérrurier. 




 
Il platano al centro della rotonda e la stele della Battaglia di Verderio sulla sinistra

 
Una seconda lapide, più recente, anch’essa murata in Largo della Battaglia ricorda la deportazione da Verderio ad Auschwitz dei componenti della Famiglia Milla, uccisi - perché ebrei - l’11.12.1943.

Il Platano era sicuramente presente alla deportazione dei Milla; non si sa se fosse già presente anche alla battaglia di Verderio: probabilmente no.
 

Per verificarne con maggiore precisione l’età bisognerebbe praticate un piccolo forellino di 2/3 mm per una lunghezza pari almeno al raggio cioè di almeno 85 cm.  Anziché effettuare una indagine invasiva, con qualche rischio di infezione, è preferire continuare a fantasticare sulla sua età e sulle sue origini.
 

Nonostante le numerose ricerche d’archivio, non si hanno immagini del platano giovane o giovanissimo: si possono quindi fare solo delle supposizioni in base alle sue dimensioni. 

E’ certo che dal 1996 al 2016 la circonferenza del fusto è aumentata di 42 cm corrispondenti a un incremento medio di diametro di circa cm 0,67 all’anno. Sembra nulla ma, tradotto in peso, l’incremento annuale distribuito su tronco e rami, corrisponde a qualche quintale di legna che ogni anno si accumula sottraendo grandi quantità di CO2 dalla nostra aria inquinata; con il progressivo sviluppo si incrementa anche la monumentalità del soggetto.
Considerate le dimensioni e con qualche larga approssimazione si può datare la nascita del Platano all’inizio del 900. Potrebbe dunque avere 120 -130 anni.
 

Trattandosi di un albero tra i più comuni e consueti del territorio lombardo nessuno ha pensato di annotare e documentare la sua presenza; ora, viste le dimensioni raggiunte e la sua ubicazione, il platano è diventato un’attrattiva e un punto di riferimento nel paesaggio della Brianza ed anche un richiamo di grande interesse botanico, paesaggistico e culturale.
 

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martedì 12 settembre 2017

DAL PARCO DEL RIO VALLONE AL P.A.N.E. di Marco Bartesaghi


C’ERA UNA VOLTA …
 

C’era una volta, nelle terre di Cavenago, un buco grande … grandegrande … un buco enorme.
 




Quando gli abitanti - del paese e di quelli intorno e della grande città - cominciarono a buttarci i loro rifiuti pensarono che un buco così non sarebbe mai stato pieno.
Invece -un sacchetto oggi e uno domani, un camion prima e un altro dopo – puf!! il buco non c’è più!! finito!!

Era finito il buco ma – guarda un po’ – non erano finiti i rifiuti.
 

“E adesso dove li portiamo?” – “Mah, per ora portiamoli ancora lì”.
 




E così - un sacchetto oggi e uno domani, un camion prima e un altro dopo - è cresciuta una montagna.
Beh, insomma … diciamo una collina, che però, in quel di Cavenago può quasi considerarsi una montagna.
E lo sarebbe diventata, se a un certo punto non avessero detto:  

“Basta, fermiamoci, prima che ci venga tutto addosso!”.
 

Così Cavenago ha avuto la sua collina.
 

“Una collina di spazzatura? Ma che schifo!”
 

Certo, se l’avessero lasciata così.
 

 
Illustrazioni di Chiara Villa


Ma andate a vederla adesso, che è stata ricoperta di terra, che l’erba è cresciuta e sono stati piantati alberi e arbusti e c’è anche un bosco e un laghetto: è una signora collina!
Pensate che da lei è nato il parco del Rio Vallone, che prende nome da un torrente che le passa vicino.
A dir la verità, anche lui non è proprio un torrente …


LA COLLINA DI CEM Ambiente
 

Più o meno così è nato il parco del Rio Vallone.
Verso la fine degli anni ottanta, epoca in cui la raccolta differenziata era solo agli inizi e tutti i rifiuti venivano gettati in discarica, quella di Cavenago, situata nei pressi dell’autostrada e gestita da CEM Ambiente, era ormai esaurita.
 

 
La discarica in funzione (foto dal web)


Il comune di Milano, in difficoltà, premeva, però, affinché continuasse a operare e, in particolare, ad accogliere la sua spazzatura.
Per acconsentire il sindaco di allora,  arch.  Antonio Varisco, oltre a un giusto compenso economico per il suo comune, pretese che la collina che ne sarebbe risultata fosse alla fine “naturalizzata” e intorno ad essa sorgesse una zona protetta, un parco.


***

Fare una collina non è facile (per quelle vere ci sono voluti secoli e secoli). Non basta fare un cumulo di rifiuti, coprirlo di terra, seminare l’erba e piantare gli alberi.
La collina sarà “pronta” quando la discarica - il suo scheletro - che ha cessato di lavorare nel 1994, sarà del tutto bonificata; quando cioè i rifiuti che la compongono saranno completamente mineralizzati.






 



Fino a quel giorno bisognerà continuare a smaltire il biogas prodotto dalla fermentazione dei rifiuti e il percolato, ossia i liquidi che si depositano sul fondo.
Per il trattamento del biogas, che, nei primi tempi, attraverso vie sconosciute penetrava in diverse cantine, soprattutto di Ornago, creando non pochi disagi e qualche pericolo, in collaborazione con il Politecnico di Milano è stato realizzato un impianto che permette di ricavare metano, e poi produrre energia elettrica e calore.
 




Per il percolato è stato realizzato un apposito impianto di depurazione, il cui prodotto finale viene immesso, come previsto dalle norme, nella fognatura comunale.

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Ora la collina è a un buon punto (“ottimo”, mi dice Andrea Pirovano, che fra poco vi presento): in parte è ricoperta da bosco, ospita alcuni piccoli orti e, nella parte alta, un vivaio di piante. 







Nella zona che si ritiene ancora un po’ critica, è stato realizzato uno stagno dove sono stati immessi dei pesci”sentinella”, gli storioni, che sono molto sensibili e morirebbero se ci fossero infiltrazioni inquinanti: resistono da anni, è un buon segno.
 






Insieme al “boscone di Ornago” e alle “foppe di Cavenago”, la collina è diventata un importante luogo di sosta per l’avifauna.



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Dal 2014 la collina è, saltuariamente, accessibile al pubblico: nel mese di maggio CEM organizza “Le domeniche in collina”, aperte alla cittadinanza; altre attività sono rivolte alle scuole e altre ancora sono organizzate dal Parco Rio Vallone. 





IL PARCO DEL RIO VALLONE
 

A voler essere precisi, è un Parco Locale di Interesse Sovracomunale; volendo essere altrettanto precisi, ma più sintetici, è un PLIS; “terra a terra” è il Parco del Rio Vallone.
Nasce nel 1992 su iniziativa dei comuni di Cavenago, Masate, Basiano, Bellusco e Ornago, che hanno voluto mantener fede alla promessa di costituire un parco, fatta quando la collina di rifiuti aveva cominciato a crescere. Più tardi, nel 2005, hanno aderito Mezzago, Sulbiate, Aicurzio e Verderio Inferiore (ora Verderio), , poi sono entrati Gessate (2007), Busnago (2010), Cambiago (2012) e infine Roncello nel 2014.


