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mercoledì 6 aprile 2016

UN GIRO ATTORNO AL PLATANO di Giorgio Buizza


Giorgio Buizza è il dottore agronomo che, in occasione della realizzazione della rotonda del platano, era stato incaricato dal comune di Verderio Superiore di stendere una relazione sullo stato dell'albero e di seguire lo sviluppo della realizzazione della rotonda, per rimediare all’impostazione originariamente data dalla Provincia.
Buizza ha recentemente "visitato" i platano e mi ha mandato questo articolo  sulle sue condizioni di salute. Lo ringrazio.

Avendo già collaborato in passato con questo blog, Giorgio Buizza ha una sua etichetta,sotto la quale potete trovare i seguenti articoli:
- CONSIDERAZIONI SULLA POTATURA DEGLI ALBERI;
- PLATANI IN UNGHERIA E CROAZIA
- IL PLATANO DI VERDERIO

Una serie di fotografie di platani di Verderio, pubblicata sul blog,  la potete invece trovare cliccando su:
http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/2009/07/platani-verderio.html 
 M.B.

UN GIRO ATTORNO AL PLATANO

Il platano di Verderio è incluso nell’elenco degli alberi monumentali della Provincia di Lecco con il n° 301 e, molto probabilmente, sarà inserito nel censimento nazionale degli alberi monumentali, previsto dalla Legge n° 10/2013.
Dopo la realizzazione della rotatoria, inaugurata nella primavera del 2004, il platano ha potuto disporre di una superficie permeabile più estesa di quella di cui disponeva in precedenza. La rotonda è stata costruita attorno all’albero in modo da garantirne la salvaguardia sia per la parte ipogea, - le radici – sia per la parte epigea - il fusto e i rami.
L’aiuola è stata dotata di impianto di irrigazione a goccia e l’area occupata dalle radici, è stata tappezzata di piantine di rose che rendono ulteriormente difficoltoso l’eventuale calpestio di chi intende avvicinarsi troppo al tronco. Alla base è stato installato un punto luce per arricchire la scenografia notturna. Allo stesso modo con cui vengono illuminati i campanili anche gli alberi possono diventare punti di riferimento per la comunità in transito.
Avere isolato l’albero in uno spazio di difficile accesso è stato, alla fine, un gran beneficio per l’integrità dell’albero. 




ALCUNI PARAMETRI
 

L’altezza misurata con un ipsometro forestale è stimata di circa 34,5 metri; con riferimento ai parametri edilizi corrisponde ad un edificio di oltre 10 piani.
Per questo grattacielo naturale non sono state montate gru, non sono state preparate fondamenta, non sono stati necessari ponteggi. Il platano ha fatto tutto da sé, trovando nel terreno le sostanze nutritive e l’acqua necessarie per il suo sviluppo. Quanta energia e quanta tecnologia sono necessarie, in una casa, per spingere l’acqua al decimo piano? Il platano fa tutto da sé,  senza impiego di pompe, semplicemente utilizzando la depressione creata dalla traspirazione delle foglie che richiama acqua dal terreno.
Abbiamo provato a misurare anche il diametro della chioma: dall’estremità di un ramo all’estremità opposta siamo attorno ai 30 metri. Quanta tecnologia sarebbe necessaria per realizzare una mensola con uno sbraccio di circa 15 metri? Ci vorrebbero ferri e cemento, tiranti e puntelli. Il platano ha fatto tutto da sé formando rami che si protendono verso l’esterno formando arcate successive, sempre più sottili.
La circonferenza del fusto (misurata a circa m 1,30 da terra) è oggi di 550 cm. La precedente misura risale al 1996 quando la circonferenza era di 508 cm. L’incremento annuale può quindi essere valutato di circa 2 cm. Il diametro del fusto (161,8 nel 1996 – 175,2 nel 2016) è aumentato mediamente di 0,67 cm/anno. Una cerchia legnosa di oltre 3 millimetri di spessore, per un albero d queste dimensioni rappresenta un incremento notevole e conferma l’ottimo stato di salute dell’albero.
Si può ipotizzare l’età del platano, anche se con molta approssimazione, in un arco di 150-180 anni. L’albero è certamente più longevo degli attuali abitanti di Verderio, alcuni dei quali sicuramente ricorderanno di aver visto il platano già adulto quando erano ragazzi.
Altri elementi per una datazione certa (cartoline, fotografie, documenti) finora non sono stati trovati. Trattandosi di un albero tra i più comuni e consueti del territorio padano nessuno ha forse pensato di annotare e documentare la sua presenza che ora, viste le dimensioni raggiunte, è diventata un’attrattiva del paesaggio circostante ed un richiamo di grande interesse botanico, paesaggistico e culturale.








CONFRONTO TRA PLATANI GIGANTI.
 

In base ai rilievi effettuati dalla Provincia di Lecco per la redazione del censimento degli alberi monumentali, pubblicato nel 2005, il platano di Verderio risulterebbe, quanto a circonferenza del fusto (a quella data di cm 525) il terzo nella graduatoria della specie platano, superato da quello di Villa Sommi Picenardi a Olgiate Molgora (cm 995 – vedere immagine) e dal platano di Villa Taverna Riccardi a Bulciago (cm 640). Seguono, nella ideale classifica dei platani della provincia altri platani, comunque meritevoli di attenzione con circonferenza di poco inferiore (Molteno, Villa Rosa, cm 517; Merate, Villa Cornaggia, cm 515; Imbersago, Villa Castelbarco, cm 498; Sirtori, Villa Besana, cm 485; Casatenovo, Villa Facchi, cm 465).
Mentre tutti gli altri grandi platani della provincia sono all’interno di giardini di ville appartenenti o appartenute a famiglie nobili, il platano di Verderio è cresciuto ad un crocicchio di strade pubbliche anche se in adiacenza alla Villa Gnecchi Ruscone ora adibita ad abitazioni private dopo le trasformazioni della fine del 900. E’ probabile che qualche nesso tra il platano e la famiglia nobile locale ci possa essere: sarebbe interessante scoprirlo.



Platano della Villa Sommi Picenardi a Olgiate Molgora – circonferenza (nel 2005) di 995 cm
Un primato difficilmente raggiungibile.





Contrariamente a quanto accade normalmente ai platani delle città, il platano di Verderio è diventato bello, grande e sano per una serie di motivi che è opportuno elencare nella speranza che servano a guidare le azioni future.


1. Ha avuto uno spazio adeguato per crescere: non ha dovuto subire la concorrenza di linee elettriche o telefoniche, è stato piantato sufficientemente lontano dalle case, perciò non sono state praticate potature per il contenimento della chioma. La struttura dell’albero lascia trasparire che, oltre alle probabili leggere potature di formazione nell’età giovanile, l’albero non è più stato potato in età matura. Qualche segno di taglio di rami di un tempo lontano è riconoscibile lungo il fusto, ma la vigoria della pianta ha rimediato alle ferite prodotte dai tagli sviluppando nuovo legno e nuova corteccia fino a ricoprire completamente le ferite con una nuova “pelle” viva.


