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martedì 10 dicembre 2024

UN BUON LIBRO SUI DIECI SOLDATI FUCILATI A CURTATONE IN UNA DELLE PRIME STRAGI NAZIFASCISTE di Claudio Consonni





Guanzate (Co) 18 settembre 1943: "altro dei miei cugini, Francesco Rimoldi, fu catturato durante un rastrellamento. Fu portato a Curtatone, vicino a Mantova. Qui fu disgraziatamente trovato il cadavere di un tedesco e fu perciò decisa la fucilazione di nove militari rastrellati e del loro cappellano. Fra questi ci fu anche Francesco. Prima di eseguire la condanna i ragazzi vennero malmenati e seviziati. Il padre di uno di loro, salito su un'altura, riuscì ad assistere alla drammatica scena. Lo strazio lo fece uscire di testa ma a distanza di qualche anno, dopo essersi curato, fu in grado di indicare il luogo esatto dell'esecuzione. Nel 1945 i corpi furono disseppelliti ed ebbero degna sepoltura. Quello di mio cugino è tuttora nel cimitero di Guanzate". 

Questa risposta alla domanda: "quale impatto ha avuto la guerra sulla sua vita di ragazza e di Suora?" fu proposta la sera del 18 dicembre del 2008 a Suor Emerenziana Molteni (nel secolo Angela) nata a Guanzate nel 1924, delle "Operaie della Santa Casa di Nazareth" e fa parte delle numerose "testimonianze orali" raccolte nella tesi di laurea di Paola Galuppini sulle "Religiose bresciane tra guerra e Resistenza" col Professor Giorgio Vecchio all'Università di Parma (aa 2008-2009).

La vivida testimonianza di suor Emerenziana potrà offrire qualche ulteriore spunto alle ricerche, come pure a livello della storia locale di Rogeno (Lc), con le sue due vittime, il lavoro significativo di Roberta Frigerio "Rogeno e il suo territorio 1943-1945" voluto dall'Amministrazione comunale e pubblicato da Cattaneo, Lecco 2006.

Domenica 19 settembre del '43 quando l'armistizio era appena conosciuto dagli italiani, dieci militari caddero per la ferocia nazifascista nella valletta dell’Aldriga in riva al Lago Superiore nel comune di Curtatone (Mn).


1. Arisi Giuseppe, 10/10/1912, 31 anni, n. Brignano Gera d’Adda (Bg)


2. Bianchi Giuseppe, 21/01/1916, 27 anni, n. Caravaggio (Bg)


3. Binda Luigi, 28/10/1923, 20 anni, n. Rogeno (Lc)


4. Colombi Mario, 29/09/1916, 27 anni, n. Salerano sul Lambro (Lo)


5. Colombo Bruno, 24/01/1916, 27 anni, n. Lurago d’Erba (Co)


6. Corradini Mario, 17/03/192, 19 anni, n. Canneto sull’Oglio (Mn)


7. Corti Angelo, 19/06/1908, 35 anni, n. Rogeno (Lc)


8. Passoni Attilio, 21/02/1924, 19 anni, n. Monza (M B)


9. Pecchenini Luigi, 22/02/1924, 19 anni, n. Pagazzano (Bg)


10. Rimoldi Francesco, 27/01/1924, 19 anni, n. Guanzate (Co).

Come si può vedere, anche se le province attuali sono più numerose di quelle dell’epoca, questi dieci giovani rappresentano quasi mezza Lombardia: storie ed età diverse e purtroppo, stando alle commemorazioni dell'80°, poco ricordate.


Qui la sintesi che nella bibliografia non poteva comprendere il nuovo libro che di seguito andiamo a presentare

https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/Episodio_di_Curtatone.pdf



Una feroce rappresaglia, tra le prime delle tante che insanguinarono l’Italia fino all’aprile del 1945, si svolse di nascosto in un terreno quasi paludoso anche se pochi terrorizzati, richiamati dagli spari, riuscirono a vedere qualcosa.

Carlo Benfatti ha ripercorso gli eventi e il contesto di quei drammatici giorni, grazie a una lunga ricerca di documenti disponibili soprattutto d'archivi militari, e alle voci dei testimoni. Nel volume, che offre una ricca documentazione fotografica, troviamo anche la memoria popolare del tragico evento, con le celebrazioni che negli anni hanno accompagnato la ricorrenza ma non solo: anche poesie, canzoni, e addirittura un docufilm contribuiscono a tenere vivo un ricordo doloroso ma fondamentale del Novecento.

La pubblicazione è stata meritoriamente patrocinata dagli Enti Locali Provincia e Comune di Mantova oltre che città di Curtatone, assieme ad ANPI, Associazione Mutilati e invalidi e Istituto di storia contemporanea sempre mantovani. Notando il fatto che la sola vittima di Canneto sull’Oglio fosse mantovana, dovremmo concludere che la memoria dei più sia stata persa? Speriamo di no e per questo ci permettiamo di guardare alle prossime agende.

Per la collocazione del cippo di Memoria di questi dieci martiri conviene guardare ai prossimi 19 settembre di sabato del 2026 e della domenica del 2027 in quanto il Comune dove si svolse la strage non ebbe caduti per cui si attiene alla doverosa cerimonia fissa sulla data del 19 settembre.

Per comodità indichiamo il punto esatto del monumento che non corrisponde al luogo delle fucilazioni

https://g.co/kgs/bXgurmi

facendo presente che non è possibile fermarsi al bordo della trafficatissima SS10 e, nemmeno, attraversare a piedi se non  a 200 e passa metri di distanza. Complesso molto noto che si raggiunge da quella strada è l'Antichissimo Santuario della Beata Vergine delle Grazie, divenuto meta internazionale da 50 anni dei "madonnari", comunemente quanto erroneamente associato al capoluogo. Altro e ben più grande monumento nelle vicinanze, degno di considerazione, è quello nazionale ai caduti delle guerre d'Indipendenza con le indicazioni delle diverse università italiane dalle cui aule erano partiti i giovani volontari.

Importante sarebbe fare le commemorazioni nei singoli paesi e città. IL sito web del comune di Cinisello Balsamo contiene la storia di Luigi Pecchenini che vi si era trasferito. A Monza solo lo scorso anno colsi l'occasione per presentare il libro in biblioteca e fummo confortati dalla presenza di un pronipote di Attilio Passoni.

