giovedì 13 aprile 2017

martedì 11 aprile 2017

I PROSSIMI INCONTRI ORGANIZZATI DALLA COMMISSIONE BIBLIOTECA DI VERDERIO


LA COMMISSIONE BIBLIOTECA DI VERDERIO
presenta







 CI SEPARIAMO … E I NOSTRI FIGLI?
Sabato 22 aprile, ore 15.00 

PERDERE UNA PERSONA CARA
Sabato 29 aprile, ore 15.00


 ***




 Jurij RAZZA presenta
il progetto del suo documentario

SULLA RIVA DEL LAGO
memorie dall’inferno di Ravensbruck

 Lunedì 24 aprile, ore 21.00

***


 GLI ZINGARI NELL'ARTE
da Leonardo a Picasso
 Angelo ARLATI

Venerdì 5 maggio, ore 21.00

***


VACCINI E VACCINAZIONI
riflessioni per una scelta consapevole

 Sandro ZANETTI

Università degli studi di Milano

Venerdì 12 maggio, ore 21.00



TUTTI GLI INCONTRI SI SVOLGONO PRESSO 

LA SALA CIVICA DI VILLA GALLAVRESI

VIALE DEI MUNICIPI, 20, VERDERIO

domenica 2 aprile 2017

TANGENZIALINA? PREFERIREI DI NO di Marco Bartesaghi

Da qualche decennio si parla di costruire, a nord di Verderio, una tangenziale che liberi dal traffico la strada provinciale che, con i nomi di via Sernovella, via Sant’Ambrogio, via Principale e via per Cornate, attraversa la località Superiore di Verderio.
 

Recentemente è stata avviata un raccolta di firme per presentare una petizione che ha lo scopo di incoraggiare le competenti amministrazioni pubbliche (comunale, provinciale e regionale) a procedere alla realizzazione dell’opera.
 

Chi è interessato a firmarla la può trovare a questo indirizzo:

http://www.verderiopetizioni.altervista.org/


IO NON LA FIRMERÒ PERCHÈ SONO SOSTANZIALMENTE CONTRARIO AL PROGETTO





Penso infatti che la costruzione della tangenziale:
 

NON FARÀ DIMINUIRE IL TRAFFICO, MA SOLO LO SPOSTERÀ DI QUALCHE CENTINAIO DI METRI;


 

NON RENDERÀ PIÙ SICURA LA VIA CHE ATTRAVERSA IL PAESE, PERCHÈ LA SUA PERICOLOSITÀ NON DIPENDE DALL’INTENSITÀ DEL TRAFFIC0, BENSÌ DALLA SUA VELOCITÀ;



AVRÀ COSTI MOLTO ELEVATI:
 

  • QUELLI “MONETARI”, CHE AMMONTEREBBERO A QUALCHE MILIONE DI EURO;


  • QUELLI IN “CONSUMO DI SUOLO”, PIÙ GRAVOSI DEI PRIMI PERCHÉ IRREVERSIBILI E PERCHÉ NON HANNO NEANCHE IL VANTAGGIO DI CREARE LAVORO;




  • QUELLI IN “BELLEZZA PERSA”. LA STRADA ATTRAVERSEREBBE INFATTI:



 LE ZONE AGRICOLE ADIACENTI AL PARCO ADDA NORD,




IL PARCO DI MELEAGRO, GIÀ PARTE DEL COMPLESSO STORICO DI “VILLA GNECCHI”



E LA BELLA AREA AGRICOLA, CON VISTA SULLA COLLINA DI MONTEVECCHIA, A SINISTRA DI VIA CONTADINI VERDERIESI.



Per questi motivi non ho intenzione di firmare la petizione in appoggio alla nuova strada e sono anzi tentato di promuoverne una intitolata, ad esempio:

TANGENZIALINA? PREFERIREI DI NO!








Ma sono pigro, ho bisogno che qualcuno mi aiuti e mi dia una spinta. Se qualcuno è interessato si faccia avanti.










GRANDE È LA TERRA, POCHI I GIARDINIERI di Giorgio Buizza

Questo articolo, che Giorgio Buizza mi ha gentilmente permesso di postare sul blog, è stato pubblicato nell'ultimo numero della rivista del parco di Monza: il Parco, la Villa, quaderno n. 8, giugno 2016.
L'autore ha già collaborato con il blog in diverse occasioni. Potete trovare i suoi interventi sotto l'etichetta che porta il suo nome.
Concludo questa brevissima presentazione facendo notare  che nel presente articolo, dovendo con una fotografia fare un esempio di "albero grande e bello", Buizza ha scelto il platano di Verderio. M.B.





GRANDE È LA TERRA, POCHI I GIARDINIERI di Giorgio Buizza 

Le immagini della scuola giardinaggio di Versailles sono tratte da: Traité de la Culture
Fruitière – Masson et C.ie Editeurs - Paris 1900 Troisième édition
PREMESSA
 

Secondo il grande progetto della Creazione (Genesi 2, 15-16) siamo stati posti dentro il Giardino di Eden per esserne custodi e per vivere felici. Ciascuno è chiamato a dare il proprio apporto di custodia del giardino e a rispettare ciò che ha attorno, usarne con giudizio, trarne benefici e soddisfazioni, coltivarlo per ricavarne buoni frutti. Nella lingua persiana arcaica giardino e paradiso erano la stessa cosa. Sappiamo che non è andata così, che il nostro mondo attuale è ben diverso dal Giardino prefigurato dalla Bibbia. Abbiamo però il compito, oltre che di coltivare il nostro mondo, ciascuno per la parte che gli compete, di giocare il nostro modesto ruolo di giardinieri disponendo piante e fiori sul terrazzo, coltivando il nostro piccolo spazio verde privato con alberi e cespugli, oppure, per chi lo fa di professione, di occuparsi anche del verde comune e di custodire una parte della creazione che porta in sé, in forme più evidenti, i caratteri della naturalità e che meglio può prefigurare il Paradiso.


IL GIARDINIERE: UNA FIGURA COMPLESSA E ORMAI PIUTTOSTO RARA

Nel linguaggio corrente il giardiniere è quella persona, solitamente maschio, con le mani callose, con residui di terra sotto le scarpe e sui pantaloni, quasi sempre col cappello, abbronzato, poco espansivo, anzi piuttosto burbero, con le sue idee precise che difficilmente è disposto a confrontare o a modificare perché le ritiene frutto di una lunga esperienza che garantisce da sola il buon risultato della prestazione.
Secondo un profilo tradizionale il giardiniere è l’uomo di fiducia, il custode della casa, il tutto-fare che bada sì ai fiori, alle aiuole, al taglio dell’erba, alla potatura della siepe e dei cespugli, alla raccolta delle foglie, alla gestione dell’orto, ma al quale si affida anche la vigilanza della casa, la riparazione del muretto, la pulizia dei canali di gronda, lo spurgo dei pozzetti, la sistemazione della staccionata, il campo da tennis, la sistemazione degli impianti, gli interventi in casi di emergenza.
In verità sono pochi coloro che, disponendo di una grande proprietà, possono assumere un dipendente che svolga tutte le mansioni sopra elencate. L’uomo di fiducia, dove esiste, svolge oggi un compito di custodia e sorveglianza, confinato in guardiola o in portineria, senza calli sulle mani, con un abbigliamento civile, ordinato, pulito, in grado di maneggiare i meccanismi complessi della gestione impiantistica: citofoni, videosorveglianza, distribuzione della posta, rapporti coi fornitori.