2. Ha avuto a disposizione acqua in abbondanza.

I platani prosperano in vicinanza dei fossi, delle scoline, dei corsi d’acqua; il terreno non deve essere costantemente sommerso, ma le radici devono poter attingere dagli strati profondi l’acqua necessaria a mantenere una dotazione fogliare molto estesa. Si può stimare che in piena vegetazione un platano di queste dimensioni attinga e trasporti verso le foglie qualche metro cubo di acqua al giorno. Solitamente le radici di un albero adulto si affondano nel terreno per 1-2 metri o poco più ma beneficiano della risalita dell’acqua dagli strati profondi e della umidità persistente, anche se la falda è più profonda. In condizioni di buona permeabilità le radici possono spingersi anche a profondità maggiore di 2 metri, ma raramente arrivano a tre metri, molto dipende dalle condizioni del terreno e dalla sua permeabilità. In ambiente urbano, in carenza d’acqua nel terreno, non è infrequente lo sviluppo delle radici che riescono ad insinuarsi nei tubi di fognatura fino ad ostruirli completamente a seguito dello sviluppo di radici fascicolate molto fitte che beneficiano della presenza dell’acqua.


A Verderio esisteva probabilmente un fosso lungo la strada dal quale le radici hanno attinto in gioventù, oppure la falda sotterranea era molto superficiale e le radici potevano attingervi facilmente.




 
3. Si è salvato dagli assalti dei giardinieri e dei potatori più o meno agguerriti il cui operato provoca solitamente la fine anticipata degli alberi. L’occasione si presta per ricordare che il migliore risultato sugli alberi ornamentali si ottiene lasciando crescere la pianta indisturbata, senza intervenire con modifiche forzate e traumatiche della chioma, ma semplicemente assecondando il compito della natura. Qualche potatura può essere necessaria nella fase giovanile per “educare” lo sviluppo dell’albero nella sua struttura fondamentale; una volta che questa è stata impostata, disponendo di ampi spazi per lo sviluppo della chioma, è opportuno lasciar fare alla natura limitandosi eventualmente ad eliminare qualche ramo secco, nel caso ce ne siano, come azione di prevenzione nei confronti di chi transita sotto la chioma.

Solitamente i rami secchi vengono selezionati dal vento e dalla neve quando sono ancora molto sottili (1 o 2 anni) mentre i grossi rami secchi sono quasi sempre il frutto di potatura sbagliata e di tagli di dimensioni eccessive, insopportabili dall’organismo vegetale a cui viene praticata una amputazione senza poter effettuare le successive medicazioni.


4. Quando è stata realizzata la nuova rotonda è stata usata la dovuta precauzione per non lesionare più del necessario le radici nel terreno. Rispetto al modesto triangolo di verde che contornava l’albero prima della realizzazione della rotonda, oggi l’albero, pur trovandosi in una zona ampiamente asfaltata e molto trafficata, gode di un’isola di terreno non calpestabile circondata da un basso muretto che protegge il fusto da eventuali urti di veicoli in movimento e consente alle radici una adeguata superficie permeabile per lo scambio di arie e acqua con gli strati di terreno in cui si affondano. Se la rotonda fosse più grande anche il platano starebbe meglio, ma, a giudicare dai risultati, pare che si sia giunti ad un sufficiente stato di equilibrio, tale per cui la sua crescita prosegue indisturbata.


5. L’assenza di tagli e di lesioni alla corteccia è la migliore garanzia contro gli attacchi dei parassiti fungini che si diffondono facilmente quando trovano la via aperta a seguito dei tagli o delle lesioni della corteccia. Il patrimonio platanicolo italiano negli ultimi decenni è stato fortemente ridotto dalla diffusione del fungo parassita Ceratocystis platani, tipico fungo “da ferita” che invade l’organismo vegetale attraverso i varchi prodotti nelle radici, nel fusto nei rami da interventi di disturbo e traumatici come gli scavi per l’interramento dei servizi, la potatura, la rottura di rami. A volte anche il picchio, con la sua azione di percussione e con gli spostamenti da un albero infetto a un altro albero sano, può contribuire alla diffusione del parassita.

L’esito dell’infezione è sempre letale in una arco di tempo di 2 o 3 anni.

Questo è il motivo per cui le potature sui platani sono vivamente sconsigliate e da limitare allo stretto necessario. La regione Lombardia, attraverso il servizio fitosanitario, ha il compito del monitoraggio della patologia e deve essere preventivamente informata, mediante specifiche richieste, prima di effettuare tagli o potature su alberi di platano, sia radicati in bosco, lungo le strade o in proprietà private.


Fino a quando continuerà la crescita? Difficile fare previsioni: viste le condizioni attuali e lo stato di salute, si può ipotizzare che possa arrivare anche a 300 anni. Dipenderà dalla persistenza di condizioni favorevoli e dalla assenza di disturbi provocati dall’attività antropica. Due sono le azioni da evitare assolutamente : gli scavi in prossimità dell’albero cioè nell’area sotto la proiezione della chioma e le potature inutili. Poi, come tutti i viventi l’albero completerà il suo ciclo biologico che potrà concludersi a causa di un uragano, a causa di un microscopico parassita, per il mutamento delle condizioni climatiche.

Il compito della comunità locale è di fare il possibile per tenerlo in vita. Fino ad oggi questo impegno non è costato molto alla comunità. L’albero si è procurato da solo, a costo zero, la sua fama e la sua bellezza.

***
IL PLATANO DAVANTI A "LA CHIESA VECCHIA" 

Si è osservato come recentemente sia mutato invece il paesaggio alla ex chiesa di S. Floriano dove un bellissimo platano, è stato pesantemente potato.
 

Il platana davanti a "la chiesa vecchia" prima della potatura ...

Oltre che uno spreco di risorse una potatura siffatta, con tagli di rami di 10/15 cm di diametro e una apertura generalizzata di ferite su tutta la chioma, rappresenta un depauperamento delle riserve dell’albero, che vegeterà molto più tardi rispetto a un suo simile non potato, ma soprattutto corre il rischio di essere infettato dal fungo parassita.
Quali saranno state le motivazioni che hanno indotto ad imbracciare la motosega: paura? incompetenza? illusione di migliorare la condizione dell’albero? tradizione? Desiderio di dominio?
Il servizio fitosanitario è stato informato?


... e dopo la potatura.

Il platano di S. Floriano potrebbe essere un giovane e ben quotato erede del grande platano comunale, pronto a prenderne il posto  il giorno che questo dovesse, per qualche strana ragione, venire a mancare.
In quella malaugurata circostanza la rotonda del platano manterrà probabilmente il nome, ma dovranno passare numerose generazioni prima di poter godere di un nuovo spettacolo rappresentato da un nuovo platano e dalla sua voluminosa chioma.
Beati coloro che hanno potuto godere della sua ombra e della sua presenza imponente e che lo hanno lasciato, in buone condizioni, in eredità alla comunità.