Il professor Benfatti accoglie gentilmente e volentieri fa da guida fino alla riva paludosa della valletta dell'eccidio

Carlo Benfatti,  "I Martiri dell'Aldriga - Storia e memorie di un eccidio nazista"

Sometti, Mantova 2023, pp. 208 | cm 15x21 illustrato

euro 15,00

978-88-7495-897-9


Claudio Consonni - claudio@consonni.info


lunedì 8 aprile 2024

UNA LETTERA DI CAMILLO MARINO SALA, DISPERSO SUL FRONTE RUSSO IL 25 GENNAIO 1943 a cura di Marco Bartesaghi

Recentemente Gabriella Sala ha ritrovato alcuni documenti riguardanti uno zio paterno, Camillo Marino Sala, disperso durante la campagna di Russia, nella seconda guerra mondiale. Fra i documenti una lettera, forse l’ultima, scritta da Camillo ai genitori. Ringrazio Gabriella per avermi dato il permesso di pubblicarla.

Camillo Marino Sala

Camillo, figlio di Angelo Sala e di Angela Oggioni, era nato a Verderio Superiore il 5 settembre 1922. Operaio, prestava servizio militare, come soldato di complemento, nel 53° reggimento fanteria di Biella. Risulta disperso sul fiume Don, a Nikitowka il 25 gennaio del 1943 (1).

La lettera è molto semplice. Camillo rassicura i genitori sul suo stato di salute, che definisce ottimo,  e sul suo umore – “sono sempre in allegria” – e li ringrazia per il pacco ricevuto. Si scusa per essere molto parco nello scrivere, a differenza del fratello che “scrive a tutti”.



Giovanni, il fratello a cui si riferisce nella lettera, era maggiore di Camillo di due anni. Durante la guerra aveva prestato servizio a Bardonecchia, nell’arma del Genio Militare.

La lettera è strappata o bucata in alcuni punti, per cui alcune parole mancano o sono incomplete.

 Nota
(1) Verderio 1940-1945. Ricordi immagini e testimonianze nel diario di cinque anni di guerra. Giulio Oggioni, Verderio Sup. e Inf. 2008.


UNA LETTERA DI CAMILLO MARINO SALA, DISPERSO SUL FRONTE RUSSO IL 25 GENNAIO 1943



Trascrizione:

[?] - 7-8
Cari genitori,
vi scrivo queste mie due righe per farvi sapere che la mia salute è ottima e come spero da voi tutti e parenti.
Oggi stesso ricevetti il pacco con la roba ò trovato 10p sigarette 2 sc. Cerini un vasetto di m. pancere calze penna inchiostro buste quando lo ricevuto ero molto contento di avere qualcosa da scrivere e poi per far sapere mie notizie a tutti che non ò ancora scritto a nessun altro che voi [parole cancellate] scritto qualche lettera che avevo ancora.
Mi ha scritto il fratello e mi dice che non [?] scrivo a nessuno e vorrebbe sapere il perché spero che avrà ricevuto la mia cartolina così verrà sapere il perché non ò scritto finora a nessuno poi sa bene che io per scrivere a tutti non sono abituato come lui che li scrive a tutti.
Appena ò ricevuto il pacco lo aperto e ò trovato la marmellata mi sono messo a mangiarla subito che avevo una fame da lupo. Sono gia due mesi che mi trovo qui al fronte ma me la fame p.troppo credo che quando verrà altro pacco ci metterete qualcosa da mangiare roba in scatola. calze. 
Non pensate male per me che sono sempre in allegria e spero di tornare per all [foglio strappato] [?] saluti Camillo scrivete presto

La festa dei coscritti del 1922. Camillo, in seconda fila, è il secondo da destra.


giovedì 3 novembre 2022

RACCONTO DI RESISTENZA video intervista a Francesco Gnecchi Ruscone realizzata dal CASVA di Milano

Il CASVA è un istituto di documentazione di Milano che si occupa di architettura, di design e di grafica. Nel 2002  Francesco Gnecchi Ruscone, quando ha chiuso il suo studio di architettura, ha depositato al CASVA il suo archivio professionale.

In questa intervista, realizzata per "la notte degli archivi" 2020/21, Francesco Gnecchi parla della sua partecipazione alla lotta partigiana.

Potete ascoltarla al seguente indirizzo:

https://www.archivissima.it/2021/video/966-intervista-a-francesco-gnecchi-ruscone




mercoledì 26 ottobre 2022

A VIGANÒ VENGONO RICORDATI I BAMBINI DI TEREZÍN di Alessandro Capuzzo

 


Terezín: un campo di transito


Il portale ad arco con la scritta
"Il lavoro rende liberi" (1941)





Il posto chiamato “Terezín” non nacque come paese e nemmeno come ghetto ma come fortezza (1780 -1790), costruito dall’esercito austriaco a 60 chilometri da Praga ( odierna capitale della Repubblica Ceca ). Dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, i Nazisti iniziarono a deportare ebrei, zingari, diversamente abili, ecc nei campi dì sterminio o campi di concentramento, dove venivano torturati e uccisi. C’erano però dei luoghi che i tedeschi utilizzavano come campo di transito, cioè posti in cui venivano portati gli ebrei in attesa di essere poi destinati ad uno dei campi di concentramento. Terezín era un luogo perfetto per questo scopo, perché le sue fortificazioni permettevano ai nazisti di trasformarlo in una specie di prigione soltanto chiudendo tutte le porte di accesso.





Terezín diventa un campo di propaganda 

Per ingannare la popolazione e le altre nazioni, ai nazisti serviva un luogo da mostrare al mondo per dire “Vedete? Qui gli ebrei non stanno così male”. Il luogo scelto per questa pubblicità fu proprio Terezín. Costrinsero gli ebrei del ghetto ad abbellire tutto, furono nutriti un po’ di più e furono concesse alcune libertà prima inimmaginabili: fare musica, teatro, scrivere, ritrovarsi per giocare…


I nazisti realizzarono molte fotografie e perfino un film: si mostrava al mondo un paese apparentemente normale ma, poche settimane dopo la fine delle riprese, i nazisti deportarono tutte le persone che erano state filmate: donne, uomini, bambini, vennero portati ad Auschwitz, un campo di sterminio e concentramento che non lasciava alcuno scampo. 


I bambini di Terezín 


15.000 bambini passarono da Terezín, solo 142 riuscirono a sopravvivere fino alla liberazione del ghetto da parte dei sovietici. La loro vita, all’interno del ghetto, non era altro che un periodo di transizione prima di essere deportati nei campi di sterminio, per poi essere bruciati nei forni. Gli adulti del ghetto, decisero di fare qualcosa per loro, quindi crearono delle scuole. Prigionieri a Terezín c’erano molti artisti, scienziati, matematici, scrittori ebrei che si improvvisarono insegnanti per i bambini del ghetto. 


I disegni dei bambini




La maestra di disegno, che insegnava nella scuola del ghetto, fu deportata nell’autunno del 1944 ma riuscì a nascondere due valigie piene di disegni eseguiti dai bambini. Furono trovate dopo la liberazione e portati nel Museo Ebraico di Praga, tutt’oggi custoditi. 






