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giovedì 3 novembre 2022

FRANCESCO GNECCHI RUSCONE (1924-2022)

 

Il 20 settembre scorso, è morto a Milano l'architetto Francesco Gnecchi Ruscone. Aveva 98 anni, era figlio di Gianfranco e di Antonia Caccia Dominioni. Suo padre fu sindaco di Verderio Inferiore dall'aprile 1945 al 1960, nominato dal CLN, subito dopo la Liberazione, e in seguito a elezioni comunali dal 1946 in poi.

Francesco, nel settembre del 1943, dopo l'occupazione tedesca e la fondazione della Repubblica Sociale, aderì al movimento di Resistenza e nel 1944 entrò a far parte di "Nemo", una missione del SIM, il servizio informazioni militare del Regio Esercito. Venne arrestato, torturato e condannato a morte. Si salvò e partecipò alla liberazione di Milano.

Dopo la guerra, conseguita la laurea presso il Politecnico di Milano, iniziò la sua lunga storia di architetto, come professionista - suoi progetti sono realizzati in Italia e nel mondo - e come insegnante - al Politecnico di Milano, alla Architectural Association di Londra e a Yale, negli Stati Uniti. Il suo archivio professionale è conservato al CASVA , presso il Castello Sforzesco (una copia dell'inventario è consultabile alla biblioteca di Verderio).

Francesco Gnecchi Ruscone era legato a Verderio da un profondo legame, soprattutto con la  Bergamina, la casa che i suoi genitori avevano acquistato negli anni trenta del novecento.È stata certamente una  dimostrazione di questo legame la sua decisione di mettere a disposizione della nostra comunità la parte di documenti della sua famiglia riguardanti Verderio, che erano in suo possesso. Riconoscenza vorrebbe che l'Archivio Storico di Verderio, che queste carte conserva e che da queste carte ha acquisito gran parte del suo interesse documentale, venisse adeguatamente valorizzato.

Negli anni scorsi Francesco Gnecchi, in due occasioni, è venuto a Verderio a presentare due suoi libri. Il primo riguarda la sua esperienza partigiana e si intitola Missione "Nemo", un'operazione segreta della Resistenza militare italiana 1944-1945. 

Nell'altro, Storie di architettura, conversando con Adine Gavazzi, architetto e antropologa, Francesco, ricostruisce la  sua esperienza professionale e riflette sul mestiere di architetto.

Francesco Gnecchi Ruscone è stato un amico di questo blog.  Lo chiamava Verderio Time: un'esagerazione che però mi faceva piacere e mi incoraggiava a continuare. Chissà, forse non è troppo tardi per ringraziarlo ancora una volta.

Cliccando sull'etichetta Architetto Francesco Gnecchi Ruscone potete trovate tutti gli articoli che lo riguardano.

Marco Bartesaghi

RACCONTO DI RESISTENZA video intervista a Francesco Gnecchi Ruscone realizzata dal CASVA di Milano

Il CASVA è un istituto di documentazione di Milano che si occupa di architettura, di design e di grafica. Nel 2002  Francesco Gnecchi Ruscone, quando ha chiuso il suo studio di architettura, ha depositato al CASVA il suo archivio professionale.

In questa intervista, realizzata per "la notte degli archivi" 2020/21, Francesco Gnecchi parla della sua partecipazione alla lotta partigiana.

Potete ascoltarla al seguente indirizzo:

https://www.archivissima.it/2021/video/966-intervista-a-francesco-gnecchi-ruscone




UN CONVIVIO PER CHI AMA L'ARCHITETTURA prefazione di Giancarlo Consonni a "Storie di architettura" di Francesco Gnecchi Ruscone

Con le autorizzazioni dell'editore, Francesco Brioschi, e dell'autore, Giancarlo Consonni, che ringrazio, vi presento la prefazione al libro "Storie di architettura"  che, nel 2014, l'architetto Francesco Gnecchi Ruscone  ha scritto, in forma di conversazione, con Adine Gavazzi.



UN CONVIVIO PER CHI AMA L'ARCHITETTURA

di Giancarlo Consonni

Introduzione a Francesco Gnecchi Ruscone, Storie di architettura, 2014

Storie di architettura è un libro inusuale e per certi versi controcorrente. Lo percorre una felicità aurorale, mattutina, che è tutt’uno con un modo di disporsi nel mondo. A cominciare dal fare bene il proprio mestiere, cogliendo ogni occasione per portare a miglior espressione le potenzialità ricevute in dono. E, se in fatto di architettura Francesco Gnecchi Ruscone ha dimostrato tutto il suo valore di progettista, allo stesso tempo ha saputo muoversi su un orizzonte assai ampio dando forma e sostanza, con determinazione e fiuto sicuro, al progetto di una vita. Un modo di essere della ευδαιμονία (eudaimonìa). Non a caso la parola compare a un certo punto in queste conversazioni, a suggello di ciò che il libro lascia prima intravedere e alla fine esplicita a tutto tondo. 

Il racconto ha un procedere rapsodico, ben sollecitato in forma conviviale da Adine Gavazzi, che qui combina le sue capacità di ricercatrice con quelle di maieuta. Di formazione architetto, la curatrice del volume ha alle spalle un percorso che l’ha portata a studiare in chiave antropologica le civiltà precolombiane con risultati di grande rilievo. Una passione per l’avventura intellettuale e umana che può spiegare come questa singolare figura di architetto antropologo sia stata attratta dalle esperienze e dagli incontri di cui è costellata la vita del suo interlocutore. 

Essere architetti è certamente un privilegio. Abbiamo completato cicli di studi appassionanti su temi che hanno a che vedere con la bellezza e godiamo del lusso di offrire i nostri servizi a gente che ce li richiede in un momento felice di speranza [...]. 

Questo passaggio, come diversi altri di Storie di architettura, rivela come tra Adine e Francesco si sia stabilito un patto tacito. Il loro conversare sulla terrazza di Largo Richini 4 a Milano non si è svolto solo di fronte a un capolavoro – l’Ospedale Maggiore di Filarete – ma idealmente anche al cospetto di due ampie compagini: quella degli appassionati di architettura e quella di coloro che si avvicinano all’architettura da neofiti. Rendendo palpabile il pubblico a cui si rivolge, il libro rivela così il suo intento. Non è solo una testimonianza sul lavoro sapiente e appassionato di un progettista di vaglia che ha operato per oltre mezzo secolo: è un tentativo di dar vita a un convivio, a uno spazio ideale nel quale ragionare insieme - soprattutto con i (potenziali) lettori più giovani - sulle buone pratiche. Un modo per chiamare a convegno chi è interessato al concreto operare per il bene comune, in particolare a rendere l’ambiente fisico abitabile, bello e fecondo per gli individui e la società. 

Francesco Gnecchi Ruscone ha sempre diffidato delle costruzioni teoriche poste aprioristicamente a guidare il fare. È cresciuto nutrendosi dell’esperienza diretta, cercando di trarre insegnamenti dai risultati, quelli conseguiti dai migliori architetti come quelli pazientemente conquistati in prima persona. Questa disponibilità a imparare in lui è tutt’uno con una spiccata propensione didattica. Ne ho avuto conferma quando da studente, nel 1964-65, ebbi modo di vederlo all’opera tra gli assistenti di Ernesto Nathan Rogers, nel corso di Elementi di composizione al Politecnico di Milano. 

