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sabato 1 novembre 2025

"ARTE DEL FERRO", UN'AZIENDA DI VERDERIO SUPERIORE di Marco Bartesaghi

Intorno alla ditta “Arte del Ferro”, che ha operato a Verderio Superiore dai primi anni venti del novecento agli inizi del decennio successivo, sono riuscito a raccogliere alcune notizie, insufficienti, a mio avviso, a ricostruire un quadro completo ed esauriente della sua storia. Per ora mi devo, e vi dovete, accontentare. Spero, in futuro, di colmare qualche lacuna.


Vittorio Gnecchi Ruscone


Nel “Registro delle ditte” della Camera di Commercio di Milano 
(1), “Arte del Ferro” è denunciata come ditta ad esercizio individuale; il proprietario è Vittorio Gnecchi Ruscone (2), che si qualifica come “Il Podestà dei comuni di Verderio Superiore e Verderio Inferiore”.

Egli, che deve la sua fama all’attività di musicista compositore, a Verderio è grande possidente di case e terreni e imprenditore agricolo.





Oggetto d'esercizio della ditta è la produzione e il commercio di “ferro battuto in genere”; la sede legale è a Milano, in via Filodrammatici 10, l’abitazione di Vittorio Gnecchi. L’officina invece è a Verderio Superiore, in un edificio a mattoni a vista di fronte alla ex-chiesa parrocchiale di San Floriano.

L'edificio che ospitava la ditta "Arte del Ferro"


La pratica indica come data d’inizio dell’attività il febbraio del 1925, ma l’azienda operava già da qualche anno, poiché nel 1923 era presente con un proprio stand alla Mostra Internazionale di Arte decorativa, alla Villa Reale di Monza.

"Sala de l’ “Arte del Ferro” alla mostra Internazionale di Arti Decorative (1923), alla Villa Reale di Monza".  Didascalia originale alla fotografia contenuta nell'opuscolo di presentazione della ditta, di cui si parla nel seguito di questo articolo 

Tre aziende di Milano, già iscritte alla Camera di Commercio, garantiscono che i dati contenuti nella denuncia sono veri: la ditta Braglia, di via Vittorio Emanuele; la ditta Raimondi Silvio, di via Montenapoleone, “antica fabbrica di apparecchi d’illuminazione”; la ditta di prodotti siderurgici Radice, di via Filodrammatici 10.

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I PRODOTTI DELLA DITTA "ARTE DEL FERRO" di Marco Bartesaghi

Un opuscolo di presentazione della ditta, quello ampiamente citato nell'articolo precedente, e un catalogo vero e proprio, con tanto di prezzi degli oggetti elencati, sono le fonti più importanti per conoscere i prodotti di "Arte del Ferro", l'azienda che operò a Verderio Superiore negli anni venti del novecento.

Alcuni oggetti veri e propri li ho invece potuti vedere nell'appartamento di una discendente di Vittorio Gnecchi Ruscone, che della ditta fu il titolare, e proprio da questi inizio la presentazione dei prodotti della ditta.









OPUSCOLO CONSERVATO NELL'ARCHIVIO STORICO DI VERDERIO - FONDO FAMIGLIA GNECCHI RUSCONE


Copertina dell'opuscolo






 Opuscolo formato quaderno, con foto, in parte a colori e in parte in bianco e nero, dotate di didascalie con nome e dimensioni degli oggetti. 





Pozzo porta-fiori, in oro giallo verde e rosso
(Altezza m.2,40 - diametro m.1)


Lampadina da scrittoio o da pianoforte.
Fiori in legno

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mercoledì 18 dicembre 2024

LE EMOZIONI DI UN CHIRURGO TRAPIANTISTA, PAOLO ASENI di Marco Bartesaghi

Paolo Aseni è un medico chirurgo che ha dedicato la sua carriera professionale ai trapianti di fegato. Con lui voglio parlare delle emozioni legate al suo lavoro: la gioia, il dolore, la paura, …

Nato nel 1950 a Palo del Colle, in provincia di Bari, si è trasferito a Milano quando aveva 5 anni …


Paolo (P) – Il Papà era già qui da un anno quando noi, io la mamma e mia sorella, l’abbiamo raggiunto, nel 1955. Quando siamo arrivati a Milano lui era un ambulante, si alzava alle quattro ogni mattina ed era sul mercato alle cinque e mezza. Qualche volta l’ho accompagnato per vedere quanta fatica facesse. Dopo cinque anni era riuscito a mettere da parte un gruzzoletto e aveva aperto un negozio di maglieria intima, camice e calze. La mamma gli dava una mano.

Papà era una bellissima persona, positiva, ottimista; molto severo, autoritario, ma anche molto gioviale. Vedevo ed ero colpito dai sacrifici drammatici che i miei genitori dovevano fare, per permettere a me e a mia sorella di studiare. Questa è stata una delle molle che mi hanno fatto pensare: “Bisogna che io restituisca qualche cosa al buon Dio, che mi ha dato tutta questa fortuna”.

Marco (M) – Si è laureato a Milano?

