giovedì 26 marzo 2009

LA ROGGIA ANNONI E SUOI DIRITTI D'ACQUA di Anselmo Brambilla - prima parte -


Nel territorio del Comune di Verderio Inferiore sorge un' antico agglomerato agricolo chiamato la cascina Bergamina. Essendo il territorio di questo paese poco ricco di acqua, per irrigare i prati di pertinenza dell'insediamento veniva utilizzata l'acqua proveniente dal lago di Sartirana, situato alla distanza di circa dieci chilometri.



Dal lago, scorrendo in un cavo artificiale o roggia appositamente costruita, dopo un tortuoso percorso che la porta ad attraversare vari comuni, l'acqua arriva a Verderio Inferiore, dove era appunto usata per l'irrigazione dei prati adiacenti alla cascina Bergamina.


I PRATI DELLA CASCINA BERGAMINA

Il cavo, al periodo della sua costruzione era denominata roggia Verderio, solo dopo il 1727, anno dell'arrivo in paese della famiglia Annoni, assumerà la attuale denominazione di roggia Annoni.

Il flusso d'acqua, non sempre copioso, veniva rimpinguato con le acque che scaturivano dall'ancora esistente sorgente denominata; il fontanone di San Rocco e da quelle del laghetto di Novate. (1)

Anche se quest'ultimo più che un laghetto era da considerarsi un invaso dove l'acqua, attraverso una serie di chiuse, veniva raccolta nei periodi di abbondante pioggia per essere poi usata per l'irrigazione nei periodi di siccità.

Infatti in un atto di vendita del 7/11/1814, rogato da Giuseppe Carozzi, notaio in Milano, si cita un pezzo di terra di pertiche milanesi 30 chiamato il laghetto di Novate. Nome che probabilmente gli derivava dalla memoria di qualche antico specchio d'acqua.

Tale pezzo di terra situato in comune di Novate, cantone IV di Santa Maria Hoè, distretto di Brivio, Dipartimento del Lario, veniva ceduto, da Carlo Frigerio, direttore del Demanio del dipartimento dell'Olona, alla cittadina Giovannina Stabilini di Domenico, maritata Delfinoni, come garanzia al prestito forzoso di lire 3000 "sottoscritto" dalla stessa a favore del Governo il 16/11/1813.


La roggia Annoni, denominata in seguito anche rio Vallone, è propriamente un emissario artificiale del lago di Sartirana che venne costruito in forza della concessione fatta il 27/4/1476.




Un piccolo intervento di ingegneria idraulica a scopo irriguo, il canale o cavo come si chiamava fu costruito collegando, attraverso fossi appositamente scavati, depressioni e fossati naturali esistenti, la larghezza andava dai 60 centimetri dei tratti in collina ai 120 dei tratti pianeggianti, la quantità d'acqua era sufficiente a irrigare circa 27/30 pertiche di prati .

LA ROGGIA IN TERRITORIO DI VERDERIO SUPERIORE




L'emissario naturale del lago di Sartirana è la valle della Ruschetta, sancito, dopo aspre e annose contese solo in epoca relativamente recente, dalla sentenza del Tribunale Regionale delle acque pubbliche del 12/7/1926.



La concessione viene fatta il 27/4/1476, atto rogato dal dott. Giorgio Rusca, notaio in Milano, dai signori Lancellotto e Bartolomeo, figli rispettivamente: di Cristoforo e Bastiano Vicomercato, abitanti nel palazzotto fortificato della Cascina, e che all'epoca si definiscono proprietari del lago di Sartirana.

I due concedono al milanese signor Donato Gioccario di Franceschino proprietario della cascina Bergamina, e di vasti appezzamenti di terreno in Verderio Inferiore, Robbiate e paesi limitrofi, l'utilizzo delle acque del lago di Sartirana per irrigare i suoi possedimenti .

" et ab eo lacu extrahere, et derivare ipsas omnes aquae tami fontanilium quaim lacus " " et deinde ad eo lacu extrahere et derivare ipsas omnes aquas tan fontanilium quani lacus et ut supra et eas ducere quo volluerit ipso dominus Donatus el filii ect etiam per quecunique bona ut supra vet lacus "


Con l'obbligo per il Gioccario di costruire a proprie spese il cavo e qualsivoglia struttura per trasportare le acque nei suoi possedimenti. Cavo o canale fatti costruire "con grandissima spesa".

" ac jues conducere el conduri et deiare facere"


Il diritto stabiliva che in tempo d'estate, il Gioccario potesse derivare, (prelevare) dal lago d Sartirana, ogni otto giorni una quantità d'acqua espressa in once magistrali milanesi, iniziando alle vent'uno del sabato fino alle vent'uno della domenica.

Lo stesso giorno 27/4/1476 il Gioccario ottiene, anche in virtù di grandi meriti di mecenate verso la Chiesa, il diritto di passaggio delle acque sui terreni di proprietà della prepositurale di San Pietro in Beolco (2), terreni situati all'incirca nella zona di Robbiate.

La concessione, fatta dal prevosto della suddetta chiesa reverendo Antonio Airoldi di Desiderio, abitante in Milano nella parrocchia di San Fedele di Porta Nuova con atto rogato dal notaio Giorgio Rusca, stabilisce comunque che il Gioccario avrebbe dovuto, a sue spese costruire tutto quanto si rendeva necessario per passare con l'acqua, senza nessun pregiudizio dei diritti della prepositura proprietaria dei terreni su cui passava la roggia.


PONTE SULLA ROGGIA SULLA STRADA PER
CASCINA AIROLDA


I Vimercati, che si dicono proprietari del lago, concedono al Gioccario il diritto al prelevamento di acqua irrigua , mantenendo per loro alcuni diritti e prerogative, sembrerebbe tutto in ordine , ma le cose non vanno proprio così.



Il giorno 14/6/1476 in un atto rogato in Sartirana da Giovanni Pietro de Benalis di Paolo, notaio in Milano, i fratelli Pietro e Giovanni Antonio Calchi figli di Galdino, anche a nome del fratello assente Giovanni, abitanti in Sartirana concedono a Francesco figlio di Gioccario, abitante in Milano parrocchia di San Pietro in Cornaredo , il diritto ad estrarre, prelevare e condurre dove vuole le acque del lago di Sartirana.

" et facultatem possendi extrahere de aqua dicti lacus et conducendi ipsam aquam die noctequè ac perpetuo"


Ovviamente come avevano già fatto i Vimercati dichiarandosi proprietari del lago, i Calchi certificano e rivendicano nell'atto il loro diritto di pesca nel lago

" dicto Dominus Calcho juribus suis piscandi et piscari faciendi in ipso lacu" .

Nel giro di due mesi il diritto di acqua viene rivendicato e concesso due volte in forma più o meno uguale, anche se a due persone differenti pur della stesa famiglia, inoltre nell'atto dei Calcho viene rivendicato e sottolineato il loro diritto di pesca nel lago.

Al momento non dispongo di sufficienti informazioni per dirimere la questione, anche se presumibilmente ritengo che non esisteva un vero diritto di proprietà sul lago, ma il tutto era legato a consuetudini o abitudini consolidate nei secoli.

Da non sottovalutare l'elemento legato al prestigio e al potere (o alla prepotenza) detenuto dalle varie famiglie nobili della zona.

Favoriti dalle scelte politiche come la consolidata fedeltà al Duca di Milano, e dalle alleanze strategiche del momento, i Calcho godevano di maggiori fortune e appoggi rispetto ai Vimercati, e quindi può darsi, ma è solo un'ipotesi non suffragata da documenti, che ciò abbia fatto pendere la bilancia dalla loro parte, almeno per quanto riguarda la proprietà del lago e il diritto di pesca.

Nell'atto di concessione sopraccitato del 27/4/1476, i signori Lancellotto e Bartolomeo Vicomercato si riservarono, oltre al diritto di pesca sul lago, quello di estrarre dall'emissario che si andrà a costruire, la quantità di un oncia Milanese d'acqua per l'irrigazione di un loro prato di circa 24 pertiche milanesi denominato Grasso, e anche di poter costruire sul cavo artificiale un edificio da utilizzarsi come mulino.

" et quod teneatur ipse Dominus Donatus levare aquas dieti lacus in fundo dieti privati sine preiuditio adaquandi ipsum pratus"


Diritto al prelievo che venne concretizzato con la costruzione di un incastro derivatore in fregio sinistro della roggia, poco prima di arrivare al convento dei Cappuccini di San Rocco.

Successivamente perduto il diritto di pesca sul lago in favore dei Calchi, e archiviata l'idea di costruire un mulino sull'emissario, specialmente perché le acque che vi scorrevano erano poche e incostanti, ai Vimercati rimase solo il diritto all'estrazione dell'oncia d'acqua, utilizzata per irrigare il prato Grasso.