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L’adesione di un comune al parco non è immediata. L’iter prevede, in primo luogo, una delibera favorevole del Consiglio Comunale, che comprenda l’indicazione delle aree che si vogliono inserire; di conseguenza, è necessaria la modifica dello strumento urbanistico locale, per adeguarlo alla volontà espressa dal Consiglio.

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Il percorso di Verderio Inferiore ha avuto inizio tra il 1990 e il 1995, con la prima amministrazione guidata da Alessandro Origo. Per incoraggiare la scelta, a una seduta del Consiglio Comunale parteciparono l’allora presidente del parco, l’arch. Antonio Varisco -  quel personaggio, se vi ricordate, che da sindaco di Cavenago ne aveva proposto la nascita - e il direttore, ancor oggi in carica, Massimo Merati.
Quando al Consiglio Comunale toccò esprimersi, lo fece con voto unanimemente favorevole.


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Il parco si sostiene, innanzitutto, grazie ai contributi che i comuni versano annualmente. La quota, per ciascuno di essi, è proporzionale all’ampiezza del territorio inserito e al numero degli abitanti.
 




Queste entrate rappresentano solo una parte del bilancio dell’Ente. Altre significative risorse vengono acquisite attraverso l’adesione a bandi regionali o grazie ai contributi di fondazioni private e altri enti.
I più importanti sono quelli della Fondazione CARIPLO e del Consorzio Brianza Acque.
Con Fondazione CARIPLO è stato realizzato il progetto V’Arco Villoresi (Nota 1), il progetto A.P.R.I.R.E. (Azioni Per il Rafforzamento Integrato delle Reti  Ecologiche), e i progetti Tre Parchi in Filiera e il P.A.N.E.  di cui parleremo più avanti.


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Nel 2014 il parco aveva raggiunto la sua massima ampiezza, 1600 ettari, sennonché, nel 2016, le nuove amministrazioni comunali di Cambiago e Gessate hanno deciso di interrompere la loro adesione.
Una scelta che brucia come una ferita, soprattutto per quanto riguarda Cambiago.
“Per Gessate in questi anni abbiamo fatto troppo poco” mi dice ancora Andrea Pirovano, quasi a giustificare questo comune “Loro sono anche nel territorio della Martesana, così hanno deciso di aderire a quel parco, anche se ancora in fase di costituzione, e abbandonare il nostro … peccato!”
A Cambiago è stata tutta un’altra storia, perché sul suo territorio, negli ultimi due anni il parco ha speso circa 200.000 euro : 

  • Con la fondazione CARIPLO e il progetto V’Arco Villoresi, ha realizzato una rampa d’ingresso e un percorso in legno di un centinaio di metri, alzato di 50 cm, su una zona umida naturale a ridosso del canale Villoresi. La pedana in legno arriva ad un esagono di panchine da dove è possibile l’osservazione delle farfalle. La zona è lasciata incolta proprio per favorire la proliferazione di questi insetti.
  • Sempre tramite CARIPLO, spendendo 70.000 euro, ha comprato un bosco, a ridosso della zona industriale – “un postaccio che non ti dico” (Andrea) -, l’ha pulito, liberato dai rovi, e realizzato due aree umide.
    Cose ritenute inutili dalla nuova amministrazione comunale (“tutte quelle erbacce, era mica meglio fare una pista di motocross?” pare sia stato detto) che ha comunicato al parco la sua decisione di recedere dall’adesione. Adesso la situazione è strana: a Cambiago, su un’area privata, è stato realizzato un progetto (percorso in legno e punto di osservazione delle farfalle) con il finanziamento CARIPLO e la convenzione con il comune, ora fuoriuscito. In più il parco è proprietario di un’area (il bosco) in un comune che non è più suo socio.
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sabato 3 giugno 2017

TANGENZIALINA A VERDERIO? PREFERIREMMO DI NO





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giovedì 1 giugno 2017

LA RIVOLUZIONE IN CASA GAVAZZI. La storia d’amore tra Andreina, figlia di Andrea Costa e Anna Kuliscioff, e Luigi , discendente della famiglia dei grandi industriali lombardi. Autore Davide Frontini

Quella che vi presento è una storia d'inizio novecento, dove due mondi, molto distanti fra loro, forse contrapposti, si incontrano grazie all'amore fra un ragazzo, Luigi Gavazzi, e una ragazza, Andreina Costa. Lui membro di una delle più importanti famiglie della borghesia lombarda; lei figlia di due rivoluzionari, Andrea Costa e Anna Kuliscioff. Lui cresciuto in un ambiente profondamente cattolico, lei in una famiglia nient'affatto religiosa.
Questo studio è stato realizzato da un amico, Davide Frontini, che, molto gentilmente, ha acconsentito alla sua pubblicazione sul blog. Lo ringrazio di cuore e auguro a tutti buona lettura. M.B. 


LA RIVOLUZIONE IN CASA GAVAZZI. La storia d'amore tra Andreina, figlia di Andrea Costa e Anna Kuliscioff, e Luigi,discendente della famiglia dei grandi industriali lombardi. Autore Davide Frontini








“Si fermò un attimo sulla soglia, alta, fiorendo nel chiuso abito grigio, il bel volto raccolto nel velo che avvolgeva il cappellino di paglia”.  




Questo l’incipit de La Gironda, romanzo scritto da Virgilio Brocchi nel 1909 [La Gironda, Mondadori, 1945]. Quella descritta è Sofia Dalmi, la protagonista: figlia di socialisti, il padre Paolo è eletto al Parlamento, è innamorata di Guido Dorbelli, rampollo di una delle più importanti famiglie della borghesia milanese. Belle époque che vira al tramonto, un’Italia attraversata da tensioni sempre più forti, un amore intrappolato tra le trincee della lotta di classe; amore impossibile, romantico, sullo sfondo agitato di una società lacerata: un perfetto clichè che si intreccia con le ambizioni del romanzo sociale.

Virgilio Brocchi

Antonio Gramsci lo legge in carcere - lo passa in rassegna insieme a un altro romanzo storico, Il Diavolo a Pontelungo di Bacchelli. Nella sua lettera del 7 aprile 1930 esprime un giudizio lapidario: “vale molto poco, è dolciastro, tutto latte e miele, sul tipo dei romanzi di Georges Ohnet” [Lettere dal carcere, Einaudi, p. 122]. Il raffinato materialismo gramsciano, probabilmente, non digerisce l’inevitabile omnia vicit amor.
 






Oggi ci appare come un innocente oggetto preistorico: ci annoia, certo, ma non ci scandalizza, semplicemente non ci parla. Racconta però una storia, e quella storia ci interessa.