Eppure, lui che di energie a insegnare ne ha spese, a conti fatti è stato un antiaccademico. Evidentemente non gli si confaceva l’aria di chiuso delle conventicole, le schiere adoranti e i tristi rituali delle accademie: quelle spiagge desolate in cui si arenano le migliori intenzioni, quando la fame di consenso prevale sul prendere rischi in campo aperto. E Francesco Gnecchi Ruscone di rischi ne ha presi, per curiosità e tensione etica; e anche per il gusto di mettersi continuamente alla prova nel perseguire «virtute e canoscenza» (in chiara continuità con il suo impegno nella Resistenza). Il suo tenersi alla larga dalle liturgie accademiche, non ha impedito che, anche lontano dall’università, egli continuasse a mettere a disposizione a chiunque fosse interessato le competenze accumulate nel suo lavoro in patria e in giro per il mondo. È questa stessa disponibilità del resto che lo ha portato a fornire un contributo prezioso nella difficile fase costitutiva della Scuola di Architettura di Algeri.

Francesco Gnecchi Ruscone e Adine Gavazzi presentano il libro a Verderio (27/2/2015)

Fare di un libro un ideale convivio passa inevitabilmente anche attraverso la ricerca di una sintonia. Sintomatico il modo in cui il lettore viene messo a contatto con l’emozione provata dal protagonista nell’intraprendere la sua prima esperienza progettuale: quell’esercizio di immaginazione, condiviso con il committente, che assume i caratteri di un sogno ad occhi aperti, a cui anche chi legge è invitato a partecipare. Ma l’emozione non si spegne: si rinnova nella restituzione di ogni momento importante: di pagina in pagina è tenuta viva come una fiammella. 

E non si tratta solo di un artificio retorico. Episodi, incontri, traiettorie, intersezioni, successi e fallimenti, scontri e sinergie possono essere riproposti in modo coinvolgente perché sono stati vissuti dal protagonista a tutto campo: hanno una portata culturale e umana, oltre che professionale. Così condividiamo i timori e l’ebbrezza per lo schiudersi di una prospettiva, per una sfida che sollecita a mobilitare tutte le energie di cui si dispone e a rinvenirne di nuove nel compiersi della prova. Il senso di felicità che da tutto questo traspare è tutt’altro che a buon mercato: ha il suo contrappeso nelle difficoltà che, in imprese piccole e grandi, si sono dovute superare e persino nello sgomento provato di fonte a prove di grande portata, come quella che ha visto il protagonista lavorare a fianco di Adriano Olivetti nella ricerca di un habitat civile per gli abitanti dei Sassi di Matera

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venerdì 15 marzo 2019

"LA VITA È BELLA. Acquarelli & Chiacchiere di un pittore della domenica". Il nuovo libro di Francesco Gnecchi Ruscone











“LA VITA È BELLA. Acquarelli & chiacchiere di un pittore della domenica” è il nuovo libro di Francesco Gnecchi Ruscone, il terzo, dopo quello dedicato al suo contributo alla lotta di Liberazione dal fascismo e l'altro dove racconta, rispondendo alle domande  di Adine Gavazzi, le storie legate alla professione di architetto (1).








In quest'ultimo libro sono raccolti i disegni ad acquarello a cui si è dedicato, avvicinandosi agli ottant'anni e alla fine della sua attività professionale, quando ha dovuto “inventare qualcosa da fare per riempire il mio tempo: non ho mai conosciuto le gioie del dolce far niente: ne ho sempre solo temuto la noia”


Tre libri, tre epoche della vita, tre argomenti completamente diversi. Cosa hanno in comune? Lo stile del loro autore, la sua arte di avanzare con  passo leggero (devo spiegarmi meglio? allora la dico così: la sua arte di non tirarsela) che credo sia evidente nei tre brani che ho trascritto.

Della sua partecipazione alla Resistenza, nel primo libro, scrive, con una nota di autoironia: “... il mio contributo personale è certo modesto: l'organizzazione di qualche lancio, il rilievo di una linea di fortificazione che in definitiva non è mai neanche stata guarnita, mesi di inattività causati da una mia mancanza di prudenza, la partecipazione alla insurrezione di Milano, che in sostanza è solo consistita nell'accettare la resa di nemici scoraggiati e rassegnati, tutto questo non è materia da farci su un'Iliade”
(2)

“Alla mia età si sente un forte richiamo di affinità e simpatia per chi ha voglia di raccontare le sue storie: l'anziano del villaggio nell'ombra fresca dei rami di un banyan o il resgiô della cascina davanti al paiolo della polenta, nel camino”,dice nel secondo (3).

Ne' “La vita è bella”, il nuovo libro, scrive: “Se da questo libro dovrà uscire un mio profilo, vorrei rappresentasse qualcuno che vuole condividere con il suo prossimo sguardi sui momenti felici, spargere incoraggiamento e buon umore, almeno fra chi, come me, cerca il bello fra le piccole cose”(4).





***

“C'è in questi acquarelli di Gnecchi Ruscone qualcosa che ci riporta indietro nel tempo, quando il frastuono del mondo non era ancora arrivato a distrarci a ogni ora del giorno e della notte”. Sono parole di Susanna Tamaro, che del libro ha scritto la prefazione, intitolandola “Un piccolo mondo antico".
 


Paesaggi, dove l'orizzonte è chiuso da profili di montagne o di colline, da filari di alberi o da una riga blu scuro di mare.
 



"CALA ROSSA A FAVIGNANA", pagg. 42-43


Paesaggi abitati da vari animali, per ricordarci “che non siamo gli unici abitanti di questo giardino fiorito” (Susanna Tamaro).

***

Ogni acquarello è  accompagnato dalle  “chiacchiere”, un breve racconto, che ne spiega il contesto o si concentra sul “personaggio principale”:
 

“Molti importanti scienziati sostengono che non sono le cicogne a portare i bambini alle mamme; finché non avremo prove certe del contrario dobbiamo crederlo. Questi bellissimi uccelli... ecc.”.
 

 
"LA VISTA DAL NIDO DELLE CICOGNE", pagg. 64-65


Altre "chiacchiere" sono in versi, brevi poesie, alcune dedicate alla moglie Lola, la compagna di una vita, mancata qualche anno fa:
 

Ardi, Peonia
nel sole di un mattino di Maggio,
danzando tra piume ondeggianti
di alti bambù.
Io siedo,
rana su una foglia di loto,
muto per tanto splendore.

 
Per Lola, 10/6/1982 (5)

 
"PEONIA", pagg. 66 - 67


Per deformazione personale, ho cercato se fra i disegni ce ne fosse qualcuno riguardante Verderio. L'ho trovato. È l'ultimo, intitolato ALLODOLE:

“Il paesaggio che ho dipinto è la ricostruzione idealizzata di un paesaggio reale della mia infanzia: i prati intorno alla cascina Bergamina, la casa di mio padre […]. È il ricordo di una mattina lontana: dovevo avere dieci o dodici anni ed ero uscito a passeggiare nei prati, senza una meta precisa. A un certo punto mi sono sdraiato sull'erba […]. Totalmente rilassato, udivo le allodole, altissimi puntini vibranti, trillare componendosi nel fruscio dell'acqua scorrente nella chiusa di una roggia, vedevo la lucentezza del cielo inquadrato dalle creste nitide  di Grigne e Resegone sopra l'ondeggiare leggero delle cime dei pioppi, [...]”
 

"ALLODOLE", pagg. 112 - 113

***


Non sono affatto da trascurare, a mio avviso, anche gli schizzi a matita presenti nel libro, frutto di un'antica abitudine dell'autore di portare con se nei viaggi, nelle vacanze e  nelle brevi gite, un piccolo notes su cui fissare paesaggi o scene di vita che meritavano di essere ricordate. 
“Da quell'abitudine – afferma Francesco - ho imparato a scegliere un'inquadratura, a riconoscere una gerarchia tra gli oggetti che, riprodotti, avrebbero costituito l'immagine”.
 