L'oncia magistrale milanese, usata per misurare la quantità d'acqua derivata dal lago e dalla roggia, è corrispondente alla quantità d'acqua che passa con flusso continuo e a pressione naturale, da un rettangolo alto quattro once e largo tre.

L'oncia base milanese di dodici punti era pari a cm 3,6265, ed era normalmente segnata con tacche sulle paratie di legno poste negli incastri.


PROGETTO DI PONTE SULLA ROGGIA SULLA
STRADA PER CORNATE

Come già detto, non essendo il territorio di Verderio molto ricco di acque, la concessione ottenuta consentiva al Gioccario di sfruttare al meglio i terreni, sia per le coltivazioni di cereali che per la produzione di foraggio.

La concessione viene rinnovata il 23/7/1520 a Benedetto Gioccario figlio di Donato , che voleva modificare a suo beneficio quanto stabilito nel 1476, da tre dei quattro figli di Lancellotto, Agostino, Vincenzo e Lodovico Vicomercato , ai quali toccò in eredità dal padre il prato grasso, con una serie di condizioni .

1° Sia concessa al predetto Benedetto di derivare acque del lago di Sartirana e condurle nei suoi possedimenti di Verderio attraverso il cavo già costruito ma non possa modificarne il corso senza previa e nuova concessione....

2° I Vimercati si mantengono il diritto ad estrarre dalla roggia o cavo attraverso apposito incastrino un'oncia d'acqua per irrigare un loro prato denominato grasso (...) acqua da prendere un giorno ogni dodici (...) nei giorni di apertura dell'incastrino posto all'inizio del cavo.

3° Durante il tempo di chiusura dell'incastro posto all'inizio del cavo o roggia i Vimercati possono utilizzare tutte le acque provenienti da scoli e sorgenti o filtranti attraverso la chiusa.

4° Che quando le acque predette venissero meno , in periodi di secca, il signor Benedetto sia esonerato da ogni obbligo e i Vimercati possano prendere non l'oncia prescritta ma quello che viene.

5° Lo scavo del cavo e le altre opere siano a spese del Gioccario

6° Che la proprietà del cavo o alveo sia e rimanga dei Vimercati

Per aumentare il flusso d'acqua della roggia, in alcuni momenti quasi inesistente, venne invece aperto nel 1600, da tale Luigi Magno, subentrato al Gioccario nella proprietà dei terreni e della cascina Bergamina, il denominato fontanone di San Rocco.

Con atto rogato dal notaio di Milano Albano de Albani, l'11/9/1600, l'aulico Cesareo Luigi Magno compra da tale Giò Angelo Albani, un pezzo di terra sul quale farà costruire un fontanile denominato successivamente di San Rocco.

Inoltre acquisisce il diritto di passaggio su un pezzo di terra a proprietà collettiva usata come pascolo dalla comunità di Merate.

Il pezzo di terra, denominato la Brughiera, di pertiche una e tavole 4, secondo le misurazioni dell'Agrimensore pubblico Antonio Bonfante , venne ceduta al Magno per lire 38 imperiali dai Sindaci rappresentanti la comunità di Merate.

La terra non diventava di sua proprietà ma otteneva, con la convenzione di cessione stipulata, il diritto di transito di un cavo per congiungere le acque del fontanone alla roggia, e la possibilità di piantare sulle sponde del canale delle piante, salici, pioppi, onici e altro, per mantenerle solide.

Addirittura si prevedeva di utilizzare l'acqua per far funzionare un mulino da costruirsi a "beneficio de Nobili e de altri uomini della Comunità di Merate", costruzione che però non si fece.

In virtù di questa antica convenzione la comunità di Merate rinnovava ogni trent'anni la concessione del diritto di transito delle acque al proprietario del fontanone di San Rocco, diritto durato circa fino al 1970 decaduto per mancanza di richiesta di rinnovo della stessa
.

Il prato Grasso, dai Vimercati, passa il 26/4/1632 sotto forma di liquidazione della dote a tale Anna Figini, vedova senza figli di Gerolamo Vimercati, la quale successivamente lo cede il 18/10/1634 al Giureconsulto Pietro Antonio Calco del fu Genesio abitante nella parrocchia di San Stefano in Brolo in Milano.

Circa un secolo dopo i Calchi lo vendono, l'8/10/1732, al conte Melchiorre Riva Andreotti, che subentra anche nel diritto di derivazione dell'oncia d'acqua per irrigare il famoso prato che all'epoca veniva identificato, non chiaramente come prato grasso ma come "prato di San Rocco o il campo che era al prato".

Questa non corrispondenza dei nomi del prato titolato al diritto di prelievo, fu il pretesto, che i Calchi proprietari del lago , utilizzarono nel tentativo di sospendere la derivazione della suddetta oncia d'acqua a favore del Riva Andreotti proprietario del contestato prato.

Nel frattempo, dopo vari passaggi, la Bergamina con i prati adiacenti per un totale di circa 300 pertiche di terreno era stata venduta dai fratelli Antonio e Carlo Mainoni figli di Antonio abitanti in Verderio Inferiore, al conte Giacomo Antonio Annoni.

Quindi il conte Andreotti indirizzerà lamentele e rimostranze a questi ultimi, subentrati nella proprietà della Bergamina, e nella titolarità della concessione del diritto d'acqua attraverso la roggia , onde rivendicare tale prerogativa.

Il conte Annoni per molto tempo si rifiuta di prendere in considerazione le rimostranze, non potendosi accettare ne dimostrare che il famoso prato sia lo stesso citato nei due atti, inoltre ribadisce che erano circa 17 anni che non veniva aperto l'incastrino di derivazione dell'acqua.

Per calmare letteralmente le acque e dare a ciascuno il suo, si decide di indicare una persona di fiducia di entrambe le parti in causa, che faccia da mediatore e prepari una proposta di accordo.

Allo scopo viene indicato il marchese Francesco Casati il quale alla fine presenta una proposta di accordo che viene accettata da entrambi i contendenti e assunta come una convenzione il 5/8/1755, vidimata dal dottor Giò Battista Bianchi notaio in Milano, la quale stabiliva quanto segue:

" Il conte Annoni, titolare delle ragioni d'acqua e proprietario del cavo artificiale o roggia, si riserva il diritto di aprire il suo incastrone vicino al lago di Sartirana per estrarre in tempo d'estate acqua dal detto lago, e utilizzarla mediante la detta sua roggia all'irrigazione dei suoi prati e terreni detti della Bergamina situati nel territorio di Verderio Inferiore.

Due ore dopo terminata l'operazione di derivazione e chiuso l'incastrone ad opera dell'Annoni, sarà lecito e concesso al detto signor conte Andreotti derivare per giorni otto susseguenti le acque "colatizze".

Le poche acque di scolo del lago che scorrono blandamente in quantità minima nella roggia anche quando è chiuso l'incastrone, come abbasso resta spiegato sul secondo capitolo.

I "colatizzi" che decadono in modo naturale da detta roggia, possono essere dal conte Andreotti , utilizzati per l'irrigazione di detto suo prato o di parte di esso, come meglio potrà servirsene per mezzo del detto suo incastrino derivatore, situato sulla sponda sinistra della roggia.

Inoltre potrà utilizzare tutte le acque che in modo naturale, dalla roggia attraverso il tombino o sotto il ponte arrivino allo stesso prato, senza che però possa lo stesso conte Andreotti , fare o far fare sul corso di detta roggia ripari, incastri o sbarramenti di qualsivoglia natura per attirare o derivare al detto suo prato le acque di scolo scorrenti.

E' pure lecito e concesso allo stesso conte Andreotti derivare nello stesso modo, dal mese di marzo a tutto ottobre di ciascun anno, per otto giorni al mese in ciascuno degli otto mesi stabiliti, iniziando dal giorno uno e fino al giorno otto incluso, anche le acque di altri eventuali colatori che possano cadere in detta roggia sia provenienti da sorgenti o da scoli dei terreni.

Restando inteso però, che l'utilizzo delle acque con la derivazione di detti "colatizzi", sia provenienti dalle sorgenti che da scoli, mai possa farsi dal detto conte Andreotti, nel periodo di apertura della paratia detta incastrone, e comunque durante l'uso delle acque da parte del conte Annoni .

Potrebbe accadere che per necessità proprie, il conte Annoni, si trovi nella condizione di far aprire detto incastrone di Sartirana proprio nel tempo che fossero incominciati, o che dovessero incominciare gli otto giorni come sopra assegnati al conte Andreotti.

In tal caso dovrà posticiparsi l'utilizzo della derivazione degli stessi "colatizzi", iniziando due ore dopo che sarà chiuso il medesimo incastrone, e continuando con altrettanti giorni sino al compimento degli otto stabiliti.

Non è e non sarà permessa al conte Andreotti, nessuna variazione del fondo di detta roggia per modificarne le condizioni di irrigazione."