Bambini D’Inciampo





Grazie ad un progetto della scuola primaria di Viganò, insieme ai miei compagni di classe, abbiamo ascoltato la storia dei bambini di Terezín e provato ad immedesimarci in loro, cercando di ridisegnare alcuni dei loro disegni e creando un nostro disegno: un messaggio di tolleranza, di pace che possa far riflettere, affinché atroci barbarie sugli uomini non accadano più! 




Una scultrice ha trasformato i nostri disegni in un monumento intitolato “Bambini d’Inciampo” che si trova all’inizio del paese di Viganò; mentre si passa di lì, si vedono le sagome dei bambini, torna alla mente il drammatico destino dei giovani di Terezín e si riflette… affinché atrocità così non accadano più! 






FOTO





Il giorno dell'inaugurazione

Ecco il giorno dell'inaugurazione, 31 maggio 2021, alla quale ha partecipato anche l'onorevole Emanuele Fiano.







Alessandro Capuzzo

Alessandro Capuzzo

Alessandro Capuzzo, l'autore di questo articolo, è un ragazzo di Missaglia che frequenta la terza media. Appassionato di storia, ha in seguito approfondito l'argomento, allargandolo alla storia del Fascismo, della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza in Brianza. Per questo suo secondo lavoro, intitolato "L'INFERNO ERA QUI", ha ricevuto i complimenti del Capo dello Stato, Sergio Mattarella.




martedì 26 aprile 2022

"IL SOFFIO DELLO SPIRITO" - I CATTOLICI NELLE RESISTENZE EUROPEE un incontro trasmesso su you tube

Un amico, il professor Claudio Consonni, che ringrazio, mi ha mandato questo comunicato su un incontro sui cattolici nelle Resistenze europee, organizzato dall'associazione "La Rosa Bianca" e dall'ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cristiani), che può essere seguito su you tube.

 


 

sabato 9 maggio 2020

LECCO, 14 NOVEMBRE 1943. L'ASSASSINIO DI MAURIZIO ROBBIANI di Marco Bartesaghi

Vi racconto quello che so di Maurizio Robbiani, che aveva  17 anni quando fu ucciso a freddo da un milite delle Brigate Nere, in servizio  di ronda in via Cavour, a Lecco, il 14 novembre 1943.

Lecco, largo Montenero,monumento ai caduti nella lotta di Liberazione



Il suo nome compare fra le vittime del fascismo ricordate sulle lapidi del monumento ai caduti della Resistenza, in Largo Montenero.

Questa è una storia di famiglia, perché Maurizio era cugino di mia mamma.
Era nato a Saltrio (Varese) il 5 febbraio 1926, da Carlo e Barbara Pinardi. A Lecco si era trasferito per lavorare nel panificio in via Cavour, all’angolo con via Cairoli, dove oggi c’è  una libreria; panificio che un suo zio, Domenico Canziani, aveva rilevato nel 1932, dal precedente proprietario. Con lui lavoravano il fratello Luigi e i cugini Velledo e Wanda  Simone, anch’essi originari di Saltrio. Wanda è mia mamma.
 


 
Permesso di circolare nelle ore del coprifuoco, rilasciato a Maurizio, in quanto panettiere, dal comando militare germanico di Lecco

***

So ben poco di chi fosse realmente Maurizio. Non avendo fatto domande, quando era ancora possibile, alle persone che l’avevano frequentato, posso solo dedurre qualcosa su di lui attraverso alcune vecchia fotografie e qualche documento ritrovato.

Carta d'identità di Maurizio Robbiani

















La tessera dell'Unione Ginnica A. Ghislanzoni , rilasciata a Maurizio Robbiani nel 1942

Era un bel ragazzo, piuttosto alto, superava il metro e settanta; aveva occhi cerulei, frequenti nel lato materno della sua famiglia, e tratti regolari.
I suoi genitori erano rimasti a Saltrio e lui abitava in via Cairoli,  vicino  al panificio e alla casa degli zii.
Nel tempo libero frequentava gli amici; d’estate andava al lago, a fare il bagno o a remare. Nel marzo 1942  si era iscritto alll’Un. Ginn. “A.Ghislanzoni, che faceva parte della Reale Federazione Ginnastica d’Italia.



 
Maurizio, a sinistra, con i cugini Orlando e Velledo Simone





















 
Maurizio, in primo piano, a un pranzo di famiglia. Dopo di lui, in senso antiorario, il fratello Marino, la cugina Wanda Simone, lo zio Domenico Canziani, la zia Teresa Pinardi, il papà Carlo Robbiani, il fratello Luigi, la mamma Barbara Pinardi.

 
Maurizio al lago.


Dalla sua scheda personale, compilata il 25 settembre 1945 dall' Amministrazione Militare Alleata (A.M.G.) e sottoscritta dalla mamma, conservata all’A.N.P.I di Lecco, non risulta abbia mai aderito al partito fascista. Non si sa però se abbia mai espresso una particolare contrarietà al regime; forse, al momento della morte, condivideva l’atteggiamento di disincanto e di stanchezza comune ormai a molti italiani. Bisogna però tener conto che aveva solo 17 anni. Di certo non fu un partigiano combattente.

A.M.G. Ufficio patrioti - scheda personale di Maurizio Robbiani

***

Molti anni fa (1994) ho cercato, inutilmente, sul settimanale cattolico lecchese “Il Resegone” uscito nei giorni della sua morte notizie sul suo assassinio, perché di questo si trattò. Nella pagina della cronaca lecchese, la seconda delle due che componevano il giornale, nella rubrica “Stato civile di Lecco, riassunto dal  10 al 16 novembre”, tra i morti c’è la scarna frase: “Maurizio Robbiani, 17 anni , Panettiere”. C'è anche un necrologio firmato dalla famiglia, ma ne parlerò più avanti.
Ho anche cercato di sapere se, fra le carte d’archivio del giornale, fosse conservato un documento con cui le autorità “invitassero” a non dare la notizia dell’accaduto. Il signor Galli, che era responsabile amministrativo, mi spiegò che in quel periodo non era necessario un ordine specifico, i giornalisti sapevano di cosa si poteva parlare e di cosa era meglio tacere.
Una fonte possibile mi sembrò potesse essere il Liber  Cronicus del parroco, mons. G.B. Borsieri, ma dall’archivio della parrocchia di san Nicolò mi fecero sapere che quel documento era introvabile.
Infruttuosa è stata anche la ricerca più recente, 2019, fra le carte di prefettura e questura all’Archivio di Stato di Como.
La scheda personale di Maurizio, conservata all’A.N.P.I. di Lecco, in cui è definito “partigiano”, riporta  la notizia della morte e la attribuisce a una rappresaglia delle Brigate Nere locali.
Silvio Puccio, nel suo libro “Una Resistenza” (1), colloca Maurizio nell’elenco  dei caduti per rappresaglia durante il periodo clandestino e dice: “Civile ferito per rappresaglia e deceduto il 14.11.43 a Lecco”.


