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lunedì 25 aprile 2016

QUEI QUATTORDICI MESI CHE CAMBIARONO IL DESTINO DI VERDERIO SUPERIORE di Beniamino Colnaghi - seconda parte

La Brianza è sempre stata una terra contadina, un polmone verde, un territorio ricco di boschi, cascine e campanili, vissuta da genti laboriose e produttive. In questa plaga lombarda i borghesi e le più affermate famiglie aristocratiche milanesi costruirono le loro sontuose dimore di villeggiatura e svilupparono alcune loro attività industriali.
Già a partire dalla metà del 1500 Verderio Superiore registrò la presenza di una famiglia di antica nobiltà lombarda, gli Ajroldi, la quale possedeva ingenti proprietà terriere e immobiliari. Nei secoli successivi, a seguito di divisioni di proprietà tra gli eredi e cattive gestioni immobiliari, gli Ajroldi lasciarono spazio ad altre famiglie, quali i Confalonieri, gli Arrigoni, i Ruscone e, ultima in ordine temporale, la famiglia Gnecchi(1). Questo casato, a partire da metà Ottocento, divenne proprietario della quasi totalità delle terre e degli immobili di Verderio Superiore, con propaggini a Verderio Inferiore, Paderno d’Adda e in altri comuni. Gli Gnecchi, almeno fino ai primi anni Venti del Novecento, assegnavano le loro proprietà disponibili ai coloni attraverso contratti di mezzadria, che vennero trasformati successivamente nei cosiddetti contratti misti. I coloni erano oltremodo gravati delle spese di coltivazione, da obblighi accessori consistenti in regalie (pollame, alcune parti degli animali d’allevamento e uova da fornire gratuitamente al padrone) e prestazioni manuali che il colono parziario doveva al padrone del fondo. Per molti anni, inoltre, il potente agente e fattore della casa padronale ebbe l’autorità e la facoltà di sfrattare, dalla casa e dai poderi, quei coloni che avessero commesso furti o compiuto azioni contro le proprietà. Ma non solo: sarebbero stati colpiti anche coloro che avessero assunto comportamenti indecorosi e lesivi dei principi morali.    
  





Villa Gnecchi ripresa dal parco e dalla fontana di Nettuno (cliccare sulle foto per ingrandirle)       
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mercoledì 6 aprile 2016

QUEI QUATTORDICI MESI CHE CAMBIARONO IL DESTINO DI VERDERIO SUPERIORE di Beniamino Colnaghi - prima parte


"Ma, quando io avrò durata l'eroica fatica
di trascriver questa storia da questo dilavato
e graffiato autografo, e l'avrò data,
come si suol dire, alla luce, si troverà poi
chi duri la fatica di leggerla?"...
Alessandro Manzoni
 
 
Nove aprile 1950, Pasqua. Quel giorno, verso le prime ore dell’alba, quasi tutti i coscritti della classe 1930 e una manciata di residenti di Verderio Superiore vennero arrestati e condotti in prigione. Furono portati a Pescarenico, un gruppetto di case, tra le quali il carcere, adagiate sulla riva sinistra del fiume Adda. Gli arresti causarono clamore e tensione nella popolazione, la quale non riuscì a spiegarsi il motivo per cui un “contatto” tra un giovane carabiniere e un iscritto alla leva, accompagnato dalla successiva protesta di alcuni suoi amici, poté scatenare una risposta così forte da parte delle forze dell’ordine. Il panico e la paura presero il sopravvento. Il paese rimase sgomento di fronte a tanto accanimento contro alcuni dei suoi figli.
Il periodo che intercorse tra il 9 aprile 1950 e il 27 maggio 1951 segnò uno spartiacque che cambiò radicalmente le sorti politiche di Verderio Superiore. In quei quattordici mesi, in un piccolo borgo contadino e operaio brianzolo, che contava poco più di mille abitanti, attraversato, a soli cinque anni dalla fine di una terribile guerra, da una situazione economica e sociale carica di difficoltà e incertezze, avvennero alcuni fatti significativi che generarono paura ed introdussero un clima di “caccia alle streghe”.
 
 
   

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domenica 26 luglio 2015

CARRETTIERI E CAVALLANTI IN BRIANZA. UN ANTICO MESTIERE DA TEMPO SCOMPARSO di Beniamino Colnaghi



Qualche mese fa, mentre stavo ricostruendo la storia di mio nonno paterno(1), morto a 41 anni sul carro trainato da Nino, il cavallo di famiglia, mi imbattei in una categoria di lavoratori che oggi non esiste più: i cavallanti, o carrettieri, come dir si voglia. Mi incuriosì l’essenza romantica, seppur dentro una vita di stenti e privazioni, di quel mestiere, il rapporto intenso tra l’uomo ed il suo cavallo, l’uscire dallo stretto ambito del villaggio per scoprire realtà e mondi diversi. Spiriti liberi? Esseri alla ricerca di indipendenza? Nomadi? Oppure, più semplicemente, persone mosse dal bisogno e dalla necessità di far quadrare i bilanci familiari?   

Partiamo da uno dei due attori principali: il cavallo. Possiamo affermare che senza il contributo del cavallo il corso dell'evoluzione e della storia dell'uomo sarebbero stati sicuramente diversi? Probabilmente sì. Fra i molti animali domestici che hanno affiancato l'uomo nella sua evoluzione e nella storia, il cavallo ha avuto indubbiamente il ruolo di protagonista. Pensiamo a tutte le attività in cui il cavallo ha affiancato l'uomo: il lavoro nei campi, il trasporto di persone e cose, la compagnia negli spostamenti e nei viaggi, la partecipazione alle guerre e alle conquiste, la salvezza di vite umane, la fedeltà in campo sportivo e ricreativo.  
Il cavallo radunava attorno a sé un fitto sciame di persone per la sua cura. Dal maniscalco al sellaio, dal cavallante al manovale addetto alla pulizia della stalla, questi animali offrivano ed esigevano lavoro. Nei borghi contadini, fino agli anni Sessanta, i cavalli erano innumerevoli. Ogni famiglia che lavorava la terra ne aveva uno. In ogni corte e nelle cascine se ne contavano più d’uno, a seconda delle esigenze e delle dimensioni del luogo. Ma chiunque poteva permetterselo investiva nell'acquisto di un cavallo. 



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sabato 8 marzo 2014

LA "COOPERATIVA DI CONSUMO SAN GIUSEPPE" DI VERDERIO SUPERIORE di Beniamino Colnaghi


Nell’era moderna lo sviluppo della cooperazione è andato avanti di pari passo con la crescita economica, sociale e culturale dei soci cooperatori e di tutti gli individui coinvolti. Ci furono tentativi di realizzare concretamente queste nuove società, basate sulla cooperazione, prima nei nuovi territori americani, poi nelle campagne inglesi verso la fine del Settecento e poi ancora in Francia. In seguito si svilupparono iniziative di cooperazione, in particolare in Germania, dove, verso metà Ottocento, nacquero le Banche Popolari e le Casse Rurali, con lo scopo di far accedere al credito artigiani e contadini. Ma l’anno che più di ogni altro è ricordato come l’inizio del movimento cooperativo è il 1844. La prima vera cooperativa organizzata nacque dunque quell’anno a Rochdale, sobborgo di Manchester, in Inghilterra, per iniziativa di un gruppo di operai tessili che già allora diedero vita ad uno statuto, espressione degli obiettivi cooperativi, le cui finalità di fondo ancora oggi sono un punto di riferimento per milioni di cooperatori in tutto il mondo.
Le prime esperienze cooperative in Italia ebbero inizio con alcuni anni di ritardo rispetto all'Inghilterra e trovarono sviluppo soprattutto al nord, dove operavano le Società Operaie e le Società di Mutuo Soccorso. Gli ultimi decenni dell’Ottocento videro svilupparsi piccole esperienze in ambiti locali che si potenziarono negli anni successivi. La Federazione delle Società Cooperative Italiane nacque a Milano nel 1886, durante il primo congresso dei cooperatori italiani, “vi emergono in varia misura orientamenti liberali, cattolici, radicali, operaisti, socialisti, scrive Zangrandi”. Durante il 5° congresso tenutosi a Sampierdarena nel 1893 la federazione assunse la denominazione di Lega nazionale delle Cooperative. L'importanza e lo scopo della Lega è da ricercare nella capacità che, attraverso essa, ebbero le diverse imprese iscritte di far sentire la propria voce, le proprie ragioni e i loro interessi comuni in ambito nazionale, anche se i governi conservatori di fine Ottocento si dimostrarono sospettosi verso qualsiasi esperienza che comportasse un ampliamento della democrazia.