 
Georges Ohnet


È lo stesso Gramsci a rivelarcela: La Gironda “narra le vicende per le quali Andreina Costa sposa il figlio dell’industriale cattolico Gavazzi e il succedersi dei contatti tra i due ambienti cattolico e materialista e come gli attriti vengano smussati”.
 

Sofia Dalmi, la damigella nascosta sotto il cappellino di paglia, nella realtà, è quindi Andreina Costa-Kuliscioff, figlia di Andrea Costa, anarchico rivoluzionario e poi primo socialista a entrare nel nostro Parlamento, e Anna Kuliscioff, esule russa e, insieme al compagno Filippo Turati, figura di spicco del socialismo riformista. Il nostro Guido Corbelli, invece, è ispirato alla figura di Luigi Gavazzi, di quei Gavazzi industriali setaioli, ma poi anche banchieri, amministratori e politici, la cui storia è per molti versi la storia dell’industria italiana a cavallo del secolo.

Brocchi diventò poi amico di Anna Kuliscioff e seguì le vicende di questo matrimonio così bizzarro. Seguì il percorso della figlia Andreina, l’intensificarsi della sua fede cristiana e fu testimone diretto della scelta monacale di due dei suoi figli: Guido e Annamaria, i due primogeniti, approfondirono radicalmente il percorso religioso materno divenendo, rispettivamente, frate benedettino e carmelitana scalza.
Come si vede la storia raccontata dal romanzo non esaurisce l’interesse suscitato dalla storia vera, una storia dall’innegabile valore simbolico. I nonni rivoluzionari e i nipoti monaci offrono certo materiale per un racconto con il quale leggere tante cose, non ultima un brandello significativo del Novecento italiano.
Il nostro racconto non è così ambizioso e si accontenta di seguire il percorso di questo improbabile intreccio. Piuttosto che svelare il significato nascosto di una storia dal troppo invitante valore simbolico, ne segue l’improbabile svolgersi e lascia ai protagonisti la parola - le lettere di Anna Kuliscioff a Andrea Costa, l’immensa e preziosa corrispondenza con Turati; il diario di Luigi, scritto nei terribili giorni che precedono una morte sempre più vicina, e quello di Andreina, scritto invece nelle drammatiche settimane che seguirono; le vivide testimonianze dei nipoti.
Nemmeno noi, però, sapremmo sfuggire al fascino irradiato dalla figura di una di questi protagonisti, e alla presa in conto dell’importanza che ebbe nello svolgimento della vicende che racconteremo: Anna Kuliscioff, il suo insegnamento morale, il suo esempio esistenziale, agiscono nella profondità e nelle pieghe degli avvenimenti paradossali e bizzarri che racconteremo.
 

Anna Kuliscioff e Fipillo Turati
Dietro la figura di questa donna bella e intelligentissima, dal carattere deciso e dall’estremo coraggio, amolti è sembrato di scorgere una vena di misticismo. Lei stessa, raccontando la vita delle sue compagne russe fuggite all’estero spinte dai suoi stessi ideali, ha parlato di una fede umana venata di misticismo. La dimensione mistica, poi, è di sicuro quella che sembra legarla più da vicino alle scelte, all’apparenza così lontane, dei nipoti.
Questa constatazione, però, ha poi offerto lo spunto per interpretazioni un po’ troppo schematiche e necessariamente riduttive. Il racconto dei fatti, la parola lasciata ai protagonisti, hanno lo scopo di far emergere invece la complessità e la casualità di una storia sulla quale Anna Kuliscioff ha lascito un segno più profondo e complesso di quanto lascia intendere un riferimento un po’ troppo semplicistico al suo misticismo.


ANNA KULISCIOFF
 

Anna (Anja) Rosenstein nasce a Moskaja, nei pressi di Sinferopoli, in Crimea. Sappiamo con certezza solo che nasce il 9 gennaio, perché sull’anno i biografi si devono ancora mettere d’accordo: 1854 o 1857? Anche se molti indizi fanno supporre il ’54 (troppe cose avrebbe fatto troppo giovane), Anna ha sempre fatto risalire la sua data di nascita al ’57.
La sua è una ricca famiglia di commercianti ebrei e la sua infanzia scorre serena. I suoi la educano secondo principi liberali abbastanza inusuali. I rapporti con il padre sono ottimi, e tali resteranno per tutta la vita – con lui si incontrerà spesso negli anni del suo esilio.
È intelligente, pronta, sensibile. Negli anni del liceo a Sinferopoli studia la musica e le lingue. Nell’ottobre del 1871 lascia la famiglia e il suo Paese per Zurigo, dove si iscrive al Politecnico (la data di nascita 1857 si scontra qui con una prima difficoltà: studente universitaria a 14 anni?). La Svizzera è luogo di elezione per i numerosissimi esuli russi. Ne incontra molti, con i quali stringe rapporti e amicizie. L’ambiente è eclettico e polifonico. Agli anarchici seguaci di Bakunin si affiancano i “propagandisti” legati ai fratelli Zebunev, i quali privilegiano gli strumenti dell’educazione e della propaganda e ai quali Anna si avvicina.
Dopo qualche timida apertura nel decennio precedente, lo zar Alessandro II decide di mettere un freno al diffondersi delle pericolose idee che, dall’esterno, penetrano i confini russi. Nel 1873 impone a tutti gli studenti di lasciare le università estere e tornare in patria.
Anna, rivoltata e furiosa, torna quindi a casa insieme a un giovane studente, Petr Makarevic, diventato nel frattempo suo marito. Sono gli anni nei quali condivide gli ideali del movimento dell’andata verso il popolo, momento di utopia rivoluzionaria nutrito dall’idea di conoscere e poi modificare la realtà contadina. È un’esperienza fondamentale che la segnerà per sempre: si immergerà con tutta se stessa nelle condizioni reali, drammatiche, delle plebi contadine con uno spirito di dedizione e devozione che lei stessa, riferendolo alle sue compagne, definirà mistico.
Il movimento è duramente represso e praticamente annientato nel 1875.
Nel 1877 viene è coinvolta nel cosiddetto “delitto al vetriolo”: un affiliato del gruppo al quale appartiene, dopo aver tradito i compagni denunciandoli alla polizia, viene da loro sfigurato e ucciso. Anche se non si conosce bene il suo grado di coinvolgimento, resta che per la prima volta Anna si trova di fronte al problema di dare la morte o di riceverla.
Il 14 aprile 1877 lascia la Russia con il passaporto della sorella per tornare in Svizzera.


