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sabato 6 aprile 2024

SAN GERARDO DEI TINTORI A VALGREGHENTINO di Claudio Consonni

 


L’Anno Santo gerardiano, in corso fino alla festa del 6 giugno, ha offerto l’occasione per fare delle ricerche e degli approfondimenti sul fondatore dell’Ospedale di Monza.

In questo articolo sarà utile fare attenzione ai termini perché necessari mentre sui risultati delle ricerche non possiamo dire che siano finite, invitando i lettori a contribuire tramite questo blog e/o direttamente alla mail sottoriportata.


“Ospedale San Gerardo dei Tintori” questa è la nuova denominazione assunta dal 1 gennaio u.s. perchè è cambiata la natura giuridica ed è diventato IRCCS. La specifica “dei Tintori” si è resa necessaria non solo per l’esistenza di diversi, tra Santi e Beati, col nome Gerardo ma anche perché ad alcuni di loro sono legati ospedali o potranno nascerne in futuro.


E’ noto a tutti che Gerardo dei Tintori sia stato un laico monzese del Medio Evo e che la sua genialità sia consistita non solo nel fare l’ospedale, impegnando tutte le sue proprietà a valle del Lambro, nel centro di Monza, ma anche nella decisione di regalarlo alla città convocando e impegnando i maggiorenti del clero e coloro che oggi chiamiamo ‘autorità civili’. Fin qui possiamo considerare questo benefattore un lungimirante e, infatti, non solo l’ospedale si è più volte ampliato ma è anche sempre cresciuto sino a polo universitario (Bicocca) e, appunto IRCCS. Quante benefiche iniziative sono state fonte di contenziosi e, purtroppo, naufragate, perché basate solo su testamenti interpretabili? Gerardo dei Tintori rese sia l’opera che la donazione  pubblica “trasparente”,  con un termine che va di moda oggi: entrambe queste decisioni avrebbero consentito di sopravvivere.


Tale munificenza e genialità passò inosservata in città!

La devozione a San Gerardo nacque però pochi giorni dopo la morte, in terra comasca, e investe Monza con un pellegrinaggio annuale che anche quest’anno si svolgerà il 25 aprile, alla presenza dell'Arcivescovo Mario Delpini.

www.sangerardo.org/annosanto

Gli Olgiatesi (Olgiate Comasco) che vengono a Monza da secoli a piedi hanno ‘contagiato’ sul loro percorso (che potremmo oggi dire pedemontano) sia la brianza comasca che quella milanese, per invadere il centro di Monza tra le vie Gerardo dei Tintori e San Gerardo a valle del Lambro ma anche del cavo Lambretto.


SAN GERARDO DEI TINTORI A VALGREGHENTINO

Cosa sia poi successo a Valgreghentino nel XIX secolo non è ancora chiaro anche se ben due cappelle su strada o viottolo, non all’interno di corti o giardini privati, sono state costruite e dedicate a quel San Gerardo come la tradizionale raffigurazione dell’attraversamento miracoloso sul Lambro in piena dimostra. Sappiamo anche con certezza che entrambe siano dovute alla famiglia dal cognome Gilardi (semplice assonanza del nome con nome Gerardo?) ma non è attestato, almeno sino ad oggi, un miracolo o un fatto.

La decisione di scegliere questo Santo, tra i pochissimi laici non solo dell’epoca, unico tra gli ambrosiani non ancora presente con una statua sul Duomo di Milano, resta un interrogativo aperto.

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La cappella dedicata a San Gerardo dei Tintori in via San Gerardo a Valgreghentino

La Cappella più centrale, fatta costruire forse da Archelinto Gilardi, è divenuta patrimonio pubblico perché donata alla Comunità Montana Lario Orientale dall’ultimo discendente dei Gilardi, il signor Gianfelice Colombo, di cui Archelinto era bisnonno.

L'affresco della cappella dopo il restauro


Nell’affresco, come già accennato, è rappresentato San Gerardo che attraversa miracolosamente il Lambro, con l’aiuto di Maria, alla quale si rivolge in preghiera, che intercede presso il Padre, il cui volto appare nella parte alta del dipinto.

L'affresco con il rifacimento del volto di Maria, in seguito rimosso

Al momento della donazione la cappella era in cattive condizioni di conservazione e col concorso della Soprintendenza è stata restaurata. Nell’affresco mancava il volto di Maria. In un primo tempo la restauratrice, Silvia Baldis, lo aveva ridipinto, ma la soprintendenza l’ha fatto poi togliere.

Il Comune ha dedicato in anni recenti la via che dal centro porta a questa Cappella a “San Gerardo”.