Possiamo tentare di definire un profilo più aggiornato di giardiniere.
Anche per i piccoli giardini condominiali, la cura del verde è oggi generalmente affidata ad una impresa, più o meno specializzata, che può cambiare ogni pochi anni, che segue un mansionario o un capitolato d’appalto (quando c’è) che spesso si limita a stabilire il numero degli sfalci annuali e il numero di passaggi per la raccolta delle foglie. Quando va bene è responsabile anche dell’annaffiatura del giardino attraverso un impianto automatizzato da programmare ad inizio stagione e da controllare periodicamente o su chiamata.
Si potrebbe pensare che in mancanza di giardinieri tradizionali singoli e rustici, ci si possa avvalere dei giardinieri organizzati, cioè di imprese specializzate nella costruzione e manutenzione dei giardini. Purtroppo non è così.
Chi si è trovato a lavorare con le imprese deve riconoscere che, salvo rare eccezioni, la squadra operativa fa capo ad un (forse) giardiniere attorno a cui si muovono altri operatori che svolgono mansioni ripetitive e di bassa professionalità (uno sul tosaerba, uno col decespugliatore, due con gli attrezzi manuali). Durante l’inverno si abbandonano i rasaerba e i decespugliatori sostituiti dalla motosega e dal tagliasiepi per effettuare le potature. Chi usava gli attrezzi manuali in estate continua ad utilizzarli per raccogliere foglie cadute, per alimentare  la cippatrice, per caricare ramaglie.
Non è infrequente che la squadra di giardinieri sia guidata da un ex operaio metalmeccanico, rimasto disoccupato, o da un giovane neo diplomato che non avendo trovato altro sbocco, ha fatto un modesto investimento in attrezzature e, con tanta buona volontà, si è buttato sul mercato alla ricerca di un suo piccolo spazio, con tanta fatica e con magre soddisfazioni dovendo competere con altri disperati di pari livello.
Anche costoro rientrano nella categoria dei giardinieri.
Mentre altre categorie puntano e competono sulla qualità del proprio prodotto o della propria prestazione, nel settore del giardinaggio ci si accontenta del lavoro rutinario, generico, minimale, dequalificato: si sa che solitamente il committente non ha le competenze per valutare la qualità di un lavoro o di una prestazione, non va a verificare se il decespugliatore ha provocato danni agli alberi, se la potatura è fatta nel rispetto della salute dell’albero. In fondo son capaci tutti di piantare un albero: basta fare un buco metterci la zolla e richiudere; per potare un albero bastano una scala e un segaccio; per seminare un tappeto erboso basta comperare un sacchetto di buon seme al supermercato.
Sulla figura del giardiniere scontiamo un deficit culturale che comprende tutto il problema della gestione degli spazi verdi che, a partire dagli enti  pubblici, sono sempre messi in coda, godono di modesti o scarsi finanziamenti, non richiedono professionalità specifiche, ci si arrangia con quello che c’è alla ricerca del massimo ribasso.


Un giardiniere comunale davanti al suo
Municipio (…in Francia).

Anche se il territorio lombardo è caratterizzato dalle Ville di delizia con ampi parchi di antica formazione e con giardini ricchi di grandi alberi, testimoni della buona gestione del passato, il mestiere del giardiniere è andato progressivamente perdendo smalto col passare delle generazioni.
Nella maggior parte dei comuni piccoli e medi il servizio giardini va a rimorchio dell’ufficio strade o della manutenzione dei fabbricati; il responsabile dell’ufficio giardini è spesso un geometra o un ingegnere con scarse conoscenze di biologia, di arboricoltura, di vivaismo, di allevamento vegetale. Nessuno però si preoccupa di metterlo in condizioni di acquisire queste competenze mediante corsi, convegni, approfondimenti, incentivi; si preferisce mantenere un basso profilo del servizio e, alla lunga, lasciare andare alla malora il poco verde urbano rimasto. Alla fine i risultati si vedono e spesso si fa ricorso ai volontari e alle loro associazioni che dimostrano una encomiabile buona volontà a cui spesso non corrisponde una adeguata capacità e competenza.


GIARDINIERE: UNA PROFESSIONE DAI CONTORNI INDEFINITI

Quando parliamo di giardinieri possiamo avere in mente figure quali L. Villoresi al Parco di Monza, A. Le Notre a Versailles, J. Graefer a Caserta, persone che per le loro qualità e per i risultati acquisiti sono rimasti nella storia.
Usiamo lo stesso termine per figure più quotidiane quali gli addetti alla manutenzione del verde che tagliano l’erba nel giardino condominiale o nella rotonda spartitraffico del Comune.
Il rischio della confusione è evidente ma, anche volendo, non è facile mettere ordine.
Nelle pagine che seguono, non trovando altro modo per distinguere le due figure, userò il termine con la iniziale maiuscola (Giardiniere) per indicare colui che il suo mestiere lo sa fare bene perché dotato di competenze, esperienze, dinamismo, capacità di aggiornamento, e userò il termine con la iniziale minuscola (giardiniere) per indicare l’operaio che pur maneggiando con competenza gli attrezzi del mestiere non ha maturato esperienze adeguate, tratta le piante come il capomastro tratta i mattoni, non ha avuto un maestro, non ha l’umiltà di riconoscere che c’è ancora molto da imparare.
I nostri vecchi Giardinieri, alle dipendenze di famiglie facoltose o di enti pubblici, erano molto probabilmente figli d’arte; si tramandavano il mestiere di generazione in generazione, e acquisivano capacità e competenze sul campo, sotto la guida di capi anziani esperti; pochi di loro potevano vantare titoli di studio quali diplomi e lauree, ma le capacità e la maturità professionale erano acquisite poco alla volta attraverso l’esercizio, l’emulazione e il maturare dell’esperienza.
Pare che questa categoria si sia estinta o stia per estinguersi lasciando nulla in eredità  alle nuove generazioni. Ci saranno dunque sul mercato tanti giardinieri e sempre meno Giardinieri.
Anche nel giardinaggio la qualità richiede specializzazione. Il problema sta proprio nel conciliare una visione globale e complessiva delle dinamiche legate al mondo vegetale e al giardino con i necessari approfondimenti specialistici.
Il giardiniere è solo un esecutore che realizza idee e progetti pensati da altri; il Giardiniere, date le sue competenze in materia di vegetazione, è in grado di ideare nuove soluzioni e di dar vita a nuovi progetti e nuovi paesaggi. Il giardiniere usa essenzialmente il trattorino e la motosega; il Giardiniere usa spesso le forbici, ma utilizza anche tecnologie sofisticate, usa il PC, è in grado di eseguire una endoterapia o un trattamento antiparassitario efficace e rispettoso dell’ambiente.