PONTE SULLA ROGGIA SULLA
STRADA PER CORNATE

Oltre ai fatti qui sopra trascritti, la suddetta convenzione ne contiene altri che per non appesantire troppo la descrizione qui si danno in forma ridotta, in forza dei quali è fatto divieto al conte Andreotti di derivare acqua sia dalla roggia Annoni sia dal Lago di Sartirana a pregiudizio del conte concessionario.

Viene accordato al conte Annoni di servirsi, qualora ne avesse necessità dell'incastrino di derivazione utilizzato dall'Andreotti per irrigare il prato Grasso.

Si riserva il diritto il conte Annoni di fare modifiche sia all'imboccatura del ponte dove si trova la paratoia detta incastrone, che al cavo che immette nella roggia, cosi come anche al tombino di accesso all'incastrino utilizzato dal conte Andreotti per derivare le acque al prato grasso.

Quanto stabilito dalla convenzione vigeva principalmente per otto mesi, durante i quali le acque del lago mantenevano più o meno livelli normali, tenendo conto del loro utilizzo per l'irrigazione.

Per i mesi invernali, quando le precipitazioni piovose erano molto intense e il lago si alzava di livello, anche per l'assenza di irrigazione, si convenne di aggiungere alcune postille per evitarne la tracimazione con conseguente allagamento dei terreni.

Al conte Andreotti nella stagione invernale, per smaltire le acque di piena sia del lago che della roggia, veniva concesso di alzare la porta dell'incastrino al livello di due once , anziché della concordata una in modo di favorire il deflusso delle acque.

Allo scopo di eliminare ogni discrepanza di intendimento fra le parti vengono incaricati dei periti per adattare l'incastrino, e per stabilire l'elevazione della porta di passaggio dell'acqua alla quantità di once due.

I periti Agrimensori Carlo Francesco Cerri e Carlo Antonio Arosio, furono delegati dai conti Annoni e Andreotti sia per posizionare le soglie delle due prese d'acqua, sia per determinare l'altezza della paratoia dell'incastrino, come risulta dalla relazione che i due ingegneri rilasciano agli interessati il 28/2/1756.

Il mantenimento della roggia dal suo inizio, all'incastrone in fregio al lago di Sartirana sino ai prati di Verderio, viene eseguito ad esclusivo carico della proprietà Annoni.

La quale provvede pure alla manutenzione di tutte le sponde della roggia stessa e degli edifici sulla medesima, ad eccezione di quelli per i quali venne indicato nella seguente descrizione a chi spetta tale onere.

Questa proprietà ha altresì il diritto di godere delle acque di scolo derivanti da gran parte del paese di Verderio Inferiore per irrigare il prato denominato di San Nazzaro situato sui propri fondi.

Tale diritto (presunto) appartiene alla famiglia Annoni per antica consuetudine, non essendovi alcun documento che ne sancisca la legalità giuridica riferisca al diritto suddetto.



Fonti

La maggior parte delle informazioni che mi hanno permesso di ricostruire la storia e il percorso della Roggia Annoni sono tratte dai documenti del Fondo - Gnecchi - Ruscone.

Cartella - Roggia Annoni - Fascicolo 390 - 391 - 392 - 395 - 407 - 410

Cartella e fascicoli conservati e in via di catalogazione e recupero, nel costituendo Archivio comunale di Verderio che ho potuto consultare grazie alla disponibilità e gentilezza del Sindaco Alessandro Origo , che sentitamente ringrazio

Inoltre ringrazio la Signora Maria Fresoli in Codara di Robbiate per le notizie che mi ha trasmesso e per le fotografie della esondazione della roggia che accompagnano questa ricerca

Archivio Storico di Stato - Como - Fondo prefettura - Cartella 122
Fondo prefettura - 1292

Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista Archivi di Lecco, annoXXVI, N. 2-3, Aprile-Settembre 2003

Anselmo Brambilla 4/11/2002



1 Specchio d'acqua cancellato dalle ruspe nell'indifferenza generale nei giorni 10/11 febbraio 1981

2 Antica Chiesetta annessa ad una villa padronale situata in comune di Olgiate Molgora

- prima parte - continua



domenica 22 marzo 2009

L'ARRESTO E LA DEPORTAZIONE DI UNA FAMIGLIA DI EBREI A VERDERIO SUPERIORE (1943)

"Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare si che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga."

Primo Levi, "Se questo è un uomo"



Dall'inizio del 1942 all'ottobre del 1943 abitò a Verderio Superiore, provenendo da Milano, la famiglia Milla, composta da tre sorelle, Laura, Lina, Amelia, e un fratello, Ferruccio.
Nell'ottobre del 1943 tutti vennero arrestati, in quanto ebrei, da militari tedeschi: prima, a Verderio, Ferruccio, ; qualche giorno dopo, a Milano, le sorelle. Con Ferruccio fu arrestato anche un fratello, Ugo, che aveva raggiunto i famigliari da non più di due giorni. Fuggirono invece la moglie di quest'ultimo, Lea Milla, e la figlia, Serena, di dieci anni. Il 6 dicembre i cinque arrestati furono "trasportati" ad Auschwitz, da dove non fecero più ritorno.


FERRUCCIO MILLA

La famiglia Milla era approdata a Milano nel 1913 dopo vari trasferimenti in località del centro e del sud d'Italia. Di queste peripezie sono testimonianza i diversi luoghi di nascita dei suoi componenti: Ferruccio nasce a Cento, Ferrara, il 27 marzo 1888, Ugo a Vignola, Modena, il 14 novembre 1894, Laura a Pesaro il 3 agosto 1897, Lina a Urbino il 10 luglio 1901 e Amelia ad Amelia, Terni, il 27 aprile 1904. La famiglia era composta anche da Olga e Max, nati a Messina, Gabriella a Loiano, Bologna, e altri due fratelli, uno morto in giovane età, l'altro, Aldo, morto al termine della prima guerra mondiale, quando ancora era soldato.

LAURA MILLA

Il lavoro del padre Ernesto, ufficiale del dazio, era la causa dei continui trasferimenti. Di lui si ricorda che, molto giovane, fu volontario garibaldino e che partecipò alla campagna risorgimentale combattendo, in particolare, nella battaglia di Bezzecca. Era nato a Modena ed era sposato con Giulia Levi, originaria di Ferrara.
All'entrata in vigore delle leggi razziali, novembre 1938, Laura è segretaria di una scuola comunale, Lina è impiegata presso la ditta Brunner e Amelia è casalinga. Dei due fratelli, Ferruccio, ragioniere, lavora allo Scatolificio Ambrosiano, Ugo alla ditta Brill. In seguito anche lui, come pure la sorella

Lina , verrà assunto dallo scatolificio Ambrosiano.
Ugo è sposato con Lea Milla di Vittorio e Coen Gialli Nelly; ha una figlia, Serena, nata nell'ottobre del 1933. Fra Ugo e Lea esisteva forse un lontano legame di parentela.
Anche i Milla, come tutti gli ebrei residenti in Italia, dal 1938 dovettero cominciare a fare i conti con la legislazione razziale introdotta dal regime fascista. Con il R.D.L. numero 1728 del 17 novembre, infatti, un certo numero di italiani, circa quarantamila persone, scoprirono, per il fatto di essere ebrei, di appartenere ad una particolare razza e perciò di non poter godere degli stessi diritti, e nemmeno di avere gli stessi doveri, degli altri cittadini, quelli che seppero allora di appartenere alla "razza ariana".

UGO E AMELIA, LA PRIMA A DESTRA IN PIEDI, IN UNA FOTO DI FAMIGLIA

Il decreto legge definiva i criteri di appartenenza alla "razza ebraica" (art.8) e, alle persone che rientravano in questa categoria, imponeva pesanti limitazioni riguardanti il lavoro e la proprietà privata, interdiceva la possibilità di prestare servizio militare, vietava i matrimoni con cittadini italiani "ariani". Conteneva anche dei criteri di discriminazione fra gli stessi ebrei, stabilendo che parte delle norme che esso stesso dettava non dovevano essere applicate agli "ebrei discriminati", a coloro cioè che fossero stati in grado di documentare meriti di guerra, personali o di membri della famiglia, o la propria adesione al Partito Fascista in determinati periodi.

LINA MILLA


Nei mesi successivi persero il lavoro gli ebrei italiani occupati nell'amministrazione pubblica e quelli che avevano intrapreso la carriera militare; altri persero il diritto di possedere aziende di qualsiasi tipo con più di cento dipendenti e anche quello di occupare in esse il ruolo di dirigenti. Questi ed altri provvedimenti si aggiunsero a quelli già in vigore dal settembre 1938, per i quali vennero espulsi da ogni tipo di scuola tutti gli ebrei che vi lavoravano a qualsiasi titolo, dal bidello al docente, nonché tutti gli studenti, dallo scolaro delle elementari all'universitario.
Alla promulgazione delle leggi razziali non si arrivò improvvisamente: vennero annunciate da una martellante campagna di stampa, condotta attraverso libri, riviste fondate "ad hoc" e quotidiani. Furono ripescati gli argomenti classici dell'antisemitismo a sfondo nazionalista, con l'accusa rivolta agli ebrei di essere internazionalisti e senza patria, e quelli dell'antigiudaismo cristiano, legati all'accusa di deicidio, che vedevano negli ebrei un pericolo per la morale cattolica e rimpiangevano i tempi della loro separazione dal resto della popolazione.