P – Sì, all’Università Statale, nel 1975, dopo 6 anni di medicina. Prima mi sono diplomato al liceo scientifico Alessandro Volta, dove ho avuto un professore di lettere straordinario, che sicuramente, anche se involontariamente, mi ha portato verso la scelta di iscrivermi alla facoltà di medicina. Questo professore, che è stato il miglior allievo di Giovanni Gentile, il grandissimo filosofo Giovanni Gentile, ha condotto me e i miei compagni, lungo un percorso di riflessione, fatto di studi e di racconti. Perché le sue lezioni non erano solo Seneca, piuttosto che Pascoli, che a lui piaceva tantissimo, erano anche il racconto della sua vita: dalla sua storia di partigiano che non aveva mai sparato un colpo, perché l’aveva detto subito “io non sparo”, ad altre situazioni in cui si era trovato che ci avevano commosso. Ci aveva fatto capire che qualcosa bisogna fare per le persone che vivono dove c’è ingiustizia, dove c’è sofferenza. Io e un gruppo di compagni della mia classe ci trovammo nei bagni della scuola chiedendoci “Se vogliamo combattere la sofferenza, cosa dobbiamo fare?”. La conclusione fu “Facciamo medicina”.

M - Come si chiamava il professore?

P - Carlo Salani, una persona straordinaria; eravamo un po’ intimoriti, ma nello stesso tempo innamorati di lui; una personalità estremamente variegata, di un’umanità che colpiva con i suoi gesti. Ci aveva fatto prendere coscienza che noi eravamo molto fortunati e tanti altri, invece, non lo erano e bisognava un po’ pareggiare i conti: era etico che chi aveva di più mettesse a disposizione qualcosa in termini di buona volontà: alcuni miei compagni andarono in Burundi, a fare un po’ di servizio civile; c’era chi andava a dare una mano, tramite la chiesa, nella periferia di Milano, o nella Bassa Milanese; c’era Mani Tese che portava i ragazzi in varie parti del mondo a fare volontariato.

M - E dopo la laurea?

P - Dopo la laurea sono entrato in un pronto soccorso, come avevo visto fare da un collega.

Mi serviva come esperienza, perché eravamo stati molto mal seguiti durante gli anni di medicina. Avevamo avuto professori forse validi professionalmente, ma certamente non validi dal punto di vista didattico e come tutor; non voglio neanche esprimere giudizi, perché non sarebbero molto eleganti, sulle persone. Sei anni di medicina trascorsi tra il panico e la noia di materie meravigliose, rese noiosissime; sei anni un po’ così, comunque importanti per sviluppare la mole di conoscenze necessarie.

Avevo il papà malato di fegato e quindi, facendo di necessità virtù, le mie attenzioni erano rivolte particolarmente a questo organo. Al terzo anno scelsi di fare la tesi di laurea in un reparto specialistico di malattie del fegato e in seguito decisi di coltivare questo interesse anche dal punto di vista chirurgico.

Non fu facile all’inizio, perché non conoscevo l’ambiente, e così andai al Fatebenefratelli. Anche lì, purtroppo, l’insegnamento e la capacità di fare da tutor, anche su una base puramente psicologica, non c’era.

La svolta avvenne durante il servizio militare, dove incontrai un bravo collega che mi mise al corrente di tante situazioni molto interessanti. Lui, anestesista intensivista, mi parlò della terapia intensiva a livelli molto alti e dell’ospedale Niguarda. Facendo servizio in aeronautica, a Milano in piazza Novelli, avevo un certo numero di notti libere. Le trascorrevo in rianimazione presso il reparto Bozza, della terapia intensiva di Niguarda, dove imparai moltissimo. Stavo in piedi fino alle due, dalle due alle sei dormivo su una poltrona o su un divano e poi tornavo in caserma presso il Comando dell’Aeronautica Militare, dove mi firmavo il permesso per poter rientrare. Me lo consentiva il Maggiore che, anche lui medico, mi dava una mano.

In questo periodo ho avuto la fortuna di vedere operare due tra i migliori chirurghi con competenze specifiche sul fegato: il professor Lino Belli, che poi è diventato mio primario e mio maestro, e il professor Piero Belinazzo. Pensai così di lasciare la terapia intensiva e l’anestesia per un percorso di chirurgo interessato, in particolare, alla chirurgia del fegato. Parlai con gli assistenti del professor Belli, perché era molto difficile parlare con lui direttamente, metteva molta paura, aveva occhi grigi che perforavano il buio.

M - Era molto anziano?

P - No, non era una persona anziana, in quegli anni, 1975, aveva meno di 50 anni, era diventato primario giovanissimo; veniva dalla grande scuola chirurgica di Padova, poi era stato al Policlinico.

Alla fine i suoi assistenti mi accolsero e capii, con molto timore, che era una squadra davvero speciale, dove si giocava ad altissimo livello. Sono stato volontario per quattro anni prima di essere assunto. Per la mia professione ho imparato non tantissimo: di più!

Facevamo di tutto: chirurgia polmonare, epatobiliare, esofagea, vascolare.

E trapianti. Era già iniziata l’epoca in cui i trapianti di rene andavano bene.

Tutto, come dicevo. In particolare la chirurgia dell’ipertensione portale, che è attinente alle gravi malattie del fegato e che nessuno faceva perché estremamente complessa. Il mio primario è stato il primo in Italia a praticare un intervento imparato a New York da un famoso chirurgo che aveva messo a punto questa tecnica. Eravamo un riferimento per tutta l’Italia.