***

Il modo più semplice per acquistare il libro è quello di affidarsi a internet. Non sono di certo io però che vi può insegnare come, dato che ho dovuto farlo fare a mia moglie.

NOTE
(1) - Missione “Nemo”. Un'operazione segreta della resistenza militare italiana 1944 – 1945, Milano, 2011; Francesco Gnecchi Ruscone, Storie di Architettura, conversazioni con Adine Gavazzi, Milano, 2014.

(2) Missione “Nemo”, pag.118


(3) -  Storie di Architettura, pag. 17. Banyan:  è una pianta sempreverde diffusa nel subcontinente indiano. La sua caratteristica più evidente sono le radici aeree che, partendo dai rami e raggiunto il terreno, si trasformano in altrettanti tronchi, allargando così la superficie coperta da ogni albero. Wikipedia . Resgiô: è l'anziano, il capo della famiglia contadina.


(4) -  La vita è bella, pag. 16.


(5) -  La poesia "Peonia"nel libro è pubblicata sia in inglese, la versione originale, che in italiano.

 

sabato 4 marzo 2017

IN MISSIONE A TRIESTE di Francesco Gnecchi Ruscone

L'architetto Francesco Gnecchi Ruscone, nel periodo dell'occupazione tedesca dell'Italia settentrionale e della Repubblica Sociale Italiana, ha partecipato alla Resistenza come componente di "Nemo", missione appoggiata dai Servizi Segreti Inglesi, inquadrata nell'Esercito Regio e guidata da Emilio Elia (“Nemo”), capitano di corvetta della Regia Marina.

Nella missione Gnecchi ha avuto il compito di fare i rilievi delle fortificazioni tedesche in Veneto. Arrestato il 12 gennaio 1945, picchiato, torturato e infine condannato a morte per impiccagione, rimane in carcere fino alla fine di marzo. Nei giorni dell'insurrezione, partecipa alla liberazione di Milano.

Finita la guerra, con la resa tedesca in Italia, riceve l'incarico di entrare a Trieste con le truppe alleate, per inviare informazioni sulla situazione della città e, sopratutto, sulla sorte toccata a due membri della missione, Guido Tassan e Vittorio Strukel “Toio”: triestini, tornati alla loro città dopo la Liberazione, erano stati arrestati dai titini ed erano spariti.

Nel libro di Gnecchi, MISSIONE “NEMO”. Un'operazione segreta della Resistenza militare italiana 1944-1945, questo episodio è narrato da pagina 113 a pagina 116. Con il suo permesso, ve lo presento. M.B.


Francesco Gnecchi Ruscone, MISSIONE “NEMO”. Un'operazione segreta della Resistenza militare italiana 1944-1945, da pagina 113 a pagina 116.



Tornato alla sede della missione “Nemo”, il capitano De Haag mi ha informato che ero diventato un sottotenente provvisorio e mi ha consegnato dei capi di vestiario khaki, provenienti dai fondi di magazzino di chissà quanti e quali eserciti, con cui crearmi un'uniforme. Particolare sgradito un paio di pantaloni a sbuffo che sospettavo avessero appartenuto all' “Afrika Korps” di Rommel.

Abituato a non far domande sugli ordini ricevuti, mi sono rivestito e ho cominciato ad agire da sottotenente provvisorio. Ne ricevevo anche lo stipendio. Non ho mai sospettato fosse solo un travestimento nell'ambito delle attività della missione finché, dopo la guerra non ho scoperto che di questa mia promozione e carriera non c'è alcuna traccia nei miei documenti militari.

I miei ordini erano di andare a Monfalcone e aggregarmi, come ufficiale di collegamento, a un battaglione neozelandese che doveva entrare a Trieste. Ci sarei entrato con loro; come militare italiano non mi era permesso.

Guido Tassan e “Toio” Strukel, i miei due compagni della maglia di Vicenza della missione, che erano tornati alle loro case di Trieste dopo la resa tedesca, erano stati arrestati dalla polizia di Tito ed erano spariti.

Questo era grave ed allarmante: gli jugoslavi avevano dichiarato apertamente l'intenzione di annettersi tutte le province della Venezia Giulia fino all'Isonzo e anche oltre, e avevano iniziato in tutti i territori dove erano riusciti ad arrivare prima dell'8ª armata una durissima campagna di maltrattamenti e intimidazioni sulla popolazione italiana.

Adesso si chiama “pulizia etnica” ma anche allora era una vicenda sordida e sanguinosa.

Uccisioni e sparizioni degli italiani più in vista erano frequentissime ed erano giustificate agli Alleati come esecuzioni di fascisti o rappresaglie spontanee incontrollabili, vendette per l'occupazione italiana della Jugoslavia dal 1941 al 1943.

Naturalmente queste spiegazioni non potevano valere per Guido e “Toio”. Il loro inoppugnabile passato li rendeva la negazione di quelle teorie e quindi testimoni da eliminare.

Io dovevo scoprire non solo cosa era a loro accaduto e se possibile far qualcosa per loro, ma anche monitorare la sitiazione generale a Trieste e farne rapporto con regolari viaggi a Milano. Questa volta non potevamo usare operatori radio.

Dopo qualche giorno di incertezza a Monfalcone, il battaglione ha avuto l'ordine di entrate a Trieste, da dove gli iugoslavi avevano accettato di ritirare almeno i loro reparti regolari.

Non volevo entrare a Trieste vestito da Alleato purchessia, così a Monfalcone ho requisito un cappello da alpino, completo di penna d'aquila, al quale non avevo alcun diritto, non avendo mai servito in quel corpo. Mi pareva doveroso mostrare ai triestini che ero italiano.

Mi ha comunque reso molto popolare.

[ …]

A Trieste i miei compiti erano uno più frustrante dell'altro. Di Guido Tassan e “Toio” Strukel siamo solo riusciti a sapere che erano ancora vivi, ma deportati in campi di concentramento in Croazia interna ove le condizioni rivaleggiavano con quelle dei Lager tedeschi. Ci sono rimasti per due anni dopo la fine della guerra. Guido, più forte, ha potuto riprendere una vita normale, “Toio” è sopravvissuto pochi anni dentro e fuori da ospedali.


Uno scorcio di Trieste in una cartolina


Il quadro politico generale diventava comunque prevalente sulla situazione locale: stava prendendo corpo, proprio lì a Trieste, la “Cortina di Ferro”. Il mio compito ormai consisteva nel distribuire messaggi chiusi a sconosciuti, organizzare riunioni a cui non avrei partecipato e portare a Milano notizie che erano sempre più di dominio pubblico.

Ora la mia vita era certo più comoda e meno rischiosa del periodo delle mie pedalate invernali e dei miei rilevamenti di trincee tedesche , ma mi trovavo spesso a rimpiangere la chiarezza di intenti e di relazione tra le mie azioni e i loro effetti e l'unione con i compagni di lotta di quei mesi passati.

La gerra era finita, era diventata politica. Non era più per me.

[ … ]

In quei giorni anche la mia missione a Trieste si è conclusa e mi sono trovato a dover pensare a cosa fare dopo. Da un lato mi sembrava di essere troppo vecchio per tornare sui banchi di una scuola, sia pure del Politecnico, dall'altro era evidente che la mia vita degli ultimi due anni era un capitolo chiuso.

Per fortuna la saggezza ha prevalso e sono tornato al Politecnico.

 ***


Quando mi sono rivolto all'architetto Francesco Gnecchi Ruscone, per chiedergli il permesso di pubblicare questa pagina del suo libro su Nemo, spiegandogli che l'aggiornamento del blog in programma sarebbe stato in gran parte dedicato al tema dei profughi giuliani, mi ha segnalato un brano di un altro suo libro, Storie di Architettura, in cui si parla di questo argomento.
Egli infatti, aveva collaborato negli anni cinquanta del novecento con l'ente UNRRA CASAS, diretta da Adriano Olivetti, che si era occupato, nel nord ovest della Sardegna,  del recupero del borgo Fertilia per l'accoglienza dei profughi dall'Istria e dalla Dalmazia.