Una volta si adattava l’altezza dell’albero
alle attrezzature disponibili.
Oggi per conservare gli alberi il giardiniere
impiega attrezzature sofisticate e
di grandi dimensioni
Potremmo tentare di definire cosa non è un Giardiniere: non è un architetto, non è un botanico, non è un ingegnere, non è un pedologo/geologo, non è un paesaggista,non è un taglialegna, non è un filosofo né un poeta.  Forse, se dotato di una buona dose di umiltà, è un miscuglio organizzato di tutto ciò al punto che: ama la vita e in particolare quella delle piante e dei fiori, opera per la sopravvivenza delle piante, anche le più scassate e le più acciaccate almeno quando rappresentano un ricordo, un pezzo di storia, una vicenda o un luogo o un avvenimento particolare;  sa usare le mani e non ha timore di immergerle nell’acqua e nella terra perché gli alberi e i cespugli non sono fatti solo di fiori e colori ma sono organismi viventi con le radici nel terreno e con le foglie all’aria che hanno bisogno di luce e di acqua in misura appropriata; conosce profondamente il mondo vegetale e le sue correlazioni con l’ambiente e utilizza queste conoscenze per abbinare la salute delle piante alle condizioni climatiche e al tipo di substrato; ha il gusto del bello, delle forme armoniose, dei piacevoli accostamenti di colore, delle scenografie emozionanti; è in grado di tradurre in schizzi e disegni le sue intuizioni cioè di predisporre un progetto comprensibile dal committente e da chi dovrà poi attuarlo; si orienta con competenza nel ciclo annuale della vegetazione organizzando la successione delle fioriture in modo da garantire alternanze e successioni di colori, di forme, di paesaggi nel corso dell’anno; dispone di una rete di rapporti con i diversi settori del mercato; sceglie oculatamente i fornitori di piante; si avvale degli specialisti nei momenti in cui si presentano problemi particolari o che richiedono attrezzature specifiche; è in grado di distinguere una fornitura di alberi di prima scelta rispetto ad una fornitura di piante di scarto e, in tal caso, è capace di respingerle al fornitore.



Classici attrezzi manuali del giardiniere.



Nella maggior parte dei casi il Giardiniere, pur bravo, non può vantare opere compiute perché un giardino è vivo, incompiuto e in divenire, l’esito dello sviluppo di un albero spesso è riconoscibile in un tempo che va oltre la vita stessa del giardiniere e, quando l’albero è diventato magnifico, nessuno si ricorda più il nome di chi l’ha piantato e curato nei primi anni di vita, presupposto per una maturità gloriosa e affascinante.
I giardinieri, pur bravi quasi mai passano alla storia, ma scivolano nell’oblio, anche perché il progetto del giardino ben difficilmente viene documentato alla pari del progetto dell’edificio, inoltre il giardino subisce una evoluzione e un cambiamento dovuto ai cicli biologici e alle vicende naturali raramente rispettose del solo progetto originario. E’ proprio la capacità di inserirsi con umiltà, competenza e armonia in una storia già iniziata che qualifica il Giardiniere che dà il suo contributo alla causa e alla storia comune aggiungendo frammenti di bellezza al quadro già pensato e iniziato da altri e che altri ancora saranno chiamati a prolungare.




ANCHE I GIARDINIERI HANNO I LORO PROBLEMI 

Il Giardiniere sa che l’albero è fatto di radici, fusto, rami e foglie e si preoccupa, pensando al futuro dell’albero, della quantità di terreno indispensabile per accogliere le radici, dello spazio entro cui i rami potranno svilupparsi, dell’altezza che l’albero sarà in grado di raggiungere nella sua età matura. Spesso è costretto, in base a progetti pensati da altri, a piantare alberi in siti inospitali, con poca terra, con poco spazio, con poche o nulle prospettive di sopravvivenza. Diventa corresponsabile, suo malgrado, di un lavoro malfatto e di uno spreco di risorse.
I manutentori del verde ereditano alberi che sono il risultato di cure eseguite da chi ha operato in precedenza: a volte l’eredità è preziosa, altre volte è il risultato di manipolazioni pesanti e inappropriate (potature drastiche per adeguare l’albero allo spazio disponibile, conoscenze biologiche approssimative, consuetudine del tipo "si è sempre fatto così”, riduzione dello spazio al suolo per allargare la strada o il marciapiede o per installare tubazioni di vario genere).
Un tempo era anche più facile sostituire gli alberi in città; la disponibilità di spazi liberi lo consentiva, la sostituzione era vissuta come un fatto normale; oggi non è più così perché molto spesso, dove per sopraggiunte esigenze si tolgono i vecchi alberi, non ci sono più le condizioni idonee per ripiantarne altri nuovi, perciò un vecchio albero (o un intero filare) tagliato è spesso perso per sempre. A volte il giardiniere viene investito della responsabilità di provvedere al taglio definitivo di un albero malandato e insicuro, e deve quindi compiere l’atto finale di una vicenda a cui non ha preso parte.
Mentre i cittadini più accorti invocano un incremento del verde per ragioni di benessere, salute, paesaggio – i cosiddetti servizi ecosistemici - gli alberi vecchi, anziché suscitare rispetto, attenzione, affezione, evidenziano sempre maggiori criticità.



Un albero grande e bello è frutto
 delle leggi della natura e della capacità
 di generazioni successive di bravi Giardinieri.
[Questo è "il platano" di Verderio NdR]


Un Giardiniere sa riconoscere l’energia residua di un albero anche dalla vitalità con cui rimargina eventuali ferite, dalla forma e dal numero delle gemme, dalla lunghezza e dallo spessore dei rametti, dalla quantità di fiori e dei frutti che produce. Una diagnosi seria, a volte, ha bisogno di un periodo di osservazione di alcune stagioni successive; non sempre il committente è disposto a rinviare la decisione in attesa che la diagnosi sia completa; nel dubbio è solitamente l’albero a farne le spese.
Il Giardiniere ama la vita pertanto la conserva, anche negli alberi, il più a lungo possibile, sia per rispetto di colui (o coloro) che molti anni prima ha deciso di piantare quell’albero, sia per il valore dell’albero in sé, come espressione di una vita sua particolare, diversa da quella degli umani, ma sempre strettamente ad essa correlata, sia perché l’albero – in particolare l’albero vecchio – è in grado di ospitare uccelli, rapaci, roditori e tanti altri ospiti che possono arricchire la biodiversità dell’ambiente urbano. Tutti gli organismi senescenti (animali, umani, vegetali) hanno un ritmo diverso, più lento, più stanco; il vecchio albero – come il vecchio nonno - è in grado di raccontare, con la sua sola presenza, una pezzo di storia di quella città, di quel quartiere, delle persone che lì sono vissute.