UGO E LA MOGLIE LEA

A questi temi si intrecciarono e alla fine si sovrapposero quelli, relativamente nuovi, del razzismo, che stavano alla base anche dell'ideologia nazista. Il 14 luglio 1938 venne pubblicato, con la firma di alcuni noti uomini di scienza, il "Manifesto della Razza", con l'intento di dare all'antisemitismo fascista una parvenza di scientificità.
Alla legge del 17 novembre seguirono altre norme che assunsero la duplice forma di leggi appositamente concepite e di articoli di legge inseriti in provvedimenti non specifici. Ma la persecuzione antiebraica si avvalse anche di un gran numero di circolari e di altre disposizioni amministrative, frutto spesse dello zelo dei funzionari statali, che ebbero, in molti casi, l'effetto di aggravare la già pesante situazione prodotta dalle leggi.
Non ci sono testimonianze riguardo alla reazione dei signori Milla alla notizia dell'entrata in vigore delle misure antiebraiche. Si può presumere che furono simili a quelle del resto della comunità: un misto di incredulità, di ammarezza e di apprensione. Incredulità e amarezza perché veniva arrestato un cammino di integrazione che, dall'Ottocento in poi, sembrava non dovesse subire più interruzioni; apprensione perché era difficile valutare fino a che punto il regime intendesse arrivare, una volta imboccata questa strada.
I Milla sottostarono all'obbligo dell'autodenuncia presso il comune di residenza, previsto dal decreto legge del 17 novembre. Attraverso questa norma, che permise di compilare l'elenco degli ebrei in Italia, i tedeschi e i fascisti si ritrovarono fra le mani uno strumento assai utile allorché, dall'autunno del 1943, daranno inizio alla "caccia all'ebreo".
I fratelli Milla percorsero la strada della richiesta di discriminazione: dai documenti conservati all' Archivio di Stato di Milano, risulta che cercarono di far valere a questo scopo la partecipazione del padre Ernesto alle campagne garibaldine e i propri meriti durante il servizio militare. Solo a Max fu riconosciuto lo stato di "ebreo discriminato", per la sua partecipazione alla guerra libica e a quella mondiale. Poté contare anche sull'intervento del Ministero dell'Interno che, al Prefetto che già aveva espresso parere contrario, suggerì di rivedere la pratica e di tener conto che il richiedente aveva avuto il padre volontario garibaldino.
Da quanto si deduce dalla documentazione relativa alla domanda di discriminazione, sembra che l'atteggiamento dei Milla nei confronti del regime sia stato abbastanza tiepido: di tutti loro il segretario federale del Partito Fascista, cui spettava il compito di esprimere un parere, pur non potendo fare rilievi sfavorevoli, dice che "non risulta abbiano dato dimostrazione alcuna di attaccamento al regime". Solo Ferruccio è iscritto al partito, ma la data di iscrizione, 1928, non è tale da costituire un vantaggio ai fini dell'accoglimento della domanda.
A causa delle leggi razziali, Laura dovette lasciare l'impiego di segretaria nella scuola comunale. Sul lavoro degli altri fratelli i provvedimenti razziali non ebbero probabilmente effetti negativi: non erano dipendenti pubblici né ricoprivano ruoli dirigenti nelle fabbriche dove lavoravano.


Tra la fine del 1941 e l'inizio del 1942, lo Scatolificio Ambrosiano, azienda che operava a Sesto S. Giovanni, per i continui bombardamenti a cui era sottoposta quella zona, trasferì i più importanti macchinari a Verderio Superiore e, con buona parte delle maestranze, fra cui i Milla, continuò lì l'attività. Vennero affittati alcuni edifici di proprietà della famiglia Gnecchi, situati nei pressi dell'incrocio fra la provinciale per Cornate e la via per Paderno d'Adda; il rustico, attualmente centro sportivo, fu adibito alla produzione, l'ala sinistra della villa Gnecchi e "l'aia" servirono come alloggi. Nella prima abitavano i signori Passaquindici, proprietari dell'azienda. I Milla abitavano nell' "aia", un edificio eclettico dell'Ottocento, il cui cortile, pavimentato con grosse pietre, veniva utilizzato dai contadini per stendere il raccolto ad asciugare.
Conducevano una vita abbastanza riservata, soprattutto le donne che si vedevano in paese solo verso sera. Chi li conobbe li ricorda come persone affabili e cordiali. Ferruccio, dopo le sue lunghe passeggiate a piedi, si intratteneva a parlare con gli abitanti della vicina cascina, cercando di impararne il dialetto. Nell'azienda ricopriva il ruolo di ragioniere contabile, mentre Lina era impiegata; Amelia, dalla salute malferma, faceva i lavori di casa; Laura, pur abitando a Verderio, continuò a lavorare a Milano, forse presso la scuola ebraica di via Eupili.
Fin dai primi mesi della Repubblica Sociale e dell'occupazione tedesca, diversi furono i comportamenti degli ebrei: molti si unirono al movimento di resistenza, altri si rifugiarono in Svizzera, altri ancora rimasero nascosti in Italia. Anche nella famiglia Milla furono fatte diverse scelte. Quelli che già abitavano a Verderio pensarono probabilmente che il paese, piccolo ed appartato, potesse garantire loro la sicurezza e vi restarono. In Svizzera, con le rispettive famiglie, ripararono le sorelle Gabriella e Olga: quest'ultima vi morì qualche mese dopo l'arrivo. Ugo, con la moglie e la figlia, si trasferì a Ferrara presso alcuni parenti. Lasciò in seguito questa città, in cui non si sentiva più sicuro, e, con decisione che si rivelerà tragica, raggiunse i fratelli a Verderio. Il fratello Max, fin dal 1939, si era rifugiato con la famiglia in Inghilterra, sospendendo l'attività commerciale di cui era titolare a Milano.

L'ABITAZIONE DEI PASSAQUINDICI, DOVE VENGONO
ARRESTATI FERRUCCIO E UGO (foto del 1993)

La sera del 13 ottobre 1943, alcuni soldati tedeschi si presentano all'abitazione dei signori Passaquindici e, urlando minacciosi, li accusano di dare lavoro e di nascondere ebrei. Ad avvisare i tedeschi sarebbe stato un operaio desideroso di vendicarsi per il licenziamento subito.
Ferruccio Milla, recatosi in quella casa per giocare a carte, si dichiara ebreo e viene arrestato; stessa sorte tocca al fratello Ugo, sopraggiunto poco dopo. Con loro vengono arrestati anche i fratelli Passaquindici, Donato e Vittorio, e un loro cognato, Nicola Rota.
I cinque vengono tradotti al carcere di Bergamo e in seguito trasferiti a quello di S. Vittore, a Milano. I Milla, prima di raggiungere S. Vittore, vengono interrogati al comando SS di Milano, presso l'Hotel Regina.
Nicola Rota resta in carcere per circa una settimana, il tempo necessario al comando tedesco per accertarsi che non fosse ebreo; Donato e Vittorio Passaquindici verranno rilasciati dopo tre settimane.

LA "VECCHIA AIA", ABITAZIONE DELLA FAMIGLIA MILLA
(foto del 1993)