***

Per ricostruire cosa sia successo quel 11 novembre del 1943, non mi restano che le parole di Teresa Pinardi, zia di Maurizio (mia prozia), moglie di Domenico Canziani.
Questo il sunto del suo racconto, che ho ascoltato il 17 giugno 1994.
 


È  sabato pomeriggio, intorno alle 17,30. Maurizio, Ivo e Orlando Simone, suoi cugini, e l’amico  B., nel’94 titolare di una merceria in via Roma, usciti dal cinema, sostano all’angolo fra via Mascari e via Cavour. Parlano e scherzano tra loro quando incrociano due giovani miliziani delle Brigate Nere in servizio di ronda. Uno dei militari, un certo "V". di Cantù, si sente preso in giro da un atteggiamento - una frase? un sorriso?  una smorfia? – di Maurizio. Gli si avvicina e lo colpisce con il calcio del fucile. Maurizio reagisce e gli dà dell’assassino. Il soldato spara e gli recide l’arteria femorale. È ancora vivo quando viene portato nella vicina casa della zio, ma muore prima che sopraggiunga il medico.
Il militare che ha sparato verrà in seguito trasferito in Piemonte, dove morirà prima della Liberazione. Per l’assassinio di Maurizio non c’è mai stato un processo.
Per permettere ai genitori di Maurizio di partecipare ai funerali serve la benzina. Canziani la chiede alle autorità locali. La ottiene, ma le autorità fanno pressione affinché la cerimonia mantenga un tono basso e non ci sia il corteo funebre. Ai fioristi viene intimato di non mandare fiori.
Si temono disordini, anche perché il giorno dopo la morte di Maurizio sembra che a Lecco ci sia stata un’altra sparatoria, perciò la milizia, il giorno del funerale, è tutta consegnata in caserma.

 Le limitazioni richieste non furono però ascoltate. I fiori arrivarono e la gente, incoraggiata dall'assenza delle guardie, si accodò al corteo che alla fine raggiunse una notevole consistenza e  fu accompagnato per tutto il suo percorso da tante persone ferme ai suoi lati.
 

Le fotografie scattate quel giorno, che la zia Teresa conservava in un album, e il necrologio pubblicato da “Il Resegone” rendono testimonianza di quella partecipazione.
 

Questo il testo del necrologio:
"Le famiglie Robbiani e Canziani, profondamente commosse per l'imponente attestazione di cordoglio e di stima tributate al loro adorato Maurizio ringraziano con devota gratitudine tutti coloro che hanno partecipato alle estreme onoranze del congiunto e che comunque hanno partecipato alla loro indicibile, grande sciagura. Lecco, 17 novembre 1943."



L'immagine in ricordo di Maurizio, distribuita dalla damiglia a parenti e conoscenti


Queste le immagini del funerale:

Il feretro lascia l'abitazione di via Cavour

Il corteo funebre percorre la via Cavour

All'angolo con via Roma. Teresa Pinardi, a capo scoperto, e, ditro di lei, il marito, Domenico canziani
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domenica 5 marzo 2017

ANERIO E GIGLIOLA, UNA FAMIGLIA NATA IN CAMPO PROFUGHI di Roberto Muzio e Marco Bartesaghi

Per alcuni anni Giuseppina Gigliola Uicich e il marito Anerio Villani hanno vissuto da italiani profughi in Italia. Lei, classe 1937, proveniva da Fiume, che dal 10 febbraio 1947 era entrata a far parte della Jugoslavia. Lui, triestino, era partito dalla sua città natale insieme alla mamma, nel 1945, quando già le truppe titine avevano lasciato la città in mano a quelle anglo-americane. La sua vicenda è quindi abbastanza particolare.
Per farmi raccontare la loro storia li incontro nella casa di Merate dove abitano. Con me c’è Roberto Muzio, l’amico che me li ha fatti conoscere. Sono le sei di sera e, solo a fatica, riusciremo a smettere di parlare verso le otto. Ho una lista di domande, per cercare di seguire un certo ordine , ma alla fine non la uso. Il racconto si fa strada da solo e le domande, mie e di Roberto, sorgono solo quando se ne sente la necessità.
 

Attacco io: “So di un carabiniere  che, in servizio in Istria da prima della guerra, aveva sposato una donna del posto e avuto dei figli. Dopo l’occupazione da parte dei partigiani di Tito, intuendo il pericolo, con tutta la famiglia, compresi i suoceri, era tornato al suo paese d’origine, Verderio”.

Anerio (A) Uno dei flash di quei tempi che ho nella  mente  è quello dei tre carabinieri che i titini hanno ammazzato a Piedimonte di Taiano, nell’Istria dell’interno. Mi ricordo che se ne parlava, dei tre carabinieri di Piedimonte, me ne ricordo anche se allora ero un bambino.
Io sono di Trieste, quindi formalmente non sono un profugo dall’Istria. In città la guerra è finita il 12 giugno 1945, quando sono andati via i titini e sono arrivati, con le navi, gli angloamericani. In agosto io e mia mamma siamo partiti.
 

Domanda (D) Solo lei e sua mamma?

(A) Sì, ero orfano: mio padre, Gianni Villani, era morto nel 1938, quando avevo cinque mesi. Mia madre aveva voluto andar via da Trieste anche per questo fatto, per le traversie che aveva avuto; forse aveva  anche paura, ma non so bene di  cosa. In più aveva anche un certo spirito d’avventura.
 





Gianni Villani, papà di Anerio, prima del suo trasferimento a Trieste. Nella foto sopra è portiere della squadra di calcio. In quella sotto, scattata a La Spezia nel 1926, è il primo da destra.

TRIESTE DALL'OCCUPAZIONE TITINA ALL'ARRIVO DEGLI AMERICANI


(D) Siete stati spinti ad andar via o è stata una vostra libera scelta?
 

(A) È stata una scelta della mamma, anche perché “il brutto” ormai era passato: i titini se n'erano  andati ed erano arrivati gli angloamericani. Il periodo, durato 43 giorni , in cui gli uomini di Tito sono stati in città, penso sia stato il peggiore per Trieste.

(D) Cosa è successo in quei 43 giorni?
 

(A) Cosa è successo? Nel comune di Trieste ci sono due foibe: la foiba di Basovizza, un sobborgo di Trieste, quella maggiore, la più conosciuta, e la foiba di Opicina, sempre sul Carso perché è sul Carso che queste cose si trovano. Queste due foibe furono utilizzate per far sparire  persone.
 