Verderio, 15 marzo 2016

Giorgio Buizza


 

giovedì 10 ottobre 2013

Secondo il parroco don Luigi Galbiati, alla fine dell'ottocento la vecchia parrocchiale di Verderio Superiore, dedicata a San Floriano, era in "miserevole stato di deperimento" ed era "troppo piccola per tanta popolazione, di modo che la maggior parte per mancanza di comodi era obbligata a stare in piedi, le donne stipate sulle panche o accovacciate nelle cappelle, i piccoli a frotte sui gradini dell'altare o nel già ristretto coro"(1)
Le condizioni dell'edificio e la sua inadeguatezza ad accoglierel'intera comunità dei fedeli convinsero Giuseppina Gnecchi Turati a mettere a disposizione la somma necessaria a costruire la nuova chiesa parrocchiale, della quale fu posata la prima pietra il 4 settembre del 1897 e che fu consacrata il 26 ottobre 1902.
La vecchia chiesa continuò ad essere sede della parrocchia fino al 1904, quando il nuovo tempio ottenne ufficialmente l'investitura a chiesa parrocchiale di Verderio Superiore, con la dedica ai Santi Giuseppe e Floriano.
La proprietà del vecchio edificio, grazie a un accordo stipulato al momento della decisione di costruire quello nuovo, passò alla famiglia Gnecchi. La chiesa fu trasformata prima in casa colonica e poi, dopo tanti anni di abbandono, nell'attuale edificio residenziale.
Alla "Chiesa Vecchia", come è abitualmente chiamata oggi, sono dedicati i tre articoli di questo aggiornamento del blog: il primo è una cronologia storica basata su documenti reperiti nell'archivio parrocchiale di Verderio Superiore e negli archivi di stato di Como e di Milano; il secondo racconta dove sono andati a finire gli altari della chiesa; il terzo ricostruisce la vicenda del passaggio di proprietà dell'edificio, dalla fabbriceria parrocchiale alla famiglia Gnecchi.
M.B.


Nota (1): VERDERIO, La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano. 1902 - 2002: un secolo di storia, arte e vita religiosa

INDAGINE CRONOLOGICA DELLA EX CHIESA DI SAN FLORIANO di Laura MANDELLI, Denise MOTTA ed Enrico SEREGNI

Nell'anno accademico 1990 - 1991,questo testo è servito ai suoi autori per l'esame di Restauro Architettonico presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. La copia che ho avuto a disposizione è però una minuta, pertanto non è stato possibile rintracciare i riferimenti archivistici dei documenti citati. Spero di poterlo fare in un prossimo futuro. 
Su questo blog, il 24 ottobre 2009, sono stati pubblicati i disegni realizzati da Laura Mandelli e utilizzati per lo stesso esame, così come lo sono state immagini che corredano questo servizio.
Il personaggio che appare in queste ultime è Enrico Seregni ...nonostante la folta capigliatura.  M.B.



INDAGINE CRONOLOGICA DELLA EX CHIESA DI SAN FLORIANO di Laura Mandelli, Denise Motta ed Enrico Seregni

L'origine della chiesa di San Floriano è incerta, visto che un documento pubblicato ad Oggiono l'8 aprile 1904 afferma "... la sua costruzione può rimontare  al principio del 1600, sebbene alcune modanature architettoniche la farebbero di più recente costruzione", mentre nel libro "VERDERIO", edito nel 1985, si sostiene che la parrocchia fu istituita dopo la prima visita pastorale di San Carlo Borromeo nel 1571. Lo stesso libro avvalora tale ipotesi citando un registro parrocchiale in cui si annotavano i battesimi tenuti nella chiesa di san Floriano dall'anno 1581 (la veridicità di tale affermazione non può essere da noi confutata per il mancato ritrovamento di tale registro).
 




I primi documenti cronologici in nostro possesso risalgono all'anno 1703 e seguenti ed attestano la possibilità di scavare il pavimento della chiesa parrocchiale per la sepoltura di cadaveri purché il suddetto pavimento venisse subito ricostruito dall' erede "senza badare ai costi". La consuetudine di seppellire i morti sotto il pavimento della chiesa cessò dopo il 1719, quando fu costruito il primo cimitero parrocchiale, ubicato nei pressi della chiesa, oltre la strada principale del paese.

Da successivi documenti, dell'anno 1722, possiamo desumere alcuni caratteri formali della fabbrica. Si citano infatti i passaggi del simulacro della Beata Vergine dall'altare del Santissimo Rosario, che doveva essere restaurato, ad una sede provvisoria, in un quadro di legno in detta chiesa, e subito dopo nella cappella della Purificazione a lei dedicata e di proprietà dei signori Annoni. Da questi documenti possiamo quindi asserire che la chiesa era provvista di almeno due cappelle, di cui è però sconosciuta la precisa ubicazione.
In un altro documento, di datazione sconosciuta si parla ancora della Cappella della Purificazione eretta con il patronato dei signori Annoni.



Notizie più precise sull'impianto della fabbrica ci pervengono da una serie di documenti risalenti al 1785. Trattandosi di un inventario dello stato patrimoniale e dei mobili, dall'elenco delle voci ci pervengono alcune indicazioni sulla struttura della chiesa in quel periodo. Si deduce la presenza di un altare maggiore e di almeno due altari minori (che potevano essere posti nelle cappelle), l'esistenza di un pulpito, di cui però non viene specificata l'ubicazione, e di un coro situato sul lato est.
Vi era un organo, collocato sopra la porta principale, che venne restaurato nel 1784.
 


Sicura la presenza di 8 finestre che risultano " ... rifabbricate di nuovo con i suoi telai ..." e di altre tre " ... coi suoi vetri, e tende di tela bianca fatte di nuovo ...". Nei documenti del 1785 è inoltre confermata la presenza delle due cappelle già prima ricordate " ... quadri ... vanno di due cappelle ai lati della chiesa entrando."
Sempre dall'inventario degli oggetti sacri si deduce l'esistenza di una sacrestia  "... con una finestra grande con vetri ... ".
L'ultima parte del documento ci permette di risalire alla " ... antica struttura ... " della chiesa " ... rimodernata l'anno scorso (1784) specialmente nella ripartizione delle finestre ... ".
In seguito il documento dà notizia dell'esistenza di quattro cappelle. Due, a destra dell'ingresso, di proprietà comunale e le altre, a sinistra di proprietà delle famiglie Lavagna e Annoni. Una di quelle di destra accoglieva la statua della Beata Vergine del Rosario, in precedenza situata nella cappella degli Annoni.
In una quinta cappella si trovava il fonte battesimale.
 


Nello stesso documento si ha notizia, per la prima volta, dell'esistenza del campanile, di cui però non viene menzionata la data di costruzione.
Nel 1819 i fabbricieri della chiesa di san Floriano chiedono il permesso alle autorità ecclesiastiche di sostituire l'altare maggiore, " ... insufficiente alle esigenze ..." e in stato di degrado, con uno nuovo: il permesso viene accordato il 19 giugno dello stesso anno.
 




