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domenica 27 settembre 2015
IL CIBO E LA VITA NOMADE di Angelo Arlati
Il numero 400 di “A” – rivista anarchica, ha pubblicato un lungo saggio di Angelo Arlati, un abitante di Cornate d’Adda studioso della cultura rom, intitolato “LA CUCINA DEL VIAGGIO – Motivi, significati e tradizioni della gastronomia rom”. Il capitolo che mi accingo a presentarvi, IL CIBO E LA VITA NOMADE, di questo saggio è il secondo capitolo.
Il testo è introdotto da Paolo Finzi, direttore di “A” rivista anarchica, con un brano ricavato da “Una collettiva storia d’Amore”, editoriale di presentazione del numero 400 della rivista nata nel 1971, un numero speciale di più di quattrocento pagine.
Di Angelo Arlati, questo blog ha già pubblicato una lunga intervista e i seguenti testi: “La lingua del viaggio”, tratto dal n.376 di “A”- rivista anarchica e “La più antica rappresentazione iconografica degli zingari”, tratto dalla rivista “Rom-Sinto”, n.15, 2012. Li trovate a questo indirizzo: http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/search/label/Angelo%20Arlati
INTRODUZIONE
Gli zingari all’Expo 2015 non ci sono. Punto. E chi se ne frega di questa gente molesta, antipatica, marginalizzata, criminalizzata, sporca? Che interesse può avere cosa mangia questa gente, che spesso va al supermercato non passando dalla porta d’entrata ma preferisce andare sul retro e svuotare i cassonetti con il cibo buttato via perché in scadenza o con confezione leggermente danneggiata? A noi interessa.
Da almeno vent’anni abbiamo assunto come uno dei nostri temi costanti l’attenzione verso questo popolo, o meglio questi popoli. Verso la loro storia ( è di 9 anni fa l’uscita del nostro doppio DVD+libretto sullo sterminio nazista), ma soprattutto la battaglia ideale e concreta per i loro diritti negati. Questa volta dedichiamo 117 pagine al magistrale lavoro di ricostruzione storica e di ricerca del solito Angelo Arlati. “Solito” perché già due anni fa (“A” 376, dicembre 2012 – gennaio 2013) ha curato un dossier sulla lingua dei rom, con una prima parte di ricostruzione storica della loro lingua alla luce delle numerose migrazioni e una seconda parte tipo manuale per apprendere a parlarla. Questa volta, dopo una ricostruzione dettagliata delle complesse relazioni tra migrazioni, cucina delle popolazioni stanziali, loro cucina, Arlati presenta decine e decine di ricette, contestualizzandole.
Ancora una volta ci troviamo, non a caso, in direzione ostinata e contraria. Contro l’operazione ideologica e strumentale di Expo 2015, anche – paradossalmente – colmandone un vuoto che nessuno ha notato, come quello degli zingari. Il dossier curato da Angelo Arlati può anche essere visto come il loro padiglione negato. A Expo trovate McDonald’s, su queste pagine gli zingari. A ognuno il suo
Paolo FINZI– direttore di “A” – rivista anarchica
IL CIBO E LA VITA NOMADE (O zabé taj o drom)(1) di Angelo ARLATI
Il “nomadismo” è uno dei tratti salienti della cultura rom che condiziona la loro vita materiale, oltre che sociale e psicologica, e produce i suoi effetti anche nei gruppi sedentarizzati da secoli, come i Rom della Transilvania e dell’Ungheria, i Rom Rumeni della Valacchia, i Rom del Burgenland, i Servika Roma della Slovacchia, i Rom Arlija della Macedonia, i gitani dell’Andalusia e i gypsies scozzesi di Yetolm. È la loro forma mentis permeata di nomadismo che impedisce ogni attaccamento alla terra. Anche quando vivono in case non amano stare al chiuso. “È appena il caso di dire – osservava nel 1890 lo zigano logo ceco Rudolf von Sowa a proposito dei Rom della Boemia – che coloro ai quali è stata concessa una piccola casa nel villaggio non vivono in quella casa ma quasi sempre in strada, dove si trovano anche i loro cavalli e carri” (Sowa, 1890, pag.139). e L’INGLESE Henry Crofton riferisce che i Gypsies del Lancashire e del Cheshire “nei mesi invernali, dalla fine di ottobre ai primi di aprile, svernano nelle città in case in brutte condizioni o lungo una via dove le case sono costruite solo su un lato e sul lato opposto piantano le tende e i carri” (Crofton, 1877, p.32).