Un episodio mi aveva convinto che quella sarebbe stata la mia strada: si presentò da noi un giovane affetto da una gravissima malattia epatica, che occludeva le vene di sbocco del fegato. L’intervento necessario non era stato provato che in pochissimi posti e in questo caso c’era una complessità superiore, che rendeva impossibile l’intervento consueto. Dovemmo confrontarci con un caso analogo, operato da un cardiochirurgo a Zurigo, che si era riproposto di ideare un intervento possibile in questi casi. Lo studiammo per parecchio tempo e alla fine ci decidemmo, con grande paura da parte del primario, perché non lo aveva ancora tentato nessuno: l’intervento consisteva nel collegare la vena del fegato al cuore, quindi senza un’esperienza diretta di cardiochirurgia. Andò molto bene e, se il ragazzo avesse superato i primi giorni, poi sarebbe stato definitivamente guarito.

Quando il primario uscì dalla sala operatoria confortò subito il papà e la mamma del ragazzo. La suora che aveva ascoltato queste parole, chiamò tutti gli infermieri che fecero un applauso. Mi commossi, anche se c’entravo molto poco dato che avevo tirato solo le valve, perché mi sentivo parte di una squadra particolare, che mi avrebbe permesso di dedicarmi a quella parte di chirurgia un po’ particolare, per la quale non è facile trovare un’equipe così specializzata.

M - In che anni siamo?

P - Stiamo parlando della fine degli anni settanta, inizio anni ottanta, quando cominciammo ad affrontare anche il problema del trapianto di fegato. Nel 1984 eseguimmo il primo trapianto in un povero ragazzo che venne trasferito, già morente, in elicottero dalla Sardegna. Andò male. Sapevamo che sarebbe stato molto difficile, ma piangemmo tutti, perché ci sentimmo impotenti di fronte a una malattia devastante, di fronte a questo giovane che non ce l’aveva fatta.

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STRANE BUSTE SULL'ASFALTO DELL'AUTOSTRADA di Paolo Aseni

 

Dis aliter visum: agli dei piacque diversamente, Virgilio, Eneide

23 giugno 2009 ore 12 circa 

Sto attraversando di fretta uno dei tanti viali alberati del nostro grande Ospedale. Un’infermiera in camice azzurro sembra seguirmi e con voce sonora mi apostrofa: "Dottore, dottore cosa è successo 10 anni fa?” 

Sento una voce chiara e squillante di un’infermiera che non mi pare di conoscere. “Dico a lei dottore, si ricorda o no cosa è successo dieci anni fa?”.

“Mi scusi, dice a me?” guardo stupito l’infermiera che mi sorride e che proprio non mi riesce di riconoscere. 

Non saprei, non ricordo, che cosa è successo 10 anni fa? Forse l’Inter, la mia squadra del cuore ha vinto la “Champions League?" Sparo a caso la prima stupidaggine che mi viene in mente e la guardo incuriosito. 

“Ma allora proprio non se lo ricorda, dieci anni fa cosa è successo?” con un sorriso più aperto. 

“Mah! Non saprei, veramente ne sono successe tante di cose” aggiungo prudentemente. 

Glielo ricordo io cosa è successo dieci anni fa: la mia mamma ha ricevuto un bel fegato e lei ha rischiato la vita in un brutto incidente!”. 

In una frazione di secondo capisco e rivedo tutto: è la ricorrenza del mio incidente il 23 giugno, esattamente dieci anni dopo. 

Le chiedo subito: “Ma come sta la sua mamma adesso?” 

“Molto bene, molto bene, meglio di me che ho sempre un sacco di acciacchi. Le farebbe piacere rivederla?” 

“Eccome! la porti in ambulatorio quando vuole, mi farà molto piacere rivederla. Ma mi scusi, in questi dieci anni perché non l’ho più rivista?” 

“Dottore abbiamo avuto un po’ vergogna per la mia gaffe e ci siamo sempre fatti seguire in ambulatorio da un altro suo collega cercando di non capitare mai con lei; ma la mamma chiede sempre di lei”. 

”La cosa importante è che la mamma stia bene e che il fegato funzioni bene” aggiungo sorridendole. 

“Il fegato funziona benissimo” risponde l’infermiera e con chiaro accento milanese fa un cenno con la mano per abbozzare una carezza e aggiunge “grazie doctor, siete tutti meravigliosi”.

Rivedo molte immagini del mio incidente e mi sforzo di ricordare i dettagli della gaffe a cui sta alludendo l’infermiera. 


Il dottor Aseni, seduto, con una parte della sua equipe. Fra le mani un testo del professor Thomas Starzl, pioniere dei trapianti

23 giugno 1999 ore 5 

Far finta di sonnecchiare poteva essere un buon sistema per tentare di recuperare un po' di energia necessaria per lavorare ancora alcune ore in sala operatoria al nostro rientro previsto per le sei del mattino a Milano. 
Erano le 5 e 15 circa ed avevamo da poco imboccato l'autostrada Brescia-Milano. Il fegato e il pancreas prelevati dalla povera donna donatrice deceduta per emorragia cerebrale erano stati riposti separatamente negli appositi sacchetti. La Mercedes silenziosa e fiera filava veloce lungo la corsia di sorpasso per riportarci il più velocemente possibile in Ospedale.
Il mio giovane e bravo collaboratore di origine persiana che avevo soprannominato Avicenna, specializzando del 1° anno della Chirurgia d’Urgenza, mi aveva appena ricordato che eravamo digiuni da ormai 24 ore. L'intervento chirurgico di prelievo multiorgano era iniziato, come spesso accade, con molte ore di ritardo sull'orario previsto. Pensavo al nostro rientro in sala operatoria alla probabilità di recuperare al volo un croissant e di poter sorseggiare un caffè prima di immergermi nel successivo e delicato lavoro di preparazione degli organi al banco. Il 23 giugno del 1999 si prospettava una giornata serena e il cielo terso consentiva di scorgere in lontananza, oltre le colline del bresciano, le prime luci dell'alba.