ANDREA COSTA
 

Andrea (Antonio Baldassarre) Costa, nasce a Imola, in casa Orsini, il 30 novembre 1851. Il padre, Pietro, era un bell’uomo molto intelligente, benché quasi analfabeta, di profonda e praticata fede cattolica. La madre, Rosa, figlia del popolo altrettanto cristiana e devota, morì molto presto, nel 1858.
Andrea bambino e adolescente è quindi cresciuto in un ambiente di intensa religiosità – frequenta il catechismo, la scuola parrocchiale e la domenica serve messa. A scuola va benissimo e don Domenico, sacerdote umanista che ne cura l’educazione morale, coglie subito l’eccezionalità della sua intelligenza. Consiglia il padre di fargli proseguire gli studi; Pietro accarezza l’idea di un figlio prete, progetto accantonato in fretta.
Andrea, infatti, al liceo viene in contatto con le prime sensibilità anticlericali, così diffuse e potenti in questa antica regione pontificia. Nel 1870, poi, si trasferisce a Bologna dove si iscrive all’università. Nella città emiliana respira per la prima volta l’atmosfera di quel positivismo che lo segnerà per sempre. Con Giovanni Pascoli segue le lezioni del Carducci e insieme si infiammano per il poeta ancora in trincea e per il suo ribelle razionalismo, il suo furente anticlericalismo, per le sue idee repubblicane.
 

 
Andrea Costa

Nel 1871 scoppia a Parigi la Comune. Emergono le prime crepe tra i mazziniani al tramonto e le nuove leve socialiste e anarchiche. Costa starà con questi ultimi, influenzato dal pensiero di Bakunin, grazie al quale entrerà poi in contatto con Carlo Cafiero.
La politica lo appassiona e lui ci mette l’anima: è un propagandista infaticabile e un efficiente organizzatore, diffonde il verbo anarchico per tutta la Romagna, e oltre – nelle Marche, in Toscana. Con Bakunin si schiera contro Marx e la prima internazionale; nel settembre del 1872, insieme a Cafiero e Malatesta, fonda la Federazione italiana dell’Internazionale anarchica. 
È in questi anni che prende parte a una serie di moti improvvisati e violenti un po’ dappertutto nel Paese: acquisterà una fama internazionale, ma anche la garanzia di una costante sorveglianza da parte della polizia e di un’infinita sequela di arresti. In carcere studia come un pazzo, impara l’inglese, il francese e il tedesco - e qualcosa anche di russo… La dimensione internazionale del suo progetto politico si coniuga bene con la necessità di sfuggire alla patrie galere: nel 1877 lascia l’Italia.