(D) Chi è finito nelle due foibe di Trieste?
 

(A) Quelli che erano considerati nemici … niente di ufficiale. Ci andavano quelli di cui qualcuno aveva magari detto: “Quello lì lo conosco, era un fascista …”. Bastava questo, erano vendette personali.
 

(D) Ci sono state, fra le vittime delle foibe, persone conosciute dalla vostra famiglia?
 

(A) Sì, c’erano persone che la mia famiglia conosceva sia fra gli infoibati, sia fra gli ebrei scomparsi nella Risiera. Perché i titini hanno lasciato in ricordo le foibe, mentre i tedeschi avevano lasciato l’eredità della Risiera di San Sabba, quella che tanti chiamano il campo di sterminio italiano, ma che non è giusto chiamarlo così, perché era un campo  tedesco.
 

(D) Più giusto dire “campo di sterminio in Italia”?
 

(A) No, perché dopo l’8 settembre 1943, Trieste non faceva più parte dell'Italia, bensì della Germania.

(D) Lei era un bambino, quanti anni aveva?
 

(A) Sono nato nel 1938, nel ’45 avevo 7 anni.


Anerio con la mamma Vida, a Trieste in piazza Unità, e con il nonno Giuseppe a Muggia.





(D) Perciò di questi fatti ha anche ricordi propri, non solo per aver ascoltato i racconti dei grandi?
 

(A) I ricordi dei bambini sono come dei flash. Mi ricordo di due serate: una  “rossa” e una “bianca”. La serata rossa è quella del 30 aprile 1945. La città era ancora sotto coprifuoco. Tramontato il sole, tutto era spento. Poi, lungo il ciglio del Carso, che sovrasta Trieste, si è visto un bagliore rosso. Erano i fuochi degli accampamenti dei titini. Il giorno dopo, il primo maggio, sono calati e si sono impossessati di Trieste.
 

(D) Ce lo si aspettava?
 

(A) Sì e no. Sa, la guerra, soprattutto negli ultimi tempi, era di movimento: truppe che si spostavano, che andavano, che venivano. Però si temeva che sarebbe successo.
 

(D) Quindi il primo maggio entrano i titini e i tedeschi se ne vanno …
 

(A) Se ne vanno dopo qualche scaramuccia e qualche tentativo di resistenza qua e là  … Lo stesso giorno da Monfalcone arrivano le prime camionette dell’ottava armata inglese. Erano  avanguardie neozelandesi, arrivano con le loro jeep fino a Barcola.
 

(D) Barcola?
 

(A) E’ un rione di Trieste, dalla parte di Monfalcone, sul mare. Quel giorno era stata una corsa verso Trieste: degli inglesi, che avevano risalito la costa adriatica, e dei titini, che erano scesi dall’interno dell’Istria. Sono arrivati insieme, soltanto che i neozelandesi sono arrivati con due o tre ieep, solo una punta di diamante, mentre i titini con i carri armati. A questo punto i neozelandesi hanno fatto marcia indietro, sono tornati a Monfalcone e lì hanno tirato il confine del territorio libero di Trieste. Le truppe di Tito invece sono entrate in città e sono rimaste fino al 12  giugno. L'hanno lasciata solo grazie alle pressioni di Churchill, a cui non  “comodava” che Tito mantenesse questa posizione strategica.
 

 
Carri armati iugoslavi nelle vie di Trieste



(D) Quindi i titini si sono ritirati in accordo con gli alleati...
 

(A) Se ne sono andati per accordi politici “fra alleati”, perché anche loro erano alleati. Comunque sì, non c'è stata un' azioni bellica.
Quella sera, quando è calato il sole e Trieste era al buio, s’è visto un chiarore bianco venire dal porto. Erano le luci delle navi americane (1).
 

(D) La “serata bianca”, quindi, dopo quella “rossa” dei fuochi titini …
 

(A) Sì, ho questo ricordo visivo. Noi abitavamo in piazzale Valmaura,  dove allora c’era (e c'è ancora) lo stadio. Per arrivare al porto bisognava superare un paio di colline. A ogni finestra c'era gente che gridava “Viva i liberatori!!Viva i liberatori!!” tanta era la gioia perché quelli se ne fossero andati. Era stata proprio una cattiva esperienza.

VIA DA TRIESTE, CON LA MAMMA, IN CERCA DI UNA NUOVA VITA

(D) A questo punto però voi, lei e sua mamma, siete partiti. Perché?
 

(A) La mamma voleva partire per vedere se c’era la possibilità di iniziare qualche tipo di attività, qualche commercio. Era molto attratta dalla città di Milano, dove però non siamo arrivati direttamente. Siamo prima andati fino in fondo all’Italia, a Barletta. Lei pensava che il business dell’olio d’oliva potesse offrire delle opportunità. Pensava di farlo arrivare a Trieste e lì rivenderlo per mezzo dei fratelli.
 

(D) Uno spirito di iniziativa e imprenditoriale notevole, perché in quei momenti, per una donna con un bambino muoversi così autonomamente non doveva certo essere facile.
A Trieste non siete più tornati ad abitare, ma, alla partenza, questa possibilità era contemplata?

(A) No, escluderei che mia madre avesse qualunque intenzione di ritornare a Trieste. Aveva paura della situazione di provvisorietà in cui si trovava la nostra città.


(D) Come si chiamava sua mamma?
 

(A) Si chiamava Vida. E di cognome Franco, italianizzato da Francovich. I nomi in “ic” si usa scriverli con “ch” finale.
 

(D) Lei invece di cognome è Villani ...
 

(A) Sì, Villani. Mio padre era toscano.
 

La famiglia Villani: Gianni, a sinistra, con il padre, la sorella e la seconda moglie del padre.


(D) Invece sua madre era slovena?
 

(A) No, mia madre, come tutta la sua famiglia, era di Trieste. Però abitavano nella parte della città verso i paesi di lingua slovena. A casa dei miei nonni materni si parlava sia italiano che sloveno, o meglio, si parlavano due dialetti: il triestino italiano e il triestino sloveno. L'uno o l’altro, a seconda degli argomenti o delle persone che avevano di fronte. 