All’improvviso un’esplosione secca ed intensa come un colpo di cannone precedette un balenio di scintille cui seguì un terrificante fragore di ferraglia e lamiere. Un improvviso dolore lacerante mi aveva trafitto contemporaneamente il torace, poi il collo sino ad esplodere nel cervello. Ricordo l'ultimo pensiero prima di perdere conoscenza: “Signore che hai creato questo bellissimo cielo azzurro abbi pietà di me”. 
Non so per quanto tempo rimasi privo di conoscenza. Avevo tentato di uscire dall'abitacolo della Mercedes ridotta a una scatola deforme, ma il dolore lancinante al torace non mi consentiva di spostarmi neppure di un centimetro. Intravedevo accasciato sull'erba lungo la corsia d'emergenza il nostro conducente, che con un filo di voce invocava aiuto. Capivo di essere in condizioni gravi e cominciavo a temere di non poter ricevere soccorso in tempo utile. Poi, alla comparsa della figura del mio giovane collaboratore “Avicenna” un po’ zoppicante, ma in posizione eretta, avevo riacquistato un po' di fiducia. 
“Ehi doc come va?” - mi disse con voce sicura - “stai tranquillo! Sono riuscito a telefonare in sala operatoria ed ho bloccato l'intervento sulla paziente ricevente. Il fegato e il pancreas sono là sull’asfalto: sono stati sbalzati fuori dal vano bagagli, ma sono ancora nelle loro buste sull’asfalto dell’autostrada. Purtroppo il mio cellulare si è scaricato mentre chiamavo la sala operatoria. Sono riuscito a trovare quello dell'autista che sta cercando di chiamare i soccorsi. Tu non devi muoverti!".

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lunedì 24 ottobre 2022

L'EDICOLA "VILLA" IN PIAZZA MARCONI A VIMERCATE di Marco Bartesaghi


Per quasi 75 anni, in piazza Marconi a Vimercate è stata presente un'edicola di proprietà della famiglia Villa, la famiglia di mia moglie Giovanna.

Samuele Villa



Nel 1948 il comune di Vimercate aveva rilasciato la licenza per la vendita di giornali a Samuele Villa, suo nonno, invalido della Prima Guerra Mondiale, nato a Verderio Superiore nel 1895. Figlio di Antonio e di Carolina Colombo, abitava in piazza Roma, nella "curt di Bali",  il soprannome della  famiglia che in quella piazza gestiva un panificio. 

Samuele aveva sposato Maria Riva (Verderio S. 1900 - Vimercate 1991); dal loro matrimonio erano nati Pietro (Pierino), nel 1924, e Carolina, nel 1925. 






La prima edicola  era posizionata sul marciapiede che fa angolo fra piazza Marconi e via Vittorio Emanuele II, dove, fino a pochi anni fa, c'era una cabina telefonica.  Era un chiosco in legno, costruito dal falegname Biella, a base quadrata, con il lato di 140 cm e il tetto a quattro spioventi.


Il disegno della prima edicola in legno


Maria, moglie di Samuele, con il nipote ... Samuele 

Nel 1956, quando fu realizzata la "stazioncina" dell'A.T.M., l'edicola fu trasferita al suo interno, nell'angolo sinistro.

1955 -Il disegno della piazza Marconi e della nuova stazione dei tram


Nel 1973, quando l'edificio fu abbandonato, l'edicola tornò all'esterno, prima in via Volta (ora via Bakhita), e poi, nel 1987, sul piazzale A.T.M.

1987 - l'edicola sul piazzale A.T.M, per permettere la realizzazione del parcheggio


Occupa la posizione attuale dalla fine del 2001, dopo l'inaugurazione della Galleria di Piazza Marconi.



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sabato 25 dicembre 2021

NOTIZIE SU ALCUNI FALEGNAMI DI VERDERIO SUPERIORE DEL XIX E XX SECOLO di Marco Bartesaghi


"4 luglio pagato al Giulio fa legname per giornate 17, per la sedia (di) cuoro e il tellaro di una finestra in cuoro e altri fatturi per lartare - 34". 

Parrocchia di Verderio Sup. L'accenno al falegname "Giulio" in un bilancio parrocchiale del 1814

Questo è il più vecchio accenno ad un falegname che sono riuscito a trovare nell'archivio della parrocchia di San Giuseppe e Floriano, ex Verderio Superiore. È conservato fra i bilanci redatti dalla fabbriceria della chiesa, in un foglio intitolato "Spese fatte per la chiesa del lano 1814" (1).
Penso che con la parola "cuoro" si intendesse parlare del "coro" e che "lartare" stia per "l'altare".
Il nome, Giulio, è un po' poco per stabilire l'identità del personaggio, ma per ora mi devo accontentare.
  