Con queste premesse e finalità in Brianza sorsero numerose cooperative, sia politicamente unitarie sia di matrice cattolica o di esclusivo orientamento socialista.

Già dagli anni Trenta del Novecento, in piazzetta Roma a Verderio Superiore era attiva un’osteria. Una delle tante, in quell‘epoca. Ne era proprietaria la famiglia Pozzoni, detta Tampen, che la gestiva grazie all’impegno diretto dei suoi componenti. Nei primissimi anni Quaranta l’osteria era condotta da Mario Pozzoni e da sua moglie Aldina. La gestione diretta si protrasse fino ai mesi estivi del 1945, quando la famiglia Pozzoni affittò i locali alla “Cooperativa di consumo a responsabilità limitata San Giuseppe”, fondata nel 1945, pochi mesi dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. L’atto costitutivo della società venne redatto dal notaio Luigi Stella di Nesso, provincia di Como, e sottoscritto davanti allo stesso “in una sala al primo piano del palazzo comunale di Verderio Superiore”. Prima di elencare i nomi dei fondatori, riterrei importante e storicamente corretto evidenziare il fatto, almeno così è parso allo scrivente, che tutti coloro che parteciparono alla fondazione della “San Giuseppe” lo fecero con spirito unitario e nel solco della dichiarazione del Zangrandi, ossia tutti gli orientamenti politici e culturali dell’epoca, usciti vittoriosi dalla lotta contro il fascismo, vennero rappresentati. Per confutare questa affermazione basterebbe leggere i nomi dei fondatori e conoscere le pagine più significative della storia della prima metà del Novecento di Verderio Superiore.



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domenica 20 ottobre 2013

LA MADONNA DI "LA SALETTE" A VERDERIO SUPERIORE E CAGLIO di Beniamino Colnaghi

Comune di La Salette-Fallavaux. Diocesi di Grenoble. Alpi francesi. Nel primo pomeriggio del 19 settembre 1846, due pastorelli, Melania Calvat e Massimino Giraud, stanno pascolando alcune mucche sugli alpeggi del monte Planeau, a circa 1800 metri di altitudine, quando scorgono un globo di luce. In quello splendore quasi accecante vedono una donna seduta con i gomiti sulle ginocchia e il volto nascosto tra le mani. La Signora li chiama a sé e, in lacrime, affida loro il suo messaggio, prima in lingua francese e poi in dialetto provenzale per farsi capire meglio, dato che i due ragazzini sono analfabeti.
Monsignor Filiberto de Brouillard, vescovo di Grenoble, cinque anni più tardi dichiarò l’apparizione “indubitabile e certa” ed approvò, di conseguenza, il testo del messaggio, affermando che ai due pastorelli fu affidato dalla Madonna un “segreto” ciascuno. I documenti sui quali vennero trascritti i testi dei racconti e i due “segreti” furono consegnati a Roma a papa Pio IX. Attualmente sono conservati negli archivi della Congregazione della Fede.




 

Statua della Madonna con i due veggenti sul monte Planeau, ove avvenne l'apparizione (Fonte Giulio Oggioni).


La Madonna apparsa a La Salette venne definita la “Madonna dei contadini” perché apparve vestita da contadina, perché scelse due ragazzini umili intenti a sorvegliare due mandrie di mucche e perché comunicò gran parte del messaggio nel dialetto del luogo. Da quanto sopraesposto si può comprendere perché in alcune località d’Italia la Madonna di La Salette sia stata invocata come la “Madonna dei contadini”, ossia Colei che si interessava della vita e dei problemi di chi viveva e lavorava la terra.
Il culto mariano si esprimeva attraverso la raffigurazione della Madonna che recava sul capo la corona formata da spighe di grano intrecciate e la realizzazione di statue, cappelle o edicole all’interno delle cascine o lungo i viottoli dei piccoli nuclei storici di campagna.

Per questi motivi, e probabilmente per altri che non conosciamo, venne dedicata alla Madonna di La Salette una cascina a Verderio Superiore, Brianza lecchese, e un’edicola sacra a Caglio, alta Valassina, provincia di Como....


Beniamino Colnaghi

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lunedì 7 gennaio 2013

IL "MAGLIFICIO G. BARAGGIA" A VERDERIO SUPERIORE di Beniamino Colnaghi



Il dato più attendibile circa il significato e l’origine del cognome Baraggia ci conferma che “la baraggia” è l’area pedemontana che dalle Prealpi, site sotto il massiccio del Monte Rosa, si sviluppa verso il piano a terrazzi o in lieve graduale declivio verso sud est. La baraggia è una terra che prende il suo nome dalla brughiera, ovvero un tipo particolare di landa ricoperta da brugo o erica, arbusto sempreverde. In tempi antichi, questo tipo di vegetazione la rese un luogo ideale per i pascoli invernali delle greggi transumanti dalle Alpi biellesi. Con i secoli e con una capillare quanto ingegnosa opera di canalizzazione, parte della baraggia è stata trasformata in risaia. Il riso è l’unica coltura che può sopravvivere a questo tipo di terreno e di habitat ed assume delle caratteristiche morfologiche e qualitative uniche.


La baraggia vicino a Biella




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martedì 6 novembre 2012

I VERDERIESI NELLA COOPERATIVA DI COSTRUZIONI LAVORANTI MURATORI di Beniamino Colnaghi



Durante una delle chiacchierate che tengo periodicamente con Felice Colnaghi, sul tavolo, attorno al quale eravamo amabilmente seduti, oltre il caffè, preparato dalla sig.ra Agnese con una moka Bialetti, era posato un corposo volume bianco. La copertina era composta da una fotografia d’altri tempi che sfumava verso l’alto e da una scritta che formava un cerchio, al centro del quale faceva bella vista un numero di colore oro.


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sabato 15 settembre 2012

L'ASILO "GIUSEPPINA GNECCHI" DI VERDERIO SUPERIORE di Beniamino Colnaghi

L’asilo infantile “Giuseppina Gnecchi” fu costruito a Verderio Superiore nel 1891 per iniziativa di Giuseppe Gnecchi Ruscone, sindaco di Verderio dal 1859 al 1889, il quale lo dedicò alla moglie Giuseppina Turati, la quale proveniva da una nobile e ricca famiglia di Busto Arsizio.




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venerdì 13 luglio 2012

RACCONTO SULLA VITA CONTADINA di Livia Colnaghi

Su mia richiesta, la sig.ra Livia Colnaghi, cugina di primo grado di mio padre, mi ha gentilmente concesso di pubblicare questo suo racconto. La ringrazio di cuore. Beniamino Colnaghi

Scrivo una storia lontana nel tempo. Racconto come vivevano i contadini nel ‘900.