La ricostruzione di quanto accadde la sera del 13 ottobre, che risulta dalla testimonianza della signora Lea Milla raccolta dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano, e della sorte che toccò nei giorni successivi agli arrestati, secondo i ricordi di Nicola Passaquindici e Francesco Amendola, nipoti di Donato e Vittorio, fa affiorare alcuni interrogativi cui è difficile rispondere.
Chi erano i soldati artefici dell'operazione? Perché fecero irruzione, piuttosto che direttamente dai Milla, nella casa dei Passaquindici? Come mai questi ultimi vennero trattenuti in carcere? A queste domande si può cercare di dare risposta solo attraverso supposizioni, non potendo contare su altre testimonianze né sui documenti delle carceri coinvolte, Bergamo e Milano, che risultano irreperibili.
Secondo quanto annota nel "Liber Cronicus" l'allora parroco, Don Carlo Greppi, il 15 ottobre 1943 arrivarono a Verderio circa 200 militari tedeschi e vi rimasero fino all'inizio di dicembre, alloggiando a Villa Gnecchi, gli ufficiali, e all'asilo, alla scuola materna e all'oratorio i soldati.. Si può supporre che, prima del 15, una pattuglia abbia fatto un sopralluogo in paese, per organizzare la permanenza del contingente. A loro "qualcuno" potrebbe aver rivelato la presenza di ebrei.
Perché dai Passaquindici? Forse la segnalazione fu imprecisa e furono indicati loro come ebrei ( per molto tempo, vuoi per il cognome insolito, vuoi perché forestieri, molti sono stati convinti che lo fossero).
Perché anche loro furono arrestati e trattenuti in carcere? Il motivo addotto dai tedeschi, secondo il ricordo dei nipoti, fu che avevano dato lavoro, e quindi protezione , ai Milla: a quella data, però, nessuna norma impediva loro di avere dipendenti ebrei.
Un'altra ipotesi potrebbe essere che attraverso i Passaquindici i tedeschi pensassero di risalire al nascondiglio delle sorelle Milla, che in un primo tempo erano riuscite a fuggire: se così fosse stato, ci si domanda però come mai la detenzione di Donato e Vittorio si protrasse oltre la data dell'arresto di Lina, Laura e Amelia?
Nelle prime settimane dell'occupazione tedesca, le azioni rivolte contro gli ebrei nei territori della Repubblica Sociale non ebbero come scopo la deportazione, bensì la rapina dei loro beni: valga come esempio l'eccidio del Lago Maggiore, avvenuto fra il 15 e il 23 settembre, in cui furono trucidate, dopo essere state depredate, 54 persone. In questo quadro l'arresto e la successiva detenzione dei signori Passaquindici, persone facoltose, potrebbe giustificarsi come un tentativo di estorcere loro denaro, sottoponendoli a qualche forma di ricatto legato alla presenza dei Milla a casa loro: è però necessario dire che nessuno dei nipoti interpellati ha mai sentito parlare di una simile ipotesi.


Fu Lea Milla ad accorgersi, a notte fonda, dell'assenza del marito e a dare l'allarme alle cognate: informate dell'accaduto, decisero di lasciare Verderio. Lea, insieme alla figlia, si rifugiò a Buscate (MI) in casa di un'amica, da dove ogni giorno si recava a Milano per avere notizie del marito e del cognato. Dopo qualche tempo raggiunse la madre Nelly Coen Gialli, ricoverata presso la clinica "Carate Brianza" (oggi clinica "Zucchi"), nell'omonimo paese in provincia di Milano. In quegli anni circa venti ebrei si nascosero in questa casa di cura: venivano chiamati da parenti già ricoverati, che avevano sperimentato la solidarietà del primario, il professor Magnoni e della madre superiora, Suor Luigia Gazzola, durante le perlustrazioni dei tedeschi.
Verso le ore sette del 14 ottobre, Laura, Lina e Amelia chiamarono la signora Ida Sala, che lavorava da loro come domestica, le affidarono le chiavi di casa e le comunicarono di dover partire immediatamente per Milano. Ad eventuali domande sulla loro partenza, la pregarono di rispondere di non saper niente. Lasciarono Verderio senza alcun bagaglio.
Alle nove circa, nella casa irruppero alcuni soldati tedeschi armati di mitra: era presente la signora Ida ancora intenta alle pulizie: Le assicurarono di non aver niente contro di lei, ma di cercare gli abitanti della casa (più volte, nei giorni seguenti, Ida Sala incontrerà questi militari, ormai di stanza a Verderio, che le rivolgeranno amichevolmente la parola), poi svuotarono i guardaroba gettando il contenuto nel cortile della casa: se ne impossessarono gli abitanti del paese, secondo alcune testimonianze, verrà bruciato, secondo altre.
Non si sa se a Milano le tre sorelle si rifugiarono a casa loro, in via Farini 40, o si nascosero in casa di conoscenti: Si sa invece che, probabilmente attraverso il cappellano del carcere, riuscirono ad avere notizie dei fratelli e a mettersi indirettamente in contato con loro. E' forse a causa di questa comprensibile imprudenza che fu individuato il loro rifugio e, il 21 ottobre, vennero arrestate.


Il carcere di S. Vittore servì, tra l'ottobre/novembre 1943 e la fine di gennaio del 1944, da luogo di concentramento per gli ebrei arrestati nella città e nella provincia di Milano, in alcune grandi città del nord Italia e nelle zone di confine tra l'Italia e la Svizzera. A questo scopo vennero destinati alcuni settori del carcere, requisiti fin dal settembre dai tedeschi e da loro direttamente gestiti. Responsabile per gli arresti e la detenzione degli ebrei era Otto Kock, un SS-Hauptscharführer che, per il crudele zelo con cui assolveva al suo compito, venne soprannominato dai suoi collaboratori "Judenkock", "Cucinatore di ebrei". Durante gli interrogatori, che effettuava personalmente presso il suo ufficio all' hotel Regina o a villa Luzzato, deposito dei beni sequestrati, utilizzava la violenza e l'intimidazione per ottenere dai prigionieri informazioni sul nascondiglio dei loro parenti.
La detenzione per i prigionieri ebrei era particolarmente dura: vivevano in completo isolamento, fu negata loro qualsiasi assistenza sanitaria, non poterono mai usufruire dell'ora d'aria giornaliera prevista dal regolamento. Soprattutto dovettero subire continue crudeltà ed umiliazioni. Una delle torture a cui venivano sottoposti consisteva nella cosiddetta "ginnastica": i detenuti venivano svegliati nel pieno della notte e costretti a percorrere i lunghi corridoi del carcere saltellando sulle ginocchia o strisciando bocconi sul pavimento.
La "ginnastica" e le percosse produssero un principio d'infezione ad una gamba al signor Ferruccio Milla che, di conseguenza, al momento della partenza per Auschwitz, venne trasportato al treno su di una barella. Questo fatto, di cui parlerà Enzo Levy, suo compagno di sventura, in una lettera indirizzata a Lea Milla, compromise certamente le sue possibilità, forse già scarse per via dell'età, di superare la "selezione" all'arrivo al campo.
All'inizio di dicembre del 1943, il numero di internati a San Vittore, frutto delle retate susseguitesi per tutto il mese precedente, era tale che il comando tedesco decise di formare un convoglio per Auschwitz. Se ne occupò il fiduciario di Eichmann, Theodor Dannecker, comandante del distaccamento volante della polizia di sicurezza nazista, cui spettava il coordinamento delle retate e delle deportazioni.
All'alba del 6 dicembre furono preparati, nei sotterranei della Stazione Centrale, i vagoni merce per effettuare il "trasporto". I prigionieri percorsero il tragitto fra il carcere e la stazione su camion con teloni abbassati, nascosti agli occhi di quei pochi che, in una Milano ancora addormentata, li avrebbero potuti vedere. Al treno partito da Milano si aggiunsero altri vagoni a Verona: insieme formarono il convoglio 5, che venne poi unificato con il convoglio 21T proveniente da Trieste.
Del convoglio 5 sono stati identificati 246 deportati, fra cui 20 bambini nati dopo il 1930. La più piccola, Rosa Osmo di Firenze, aveva solo pochi mesi, essendo nata nel 1943: verrà uccisa all'arrivo ad Auschwitz con due fratellini di due anni. Solo 5 persone faranno ritorno a casa.
Il treno si arrestò allo scalo merci di Auschwitz la mattina dell'11 dicembre, dopo cinque giorni e cinque notti di "allucinante viaggio", come lo definisce un reduce che racconta anche della fame e del freddo, dei pianti e dei lamenti, delle sofferenze dei vecchi e degli ammalati (testimonianza di Giuseppe Di Porto, in Liliana Picciotto Fargion, Gli ebrei... cit. in nota alla fine, pag. 40).
Giunti alla meta i prigionieri dovettero attendere, chiusi nei vagoni, che un altro treno venisse scaricato. Quando fu il loro turno, scesero sulla banchina dove cominciò la "selezione". Da una parte furono radunati coloro che sarebbero stati immessi nel campo, dall'altra i destinati alla camera a gas. Dei primi si conosce il numero esatto, 61 uomini e 35 donne (dato riferito ad entrambi i convogli, 5 e 21T), grazie ai documenti conservati al museo di Auschwitz, dove sono registrati i numeri di matricola degli immessi nel campo.
Secondo i risultati di un'approfondita ricerca condotta da Liliana Picciotto Fargion (Il libro della memoria, ...cit.) Ferruccio, Ugo, Laura, Lina ed Amelia Milla non superarono la selezione: dovettero così avviarsi, a piedi o su camion con il simbolo della Croce Rossa, verso gli edifici dove, in locali mascherati da docce, i non ammessi al campo venivano uccisi con il gas.