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Scorrendo gli altri documenti contenuti nello stesso fascicolo, il successivo falegname che vi appare è Giuseppe Viganò, nato il 5 giugno 1828 a Verderio Superiore, figlio di Carlo e Angela Villa. Abitava in Corte Nuova, in via sant'Ambrogio, e aveva sposato Giuseppa Pirovano.
Fra le carte della fabbriceria lo si incontra più volte e per un buon numero di anni. Per i lavori svolti  nel 1883, l'anno prima della sua morte, aveva presentato questo conto:
 

 "Conto della parocchia dell'anno 1883
Riparazione fatte a due banche                    1  40
Riparato il balcone del coro                        00  70
Riparati i vetri nella tribuna                         01  20
Misse una lastra di vetro  nello stasone      01  50
Misse un vetro (2) nel confessionalio          00  30
n.2 lastremesse sullefineste innalto            02  50
                                                               ______
                                                   totale    07 .60


Parrocchia di Verderio Sup. Il conto presentato dal falegname Giuseppe Viganò nel 1883


Anche il figlio di Giuseppe, Luigi, era falegname e come tale compare nel ruolo dei contribuenti alle tasse comunali del comune di Verderio Superiore del 1906, dove è chiamato a pagare una cifra di 4 lire (2). Era nato nel 1860, aveva sposato Erminia Robbiati, proveniente dalla "curt del legnamée", in via Principale. È morto nel 1922.

 

Comune di Verderio Sup. Le tasse comunali pagate da Luigi Viganò, falegname, nel 1906

 

Era figlio di Luigi Stucchi, anch'egli falegname, nato a Osnago l'8 ottobre 1808 da Giovanni Antonio e Serafina Ronco. Luigi si era trasferito a Verderio Superiore probabilmente nel 1837, dopo aver sposato una donna di qui, Orsola Teresa Sala, figlia di Ambrogio e di Angela Comi. Dei lavori di falegnameria di Luigi Stucchi non ho trovato traccia.

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martedì 21 dicembre 2021

MAURIZIO BESANA, UN FALEGNAME SCULTORE A VERDERIO di Marco Bartesaghi

 Con questo video visitiamo insieme la casa di un falegname di Verderio. 

 


Il falegname è Maurizio Besana, 69 anni. Abita in "curt di legnameé", naturalmente.

Terminiamo il giro della casa, non ci vuole molto, è un unico locale.
 


 

Tutti i mobili in legno che avete visto sono stati realizzati da lui, così come il "gong" in bronzo e la lampada-tubo, che illumina attraverso petali essicati di rosa.

 


 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Maurizio costruisce anche mobili "normali", in legno massello, belli, solidi, perfetti.


Per la mia casa ha fatto questo armadio a muro ...


 ... e queste due librerie.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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lunedì 21 giugno 2021

"BICE", UN'AZIENDA DI VERDERIO CHE PRODUCE TELAI DI BICICLETTA SU MISURA di Marco Bartesaghi

 

“Bice” è un'azienda artigiana con sede a Verderio, in via Cesare Battisti, che si occupa della produzione su misura di telai di bicicletta in acciaio.

È stata fondata nel 2015 dall'ingegner Dario Colombo, verderiese di 38 anni, ora residente a Milano, che è approdato a questa attività dopo una lunga serie di iniziative svolte nell'ambito del mondo del ciclismo. Di queste parleremo nell'intervista che segue questo articolo.

Da subito Colombo ha deciso di limitare la propria attività alla sola costruzione del telaio. Questo gli ha consentito di concentrare l' attenzione e affinare la tecnica sulla parte fondamentale della bicicletta e di lavorare senza un grande magazzino di componenti, che dovrebbe essere continuamente aggiornato, se non rinnovato, data la spasmodica evoluzione della componentistica in questo campo, soprattutto quella di alto livello e qualità.



I telai della “Bice” sono in acciaio della Columbus e della Dedacciai, due produttori italiani conosciuti in tutto il mondo, e sono costruiti sulle misure corporee del cliente, non solamente su quelle generiche. L'altezza complessiva, ad esempio, non è un dato sufficiente: serve conoscere anche le componenti di questa altezza. Una persona alta 1 metro e 70 centimetri può avere le gambe relativamente lunghe rispetto al busto o viceversa. Nel primo caso è necessario un telaio corto con buon stacco di gambe; nel secondo le esigenze sono opposte. La stessa persona può inoltre avere braccia lunghe o corte. E questi sono solo due esempio di come le carte in tavola posso mischiarsi e rimischiarsi senza che molti se ne accorgano. 

 

Dario Colombo


Colombo realizza circa 50 telai all'anno divisi in MTB, il 40% della produzione, Gravel, 50%, da corsa, ma solo con freni a disco, il restante 10%.

 

"BICE": telaio MTB

 

 

 

 

 

 

 

 

"BICE": telaio gravel

 

"BICE": telaio bici da strada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I telai MTB e gravel sono adatti anche per essere pedalate in modalità “single speed”, senza cambio, con un solo pignone dietro e una sola corona davanti.

Non si rivolge al campione professionista, per il quale è fondamentale l'alta prestazione e il peso complessivo della bicicletta e che perciò mai sceglierebbe un telaio in acciaio.