All’alba, prima che sorgesse il sole, i contadini si recavano in campagna a lavorare la terra.

Cercavano di rendere fertile il terreno, ma questo richiedeva molta fatica, si dovevano togliere le pietre che impedivano la coltivazione e spianare il più possibile il suolo per assicurare l’irrigazione e ottenere un buon raccolto. Dopo aver compiuto questo lavoro i contadini si sentivano più legati alla terra: uomo e natura erano segreti potenti.






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giovedì 7 giugno 2012

VENNERO "GLI EVASI" E POI "I CLEPTOMANI": I COMPLESSI MUSICALI DI VERDERIO di Beniamino Colnaghi



Gli anni ’60 del secolo scorso sono stati davvero straordinari e irripetibili, non solo e non tanto perché è avvenuto il “boom economico” ed è decollato lo sviluppo industriale dell’Italia, ma anche per l’entusiasmo, la voglia di fare, la passione civile che permeava il popolo italiano.

In quegli anni la società italiana cominciò ad aprirsi alle novità, cambiarono i rapporti in famiglia, i giovani conquistarono la ribalta sociale e le donne rivendicarono maggiore libertà di essere e di agire. Una trasformazione che investì tutta la società e produsse profondi cambiamenti politici, sociali e antropologici.



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giovedì 24 maggio 2012

I FATTI DI SANGUE ALLA CASCINA PRETI DI CORNATE D'ADDA di Beniamino Colnaghi



Dalla strada che conduce a Villa Paradiso si stacca un viottolo che sbocca su un tradizionale edificio contadino, ora ben ristrutturato e conservato, che nella prima metà del secolo scorso comprendeva stalle, fienili e case d'abitazione. E’ la “Casina di Pret“. Qui si consumò il più grave fatto di sangue avvenuto nel Comune di Cornate d’Adda durante l'ultimo periodo bellico. 







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sabato 5 maggio 2012

VITTORIO ZANIN, “UL CADREGÀT” di Beniamino Colnaghi


"Cadregàtt" era colui che riparava/impagliava “I cadrech”, ossia le sedie impagliate. Normalmente girava in bicicletta con un sacco di iuta contenente il necessario per riparare le sedie (pialla, martello, chiodi, sega e paglia) e passava di corte in corte e in ogni cascina, anche in quelle più sperdute, chiedendo alle famiglie se avessero delle sedie da riparare. La paglia generalmente usata era quella ottenuta dalla segale, ma a volte se ne potevano usare anche altri tipi.

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sabato 31 marzo 2012

LA NUOVA STRADA PER LA STAZIONE FERROVIARIA DI PADERNO di Beniamino Colnaghi

 Beniamino Colnaghi, già sindaco di Verderio Superiore, ha creato un suo blog che si occupa anche, ma non solo, di storia di Verderio. Il blog si chiama "Storia e storie di donne e uomini" e lo puoi raggiungere al seguente indirizzo:
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/



La nuova strada per la stazione ferroviaria di Paderno


Fino all’anno 1938, coloro i quali intendevano dirigersi verso la stazione ferroviaria di Paderno-Robbiate, giunti alla “salida de Padernu” dovevano necessariamente percorrerla fino in cima per poi svoltare a sinistra verso il centro abitato. Oltrepassato il ponticello sopra la ferrovia e giunti in prossimità della chiesina di santa Marta, ....


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martedì 3 gennaio 2012

IL DOPOAVORO DI PADERNO D'ADDA GESTITO DA CECILIA COLNAGHI di Beniamino Colnaghi


L'Opera Nazionale Dopolavoro fu un'associazione creata il 1° maggio 1925 dal regime fascista col compito di occuparsi del tempo libero degli italiani. Lo statuto prevedeva che il Dopolavoro dovesse "curare l'elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport, l'escursionismo, il turismo, l'educazione artistica, la cultura popolare, l'assistenza sociale, igienica, sanitaria, ed il perfezionamento professionale".
A partire appunto dal 1925 il regime fascista avviò il programma di "nazionalizzazione" del tempo libero, dai divertimenti agli sport, il cui primo passo fu la creazione dell'Opera Nazionale Dopolavoro (OND). La creazione dell'OND rese istituzionali le iniziative già esistenti, come i circoli ricreativi patrocinati dai sindacati fascisti sorti autonomamente nelle sedi socialiste, eliminandone il carattere politico e sopprimendo le analoghe organizzazioni antifasciste. Lo scopo primo dell'OND era inizialmente limitato alla formazione di comitati provinciali a sostegno delle attività ricreative, ma tra il 1927 e il 1939 da ente per l'assistenza sociale diventò "movimento" nazionale che vigilava sull'organizzazione del tempo libero degli italiani.
Le attività dei vari circoli erano suddivise, secondo un'uniforme programma per tutta la nazione, in una serie di servizi sociali, tra i quali cultura fascista e formazione professionale, educazione fisica,  sport e turismo, educazione artistica, musica, cinema, radio e folklore.
Questo programma era rivolto agli ambienti urbani ed industriali; a partire dal 1929 si sviluppò anche il dopolavoro agricolo, le cui finalità convergevano nel proposito di "non distrarre dalla terra" i contadini. Alla fine degli anni Venti venne inoltre messo a punto un programma ricreativo femminile, che implicava un accurato addestramento per "l'elevazione morale" delle donne nella società fascista, e corsi di pronto soccorso, igiene ed economia domestica.

Il regime fascista aprì sedi del Dopolavoro in moltissime località italiane: nel 1933 sono ben 18.000 le sezioni aperte nella nostra penisola. Per quanto attiene la nostra zona, una sede venne aperta a Verderio Inferiore, un'altra a Paderno d'Adda.
Il Dopolavoro di Paderno venne aperto in località Padernino, precisamente presso alcuni locali della cascina sant'Antonio in via Leonardo da Vinci 51, ove già esisteva un'osteria di proprietà della facoltosa famiglia Viscardi.

Foto 1 Ingresso del Dopolavoro su via Leonardo Da Vinci, riservato ai militanti fascisti


Foto 2. Particolare

L'apertura avvenne presumibilmente nella seconda metà degli anni '20. Il "Dopolavoro Aziendale Viscardi", così fu chiamato in quel tempo, era composto da un bar e da un locale attiguo che accoglieva le riunioni degli attivisti fascisti. Il locale che ospitava il bar era molto ampio, arredato con un bancone e numerosi tavoloni attorno ai quali gli avventori bevevano del buon vino, chiacchieravano oppure giocavano a carte. La sala riservata ai fascisti era più intima, aveva il camino ed il pavimento in parquet ed era  arredata con tavolini e mobili d'epoca. All'esterno, collegati con il bar, erano presenti due campi di bocce scoperti, affiancati da uno stretto passaggio dove i clienti potevano assistere alle partite. Ancora oggi, malgrado la cascina sia oppressa da un condominio, da villette e da un piccolo capannone commerciale, si possono notare i due ingressi al Dopolavoro: a quello interno potevano accedere i clienti del bar, mentre quello su via L. da Vinci era riservato ai gerarchi ed agli iscritti al Partito Fascista.

Cecilia Colnaghi, soprannominata Cia, proveniva da Verderio Superiore e precisamente dalla Curt dei Barbis, ove nacque il 25 novembre 1890. Il padre, Felice, e la madre, Maria Letizia Brivio, ebbero otto figli: Cecilia fu la secondogenita mentre mio nonno Beniamino, sestogenito, venne alla luce nel 1900.