Da uno scambio epistolare tra la fabbriceria e il signor Biffi (1828), si evince la necessità di ridurre il numero delle cappelle per rendere più comoda la chiesa. In particolare la fabbriceria chiede al signor Biffi di rinunciare al patronato della cappella della Beata Vergine della Purificazione in precedenza di proprietà della famiglia Annoni. La risposta di Biffi fu positiva e quindi si presume che i lavori poterono aver luogo, come si deduce anche dall'elenco delle spese sostenute nel 1828 e negli anni seguenti per il restauro della chiesa. Sicuramente vennero fatte riparazioni al tetto e ai pavimenti, come si arguisce dalle spese per quadrelli e pianelle, e venne sostituito il pulpito.
 


Altri lavori riguardarono la cappella dell'Addolorata e quella di rimpetto. L'elenco delle spese non ci dice però se le due cappelle furono abbattute o solo restaurate.
Nel 1855 si torna a parlare del campanile: la fabbriceria chiede al comune di essere risarcita della spesa sostenuta nel dicembre del 1845 per quietanzare l'opera dell'ingegner Merlini di Milano che aveva munito la torre di parafulmine. Il comune si rifiutò di rimborsare la spesa.
Alla fine dell'ottocento si inizia a discutere sulla possibilità di costruire una nuova chiesa a Verderio Superiore, visto che la vecchia chiesa di san Floriano " ... ha più l'apparenza di un magazzino, è di costruzione difettosa, tozza e senza nessun pregio, nonché insufficiente alle nuove esigenze". Si nota inoltre che la canonica è " ... in grandissimo deperimento, di costruzione vecchia ed insalubre ...".


 
Vi fu quindi la volontà della famiglia Gnecchi di costruire una nuova chiesa e di acquisire quella vecchia attraverso un contratto di permuta.
In una supplica del 1902 della fabbriceria al Cardinal Ferrari si inizia a delineare per la vecchia chiesa un possibile riuso dopo la sconsacrazione. Ciò è rafforzato da un documento del 1904 che, attestando la mancanza di pregi storici ed artistici della chiesa, affermava che essa " ... poteva essere senza alcun timore altrimenti destinata ...".
Nello stesso mese venne stipulato l'atto di permuta che stabiliva il passaggio di proprietà della chiesa di San Fiorano dalla Fabbriceria alla famiglia Gnecchi, in cambio dell'area su cui era stata eretta la nuova chiesa.



Il documento dell'8 aprile 1904 oltre a descrivere il decreto che autorizza la fabbriceria a vendere la vecchia chiesa, accenna all'origine della chiesa considerata, dandone una sommaria descrizione, riportando la presenza di una navata centrale con cappelle laterali; si parla di una copertura assai bassa e dell'infelice disposizione dell'altare e della sacrestia, posti uno di seguito all'altro. Tutto ciò dimostrava la poca praticità di San Floriano e quindi la necessità di costruire una nuova chiesa che doveva sorgere " ... in una delle migliori località dell'abitato quasi in fregio alla strada provinciale che da Verderio Superiore conduce a Verderio Inferiore, in posizione più centrale e più comoda per gli abitanti ...".
Il trasferimento della parrocchia nella nuova chiesa viene sancito da un documento del 3 novembre 1904.
In merito al riuso della chiesa di San Florano non ci sono documenti scritti che ne attestino la destinazione ma l'iscrizione in un medaglione posto sulla facciata testimonia la trasformazione in abitazione colonica avvenuta nel 1914.




 



STATO ATTUALE E IPOTESI DI MUTAZIONI FORMALI
Oggi l'edificio si presenta dimensionalmente ridotto rispetto alla piantina catastale di fine ottocento. Sembra infatti mancare una parte ad est, dove potevano trovarsi il coro e la sacrestia. Inoltre è sicuramente mancante la torre campanaria e la parte delle cappelle a destra dell'ingresso.
Queste demolizioni potrebbero essere state compiute allorché la chiesa è stata trasformata in abitazione colonica. Internamente la modifica più rilevante è la divisione dell'intera altezza mediante l'uso di solette in legno tali da poter sfruttare al massimo l'altezza del corpo fabbrica. Inoltre la navata centrale è stata suddivisa mediante murature in mattoni, visibilmente di "recente" costruzione.
I muri dei locali verso strada  sono probabilmente gli stessi che dividevano le cappellette tra di loro, anche se questa supposizione non è suffragata da nessun documento. Da testimonianze orali si deduce che la vecchia chiesa è stata abitata fino a una ventina di anni fa e successivamente lasciata in stato di abbandono.
La facciata principale risulta però essere tutelata dalla Soprintendenza ai beni Storico ed Architettonici della regione Lombardia.




Laura mandelli, Denise Motta, Enrico Seregni

A PADERNO D'ADDA TRE ALTARI DELLA VECCHIA CHIESA DI SAN FLORIANO DI VERDERIO SUPERIORE di Marco Bartesaghi

Chiesa della Visitazione, o chiesetta degli alpini
Un brano del Liber Cronicus della parrocchia di Paderno d'Adda, redatto nel 1912 dall'allora parroco , è intitolato "Il nuovo altare della Chiesina dei Morti", indicando con questo nome il piccolo edificio sacro che si trova nei pressi del ponte di Paderno, all'imbocco della ripida discesa che porta al fiume Adda.



Il testo del "Cronicus" racconta che in quel anno la chiesina ebbe un nuovo altare essendo il precedente non abbastanza decoroso per un luogo sacro così caro alla popolazione.
Il parroco dice anche che il nuovo altare era stato comprato qualche anno prima dal suo predecessore, don Caspani, dalla Fabbriceria Parrocchiale di Verderio Superiore e che proveniva dalla chiesa del paese che aveva cessato le sue funzioni dopo la costruzione, nel 1902, di quella nuova.




Cappella del Cimitero di Paderno d'Adda             

Insieme ad esso, la Parrocchia di Paderno aveva acquistato da quella di Verderio Sup. altri due altari. Uno fu destinato alla Cappella del Cimitero, inaugurato nel giorno dei morti del 1912.









Chiesa parrocchiale di Paderno d'Adda              


L'altro  fu utilizzato nella chiesa parrocchiale, per la Cappella dedicata a san Massimo.




Prima di presentare le immagini dei tre altari sono necessarie alcune considerazioni
Questo breve testo ci dice dove andarono a finire i tre altari del'antica parrocchiale di San Floriano di Verderio Superiore, subito dopo la sua dismissione, nei primi anni del novecento. Però non ci può dire, ovviamente, se quella destinazione sia stata mantenuta fino ad oggi.
È plausibile che sia così, ma per averne la certezza bisognerebbe essere in possesso di una loro descrizione originale, di cui finora non siamo a conoscenza.
È giusto quindi affermare che le immagini che seguono rappresentano "molto probabilmente" gli altari della vecchia chiesa parrocchiale di Verderio Superiore. Dopo questa "prudente" precisazione, passiamo alle immagini.