Il nonno Giuseppe Francovich con la divisa austroungarica

Poi parlavano sloveno se non volevano farsi capire da me, ma io, che ero cresciuto fin dall’età zero con loro, capivo tutto. La nostra regione, quella che poi è stata chiamata la Venezia Giulia (un nome “culturale” inventato dopo la prima guerra mondiale), è un territorio caratterizzato dall’incrocio di popolazioni, soprattutto le tre grandi radici: italiani, slavi e tedeschi. Gli slavi, inoltre, potevano essere sloveni, croati o anche altri slavi più meridionali (ma non tanti). Poi c’erano molti levantini: libanesi, greci, turchi. Ed ebrei, molti ebrei c’erano a Trieste. A metà ottocento è stata la città europea che, in proporzione alla popolazione, ospitava più ebrei : non ricordo più  se questa proporzione fosse il 5 o il 15 %. Era una zona cosmopolita, fatta di ideali transnazionali di ricerca di pace.
E allora tante volte quando mi chiedono ma voi cosa siete sloveni? slavi? italiani? Siamo tutto …


Giuseppe Francovich con la moglie Maria, nonni materni di Anerio
(D) Siete triestini insomma … Però il sogno di sua mamma di aprire una propria attività non si è avverato. Perché?
 

(A) Perché le hanno rubato la borsetta con i soldi, tutto quello che avevamo: siamo rimasti a terra. Allora tutti ci dicevano “ma voi siete di quelle parti, perché non vi unite a questi?” , intendendo i profughi istriani. Allora ci siamo aggregati ai profughi e siamo sempre vissuti con loro. Io e mia moglie ci siamo conosciuti nel campo profughi di Monza, che era in villa Reale.

LA FAMIGLIA UICICH E LA DIFFICILE SCELTA DI LASCIARE FIUME

Giuseppina Gigliola (G) Io e la mia famiglia siamo partiti nel 1951. Prima siamo stati a Trieste, poi a Udine; da Udine ci hanno trasferito a L’Aquila e da qui a Monza, alla villa Reale.
 

(D) Precisamente da quale città siete venuti via?
 

(G) Abitavamo a Fiume, anche se io sono nata in una cittadina a una decina di chilometri di distanza, Matuglie, dove il papà lavorava. Siamo stati a Mattuglie anche durante la guerra, sfollati. Dopo la guerra però siamo tornati a Fiume.
 

(D) Siete partiti nel 1951, quindi non subito dopo la guerra. Come mai?
 

(G) Quando c'era stata la possibilità di scegliere se restare lì o andare in Italia, papà non aveva voluto andar via, perché era troppo legato alla sua città, a Fiume (2).
 

 
FIUME, Corso Vittorio Emanuele II

(D) Dopo però ci ha ripensato ...
 

(G) I titini – che noi chiamavamo i “drusi” - organizzavano spesso manifestazioni, ad esempio quando veniva Tito a Fiume. Per parteciparvi arrivava gente da tutti i paesi. Mio papà faceva il camionista e trasportava le persone alle manifestazioni. Una volta ha avuto un incidente. Qualcuno, che non gli voleva bene, ha detto che aveva fatto apposta, perché era contrario a Tito. E’ stato processato e condannato. Anzi, quando è arrivato al processo era già stato condannato. Nove mesi di carcere duro. Tornato a casa, ha detto basta, non ha più voluto stare in città e siamo partiti.
 

(D) Come si chiamava suo papà?
 

(G) Giuseppe, Giuseppe  Uicich. Lui era rimasto deluso perché Fiume era la sua città, dove era nato, non sarebbe mai andato via. Tutti i suoi parenti erano già partiti. Quando c’era stata la possibilità di scegliere,  chi si considerava italiano in genere andava via. Lui no.
Papà guidava le autocisterne della Esso. Finita la guerra la ditta gli aveva offerto di fare lo stesso lavoro in Italia, ma lui aveva rinunciato. Si era licenziato, aveva preso la liquidazione, ed era andato avanti a fare il suo mestiere …
 

(D) Per conto proprio?
 

(G) No, lavorava per qualche ditta, non so quale…
 

(A) Guidava le autocisterne per il trasporto di petrolio. Mi ricordo che una delle ditte per cui trasportava era la Lampo.
 

(G) Sì, è vero, infatti era soprannominato “Lampo”: Giuseppe, detto Pepi, detto Pepi Lampo.

Giuseppe Uicich alla guida di un camion della "Standard Oil", l'azienda che poi diventerà la Esso
(D) La sua famiglia come era composta?
 

(G) Papà, mamma e tre sorelle. Mia mamma si chiamava Maria Cressevich. Era nata a Racize, un paesino sloveno a metà strada fra Trieste e Fiume. Dopo Racize c'è Starad, il paese di origine dei genitori di mio papà, sempre in Slovenia.
 

(A) La lingua materna di mia suocera infatti era  lo sloveno.
 

(G) Sì mia mamma parlava lo sloveno. Poi, trasferendosi a Fiume da ragazza, ha imparato il dialetto italiano di Fiume e parlava questa lingua quando io e mia sorella siamo nate. Venuta in Italia,  ha imparato l’italiano, soprattutto grazie alla televisione. Mio papà invece non ha mai voluto parlare né sloveno né croato: soltanto italiano. Lui disprezzava anche il fatto che mia mamma fosse di Racize, ma anche la sua di mamma era slovena. Però lui era fiumano.
 

(D) Cosa ricorda della sua infanzia a Fiume?
 

(G) Ricordo che per alcuni anni avevamo frequentato la scuola italiana. Dopo, però, le avevano chiuse. Anche perché eravamo rimasti in pochi. Tantissime famiglie erano già andate via.
Mi ricordo che con la scuola, quando arrivava Tito, si facevano i cori , i cori dei bambini. Poi andavamo a fare la “ricostruzione”. Per noi bambini era divertente.
 

Maria Cressevich con le tre figlie. Gigliola è la prima a destra
(A) Un po’ come in Italia sotto il fascismo, quando c’erano i balilla: noi facevamo il sabato dentro gli stadi o nelle piazze e con Tito era lo stesso: è la natura dei regimi autoritari.
 

(G) Ma quante cose brutte abbiamo anche visto durante la guerra, anche se eravamo bambine piccole.
Mi ricordo quando c’erano i bombardamenti, mamma mia, che roba. Scappavamo nei rifugi.
Poi, quando c'è stata la ritirata dei tedeschi, tanti erano stati fatti prigionieri. Noi bambini li vedevano dalla finestra che dava sul cortile e allora erano loro che ci facevano pena, anche se prima, quando erano gli occupanti, ci avevano fatto tanta paura. Pensi che una volta erano venuti in casa a cercare il papà. Lui non si era arruolato, perché era un tipo un po’ anarchico, non voleva. Era scappato sul tetto e noi bambine eravamo rimaste lì con la mamma. Sono arrivati i tedeschi e ci volevano fucilare. Allora il papà è tornato, l’hanno portato via e ha dovuto lavorare per loro.
 

(D) Però, da prigionieri vi facevano pena, come mai?
 