Un ordine di polizia (N.5, 30 novembre 1943), lo stesso che stabiliva che tutti gli ebrei residenti in Italia dovevano essere inviati in campi di concentramento appositamente allestiti, e un decreto legge (N.2, 4 gennaio 1944) ordinavano la confisca a favore dello Stato di tutti i beni, mobili e immobili, appartenenti a cittadini "italiani di razza ebraica" o a persone "straniere di razza ebraica non residenti in Italia". I decreti di confisca erano di competenza del "capo della provincia", denominazione che, nella Repubblica Sociale, aveva sostituito quella di prefetto.
Questi provvedimenti colpirono la famiglia Milla quando ormai i cinque fratelli erano morti. A Ferruccio venne confiscato, presso la Banca Commerciale di Milano, un conto di deposito con la somma di 770,50 lire, a Ugo due conti correnti, per un totale di 117,80 lire, ed i beni mobili sequestrati nell'appartamento di via Natale Battaglia N.41, dove aveva abitato in affitto prima di allontanarsi da Milano. Tali beni, di cui lo stato repubblichino poté arricchirsi, consistevano, secondo il verbale del sequestro redatto da un vicebrigadiere di Pubblica Sicurezza, in una bambola di pezza, cinquantacinque libri di lettura e otto giocattoli in legno per bambini.


Con la fine della Repubblica Sociale, anche gli ebrei residenti nel suo territorio riacquistarono i diritti cancellati dalla legislazione razziale: vennero estese anche lì, infatti, le leggi che a partire dal 1944 e nei mesi successivi, nel Regno d'Italia e nelle zone via via liberate, avevano posto fine alla persecuzione. Altre norme, approvate dopo il maggio 1945, completarono il processo di reintegrazione degli ebrei nella società civile.
Lea Milla, moglie di Ugo, con la madre e la figlia Serena lasciò la clinica di Carate Brianza poco dopo la Liberazione e andò ad abitare con il fratello Umberto in un appartamento messo loro a disposizione da un amico, l'ingegner Guffanti, titolare di un'impresa di costruzione: le loro abitazioni, infatti, erano state requisite durante la guerra e non vi poterono tornare. Serena poté frequentare, per la prima volta liberamente, la scuola. Un decreto revocò le confische attuate dalla Repubblica fascista ed i beni che ne erano stati oggetto vennero restituiti. Negli anni seguenti Lea acquisirà il diritto ad una pensione e nel 1968, grazie alla legge N.404 del 1963 a favore dei "cittadini italiani colpiti da misure di persecuzione nazionalsocialista", otterrà un indennizzo.
Il dopoguerra, per gli ebrei italiani, fu il tempo della riconquista dei diritti civili e politici, ma fu anche il tempo dell'angosciosa attesa del ritorno di quanti erano stati strappati alle famiglie e di cui non si conosceva la sorte: dall'Italia e dalle isole Egee furono deportate più di 8500 persone e di queste oltre 7500 morirono per gli stenti, o per le violenze, o perché uccise nelle camere a gas.
La signora Lea per anni cercò di avere notizie del marito e dei cognati: interpellò associazioni e partiti politici, fece pubblicare inserzioni sui giornali e si rivolse direttamente ai reduci dai campi di sterminio. Fra le risposte ai suoi appelli, la lettera di Enzo Levy, lo stesso a cui si è già accennato in precedenza, rappresenta l'ultima testimonianza certa riguardante i fratelli Milla in vita. Da Torino, il 16 agosto 1945, indirizzando a "CASA DI CURA - CARATE BRIANZA", egli scrive:


"Gentile signora Lea Milla, Rispondo solo oggi alla sua lettera del 3 corr., perché ero fuori Torino e sono ritornato solo ieri sera. Tutta la numerosa famiglia Milla era con me a S. Vittore e precisamente i due fratelli Ugo e Ferruccio e le tre sorelle Laura, Luisa [il nome esatto è Lina, N.d.A.] ed Amelia. Stavano tutti discretamente (come si può stare in prigione, senza sapere cosa ci attendeva). Soltanto il signor Ferruccio a causa delle percosse ricevute e della "ginnastica" fattaci fare dai signori SS aveva un principio di infezione ad una gamba ma il giorno della partenza venne trasportato all'ultimo momento, su di una barella sino alla stazione e caricato sul carro bestiame, assieme a noi tutti. Non so se abbia resistito al viaggio che durò sei giorni ma all'arrivo ad Auschwitz gli uomini giovani e forti vennero subito divisi dagli altri e quindi non ebbi più modo di vedere nessuno dei suoi parenti. Si teme però che quasi nessuno sia delle donne che dei bambini e dei vecchi, per non parlare degli ammalati, sia sopravvissuto. Questo pensiero è così straziante anche per me, che in quel gruppo avevo mia madre e mia sorella, che io stesso stento a crederlo. Pensi, cara signora, che io sono uno dei pochissimi superstiti finora rientrati in Italia! Moltissimi sono ancora gli assenti e di questi solo di pochi si hanno e si potranno avere notizie! Non disperi tuttavia e riceva tutti i miei auguri che Dio le conceda di rivedere le persone a Lei care. Le porgo i miei ossequi. Enzo Levy


Marco Bartesaghi



Questo articolo è apparso in "Archivi di Lecco" N.1, 1994. Per la sua stesura mi sono avvalso delle testimonianze dirette della signora Serena Milla, cui appartengono le foto di famiglia e la lettera di Enzo Levy, della signora Ida Sala, dei signori Nicola Passaquindici e Francesco Amendola, del prof. Magnoni, figlio del primario della clinica "Carate Brianza" quando Lea e Serena Milla vi restarono nascoste, e lui stesso primario della clinica (ora "Zucchi") al momento dell'intervista. Ho potuto inoltre accedere all'archivio parrocchiale, grazie all'allora parroco Don Giuseppe Brivio, e a quello comunale di Verderio Superiore. Perché accompagnato dalla signora Serena, parente delle vittime, ho potuto consultare le carte riguardanti la persecuzione, conservate presso l'Archivio di Stato di Milano, nonostante non fossero passati i settant'anni prescritti per i documenti classificati come riservati. Preziosi consigli ho ricevuto in più occasioni dal signor Michele Sarfatti del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, e uno straordinario aiuto dall'amico Gianmaria Calvetti, che ha collaborato alla ricerca in tutto il suo svolgimento.
Successivamente l'articolo è apparso, ridotto su iniziativa delle redazioni, in:
"brianze ", numero 34, aprile 2005
"la curt", numero 2, febbraio 2006
E' stato anche ripreso da Giulio Oggioni per il suo libro "VERDERIO 1940 - 1945"


NOTA
I testi cui si è fatto più diretto riferimento nell'articolo sono i seguenti:
Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia (1943-1945), Mursia, Milano 1991.
Liliana Picciotto Fargion, Gli ebrei in provincia di Milano: 1943-1945. Persecuzione e deportazione. Amministrazione Provinciale di Milano, Milano 1992.
Michele Sarfatti (a cura di), 1938, le leggi contro gli ebrei, in "La rassegna mensile di Israel", vol. LIV, N.1-2, gennaio-agosto 1988.

SUOR LUIGIA GAZZOLA E MONS. ETTORE CASTELLI NEL RICORDO DI LEA MILLA

Lea e Serena Milla, madre e figlia, scampate all'arresto da parte dei tedeschi, fuggirono da Verderio e trovarono rifugio a Carate Brianza nell'attuale Clinica Zucchi. Qui si ricongiunsero con la mamma di Lea, Nelly Coen Gialli.
Nella clinica , che allora si chiamava "Casa di cura per signore" erano rifugiati altri ebrei fra cui i fratelli Sadum, una signora di nome Lorie e un'altra signora, di origine austriaca, di nome Giordan.
Risiedevano nella clinica anche alcune famiglie di sfollati. Fra queste la famiglia Bulli, padre, madre e due figli, proveniente da Milano. I signori Bulli erano parenti di una suora dell'ordine di Maria Bambina in servizio presso la clinica, suor Giuseppina Bonciani.
Serena Milla e il signor Guido Bulli, il maggiore dei figli, mi hanno fornito queste notizie.
Serena ricorda che quando venivano i soldati tedeschi ad ispezionare la clinica i rifugiati avevano l'ordine di nascondersi fra i malati di mente. Quando non c'era tempo, lei si nascondeva sotto un divano, da dove vedeva passare gli stivali dell'ufficiale tedesco.
Guido ricorda che un giorno fu suor Giuseppina a ricevere un Ufficiale che le chiese se ci fossero ebrei nascosti: rispose che c'erano solo "matti": l'intervento di una signora malata che cominciò a sbaciucchiare il militare aiutò a confermare la sua versione.