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lunedì 24 ottobre 2022

VARIAZIONI SUL TEMA DI GESÙ E MARIA NELLE OPERE DI SILVIO MONFRINI di Marco Bartesaghi

Nel viale centrale del cimitero di Bernareggio, sulla tomba della famiglia Besana è posata una scultura in bronzo che rappresenta il tema della Pietà, con Maria che sorregge il corpo senza vita di Gesù, realizzata dallo scultore Silvio Monfrini [foto 1]

Gesù è disteso a terra. La schiena, appoggiata a un dosso, è inarcata e il capo cade all’indietro; salvo un drappo di stoffa che gli ricopre il pube, il corpo è nudo; il volto, piegato sulla spalla destra, è rivolto al fronte della tomba, verso cui è allungato anche il braccio.

Dietro Gesù, chinata verso di lui, è seduta Maria. Dal mantello, che l’avvolge e le ricopre il capo, sporgono le mani: una è immersa nei lunghi capelli del figlio e gli sorregge la testa,  l’altra gli sostiene il braccio sinistro.

foto 1

I sentimenti, nei personaggi  di Monfrini, quasi mai si manifestano con espressioni forti. Anche nella Maria di Bernareggio  il dolore è tutto interiore, dal suo volto traspare solo un velo di tristezza [NOTA 1].


Silvio Monfrini

 Nato a Milano il 19 febbraio 1894 e morto ad Usmate il 13 novembre 1969, Silvio Monfrini si era formato nella bottega dello scultore impressionista milanese Ernesto Bàzzaro [NOTA 2]. Nel 1939 aveva aperto un suo studio a Monza, città dove lavorò fino  a poco prima della morte. Si esprimeva  soprattutto con la creta, che poi trasformava in bronzo; poche sono le sue sculture in marmo e concentrate, ritengo, nei primi anni dell’attività.

Le sue opere più conosciute: a Milano, il busto di Francesco Baracca nell’omonima piazza (1931); a Monza,  il monumento ai caduti sul lavoro, di fronte alla stazione (1954); a Trento,  il monumento in ricordo degli ufficiali della divisione Perugia, fucilati dai tedeschi il 7 ottobre 1943, nella città di Kuҫ in Albania (1957); a Monterosso al Mare, la statua di San Francesco all' esterno del convento dei Cappuccini (1962). Suo  è anche il grande crocifisso ligneo della chiesa parrocchiale di Usmate (1939-40). 

Molto vasta  la sua produzione artistica  destinata ai cimiteri. Per una ricerca che sto svolgendo sulle sue opere  presenti in quelli di Monza, ho individuato più di novanta soggetti diversi. Altri ancora ne ho trovati nei cimiteri dei comuni intorno alla città.

In questo articolo voglio concentrarmi su come egli ha affrontato due temi particolari: la figura di Gesù e quella di Maria. Ovviamente farò riferimento alle opere di cui sono a conoscenza ed è quindi possibile, pressoché certo,  che la rassegna non sia completa. Un’altra doverosa premessa  è che non sono un esperto  né uno storico dell’arte e quindi  vi chiedo di considerare le mie osservazioni  solo per ciò che sono, ossia  quelle di un volonteroso appassionato.

LA FIGURA DI GESÙ

Gesù deposto dalla croce appare in altre opere  di Monfrini, oltre alla Pietà di Bernareggio .

Nel Cimitero Urbano (C.U.) di Monza la tomba della famiglia  Gabetta - Piazza si trova nei pressi della cappella centrale. Su una grande lastra di serizzo lucidato è adagiato un altare, dello stesso materiale, il cui lato anteriore è occupato, a mo' di paliotto, da  un bassorilievo  in bronzo di Monfrini. Gesù morto è sdraiato supino, con il torace molto esposto per la conformazione del terreno su cui giace; i capelli cadono all'indietro e lasciano del tutto scoperto il volto; il braccio destro è disteso lungo il corpo [foto 3].

foto 3

Un'immagine simile si trova in un'altra tomba dello stesso cimitero. Qui però  il volto di Gesù non guarda verso l'alto, ma verso il fronte della tomba [foto 4] [NOTA 3].


foto 4

Conosco due tipi di crocifissioni realizzate da Monfrini: quella già citata della chiesa di Usmate [foto 5], di dimensioni più che naturali, e un’altra, più piccola,  di cui esistono diversi esemplari, sia a Monza che in altri cimiteri (uno l’ho trovato a Lipari) [foto 6].

foto 5


foto 6

In comune hanno alcuni elementi: i chiodi che entrano nei polsi e non nei palmi delle mani (scelta raramente adottata nella storia dell’arte), i piedi inchiodati separatamente e la posizione del corpo sulla croce: il Gesù crocifisso di Monfrini non è morente, è morto; il peso del corpo gli ha piegato le gambe, le spalle si sono abbassate e, di conseguenza, le braccia sono tese verso l’alto; la testa cade sul petto, gli occhi sono chiusi [foto 7].

foto 7

La crocifissione di Usmate, realizzata in legno, è ben levigata , aspetto che quasi mai si riscontra nelle opere in bronzo dove sono marcatamente visibili le tracce di come ha lavorato la creta, di come l’ha aggiunta o tolta. Per questa scelta, il Cristo morto della crocifissione in bronzo mi sembra che assuma un’espressione ancor più intensa e drammatica [NOTA 4].