(G) Erano lì seduti, avevano sete, erano affamati e li trattavano male. Anche alla gente facevano pena e volevano portargli un po’ d’acqua, un po’ di cose, ma non ti lasciavano.
Una volta ho visto che uno voleva saltar su un camion e l'hanno fucilato, mamma mia, in strada.
Invece, finita la guerra, ricordo che portavano via quelli che erano stati fascisti, anche quelli che non avevano mai fatto niente di male. Ricordo di un nostro vicino di casa una, brava persona: l’hanno portato via e non si è più saputo niente. Tante persone che i miei genitori conoscevano, mi hanno raccontato, le hanno portate via. Ma brave persone, che erano state fasciste, sì, ma erano anche brava gente, non erano di quelli che …. E dopo si parlava, la gente raccontava: “quello lì non è più tornato”.
 

(D) Quando avete saputo delle foibe?
 

(G) A Fiume  non ne avevamo mai sentito parlare. L'abbiamo saputo quando siamo arrivati a Trieste.
 

(A) A Trieste delle foibe s’era saputo già durante l’occupazione titina. Mi ricordo mia zia Egidia arrivare a casa piangente e dire  “Li legano! Li legano! con il filo spinato e li buttano giù“ .
 

(D) Quindi a Fiume sapevate che un certo numero di persone italiane erano state portate via e non erano più tornate. Ma solo quelli che erano in qualche modo stati fascisti o anche altri solo perché italiani?
 

(G) No, solo quelli che erano stati fascisti, gli altri no. Che avevano collaborato con i tedeschi, altrimenti no.
 

(D) Quindi le famiglie italiane di Fiume che erano partite lo avevano fatto perché non gli andava bene il regime che si stava instaurando?
 

(G) Sì, è così.
 

(D) Sono partite alla spicciolata o in modo massiccio, organizzato?
 

(G) Andavano via da sole o a gruppi . Quando decidevano, vendevano tutto e partivano.
 

(A) Non c’è stato un esodo organizzato come da Pola, con la nave Toscana, nel ’47, no, no. Poi dipendeva anche da quando arrivavano i titini. Quando io e mia mamma siamo arrivati a Milano in campo profughi, nell’autunno del 1945, abbiamo trovato gli zaratini, che erano già lì da un paio d’anni, dal 1943, perché la loro città era stata occupata prima.
 

(D) Prima della guerra, com'era composta la popolazione di Fiume: qual era la proporzione fra italiani e sloveni?
 

(G) Difficile da dire , non lo so …
 

(D) I rapporti fra le diverse comunità erano buoni? Come a Trieste?
 

(G) Sì, normali.
 

(A) Finché non hanno preso troppo piede i nazionalismi, il prodotto del movimento romantico degli inizi dell’ottocento, che, in quel secolo, aveva dato l'avvio alle rivoluzioni nazionali in tutta d’Europa, compresa l'Italia.
Questo senso della nazione, quando degenera, fa si che le nazioni degli altri non siano più considerate entità uguali alla propria, con le quali si può parlare, convivere: diventano il nemico. Ciò ha portato, purtroppo, a due guerre mondiali catastrofiche.
 

(D) Ed è anche quello che è successo in Jugoslavia negli anni novanta.
 

(A) Eh sì, anche in quel caso la causa sono stati i nazionalismi interni che non si sono più sopportati tra di loro.
 

(D) Mentre a Fiume, avete detto, prima della guerra le due comunità convivevano tranquillamente.
 

(G) Sì,sì.
 

(D) C’erano amicizie e anche matrimoni misti?
 

(G) Certo, anche mia mamma era slovena.
 

(D) Lei parla lo sloveno?
 

(G) No, anche se qualcosa a scuola avevamo studiato, come lingua straniera. Ora ricordo solo qualche parola. Però quando vivevamo a Matuglie, sfollati, con gli altri bambini parlavamo croato, tant'è che, tornati a Fiume, non sapevamo più parlare il fiumano.

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sabato 4 marzo 2017

IN MISSIONE A TRIESTE di Francesco Gnecchi Ruscone

L'architetto Francesco Gnecchi Ruscone, nel periodo dell'occupazione tedesca dell'Italia settentrionale e della Repubblica Sociale Italiana, ha partecipato alla Resistenza come componente di "Nemo", missione appoggiata dai Servizi Segreti Inglesi, inquadrata nell'Esercito Regio e guidata da Emilio Elia (“Nemo”), capitano di corvetta della Regia Marina.

Nella missione Gnecchi ha avuto il compito di fare i rilievi delle fortificazioni tedesche in Veneto. Arrestato il 12 gennaio 1945, picchiato, torturato e infine condannato a morte per impiccagione, rimane in carcere fino alla fine di marzo. Nei giorni dell'insurrezione, partecipa alla liberazione di Milano.

Finita la guerra, con la resa tedesca in Italia, riceve l'incarico di entrare a Trieste con le truppe alleate, per inviare informazioni sulla situazione della città e, sopratutto, sulla sorte toccata a due membri della missione, Guido Tassan e Vittorio Strukel “Toio”: triestini, tornati alla loro città dopo la Liberazione, erano stati arrestati dai titini ed erano spariti.

Nel libro di Gnecchi, MISSIONE “NEMO”. Un'operazione segreta della Resistenza militare italiana 1944-1945, questo episodio è narrato da pagina 113 a pagina 116. Con il suo permesso, ve lo presento. M.B.


Francesco Gnecchi Ruscone, MISSIONE “NEMO”. Un'operazione segreta della Resistenza militare italiana 1944-1945, da pagina 113 a pagina 116.



Tornato alla sede della missione “Nemo”, il capitano De Haag mi ha informato che ero diventato un sottotenente provvisorio e mi ha consegnato dei capi di vestiario khaki, provenienti dai fondi di magazzino di chissà quanti e quali eserciti, con cui crearmi un'uniforme. Particolare sgradito un paio di pantaloni a sbuffo che sospettavo avessero appartenuto all' “Afrika Korps” di Rommel.

Abituato a non far domande sugli ordini ricevuti, mi sono rivestito e ho cominciato ad agire da sottotenente provvisorio. Ne ricevevo anche lo stipendio. Non ho mai sospettato fosse solo un travestimento nell'ambito delle attività della missione finché, dopo la guerra non ho scoperto che di questa mia promozione e carriera non c'è alcuna traccia nei miei documenti militari.

I miei ordini erano di andare a Monfalcone e aggregarmi, come ufficiale di collegamento, a un battaglione neozelandese che doveva entrare a Trieste. Ci sarei entrato con loro; come militare italiano non mi era permesso.

Guido Tassan e “Toio” Strukel, i miei due compagni della maglia di Vicenza della missione, che erano tornati alle loro case di Trieste dopo la resa tedesca, erano stati arrestati dalla polizia di Tito ed erano spariti.