Serena Milla, come già accennato nell'articolo, ricorda in particolare l'aiuto che ebbero dalla Madre Superiore, suor Luigia Gazzola.
Suor Luigia, il cui nome civile era Rita, era figlia di Francesco e Luigia Baldin. Nata il 5 marzo 1900 a Altivole, in provincia di Treviso, divenne suora dell'ordine di Maria Bambina il 25 marzo 1929. In possesso di diploma di infermiera di ospedale psichiatrico, svolse il suo servizio a Venezia prima di essere trasferita, nel 1938, a Carate dove rimase fino al 1950. E' morta a Bassano del Grappa il 22 marzo 1983.
IL 17 aprile 1955 , in occasione del X anniversario della Liberazione , gli ebrei d'Italia celebrarono a Milano la "Giornata della Riconoscenza", dedicata a tutte quelle persone che durante il periodo delle persecuzioni si erano prodigate a favore degli ebrei perseguitati.
Lea Milla venne probabilmente a conoscenza in ritardo di questa iniziativa. Per questo, forse, solo il 29 maggio di quell'anno inviò una lettera al comitato promotore per narrare la propria vicenda e segnalare i nomi delle persone che più si spesero in aiuto suo, della mamma e della figlia ancora bambina. Non posso pubblicare per intero il testo della lettera, perché non ho ricevuto il permesso del Centro di Documentazione Ebraica che possiede l'originale. Citerò solo i brani che riguardano suor Luigia e Monsignor Ettore Castelli.
Di suor Luigia Lea Milla scrive:
" Dopo aver errato con la mia bambina per dieci giorni, dopo aver tentato mille strade e bussato a mille porte , sono arrivata alla casa di cura di Carate Brianza, per malate di malattie mentali. La Madre Superiore di tale istituto , dopo aver ascoltato il mio racconto allucinato e allucinante, con le lacrime che le scorrevano abbondantemente dagli occhi, ha aperto le braccia e ha detto - Vada a prendere la sua bambina e la porti qui-".
Lea, Serena, di nove anni, e Nelly si fermarono per un anno e mezzo con scarsissimi mezzi e, non essendo in alcun modo registrati, senza carta annonaria.
Suor Luigia dovette contrastare il desiderio di alcuni dirigenti dell'istituto che, probabilmente per paura, le chiedevano di allontanare almeno Lea e la figlia. Così racconta Lea:
"A un certo momento le autorità a lei superiori avrebbero desiderato che mandasse via almeno me e la bimba:dopo lunghe discussioni, di cui io non ho mai saputo nulla, ha finito col promettere che ci avrebbe cercato una sistemazione. Per un anno ci ha poi tenuto, cercando una sistemazione e...non trovandola perché sapeva che uscendo di lì ben poche speranze di salvezza avremmo avuto in quel mondo impazzito".


Punto di riferimento per suor Luigia in questa opera di protezione verso i rifugiati fu Monsignor Ettore Castelli, Vescovo Ausiliare del Cardinal Schuster. Nato a Casatico di Siziano (Pavia) il 31 ottobre 1881, fu ordinato sacerdote nel 1905 ed entrò a far parte della Congregazione dei Padri Oblati di Rho. Con Papa Pio XI fu Assistente al Soglio Pontificio. Morì a pochi giorni dalla Liberazione, il 3 maggio 1945.
Presso la clinica di Carate si recava a tenere gli esercizi spirituali e, a volte, per celebrare la liturgia. Guido Bulli ricorda di aver ricevuto da lui la Cresima.
Di lui scrive Lea Milla:
"In quest'opera di... resistenza (Suor Luigia) è stata moralmente sostenuta dal compianto Monsignor Ettore Castelli, Vescovo di Famagosta, che si era affettuosamente interessato del nostro caso e che Essa ogni tanto veniva a Milano a consultare".
Dopo aver ricordato l'aiuto ricevuto anche dalle altre suore presenti alla clinica, Lea conclude:
"Altri nomi avrei da segnalare di persone che in quella tragedia ci hanno fatto sentire il calore della loro solidarietà ma quelli della Superiora della Casa di Cura di Carate Brianza e del Vescovo Castelli, morto nei giorni della Liberazione, sono per noi veramente indimenticabili".
In occasione del "Giorno della Memoria" del 2003, la lettera di Lea è stta esposta alla mostra organizzta a Milano dall'Associazione Figli della Shoa. La copia che possiedo mi è stta donata da Serena Milla.

A seguito della segnalazione di Lea, la Comunità Israelitica Milanese inviò a suor Luigia la seguente lettera, ora conservata presso l'Archivio Generale - Suore di Carità Sante Capitanio e Gerosa , in via S. Sofia a Milano

LETTERA DELLA COMUNITA' ISRAELITICA DI MILANO A SUOR LUIGIA GAZZOLA


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CANOTTAGGIO - 3 -





Mandello visto da Onno







Il Moregallo



La punta di Abbadia





Mandello








Mandello: approdo mulini




Onno da Mandello

mercoledì 11 marzo 2009

SGRADEVOLE INCONVENIENTE

Mi sono accorto solo da qualche giorno che, accedendo al blog attraverso Internet Explorer, i testi contengono molte righe di cose incomprensibili (magari hanno anche un nome tecnico ma io non lo conosco). Non me ne ero ancora reso conto perché entrando con Mozilla Firefox, come faccio abitualmente, il problema non si presenta.
Qualcuno mi ha detto che forse la causa è da ricercare nel fatto che compongo gli articoli facendo "copia e incolla" da file scritti in precedenza: sarebbe un guaio, perché non posso fare altrimenti: avrei bisogno di troppo tempo per riscrivere direttamente i testi nel blog.
Purtroppo non sono capace di rimediare all'inconveniente e quindi non posso far altro che scusarmi con i visitatori . Se però qualcuno fosse in grado di spiegarmi come fare potrei "riparare il guasto". Attendo quindi, attravarso una mail o un commento a questo avviso , i vostri consigli. Tenete presente che se usate un linguaggio troppo tecnico io non lo capisco e quindi sarei ancora al punto di partenza: serve un approccio a "prova di scemo". Grazie, Marco Bartesaghi

domenica 8 marzo 2009

CASSANDRA DI VITTORIO GNECCHI RUSCONE ED ELEKTRA DI RICHARD STRAUSS AL TEATRO DELL'OPERA DI BERLINO

Il 31 gennaio e il 13 febbraio scorsi, al Deutsche Oper di Berlino, sono state rappresentate contemporaneamente le opere Cassandra di Vittorio Gnecchi Ruscone ed Elektra di Richard Staruss. A dirigerle è stato chiamato il maestro Kazushi Ono, mentre la regia è stata affidata a Kirsten Harms. Il pubblico ha così potuto ascoltare e confrontare le opere dei due compositori che tante polemiche avevano suscitato nei primi anni del novecento, ai tempi delle loro prime esecuzioni. Su questa vicenda, in questo blog si possono trovare notizie nell’articolo: “FESTA A VERDERIO IL 7 OTTOBRE 1896: LA RAPPRESENTAZIONE DI UN’OPERA DI VITTORIO GNECCHI” . Per trovare questo articolo e altre pubblicazioni del blog riguardanti Vittorio Gnecchi si può fare doppio clic alla relativa voce nell’elenco etichette.

Per maggiori informazioni sul compositore, per conoscere la sua produzione musicale e la bibliografia che lo riguarda si può visitare il sito dell’Associazione Vittorio Gnecchi Ruscone al seguente indirizzo: http://www.associazionegnecchi.org/ita/news.html.

Cassandra è stata composta nel 1904. Vittorio Gnecchi si poté avvalere di un testo scritto da Luigi Illica , uno dei pìù celebri librettisti dell’epoca, autore, insieme a Giuseppe Giocosa, dei libretti per le opere di Giacomo Puccini La bohème, Tosca e Madama Butterfly.

Cassandra debuttò il 5 dicembre 1905, al teatro Comunale di Bologna : a dirigerla fu il maestro Arturo Toscanini.

Tema dell’opera è il ritorno da Troia, dove era stato capo degli Achei, di Agamennone, re di Micene, e il suo assassinio perpetrato dalla moglie Clitemnestra. Ella aveva agito in complicità con Egisto, colui che aveva ucciso il padre di Agamennone, Antreo, consentendo a Tieste, il proprio padre, di diventare re di Micene. Tieste era stato in seguito scacciato ed Egisto esiliato, dallo stesso Agamennone che, con il fratello Menelao, era tornato a Micene per riconquistare il trono. Durante la guerra di Troia, Egisto era diventato amante di Clitemnestra, inducendola a progettare l’assassinio del marito Agamennone. Oltre a quest’ ultimo Clitemnestra uccise anche Cassandra, la figlia di Priamo, re di Troia, che Agamennone aveva portato con se in patria. Cassandra, che aveva ricevuto da Apollo capacità profetiche ma anche, per punizione, la condanna a non essere ascoltata, aveva preannunciato le intenzioni di Clitemnestra ma il popolo incredulo l’aveva derisa. Muore, e l’opera finisce, con la premonizione che Oreste, figlio di Agamennone, per vendicare il padre avrebbe un giorno ucciso Egisto.