Foto 3 Cecilia Colnaghi


Trascorse l'infanzia e la giovinezza in paese, finché, in età da marito, il 22 gennaio 1910 si sposò con Luigi Valtolina, anch'esso nativo di Verderio superiore, precisamente della Curt dei Sartirona, il quale fu chiamato subito "a fare il soldato".  Malgrado ciò, tra una licenza e l'altra di Luigi, tra il 1911 e il 1915 Cecilia ebbe tre figlie: Nicoletta, Giuseppina e Ines. Allo scoppiare della Prima Guerra mondiale, Luigi fu chiamato alle armi e partì per il fronte, dal quale non fece più ritorno, lasciando così in gravi difficoltà la famiglia. I suoi resti sono tumulati nel Sacrario militare del Passo Tonale.

Foto 4 Luigi Valtolina


Una nipote di Cecilia, Giuditta Rotta, mi ha recentemente riferito che sua nonna si trasferì a Paderno, si presume con i genitori del marito, pochi mesi dopo aver partorito la prima figlia. Dovremmo pertanto essere nel 1912. Malgrado il marito fosse ancora soldato, Cia si spostò quindi alla cascina sant'Antonio, ove ebbe dalla famiglia Viscardi, come detto proprietaria dell'immobile e di alcuni terreni contigui, alcuni locali in affitto posti al primo piano e probabilmente la gestione dell'osteria al piano terra, già esistente all'epoca. Rimasta nel frattempo vedova, oltre al bar, si occupò della cucina e dei lavori domestici presso la villa padronale.  

Quando il Partito Fascista apre il Dopolavoro a Paderno, Cia ha quasi 40 anni, le tre figlie sono ormai grandicelle ed i parenti la aiutano nella gestione dell'osteria e nel buon mantenimento dei locali e dei campi di bocce. I tempi sono difficili, le malattie imperversano, la fame è una brutta bestia, la gente non ha possibilità di agire e parlare liberamente, le squadre fasciste controllano la vita delle persone e chi sgarra, o non si adegua, viene punito. Il Dopolavoro diventa una delle sedi nelle quali i fascisti locali progettano non solo iniziative politiche e propagandistiche, ma anche azioni punitive nei confronti dei comunisti e degli antifascisti più irriducibili. Uno dei quali era proprio un fratello di Cecilia, inserito nelle liste degli oppositori da punire, che Cecilia, con il suo carattere forte e risoluto, difese e protesse in più di un occasione, salvandolo dal manganello e dalla prigione. Mi è stato confermato che Cia, quando aveva "una soffiata", si dirigeva alla stazione ferroviaria di Paderno per avvisare suo fratello di non andare a casa quella sera perché i fascisti gli avevano teso un'imboscata presso "ul pianton", il grande platano, con l'intento di dargli una lezione.

Dopo la Liberazione e caduto il fascismo, il Dopolavoro cessò l'attività. A tale riguardo ho un aneddoto raccontatomi da Felice Colnaghi il quale mi ha riferito che un nipote di Cia, Rinaldo Frigerio, figlio di sua sorella Teresa, che già da ragazzino svolgeva attività di imbianchino, cancellò i fregi fascisti posti sopra il portone di ingresso principale. Ancora oggi si notano due macchie di colore bianco ai lati della scritta. 
Il bar sopravvisse e nacque una trattoria. Cia è una buona cuoca e una donna intraprendente che vede lontano. Negli anni '50 e '60 cucina soprattutto per le comitive, per i cacciatori e pescatori e per le operaie dei numerosi maglifici presenti a Paderno: Imec, Baraggia, Consonni, Mafri, Fontana etc. Le clienti più assidue sono soprattutto le donne bergamasche e quelle che abitano lontano da Paderno e Verderio. Tra le sue clienti figuravano due nipoti di papa Giovanni XXIII abitanti a Sotto il Monte, e di questo Cecilia andava molto fiera.

Foto 5 Cecilia con la figlia Nicoletta sulla porta d'ingresso del bar


Nel 1968 il bar-trattoria chiude e la cascina comincia un inesorabile e lungo declino. Cecilia Colnaghi ha quasi 80 anni, va ad abitare con la figlia Nicoletta e la nipote Giuditta, sempre a Paderno. La morte la coglie il 17 marzo 1976 all'età di 85 anni. Riposa nel cimitero di Paderno d'Adda.

Beniamino Colnaghi

P.s.: Considerato che è un articolo che non si sviluppa su documenti e testi storici, ma trae origine dalla memoria di persone in carne e ossa, ringrazio tutti coloro che mi hanno trasmesso le informazioni utili al fine di poter raccontare questa storia, in particolare Giuditta Rotta e Fulvia, Letizia e Felice Colnaghi.
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venerdì 7 ottobre 2011

ANTICHE CROCI DI PIETRA IN BOEMIA E MORAVIA di Beniamino Colnaghi

Nel corso dei miei viaggi in Repubblica Ceca ho notato la presenza di numerosi simboli religiosi in prossimità della strade, all'ingresso delle città e dei più piccoli villaggi sperduti nella campagna, nelle vicinanze di fiumi e castelli e addirittura nelle adiacenze di boschi e strade campestri.
Al di là dell'ovvio motivo circa la presenza di queste croci, ho cercato di capire se, dietro il posizionamento di questi simboli, ci fossero altri motivi legati magari a fatti e circostanze avvenute in quel luogo.
Così ho acquistato un libro/catalogo presso una libreria di Praga e, con il prezioso aiuto di mia moglie, ho scoperto cose veramente interessanti dal punto di vista storico e monumentale.
Tra il 1982 ed il 1996 un gruppo di studiosi e storici cechi ha raccolto dati e informazioni su circa 1800 croci di pietra presenti in Boemia e Moravia, le ha fotografate, catalogate e raccolte in un corposo volume. Nel catalogo non sono presenti edicole sacre ed i classici crocifissi posizionati generalmente all'ingresso delle città e dei borghi, meta di pellegrinaggi e processioni durante le festività religiose, e dei luoghi di sepoltura, cimiteri, cappelle e ossari.
Questi storici hanno studiato la natura delle croci in pietra, analizzato il materiale impiegato, visitati i territori e fatte ricerche storiche dei luoghi ed, infine, hanno ascoltato testimonianze dei residenti e fatto tesoro di alcune leggende locali tramandate di generazione in generazione.
In merito a quest'ultime, quelle più citate riguardano fatti che hanno come sfondo duelli, disgrazie e morti violente. Alcune croci pare siano state installate per ricordare eventi tragici quali, ad esempio, la strage dei partecipanti ad un corteo nuziale ad opera dell'ex fidanzato geloso (doppia e tripla croce) oppure la morte di uno o più bambini causata dal rovesciamento di un carro agricolo.


Borek: croce di pietra calcarea in cattive condizioni con scritta illeggibile in lettere gotiche


Kamenice: pietra rettangolare con al centro la croce di Malta e con la raffigurazione di una forbice, una spada, una vanga e una freccia.

 
Protivec: croce ben conservata con una scritta che nel 1945 lo scrittore Karel Sramek così interpretava: "1571, Katerina Klvrz di Tavzema è stata uccisa il sabato, giorno dell'Assunzione di MAria". Sotto la croce è disegnata una scure.