Francesco Gnecchi Ruscone, STORIE DI ARCHITETTURA, Conversazione con Adine Gavazzi, pagine 236 e 237

Un problema particolare era costituito dal borgo di Fertilia: iniziato negli anni '30 come parte di una velleitaria, mai realmente avviata, bonifica della Nurra, era stata trasformata durante la guerra in caserme e depositi per l'Aeronautica, che, dove ora sorge l'aeroporto di Alghero, aveva la sua base per quella che avrebbe dovuto essere la difesa dell'Alto Tirreno. Abbandonato e vandalizzato dopo l'armistizio, il borgo era ridotto a poco più che rovine. La proposta di restaurarlo e completarlo per destinarlo ai profughi dell'Istria e della Dalmazia, che alla cessione di quelle terre alla Jugoslavia avevano dovuto emigrare, aveva trovato il pronto consenso del governo e i necessari finanziamenti. Molti di loro erano pescatori o comunque gente di mare e il progetto comprendeva anche aiuti alle cooperative per l'acquisto della barche e di quanto era necessario a un nuovo avvio.
Così il fortunato incontro del patriottismo che abbiamo trovato tra i sardi, espresso come “spirito di servizio”, con la determinazione, iniziativa e laboriosità dei giuliani, ha prodotto quello che è risultato l'intervento di maggior successo dell'UNRRA CASAS olivettiana.
Qualche anno fa, capitato a Fertilia come turista, ho potuto constatare che la lingua ufficiale locale era ancora il triestino. Carpinteri e Faraguna (1) avrebbero potuto ambientare lì qualcuno dei loro bellissimi racconti.
 

NOTA
(1)  "Carpinteri & Faraguna sono una coppia di giornalisti, scrittori e commediografi dialettali italiani di origine triestina Lino Carpinteri (Trieste 1924 - Trieste 2013) e Mariano Faraguna (Trieste 1924 - Trieste 2001).
La maggior parte delle loro opere è ambientata in una regione, più ideale che reale, incontro delle culture mitteleuropee ed adriatiche che va da Trieste all'alta Dalmazia (comprendendo Istria e Quarnero). L'epoca storica è spesso quella della dominazione austro-ungarica (vista come epoca "felix") vissuta da personaggi con forte connotazione locale e popolare. La lingua utilizzata è il cosiddetto istro-veneto: più che un dialetto, una "lingua franca" su base veneta con numerosissime influenze slave e tedesche, ma perfino turche ed arabe (e latine, come del resto il dialetto triestino appartenente alla lingua veneta)".
https://it.wikipedia.org/wiki/Carpinteri_%26_Faraguna



sabato 24 settembre 2016

26 ACQUARELLI DELL'ARCH. FRANCESCO GNECCHI RUSCONE IN MOSTRA A MILANO



Sono un pittore della domenica di novantadue anni, che ha cominciato a dipingere dopo i settantacinque.
Chi me lo fa fare?
È un gradevole passatempo  che potevo innestare sulla familiarità con il disegno acquisita facendo per oltre mezzo secolo l’architetto: imparare a controllare luce e colore era una nuova sfida affascinante.
E così era la scelta di cosa rappresentare.
L’evoluzione proposta da Darwin ha fatto dell’homo sapiens un animale gregario: viviamo in comunità progredite nei secoli dal branco alla metropoli: una comunità funziona tanto meglio quanto più si regge su una solidarietà fatta non solo di norme e tradizioni ma anche di sentimenti, progetti e azioni personali miranti al benessere, alla felicità di altri.  Non posso quindi dipingere solo per evitare a me la noia di ore vuote: un dipinto, se qualcuno lo vede, diventa inevitabilmente un messaggio.
Esistono certo temi importanti: molti ideali, miti, drammi o anche incubi hanno ispirato capolavori ma per fortuna io ho in prevalenza sogni sereni con sprazzi occasionali di buffa assurdità: questi intendo offrire come immagini su cui posare con piacere lo sguardo al risveglio. Chi vorrebbe aprire gli occhi sull’Urlo di Edvard Munch? Ecco quindi montagne e fiori, alberi e colline, fiumi e golfi nel sole, uccelli o animali in movimento, vita naturale e serena.
Populismo applicato all’arte? Kitch bucolico? Benissimo!
Anche i nani di Biancaneve in gesso colorato danno felicità agli abitanti di qualche giardinetto suburbano.
Vorrei che i miei quadretti rappresentassero, se non un inno, almeno una canzonetta alla struggente bellezza della vita.


Francesco Gnecchi Ruscone


giovedì 19 febbraio 2015

FRANCESCO GNECCHI RUSCONE: IL PIACERE DI PROGETTARE di Anna Chiara Cimoli


Quando nel 2002 l'architetto Francesco Gnecchi Ruscone ha donato il suo archivio professionale al C.A.S.V.A. (Centro di Alti Studi sulle Arti Visive) del comune di Milano, alla dottoressa Anna Chiara Cimoli è stato affidato l'incarico di redarne l'inventario.
Da questo lavoro è scaturito un volume, intitolato “L'ARCHIVIO DELL'ARCHITETTO GNECCHI – RUSCONE PRESSO IL C.A.S.V.A.”, una copia del quale è disponibile presso la biblioteca di Verderio.
Introduce il volume un saggio intitolato “Il piacere di progettare. L'attività di Francesco Gnecchi – Ruscone fra radici milanesi e respiro internazionale”.
Di questo testo viene qui riprodotto il primo paragrafo.


Al termine del brano  vengono presentate alcune fotografie relative a due edifici progettati dall'architetto Gnecchi Ruscone, che si trovano nelle vicinanze di Verderio, a Vimercate e Merate. M.B.









Da "IL PIACERE DI PROGETTARE. L'ATTIVITÀ DI FRANCESCO GNECCHI RUSCONE FRA RADICI MILANESI E RESPIRO INTERNAZIONALE" di Anna Chiara Cimoli
 