Andando a ritroso negli episodi della Passione, troviamo una statua che rappresenta  Gesù  costretto sulle ginocchia dal peso della croce [foto 8] e un’altra, cui l’autore ha dato titolo “Ecce Homo”, che lo rappresenta dopo la flagellazione [foto 9] [NOTA 5]. Il volto, nelle due opere, è segnato da un dolore fisico che l’uomo fatica a sopportare  e, per questo, volge verso l’alto uno sguardo che supplica aiuto.

foto 8

foto 9

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sabato 25 dicembre 2021

I PRESEPI DI STEFANO BARELLI di Marco Bartesaghi

 

Stefano Barelli

 

Se gli chiedi da quando ha la passione per i presepi, Stefano Barelli, ti risponde che ce l'ha da sempre, fin  da quando, bambino, con fratelli, cugini e parenti lo preparava in curt di Tulet, in via Tre Re, dov'è nato e dove abita tuttora.

 

 

Ora di anni ne ha 75, è pensionato e, appena passato il Natale, comincia a pensare e ad organizzare quello dell'anno successivo.

 Questo è il presepe realizzato quest'anno:

Il presepe di Stefano Barelli per il Natale 2021

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Dei suoi presepi costruisce tutto: paesaggi,  edifici,  statuine.
 

Per queste usa stampi in lattice, in cui scioglie una creta sintetica che si acquista in polvere e non ha bisogno di cottura poiché si solidifica al sole. Una volta pronti, i personaggi ottenuti, a seconda del tipo di presepe in cui devono essere inseriti, vengono  dipinti o con colori vari, cercando di imitare la realtà, o con un un unico colore.
 

Per la costruzione degli edifici Stefano utilizza un tipo di polistirolo compatto, simile a quello che si usa in edilizia per le coibentazioni, che, a differenza di quello per gli imballaggi, non si sbriciola durante la lavorazione. Per tagliare, bucare o sagomare il polistirolo, servono strumenti "caldi". Quello per il taglio se l'è costruito da solo: è un archetto su cui è teso un filo di tungsteno, materiale con alta resistenza elettrica, in cui fa circolare, per riscaldarlo, la corrente prodotta da un caricabatterie.

Grande cura dedica alla realizzazione dei particolari, che ritiene siano "il bello" del presepe, e forse, penso io, anche la cosa più divertente per chi lo costruisce.

 


 Alcuni particolari sono in ferro battuto, e non potrebbe che essere così dato che per tutta la sua vita lavorativa ha battuto il ferro, producendo oggetti raffinati per una ditta del meratese.

Pozzo con portasecchio i ferro battuto

Un pezzo di tronco d'albero con una particolare conformazione, trovato casualmente, può essere la soluzione da cogliere al volo per un presepe caratteristico.

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lunedì 20 dicembre 2021

IMMAGINI DI SAN GIUSEPPE, FALEGNAME di Marco Bartesaghi

San Giuseppe, sposo di Maria e padre putativo di Gesù, è di certo il più celebre dei falegnami, anche se di questa sua professione ben poco si parla nei vangeli canonici: l’unico accenno si trova nei brani che narrano della visita a Nazareth fatta da Gesù in età adulta, dove si dice:  “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è forse egli il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (1)
Della figura di Giuseppe, in generale e in particolare del suo lavoro, si parla di più nei Vangeli Apocrifi.
In “Storia di Giuseppe il falegname” (2), un apocrifo risalente forse al VI secolo, redatto in lingua coopta e in lingua araba si dice:

“Vi fu un uomo di nome Giuseppe, nato da una stirpe di Betlemme, città di Giuda, e dalla stirpe del re David. Ben formato negli insegnamenti e nelle dottrine, fu fatto sacerdote nel tempio del Signore. Eccelleva inoltre nel mestiere di falegname e, come è d'uso per tutti gli uomini, prese moglie. Generò anche figli e figlie: quattro figli e due figlie. Questi sono i loro nomi: Giuda, Giusto, Giacomo, Simeone; le due figlie si chiamavano Assia e Lidia” [2,1].