Sono stati così individuati sette possibili motivi per i quali gli autori pensano che le croci siano state posizionate in quei determinati luoghi:
1)    Evocare e ricordare il culto della morte. Il nesso tra la croce e la morte ha un legame antico. Nella storia del cristianesimo la croce rappresenta il simbolo del supplizio e della morte di Cristo. In molti casi citati sul libro il posizionamento di una croce ha voluto ricordare la morte di una personalità del luogo o la data di un evento (battaglie, disgrazie) che ha provocato comunque la morte di qualcuno.  
2)    Simboli di pacificazione. Teoria abbastanza probabile perché riguarda la stipula di accordi di pacificazione fra due o più contendenti. Gli autori fanno riferimento ad un raro documento che riguarda un accordo di pacificazione datato 1513.
3)    Delimitazione di un territorio e/o proprietà. Spesso le croci di pietra venivano usate come cippo che indicava una frontiera o delimitava proprietà della Chiesa o di privati, generalmente nobili o signorotti del luogo. La simbologia adottata per la costruzione delle croci non era univoca e per gli autori è tuttora difficile comprenderne le ragioni.
4)    Origine missionaria. Al riguardo occorrerebbe approfondire la vita e le opere dei santi Cirillo e Metodio, nati in Macedonia ed evangelizzatori bizantini di Moravia, Pannonia e dei popoli slavi nel IX secolo. Tali teorie, tuttavia, non sono sufficientemente documentate e suffragate da dati storici certi. Gli autori hanno comunque preso in considerazione anche questa possibilità perché nel Nord Europa, soprattutto in Scandinavia e Irlanda, si sono trovate delle croci missionarie molto simili a quelle presenti in Boemia e Moravia.
5)    Espressione della simbologia germanica, fede nella divinità e nei trattati epici. La simbologia germanica è stata formulata dal dr. Walter Dreyhausen nel 1940 in contrapposizione con la precedente teoria missionaria, perché, se male intesa, avrebbe potuto sfociare in una speculazione nazionalista a favore della Germania nazista che reclamava a sé i territori della Cecoslovacchia occupati dai Sudeti, popoli di origine tedesca.
6)    Simboli della Controriforma cattolica. Durante gli anni della Controriforma cattolica ed a seguito degli esiti della battaglia della Montagna Bianca (1620) la Boemia, paese a maggioranza protestante, fu sottoposta a un duro processo di ricattolicizzazione forzata, al punto di diventare in pochi decenni uno dei paesi più cattolici d'Europa. Fu un processo drammatico che è stato accompagnato da parecchia violenza. In alcuni territori della Boemia vi fu l'abitudine di manifestare per la vittoria della Chiesa cattolica contro la Riforma protestante, posizionando delle croci di pietra.
7)    Contrassegni delle vie di comunicazione. Un'ultima lettura formulata recentemente dagli autori del testo presuppone che le croci siano state installate per tracciare alcune principali vie di comunicazione, nonché segnalare dogane o luoghi ove si pagavano dazi per entrare in un fondo privato. In questo caso le croci vennero chiamate "ruota doganale" e furono inserite all'interno di pietre rotonde. Questi manufatti rappresentano circa il 3% del totale delle pietre catalogate e si trovano nella Boemia occidentale, vicino al confine con la Germania.

Le croci più vecchie risalgono ai primi anni del 1500 e a tutto il 1600. Numerose sono le croci del XVIII e XIX secolo ovvero sono state costruite e posizionate nel secolo scorso pur ricordando fatti e personaggi di epoche precedenti.


Veznice: croce con la testa assimmetrica a forma di fiamma con simboli e scritte non decifrate. In un secondo tempo è stata affiancata da una cappella.

Martinice: croce di pietra arenaria curvata verso sinistra, sulla quale è riprodotto il simbolo di una spada primitiva. In seguito è stata affiancata da un crocefisso in pietra.

La presenza di numerosi simboli sacri e religiosi sul territorio delle due Regioni ceche ha ispirato artisti, letterati e uomini di cultura che hanno lasciato traccia ai posteri delle loro opere, attraverso testi scritti e poemi, atti teatrali e dipinti e sculture di buona qualità.  
Le antiche croci di pietra sono classificate monumenti di valore storico e artistico e tutelate dalle competenti Soprintendenze della Repubblica Ceca.

Seguono alcune fotografie di crocifissi e cappelle.

Backov: cappella.

Golcuv Jenikov: crocefisso in pietra

Vrtesice: crocefisso in ferro

Sirakovice: crocefisso in ferro fra cipressi

Chrenovice: crocefisso in ferro

Chrenovice: crocefisso in ferro

Stuparovice: crocefisso in pietra e ferro

Nejepin: crocefisso in ferro
Beniamino Colnaghi

venerdì 1 luglio 2011

LA SEZIONE COMBATTENTI E REDUCI DI VERDERIO SUPERIORE di Beniamino Colnaghi


Il '900 è stato un secolo controverso: per alcuni aspetti straordinario e innovativo, per altri drammatico e lacerante. Lo storico Eric Hobsbawm lo ha definito "il Secolo breve", un'espressione che è entrata nel linguaggio comune. Il Novecento ha compreso, al suo interno, progresso scientifico e tecnologico, due guerre mondiali e innumerevoli operazioni militari, crisi economiche, rivoluzioni, crollo dei regimi totalitari, rapidissime trasformazioni nelle società sfociate in decisi cambiamenti sociali e antropologici.
I decenni che vanno dallo scoppio della prima guerra mondiale fino agli esiti rovinosi della seconda, furono, per la società europea, un'epoca catastrofica. L'Italia ne uscì malissimo: a causa delle guerre e della dittatura fascista furono centinaia di migliaia i morti e diversi milioni  i poveri, i disoccupati ed i senzatetto. Il nostro Paese, gran parte distrutto ed alla fame, ma con la ritrovata libertà, cercò di risalire la china, non solo attraverso l'aiuto e la collaborazione delle nazioni più ricche e progredite, ma con uno straordinario e generoso impegno del popolo italiano, che si rimboccò le maniche e partecipò fattivamente alla rinascita della società ed alla ricostruzione del Paese e dello Stato democratico.

Negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, in Italia nacquero innumerevoli società e associazioni, cooperative e mutue, di diversa natura e differente orientamento culturale, con l'obiettivo non solo di creare le condizioni per il rilancio dello sviluppo economico e sociale, ma anche con l'intento, se vogliamo più prosaico e materiale, di aiutare economicamente e moralmente quella grande fetta di popolo che subì sulla propria pelle le tragedie e le malvagità del fascismo e della guerra.    
Per quanto attiene tutti coloro che parteciparono attivamente alle varie guerre ed alle operazioni militari, venne costituita l'Associazione Nazionale Combattenti e Reduci. Era il 24 giugno 1949. A dire il vero, già dal 1923 era attiva un'Associazione simile, che raggruppava i Combattenti della I guerra mondiale. Con la nascita dell'A.N.C.R. il Governo De Gasperi intese ampliare gli scopi ed i fini della nuova associazione e ricomprendere tutti gli ex-militari di qualunque arma, volontari, soldati di leva, richiamati o di carriera arruolati nelle Forze Armate dello Stato italiano che avessero preso parte a operazioni di guerra, dalla campagna d'Africa del 1894 alla seconda guerra mondiale,  conclusasi con la Liberazione del Nord Italia il 25 aprile 1945.

L'Associazione Nazionale Combattenti e Reduci ebbe tra i suoi nobili obiettivi quelli della difesa dei valori civili e morali della Patria, della memoria dei caduti e dell'affermazione della giustizia, del mantenimento della pace fra i popoli. All'Associazione venne affidato anche il consolidamento dei vincoli di fraternità fra gli associati e l'attuazione di ogni forma di assistenza che potesse aiutare i soci a superare le difficoltà della vita nonché ad assolvere i loro doveri nella società.
Al fine di poter svolgere efficacemente questo ruolo, all'A.N.C.R. venne data una struttura ben ramificata sul territorio, tanto è vero che nella maggior parte dei Comuni italiani era presente almeno una Sezione che, attraverso i suoi organi interni e nell'ambito dello Statuto e dei regolamenti, gestiva l'amministrazione ordinaria e straordinaria ed esercitava ogni funzione di assistenza e mutuo soccorso in favore degli associati. Ogni avente diritto, dopo aver presentato la domanda di iscrizione corredata dei documenti attestanti il possesso dei requisiti richiesti ed aver pagato la quota di iscrizione, otteneva la tessera di riconoscimento e la tutela ed il godimento di tutte le provvidenze e dei servizi forniti dall'Associazione.