UNA FORMAZIONE COSMOPOLITA, UN APPRENDISTATO NELLA RESISTENZA

Nato nel 1924 in via Filodrammatici, a due passi dal teatro alla Scala, Francesco Gnecchi Ruscone appartiene a una generazione di milanesi che parlano ancora il dialetto, senza snobismo né ostentazione, come si parla una lingua imparata da bambino. A fianco a questo primo imprinting vi è quello, parallelo e complementare di una componente internazionale destinata a lasciare tracce durature. Un nonno laureato all'Università di Lipsia; la madre, Antonia Caccia Dominioni, studentessa al Sacré Coeur in Francia; la frequentazione della “Revue des Deux Mondes” e dell'Illustrated London News” cui erano abbonati i genitori; la presenza costante di Miss Jessie Mason, governante della famiglia: l'insieme di questi fattori produce da un lato un apprendimento delle lingue naturale e precoce; dall'altro un respiro intellettuale fin da subito interessato al mondo e alla diversità.
Francesco Gnecchi Ruscone si iscrive nel 1942 alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove è allievo di Portaluppi, Cassi Ramelli, Dodo, Annoni, Ponti, e compagno, fra gli altri, di Alberto Mazzoni, Gustavo Latis e Giovanna Pericoli.
Gli eventi bellici interrompono presto gli studi: Gnecchi partecipa alla Resistenza come partigiano combattente a partire dal marzo 1944, facendo parte della Missione Nemo. Imprigionato e torturato, si distingue per il coraggio  e l'intraprendenza, ottenendo la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Questa esperienza sarà estremamente formativa: il senso della responsabilità, dell'appartenenza e della lealtà rimangono linee–guida fondamentali, nel privato e nel pubblico. Di ritorno a Milano, Gnecchi prosegue gli studi, partecipando attivamente alla vita associativa studentesca – fa parte del Consiglio Studentesco di facoltà e della Associazione Libera Studenti di Architettura – e organizzando quelle che definisce delle “forme di ribellione civile”, quale il ciclo di contro-lezioni organizzato all'Angelicum come forma di protesta verso il preside Mancini, cui vengono invitati, fra gli altri, Ernesto N. Rogers e Max Bill.
Terminati gli studi nel 1949, Gnecchi è subito coinvolto in uno dei momenti fondanti della riflessione architettonica postbellica: grazie alla conoscenza delle lingue straniere viene invitato da Rogers a partecipare, in qualità di segretario della sessione sull'industrializzazione dell'architettura, al VII congresso CIAM di Bergamo. Lo stesso anno partecipa alla CIAM Summer School di Londra, presentando il progetto di un edificio commerciale nel quartiere di Knightsbridge. Il soggiorno londinese si protrae per due anni: Gnecchi Ruscone diventa assistente presso presso l'Architectural Association School of Architecture e collabora con la Architects' Cooperative Parternship, partecipando alla progettazione di padiglioni per il Festival of Britain del 1951.
Gli anni all' Architectural Association sono per Gnecchi un punto di partenza importante.


Autoritratto di Francesco Gnecchi Ruscone, tratto dal suo ultimo libro "Storie di architettura".

Ne nascono una duratura amicizia con Robert Furneaux Jordan, “principal” della scuola, e, per tutti gli anni in cui l'architetto resterà membro dell'associazione (cioè fino al 1985), una fitta serie di scambi, che vede un momento particolarmente  importante nel rapporto di collaborazione con la “Architectural Rewiew”.
Da queste prime esperienze giovanili in avanti, il contatto con il mondo anglosassone sarà costante e punteggiato di collaborazioni, scambi, viaggi fisici e intellettuali, in una rete di rapporti fra professionale e personale che costituisce un capitolo importante della vita e della carriera dell'architetto.
Di ritorno in Italia, si offre a Gnecchi un'occasione prestigiosa: viene chiamato a curare l'allestimento della Mostra sulla Proporzione alla IX Triennale. L'idea di partenza è di Le Corbusier; la curatela di Carla Marzoli con la collaborazione di Eva Tea. Giovanissimo,  l'architetto realizza qui  un allestimento rimasto una pietra miliare nella storia della museografia italiana del dopoguerra […].
La tramatura dell'allestimento, realizzato con maglie di tubi di ferro, è impostata sulla sezione aurea. Non si tratta di un virtuosismo, ma di un modo di progettare attento all'armonia, inscritto in una linea, spesso frequentata da Gnecchi, che dall'antico porta proprio a Le Corbusier, punto di riferimento, per affinità o altre volte per contrasto, di quei primi anni di apprendistato. Così ricorda l'architetto: “Col maturare delle esperienze, Le Corbusier cominciava ad apparire un po' meno un mito di quanto non fosse solo pochi anni prima, ma rivestiva comunque un posto di primo piano nella cultura architettonica europea, e in quell'occasione , responsabilizzato dell'allestimento della mostra, non potevo esimermi dal sentirmi, in una certa misura, lecorbusiano”.


Mostra degli Studi sulle Proporzioni, dal libro "Storie di architettura"

Il ricorso a moduli rigorosamente proporzionali, la realizzazione di un allestimento significativo rispetto ai contenuti della mostra ma visivamente “leggero” e non invasivo, l'uguale attenzione agli aspetti tecnici da un lato e a quelli poetici dall'altro sono tutte caratteristiche che si ritrovano spesso  nel metodo progettuale di Gnecchi Ruscone. […]
Nei primi anni cinquanta, Gnecchi Ruscone viene invitato a tenere dei corsi alla North Carolina University, a Berkeley e alla Tulane University (le ultime due su suggerimento di Kidder Smith ai presidi delle facoltà). Non è questo, però, il momento di partire: su indicazione di Lodovico Barbiano di Belgioioso, nel 1951 l'architetto viene infatti chiamato da Adriano Olivetti a Roma, dove per quattro anni ricopre il ruolo di responsabile della Segreteria Tecnica della U:N:R:R:A:-C:A:S:A:S.


Anna Chiara Cimoli


EDIFICIO RESIDENZIALE VIA DUCA DEGLI ABRUZZI , VIMERCATE - 1973 - 1977




 













SEDE DELLA BANCA BRIANTEA (oggi BPM, Banca Popolare di Milano), MERATE, 1965 - 1966











SCULTURA-FONTANA REALIZZATA SU DISEGNO DI FRANCESCO GNECCHI RUSCONE, BANCA BRIANTEA,  MERATE, 1965 - 1966








Fotografie di Marco Bartesaghi

venerdì 14 novembre 2014

"STORIE DI ARCHITETTURA". IL NUOVO LIBRO DELL'ARCHITETTO FRANCESCO GNECCHI RUSCONE

Da novembre in libreria Storie di architettura, la biografia operosa dell’architetto Francesco Gnecchi Ruscone(Francesco Brioschi Editore)


"Storie di architettura delinea nei tratti essenziali la biografia dell’architetto Francesco Gnecchi Ruscone, da annoverare tra i migliori progettisti italiani della seconda metà del Novecento. Un libro per far trasparire i leitmotiv che hanno sorretto e motivato il suo lavoro e che l’hanno reso celebre in tutto il mondo.
Il volume si sviluppa in otto capitoli che illustrano i rapporti tra progettista e committenza, i ricordi degli incontri con i principali colleghi, da Le Corbusier e Alvar Aalto a Gio Ponti e Rogers, e i processi del progettare: dalle prime intuizioni fino ai capitolati d’appalto, tutti risultanti da una rete di collaborazioni, interne o esterne allo studio, ricordate con gratitudine.


Il libro offre inoltre interessanti spunti di riflessione sul senso etico dell’agire dell’architetto, che con il proprio lavoro contribuisce all’alterazione di un paesaggio preesistente per definirne uno che consenta un migliore quadro per la vita. E questo è forse il messaggio più prezioso che ci consegna Gnecchi Ruscone: progettare per la società e per trasmettere a chi verrà dopo un patrimonio di esperienza e di bellezza.
Storie di architettura è un libro che si rivolge ai giovani che pensano di avere la vocazione per l’architettura, agli architetti in attività che non hanno ancora imparato tutti i trucchi del mestiere, a chi è interessato alla storia del Movimento Moderno, a chi vuole sapere cosa accade nella testa di un architetto al tavolo da disegno, ai clienti degli architetti che vogliono capire con chi hanno a che fare e, infine, a chi vuole vaccinarsi contro il culto dell’archistar! Un filo conduttore: gli altri. Per Gnecchi Ruscone l’architettura appartiene per metà a chi la progetta e per metà a chi la vivrà!
"

Un libro per mettere a fuoco vicende importanti della storia dell’architettura, come
anche della società italiana del secondo Novecento, Giancarlo Consonni



Titolo
: Storie di architettura
Autori: Francesco Gnecchi Ruscone, Adine Gavazzi
Prefazione di Giancarlo Consonni
Editore: Francesco Brioschi Editore
Prezzo: euro 18


FRANCESCO GNECCHI RUSCONE E LUIGI CACCIA DOMINIONI: ARCHITETTI A CONFRONTO
Martedì 2 dicembre 2014, ore 18.00
Fondazione Portaluppi
Via Morozzo della Rocca 5
Con Francesco Gnecchi Ruscone e Luigi Caccia Dominioni dialogano Giancarlo Consonni, Elio Franzini, Angelo Torricelli.
Modera Maria Canella


giovedì 19 giugno 2014

C'ERO ANCH'IO AL CONCERTO DI TOSCANINI PER LA RIAPERTURA DEL TEATRO ALLA SCALA di Francesco Gnecchi Ruscone

Nell'ultimo aggiornamento del blog, Carla Deambrogi Carta ricordava la ricostruzione del Teatro alla Scala, dopo le distruzioni subite dalla guerra, e la riapertura del teatro stesso, avvenuta l'11 maggio 1946, con un concerto diretto da Arturo Toscanini.
Dopo la lettura dell'articolo della signora Carla, Francesco Gnecchi Ruscone mi ha scritto:

“Al concerto di Toscanini per la riapertura della Scala c'ero anch'io. Per la commozione ho pianto come un vitello per tutta l'ouverture della Gazza Ladra di Rossini che lo ha aperto”.
 