Questo era grave ed allarmante: gli jugoslavi avevano dichiarato apertamente l'intenzione di annettersi tutte le province della Venezia Giulia fino all'Isonzo e anche oltre, e avevano iniziato in tutti i territori dove erano riusciti ad arrivare prima dell'8ª armata una durissima campagna di maltrattamenti e intimidazioni sulla popolazione italiana.

Adesso si chiama “pulizia etnica” ma anche allora era una vicenda sordida e sanguinosa.

Uccisioni e sparizioni degli italiani più in vista erano frequentissime ed erano giustificate agli Alleati come esecuzioni di fascisti o rappresaglie spontanee incontrollabili, vendette per l'occupazione italiana della Jugoslavia dal 1941 al 1943.

Naturalmente queste spiegazioni non potevano valere per Guido e “Toio”. Il loro inoppugnabile passato li rendeva la negazione di quelle teorie e quindi testimoni da eliminare.

Io dovevo scoprire non solo cosa era a loro accaduto e se possibile far qualcosa per loro, ma anche monitorare la sitiazione generale a Trieste e farne rapporto con regolari viaggi a Milano. Questa volta non potevamo usare operatori radio.

Dopo qualche giorno di incertezza a Monfalcone, il battaglione ha avuto l'ordine di entrate a Trieste, da dove gli iugoslavi avevano accettato di ritirare almeno i loro reparti regolari.

Non volevo entrare a Trieste vestito da Alleato purchessia, così a Monfalcone ho requisito un cappello da alpino, completo di penna d'aquila, al quale non avevo alcun diritto, non avendo mai servito in quel corpo. Mi pareva doveroso mostrare ai triestini che ero italiano.

Mi ha comunque reso molto popolare.

[ …]

A Trieste i miei compiti erano uno più frustrante dell'altro. Di Guido Tassan e “Toio” Strukel siamo solo riusciti a sapere che erano ancora vivi, ma deportati in campi di concentramento in Croazia interna ove le condizioni rivaleggiavano con quelle dei Lager tedeschi. Ci sono rimasti per due anni dopo la fine della guerra. Guido, più forte, ha potuto riprendere una vita normale, “Toio” è sopravvissuto pochi anni dentro e fuori da ospedali.


Uno scorcio di Trieste in una cartolina


Il quadro politico generale diventava comunque prevalente sulla situazione locale: stava prendendo corpo, proprio lì a Trieste, la “Cortina di Ferro”. Il mio compito ormai consisteva nel distribuire messaggi chiusi a sconosciuti, organizzare riunioni a cui non avrei partecipato e portare a Milano notizie che erano sempre più di dominio pubblico.

Ora la mia vita era certo più comoda e meno rischiosa del periodo delle mie pedalate invernali e dei miei rilevamenti di trincee tedesche , ma mi trovavo spesso a rimpiangere la chiarezza di intenti e di relazione tra le mie azioni e i loro effetti e l'unione con i compagni di lotta di quei mesi passati.

La gerra era finita, era diventata politica. Non era più per me.

[ … ]

In quei giorni anche la mia missione a Trieste si è conclusa e mi sono trovato a dover pensare a cosa fare dopo. Da un lato mi sembrava di essere troppo vecchio per tornare sui banchi di una scuola, sia pure del Politecnico, dall'altro era evidente che la mia vita degli ultimi due anni era un capitolo chiuso.

Per fortuna la saggezza ha prevalso e sono tornato al Politecnico.

 ***


Quando mi sono rivolto all'architetto Francesco Gnecchi Ruscone, per chiedergli il permesso di pubblicare questa pagina del suo libro su Nemo, spiegandogli che l'aggiornamento del blog in programma sarebbe stato in gran parte dedicato al tema dei profughi giuliani, mi ha segnalato un brano di un altro suo libro, Storie di Architettura, in cui si parla di questo argomento.
Egli infatti, aveva collaborato negli anni cinquanta del novecento con l'ente UNRRA CASAS, diretta da Adriano Olivetti, che si era occupato, nel nord ovest della Sardegna,  del recupero del borgo Fertilia per l'accoglienza dei profughi dall'Istria e dalla Dalmazia.





Francesco Gnecchi Ruscone, STORIE DI ARCHITETTURA, Conversazione con Adine Gavazzi, pagine 236 e 237

Un problema particolare era costituito dal borgo di Fertilia: iniziato negli anni '30 come parte di una velleitaria, mai realmente avviata, bonifica della Nurra, era stata trasformata durante la guerra in caserme e depositi per l'Aeronautica, che, dove ora sorge l'aeroporto di Alghero, aveva la sua base per quella che avrebbe dovuto essere la difesa dell'Alto Tirreno. Abbandonato e vandalizzato dopo l'armistizio, il borgo era ridotto a poco più che rovine. La proposta di restaurarlo e completarlo per destinarlo ai profughi dell'Istria e della Dalmazia, che alla cessione di quelle terre alla Jugoslavia avevano dovuto emigrare, aveva trovato il pronto consenso del governo e i necessari finanziamenti. Molti di loro erano pescatori o comunque gente di mare e il progetto comprendeva anche aiuti alle cooperative per l'acquisto della barche e di quanto era necessario a un nuovo avvio.
Così il fortunato incontro del patriottismo che abbiamo trovato tra i sardi, espresso come “spirito di servizio”, con la determinazione, iniziativa e laboriosità dei giuliani, ha prodotto quello che è risultato l'intervento di maggior successo dell'UNRRA CASAS olivettiana.
Qualche anno fa, capitato a Fertilia come turista, ho potuto constatare che la lingua ufficiale locale era ancora il triestino. Carpinteri e Faraguna (1) avrebbero potuto ambientare lì qualcuno dei loro bellissimi racconti.
 

NOTA
(1)  "Carpinteri & Faraguna sono una coppia di giornalisti, scrittori e commediografi dialettali italiani di origine triestina Lino Carpinteri (Trieste 1924 - Trieste 2013) e Mariano Faraguna (Trieste 1924 - Trieste 2001).
La maggior parte delle loro opere è ambientata in una regione, più ideale che reale, incontro delle culture mitteleuropee ed adriatiche che va da Trieste all'alta Dalmazia (comprendendo Istria e Quarnero). L'epoca storica è spesso quella della dominazione austro-ungarica (vista come epoca "felix") vissuta da personaggi con forte connotazione locale e popolare. La lingua utilizzata è il cosiddetto istro-veneto: più che un dialetto, una "lingua franca" su base veneta con numerosissime influenze slave e tedesche, ma perfino turche ed arabe (e latine, come del resto il dialetto triestino appartenente alla lingua veneta)".
https://it.wikipedia.org/wiki/Carpinteri_%26_Faraguna