In accordo a queste disposizioni nazionali, nei primissimi anni '50 venne costituita una Sezione dei Combattenti e Reduci anche a Verderio Superiore.
Non si hanno notizie certe e documentate circa quanti iscritti avesse la Sezione locale in quegli anni e chi fossero i responsabili direttivi né quali iniziative avesse intrapreso la Sezione a favore dei soci e dei cittadini verderiesi. Ciò che possiamo effettivamente registrare con una certa attendibilità  riguarda alcuni dati: i giovani di Verderio Superiore che parteciparono agli eventi bellici nei diversi fronti di guerra (1915 - 1945) o furono attivi nei gruppi organizzati di partigiani furono circa 400; i Caduti della prima e seconda guerra mondiale furono 54; oltre 70 furono i prigionieri nei vari campi di lavoro e di prigionia. Questi numeri così rilevanti, se rapportati alle piccole dimensioni del Comune, ci inducono a pensare che, al momento della costituzione della Sezione dei Combattenti e Reduci, i soci di Verderio Superiore fossero certamente numerosi. Vediamo più in dettaglio.
In ordine temporale, il primo documento giunto a noi risale al 1948 (doc. n. 1).

                   
doc. n. 1
Si tratta di un "Elenco dei militari e militarizzati a tutti gli effetti già prigionieri di guerra in mano russa, tedesca, jugoslava e albanese cui spetta l'indennizzo mensile concesso ad alcune categorie di prigionieri di guerra (circ.292 G.M. 948)". Il documento, redatto dal Comune di Verderio Superiore il 1 ottobre 1948 e firmato dal sindaco pro-tempore, contiene l'elenco dattiloscritto di 48 nominativi di militari, ai quali sono associate le date di nascita ed i luoghi di prigionia. Successivamente, probabilmente in tempi diversi, all'elenco sono state apposte cancellature e aggiunte di nuovi nomi. Si presume che tali modifiche postume si siano rese necessarie a seguito di notizie aggiornate che man mano giungevano dai ministeri competenti circa lo stato dei militari italiani intervenuti sui vari fronti di guerra; la maggior parte delle modifiche riguardarono militari inizialmente fatti prigionieri e/o dichiarati dispersi, dei quali poi si accertò la loro morte.
Negli anni seguenti, il numero dei soci della Sezione si ridusse notevolmente, probabilmente a causa del decesso di alcuni iscritti ed a seguito di una fase di stanca e disinteresse che si presenta periodicamente all'interno di molte associazioni e gruppi organizzati. Questo stato di cose indusse il Presidente della Federazione Provinciale di Como dell'A.N.C.R., prof. Luigi Colombo, sentito il Sindaco di Verderio Superiore, a scrivere una lettera al sig. Carlo Salomoni, giudicata persona capace e attiva, al quale fu richiesto il suo intervento al fine di "tentare la ricostruzione della locale Sezione Combattenti e Reduci".  La lettera porta la data del 22 aprile 1964.           
Non si conoscono gli esiti delle eventuali azioni intraprese. Ciò che risulta agli atti riguarda l'elenco degli iscritti alla locale Sezione dell'anno 1965. A fronte di 52 cittadini aventi diritto, furono solo 28 coloro che si iscrissero alla Sezione, ogni socio versò 500 lire ma il bilancio si chiuse in deficit, con una perdita di 4.050 lire. Negli anni successivi le adesioni si trascinarono stancamente, anche a causa del decesso di alcuni soci.

Ricordavo in premessa che fra le finalità dell'Associazione erano comprese azioni di solidarietà e fraternità fra gli associati nonché l'attuazione di ogni forma di assistenza volta ad aiutare i soci a superare le difficoltà della vita.
Vediamo tre casi documentati registrati verso la fine degli anni '60.
1) Nel 1966 i soci della Sezione di Verderio Superiore, unitamente ai compagni di leva, donarono, grazie all'apertura di una sottoscrizione, oltre 54.000 lire a favore dei figli minori di un socio deceduto.
2) L'anno successivo, l'Associazione nazionale informò tutte le sezioni, attraverso una circolare, che il Decreto Ministeriale 12 febbraio 1966 permetteva, a chi ne avesse titolo e diritto, la concessione di crediti a favore dei Reduci di professione artigiani, singoli o costituiti in cooperative (doc. n.2).
            doc. N.2          

3) L'11 aprile 1968 una circolare (doc. n. 3) comunicava agli associati che era in corso la vendita di blocchi di biancheria di buona qualità a prezzi convenienti. Il prezzo del blocco ammontava a lire 40.000 e comprendeva, a scelta oltre la biancheria, un servizio di piatti di porcellana o di posate, oppure una batteria di pentole di alluminio. Era prevista la possibilità di pagare ratealmente 5.000 lire ogni due mesi e ad  ogni singolo atto di vendita la sezione locale avrebbe percepito 500 lire per il proprio sostentamento.

                       

Ancora oggi l'Associazione fa parte integrante del Consiglio Nazionale Permanente delle Associazioni d'Arma ed è iscritta all'Albo del Ministero della Difesa. È un' associazione apolitica e apartitica che ha la rappresentanza e la tutela degli interessi materiali e morali dei combattenti e dei reduci di guerra iscritti all'associazione.
Beniamino Colnaghi

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giovedì 27 gennaio 2011

IL VECCHIO INSEDIAMENTO EBRAICO DI GOLCUV JENIKOV (Repubblica Ceca) di Beniamino Colnaghi


Ghetti, sinagoghe e cimiteri: i grandi sopravvissuti della cultura ebraica
In Boemia e Moravia gli ebrei giunsero nel X secolo. Se da un lato quindi aprirono grandi vie commerciali e furono in qualche modo nomadi, dall'altro si stabilirono nei paesi e nelle città, creando insediamenti propri. La storia di persecuzione e discriminazione, vergognosamente culminata nella Shoah, ha radici lontane e da sempre il popolo giudeo è stato oggetto di diffidenza e critiche. Durante la seconda Guerra Mondiale il sistematico annientamento nazista sterminò il 90% degli ebrei in terra ceca. Oggi le comunità ebraiche censite sono solo 10, per un totale di 3.000 persone, ma dei passati insediamenti resta ampia testimonianza nel Paese: 180 quartieri ebraici, 200 sinagoghe e 200 cimiteri.
I siti ebraici sono oggi per lo più sotto tutela come monumenti nazionali.

Josefov, la Praga ebraica
E' una sorta di città nella città. Quella che appare oggi è il frutto di sostanziali rimaneggiamenti operati tra il 1893 e il 1913, ai quali sopravvissero solo alcune testimonianze di lunghi secoli di presenza ebraica a Praga. Ciò nonostante, i monumenti fin qui tramandati costituiscono uno tra i nuclei meglio conservati di tutta Europa. Cuore di Josefov è la Sinagoga Vecchio-Nuova, la più antica in attività in Europa, cui se ne affiancano molte altre, tutte in stili architettonici diversi, magnificamente restaurate e custodi di pregevoli collezioni. La città con le sue sinagoghe fa parte dell'area del Museo Ebraico di Praga, il cui patrimonio artistico e culturale è unico al mondo, a cominciare dall'Antico Cimitero Ebraico, che risale alla prima metà del XV secolo e conta 12.000 lapidi gotiche, rinascimentali e barocche.
 