ANNA, ANDREA, FILIPPO
 

Freschi esuli e fuggiaschi, Andrea Costa e Anna Kuliscioff si incontrano nell’agosto del 1877, in Svizzera. Partecipano entrambi a una serie di congressi dell’internazionale anarchica – a Saint-Imier, Verviers, Gand. S’incontrano poi di nuovo a Parigi, l’11 dicembre, giorno che verrà poi sempre evocato come il giorno “sacro” del loro amore.
Vivranno insieme, in rue Aboukir. Per sopravvivere vendono fiori, il resto del tempo lo dedicano all’organizzazione politica. Costa segue le tracce di Guesde e del suo collettivismo anarchico, ed è molto legato a Malon, eroe della Comune ma già da tempo avviato a un profondo ripensamento riformista. Anna diventa segretaria della sezione parigina della Federazione anarchica francese e, insieme a Costa, collabora alla rivista Egalité. È intelligentissima e bella, impossibile non notarla – da Londra Marx chiede di lei nel marzo del 1878.
Il 22 dello stesso mese l’idillio finisce: i due giovani vengono arrestati insieme a numerosi altri compagni. Questo primo arresto darà la cifra della loro relazione, vissuta più attraverso le lettere scritte della celle rispettive che concretamente consumata (Costa, in modo particolare, dovrà subire la meticolosa caccia all’anarchico diffusa nell’Europa del tempo). Anna si rifugia in Svizzera, a Ginevra e poi a Lugano. Il progetto, però, studiato con il compagno nei loro giorni parigini, è quello di trasferirsi in Italia e svolgere lì la loro attività politica.
E infatti arriva in Italia, a Firenze, alla fine il 30 settembre 1878. E’ immediatamente arrestata (2 ottobre) e condotta nel carcere di Santa Verdiana, proprio quando Costa, libero per un’amnistia, si trova a Lugano. Resterà in carcere tredici mesi, fino al novembre del 1879. L’anno è importante: nell’agosto Costa scrive una lettera Ai miei amici di Romagna pubblicata su La Plebe (3 agosto 1879): è la lettera della svolta. Costa non rinnega le esperienze, i tentativi e le lotte del passato, rivede però le rigidezze del volontarismo ideologico e spinge per una maggiore aderenza alla realtà per comprenderne le forme, le dinamiche e meglio agire su di esse: “Noi trascurammo così fatalmente molte manifestazioni della vita, noi non ci mescolammo abbastanza al popolo: e quando, spinti da un impulso generoso noi abbiamo tentato di innalzare la bandiera della rivolta, il popolo non ci ha capiti, e ci ha lasciati soli.  […]. Rituffiamoci nel popolo e ritempriamo in esso le nostre forze”. Il succedersi delle delusioni per i fallimenti delle insurrezioni anarchiche spingono verso un  nuovo programma politico, non estraneo alla visione e alle riflessioni parallele dell’esule russa, e a partire dal quale Costa definirà il percorso che lo porterà, nel 1882, ad essere il primo rappresentante socialista nel parlamento italiano.
Intanto però i due amanti sono lontani e, di nuovo, solo le lettere garantiscono una continuità al loro rapporto. Nel gennaio del 1880 Anna esce dal carcere e i due si ritrovano. Sono a Bologna dove, a casa di Federico Sutter, si reca un gruppo di amici emiliani. La polizia sorveglia e il 22 aprile saranno nuovamente arrestati. Nelle lettere di quel periodo emerge la sua disponibilità e la collaborazione all’azione di Costa, ma spuntano anche nuove e più private esigenze, il desiderio di maternità: “Anna vive pienamente la sua vita di donna e desidera per amore un bambino che la unisca ancora di più al suo uomo”. Del resto la grandezza del personaggio sta proprio “in questo suo essere compiutamente, anzi dolcemente donna e insieme fermamente votata a una causa politica: non accetta di essere “madre e sposa” soltanto, ma nemmeno accetta la rinuncia ad una vita privata, all’amore, alla maternità” [Addis Saba, p. 31].
Per questo è poi difficile stabilire con esattezza l’inizio e il contenuto della crisi. Il rapporto con Costa progressivamente peggiora, le lettere sempre più risentite e deluse lo dimostrano. Anna misura la differenza tra la situazione drammaticamente arretrata e completamente bloccata della sua Russia e lo scenario politico europeo. Con il nuovo Costa condivide la necessità di accettare la forma di governo liberale come base di partenza per un programma di profondo cambiamento. Quello che li divide, però, è il diverso contenuto attribuito a questa condivisa strumentalità: per la Kuliscioff gli elementi liberali dello Stato sono necessari per garantire la possibilità di una propaganda (la sua andata verso il popolo), mentre per Costa costituiscono invece la garanzia di una conquista del potere [vedi: Pietro Albonetti in, “Saggio introduttivo”, Lettere d’amore a Andrea Costa (1880.1909), Feltrinelli, 1976].
Gli ultimi mesi del 1880 sono però un banco di prova soprattutto per i loro rapporti personali. Lei, coinvolta, innamorata, ne uscirà profondamente delusa: lui, assorbito dall’attività politica, sempre da un’altra parte. Per Anna è un periodo di ripiegamento privato, di ripensamenti profondi.
Nel 1881 si trasferisce comunque a Imola, dai Costa. Cerca di adattarsi all’ambiente piccolo borghese e  clericale nel quale riesce comunque a muoversi con la solita delicatezza e a stringere legami affettivi con il padre di Andrea, con la sorella. Alla fine dello stesso anno, l’8 dicembre, nasce Andreina: “Il nome, crediamo, è stato scelto da Anna non solo, come appare subito, per una dichiarazione di paternità e quindi anche d’amore, ma anche per un atto d’orgoglio. Già Andrea era padre di un altro bambino, Andreino, il figlio di Violetta, la fidanzata anconetana del Costa; ebbene, anche lei straniera, intellettuale, la diversa, è donna, ha saputo essere madre, ha offerto ad Andrea il suo dono” [Addis Saba, p. 54]. In verità la bambina viene registrata, con il nome di Andreana (Rosa, Rosalia), solo dal padre. Il riconoscimento materno, posticipato con tutta probabilità a causa della “delicata” posizione dell’esule russa, avverrà solo dieci anni più tardi.
Anna però non può essere la “sposa romagnola”, la casalinga madre e compagna. La bambina ha appena un mese quando lascia Imola per la Svizzera. È l’inizio della fine del rapporto con Costa; l’inizio, ennesimo, di una nuova vita.
Appena arrivata a Berna chiede di essere ammessa a frequentare la facoltà di Medicina. I suoi nuovi studi la riporteranno poi in Italia, a Torino (dove frequenta i corsi di Lombroso, cui diventerà amica di famiglia), a Padova e a Napoli, dove si laureerà nel 1886. Sono anni difficili, di estrema difficoltà anche economica. Studia, legge e si informa restando sempre politicamente attiva, ma in questi anni è soprattutto mamma.
A Napoli arriva nel febbraio del 1884. Quello napoletano è il periodo più triste. Vive in un albergo, prima di trovare un piccolo appartamento grazie all’intercessione dei suoi nuovi amici, i Bovio. Costa passa i primi di maggio, ma ormai questi incontri inframmezzati di lunghe assenze, di lettere sempre più svelte e superficiali, sfibrano un rapporto che ormai si trascina. Fortunatamente c’è Andreina: “La Nina è cara e bella e m’ama veramente, che cosa si può desiderare di più?” [lettera a Costa, 15 giugno 1884, LAC, p. 286].
A Napoli, però, Anna incontra Turati. Si erano conosciuti per lettera: la Kuliscioff aveva mobilitato il mondo socialista, e non solo, a favore di una grande colletta in favore degli esuli russi e dei perseguitati dallo zarismo. Bianca Pittoni, una giovane socialista amica di Anna e Turati, racconta come Filippo, dopo la morta di Anna, tornava in continuazione su quell’incontro: “Sai, io rimasi veramente senza parola. Anna era bellissima […] un’apparizione di luce…” [in Addis Saba, p. 89]. Anna, invece, dopo pochi giorni di conoscenza scriveva a Colajanni: “L’armonia tra genialità e cuore è così rara, e questo è il dono raro di Turati. L’anima inasprita si riposa incontrando delle nature come la sua e principia a riconciliarsi un po’ col genere umano che nella peggior parte degli individui è una brutta bestia” [Addis Saba, p. 92]. Come sappiamo questo incontro segnerà la vita di entrambi.
Quasi contemporaneamente si consumava la definitiva rottura con Costa. Anna per qualche giorno è in vacanza a Como e di lì, il 4 luglio 1885, gli scrive: “E’ certo che non mi sarà possibile di regolare ogni mio passo secondo i tuoi desideri, dovrei allora rinunciare alla mia libertà, simulare una soggezione che non è umiliante soltanto quando è reciproca e determinata dall’intensità dell’affetto. Né io, né te abbiamo colpa di quello che è stato conseguenza dei nostri temperamenti e delle condizioni in cui vivevamo. Ma certo avremmo colpa se volessimo ribellarci contro le fatalità, che sono conseguenze del passato, e voler mascherare vincoli artificiali. Se il tuo desiderio, che sarebbe meglio di esser morti l’uno per l’altro, non è realizzabile per quella parte di legame che mantiene fra di noi la bambina, credo che possiamo almeno soddisfare a quel diritto di libertà individuale ed a quel bisogno di sincerità che è nelle nostre idee e nei nostri sentimenti. A questo patto anche il raffreddamento non genererà disgusti; non ucciderà spero la benevolenza. E con questo desiderio ti saluto e ti stringo la mano” [Lettera a Costa, 4 luglio 1885]. Anna ha voltato pagina e il congedo è sublime.
Turati le propone di trasferirsi a Milano. Anna rifiuta decisa a portare a termine i suoi studi. Si specializza in ginecologia: nella sua tesi di laurea la Kuliscioff ha ipotizzato l’origine batterica delle febbri puerperali, contribuendo così ad accelerare quella scoperta che salverà milioni di donne dalla morte per infezione post-partum. Si laurea nel novembre del 1886 (tra i 209 laureati è l’unica donna).
A questo punto, sì, può trasferirsi a Milano. Trova casa in via San Pietro dall’Orto n. 18. Turati sta con loro tutto il giorno, andando solo a dormire dalla madre e c’è, ovviamente, anche Andreina. Tenta di entrare all’Ospedale Maggiore di Milano, ma non la prendono in quanto donna. Apre allora uno studio privato, presto preso d’assalto da una marea di povera gente, che poi trova modo di assistere anche fuori dall’orario di lavoro. Mario Borsa, cui Anna curò la vecchia madre, l’ha fissata in una viva descrizione: “Molte povere case della vecchia Milano la vedevano spesso salire, gracile e leggiadra, fino a lassù in alto, al terzo o quarto piano. Erano operaie e bambine, giovinette ammalate, mogli, madri, sorelle di modesti impiegati e professionisti. Tutta gente in pena. La visita della dottora era sempre attesa come una benedizione, non era infatti la visita di un medico. Era qualche cosa di più. La scienza ha scarse risorse, ma una buona parola può essere un balsamo e Anna Kuliscioff la diceva come le sapeva dire lei. Diventava così la consolatrice, l’amica, la confidente di coloro che soffrivano e dei loro cari” [Addis Saba, p. 97]. Anna diventa per tutti la dottora dei poveri.
Finalmente laureata, specializzata, “libera sposa” con Turati e madre di Andreina, Anna a Milano si stabilisce definitivamente. Nell’autunno del 1891 con Filippo si trasferiscono nell’appartamento di Portici Galleria n. 23, dove vivrà fino alla sua morte.