Nel seguito del testo, più volte si accenna alla professione di falegname e raccontando del ritorno a Nazareth della Sacra Famiglia, dopo la fuga in Egitto per sottrarsi alla persecuzione di Erode, si dice ancora:

“Ripreso il suo mestiere di falegname, con il lavoro delle sue mani provvedeva il sostentamento. In conformità di quanto Mosé aveva una volta ordinato per mezzo di una legge, egli infatti non ha mai cercato di vivere sul lavoro degli altri”. [9,2]
 

Più dettagliata la descrizione del lavoro di Giuseppe nel “Vangelo dello pseudo-Matteo” (3), chiamato così per distinguerlo dal canonico “Vangelo secondo Matteo”. In esso, oltre ad elencare i vari tipi di manufatti realizzati da Giuseppe, si narra di un miracolo che Gesù avrebbe compiuto per aiutare il padre ad allungare un’asse che un aiutante aveva tagliato troppo corta:
“Giuseppe, essendo falegname, faceva attrezzi di legno, gioghi per buoi, aratri,
strumenti per smuovere la terra e adatti alle colture, letti di legno, e un giorno andò da lui un giovane che gli commissionò un letto di sei cubiti. Giuseppe ordinò al suo garzone di tagliare il legno con una sega di ferro, secondo la misura comandata. Ma questi non seguì in tutto la misura prescritta, e fece una parte del legno più corta dell'altra. Giuseppe, tutto impensierito, incominciò a escogitare che cosa gli conveniva fare.
Quando Gesù lo vide così impensierito, poiché la cosa fatta gli pareva irrimediabile, gli
rivolse una parola consolatoria: ‹‹Vieni, disse, teniamo i capi delle assi, accostiamole insieme capo con capo, e pareggiamole tirandole verso di noi: così potremo renderle uguali›› Giuseppe obbedì a colui che comandava: sapeva che egli poteva fare tutto quello che voleva. Giuseppe prese i capi delle assi e le appoggiò a un muro, presso di sé; Gesù tenne i due capi opposti di quelle assi, e tirò a sé l'asse più corta, uguagliandola all'asse più lunga. Poi disse a Giuseppe: ‹‹Ora vai a lavorare, e fai quanto avevi promesso di fare››. Giuseppe fece quanto aveva promesso”
[37,1-2].

 
Di questo miracolo c’è un’illustrazione nell’ “Evangelica Historia”, un manoscritto del XIV secolo conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano.

 

Il miracolo delle assi in "Evangelica Historia"


Le prime rappresentazioni di Giuseppe sono però legate ai momenti della vita di Maria e dell’infanzia di Gesù. Nella predella del polittico di Giovanni Canavesio della parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano di Verderio, Giuseppe appare nell'incontro di Maria con la cugina Elisabetta, nella nascita di Gesù e nella sua presentazione al tempio, nella scena dell'adorazione dei Magi e in quella della fuga in Egitto.



San Giuseppe nella predella del polittico di Giovanni Canavesio, della chiesa dei santi Giuseppe e Floriano di Verderio

Solo a partire dal XV secolo, quando papa Sisto IV introdusse il culto ufficiale del santo e fissò la data del 19 marzo come giornata a lui dedicata, l’immagine di san Giuseppe comincia ad avere una sua autonomia e, a partire dal XVI secolo si diffuse l’immagine della “Sacra Famiglia nella bottega”.

"Sacra Famiglia nella bottega", chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, Oreno (Vimercate)   

La statua di San Giuseppe nella chiesa dei santi Giuseppe e Floriano di Verderio


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Non è mia intenzione, in questo contesto, presentare una rassegna di opere d’arte su questo tema, ma solo alcune immagini, che fanno parte di una mia piccola collezione: immagini che, incorniciate, venivano appese nelle case per la devozione famigliare e immaginetteutilizzate per una devozione più personale (4).

 I QUADRI

Immagine n.1

Immagine n.2

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giovedì 17 giugno 2021

OPUSCOLI IN RICORDO DELLA COMUNIONE PASQUALE, OFFERTI AI FEDELI DALLA PARROCCHIA DEI SANTI NAZARO E CELSO DI VERDERIO - AGGIORNAMENTI di Marco Bartesaghi


Un precetto del Concilio lateranense IV, dell'anno 1215, stabiliva per il cristiano l'obbligo di confessarsi almeno una volta all'anno e di comunicarsi a Pasqua.

Secondo una tradizione, che non so quando ebbe inizio ne quando fu interrotta, ma che certamente era in auge alla fine del XIX secolo e si protrasse per molti decenni del XX, i fedeli che obbedivano a questo precetto ricevevano in ricordo, dalle parrocchie, un piccolo dono. 

Nella Parrocchia dei santi  Nazaro e Celso, di Verderio Inferiore, il ricordo consisteva in un piccolo “opuscolo”, se così si può chiamare, di sole quattro pagine (quello del 1929, però, ne aveva sei) che,
in prima pagina, conteneva solitamente un' immagine sacra, di Gesù o della  Vergine Maria o  di un santo a cui, in quell'anno, era rivolta una particolare devozione, e, nelle altre pagine, preghiere o brevi riflessioni.