Operatori climber eseguono lavori di
potatura su una grande conifera senza
l’impiego di piattaforme aeree


L’evoluzione della strumentazione, come in tutti i campi, è un dato oggettivo: le piattaforme aeree e la motosega sono strumenti che, se impiegati con oculatezza, possono offrire buoni servizi e contribuire a garantire la salute e la longevità degli alberi; se usate in modo inappropriato possono fare disastri. Ne è un esempio la cimatura delle conifere eseguita nella illusione di rendere l’albero più sicuro. In tempi passati, senza piattaforma e senza

Attrezzatura per la cura endoterapica di
un albero.
 
Il giardiniere applica e utilizza sofisticate
attrezzature per la verifica di stabilità
di un albero mediante polling test.
motosega, era molto più difficile fare la cimatura delle conifere perché costava molta fatica e qualche rischio anche per i più bravi; oggi un qualunque operatore con i piedi sulla piattaforma arriva facilmente all’altezza desiderata e, con la motosega, impiega pochi secondi a rovinare irreparabilmente un albero e un paesaggio.

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sabato 1 aprile 2017

DIVERSAMENTE MOTOCICLISTI: MATTEO ARLATI E I SUOI AMICI di Marco Bartesaghi

ESTATE 1999: L’INCIDENTE
 

Negli anni novanta del secolo scorso, le strade intorno alle Torri Bianche di Vimercate, quando il complesso edilizio non comprendeva ancora l’edificio che oggi ospita la multisala cinematografica, erano utilizzate, il sabato e la domenica, come "circuito per gare motociclistiche", diciamo così, “fai da te”.
Matteo Arlati, verderiese, classe 1980, fin dall’età di 16 anni è un assiduo frequentatore della pista, con la sua Aprilia RS 125 e la completa tenuta da corsa.
È presente anche il pomeriggio del 13 agosto 1999.
Quando ormai s'è fatto tardi e sta tornando a casa insieme ad un amico, si incuriosisce per l’arrivo di uno sconosciuto con la sua stessa moto e abbigliamento da pista. Decide così di girare un po’ insieme a lui.
L’amico, rimasto ad aspettarlo, dopo qualche giro vede comparire solo lo sconosciuto, che gli si avvicina, senza togliersi il casco, e lo avvisa che Matteo è caduto. Poi se ne va: rimarrà per sempre uno sconosciuto.
 

 
Matteo sul "circuito" delle Torri Bianche


Matteo è a terra, ha perso conoscenza: non saprà mai cosa sia successo, se abbia fatto tutto da solo o se le due moto si siano toccate.
Viene inizialmente soccorso da un‘ infermiera, passata di lì per caso, e poi trasportato prima all'ospedale di Vimercate e poi a quello di Legnano.
I danni subiti sono gravi. Perde un rene; subisce gravi lesioni al plesso brachiale, da cui consegue la perdita dell’uso del braccio e della mano destra, si rompe la schiena e ha  serie lesioni interne.
Però la vita va avanti e lui reagisce bene. Non entra mai in depressione, conseguenza abbastanza frequente, e comprensibile, di questi eventi. Grazie a un’operazione, prima, e all’elettrostimolazione e la fisioterapia poi, recupera l’uso del bicipite – “riesco a piegarlo e posso tenere in braccio Samuele” (suo figlio); si risalda anche la schiena, che rimane solo leggermente curva.
Un medico gli prospetta il possibile recupero della mano attraverso un nuovo intervento chirurgico. Non ci crede troppo ma ci si sottopone. Il risultato negativo, previsto, non lo scoraggia: in quindici giorni impara a scrivere con la mano sinistra. La vita va avanti, appunto.


ESTATE 2013: DI NUOVO IN SELLA
 

Sono passati 14 anni dall’incidente. Matteo lavora a Milano come tecnico informatico. Ha sposato Claudia e insieme hanno avuto un figlio, Samuele.
A Verderio Inferiore è stato impegnato nell’Amministrazione Comunale prima come consigliere, poi come vice-sindaco e assessore alla cultura e allo sport. 

Dalla sera dell’incidente non è mai più salito su una moto.
Un giorno di luglio, navigando su internet si imbatte nel sito di un’associazione fondata qualche mese prima, nel gennaio del 2013. Si chiama Diversamente Disabili ed è nata per “(ri)avvicinare al mondo delle due ruote tutti quei ragazzi disabili che per difficoltà economiche, burocratiche, logistiche e psicologiche non hanno avuto la possibilità di farlo” .
 

Emiliano Malagoli, a sinistra, e Matteo Baraldi
 
Matteo si incuriosisce ma, dice, con un certo distacco. La curiosità lo porta a inviare una mail  a cui fa seguito una risposta quasi immediata: lo chiama al telefono Emiliano Malagoli, anima dell’associazione, di cui è presidente ed è stato, insieme a Matteo Baraldi, fondatore.

 
Il logo dell'associazione Diversamente Disabili

 Emiliano, che ha perso una gamba in un incidente stradale nel 2011, ma quasi subito è tornato in sella e a gareggiare in pista, è un entusiasta che sa trasmettere questo sentimento anche agli altri. Al telefono, senza troppa insistenza, convince Matteo a fare una prova. Gli propone di recarsi al circuito del Mugello, in una giornata di agosto “per provare a fare questa pazzia”; lui avrebbe procurato una moto adatta e la prova sarebbe stata gratuita.
La proposta è allettante, ma come reagiranno in famiglia? Con Claudia va meglio di ogni previsione: dice subito di sì e lo incoraggia a provare. La mamma invece non è d’accordo, è preoccupata e non lo nasconde; il papà, Emilio (“Hogan”, come è da tutti conosciuto a Verderio. Solo io non lo sapevo) asseconda la mamma, ma è poco credibile: “sotto sotto si vedeva che ci teneva”. Anche i genitori di Claudia sono favorevoli, raccomandandogli, naturalmente, prudenza e di non fare “troppe stupidaggini”.
“Nessuno – chiedo – ti ha detto: ma sei scemo?”
“No, nessuno. E io sono un tipo che di solita usa la testa: non avrei fatto stupidaggini”


LA PRIMA VOLTA, LA NUOVA MOTO, LE PROVE
 

“Siamo arrivati al Mugello dalle Marche, dove eravamo al mare, io Claudia e Samuele. La moto che mi hanno dato era un po’ vecchiotta ma comunque una 600 della Yamaha. Era di Matteo Baraldi, che in un incidente ha perso il braccio destro, quindi adatta anche a me. Matteo mi ha messo in sella e ha cominciato a parlarmi, a spiegarmi come fare. Non è stato facile mollare per la prima volta la frizione, ci avrò messo almeno un quarto d’ora. Poi, una volta partito, è stato tutto più semplice di quanto sembrava. Però le prime volte, quando sali la paura ce l’hai, eccome. E ce l’hai anche adesso, anche se sei più tranquillo perché hai fatto tante esperienze, sai come funziona la moto, come tu sei in grado di governarla. O hai l’ illusione di essere in grado di governarla, perché in moto questa è solo un illusione”.