L'emozione che  traspare dal racconto della signora Carla, allora diciottenne, e le lacrime di un “ragazzo” di 22 anni, quanti ne aveva Gnecchi quel giorno,  sono elementi che arricchiscono  di molto la nuda cronaca dell'avvenimento,testimoniando della partecipazione e delle emozioni suscitate dai traguardi raggiunti dalla ricostruzione del paese dopo i disastri della guerra.
Per questo ho chiesto a Francesco Gnecchi di raccontarci come visse quella serata. M.B.



Arturo Toscanini


C'ERO ANCH'IO AL CONCERTO DI TOSCANINI PER LA RIAPERTURA DEL TEATRO ALLA SCALA di Francesco Gnecchi Ruscone

Non so quanto possa interessare altri il mio ricordo del concerto di riapertura della Scala. È in qualche modo un ricordo intimo, personale ma che ha assunto per me un valore simbolico.
Ho sempre sentito la Scala vicina a me, quasi con un senso di reciproca appartenenza, sia per quello che rappresenta nell'immagine della mia città che, più  personalmente, perchè casa Gnecchi a Milano dove siamo nati mio nonno, mio padre e io era adiacente, la prima casa di via Filodrammatici, tanto che l'incendio del teatro nel 1943 ne ha coinvolta un'ala, e perchè ci avevamo un palco fisso (numero 11, seconda fila, a sinistra), dove ho imparato da bambino ad apprezzare la musica e il grande spettacolo della cultura italiana.
La sua distruzione era stata una mia ferita: la sua riapertura è stata la conferma che la rinascita era possibile, anzi doverosa attraverso l'impegno di tutti noi nella ricostruzione.
Per questo il concerto di riapertura ha significato per me la fine positiva, civile della seconda guerra mondiale, come l'episodio della resa nel 1945 degli SS ai Bersaglieri, che ho raccontato in "Missione Nemo" (1), pur essendo certamente un fatto minore, ne ha rappresentato per me la fine militare.
Non saprei dire ora se quella sera avrei potuto esprimermi in questi stessi termini: la commozione avrebbe comunque prevalso su qualunque tentativo di razionalizzare. E forse è meglio così: ricordare quelle mie lacrime mi è più caro che il possibile ricordo di qualche pensata.

Francesco Gnecchi


NOTA 
(1) Francesco Gnecchi Ruscone, MISSIONE "NEMO" - UN'OPERAZIONE SEGRETA DELLA RESISTENZA MILITARE ITALIANA 1944 - 1945, Milano, 2011.
Su questo blog puoi leggere due brani del libro, pubblicati  il 19 aprile 2011 e il 20 aprile 2014.
Ricordo che "Missione Nemo" è disponibile al prestito presso la Biblioteca Comunale di Verderio. 

sabato 19 aprile 2014

IL TEMPO DELLA VITTORIA di Francesco Gnecchi Ruscone





Aveva vent'anni Francesco Gnecchi Ruscone, quando, nel 1944, aderì alla lotta di liberazione, dando vita con altri studenti del Politecnico di estrazione liberale alla brigata “Federico Marescotti”, dal nome di un loro compagno caduto in val d’Ossola.
In precedenza, subito dopo l’8 settembre 1943, aveva collaborato con il padre Gianfranco ad organizzare, con base alla cascina Bergamina di Verderio, una rete di solidarietà, per aiutare ex prigionieri di guerra Alleati ed altri perseguitati a raggiungere il confine svizzero (vedi in questo blog, in data 20 aprile 2011: UN AIUTO PER CHI CERCAVA RIFUGIO IN SVIZZERA di Francesco Gnecchi Ruscone).
Nei primi mesi del suo impegno la brigata “Marescotti” si occupò di organizzare i lanci Alleati di armi e rifornimenti a favore delle formazioni partigiane.
Quando, nell’estate del ’44, la brigata entrò in contatto con la missione “Nemo”, comandata da Emilio Elia e legata al SIM, Servizio Informazioni Militari del Regio Esercito, a Francesco Gnecchi fu affidato il compito di effettuare i rilievi della linea di fortificazione che i tedeschi stavano costruendo a nord del Po, dal lago di Garda alla foce dell’Adige.
Arrestato, torturato e condannato a morte, si salvò grazie all’intervento della madre, Antonia Caccia Dominioni, che riuscì a corrompere un ufficiale tedesco.
Nel brano che qui viene presentato, tratto dal suo libro: Missione “Nemo” – Un’operazione segreta della resistenza militare italiana 1944 - 1945, Francesco Gnecchi racconta i giorni della Liberazione di Milano,a cui partecipò con la sua brigata.
Il libro, edito da Mursia, è disponibile al prestito presso la biblioteca di Verderio.
 


Quando ho chiesto all'architetto Gnecchi di poter pubblicare il brano del suo libro, gli ho anche chiesto di introdurlo e spiegare ai lettori del blog qual è stato ed è il suo rapporto con Verderio. Questa la risposta:

Caro Bartesaghi

Certamente mi farà piacere vedere  le mie pagine sui giorni della Liberazione di Milano, non tanto per la cronaca delle vicende militari in verità modeste -in particolare le mie- anche se importanti per i risultati più generali sull'accelerazione della resa tedesca, quanto perchè penso che la mia prosa possa offrire un quadro spassionato di situazioni e di fatti che ideologie e retorica hanno spesso deformato. 

Per quanto riguarda la premessa i miei rapporti con Verderio sono legati alla mia vita alla Bergamina, che nella mia memoria sentimentale continua ad avere la posizione di "home", come dicono gli inglesi, più che ai più lunghi e articolati ricordi della mia famiglia in generale. 


È lì che ho vissuto un'adolescenza felice, è lì che ho imparato dai miei genitori l'amore per le buone maniere e le buone letture e il culto del Risorgimento, che Patria e Libertà sono termini inseparabili, è  lì che con loro e con le altre famiglie che ci abitavano, i Lodigiani e i Sirtori, ho anche mosso i primi passi di resistenza all'occupazione tedesca aiutando  prigionieri di guerra alleati e altri preseguitati  a raggiungere la Svizzera. 

Sono state esperienze formative che non si dimenticano e, anche se poi i miei rapporti con Verderio si sono allentati, mi piace continuare a considerarmi ancora in qualche modo un Verderiese.