Gli esemplari che vi presento sono conservati dalla signora Isabella Villa, che mi ha permesso di riprodurli. Non so in che anno la serie abbia avuto inizio, né se e quando sia terminata. Di certo in questa presentazione mancano molti degli esemplari distribuiti negli anni  e sarei molto grato a chiunque mi aiutasse a coprire le lacune di questa raccolta e quelle delle conoscenze che ho su questo argomento. Grazie.

5 febbraio 2021 - Ho ricevuto dal signor Maurizio Pirovano le immagini relative agli anni 1942 - 1969 - 1970 - 1971 - 1973 che aggiungo al POST originale. Lo ringrazio e rinnovo a tutti l'invito ad aiutarmi a colmare le lacune ancora presenti mandandomi le fotografie delle immaginette in loro possesso. Grazie, M.B.

 14 giugno 2021 - Aggiorno nuovamente questo post, perchè ho ricevuto dall'amica Carla Comi le immagini relative agli anni 1907 - 1948 - 1949 - 1955 - 1956 - 1960. Ringrazio Carla e invito ancora tutti voi ad aiutarmi a completare la serie. Grazie M.B.

 

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Anno 1904 

"La Comunione Pasquale nel 1904" - fronte e retro





 
"La Comunione Pasquale nel 1904" - pagine interne


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Anno 1907

"Comunione Pasquale  - anno 1907" - fronte e retro

"Comunione Pasquale - anno 1907" - pagine interne

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  Anno 1919


"-1919- Comunione Pasquale" - fronte e retro



"-1919- Comunione Pasquale" - pagine interne



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Anno 1920

"-1920- Comunione Pasquale" - fronte e retro
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giovedì 7 maggio 2020

"DEPOSIZIONE DI CRISTO" IN UN QUADRO DELLA CHIESA DEI SANTI GIUSEPPE E FLORIANO A VERDERIO di Elisabetta Parente



"DEPOSIZIONE DI CRISTO",  CHIESA DEI SANTI GIUSEPPE E FLORIANO, VERDERIO

Dirigendosi verso l'uscita della chiesa dei Santi Giuseppe e Floriano di Verderio, sul fondo della navata destra, è posta in controfacciata un'opera dipinta ad olio su tela, databile intorno alla metà del XVI secolo.
Nel censimento delle opere d'arte e dei beni presenti nelle chiese lombarde, fatto realizzare dalla Curia in anni recenti, l'opera è stata catalogata, per quanto riguarda il soggetto, come Deposizione di Cristo nel sepolcro.
In realtà, ritengo che in questa tela siano due i soggetti identificabili e sovrapposti: il Trasporto del Cristo morto e la Deposizione del corpo nel sepolcro.
Il Trasporto del corpo di Cristo è un'iconografia tipicamente rinascimentale, poiché non esistono esempi del genere nell'arte dei secoli precedenti.
Di solito il corpo è adagiato su un lenzuolo tenuto da due uomini, identificabili in Giuseppe d'Arimatea, che tiene il lenzuolo in corrispondenza della testa di Gesù e in Nicodemo, che tiene il lenzuolo in corrispondenza dei piedi. Generalmente completano la scena le figure di San Giovanni Evangelista, le pie donne e la Vergine, colta nell'atto di perdere i sensi.
La Pala Baglioni, opera giovanile di Raffaello, conservata nella Galleria Borghese di Roma, è forse una delle interpretazioni più famose del tema.
La Deposizione di Cristo nel sepolcro, invece, ha assunto nel periodo che va dal Medioevo al Rinascimento, iconografie diverse: in antico, l'evento si svolgeva dinanzi a una grotta, che presentava un ingresso  accanto al quale era disposta una grande lastra, oppure all'interno del sepolcro; nel Rinascimento, invece, il sepolcro è simboleggiato da un sarcofago, in cui sta per essere calato il corpo di Cristo. I personaggi che animano la scena sono più o meno gli stessi presenti nel Trasporto.
È indubbio che i due episodi, presenti consequenzialmente nella trattazione evangelica, sono affini iconograficamente e presentano molte similitudini che, nell'opera di Verderio, sono ben rilevabili.