Torna a casa deciso: acquista una moto da pista, una Honda Cbr rr 600..
 

Ora bisogna adattarla. spostare tutti i comandi sulla mano sinistra e creare "sperimentare" tutti i meccanismi migliori per poterla guidare con facilità. lo fa prima nell'officina di un amico, Carzaniga a Calco, poi si sposta nella propria, l'Autoquattro, della famiglia di Claudia, dove ora loro due sono soci.
 

Quando è necessario interviene anche un meccanico specialista di motociclette, Eugenio Spada di Verderio.
 

Hogan costruisce, da un pezzo di alluminio pieno, la leva del freno, che deve essere più corta, più stretta e in una posizione leggermente diversa dal normale. Deve poter essere tirata a pieno con solo due dita e fermare la moto.
La prima prova è sul piazzale dell’officina. Non è un successo: gli “parte il gas”, scivola e si ritrova per terra. Si rialza e si rimette subito in sella, prima che la paura faccia effetto. Anche questa esperienza però è servita: Matteo, quando è in moto, ha la mano destra fissata al manubrio con strisce di velcro; la presa deve essere ben salda ma, nello stesso tempo, deve essere tale da staccarsi e lasciar libera la moto in caso di caduta. Sul piazzale il meccanismo ha funzionato.


Matteo in pista
Ma per provare davvero ci vuole una pista. Ancora una volta grazie a internet, viene a sapere di un circuito a Cervesina, vicino a Pavia. Il proprietario, Giorgio Traversa, “è una persona fantastica”. Matteo gli telefona, gli racconta la sua storia e gli chiede se può usare il suo circuito. Giorgio è subito disponibile, concede gratuitamente quanto gli è richiesto e s’interessa della Associazione, della quale  diventerà un grande amico e sostenitore .
Matteo ha dovuto reimparare a guidare la moto, resettare quello che sapeva fare e ricominciare da capo. Il lungo lasso di tempo trascorso senza montare in sella forse ha facilitato le cose.
Potendo contare su una sola mano e un solo braccio, ha dovuto imparare a usarli meglio e ad usare diversamente le gambe. Col tempo ha trovato il metodo adatto alla sua situazione personale.


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LA MADONNINA DI VIA ROMA N.1 di Marco Bartesaghi


C'è un'immagine di Madonna con Bambino a Verderio che, se non mi sbaglio, non è mai apparsa, né è stata descritta, nelle varie pubblicazioni sulla storia del nostro paese edite in questi anni.

Le piccole dimensioni e  il punto in cui è situata la rendono praticamente invisibile e, soprattutto, irriconoscibile a occhio nudo.

Non ho avuto modo di vederla da vicino, ma solo di fotografarla con un teleobiettivo. Quanto segue deriva dall'osservazione della fotografia ottenuta.

Si tratta di una formella,  più o meno quadrata, di forse 25 – 30 cm di lato, che si trova sulla parete del numero civico 1 di via Roma, al centro fra due finestre, ad un'altezza di circa 7-8 metri.


Nel cerchio rosso la piccola immagine di Madonna con Bambino

Di colore bruno, è forse in ceramica, ma potrebbe anche essere di un materiale più povero, poi dipinto ad imitazione della ceramica. L'immagine sacra è adagiata in un  spazio delimitato da una cornice.

Essa è composta dal corpo seduto della Madonna, avvolta in un manto che le ricopre anche il capo, lasciando però liberi, sul davanti, i  capelli. Il volto di Maria, di profilo, volge lo sguardo verso il basso, in direzione del bambino, che cinge fra le sue braccia. Il bimbo, in piedi sulle ginocchia della madre, allunga verso di lei la mano destra.

La formella, probabilmente a causa di episodi di maltempo, è lacerata in alcuni punti: il naso della madre, il volto del bimbo, la cornice.  





La casa appartiene oggi ad Armando Galbiati. Fu sua nonna, Tranquilla Villa, ad acquistarla nel 1925, insieme ad altri beni immobili, dalla nobile Teresa Gallavresi.

***

Sarebbe bello conoscere  quando, da chi e perché fu posta in quel luogo e magari un giorno lo si riuscirà a sapere.

Per ora possiamo contare sulle parole  di alcune persone, poche, che riportano quanto a loro volta hanno sentito dire da altri.

Questi racconti concordano nel legare la devozione dei fedeli verso questa Madonna alla  capacità, che in due occasioni avrebbe dimostrato, di saper proteggere la popolazione dai pericoli della guerra.

Armando Galbiati racconta di aver sentito,  dalla signora Giulietta Airoldi, che la madonnina risalirebbe a poco dopo la Battaglia di Verderio del 28 aprile 1799, combattuta dalle truppe francesi e da quelle austro russe. Proprio quando queste ultime arrivarono in questo punto del paese, la battaglia si sarebbe interrotta, per la resa dei francesi. Per ringraziamento fu murata la formella.

Secondo Luigia Villa divenne successivamente tradizione trovarsi a pregare in quel luogo il 28 aprile di ogni anno.

Gli abitanti di Verderio Inferiore,  ricorda Antonia Origo, la invocarono anche in un altro  28 aprile, quello del 1945, affinché impedisse  che fra la colonna di tedeschi in ritirata e i partigiani, che l'avevano fermata all'incrocio per la stazione di Paderno, scoppiasse la battaglia. I tedeschi alla fine si arresero e quindi i fedeli ritennero che le loro preghiere fossero state esaudite.

Sono poche testimonianze, ma abbastanza coerenti fra loro, a cui sarebbe bello che se ne aggiungessero  altre. Speriamo che questo breve articolo aiuti a farle venire a galla. 


 Marco Bartesaghi

lunedì 6 marzo 2017

LE CONFERENZE SCIENTIFICHE A VERDERIO

BIBLIOTECA DI VERDERIO

LA SCIENZA NEL 3° MILLENNIO
L’Uomo e l’Ambiente
Ciclo di conferenze primavera 2017



 Venerdì 31 marzo
Ore 21.00
Sala Civica di Villa Gallavresi
CONOSCERE I PROPRI GENI PUÒ CAMBIARE LA NOSTRA VITA?
Faustina LALATTA, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano
Venerdì 12 maggio, VACCINI E VACCINAZIONI: RIFLESSIONI PER UNA SCELTA CONSAPEVOLE, Sandro ZANETTI, Università degli Studi di Milano
 