Cordialmente
Francesco Gnecchi Ruscone



IL TEMPO DELLA VITTORIA di Francesco Gnecchi Ruscone

Con l’avvicinarsi della Liberazione il nostro gruppetto, diventato brigata “Marescotti”, si era di molto accresciuto di nuove reclute e naturalmente ci è stato chiesto non solo di costituirne i quadri ma anche di darci una struttura più regolare e conforme a quella delle altre brigate. Così abbiamo tenuto in uno di quei pomeriggi una riunione costituente.
Alberto Tosi, che con un bel curriculum di azioni coraggiose consideravamo quello con maggiori possibilità di darci una qualche forma di organizzazione, si è ritrovato comandante, Guido ed io i suoi vicecomandanti con mezza brigata, all’incirca 35 uomini ciascuno, Fabio Semenza, sospettato di aver letto Benedetto Croce,nostro commissario politico. Non che un gruppo come il nostro ne sentisse un gran bisogno, ma gli ordini sono ordini e dovevamo avere anche quell’incarico. Devo aggiungere che Fabio ha sempre fatto la sua parte con encomiabile discrezione e che, se ha mai tentato di indottrinarci, non ce ne siamo accorti.
La sera del 25 aprile 1945 è finalmente arrivato l’ordine di entrare in azione.
Quel pomeriggio ero riuscito a trovare un forbicione da giardiniere, di quelli usati per tagliare le siepi, e mi sono liberato del mio gesso.
Ci siamo tutti ritrovati nello studio dell’ingegner Semenza padre. All’alba del 26, la sorella di Fabio, nell’aprire il portone, si è trovata davanti un soldato repubblichino e ha fatto il primo prigioniero della liberazione di Milano. Era un giovinotto perplesso almeno quanto noi e, in mancanza di idee migliori sul destino dei nemici catturati, [lo] abbiamo promosso autista di una delle nostre automobili, carica di cui avevamo bisogno. Ci ha servito fedelmente per diversi giorni finché non è sparito lui e la macchina. Forse ora vanta benemerenze partigiane.
Poche vie più in là, in casa Dell’Orto, avevamo macchine e armi: le abbiamo raccolte e siamo partiti.
Il nostro primo obiettivo era un Kommandantur tedesco in via Sant’Andrea, oggi nel cuore del Quadrilatero delle boutique di moda. Così abbiamo preso posizione secondo i migliori canoni tattici: Guido e i suoi all’angolo con via Spiga, un centinaio di metri dal portone da conquistare, io e i miei arrampicati sulle rovine di una casa bombardata in via Gesù che davano verso il giardino sul retro del nostro obiettivo, con il compito di coprire con il nostro fuoco quella facciata.




Giugno 1945. Francesco Gnecchi in divisa da ufficiale di collegamento con il battaglione neozelandese che ha liberato Trieste dall'occupazione jugoslava



Nessuno rispondeva ai colpi. Infine sono riuscito a placare l’entusiasmo dei miei e a impedir loro di sprecare munizioni preziose per distruggere le persiane delle finestre probabilmente indifese e sono andato per discutere con Alberto  e Guido la prossima mossa.
Troppo tardi: Guido, credendoci impegnati in chissà quale battaglia, si era avviato da solo con andatura da passeggio lungo il centro della via e, arrivato davanti al portone ha tirato fuori dalla tasca una bomba a mano e l’ha lanciata. Mentre ci aspettavamo il peggio, al botto si è invece aperta una finestra, poi un’altra e un’altra ancora, finché tutta la facciata è fiorita di asciugamani bianchi.
Ci siamo precipitati nel cortile dove abbiamo trovato ad aspettarci un bel numero di colonnelli e generali con le loro bande rosse lungo i pantaloni.
Dopo qualche minuto di reciproco imbarazzo, nessuna delle due parti sapendo bene come trattare l’altra, hanno capito che non eravamo tipi da farli fuori o maltrattarli e hanno cominciato ad avanzare pretese citando la convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Non ricordavo me l’avessero citata quando ero nelle loro mani a Padova, ma il successo mi aveva reso generoso e stavo epr lasciar correre quando uno di loro mi ha chiesto di dargli un uomo per portare la sua valigia. Francamente troppo. Ginevra o non Ginevra non era il caso che si mettesse a recitare la parte del bastardo arrogante. Allora mi sono concesso un atteggiamento da commedia e, anche profittando del fatto che ero venti centimetri più alto di lui, mi sono messo sulle punte dei suoi piedi e, guardandolo dall’alto in basso gli ho detto: “Questo privilegio non le sarà concesso”. Ora non saprei dire quale dei due fosse più ridicolo.
Per la verità era stato subito chiaro che non erano i tipi da mettersi a fare il Leonida alle Termopili: è risultato che quella Kommandantur si era occupata per tutti quei mesi passati di controllare e requisire la produzione delle industre italiane. Burocrati travestiti da guerrieri.
La rapidità della loro resa ha lasciato per un po’ la brigata senza istruzioni sulla mossa successiva, sinché a metà mattinata è arrivato l’ordine di andare a conquistare il garage Traversi, all’imbocco di via Bagutta da piazza San Babila, poche centinaia di metri più lontano.
Nel frattempo è arrivato anche l’ordine che, per un accordo del comando generale con il comando tedesco, tutti gli ufficiali fatti prigionieri dovevano essere concentrati, in attesa di essere consegnati agli americani, all’Hotel Regina, in via Santa Margherita, fino a quel momento sede del comando delle SS e del SD di Milano.
È toccato anche a me, con due delle nostre reclute, di scortare fin lì le nostre prede di via Sant’Andrea e così sono partito zoppicando con un paio di dozzine di ufficiali tedeschi a rimorchio e i miei due ragazzi in coda.
In pioazza della Scala abbiamo incontrato un gruppetto di entusiasti che mostravano l’intenzione di linciare i nostri prigionieri. Ero riuscito a fare tutta la mia guerra senza sparare un colpo e lì è stata l’unica volta che ho puntato un’arma direttamente su qualcuno. Per fortuna dovevo aver l’aria abbastanza cattiva perché il mio bluff ha funzionato e, poco più in là, ho potuto consegnare il mio gregge intatto e completo di valige autoportate.
Con i miei due sono quindi andato al garage indicato. Non volevo perdermi un’altra resa: cominciavo a prenderci gusto. La sorpresa è stata che davanti a quel garage non c’era nessuno e che per quell’assedio eravamo solo in tre. Era una situazione che richiedeva cautela, anche perché sul terrazzo sopra l’ingresso i tedeschi avevano piazzato una mitragliera contraerea con quattro canne da 20 millimetri rivolte all’imbocco della via, venti metri più giù.
È bastata un’occhiata per capire che avrebbe fermato anche un carro armato.
Ho sporto la testa da dietro un pilastro giusto il tempo necessario per gridare pro forma un’intimazione di resa rimasta senza risposta.
Ho anche pensato che, salendo a un piano più alto della casa vicina, avrei potuto far cadere sulla meravigliosa mitragliera un paio di bombe a mano, tutta la nostra dotazione, ma anche per quell’azione una forza totale di noi tre mi è parsa insufficiente.
Non ci è rimasto che aspettare dietro l’angolo, facendo rumore come fossimo in tanti, nella speranza di scoraggiare gli assediati da tentare una sortita. L’unico problema che ci siamo trovati a dover affrontare al momento era impedire a volonterosi sprovveduti, che apparivano sempre più numerosi col passare delle ore, di cacciarsi nei guai con iniziative temerarie.
Per fortuna anche qualche amica compariva di tanto in tanto, senza bende arrotolate ma con generi di conforto alimentari molto apprezzati .
Finalmente è arrivata la brigata: mentre andavo a consegnare i miei ufficiali prigionieri erano stati dirottati a occupare l’Hotel Ambasciatori, in galleria del Corso, che sarebbe diventata la nostra base logistica nel prossimo avvenire.
A questo punto un rinnovato invito alla resa è stato saggiamente accolto, evitandoci di dover fare una “carica dei seicento” su per l’imbocco di via Bagutta.
Stavolta il bottino di prigionieri è stato molto più modesto in numero e grado, rispetto alle nostre catture della mattina.
A guastare la festa è venuto il portiere della casa adiacente. A dirci che i tedeschi avevano minato tutte le cantine. Guido e io abbiamo deciso, non senza riluttanza, che toccava a noi andare a vedere e, in caso, disinnescare quello che avremmo trovato. Muniti di due candele fornite dal portiere, che però ha declinato l’invito a farci da guida, siamo scesi in quello che ci sembrava un infinito labirinto buio, piuttosto incerti anche perché non avevamo la minima idea su che aspetto avesse una mina, ancora meno di cosa occorresse fare per disinnescarla.
Naturalmente era un falso allarme.
Tornati in superficie abbiamo scoperto che la brigata se ne era andata di nuovo, lasciandoci una sparuta pattuglia di nuovi arruolati a guardia della nostra conquista.