GLI ALTARI

L'ALTARE DELLA CHIESA DELLA VISITAZIONE





L'ALTARE DELLA CAPPELLA DEL CIMITERO










L'ALTARE DELLA CAPPELLA DI SAN MASSIMO NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI PADERNO D'ADDA











La qualità artistica di quest'ultimo altare e la maggior rilevanza del luogo che lo accoglie - la cappella di San Massimo della chiesa parrocchiale - fanno a supporre che dei tre questo sia stato l'altare maggiore della vecchia chiesa di Verderio Sup., che , secondo un documento conservato nell'archivio parrocchiale, era stato acquistato nel 1813.
Anche in questo caso però, la mancanza di una descrizioni non permette un'identificazione certa.


I DOCUMENTI

Il primo documento di cui si parla in questo articolo è un brano del Liber Cronicus della parrocchia di Paderno d'Adda, conservato in Archivio Parrocchiale di Paderno d'Adda.






TRASCRIZIONE

Il Nuovo altare nella Chiesina
dei Morti

A dir vero l'altare di questa Chiesetta alla quale la popolazione ha molta divozione era, se non indecorosa, meno accetta all'amore del bello che aveva il parroco Caspani. Già da anni aveva comperato dalla vecchia Chiesa di Verderio Superiore tre altari, come ho già detto altrove: uno servì per la cappella di S. Massimo nella Chiesa parrocchiale; un secondo per la Cappella del Cimitero, sul quale si celebrò la prima volta il giorno dei morti di quest'anno 1912; ne rimaneva un terzo e fu collocato in questa chiesina al posto del primo. In questa occasione si ristaurò il presbiterio. Sopra il quadro che forma la palla (sic) dell'altare: la polvere, l'umidità però avevano nascosto le bellezze. Fatto esaminare da intagliatori bergamaschi in esso riscontrarono una mano se non di un artista però di un operaio non da sprezzarsi. Bastò questo perché il parroco si invogliò di rimodernarlo: a Bergamo viene corretto in qualche parte dalla ditta Ghislandi.
Se avessimo trovato un posto adatto nella Chiesa parrocchiale lo avremmo posto in venerazione in questo luogo, ma non essendovene si decide di trasportarlo ancora alla Chiesina dei Morti.


Il secondo documentoriguarda l'acquisto, nel 1832, di un nuovo altar maggiore per la chiesa parrocchiale di verderio Superiore. E' conservato in Archivio Parrocchiale, titolo VI° Chiese e Luoghi Sacri, cl.1 Parrocchiale, Cart 1°, fasc. 1/1, Antica.


A destra PRIMA PARTE; a destra TERZA PARTE

SECONDA PARTE  

TRASCRIZIONE

PRIMA PARTE

A sua eccellenza
il Sig. Conte Senatore
Ministro per il Culto
dalli
Fabbricieri ed Amministratori Bonifacio Brambilla ed Angelo Spada della Parrocchia di San Floriano di Verderio Superiore, cantone di Merate, Dipart.o del Lario, che per le entro esposte circostanze addomandano che venga accordato il permesso di poter fare un uovo Altare maggiore nella suddetta sua Chiesa Parrocchiale.

SECONDA PARTE

A Sua Eccellenza
Il Sig. Conte Senatore Ministro per il Culto

  I sottoscritti fabbricieri della Parrocchia di San Floriano di Verderio Superiore, Cantone di Merate, Dipartimento del Lario abbisognano di fare nella suddetta Chiesa Parrocchiale un nuovo Altare Maggiore di marmo stante che quello che tutt'ora esiste  oltre ad essere assai piccolo di quello che abbisogna trovasi inoltre in uno sttao assai esoso e rovinato.
Supplicano pertanto li sottoscritti suddetti dalla conosciuta bontà dell'Eccellenza Vostra voglia degnarsi accordarli il permesso per il nuovo Altare facendo nello stesso tempo presente che le spese che si faranno per tale Fabbrica che si riterranno parte cogl'avvanzi della chiesa, parte coll'elemosina e parte colle offerte obblatorie.
Nella lusinga di essere esauditi si danno l'onore di rassegnarsi colla più distinta stima e venerazione.
Bonifacio Brambilla Amt.e
Angelo Spada Amt.e

TERZA PARTE
n. 5438 Div.e Ia
Milano li 19 Giug.1813
Si permette ai ricorrenti di procedere all'appalto del nuovo altare con artista beneviso e garante il quale non esiga obbligazione della Chiesa sopra il suo patrimonio, ma si accontenti di ottenere il pagamento sugli avanzi delle vendite correnti e sulle obblazioni che procuravansi dai fabbricieri all'intento.
In mancanza del Ministro per il Culto
Il Segretario generale

Marco Bartesaghi


 

mercoledì 9 ottobre 2013

LA CESSIONE DELLA "CHIESA VECCHIA" DI VERDERIO SUPERIORE ALLA FAMIGLIA GNECCHI di Marco Bartesaghi

Quando il 29 aprile 1898 la famiglia Gnecchi Ruscone scriveva al Cardinale di Milano, Andrea Carlo Ferrari, per comunicargli la sua intenzione di costruire a Verderio Superiore una nuova chiesa e una nuova casa parrocchiale, esprimeva anche il desiderio di avere in cambio, attraverso un contratto di permuta, i beni che i nuovi edifici avrebbero lasciato liberi.
 

Il Cardinale accettò la proposta e, con il consenso del Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti, martedì 21 marzo 1905, nella Villa Gnecchi di Verderio Superiore, davanti al notaio Antonio Resinelli di Valmadrera, fu stipulato l’accordo.
 

Erano presenti il parroco, don Luigi Galbiati, titolare della prebenda parrocchiale, i fabbricieri Ambrogio Oggioni, Lazzaro Cassago e Carlo Besana, il comm. Francesco Gnecchi Ruscone e il delegato di suo fratello Antonio, il ragionier Eugenio Lissoni. C’erano anche i signori Luigi Viganò e Gerolamo Oggioni, in qualità di testimoni, e l’ingegner Amilcare Avignone, regio subeconomo ai benefici vacanti, rappresentante del Regio Economo Generale.
 

 
Tipo censuario redatto dall'ing. B. Albini dove sono riassunti i termini dell'accordo


Una prima osservazione: la permuta non interessa l’edificio della nuova chiesa parrocchiale. Essa infatti era stata considerata acquisita dalla fabbriceria, in virtù del lavoro svolto dai fedeli della parrocchia, per la sua edificazione.

La chiesa di Verderio e il sagrato in una cartolina spedita nel 1905 (1)

Nell’atto notarile sono presenti tre distinte operazioni di permuta.


 


Aggiungi didascalia



 Nella prima Francesco Gnecchi Ruscone cedeva:
-     un terreno a giardino di 0.83 pertiche, corrispondente al numero di mappale 80b, che diventerà orto della parrocchia;
-    La nuova canonica, il giardino, oggi occupato dall’oratorio, i rustici e la casa colonica.












Orto e casa colonica parrocchiale



La "nuova canonica"











Dalla prebenda parrocchiale otteneva in cambio:
-    I terreni ai numeri 98 -99 – 100 – 101 del catasto rurale
-    L’immobile n 102 del catasto urbano, corrispondente alla vecchia canonica.












La seconda permuta interessa invece i terreni che la famiglia aveva messo a disposizione per la costruzione della chiesa ed altri adiacenti.