Venerdì 26 maggio, ENNIO MORLOTTI: ARTISTA, RICERCATORE, POETA DELLA PITTURA MATERICA, NATO E VISSUTO NEL NOSTRO TERRITORIO,Patrizia CONSONNI, Artista e Arte Terapeuta a Indirizzo Antroposofico
Ciclo di conferenze promosso dalla Biblioteca Comunale di Verderio, grazie alla collaborazione scientifica gratuita dei professori Gabriella CONSONNI e Giuseppe GAVAZZI, dell’Università degli Studi di Milano. Per eventuali variazioni del programma siete cortesemente invitati a consultare il sito del comune di Verderio: 
http://www.comune.verderio.lc.it/verderio/hh/index.php

domenica 5 marzo 2017

ANERIO E GIGLIOLA, UNA FAMIGLIA NATA IN CAMPO PROFUGHI di Roberto Muzio e Marco Bartesaghi

Per alcuni anni Giuseppina Gigliola Uicich e il marito Anerio Villani hanno vissuto da italiani profughi in Italia. Lei, classe 1937, proveniva da Fiume, che dal 10 febbraio 1947 era entrata a far parte della Jugoslavia. Lui, triestino, era partito dalla sua città natale insieme alla mamma, nel 1945, quando già le truppe titine avevano lasciato la città in mano a quelle anglo-americane. La sua vicenda è quindi abbastanza particolare.
Per farmi raccontare la loro storia li incontro nella casa di Merate dove abitano. Con me c’è Roberto Muzio, l’amico che me li ha fatti conoscere. Sono le sei di sera e, solo a fatica, riusciremo a smettere di parlare verso le otto. Ho una lista di domande, per cercare di seguire un certo ordine , ma alla fine non la uso. Il racconto si fa strada da solo e le domande, mie e di Roberto, sorgono solo quando se ne sente la necessità.
 

Attacco io: “So di un carabiniere  che, in servizio in Istria da prima della guerra, aveva sposato una donna del posto e avuto dei figli. Dopo l’occupazione da parte dei partigiani di Tito, intuendo il pericolo, con tutta la famiglia, compresi i suoceri, era tornato al suo paese d’origine, Verderio”.

Anerio (A) Uno dei flash di quei tempi che ho nella  mente  è quello dei tre carabinieri che i titini hanno ammazzato a Piedimonte di Taiano, nell’Istria dell’interno. Mi ricordo che se ne parlava, dei tre carabinieri di Piedimonte, me ne ricordo anche se allora ero un bambino.
Io sono di Trieste, quindi formalmente non sono un profugo dall’Istria. In città la guerra è finita il 12 giugno 1945, quando sono andati via i titini e sono arrivati, con le navi, gli angloamericani. In agosto io e mia mamma siamo partiti.
 

Domanda (D) Solo lei e sua mamma?

(A) Sì, ero orfano: mio padre, Gianni Villani, era morto nel 1938, quando avevo cinque mesi. Mia madre aveva voluto andar via da Trieste anche per questo fatto, per le traversie che aveva avuto; forse aveva  anche paura, ma non so bene di  cosa. In più aveva anche un certo spirito d’avventura.
 





Gianni Villani, papà di Anerio, prima del suo trasferimento a Trieste. Nella foto sopra è portiere della squadra di calcio. In quella sotto, scattata a La Spezia nel 1926, è il primo da destra.

TRIESTE DALL'OCCUPAZIONE TITINA ALL'ARRIVO DEGLI AMERICANI


(D) Siete stati spinti ad andar via o è stata una vostra libera scelta?
 

(A) È stata una scelta della mamma, anche perché “il brutto” ormai era passato: i titini se n'erano  andati ed erano arrivati gli angloamericani. Il periodo, durato 43 giorni , in cui gli uomini di Tito sono stati in città, penso sia stato il peggiore per Trieste.

(D) Cosa è successo in quei 43 giorni?
 

(A) Cosa è successo? Nel comune di Trieste ci sono due foibe: la foiba di Basovizza, un sobborgo di Trieste, quella maggiore, la più conosciuta, e la foiba di Opicina, sempre sul Carso perché è sul Carso che queste cose si trovano. Queste due foibe furono utilizzate per far sparire  persone.
 

(D) Chi è finito nelle due foibe di Trieste?
 

(A) Quelli che erano considerati nemici … niente di ufficiale. Ci andavano quelli di cui qualcuno aveva magari detto: “Quello lì lo conosco, era un fascista …”. Bastava questo, erano vendette personali.
 

(D) Ci sono state, fra le vittime delle foibe, persone conosciute dalla vostra famiglia?
 

(A) Sì, c’erano persone che la mia famiglia conosceva sia fra gli infoibati, sia fra gli ebrei scomparsi nella Risiera. Perché i titini hanno lasciato in ricordo le foibe, mentre i tedeschi avevano lasciato l’eredità della Risiera di San Sabba, quella che tanti chiamano il campo di sterminio italiano, ma che non è giusto chiamarlo così, perché era un campo  tedesco.
 

(D) Più giusto dire “campo di sterminio in Italia”?
 

(A) No, perché dopo l’8 settembre 1943, Trieste non faceva più parte dell'Italia, bensì della Germania.

(D) Lei era un bambino, quanti anni aveva?
 

(A) Sono nato nel 1938, nel ’45 avevo 7 anni.


Anerio con la mamma Vida, a Trieste in piazza Unità, e con il nonno Giuseppe a Muggia.





(D) Perciò di questi fatti ha anche ricordi propri, non solo per aver ascoltato i racconti dei grandi?
 

(A) I ricordi dei bambini sono come dei flash. Mi ricordo di due serate: una  “rossa” e una “bianca”. La serata rossa è quella del 30 aprile 1945. La città era ancora sotto coprifuoco. Tramontato il sole, tutto era spento. Poi, lungo il ciglio del Carso, che sovrasta Trieste, si è visto un bagliore rosso. Erano i fuochi degli accampamenti dei titini. Il giorno dopo, il primo maggio, sono calati e si sono impossessati di Trieste.
 

(D) Ce lo si aspettava?
 

(A) Sì e no. Sa, la guerra, soprattutto negli ultimi tempi, era di movimento: truppe che si spostavano, che andavano, che venivano. Però si temeva che sarebbe successo.
 

(D) Quindi il primo maggio entrano i titini e i tedeschi se ne vanno …
 

(A) Se ne vanno dopo qualche scaramuccia e qualche tentativo di resistenza qua e là  … Lo stesso giorno da Monfalcone arrivano le prime camionette dell’ottava armata inglese. Erano  avanguardie neozelandesi, arrivano con le loro jeep fino a Barcola.
 

(D) Barcola?
 

(A) E’ un rione di Trieste, dalla parte di Monfalcone, sul mare. Quel giorno era stata una corsa verso Trieste: degli inglesi, che avevano risalito la costa adriatica, e dei titini, che erano scesi dall’interno dell’Istria. Sono arrivati insieme, soltanto che i neozelandesi sono arrivati con due o tre ieep, solo una punta di diamante, mentre i titini con i carri armati. A questo punto i neozelandesi hanno fatto marcia indietro, sono tornati a Monfalcone e lì hanno tirato il confine del territorio libero di Trieste. Le truppe di Tito invece sono entrate in città e sono rimaste fino al 12  giugno. L'hanno lasciata solo grazie alle pressioni di Churchill, a cui non  “comodava” che Tito mantenesse questa posizione strategica.
 