I GAVAZZI

La storia della famiglia Gavazzi è, in un certo senso, la storia industriale ed economica lombarda degli ultimi tre secoli. Ma non solo: Guido Vergani ricorda un vecchio adagio milanese secondo il quale, se si prende a caso una famiglia che conta, male che vada si troverà un Gavazzi almeno nel giro dei cugini. Caratteristiche della famiglia sono in effetti, oltre alla longevità (i primi Gavazzi risalgono al ‘400), le sue profonde e diffuse ramificazioni, imputabili a una filiazione sempre numerosa e a una politica matrimoniale particolarmente accorta. Furono innanzitutto setaioli, quando l’industria serica lombarda fioriva in tutto l’alto milanese, la Brianza e le prime valli prealpine; cattolici convinti, ma non necessariamente schiacciati su posizioni clericali, tanto che il rapporto con le organizzazioni ecclesiastiche non fu sempre facile, e, infine, attenti non solo alla dimensione industriale della loro attività, furono anche banchieri e politici.
Come detto, i primi esponenti della dinastia Gavazzi risalgono al XV secolo. Ne troviamo le prime tracce a Canzo, un paesotto della Vallassina incastrato tra le montagne abbracciate dai rami del Lario, tra Lecco e Como, un poco sopra Erba. Risalendo verso nord si può salire sino al Ghisallo e precipitare poi lungo la discesa che scivola verso il lago e conduce alla rocca di Bellagio. Al centro del paese, circondato da un quadrato di verde, un busto ricorda il cittadino illustre, forse un po’ dimenticato: il “nostro” Filippo Turati è nato qui il 26 novembre 1857. Nel borgo vecchio, invece, resistono robusti i resti delle antiche dimore Gavazzi, da dove tutto cominciò.







La casa abitata dai Gavazzi a Canzo

Canzo, in effetti, si trova al centro di quella che fu una delle più importanti vie della seta, quella che da Milano, passando per Erba, risaliva la Vallassina per raggiungere poi Bellagio. Di lì, risalendo le acque del Lago di Como fino a Colico, il percorso proseguiva per Chiavenna, porta di accesso per la Svizzera e quindi la Germania.
Possiamo dire che la vera storia comincia solo all’inizio del ‘700, quando Carlo Francesco Gavazzi (1688-1733), commerciante, si trasferisce proprio a Chiavenna: a Canzo si produceva, ma il vero centro commerciale era questa città al confine con i Grigioni dove, non a caso, risiedevano molte delle famiglie setaiole più importanti della Brianza lecchese e comasca (i Casanova e gli Omega; i Dell’Oro, gli Agudio e i Bovara). Le notizie su questo primo importante esponente della dinastia sono pochissime. Di sicuro si sa che l’attività commerciale fu fruttuosa e che riuscì a tessere una rete di conoscenze e di legami che la famiglia seppe in seguito mettere a buon frutto.


Il figlio di Carlo Francesco, infatti, fu chiamato da una di quelle famiglie amiche, i Bovara, a dirigere una delle loro più importanti filande, quella di Parè (un piccolo borgo vicinissimo alla città di Valmadrera) . A Pietro Antonio (1729-1797) si può certo far risalire l’ascesa industriale dei Gavazzi: dopo aver diretto, con ottimi risultati, la filanda Bovara, decise di avventurarsi in proprio acquistando a Valmadrera alcuni filatoi. Nasceva così l’impresa “Pietro Gavazzi S.A.”, nucleo dell’attività industriale intorno al quale si costruiranno le fortune della dinastia.  


La filanda Bovara a Parè
Altra figura fondamentale fu il figlio di Pietro Antonio, Giuseppe Antonio Gavazzi (1768-1835), il quale sviluppò e migliorò la produzione delle filande valmadreresi e allargò questo nascente impero industriale acquistandone di nuove - a Bellano, per esempio .

 
Giuseppe Antonio Gavazzi







Lo stabilimento Gavazzi a Bellano, in seguito sede del cotonificio Cantoni


Nel periodo napoleonico Giuseppe Antonio divenne uno dei maggiori produttori di seta, e negli anni Venti dell’800 la sua filanda (detta il filandone) risultava già come una delle più importanti in Lombardia.

 
Foto dall'alto della villa e dello stabilimento Gavazzi a Valmadrera


I Gavazzi ormai si erano stabiliti a Valmadrera. Giuseppe Antonio, forte delle fortune che si stavano accumulando, acquista allora diversi terreni e, dalla contessa Teresa Casati Confalonieri, il palazzo che diventerà la residenza principale della famiglia.


 
Villa Gavazzi a Valmadrera


Lo amplia, lo migliora e lo ingrandisce grazie al sapiente intervento dell’architetto e amico Giuseppe Bovara, il quale interviene anche nei progetti di miglioramento delle filande. 


L'architetto Giuseppe Bovara
Se, come è stato scritto, l’ideologia di fondo della famiglia Gavazzi si caratterizza per “severo conservatorismo cattolico con forti venature autoritarie, non privo peraltro di interessanti sensibilità e genuine aperture sul piano sociale” [voce Dizionario biografico degli italiani], allora possiamo dire che fu proprio Giuseppe Antonio il primo a definirne i contorni. Si occupò delle condizioni di lavoro dei suoi dipendenti, della loro educazione – organizzò scuole professionali per i bambini, asili per i figli delle lavoratrici. A Valmadrera fece quello che più tardi fecero i Crespi a Canonica d’Adda o i Rossi a Schio: sperimentò il modello di “città sociale”, una città di fatto amministrata dall’imprenditore che ne controlla la vita sociale ed economica promuovendo lo sviluppo di strutture sociali e scolastiche.

Se però volessimo rintracciare la figura centrale di tutta la storia Gavazzi, dovremmo allora riferirci a uno dei sedici figli di Giuseppe Antonio, Pietro Gavazzi (1803-1875), quello che non a caso in famiglia viene chiamato Pietro “il Grande”. Operò in anni difficile per l’industria 

 
Pietro Gavazzi


lombarda della seta, colpita dalle ripetute malattie dei bachi. Non si limitò ad accrescere le unità produttive e gli impianti industriali, ma introdusse nelle sue fabbriche una nutrita serie di miglioramenti tecnologici. Con tutta probabilità la sua grandezza consistette nella capacità di far sì che la sua impresa venisse pienamente investita dalla rivoluzione industriale in corso, della quale seppe trarre tutti i vantaggi. Acquistò una filanda a Desio, fu banchiere e ricoprì cariche politiche – nel 1848 fu uno dei membri del Governo Provvisorio di Lombardia e, come tale, uno dei firmatari dell’annessione alla Monarchia di Sardegna.


La filanda Gavazzi a Desio
Di lui si ricorda anche la vita privata, e in particolare il suo matrimonio con Ernestina Pascal, figlia naturale del vicerè Eugenio Beauharnais.
 