Antonio Gnecchi Ruscone cedeva:
-    La striscia di terreno, 97b, stradetta che oggi congiunge via dei Tigli con via Principale;
-    Un piccolo terreno, 314c, confinante con il lato est della scuola materna;
-    Uno spicchio di sagrato, 81c, attiguo alla via dei Tigli
In totale 1,51 pertiche.







La stradetta dietro la chiesa, fra via dei Tigli e via Principale




Suo fratello Francesco cedeva invece:
-    Il terreno dove era sorta la chiesa, 80a;
-    Il sagrato, comprendente i numeri di mappale 310 e 313.
In totale 5,71 pertiche.








I due fratelli ricevevano in cambio dalla fabbriceria parrocchialela vecchia chiesa e il relativo sagrato, per un totale di 550 mq,: 434,97mq a Francesco, 115,03 mq ad Antonio.




La vecchia parrocchiale di Verderio Superiore come si presenta oggi.

L’atto che stiamo esaminando contiene anche un altro contratto di permuta, questa volta  fra Antonio e Francesco Gnecchi: il primo cede al fratello la sua porzione della vecchia chiesa e riceve in cambio una parte del mappale 98, indicato successivamente in mappa con il numero 98b.
 



Alla parte più prettamente economica finora descritta seguono 14 clausole, contrassegnate da numeri romani, volte perlopiù a garantire ai contraenti il pieno e libero godimento dei beni di cui entravano in possesso. Tre di esse però contengono disposizioni particolari, interessanti per capire il peso e il ruolo che la famiglia aveva e voleva mantenere in paese.
  • Con la IX clausola, la famiglia Gnecchi si garantiva il diritto perpetuo di possedere le chiavi ed usare in modo esclusivo le due tribune poste di lato all’altare maggiore della chiesa parrocchiale.
  • Con la X la fabbriceria parrocchiale, che aveva il compito di custodire la nuova chiesa e adempiere alla sua manutenzione, era tenuta a rispettarne rigorosamente l’aspetto architettonico ed artistico e a non apportare modifiche o aggiunte senza il consenso della famiglia o di un architetto da essa incaricato.
  • Con la XI, infine, era espresso il divieto “di erigere fabbriche o costruzioni di qualsivoglia specie” sulle aree avute in permuta adiacenti alla nuova chiesa.

Madonna co il Bimbo a sinistra del portale della vecchia chiesa di San Floriano



Con questo contratto la vecchia chiesa di San Floriano fu definitivamente ridotta ad uso profano. Un’epigrafe scolpita in un tondo murato sulla parte destra della facciata recita:

DELL’ANTICA
CHIESA PARROCCHIALE
DI VERDERIO SUPERIORE
SOSTITUITA DALLA NUOVA
NELL’ANNO 1902
RIDOTTA AD USO
DI ABITAZIONE COLONICA
NELL’ANNO 1914
RESTA LA FACCIATA
A RICORDO




I DOCUMENTI
I documenti che sono stati consultati per scrivere questo articolo si trovano nell’Archivio Storico di Verderio, conservato presso la Biblioteca Intercomunale.
La posizione esatta è: Fondo Gnecchi Ruscone 1.3.1.1.8 (21).
Del fascicolo sono stati particolarmente utili per questo articolo i seguenti pezzi:
-    Decreto del Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, che autorizza la permuta, 21/10/1904;
-    Tipo Censuario redatto dall’ingegner Albini, indicante gli immobili coinvolti nella permuta, 2/3/1903;
-    Atto notarile, redatto dal notaio Antonio Resinelli di Valmadrera, il 21 /3/1905. Questo documento comprende i seguenti allegati:

  • Decreto del Ministero di G. e G e dei culti (lo stesso già indicato sopra);
  • Mandato al rag. Eugenio Lissoni di rappresentare il sig. Antonio Gnecchi Ruscone;
  • Nota di riduzione di ipoteca sugli appezzamenti di terreno 310 e 313, regio Ufficio Ipoteche di lecco;
  • Contratto di permuta fra il signor Francesco Gnecchi Ruscone e i Fratelli e Sorelle Beretta, per un terreno di proprietà di questi ultimi, utile per la costruzione della chiesa, 16/11/1897.

Nota 1: retro della cartolina rappresentante la chiesa di Verderio Superiore











Marco Bartesaghi

sabato 29 settembre 2012

LA "CROCE ASTILE" DELLA PARROCCHIA DI VERDERIO SUPERIORE di Oleg Zastrow



Il brano di Oleg Zastrow, di seguito pubblicato, è tratto dal libro LEGNI E ARGENTI GOTICI NELLA PROVINCIA DI LECCO, Lecco, 1994.
Ringrazio il signor Zastrow per avermi consentito di pubblicarlo sul blog. Marco Bartesaghi

P.S. L'amico Leonardo Pavin mi ha ricordato una notizia importante che riguarda la croce astile: essa appartiene alla Parrocchia di Verderio Superiore ma attualmente è conservata presso il Museo Diocesano di Milano.






Croce Astile
VERDERIO SUPERIORE. Santi Giuseppe e Fiorano. 

 L'attuale chiesa parrocchiale è di fattura recente, costruita in stile neogotico non lontano dal sito del dimensionalmente più modesto tempio nell'ubicazione originaria: edificio quest'ultimo, sconsacrato, alienato e adibito ad abitazione di privati.

L'atuale chiesa parrocchiale di Verderio Superiore, dedicata ai santi Giuseppe e Fiorano
La primitiva costruzione ecclesiastica era di antiche origini; viene citata, alla fine del secolo XIII, dal Liber Notitiae ancora senza la contitolazione tarda a San Giuseppe e con la variante alternativa più aulicamente corretta di Floriano, al posto della denominazione di Fiorano: Item apud aduam in uerdellum de subtus ecclesia sancti floriani maioris. La dizione con il nome della località, citata nella recensione duecentesca, può avere generato in alcuni un equivoco, a causa della compresenza nell'antica pieve di Pontirolo delle località di Verderio e di Verdello. Ogni dubbio è sciolto dal fatto che solo Verderio si trova presso l'Adda (apud aduam) e che unicamente qui è presente la chiesa dedicata a san Floriano. Si noti inoltre che, certo a causa della vicinanza della località di Verderio al fiume in questione, il santo a cui è intitolato l'edificio veniva anticamente invocato anche a protezione dalle inondazioni.