 
Carri armati iugoslavi nelle vie di Trieste



(D) Quindi i titini si sono ritirati in accordo con gli alleati...
 

(A) Se ne sono andati per accordi politici “fra alleati”, perché anche loro erano alleati. Comunque sì, non c'è stata un' azioni bellica.
Quella sera, quando è calato il sole e Trieste era al buio, s’è visto un chiarore bianco venire dal porto. Erano le luci delle navi americane (1).
 

(D) La “serata bianca”, quindi, dopo quella “rossa” dei fuochi titini …
 

(A) Sì, ho questo ricordo visivo. Noi abitavamo in piazzale Valmaura,  dove allora c’era (e c'è ancora) lo stadio. Per arrivare al porto bisognava superare un paio di colline. A ogni finestra c'era gente che gridava “Viva i liberatori!!Viva i liberatori!!” tanta era la gioia perché quelli se ne fossero andati. Era stata proprio una cattiva esperienza.

VIA DA TRIESTE, CON LA MAMMA, IN CERCA DI UNA NUOVA VITA

(D) A questo punto però voi, lei e sua mamma, siete partiti. Perché?
 

(A) La mamma voleva partire per vedere se c’era la possibilità di iniziare qualche tipo di attività, qualche commercio. Era molto attratta dalla città di Milano, dove però non siamo arrivati direttamente. Siamo prima andati fino in fondo all’Italia, a Barletta. Lei pensava che il business dell’olio d’oliva potesse offrire delle opportunità. Pensava di farlo arrivare a Trieste e lì rivenderlo per mezzo dei fratelli.
 

(D) Uno spirito di iniziativa e imprenditoriale notevole, perché in quei momenti, per una donna con un bambino muoversi così autonomamente non doveva certo essere facile.
A Trieste non siete più tornati ad abitare, ma, alla partenza, questa possibilità era contemplata?

(A) No, escluderei che mia madre avesse qualunque intenzione di ritornare a Trieste. Aveva paura della situazione di provvisorietà in cui si trovava la nostra città.


(D) Come si chiamava sua mamma?
 

(A) Si chiamava Vida. E di cognome Franco, italianizzato da Francovich. I nomi in “ic” si usa scriverli con “ch” finale.
 

(D) Lei invece di cognome è Villani ...
 

(A) Sì, Villani. Mio padre era toscano.
 

La famiglia Villani: Gianni, a sinistra, con il padre, la sorella e la seconda moglie del padre.


(D) Invece sua madre era slovena?
 

(A) No, mia madre, come tutta la sua famiglia, era di Trieste. Però abitavano nella parte della città verso i paesi di lingua slovena. A casa dei miei nonni materni si parlava sia italiano che sloveno, o meglio, si parlavano due dialetti: il triestino italiano e il triestino sloveno. L'uno o l’altro, a seconda degli argomenti o delle persone che avevano di fronte. 

Il nonno Giuseppe Francovich con la divisa austroungarica

Poi parlavano sloveno se non volevano farsi capire da me, ma io, che ero cresciuto fin dall’età zero con loro, capivo tutto. La nostra regione, quella che poi è stata chiamata la Venezia Giulia (un nome “culturale” inventato dopo la prima guerra mondiale), è un territorio caratterizzato dall’incrocio di popolazioni, soprattutto le tre grandi radici: italiani, slavi e tedeschi. Gli slavi, inoltre, potevano essere sloveni, croati o anche altri slavi più meridionali (ma non tanti). Poi c’erano molti levantini: libanesi, greci, turchi. Ed ebrei, molti ebrei c’erano a Trieste. A metà ottocento è stata la città europea che, in proporzione alla popolazione, ospitava più ebrei : non ricordo più  se questa proporzione fosse il 5 o il 15 %. Era una zona cosmopolita, fatta di ideali transnazionali di ricerca di pace.
E allora tante volte quando mi chiedono ma voi cosa siete sloveni? slavi? italiani? Siamo tutto …


Giuseppe Francovich con la moglie Maria, nonni materni di Anerio
(D) Siete triestini insomma … Però il sogno di sua mamma di aprire una propria attività non si è avverato. Perché?
 

(A) Perché le hanno rubato la borsetta con i soldi, tutto quello che avevamo: siamo rimasti a terra. Allora tutti ci dicevano “ma voi siete di quelle parti, perché non vi unite a questi?” , intendendo i profughi istriani. Allora ci siamo aggregati ai profughi e siamo sempre vissuti con loro. Io e mia moglie ci siamo conosciuti nel campo profughi di Monza, che era in villa Reale.

LA FAMIGLIA UICICH E LA DIFFICILE SCELTA DI LASCIARE FIUME

Giuseppina Gigliola (G) Io e la mia famiglia siamo partiti nel 1951. Prima siamo stati a Trieste, poi a Udine; da Udine ci hanno trasferito a L’Aquila e da qui a Monza, alla villa Reale.
 

(D) Precisamente da quale città siete venuti via?
 

(G) Abitavamo a Fiume, anche se io sono nata in una cittadina a una decina di chilometri di distanza, Matuglie, dove il papà lavorava. Siamo stati a Mattuglie anche durante la guerra, sfollati. Dopo la guerra però siamo tornati a Fiume.
 

(D) Siete partiti nel 1951, quindi non subito dopo la guerra. Come mai?
 

(G) Quando c'era stata la possibilità di scegliere se restare lì o andare in Italia, papà non aveva voluto andar via, perché era troppo legato alla sua città, a Fiume (2).
 

 
FIUME, Corso Vittorio Emanuele II

(D) Dopo però ci ha ripensato ...
 

(G) I titini – che noi chiamavamo i “drusi” - organizzavano spesso manifestazioni, ad esempio quando veniva Tito a Fiume. Per parteciparvi arrivava gente da tutti i paesi. Mio papà faceva il camionista e trasportava le persone alle manifestazioni. Una volta ha avuto un incidente. Qualcuno, che non gli voleva bene, ha detto che aveva fatto apposta, perché era contrario a Tito. E’ stato processato e condannato. Anzi, quando è arrivato al processo era già stato condannato. Nove mesi di carcere duro. Tornato a casa, ha detto basta, non ha più voluto stare in città e siamo partiti.
 

(D) Come si chiamava suo papà?
 

(G) Giuseppe, Giuseppe  Uicich. Lui era rimasto deluso perché Fiume era la sua città, dove era nato, non sarebbe mai andato via. Tutti i suoi parenti erano già partiti. Quando c’era stata la possibilità di scegliere,  chi si considerava italiano in genere andava via. Lui no.
Papà guidava le autocisterne della Esso. Finita la guerra la ditta gli aveva offerto di fare lo stesso lavoro in Italia, ma lui aveva rinunciato. Si era licenziato, aveva preso la liquidazione, ed era andato avanti a fare il suo mestiere …
 

(D) Per conto proprio?
 