I suoi clienti sono ex atleti, professionisti del mondo del ciclismo, meccanici, biomeccanici, giornalisti; appassionati della bicicletta, ma di indole tranquilla, interessati a percorrere anche molti chilometri e a fare qualche gara “per amatori”, che cercano però anche la comodità. Si rivolgono a Colombo persone che, dopo aver provato tante biciclette standard, “commerciali”, stanche di soffrire di mal di schiena, optano per un mezzo personalizzato e pensato attorno alle loro esigenze.

La clientela femminile è minoritaria, ma in costante crescita.

Le richieste provengono da Italia, Austria, Germania, Olanda, Belgio, Stati Uniti; attualmente si è aggiunto un cliente di Singapore.

Dicono le statistiche che la disponibilità di spesa media di un italiano per l'acquisto di una bicicletta è passata dalle 150 euro del 2013 alle 350 attuali. Nella composizione della clientela di “Bice” è perciò aumentato il numero di italiani, perché è maggior il numero di quelli disposti a pagare il prezzo di circa 2000 euro di un suo prodotto.

Il contatto con nuovi clienti avviene o attraverso l'indicazione di quelli vecchi o attraverso i social network, soprattutto Facebook e Istagram.


 


 

 

La rilevazione delle misure e di tutti i dati necessari alla progettazione, è fatta direttamente da Colombo in azienda o da professionisti da lui indicati in luoghi più accessibili all'interessato. A questo scopo è nata in questi anni una nuova figura professionale, quella del biomeccanico.


Il progetto è realizzato con l'ausilio di Bikecad, un programma di disegno dedicato alla bicicletta.

Per l'assemblaggio dei componenti principali vengono effettuate saldature “tig”, mentre per la minuteria, onde evitare il riscaldamento del telaio, le saldature sono eseguite all'argento.


 

 

 

 

 

 

 

 


 In sede viene effettuata la sabbiatura del pezzo, mentre la verniciatura è demandata ad un'azienda esterna.

Tutte le fasi di lavorazione vengono fotografate e le immagini via via inviate al cliente, che può così rendersi conto di come procede il lavoro e di come viene effettuato.

Fatto il telaio, il completamento della bicicletta è affidato ad altri soggetti: ai clienti stessi, che spesso hanno la passione per questa attività, o a meccanici scelti da loro; a negozi specializzati, in Italia e all'estero, che godono della fiducia di Colombo e che da lui sono indicati al cliente per la vicinanze al suo luogo di residenza.



Dopo i primi anni di vita, l'azienda è, secondo il suo fondatore, abbastanza ben avviata. Per poter stare al passo con l'evoluzione del settore prevede però la necessità di alcuni interventi: intende acquistare una stampante 3D, vorrebbe munirsi di una cabina di verniciatura, per poter eseguire in proprio anche questa operazione, e, di conseguenza, vorrebbe poter avere a disposizione uno spazio maggiore di quello attuale.


Per dedicare più tempo alla ricerca e all'innovazione del prodotto, cosa che gli sta molto a cuore, avrebbe bisogno di assumere un aiutante che lo liberasse da alcune incombenze.

 Marco Bartesaghi


* Tutte le fotografie di questo articolo sono di proprietà di Dario Colombo

venerdì 18 giugno 2021

INCONTRO CON DARIO COLOMBO, COSTRUTTORE DI TELAI DI BICICLETTA SU MISURA di Marco Bartesaghi

 

Nel mondo, gli artigiani che producono telai di bicicletta su misura sono tra i trecento e i quattrocento in tutto; in Italia non più di quaranta. Da Dario Colombo, uno di loro, voglio sapere  come è approdato a questo lavoro.
È nato a Verderio, allora Inferiore, il 28 aprile 1983. Dopo le scuole medie, frequentate a Robbiate, ha studiato elettronica e telecomunicazioni, prima all'ITIS di Vimercate, poi al Politecnico di Milano, dove, nel 2006, ha conseguito la laurea triennale in ingegneria. In seguito ha trovato lavoro come consulente alla Siemens di Cinisello Balsamo.

“Ero ricercatore. Facevamo le  schede elettroniche che raccolgono i dati in arrivo dai cellulari, le schede madre  collocate nei basamenti delle antenne: alcune le ho disegnate io e facevo anche il debug [ricerca ed eliminazione di errori e difetti]. Era un lavoro bellissimo, andava anche bene economicamente, però mi serviva qualcosa d'altro. Mi sono licenziato l'8-08-2008”.

Una data importante, perché subito dopo avviene un incontro fulminante. Una donna? Questo non lo so. Incontra la bicicletta e non l'abbandona più.

“Il giorno dopo essermi licenziato, con  altre otto persone, sono partito per un viaggio in bicicletta in Provenza. Avevamo ancora quelle bici “scascione”di una volta, sembra passata un'era geologica. È stata un'esperienza bellissima: bicicletta tenda e … vento contrario. In Provenza da qualunque parte ti giri hai il vento contrario. Abbiamo fatto tutti gli errori dei principianti: troppi chilometri il primo giorno - ma questo lo fai sempre, anche quando sei più esperto -, viveri che sembrano troppi ma poi mancano, strade sbagliate. Siamo partiti da Marsiglia e abbiamo chiuso lì l'anello dopo 12 giorni. Sono ancora in contatto con questi ragazzi. Prima di partire conoscevo solo due di loro, i fratelli Todaro, Simone e Letizia, che sono di Robbiate”.