La vecchia chiesa parrocchiale, dedicata a san Floriano, in una fotografia scattata prima dell'ultimo restauro


Il tesoro della parrocchiale custodisce una pregevole croce astile, in rame sbalzato e dorato; la sola croce misura in altezza 47 cm (esclusa la sferula sommatale). La lunghezza del braccio orizzontale è di 37 cm. Il piedestallo, il fusto e il nodo sono di fattura recente, elaborati secondo formule neogotiche. L'oggetto ha inoltre subito alcune manomissioni: le lamine che coprono lo spessore della croce sono state sostituite a quelle originarie; negli interspazi liberi dei bracci sono state aggiunte in epoca recente incastonature includenti gemme di quarzo e vetri colorati; le ventuno sferule che contornano la croce sono di fattura moderna.
Va inoltre segnalata un'anomalia, probabilmente da farsi risalire ad epoca antica: la figura all'estremità superiore sul fronte è stata ricavata tramite l'uso della medesima matrice adoperata per eseguire, sul retro, l'immagine dell'Uomo alato - Matteo.
Anteriormente, all'incrocio dei bracci è collocata la statuetta di Gesù, crocifisso a una sottile crocetta riportata; ai lati sono applicate le immagini a mezza figura di Maria e Giovanni; in basso è visibile il busto della Maddalena e in alto il precitato personaggio alato.

Croce astile in rame dorato: il fronte. Attorniano Cristo: Maria, Giovanni, Maria Maddalena, un santo.

Sul retro, al centro, è posto il Pantocratore, assiso e a tutta figura, attorniato dalle simboliche raffigurazioni apocalittiche degli evangelisti. La concezione generale della croce rientra in moduli correnti: i bordi sono ondulati, l'incrocio dei bracci è raccordato da un profilo ellittico, gli sfondi sono decorati da losanghe alternativamente lisce e puntiate.

Il retro della croce astile. Il Pantocratore è attorniato, canonicamente, dalle raffigurazioni apocalittiche dei Tetramorfi.


L'elaborato appartiene a quel vasto repertorio di croci astili lombarde quattrocentesche, reperito in una certa misura, sia pure con talune varianti di moduli iconografici e di materiali, anche nella presente ricerca.
Nel caso qui proposto si può segnalare una certa arcaicità, sia nello stile delle immagini, sia per ciò che concerne la tecnica di creare le figure a sbalzo direttamente dalle lamine di sfondo e cioè non applicando le formelle sulle superfici metalliche ricoprenti integralmente i bracci dell'oggetto. D'altro canto, se la preparazione delle primitive matrici non pare ambientabile cronologicamente più tardi dell'inizio del Quattrocento, la constatazione di un discretamente avanzato processo di logoramento degli stampi originari (deducibile dall'appiattimento di molteplici particolari in questo esemplare) induce a datare il momento della elaborazione della croce di Verderio a una fase avanzata nella prima metà del secolo XV.

Oleg Zastrow




sabato 21 maggio 2011

VERDERIO SUPERIORE 1898: L'ESIGENZA DI UNA NUOVA CHIESA PARROCCHIALE di Marco Bartesaghi

Questo brano è una parte del II capitolo del libro "VERDERIO - La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano - 1902 - 2002: un secolo di storia, arte e vita religiosa". Altri brani del capitolo, intitolato"1896 - 1902: il progetto, la realizzazione e la storia della nuova chiesa", sono pubblicati su questo blog sotto l'etichetta Chiesa dei santi Giuseppe e Floriano di Verderio Superiore. M.B.


La vecchia chiesa parrocchiale di Verderio Superiore. Era dedicata a San Floriano
 
"    la chiesa era troppo piccola per tanta popolazione, di modo che la maggior parte per mancanza di comodi era obbligata a stare in piedi o nel mezzo o sulla porta sotto il pronao nella stagione meno rigida, le donne stipate sulle panche o accovacciate nelle cappelle, i piccoli a frotte sui gradini dell'altare o nel già ristretto coro".
Così don Luigi Galbiati descriveva la chiesa parrocchiale dopo pochi giorni dalla sua nomina a Vicario Spirituale di Verderio Superiore, avvenuta l'11 novembre 1897, in coincidenza con le dimissioni del novantaduenne parroco don Olimpio Tacconi.
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Nell'ultimo decennio dell'ottocento il Comune di Verderio amministrava una popolazione di più di 2000 abitanti, residenti nelle due frazioni di Verderio Inferiore e Superiore, unite dal 1872. Ognuna delle due frazioni superava i mille abitanti, con una costante prevalenza, di qualche decina di unità, per Verderio Inferiore (1).
Molti, la maggioranza, i contadini dediti principalmente alla coltivazione di frumento e granoturco e all'allevamento del baco da seta. A Verderio Superiore erano in gran parte coloni della famiglia Gnecchi Ruscone; alcuni conducevano i terreni del beneficio parrocchiale. Unici altri possidenti, fra le famiglie residenti, erano i Cassago soprannominati "Lazzaretti".
C'erano poi artigiani - fabbro, calzolaio, falegname, mugnaio, arrotino, sarto - ,gli osti, il prestinaio, la levatrice, il segretario comunale, il maestro. Figura di prestigio era l' "agente di campagna" che curava gli interessi della famiglia Gnecchi: in quegli anni il Cav. Eugenio Lissoni (2).
 
Via sant'Ambrogio come appariva alla fine del XIX secolo. In fondo il campanile della vecchia chiesa.

Sul territorio comunale operavano tre aziende industriali per la torcitura della seta: nel 1894, comprendevano 2570 fusi, occupavano 145 persone, in prevalenza donne adulte (78) e ragazze sotto i quindici anni (59), per una media di 145 giorni di lavoro l'anno (3).
Una scuola, classificata come rurale di classe terza era frequentata da bambine e bambini che dovevano sottostare all'obbligo scolastico: nel triennio 1892-1895 la media degli obbligati alla frequenza fu di 99 bambini. Il corso scolastico era triennale, la prima classe mista, nelle successive maschi e femmine erano separati (4).
L'unione tra le due frazioni resisteva dal 1872, ma tra il 1896 e il 1905 si consumò la separazione che tuttora permane (5).
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Autonome già dal 1779 erano invece le due Parrocchie, appartenenti alla Pieve di Brivio. Quella di Verderio Superiore era retta dal 1844 da don Olimpio Tacconi, originario di Treviglio; lo coadiuvava, dal 1864, don Severino Fraschina, nato a Tesserete, Canton Ticino, nel 1832.
La chiesa parrocchiale aveva una superficie di 130 - 140mq, insufficiente, come già si è detto, ad ospitare i fedeli che abitualmente partecipavano alle funzioni, e assai malandata, come risulta da diverse testimonianze: "L'esistente chiesa [...]è in uno stato miserevole di deperimento", così si esprimevano parroco e fabbricieri in un'istanza inviata all'autorità civile per ottenere il permesso di erigere il nuovo tempio (6).
Nella relazione compilata dopo la visita pastorale del Cardinal Ferrari, avvenuta nel marzo del 1897, si affermava: "E' da desiderarsi che si provvegga alla decorosa ristaurazione della Chiesa" (7).
Questo compito sarebbe spettato alla Fabbriceria (8), la quale però dichiarò subito di non essere in grado di far fronte alla spesa. Un restauro, fra l'altro, non avrebbe risolto il problema delle dimensioni e, per un ampliamento, non esisteva spazio sufficiente intorno all'edificio.
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Fu Giuseppina Turati Gnecchi a prendere l'iniziativa, decidendo di donare alla comunità una nuova chiesa, attingendo al proprio patrimonio personale.