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| Un gruppo di rom nimadi in riva a un fiume |
Il luogo fisico e simbolico della vita quotidiana del rom, sia che viva in una tenda, in una roulotte o in una casa, è costituito dallo spazio esterno dove generalmente arde un grande falò (2). Il fuoco o jag, che richiama etimologicamente e culturalmente il dio indiano Agni e il fuoco sacro o ignis dei latini custodito nel tempio di Vesta, è il nume tutelare della famiglia, del clan e dell’intera etnia rom. È una specie di “genius loci”, che fornisce energia per cuocere le vivande, tiene lontani gli spiriti dei morti, alimenta i canti e i racconti della tradizione e demarca il territorio rom oltre il quale vi è “il mondo buio e ostile” dei gagé.
Lo stile di vita nomade si ripercuote anche e soprattutto nell’alimentazione. Tutta la cucina rom, dall’attrezzatura culinaria alla capacità di sfruttare le risorse naturali alla semplicità e fantasiosità dei cibi, è plasmata da questo substrato culturale ancestrale.
La cucina tradizionale rom usa poche suppellettili per cucinare, retaggio di una vita nomade in cui il viaggio o drom (dal greco δρόμος ‘strada’) obbligava a portare un equipaggiamento ridotto all’indispensabile. I loro arnesi da cucina consistevano in pentole, pentoloni e padelle di diverse misure: una pentola di rame o piri (dal sanscrito pithari ‘pentola’) con o senza i manici, denominati kanda ( lett. ‘orecchie’); una casseruola di rame detta tigaja (dal rumeno tigaja); un grande pentolone di ghisa stagnato all’interno o kakavi (dal greco moderno κακκαβη ‘calderone’) con il coperchio o fedevo; un paiolo o kezano (dal romeno kazàn ‘paiolo’); una padella di ferro o tava ( forse dal sanscrito tap ‘bruciare’); qualche ciotola di rame o ciaro (dal sanscrito caru ‘vaso’); una bacinella per lavare le verdure e un secchio o paneskero (dal romani pani ‘acqua’) per attingere l’acqua.
Specialmente il grande calderone, la kakavi, con il quale si faceva da mangiare per un gran numero di persone, rivestiva un carattere sacrale. La grande pentola, attorno alla quale si riuniva la numerosa famiglia, nell’immaginario rom era carica di ancestrali simbolismi, dagli affetti familiari alla prosperità economica e alla fecondità riproduttiva (3). Lo studioso greco Alexandre Paspati nel suo lavoro sui Tchinghianés dell’impero ottomano pubblicato nel 1870 menziona una singolare festa detta kakkavà o festa delle caldaie, che veniva celebrata dai rom mussulmani della Tracia e della Rumelia. Il 23 aprile, giorni dedicato a San Giorgio, i Rom lasciavano i quartieri invernali e si davano appuntamento in un grande spiazzo erboso e qui davano una festa che durava tre giorni. Si uccideva un agnello e si imbandiva una tavola ricoperta di fiori e piena di vini.(Paspati, 1870, p.27) (4).
Nei tempi antichi si cucinava all’aperto sul fuoco a legna appoggiando le pentole sopra grosse pietre o appendendole a un ramo mediante una catena di ferro. Ma il modo più classico era il treppiede detto trinkašt (da trin ‘tre’ e kašt ‘legno’, letteralmente tre legni), costituito da tre bastoni incrociati tra loro alla sommità e legati con un anello o un filo di ferro, dal quale pendeva una catena alla quale si agganciava la pentola per far da mangiare. I Gypsies inglesi invece usavano un sostegno speciale, detto kettle prop, costituito da una lunga asta di ferro, opportunamente sagomata e munita di un gancio per le pentole, piantata nel terreno obliquamente e orientata verso il fuoco. Questa soluzione aveva il vantaggio che si potevano collocare intorno al fuoco più kettle prop, anche quattro o cinque, sui quali poter cuocere contemporaneamente più vivande. Un altro tipo di treppiede (una specie di fornello portatile), molto semplice e di facile collocazione era la pirostià (dal neogreco pirostià), un attrezzo di ferro costituito da un supporto circolare a cui erano saldati tre piedini, oppure si poteva utilizzare un lungo bastone disposto orizzontalmente al quale si appendevano una o più pentole.
Per arrostire le carni si usava lo spedo o busht. In genere è compito dell’uomo approntare certi animali, come il porcospino, il maiale o l’agnello e accudire alla carne allo spiedo. È curioso come una tribù di ursari della Bosnia impoegase un enorme orso per girare lo spiedo (Folestier, 1977, p.199). Modernamente è invalsa la tendenza di applicare per comodità un motorino elettrico alimentato da una batteria di una autovettura.