 

bicicletta con telaio "BICE" - foto Dario Colombo (D.C.)

La bicicletta gli fa tornare la voglia di studiare. Si iscrive ancora al Politecnico per il biennio di specializzazione. Sceglie ingegneria ambientale, con l'idea di dedicarsi alla pianificazione del territorio e lavorare con i comuni.

“Un' esperienza stupenda. Ingegneria delle telecomunicazioni era stata veramente una “saccagnata”, proprio tosta; “ambientale” era molto più blanda e in più avevo dietro un'esperienza di tre anni di lavoro, quindi l'ho passata abbastanza in scioltezza. Nel frattempo ero  diventato catechista e consigliere comunale nell'ultima amministrazione comunale di Verderio Inferiore, prima della fusione dei due comuni, con Sandro Origo sindaco”.

E la bicicletta?

“Ho fatto una tesi dal titolo: Sviluppo di un modello matematico per la ciclabilità della città di Milano. Partendo dalle caratteristiche fisiche e funzionali delle strade, dalle loro intersezioni - che possono essere incroci o rotonde - e dal loro percorso, riuscivo a presumere quale sarebbe stato il tragitto che il ciclista avrebbe ritenuto migliore, e quindi scelto, per arrivare da un punto A a un punto B. Supponevo che il ciclista si sarebbe comportato secondo un principio di ciclabilità, ossia avrebbe deciso in base ad un mix fra comfort e senso di sicurezza”.

Milano, navigli - foto M.B.

L'hai proposto al comune di Milano?

“Sì, ma non ho avuto ascolto. Il modello funzionava bene ma non era recepito da chi lavorava nell'ufficio tecnico, che non sapeva cosa fosse una bicicletta e non riusciva a capire che oltre al problema di spostarsi dal punto A al punto B ce ne sono altri connessi”.
 
Ad esempio?

“ Quando arrivo in B devo lasciare la bici e andare, mettiamo, in ufficio. Al ritorno la devo ritrovare. Solo adesso  questo fatto comincia ad essere recepito, ma siamo agli inizi, per ora si sta ancora pensando solo a come far muovere la gente, non ancora a cosa succede quando la bicicletta è lì da sola. Avevo capito che il concetto di bici nella pianificazione era troppo avanti ed era un concetto di parte: c'era chi era contro e chi invece era favorevole, a priori.  Alla fine litigavo con entrambe le parti, quella dei favorevoli e quella dei contrari. I primi mi chiedevano:si può andare in senso contrario? No, non si può . Allora si lamentavano  perché con il mio progetto non si poteva andare contromano. E chi si prende la responsabilità di dirti vai pure contromano: io?  e poi mi denunci se succede qualcosa? Adesso le cose stanno cambiando e la gente comincia a capire”.

foto M.B.

E il lavoro?

“Dopo la laurea ho fatto diverse cose. Prima ho lavorato per “Venti Sostenibili”, un'associazione di Milano che interviene nelle scuole sul tema della sostenibilità applicata alle città. Facevo lezioni nelle superiori e negli istituti professionali. Mi occupavo della mobilità. Si faceva una parte teorica in cui si parlava della smart city, cos'è la mobilità. Ai ragazzini proponevo la classica analisi swot, ossia come si ragiona per risolvere i problemi di una città.
E poi c'era la parte pratica. Avevo l'incarico di realizzare nelle scuole tante piccole ciclofficine, gestite dai ragazzi, dove imparavano a riparare le loro biciclette. Nelle scuole professionali facevano anche il retrofitting delle bici [adattamento e riconfigurazione]. Erano gli anni in cui uscivano le prime bici elettriche, che costavano veramente tanto. Allora qualcuno si era inventato il fatto di fare il retrofitting, con un motore e un pacco di batterie: il motore lo infilavi nel movimento centrale della tua vecchia bici e il pacco  batterie lo avvitavi sopra.  Era un modo per far vedere ai ragazzi che  ci sono vari gradi di evoluzione della bicicletta, cosa che adesso è palese, anche troppo. Ho lavorato con il comune di Bergamo; ho aperto ciclofficine a Gorgonzola, all’ITIS di Gallarate, di Varese, di Curno”.


Insomma, dopo il viaggio in Provenza sei entrato nel mondo delle biciclette e ci sei rimasto.

“Sì, la bicicletta è stato l'obiettivo generico. Ho provato la pianificazione ma ... mmh. Ho fatto l’insegnante: bellissimo!  Poi sono stato contattato dall’Ospedale San Raffaele di Milano. Avevo inviato il curriculum anche alla FCI, Federazione Ciclistica Italiana. Un loro dirigente, che era un dottore del laboratorio di biomeccanica del San Raffaele, aveva trovato interessante le cose che avevo fatto fino allora e  mi aveva inserito nel suo laboratorio per occuparmi di come  consapevolizzare le persone nelle proprie scelte. Era un argomento che conoscevo bene, perché ad ingegneria ambientale avevamo fatto dei corsi veramente tosti, con dentro sia calcoli che  psicologia, su come coinvolgere le persone, come favorire la partecipazione. I temi di cui si occupava il laboratorio, questo ed altri, come ad esempio la nutrizione, avevano come collante il benessere delle persone.
In quell’ambito abbiamo anche organizzato, su mia proposta, l’Università della Bicicletta (sembra una cosa esagerata, eh?). Erano corsi concentrati in due giorni. Il primo di teoria della biomeccanica, dell’alimentazione, della bicicletta, della pianificazione. Il secondo giorno era  più ludico: la classe di una quarantina di persone veniva divisa in gruppi, secondo i diversi livelli di preparazione, che  seguivano corsi  di manutenzione e  assemblaggio della bicicletta.
Era un bel laboratorio, dove si sperimentava tantissimo”.