Motivazione della medaglia di bronzo al valor militare conferita a Francesco Gnecchi nel 1945


Quella sera giravano voci di ogni genere: le più allarmanti dicevano che le divisioni tedesche, rimaste intrappolate in Piemonte e Liguria, avrebbero tentato di riprendere Milano per aprirsi un passaggio verso il Brennero. Troppo vaghe e remote per interessarci. Intorno si sentiva solo qualche sparo o raffica occasionale, che suggerivano una celebrazione esuberante più che un combattimento. O forse un posto di blocco spaventato dalle ombre.
Guido e io abbiamo così deciso che era stata una giornata lunga e laboriosa e, piazzate le nostre sentinelle e stabiliti i turni, abbiamo cenato con una lattina di piselli e una bottiglia di cognac francese che i tedeschi ci avevano gentilmente abbandonato e ci siamo messi a dormire.
È durato poco. Uno dei nostri di guardia, uno studente di legge di nome Simonazzi, ha deciso che la nostra mitragliera conquistata era troppo bella per non provarla; ha girato le quattro canne verso quello che pensava fosse il cielo e ha demolito una cucina all’ultimo piano della casa di fronte.
Quelli di legge non hanno la stessa familiarità con gli angoli di noi del Politecnico. Nessuna vittima per fortuna: l’appartamento è risultato disabitato. Non abbiamo mai saputo quali siano state le ripercussioni di quei colpi; da parte nostra abbiamo deciso di non parlarne troppo. In ogni modo la nostra notte di meritato riposo è finita lì.
I giorni seguenti li abbiamo passati cercando di difendere, non sempre con successo, le automobili che avevamo conquistato dalla cupidigia di altri reparti partigiani, mentre il resto della brigata, alloggiato qualche centinaio di metri più lontano nel loro elegante albergo, veniva impiegato in operazioni di polizia. Il comandante Elia, della “Nemo”, era infatti stato nominato questore di Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e sapeva di potersi fidare delle nostre virtù civiche in operazioni che in quei giorni potevano con facilità degenerare.
Un mestoere che sono contento di aver schivato, a giudicare dai racconti degli amici, consisteva nell’arrestare fascisti e collaborazionisti, denunciati da vicini vendicativi.
Si era intanto sparsa la voce che essere arrestati dalla brigata “Marescotti” era un modo sicuro per sfuggire a esecuzioni sommarie e a punizioni discutibili in cui indulgevano altri reparti, come bastonature o il taglio dei capelli alle collaboratrici orizzontali.
Abbiamo perfino avuto dei prigionieri volontari.
C’era poi il problema di dove custodire i nostri prigionieri quando non potevamo consegnarli subito a delle vere e proprie autorità giudiziarie, anche queste piuttosto erratiche in quei giorni.
La maggior parte ciondolava per una o due sale del’albergo, sorvegliati pigramente da uno dei nostri, mentre quelli ritenuti più pericolosi o più a rischio di rapimento da gente assetata di vendetta, li avevamo messi nell’unico locale dell’albergo che avesse una porta di ferro con un catenaccio esterno. Questo era uno stanzino in cantina dove finiva la canna di scarico dei rifiuti della cucina.
Avevamo deciso che un’occasionale doccia di pelle di patate o torsoli di cavolo non era una pena eccessiva per i loro peccati.
Tra queti ricordo un giornalista di nome Asvero Gravelli, che si era distinto sulla stampa repubblichina per i suoi articoli che invitavano a sterinare senza pietà tutti i nemici politici.
Nei giorni in cui era ospite della brigata dava l’impressione di sperare che non lo avessimo letto o che almeno non fossimo diventati suoi discepoli.

Una mattina, due o tre giorni dopo la resa dei tedeschi a Milano, la prima jeep Alleata è arrivata alla porta del nostro albergo. Come poliglotta della brigata sono stato incaricato di dare il benvenuto ai nostri “ospiti”, come con orgoglio abbiamo deciso di chiamarli.
Ne è sceso un maggiore Wilcox, dei Royal Engineers, il Genio dell’Esercito Britannico; l’abbiamo accompagnato in quella che gli ho descritto come la nostra mensa e abbiamo brindato con una bottiglia di bitter Campari. È risultato che era un distinto architetto di Londra, ed è sttao molto cordiale quando ha scoperto che ero un futuro collega.
Curiosa coincidenza: due anni dopo sono stato incaricato da Piero Portaluppi, preside della facoltà di architettura del Politecnico, di rappresentarla alle celebrazioni della scuola della Architectural Association di Londra. La prima persona che ho incontrato entrando nella sede della “A.A.” è stato il maggiore Wilcox, nel pieno fulgore del suo smoking.
La Liberazione di Milano era così compiuta: con la sola eccezione di pochi episodi isolati, non ci erano stati combattimenti che valga la pena di raccontare. L’Esercito tedesco in Italia si è dissolto, più ancora che arreso, otto o dieci giorni prima della resa di Doenitz, mentre i fascisti si sono dileguati, sgattaiolando via per sparire dalla vista.
Rimanevano comunque due cose di cui potevamo e possiamo ancora andar fieri. Sebbene senza l’offensiva della 5° armata americana e dell’8° britannica attraverso la valle del Po l’insurrezione non sarebbe stata possibile, ervamo riusciti a bloccare la ritirata delle divisioni tedesche ancora a sud e a ovest di Milano e a mostrare al maggiore Wilcox una città già amministrata da un nostro sindaco, con i tram funzionanti. Questo ci autorizzava a stare diritti davanti a lui come il San Giorgio di Donatello, compagni d’armi per la liberazione, non solo beneficiari. A invitarlo come un ospite.
Presto, la mattina dopo, qualcuno mi ha detto che Mussolini era stato ucciso e che il suo corpo, con quelli della sua amnate Claretta Petacci e di altri gerarchi, erano esposti in piazzale Loreto, la stessa piazza dove un mese prima il colonnello delle SS che mi aveva riportato da Padova mi aveva lasciato andare.
Non ho resistito alla curiosità e, afferrata una bicicletta, sono andato a vedere.
Sono venuto via subito, senza nemmeno avvicinarmi, disgustato dalla vista della canaglia che, affollata intorno a un mucchio di corpi sul marciapiede, li prendeva a calci e sputi con ghigni di soddisfazione.
Se quelle esecuzioni sommarie erano state giustizia, ed ero pronto ad ammettere che lo fossero nella realtà delle cose e del momento, anche senza le garanzie formali di un processo, quello che vedevo in quella piazza era inaccettabile, rozzo e barbarico. E soprattutto vile. Mi domandavo quanti di loro erano stati fascisti sino a poco prima.
Non era per quello che avevamo combattuto.
In ogni modo sono ben contento che quello stesso giorno la missione “Nemo” mi riprendesse in forze per affidarmi un altro incarico, questa volta in Alto Adige