Ernestina Pascal

Con Pietro la grande famiglia si divide, al ramo valmadrerese si aggiunge quello di Desio. In questa città della Brianza, infatti, dove aveva già acquistato una filanda, Pietro assegna ai suoi ultimi figli, Egidio e Pio, la direzione della neonata impresa industriale: il 16 



Pio Gavazzi


gennaio 1870 nasce la Egidio & Pio Gavazzi. Tra tutti i figli fu proprio Egidio (1846-1910) il più rappresentativo, quello che più degli altri continuò la grande tradizione industriale dei suoi avi.


Egidio Gavazzi
Nel contesto dell’industria lombarda dell’epoca, la Egidio & Pio Gavazzi rappresenta un’eccezione, non solo per la dimensione e la modernità dei suoi impianti, ma anche per il tipo di produzione intrapresa. Egidio sceglierà di specializzarsi nella produzione di seta per ombrelli e riuscì a espandere il suo mercato anche a piazze difficili come quelle inglesi e francesi.
 

 
Lo stabilimento della Egidio & Pio Gavazzi a Desio


Sposò Giuseppina Biella e, come da tradizione, ebbe una famiglia particolarmente numerosa, composta di undici figli. I maschi vennero coinvolti a vario titolo nelle numerose attività di famiglia, alle quali, dal 1909 si aggiunse l’attività bancaria: Egidio Gavazzi favorì la creazione di una Cassa Rurale, sulle cui fondamenta nascerà poi il Banco di Desio 

 
Giuseppina Biella


Particolarmente impegnato sia nell’attività bancaria sia direttamente nella produzione industriale, il terzogenito, il “nostro” Luigi Gavazzi.

ANDREINA COSTA E LUIGI GAVAZZI 

Il matrimonio tra la figlia dei miscredenti socialisti e il rampollo della famiglia cattolica e borghese si celebrò nel 1904. All’inizio sollevò qualche polemica giornalistica e qualche imbarazzo nei rispettivi campi, ma presto tutto si risolse nel migliore dei modi. Talmente bene e talmente in fretta da lasciare poco spazio allo spunto romanzesco: anche se sulla carta gli ingredienti c’erano tutti, nella realtà la storia di Luigi e Andreina non poteva alimentare la fantasia dello scrittore.
 

 
Andreina Costa e Luigi Gavazzi


Di tutto ciò Brocchi era perfettamente consapevole. Giovane militante socialista conobbe Anna Kuliscioff al congresso di Firenze del 1897, dove la incontrò insieme a Turati: “La rivedo sotto il cappello a cencio, con quel suo inesprimibile sorriso, luminoso di arguzia, di bontà e d’affettuosa ironia, alto più della gente che gli faceva ressa intorno. La signora Kuliscioff pareva sollevarsi sulla personcina per posargli la mano sulla spalla; ed ecco egli Le parlò. Odo la sua voce che non mutò mai né tono, né timbro, né dolcezza quando diceva: Anna!” [In memoria, p. 114].
Dopo la pubblicazione del libro, Brocchi divenne frequentatore assiduo dell’appartamento che Anna condivideva con Turati, al numero 23 dei Portici della Galleria in piazza Duomo, appartamento nel quale la Kuliscioff si trasferì a partire dall’autunno del 1891 – le stesse stanze che ospitavano la sede dalla storica rivista Critica sociale e quindi frequentate dai nomi più illustri della politica e della cultura del tempo. Questa l’emozione della prima volta: “Mi batteva il cuore quando l’ascensore mi depose all’ultimo piano dinanzi all’”appartamento” di Anna Kulsicioff. Premei il bottone del campanello senza accorgermi che la porta era accostata, non chiusa. Un piccolo andito, e di là un’anticamera fatta più angusta da un alto armadio che occupava tutta una parete: si scorgeva a destra una fila di stanze luminose; a sinistra, quasi di fronte a chi entrava, lo studio-salotto che aveva per pareti a sud e a ponente due vetrate; quella di mezzogiorno pareva bloccata dal fianco aquilonare e dalle abbaglianti guglie del Duomo; nell’angolo formato dalle due vetrate posava un largo divano di velluto verde. Vi stava seduta, quasi rannicchiata, la signora Anna, e una raggiera di sole battendole sui capelli già scoloriti ne traeva un vago bagliore d’oro” [V. Brocchi, Luce di grandi anime, Mondadori, 1961, p. 114]. A quell’epoca era già malata. Alla tubercolosi polmonare rimediata nel carcere fiorentino di S. Verdiana nel 1878, si aggiunse un’artrite deformante “che prima le aveva deformato le mani, a poco a poco l’aveva attanagliata alle caviglie, le aveva anchilosato le ginocchia, così che quando ella, venendo dal tinello attraversava il salotto, pareva trascinarsi come una rondine ferita" [Ivi, p. 123].
Tornando al romanzo, lo stesso Brocchi racconta come “ero ancora insegnante a Bologna quando dopo Le aquile, Emilio Treves pubblicò La Gironda, il secondo romanzo della mia trilogia sociale. Ettore Janni lo definì “storia d’amore in campo rosso”: sarebbe esatto se si aggiungesse “romanzo dell’eresie socialiste”, nel quale la passione politica colora, senza determinarla, una doppia storia d’amore; l’amore di una timida figliola di ricchi industriali per un giovane medico socialista; e l’amore di una giovinetta di famiglia socialista per un giovanotto di ricca famiglia cattolica” [ivi, p, 113].
Brocchi ci rivela quindi un elemento taciuto nelle poche righe della stroncatura gramsciana: La Gironda narra, oltre a quella della figlia di Costa e Kuliscioff, un’altra storia, una storia che si spinge un po’ più in là nelle pieghe del conflitto sociale rendendo l’amore davvero impossibile. Succede infatti che l’ardimentoso, virilissimo militante socialista cugino di Sofia, Andrea Cerri, s’innamori, corrisposto, della dolcissima, ma quanto delicata e timorosa Gilda, sorella del Corbelli – per altro legato al Cerri da profondissima amicizia. Luigi e Andreina, il loro amore sereno e tranquillo, si collocano allora sullo sfondo, lasciando ad Andrea e Gilda il compito di interpretare i rispettivi ruoli dell’eroe coraggioso e dell’eroina romantica, bellissima e indifesa. Gli ideali socialisti di lui, i vincoli famigliari di lei; le liaisons dangereuses intrecciate dall’intrigante zia e la presenza ingombrante di un cugino promesso sposo di Gilda; la malattia e la morte di Andrea: ecco i fili con i quali il Brocchi intreccia il suo romanzo sulle eresie socialiste.