Foto M.B.

Poi hai cominciato a costruire telai?

“Sì, per hobby, ma non ancora per lavoro. Sono entrato nella cooperativa PASO Lavoro.
Con  loro ho aperto una ciclofficina alla stazione di Osnago, al circolo ARCI La Locomotiva.
Era un'iniziativa concentrata sul pendolarismo: da casa a Osnago vai in bicicletta; questa ha un problema? la lasci qua, noi te la ripariamo e alla sera, quando torni dal lavoro, la trovi pronta.
Il martedì e il giovedì, nell’orario di ritorno dal lavoro, facevamo corsi di  riparazione  per i pendolari.
Ero riuscito a realizzare anche una sorta di parcheggio automatico, tramite una scheda NFC di prossimità e un sensore. La scheda era nominale e doveva essere rinnovata ogni quattro mesi. Avvicinando la scheda al sensore aprivi la porta del deposito, poi parcheggiavi, legavi la bici e alla sera, quando tornavi, la ritrovavi. Perché se tu diventi bravissimo a ripararti la bici ma ogni mese te la fregano, ti girano le balle.  
Lo stesso progetto era stato realizzato anche alla stazione di Cernusco Lombardone. Lì lo spazio era più grande, per cui avevo chiesto, e mi era stato assicurato che l'avrei ottenuto, uno spazio per costruire i miei telai. Alla fine lo spazio non è saltato fuori e così me ne sono andato. Da quel momento in poi non ho più lavorato con i comuni, perché lo ritengo una perdita di tempo”.


Stazione di Osnago - Foto merateonline .

E sei diventato artigiano?

“Sì, ho mollato tutto e ho iniziato seriamente a lavorare  sui telai. Avevo cominciato come hobbysta; poi li ho fatti come secondo lavoro (Venti Sostenibili e San Raffaele erano il “primo”); poi  come primo (facevo ancora qualcosa al San Raffaele) e infine, verso il 2015,  come unico, quando ho capito che lavoravo bene e che i miei lavori erano apprezzati.
Il mio primo telaio  l'ho finito il 14 dicembre 2010, mentre passava  Babbo Natale. Nevicava ed io ero fuori in  bici a provarlo. A quei tempi provavo , poi lasciavo passare sei mesi perché avevo altro da fare, poi riprendevo in mano il progetto. Invece adesso tutti i giorni mi alzo e penso a questo che è il mio lavoro. La  prima bici prodotta da “Bice” ce l'ho ancora, è ancora lì.”.


La tua azienda si chiama “Bice”. Perché?

“Perché … Bice è il nome di una cascina che c'è qui vicino; perché, negli anni in cui ho scelto, le sigle delle biciclette erano di quattro, massimo cinque lettere. Perché “Bice” è anche un gioco di parole, il  singolare che non c'è della parola bici, e può essere letto anche in inglese, dove “bice” è una certa tonalità di turchese. In sintesi, perché si chiama così non lo so. In quel momento è spuntato quel nome”.

 

Il marchio "Bice" - foto D.C.

Come si diventa tuoi clienti?

“Molti arrivano a me attraverso i social,  Facebook e Istagram.  Facebook è diventato un grande calderone per quarantenni, cinquantenni e sessantenni; è molto scritto, ha una giusta quantità di foto e video  e tanta interazione. In Istagram  c'è meno interazione, ma più presentazione  e più cura della fotografia, che per me è molto importante, e la gente è molto seria. Preferisco Istagram che  è ancora molto pulito - anche se per poco, temo -  non ha tutto quel rumore di fondo, quella violenza, che c'è su Facebook, che sta veramente degenerando. Mi sto interessando anche ai nuovi social, perché devo rendermi conto di quello che ci sarà fra una decina d'anni. Tik Tok e gli altri però sono un bordello da cui ci si cava poco”.  

Quindi i clienti ti contattano direttamente ...

“Sì, ora sì. I primi anni mandavo un telaio ad alcuni negozi di cui mi fidavo e loro mi facevano avere i clienti. Ho visto che non funzionava bene e allora faccio il contrario: sono io la porta d'ingresso, il collettore che riceve il lavoro e  lo distribuisce ad altri professionisti. Il mondo del ciclismo è un mondo molto piccolo, semplice e pieno di “zabette”, in un attimo si sa tutto di tutti. Ma è tutta gente legata dalla passione. Quando ci troviamo ai raduni, parliamo solo di bici e così nascono gli agganci professionali, che poi diventano anche amicizie. È molto importante perché ci si scambiano esperienze: io do a te tu dai a me. Ci si dà una mano, anche perché in confronto a quella della motocicletta, l'industria del ciclismo è veramente piccola. Il giro di soldi dell'industria ciclistica italiana è pari a una parte – dico una parte -  di quello della Piaggio. Solo della  Piaggio”

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