Giuseppina Turati Gnecchi Ruscone (1826 - 1899)
 Nata a Busto Arsizio il 12 marzo 1826, Giuseppina era figlia di Francesco e di Angela Pigna. Il padre, cui Vittorio Emanuele II, con decreto del 4 settembre 1862, aveva concesso il titolo di Conte trasmissibile al primogenito maschio, era un notissimo industriale cotoniero. La Ditta Turati Radice, con sede in via Meravigli a Milano, aveva stabilimenti di tessitura a Busto Arsizio e di filatura a Castellanza.
Quando maturò l'idea di far costruire la chiesa, Giuseppina era vedova del commendator Giuseppe Gnecchi Ruscone, sindaco di Verderio dal 1859 al 1889, promotore, insieme alla moglie, di diverse iniziative benefiche e di scuole per adulti, serali per gli uomini e festive per le donne. Dal loro matrimonio, avvenuto nel 1846, nacquero Francesco, Ercole, Amalia, Carolina, Antonio ed Erminia.
La famiglia Gnecchi, originaria di Garlate, era presente a Verderio dal 1842, quando i fratelli Giuseppe e Carlo ereditarono da uno zio materno, Giacomo, i beni che questi possedeva avendoli acquistati nel 1824 dal Marchese Decio Arrigoni. Ereditarono anche il suo cognome, Ruscone, che da allora identifica questo ramo della famiglia: Gnecchi Ruscone. Dal 1888, con l'acquisto dei possedimenti della famiglia Confalonieri Strattman, divennero proprietari della gran parte dei terreni e degli edifici di Verderio Superiore, comprese le due antiche ville padronali.
Prima della chiesa la famiglia aveva già realizzato e donato al paese alcune opere di notevole interesse pubblico: l'asilo infantile, il cimitero, l'acquedotto "Fonte Regina". Successivamente fecero erigere il municipio e la scuola, in un'unica struttura, e l'ambulatorio e la maternità in due piccoli edifici gemelli, in via delle Rimembranze.
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Nella primavera del 1898, con una lettera al Cardinale - "Eminentissime Princeps" - la famiglia si offrì di costruire una nuova chiesa - "capacissimam atque ornatiorem" - , una nuova casa parrocchiale e di devolvere al "Beneficio Parrocchiale" un terreno adiacente a quello su cui sarebbero sorti i due edifici. Il valore dei beni, comprensivo delle spese di costruzione, veniva stimato intorno alle duecentoventimila lire.
In cambio chiedeva di avere, attraverso un contratto di permuta, gli edifici che venivano lasciati liberi: la chiesa e le annesse abitazioni, compresa una casa occupata dai coloni del parroco. Il valore di questi immobili si aggirava intorno alle novemila lire.
La risposta dell'Autorità Ecclesiastica fu positiva: veniva accettata la proposta di permuta; al parroco si raccomandava di vigilare che le condizioni indicate venissero rispettate rigorosamente (9).
Parallelamente la Fabbriceria appoggiò il progetto presso l'autorità civile per ottenere il consenso che a questa competeva. Nell'istanza gli scriventi esprimevano entusiasmo per il disegno della nuova chiesa, la sua ampiezza, circa 500mq, l'ubicazione in "località più comoda e centrale dell'abitato" (10).
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L'edificazione del nuovo tempio, ma pure la sua gestione una volta che l'opera fosse giunta a termine, avrebbe rappresentato anche per il titolare della parrocchia un impegno assai gravoso.
Gli Gnecchi, preoccupati che l'anziano parroco potesse non avere energie sufficienti, si attivarono per trovare un sostituto che fosse di loro gradimento.
Rivolsero l'attenzione a don Luigi Galbiati, un sacerdote non più giovane, da molti anni coadiutore a Merate, suo paese natale, dove si occupava con passione dell'oratorio per i giovani.


don Luigi Galbiati parroco di Verderio Sup. dal 1897 al 1923


Un primo approccio, lo narra lui stesso nel "Cronicus", avvenne in casa dell'avvocato Antonio Baslini, Sindaco di Merate, nell'autunno del 1896. La moglie dell'ospite, Elena Gnecchi, nipote di Giuseppina, accennò al progetto della nonna per la costruzione della chiesa e cercò di capire cosa don Luigi pensasse di un eventuale incarico a Verderio. Domanda e risposta erano state molto generiche, ma gli Gnecchi si sentirono comunque incoraggiati e attesero l'occasione opportuna per avanzare una loro ambiziosa richiesta al Cardinale: ottenere per sé il diritto di nomina dei parroci a Verderio Superiore, come riconoscimento per le opere che si accingevano a realizzare.
 
Casa Baslini a Merate in una cartolina della prima metà del novecento
 Tale proposta fu fatta al Cardinale in occasione di una sua visita a Merate , il 2 ottobre 1897: la risposta fu positiva ma, per non impegnare in modo definitivo i successori, il Prelato pose un limite di cento anni alla concessione.
Come successore di don Olimpio Tacconi venne quindi proposto don Luigi Galbiati che accettò l'incarico, non senza rimpianto per la parrocchia di Merate alla quale, anche per le sue origini, era particolarmente legato (11).
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Il diritto di scegliere il parroco di Verderio Superiore, che la famiglia Gnecchi pensava di essersi assicurato per cento anni, non ebbe vita così lunga: alla morte di don Luigi, don Carlo Greppi, contestò la pretesa della famiglia di nominare il successore, ottenne ragione e divenne parroco contro il parere degli Gnecchi che avevano presentato un altro candidato (12).


 
 NOTE

(1) Comuni e loro popolazioni ai censimenti dal 1861 al 1951, ISTAT, 1960.
(2) Stato d'Anime 1893, APVS.
(3) Notizie sulla condizione industriale della Provincia di Como, in: Annali di Statistica, fascicolo LII, 1894., pag.79
(4) Prospetto delle scuole e loro classificazione, Archivio Comunale Verderio Sup. (ACVS), allegato al verbale del Consiglio Comunale Straordinario, 11 marzo-4 aprile/1895.
(5) Il 23 aprile 1896, non essendo stata accolta la loro richiesta di installare una conduttura per portare l'acqua della Fonte Regina a Verderio Inferiore, si dimisero dal Consiglio Comunale i nobili Federico e Ippolito Annoni: questo può essere considerato il primo di una serie di atti che portarono alla divisione. Seguirono: una petizione per la separazione dei bilanci (1898); la richiesta di formare due comuni autonomi (1902); la costituzione dei due comuni (1905).
(6) APVS, Titolo VI, Chiese e luoghi sacri, cl.1-2-3-4, cart.1 fasc. 2/1.
(7) Archivio Diocesano, Milano, Visite pastorali del Cardinale Ferrari.
(8) Organo amministrativo che provvedeva alla conservazione e manutenzione della chiesa e ne gestiva i beni.
(9) Vedi nota 4.
(10) Vedi nota 4.
(11) Cfr. Liber Cronicus, cit., pagg. 2 e seguenti
(12) Cfr. APVS, Liber Cronicus 1914 - 1936, Galbiati - Greppi", pagg.249 - 50.

Marco Bartesaghi