Foto n.1 -  Vecchio cimitero ebraico di Praga

Non solo Praga
La città di Pilsen vanta due sinagoghe, tra cui la seconda per grandezza in Europa e due cimiteri ebraici, uno antico e l'altro nuovo. Altri siti ebraici si incontrano fuori città, lungo la cosiddetta Strada Ebraica che attraversa l'intera regione di Pilsen. Tra tutti quelli censiti in Europa, il quartiere ebraico di Trebic è il meglio conservato in assoluto. Pregevole complesso urbano, sotto l'effige Unesco, è il quartiere di Zamosti che si distende tra il fiume Jihlavka e la collina Hradek. Un percorso didattico conduce lungo le due vie principali e attraversa vicoli, vicoletti e portici coperti. In agosto il villaggio è preso d'assalto per lo Shamayim, importante festival di cultura ebraica.
Tra il XVI e il XIX secolo, centro spirituale, culturale e politico degli ebrei della Moravia fu Mikulov, sede dei rabbini provinciali. Oggi sopravvivono una novantina di edifici tra Rinascimento e Barocco: abitazioni ma anche una scuola, una casa delle anime e persino una cisterna per i bagni rituali.
Altri siti ebraici si rintracciano un po' in tutto il Paese, a Brno, Hermanuv Mestec, Holesov, Jicin, Kolin, Polna, Rakovnik, Velke Mezirici.
L'insediamento ebraico su cui intendo soffermarmi in questo articolo, perché ne conosco la storia e ne ho visitato i luoghi più significatici, è quello che insiste a Golcuv Jenikov, piccolo paese di 2700 anime, situato nella splendida regione denominata Vysocina, la quale, grazie ad un'ottima conservazione del paesaggio e del territorio, è fra gli ambienti naturali più belli d'Europa.
Il primo insediamento di una comunità ebraica in questo paese si presume sia avvenuto nel XII secolo. Il dato non è comunque certo perché negli anni 1784, 1808 e 1871 sono scoppiati diversi incendi che hanno distrutto parecchia documentazione archiviata nella biblioteca e negli archivi custoditi dagli ebrei locali. Il primo documento scritto tuttora conservato presso il Museo Ebraico di Praga risale al 1654 e contiene un elenco di dieci nomi di ebrei maggiorenni, numero minimo indispensabile, secondo la legge di quel tempo, a formulare l'istanza per la costruzione della Sinagoga a Golguv Jenikov. Un dato certo è quello che gli ebrei di GJ, a differenza del ghetto classico, costruirono il loro quartiere secondo criteri urbanistici "di tipo aperto", ossia un ghetto non delimitato da muri o recinzioni, formato da stradine strette e case basse senza giardino.

Foto n.2 -  Golcuv Jenikov. Anno 1914, strada di accesso al quartiere ebraico

Gli edifici più importanti costruiti nel Ghetto furono la Sinagoga, inizialmente realizzata in legno nel 1659, la scuola che risale 1797, il cimitero del XIV secolo, la Mikveh (o Mikvah), risalente al 1745, è un bagno rituale ebraico usato a scopo di purificazione.  Al numero civico 188 del Ghetto si trovava un importante edificio che nel XVIII secolo ospitò il centro di discussione e insegnamento del Talmud e fu sede dell'Università del Rabbino Aron Kornfeld.
Sulla piazza, confinante con il quartiere ebraico, si affacciavano alcune botteghe, tra cui, la più frequentata era quella del macellaio, che uccideva gli animali con il rito tradizionale ebraico. Presso i negozi di proprietà degli ebrei si rifornivano anche i cristiani e i non credenti, soprattutto per acquistare caffè, tè, spezie e merce pregiata. Il servizio era apprezzato per la professionalità dei titolari e per l'ottimo trattamento riservato ai clienti, che venivano omaggiati di piccoli regali durante le festività religiose più importanti. 
Un altro documento presente negli archivi conferma l'insediamento della comunità ebraica a GJ. Nel 1681, anno in cui si sviluppò in Boemia l'ennesima grande epidemia di peste, che colpì gran parte d'Europa, gli ebrei di Golcuv, per paura di essere contagiati, si rifugiarono nei boschi vicino a Rimovice, dove costruirono casupole di legno denominate Budky, che diedero successivamente luogo alla nascita di un paese che ancora oggi si chiama Budka.
Terminato il periodo della pestilenza, gli ebrei ritornarono a GJ ma ebbero una brutta sorpresa: il Comune li obbligò a ricomprare le loro case precedentemente abbandonate, pretendendo che la comunità ebraica donasse al paese una ciotola ricoperta d'oro.
Nel 1724 la comunità ebraica contava 27 famiglie, mentre nel 1847 le famiglie salirono a ben 100, pari a 613 persone, un quarto dei residenti totali di Golcuv. Nel 19° secolo vi fu un vero e proprio boom economico e demografico delle comunità ebraiche presenti in Boemia e Moravia che generò un miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione ceca.

Foto n.3 -  A sinistra E. Roth, sindaco ebreo di Golcuv nel 1919. Al centro e a destra due rabbini a capo della comunità ebraica nel XIX secolo.

La Rivoluzione indipendentista e liberale del 1848, poi repressa dall'Impero, portò comunque maggiori opportunità civili, religiose e economiche alle popolazioni boeme. Gli ebrei utilizzarono al massimo la libertà acquisita, investendo soprattutto in attività commerciali e nell'istruzione dei loro giovani. Si stima che gli studenti ebrei furono oltre il 18% degli studenti cechi nelle Università, nonostante siano stati solamente il 2,5% della popolazione boema.

La Sinagoga
La Sinagoga rappresentava il centro del quartiere ebraico. Gli ebrei si ritrovavano in quest'edificio non solo per la preghiera, ma anche per festeggiare le ricorrenze religiose e per assumere decisioni importanti riguardanti la loro comunità. Il primo documento scritto che testimonia l'esistenza della Sinagoga risale al 1659. Inizialmente venne costruita interamente in legno, compreso il tetto, e realizzata secondo le regole di una costruzione ebraica, che permettevano di differenziarla dagli edifici religiosi di altre fedi. Durante gli anni la Sinagoga fu danneggiata da alcuni incendi di cui l'ultimo, avvenuto alle ore 2.30 del 21 maggio 1871, la distrusse quasi completamente. Gli ebrei decisero quindi di costruirne una in muratura, su progetto dell'arch. J. Spidil, che venne inaugurata il 16 settembre 1873 in occasione di una importante festa religiosa. 
L'interno è molto sobrio: nel corridoio d'ingresso è presente un piccolo lavandino per permettere ai fedeli di risciacquare le mani prima di entrare e il pavimento della sala di preghiera è ribassato di un gradino, soddisfacendo così la parola del Talmud 130, testo sacro dell'ebraismo: "Dalle profondità Ti chiamo, Signore". La Sinagoga rimase aperta alle funzioni religiose fino al 1942 quando i nazisti imposero la chiusura e deportarono gli ebrei locali. Dopo gli anni della guerra la gestione dell'edificio religioso venne affidata, in un primo momento, alla comunità cristiana, la quale decise di posizionare all'interno un altare con la Croce, e successivamente alla chiesa evangelica ceca.
Negli anni '60 ci fu anche il solito amministratore locale buontempone che propose di trasformare l'edificio ormai in disuso in un centro culturale con annesso cinema e biblioteca. Per fortuna la Soprintendenza di Pardubice si oppose e del progetto non se ne fece nulla. La potente comunità ebraica di Praga si impegnò a trasferire la gestione della Sinagoga al Museo ebraico. Nel 1993 è stata completamente ristrutturata a spese degli ebrei praghesi ed ora è a disposizione del Museo Ebraico di Praga.