(G) No, lavorava per qualche ditta, non so quale…
 

(A) Guidava le autocisterne per il trasporto di petrolio. Mi ricordo che una delle ditte per cui trasportava era la Lampo.
 

(G) Sì, è vero, infatti era soprannominato “Lampo”: Giuseppe, detto Pepi, detto Pepi Lampo.

Giuseppe Uicich alla guida di un camion della "Standard Oil", l'azienda che poi diventerà la Esso
(D) La sua famiglia come era composta?
 

(G) Papà, mamma e tre sorelle. Mia mamma si chiamava Maria Cressevich. Era nata a Racize, un paesino sloveno a metà strada fra Trieste e Fiume. Dopo Racize c'è Starad, il paese di origine dei genitori di mio papà, sempre in Slovenia.
 

(A) La lingua materna di mia suocera infatti era  lo sloveno.
 

(G) Sì mia mamma parlava lo sloveno. Poi, trasferendosi a Fiume da ragazza, ha imparato il dialetto italiano di Fiume e parlava questa lingua quando io e mia sorella siamo nate. Venuta in Italia,  ha imparato l’italiano, soprattutto grazie alla televisione. Mio papà invece non ha mai voluto parlare né sloveno né croato: soltanto italiano. Lui disprezzava anche il fatto che mia mamma fosse di Racize, ma anche la sua di mamma era slovena. Però lui era fiumano.
 

(D) Cosa ricorda della sua infanzia a Fiume?
 

(G) Ricordo che per alcuni anni avevamo frequentato la scuola italiana. Dopo, però, le avevano chiuse. Anche perché eravamo rimasti in pochi. Tantissime famiglie erano già andate via.
Mi ricordo che con la scuola, quando arrivava Tito, si facevano i cori , i cori dei bambini. Poi andavamo a fare la “ricostruzione”. Per noi bambini era divertente.
 

Maria Cressevich con le tre figlie. Gigliola è la prima a destra
(A) Un po’ come in Italia sotto il fascismo, quando c’erano i balilla: noi facevamo il sabato dentro gli stadi o nelle piazze e con Tito era lo stesso: è la natura dei regimi autoritari.
 

(G) Ma quante cose brutte abbiamo anche visto durante la guerra, anche se eravamo bambine piccole.
Mi ricordo quando c’erano i bombardamenti, mamma mia, che roba. Scappavamo nei rifugi.
Poi, quando c'è stata la ritirata dei tedeschi, tanti erano stati fatti prigionieri. Noi bambini li vedevano dalla finestra che dava sul cortile e allora erano loro che ci facevano pena, anche se prima, quando erano gli occupanti, ci avevano fatto tanta paura. Pensi che una volta erano venuti in casa a cercare il papà. Lui non si era arruolato, perché era un tipo un po’ anarchico, non voleva. Era scappato sul tetto e noi bambine eravamo rimaste lì con la mamma. Sono arrivati i tedeschi e ci volevano fucilare. Allora il papà è tornato, l’hanno portato via e ha dovuto lavorare per loro.
 

(D) Però, da prigionieri vi facevano pena, come mai?
 

(G) Erano lì seduti, avevano sete, erano affamati e li trattavano male. Anche alla gente facevano pena e volevano portargli un po’ d’acqua, un po’ di cose, ma non ti lasciavano.
Una volta ho visto che uno voleva saltar su un camion e l'hanno fucilato, mamma mia, in strada.
Invece, finita la guerra, ricordo che portavano via quelli che erano stati fascisti, anche quelli che non avevano mai fatto niente di male. Ricordo di un nostro vicino di casa una, brava persona: l’hanno portato via e non si è più saputo niente. Tante persone che i miei genitori conoscevano, mi hanno raccontato, le hanno portate via. Ma brave persone, che erano state fasciste, sì, ma erano anche brava gente, non erano di quelli che …. E dopo si parlava, la gente raccontava: “quello lì non è più tornato”.
 

(D) Quando avete saputo delle foibe?
 

(G) A Fiume  non ne avevamo mai sentito parlare. L'abbiamo saputo quando siamo arrivati a Trieste.
 

(A) A Trieste delle foibe s’era saputo già durante l’occupazione titina. Mi ricordo mia zia Egidia arrivare a casa piangente e dire  “Li legano! Li legano! con il filo spinato e li buttano giù“ .
 

(D) Quindi a Fiume sapevate che un certo numero di persone italiane erano state portate via e non erano più tornate. Ma solo quelli che erano in qualche modo stati fascisti o anche altri solo perché italiani?
 

(G) No, solo quelli che erano stati fascisti, gli altri no. Che avevano collaborato con i tedeschi, altrimenti no.
 

(D) Quindi le famiglie italiane di Fiume che erano partite lo avevano fatto perché non gli andava bene il regime che si stava instaurando?
 

(G) Sì, è così.
 

(D) Sono partite alla spicciolata o in modo massiccio, organizzato?
 

(G) Andavano via da sole o a gruppi . Quando decidevano, vendevano tutto e partivano.
 

(A) Non c’è stato un esodo organizzato come da Pola, con la nave Toscana, nel ’47, no, no. Poi dipendeva anche da quando arrivavano i titini. Quando io e mia mamma siamo arrivati a Milano in campo profughi, nell’autunno del 1945, abbiamo trovato gli zaratini, che erano già lì da un paio d’anni, dal 1943, perché la loro città era stata occupata prima.
 

(D) Prima della guerra, com'era composta la popolazione di Fiume: qual era la proporzione fra italiani e sloveni?
 

(G) Difficile da dire , non lo so …
 

(D) I rapporti fra le diverse comunità erano buoni? Come a Trieste?
 

(G) Sì, normali.
 

(A) Finché non hanno preso troppo piede i nazionalismi, il prodotto del movimento romantico degli inizi dell’ottocento, che, in quel secolo, aveva dato l'avvio alle rivoluzioni nazionali in tutta d’Europa, compresa l'Italia.
Questo senso della nazione, quando degenera, fa si che le nazioni degli altri non siano più considerate entità uguali alla propria, con le quali si può parlare, convivere: diventano il nemico. Ciò ha portato, purtroppo, a due guerre mondiali catastrofiche.
 

(D) Ed è anche quello che è successo in Jugoslavia negli anni novanta.
 

(A) Eh sì, anche in quel caso la causa sono stati i nazionalismi interni che non si sono più sopportati tra di loro.
 

(D) Mentre a Fiume, avete detto, prima della guerra le due comunità convivevano tranquillamente.
 

(G) Sì,sì.
 

(D) C’erano amicizie e anche matrimoni misti?
 

(G) Certo, anche mia mamma era slovena.
 

(D) Lei parla lo sloveno?
 

(G) No, anche se qualcosa a scuola avevamo studiato, come lingua straniera. Ora ricordo solo qualche parola. Però quando vivevamo a Matuglie, sfollati, con gli altri bambini parlavamo croato, tant'è che, tornati a Fiume, non sapevamo più parlare il fiumano.

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