"DEPOSIZIONE DI CRISTO",  CHIESA DEI SANTI GIUSEPPE E FLORIANO, VERDERIO: alcuni personaggi


Alle estremità del dipinto sono rappresentati i due membri dell'Alto Consiglio, cioè Giuseppe d'Arimatea a destra, Nicodemo a sinistra. I due uomini anziani, con la barba fluente ed imponenti copricapo, reggono saldamente l'uno il corpo di Cristo, sostenendolo dalle ascelle, l'altro gli angoli del lenzuolo, in modo da suggerire lo sforzo, non ancora concluso, del trasporto.
Al centro della composizione, la Vergine Maria china sul corpo del figlio e la figura di un apostolo, probabilmente Giovanni Evangelista, lo sguardo rivolto alla mano violata di Gesù.
Alle loro spalle appaiono, dimesse e dolenti, due pie donne.
Interessante è soprattutto la terza figura femminile, quella posta fra la Vergine e Nicodemo. Questa donna, più giovane e meglio caratterizzata in termini di capigliatura ed abbigliamento rispetto alle altre due, stringe al petto una coppa. La presenza di questo oggetto la rende figura simbolica: è “Ecclesia”, cioè il simbolo della Chiesa che, avendo raccolto in un calice il sangue uscito dalla ferita nel costato di Cristo, si fa unica depositaria del messaggio evangelico e della redenzione degli uomini.
Tutti i personaggi gravitano intorno alla figura di Cristo. Il corpo morto sta per essere adagiato nel sarcofago, del quale si intravedono appena i bordi: le forme sono innaturalmente allungate, il braccio destro stretto fra le mani della Vergine, il sinistro spinto in avanti, verso il piano visivo dello spettatore.
A sottolineare lo stato e la condizione del Cristo, concorre indubbiamente il formato dell'opera: il dipinto, che misura circa due metri in lunghezza, per novanta centimetri d'altezza, forza la composizione nella sua dimensione orizzontale, mettendo l'accento sulla posa del Cristo, rispetto a tutti gli altri personaggi astanti.


 
"DEPOSIZIONE DI CRISTO",  CHIESA DEI SANTI GIUSEPPE E FLORIANO, VERDERIO: particolare dello sfondo

Seppure tutta l'attenzione si concentri sull'evento rappresentato in primo piano, il nostro occhio non può non venire egualmente catturato da quel piccolo brano di paesaggio che si apre nell'estremità destra del quadro: sullo sfondo del cielo, che va schiarendo all'orizzonte, si stagliano le tre croci, due occupate dai ladroni, vuota quella al centro, alla quale è ancora visibilmente appoggiata la scala che ha permesso a Nicodemo di liberare dai chiodi il corpo di Cristo.
Il Golgota è rappresentato, secondo la tradizione, come una collina e dal luogo dove sono poste le croci si diparte un piccolo sentiero che corre a zig-zag, sentiero che permette allo spettatore di ripercorrere la strada compiuta dai personaggi raffigurati in primo piano, mettendolo in grado di ricostruire mentalmente lo svolgimento degli eventi: crocifissione, morte, deposizione e sepoltura di Cristo.
Parallelamente al bordo superiore dell'opera, corre una scritta in latino: HUMANORUM GENUS REDEMPTIO. Forse incompleta e oggi scarsamente leggibile, la frase può essere liberamente tradotta come “la redenzione del genere umano”, alludendo cioè come dalla morte di Gesù, tema dell'opera, sia derivata la salvezza degli uomini.
Da un punto di vista stilistico, il quadro non è di elevata fattura, opera di un esecutore che non possiede le qualità di un grande maestro, quanto piuttosto la tecnica del buon mestierante.
I visi non sono particolarmente espressivi e appaiono poco caratterizzati (si vedano, per esempio, i volti quasi identici di Giuseppe e di Nicodemo); si denota una certa secchezza di stile sia nella resa delle forme (il volto “scavato” della Vergine, l'evidente sproporzione delle parti del corpo, un po' legnoso, di Cristo), sia nella fattura delle vesti, dalle pieghe dure e rigide.
Allo stato attuale è difficile valutare l'aspetto cromatico della tela, i cui colori appaiono un po' spenti, necessitando l'opera di un'adeguata pulitura.
Non si può però, nel complesso dell'opera, non apprezzare l'attenzione che l'ignoto autore ha dedicato ai tessuti preziosi e ricercati che rivestono i personaggi e, soprattutto, il toccante intreccio di braccia e mani di Maria e suo figlio, che l'artista ha posto significativamente al centro del quadro.



Elisabetta Parente, 2002

Testo tratto da: Elisabetta Parente, "La chiesa dei santi Giuseppe e Floriano: la genesi architettonica e le sue opere", terzo capitolo del libro: VERDERIO, La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano 1902-2002: un secolo di storia, arte e vita religiosa.
 

 

martedì 15 maggio 2018

LA "ROUTE" DEL CANAVESIO di Giovanna Villa

La vacanza che io e Giovanna, mia moglie, abbiamo fatto l'estate scorsa (agosto 2017) ha avuto qualcosa a che fare con Verderio. Abbiamo infatti percorso, quasi sempre a piedi, un itinerario fra i luoghi che conservano molte delle opere del pittore Giovanni Canavesio, quello che ha dipinto la pala conservata nella parrocchia di San Giuseppe e Floriano di Verderio.