Foto n. 4 - La Sinagoga
Foto n.5 - Interno della Sinagoga

La scuola 
Inizialmente i bambini ebrei frequentavano la scuola pubblica del paese. A seguito del boom economico e demografico, nel 1797 la comunità ebraica di Golcuv costruì una scuola elementare, per la cui realizzazione e funzionamento si sobbarcò tutti i costi. Il primo insegnante si chiamava Giuda Steiner. L'insegnamento della scuola fu di ottima qualità grazie a maestri capaci e preparati, tanto è vero che alcuni alunni provenivano da famiglie cattoliche e benestanti del luogo. Nel 1859 venne ristrutturata e ampliata.
Nell'anno scolastico 1907/08, a causa di forti migrazioni di famiglie ebree verso Praga e Vienna, il numero dei bambini che frequentavano la scuola si ridusse a 13 unità, dato che indusse i responsabili della comunità ebraica a chiudere la scuola.  

 

Foto n.6 - La scuola ebraica, oggi edificio privato
 
Foto n.7 - Il cimitero ebraico
Il cimitero ebraico
Vi sono fonti documentali che attestano che il cimitero ebraico di Golcuv Jenikov risalga al 14° secolo. Si estende su una superficie di 7.336 mq ed è recintato da un muro di pietre alto due metri. Nel 1872 fu costruito un piccolo edificio contenente la sala per onoranze funebri, tuttora esistente.



Le lapidi più antiche, realizzate in pietra chiara, si trovano nella parte orientale del cimitero e si stima siano databili intorno al 16° secolo. Originariamente le sepolture avvenivano in direzione da est a ovest. Il più antico epitaffio ancora oggi leggibile su un monumento funebre risale all'inizio del XVIII secolo e cita testualmente: "Abramo del villaggio è morto il 20 settembre 1705" . Il cippo è decorato con una Stella di David e un piccolo rilievo floreale al centro.
Difatti, il cimitero locale è famoso per le sue lapidi in stile barocco del tardo seicento, decorate con graziosi rilievi. Alcune di esse sono smussate e aggraziate da capitelli decorativi o da gusci di chiocciola e da vari tipi di ornamenti.  Ad esempio il simbolo della brocca, presente su alcuni monumenti, rappresenta l'appartenenza al ceppo storico dei Leviti, al quale apparteneva la famiglia Milrath. Un altro simbolo molto frequente sui monumenti funebri è quello del leone che rappresentava la tribù di Yehuda Lev, nome molto comune nel Medioevo.
Purtroppo, molte scritte sulle steli di pietra e tantissimi tra gli epitaffi più antichi sono oggi in gran parte illeggibili, a causa dell'utilizzo di una pietra poco resistente alle intemperie ed all'assenza di manutenzione e restauro.
Molto pregiate sono le tombe in marmo risalenti al periodo fine ottocento/primo novecento, di fattura semplice e con finiture ad arco o ondulate. Agli inizi del '900, le tombe di defunti di religione ebraica non erano poi molto diverse da  quelle dei cristiani. Ad esempio, sulla tomba della famiglia Offer, ebrei residenti a Golcuv, era stata posta anche la fotografia in bianco e nero di Bertha e Samuel Offer.
Dalla seconda metà dell'800, a seguito di alcune riforme introdotte dall'Impero tedesco, le iscrizioni funebri sui monumenti sono espresse in due lingue, quella ebraica e quella tedesca. Più tardi gli epitaffi in lingua tedesca saranno la maggioranza, in quanto si sentì l'influenza delle riforme introdotte dalla Monarchia Asburgica. A seguito di tali riforme il tedesco diventò la lingua ufficiale delle comunità ebraiche su tutto il territorio della Monarchia. Nonostante ciò, su alcune tombe del cimitero compaiono scritte in lingua ceca: la più vecchia, risalente al 1862, riguarda un epitaffio di quattro righe scolpito sulla tomba di Ysrael. Di grande rilevanza e interesse sono le tombe a forma di sarcofago. La leggenda narra che lì riposino i resti di alcuni Rabbini medievali. In un sarcofago si presume si trovino i resti di Aron Maimonides, successore di Mosè Maimon, filosofo ebreo, matematico, astronomo e famoso medico alla corte di un sultano d'Egitto. Lo stesso Aron esercitò la scienza medica e filosofica presso lo stesso sultano.

Foto n.8 - Pregiate tombe barocche (XVII secolo)
La deportazione
Un drammatico capitolo della storia del cimitero ebraico riguarda la testimonianza di Josef Johanides che aveva la sua casetta nelle vicinanze del piccolo cimitero: "Il 12 aprile del 1942 tutta la comunità ebraica sta lentamente arrivando al cimitero ebraico in piccoli gruppi. Il loro viso è triste e molti di loro hanno le lacrime agli occhi. Stanno venendo a salutare i loro antenati che riposano in questa terra. Sanno già che a breve sarebbe arrivata loro, dal quartier generale nazista di Kolin, la convocazione per la deportazione. Tornando presso le loro case, gli ebrei si interrogano su quale fosse il luogo dove sarebbero state deposte le loro ossa. Chi e quando si sarebbe ricordato di loro?".
Il 9 giugno dello stesso anno vengono caricati sui camion diretti alla stazione di Kolin e deportati a Terezin, campo di prigionia a nord di Praga. Il più vecchio degli ebrei  ha 87 anni, il più giovane solo 8. La gran parte ha proseguito verso i campi di concentramento della Polonia, e nessuno di loro è ritornato a casa. Solo cinque ebrei di Golcuv si sono salvati perché sono rimasti al campo di prigionia di Terezin.
Altrettanto tragico sguardo ebbe il gestore del cimitero, Jarmil Ronovskij, cinquant'anni più tardi. Domenica 17 gennaio 1993 ha scoperto, durante un sopralluogo periodico, un grave atto sacrilego che ha causato l'estirpazione di 62 tombe, sette delle quali rotte a metà. Chi avrà potuto commettere un'azione simile, si è chiesta la comunità del paese? Sarà stata dettata da un antico odio contro gli ebrei o da un atto generato da stupidità e ignoranza? Da allora il cimitero ebraico rimane chiuso al pubblico ed il cancello è sbarrato da una vistosa catena in ferro.

La Mikveh o Mikvah
La Mikve è il luogo dove veniva svolto il bagno rituale ebraico, luogo essenziale di qualsiasi ghetto.
Questo edificio, fino al 1745, si trovava sotto la chiusa di un piccolo laghetto, tuttora esistente a GJ. A causa di un forte temporale, che causò un alluvione e lo straripamento dell'acqua del lago, fu distrutto. Quando venne costruito l'edificio che ospitò la scuola, la Mikveh venne aggregata a tale edificio. I locali interni erano divisi in due parti: il primo conteneva la caldaia che serviva a riscaldare l'acqua, il secondo le vasche di legno all'interno delle quali avveniva il bagno purificatore. L'acqua proveniva dal pozzo adiacente la struttura, mentre lo scarico veniva deviato nel ruscello che scorreva accanto. 

Ringrazio mia moglie Katerina che mi ha supportato pazientemente nella traduzione dei testi scritti in lingua ceca.

Beniamino Colnaghi, 2010