DIARIO D'OPERA di Cristina Carlotti

Dopo aver assistito alla rappresentazione di Casandra, Cristina Carlotti, discendente di Vittorio Gnecchi Ruscone, ha scritto questa memoria che gentilmente mi ha fatto avere e permesso di pubblicare. Grazie


Cassandra / Elektra
Di Vittorio Gnecchi Ruscone / di Richardstaruss
Deutsche Oper Berlin
13 febbraio 2009
h 19.00

Scenografia essenziale, costumi moderni.
Una muraglia dorata come sipario/scenario luminoso dalle magiche aperture da dove uscivano ed entravano le figure.
Sabbia nera, Agamennone di rosso tutto il viso e il corpo tinto,Clitennestra allo stesso modo con le braccia color rosso vivo,sono così i colori della” Tragedia” che con la musica di Gnecchi, melodica, temperata e forte, parlano di amore,tradimento,disincanto,passione,dolore,vendetta:i sentimenti che costellano questa famiglia maledetta.
Cassandra : viso bianco, scavato, corpo longilineo, capelli lunghi neri, giacca da uomo nera, barcollante si dispera e predica il vero tragico destino.
Il coro entra in scena come le ali della speranza o dell’angelo della morte che impetuoso prende ruolo nella grande scatola dorata.
Sono tutti uguali uomini e donne in bianco e nero ,parrucca bianca ,pantaloni e giacca neri che col loro canto esaltano la musica, avvolgendo il tema della tragedia greca come una delicata guaina di dolcezza all’italiana.
Gli attori sono sicuri ,penetrano nei personaggi con sentimento e in perfetta simbiosi con la musica di Gnecchi.
La platea è al completo, piena di spettatori entusiasti, e ha applaudito energicamente con urla e consensi per la durata di cinque dieci minuti consecutivi.
Ci si aspettava quasi l’apparire di Vittorio Gnecchi accanto al Direttore d’orchestra Kazushi Ono applaudito a lungo insieme alla fila di attori provati e sorridenti .
Applausi, applausi, applausi e confesso che a fine applausi ho esclamato : “VIVA GNECCHI”
Ho raggiunto, a fine spettacolo, il camerino del direttore d’orchestra : Maestro Kazushi Ono che mi ha parlato con un bellissimo italiano e ha risposto, su mia domanda, che SÌ verrà fatta un’incisione del Cd Cassandra / Elektra.
Ho approfittato per lasciargli i riferimenti dell’Associazione Musicale Vittorio Gnecchi e mia mail.
Al bookshop era ben visibile in vendita il libro in inglese : “the Cassandra Case” Ed. Bietti di Marco Iannelli musicologo. Spiccava la mancanza di almeno un CD di Cassandra in vendita abbinata o combinata ,vedendo a fianco le numerose copie di Cd di Elektra. Mancava , si mancava il Cd di combinata Cassandra /Elektra

.
Al ristorante caffetteria: The Opera restaurant dopo la rappresentazione, a lato del Deutsche Oper Berlin si respirava l’incanto del sogno realizzato dell’opera messa in scena appena vista . Una tenda di velluto rosso decorava le pareti del ristorante che come il sipario di scena , riportava al colore vivo della vendetta e dell’amore trasformato in odio.
Le luci delle stelle e il faro della luna hanno accompagnato il mio passo di ritorno all’albergo accanto al teatro. I quadri nella stanza che incorniciavano partiture musicali hanno chiuso i miei pensieri nel sonno in questa gioiosa notte di freddo inverno berlinese.
Così il raccolto di tante fatiche ,in questa serata d’inverno,è stato compensato da applausi ed ovazioni !!!
Cristina Fb2009

INIZIATO IL RESTAURO DELLA FONTANA DI NETTUNO


Sono iniziati da qualche settimana i lavori per il restauro della Fontana di Nettuno. L’intervento è stato progettato dall’architetto Roberto Spreafico che ha ricevuto dall’amministrazione comunale l’incarico di valorizzare e salvaguardare questo monumento, a cui viene riconosciuto interesse storico, artistico ed architettonico.

Il progetto comprende l’impermeabilizzazione della vasca e l’adeguamento degli impianti idraulico, elettrico e d’illuminazione

LA FONTANA DI NETTUNO: qualche fotografia






LA FONTANA DI NETTUNO: qualche notizia






La Fontana di Nettuno fu installata al centro del terreno di fronte a villa Gnecchi negli anni venti del ‘900: l’area, conosciuta in precedenza come Campogrande, venne denominata allora: “Pratone di Nettuno”.

In quegli anni Vittorio Gnecchi Ruscone apportò rilevanti modifiche alla facciata della villa, che aveva ereditato dal padre Francesco e che, fino al 1888, era stata di proprietà della famiglia Confalonieri: la scalinata centrale fu dotata di balaustra in pietra scolpita; le finestre del terzo piano vennero private del terrazzo a ringhiera e, al loro fianco, in nicchie già esistenti, furono poste due statue; altre sei statue vennero allineate sulla sommità dell’edificio.
Foto N. 1 La facciata della villa Gnecchi come appariva
prima delle modifiche promosse da Vittorio Gnecchi


Al centro della prima trovò posto, come già detto, la Fontana di Nettuno; su tre lati del perimetro fu piantata una carpinata (doppia quella orientale) e il lato affacciato alla strada fu chiuso da una bassa inferriata.


Foto N.2 In questa cartolina degli anni venti del novecento appare

la fontana di Nettuno senza le statue. La facciata della villa non era ancora

stata modificata e l'inferriata a bordo della strada non ancora realizzata.


L’area sul retro fu arredata con un viale formato da una doppia fila di cipressi chiuso sul fondo da una fontana, sormontata da arco trionfale.
Foto N.3 La fontana di Atalanta e Meleagro in
un'immagine degli anni quaranta del '900.

Al centro dell’arco la dea Diana che osserva Meleagro eAtalanta che, con l’ausilio di due cani danno la caccia ad un cinghiale. In due archetti laterali Apollo e Venere (quest’ultima scomparsa da qualche anno). Una serie di statue poste su piedistalli e raccordate da architettura vegetale delimitava il lato meridionale.

Foto. N4 La fontana con ancora la statua di Venere poi scomparsa


Mentre per il parco di Nettuno e per la relativa fontana non si conoscono, almeno per il momento, documenti scritti riguardanti la progettazione e la realizzazione, per la fontana di Atalanta e per la porzione di parco che la comprende le notizie sono più abbondanti.

E’ del 1926/27, la pratica per “l’acquisto di un area comunale per prolungare il muro di cinta della villa padronale in Verderio Superiore”, degli stessi anni il progetto, redatto dall’architetto Reda, per la fontana - dove la scena di caccia, però, non corrisponde ancora a quella poi realizzata - e per la scalinata e la cancellata che dai giardini della villa si sarebbe poi aperta verso il nuovo parco; del 1929 la composizione, da parte del maestro Vittorio Gnecchi, di un balletto intitolato “Atalanta”che, quasi sicuramente, ispirò il tema per la scena rappresentata al centro dell’arco trionfale. Si sa inoltre che la fontana fu realizzata dalla ditta Morseletto di Vicenza dedita alla “lavorazione della pietra di Vicenza” e “specializzata in lavori ad


imitazione dell’antico”.


La storia di Verderio Superiore è caratterizzata dalla presenza di alcune famiglie nobili o borghesi: gli Airoldi, fino alla metà del ‘600, seguiti dai Confalonieri (1651–1888) e dagli Arrigoni (1661-1824); infine la famiglia Gnecchi Ruscone, presente dal 1842 fin oltre la metà del novecento.

Nel XIX e XX secolo i Confalonieri e gli Gnecchi, oltre ad aver avuto un peso decisivo nello sviluppo economico e sociale del territorio, hanno, con le loro opere, inciso profondamente sull’aspetto urbanistico del paese. Dei primi rimangono alcuni importanti edifici rurali (cascine Alba, La Salette e Airolda nel suo attuale aspetto; Corte Nuova in via S. Ambrogio; Aia), l’assetto di alcune strade (Via per Paderno e Via per la Cascina ai Prati); agli Gnecchi si deve la costruzione del municipio, dell’asilo, della chiesa parrocchiale, del cimitero, dell’ambulatorio e della maternità, della Fonte Regina, di alcune cascine.

E’ all’intervento di queste due famiglie che si deve inoltre lo sviluppo della villa, che è bene individuare con ambedue i loro nomi, Confalonieri–Gnecchi, fino a farle assumere l’aspetto che noi oggi vediamo. Di questo sviluppo gli interventi effettuati da Vittorio Gnecchi Ruscone nella seconda decade del ‘900, rappresentano probabilmente l’ultimo stadio, prima della trasformazione dell’edificio in condominio.

Per il ruolo che queste due famiglie hanno ricoperto a Verderio assume notevole importanza, dal punto di vista storico, la conservazione delle opere, fra queste la Fontana di Nettuno, che esse hanno realizzato durante la loro presenza a Verderio Superiore.
Foto N.5 Il parco e la fontana di Nettuno in una fotografia
degli anni quaranta del '900 ripresa dalla sommità della Villa Gnecchi.

Marco Bartesaghi 10/2/2008

Questo testo è stato allegato al progetto di restauro della Fontana di Nettuno.