 


Il polittico di Giovanni Canavesio, della chiesa parrocchiale dei Saanti Giuseppe e Floriano di Verderio


Un trekking quindi, ma che noi preferiamo chiamare Route, termine francese traducibile in “Strada”, che per gli Scout indica solitamente un cammino di più giorni, effettuato con zaino in spalla, con pernottamenti in tenda e un tema che cerca di dare un senso unitario all'itinerario.
La nostra è stata quindi la “Route del Canavesio”. Avremmo dovuto vedere molte delle opere di Canavesio, ma come capirete dal racconto di Giovanna, per un motivo o l'altro non tutte le visite previste sono state poi realizzate. Pazienza: dello spirito scout fa parte anche l'idea che non sia  tanto importante la meta raggiunta, quanto la strada percorsa. Oltre a questa giustificazione ce n' è un'altra: cosa si può pretendere da due giovani scout di 64 e 61 anni? M.B.



 LA "ROUTE" DEL CANAVESIO diario di Giovanna Villa

VACANZE 2017
Piccola premessa:Questo è stato un anno molto impegnativo ed esisteva la possibilità che non riuscissimo a fare le nostre vacanze estive per cui visto che siamo partiti siamo particolarmente contenti.
 

Cosa faremo in queste vacanze? Ideona di Marco, naturalmente: Route del Canavesio.
Canavesio? Chi era costui?
 

Giovanni Canavesio di Pinerolo, 1450-1500 più o meno, dati poco certi, è il pittore che ha realizzato la pala d’altare della parrocchiale di S. Giuseppe e S. Floriano a Verderio.
 

Per ora tutto quello che so del programma vacanze è questo. Non ho voluto sapere nulla in anticipo e quindi, sarà tutta una sorpresa. 

Mercoledì 16 agosto
Si parte da casa a piedi con zaino in spalla:  ore 6.18 treno da Paderno D’Adda
Zaini preparati cercando di portare l’essenziale per i primi dieci giorni.
Poi, Dio volendo, faremo qualche giorno al mare e il necessario per questo secondo periodo l’abbiamo infilato in un borsone e consegnato ad un nostro cliente che passa l’estate in Liguria per conservarcelo fino al nostro arrivo.


Verderio 16 agosto 2017, alba

Partiti da Paderno, arriviamo a Milano Porta Garibaldi ma dobbiamo andare in stazione  Centrale. Primo contrattempo: in metrò la fermata di Centrale è chiusa nella nostra direzione. Si deve passare oltre, scendere alla fermata successiva e tornare indietro.
Facciamo i biglietti che nei giorni scorsi non siamo riusciti a fare perché non abbiamo trovato una biglietteria aperta e online siamo troppo poco pratici.
Destinazione La Brigue, nostro punto di partenza per il Tour. Previsto cambio treno e sosta a Torino.
Ancora la tecnologia non ci favorisce: troviamo le obliteratrici non funzionanti ( 2 su 3) e al treno il portellone si apre solo a metà. Marco sale ma quando sto per salire mi si chiude del tutto addosso, riesco comunque a salire ma giunge immediatamente il controllore che mi sgrida abbastanza violentemente: quando si sente suonare un dlin dlon non si deve salire perché loro stanno provando la chiusura e apertura. Io replico che non ho sentito il campanello e lei si altera ulteriormente perché è impossibile che non abbia sentito … va beh, mi prendo l’ulteriore rimprovero ma io dicevo di non averlo sentito e non che non fosse stato suonato. Comunque si parte, niente di grave.


A Torino, prima delusione. Galleria Sabauda chiusa, eran aperta ieri, ferragosto, e chiusa oggi, no comment. Lì era prevista la prima tappa Canavesio; in questa pinacoteca è presente un polittico antecedente all’opera di Verderio.


Il polittico del Canavesio, conservato alla Galleria Sabauda di Torino, che non siamo riusciti a vedere.Proviene, probabilmente, dalla chiesa di Notre Dame des Fontaines di Briga.
Ci aggiriamo per Torino senza meta. È  molto piacevole. 



Poi torniamo in stazione,  mangiamo i nostri panini e prendiamo il treno per Cuneo. A Cuneo di corsa  si prende trenino per Ventimiglia. Scendiamo a La Brigue. 




Inizia l’avventura.
Ci dirigiamo verso il paesino e lo visitiamo



La Brigue, è stata una cittadina italiana fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando è passata alla Francia








Attendiamo l'apertura dei negozi per acquistare il pane: 2 baguette naturalmente, siamo in Francia!






Imbocchiamo rue Canavesio e cerchiamo il sentiero che ci porterà a Notre Dame des Fontaines.