Abbandoniamo allora il romanzo e torniamo alla storia vera. Come detto, il matrimonio si celebrò nel 1904, a settembre. La grande famiglia di socialisti milanesi entrò in subbuglio, le malignità si sprecarono; i giornali soffiavano sul fuoco. Una lettera di Anna a Turati ci restituisce bene il clima: “Mio carissimo, per compiere il mio calvario ci è voluto anche il can can dei giornali. Ieri “L’Italia del Popolo” da vera canaglia, volendo colpire me, diede la notizia del fidanzamento di Ninetta con l’aggiunta del matrimonio religioso, dove si rannicchiava la freccia velenosa. Il Suzzi del “Sera” mi mandò non so quale suo reporter per sapere quel che c’è di vero. Io risposi che del vero c’è che i giovani si sono promessi e si sposeranno; in che forma poi, ne sono arbitri essi stessi, e la mia figlia, avendo 22 anni, è libera di agire anche al di fuori della mia volontà. […] E qui tutto sarebbe finito, se il “Corriere”, stupidamente, non avesse oggi accompagnato la notizia con due righe ben ridicole, e cioè che, se è vero matrimonio religioso, la vittoria sarebbe della famiglia Gavazzi" [Lettera di Anna Kuliscioff a Filippo Turati, 22 marzo 1904].


La polemica, però, presto si tacque; le acque tornarono calme e la coppia cominciò così la sua vita tranquilla tra il palazzo Gavazzi di via Brera a Milano [il palazzo non esiste più, distrutto dai bombardamenti nella notte tra il 7 e l’8 luglio 1943. Al loro posto edifici anonimi] e la grande casa di Desio. Luigi si immerse da subito negli affari e nelle numerose attività amministrative e assistenziali. Andreina si prese cura dei cinque figli - Guido (1905), Annamaria (1907), Ernestina, (1908), Egidia (1910) e Pietro (1913). La tranquillità famigliare fu interrotta nel 1914, quando Luigi si ammalò: una nefrite che lo portò alla prematura morte nell’aprile del 1917.


In memoria di Luigi Gavazzi
Come vedremo, quella che ancora nel 1909 poteva risultare al massimo come una vicenda quasi romantica, prese con gli anni la piega di una vicenda esemplare, ad alto contenuto simbolico capace di attirare l’attenzione dei molti per la sua evoluzione imprevista e, in un certo senso, sorprendente – dove non poté il romanzo, riuscì la storia.
Sorprendente, innanzitutto, fu la reazione delle due famiglie. Chi si aspettava la fragorosa collisione tra due mondi opposti restò deluso. L’unico ad opporsi fino in fondo fu Andrea Costa, nonostante gli interventi decisi e lapidari di Anna Kuliscioff. Lo scambio di lettere nei giorni del fidanzamento sono spesso violente. Costa rimprovera all’ex compagna di averlo tenuto all’oscuro e lontano. Anna risponde con fermezza: “Carissimo Andrea, se tu sapessi tutta la storia del fidanzamento di Ninetta, se tu sapessi quanto ho sofferto in questi ultimi quindici giorni, t’assicuro che avresti trovato, se non altro, una parola di compassione e non di offesa per me. […] E ti prego di un’altra cosa; qualunque fossero i tuoi dubbi, di una cosa stai sicuro ed è, che alla Ninetta fu sempre instillata la massima stima, ed il rispetto pel suo padre; l’affetto che ha per te non hai potuto instillarlo che tu, e ti prego caldamente di risparmiarmi per l’avvenire le allusioni offensive, perché sono ingiuste e non meritate” [Lettera di Anna Kuliscioff a Andrea Costa, 22 marzo 1904]. Aveva cresciuto la figlia in perfetta solitudine e spesso nelle più difficili condizioni, certo non poteva accettare rimproveri di sorta. Con Andreina Andrea ruppe i rapporti, praticamente non si rividero più. Rimanevano le lettere, che continuavano a circolare, e le notizie di rimando riferite da Anna. Continuò a chiedere e ricevere notizie dei nipoti, dai quali però non si fece mai chiamare nonno. Nipoti che praticamente non lo conobbero e non lo frequentarono mai – il vero nonno fu Filippo Turati (“Filipin”, come lo chiamavano con voce lombarda), compagno della loro amatissima nonna Anna.


Nemmeno tra i Gavazzi si alzarono barricate. Qualche malcontento tra gli zii e i fratelli di Luigi, già pienamente attivi nelle numerose attività industriali, commerciali e finanziarie della famiglia; forse qualche sopracciglio aggrottato tra le sorelle - l’energica Ernestina Belgiojoso, 

Ernestina e Fanny


l’inappuntabile, e un “poco fredda”, Fanny Dubini – ma niente di più. Il tentativo di spedirlo in America per affari fallì miseramente: Luigi tornò con l’intatta determinazione di sposare Andreina e ai Gavazzi non restò che arrendersi all’evidenza.

Del futuro genero Anna ha da subito un’impressione positiva, opinione che si rafforzerà dopo il matrimonio e col passare degli anni. Una lettera al nipote Guido, scritta a tre anni dalla morte del padre, ce ne offre la conferma: “sono unita nel pensiero d’amore e di devozione a te, alla tua mamma e al tuo impareggiabile papà che ti veglia dall’alto e certo di aiuterà perché tu ti faccia un uomo probo, onesto, nobile come lo era lui…” [Utopia profezia, p 34].
Tra le numerosissime e più che quotidiane lettere che Anna e Filippo si scriveranno negli anni della loro relazione, la giovane coppia fa l’oggetto di preoccupazioni frequenti, di interesse genuino. Luigi è spesso in viaggio per lavoro. Quando capita a Roma rende visita al Turati, il quale lo conduce per musei o lo aspetta per una visita al Parlamento. Se Andreina è con lui incombe invece il gradito obbligo del pranzo in casa degli affezionatissimi Bissolati, Leonida e la moglie Carolina.
Ma i “nonni” Anna e Filippo intrecciano anche con i piccoli Gavazzi un rapporto di complice affettuosità. Il rapporto sarà particolarmente stretto con i due primogeniti, Guido e Annamaria. La loro intelligenza e la loro passione per lo studio furono di sicuro un canale privilegiato per entrare in sintonia con la grande nonna Kuliscioff.
Andreina fu subito ben accolta dalla grande famiglia borghese. Dalle impressioni che si ricavano dalle lettere e dai diari, sembra che anche i Gavazzi accettarono con facilità la moglie innamorata e la madre premurosa. Il padre di Luigi, Egidio, e la madre, Giuseppina Biella, l’accolsero come una figlia. 


 
Egidio Gavazzi


Giuseppina Gavazzi Biella
 
A rompere gli indugi fu quest’ultima. Luigi, dopo il fallito viaggio della speranza cui i Gavazzi sottoposero l’erede nella speranza di un improbabile ripensamento, è di nuovo in America ed è allora con una lettera che Andreina gli racconta dell’avvenuto incontro con Giuseppina Gavazzi Biella. Tramite un biglietto consegnatole dal sacerdote che la stava preparando al battesimo, don Pietro Stoppani, Andreina riceve appuntamento dalla futura suocera nella chiesa del Carmine, in centro a Milano. Andreina riferisce dell’appuntamento in una lettera a Luigi, in quei giorni in America: “Io arrivai prima, ero commossa e agitata come poche volte nella vita; appena entrò, capii che era lei, mi guardò con la sua buona faccia sorridente e io le andai incontro, mi baciò” [Non solo seta, p. 391].


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