Percorso più lungo e faticoso del previsto o perlomeno del ricordo che ne avevo. Sappiamo già che non riusciremo a visitarla perché già chiusa stasera e domani aprirà troppo tardi: secondo appuntamento con Canavesio mancato.
 




Arrivati scopriamo che non c’è acqua. Niente fontana anche se Marco giura che l’altra volta c’era … fra l’altro il luogo si chiama Notre Dame des Fontaines ma la “fontaine” non c’è: ingannevole.

Cerca che ti cerca troviamo una piccola sorgente, un po’ scomoda da raggiungere ma che ci offre acqua bevibile. Riempiamo le bottiglie, montiamo tenda, cuciniamo abbondante pasta che ci servirà anche per la cena di domani, ceniamo sui “tavoloni dei giganti”… altissimi e massicci.
 








Poi nanna dopo aver fatto conoscenza con un rospone immenso.


 ***

Giovedì 17 agosto
 

Sveglia ore 5. Smontiamo e sistemiamo gli zaini.

  

È troppo presto, come previsto, per visitare la chiesa di Notre Dame, completamente affresacta da Canavesio. Non ci resta che ricordare quello che avevamo visto qualche anno fa.






Prima di partire Marco va alla sorgente per fare il rifornimento d’acqua necessario per la giornata ma, amara sorpresa, la sorgente non butta più, completamente asciutta. Aiuto!!!

Non possiamo fare a meno dell’acqua, cambiamo leggermente itinerario: invece di imboccare subito il sentiero andiamo sulla strada asfaltata fino a Bens, piccolo agglomerato di case, dove speriamo di trovarla. Fortunatamente lungo la strada, che è circondata da lussureggianti orti, troviamo, nonostante l’ora mattutina, una signora a cui chiediamo dove trovare dell’acqua da bere; naturalmente nel perfetto francese ...  ossia a gesti). Lei, gentilissima ci fa riempire tutte le nostre bottiglie, bottigliette e tanichetta. 4 litri e mezzo, dovremo farcela bastare.




Il peso aumenta e cominciamo la salita su una mulattiera non sempre bella. Finché arriviamo in punto in cui attraversiamo un allevamento di pecore e capre. Ahimè siamo circondati da cani abbaianti e ringhianti.




Una mezza dozzina di cani da pastore bellissimi ma arrabbiati. Stanno facendo il loro lavoro, ci vedono come pericolo ma noi dobbiamo solo passare. Non appare nessun pastore, pian piano mantenendoci tranquilli oltrepassiamo il loro raggio d’azione.

La mulattiera si trasforma in un bel sentiero e saliamo, saliamo, saliamo … con un po’ di fatica ma non troppo per ora. Ci fermiamo in un tratto panoramico per un break con barretta cereali e polase rigenerante(!?!).






L’ultimo tratto per giungere alla carreggiata militare è proprio duro, molto, molto faticoso.
Ci arriviamo e scopriamo che su questa sterrata passa di tutto: biciclette, moto, fuoristrada, gipponi, quad di tutte le dimensioni. Son rumorose e impolveranti.






Verso le 14.00 arriviamo al passo del Tanarello, 2040m, e ci fermiamo a pranzare e riposare.  Poi, ultimo strappetto dopo sali e scendi, sali e scendi, raggiungiamo la cima del monte Saccarello, 2201 m.
 




 
La cima del monte Saccarello. m.2201



Bella vista sia sul versante francese che su quello italiano. 








Continuiamo fino ad un’altra cima con una grande statua del Cristo Redentore (non molto bella) e poi ci dirigiamo verso il rifugio Sanremo, meta per la notte.
Lungo la strada incontriamo una bella e grande casa con una comitiva di ragazzini in bicicletta. Osiamo chiedere se hanno dell’acqua da darci e fortunatamente ce ne possono dare una bottiglia da un litro e mezzo. Qui in giro non ci sono né fonti né altro per cui, grazie a Dio, ce ne regalano un po’ .


 
Il rifugio Sanremo


Arriviamo al rifugio. È  chiuso. Ci sistemiamo fuori, su un piccolo pianoro di fianco all’edificio. Comincia a tirare un vento freddo. Ci laviamo, cambiamo e indossiamo tutto ciò che abbiamo a disposizione per affrontare la notte che si prospetta fredda.
 




Montiamo la tenda, mangiamo sfruttando la luce dell’ultimo sole e vediamo passare un paio di camosci (ci pare).
 




Cala il sole e comincia il grande concerto di campanacci delle bellissime mucche bianche che pascolano li vicino. Ci godiamo la stellata magnifica  e andiamo a dormire nella speranza che anche i nostri vicini bovini si addormentino. I campanacci invece non ci abbandonano mai , continuano a suonare per tutta la notte. Abbiamo scoperto che le mucche non dormono di notte! Beh, un po’ noi dormiamo comunque, quando la stanchezza prende il sopravvento.


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