Durante gli spostamenti questa attrezzatura poteva essere trasportata sul dorso di un animale, ma all’occorrenza se ne poteva occupare un individuo della compagnia. Nella straordinaria incisione di Callot “Bohémiens in marcia” appare una figura divertente di un ragazzo che porta un’enorme pentola sulla schiena, un lungo girarrosto in mano e una pentola con tre piedi dalla forma panciuta sulla testa (un bronzino) mentre gli è accanto una bambina con in mano una grande padella rotonda.
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| Callot "Bohémiens in marcia", 1621 (part.) |
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| Arazzo di Tournai (fine sec. XV): "L'arrivo dei Bohémiens" (part.) |
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| Bronzino, simile alla pentola presente nelle due immagini precedenti. |
La legna per alimentare il fuoco veniva procurata direttamente sul luogo di sosta, nei campi, nei boschi e nelle siepi. Gruppi sedentari costruivano un focolare in argilla oppure avevavo un forno davanti alla capanna. Quando si cominciò a viaggiare con i carrozzoni ippotrainati, questi erano dotati di stufe in ferro o in ghisa. Molto spesso i rom costruivano loro stessi rudimentali stufe lavorando il ferro o assemblando vari pezzi di lamiera.
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| Tipi rudimentali di stufe |
I Rom non producono alimenti in proprio e perciò hanno imparato a ricavarli dal mondo circostante. A perenne contatto con l’ambiente naturale, si sono specializzati in una raffinata tecnica di “domesticazione” delle risorse della natura, sia del mondo vegetale che di quello animale. Hanno potuto nutrirsi grazie alla raccolta spontanea di erbe e frutti commestibili, funghi, radici, miele selvatico e alla cattura di animali selvatici come lepri, conigli, cinghiali, porcospini lumache. Nello stesso tempo hanno saputo sfruttare un’economia basata su quella che potremmo definire la “domesticazione” del gagiò, mediante servizi e forme di sfruttamento del contesto umano prossimo, in cui procacciarsi in vario modo i generi alimentari necessari.
Date queste premesse è chiaro come il rapporto dei Rom con il cibo sia sempre stato all’insegna della casualità e della variabilità. La disponibilità di cibo era strettamente legata alla situazione del momento, secondo la reperibilità dei prodotti, la generosità dei gagé, la capacità di chiedere, l’intraprendenza di approfittare di certe situazioni favorevoli, ma anche la chance o fortuna (baxt). Per lo spirito superstizioso dei Rom, se il giro andava a vuoto, la colpa era della sfortuna e, se la donna tornava a casa con la sacca semivuota, la colpa era di un uomo, un cane o un gatto che le avevano attraversato la strada (Petrović, 1940, p.35).
I Rom non usano, se non raramente, conservare gli alimenti. Specialmente una volta non c’era possibilità di conservare il cibo e le vivande, ma tutto doveva essere procurato, cucinato e consumato in giornata. In genere era ed è estranea l’idea di provvista, sia perché i Rom non hanno la preoccupazione del domani sia per ragioni legate alla qualità del cibo avanzato. I Rom polacchi, per esempi, ritenevano che “il cibo preparato bisogna consumarlo nello stesso giorno perché già il giorno dopo può essere dannoso ( Bartosz, 1978, p.6). E per i Manouches francesi “un cibo preparato per un pasto non è mai consumato per un altro” (Derlon, 1978, p. 90).
Il tedesco Grellmann riferisce che la carne avanzata era essicata al solo o affumicata col fumo del fuoco acceso davanti alle loro tende (Grellman, 1810, p.57). Era una tecnica antichissima già documentata in un dipinto di Jerom Bosch “Il carro del fieno”, dove è rappresentata la preparazione del pasto in un accampamento con uno spiedo al quale è appeso un pesce ad affumicare. Lo studioso francese Dollé riferisce che era un procedimento conosciuto anche dai Manouches francesi, ma osserva che era una tecnica poco usata poiché il rom non adopera che legna secca perché il fuoco deve essere vivo, caldo e luminoso e secondariamente non ha interesse ad attirare l’attenzione sulla sua presenza con colonne di fumo (Dollé, 1980, p.116). Per questo motivo, come è capitato spesso durante la seconda guerra mondiale, i Rom non si curavano di mangiare la carne cruda per non rischiare di essere scoperti.
Altri metodi di conservazione erano la salatura della cacciagione e del pesce; la stagionatura della carne; la salamoia, come per le verze cappuccio che entrano nella preparazione delle sarme, che oltre a dare un sapore aspro permetteva una lunga conservazione; le verdure sott’olio o sott’aceto e la conserva di confetture e marmellate.
L’alimentazione quotidiana era quindi irregolare e la mancanza o abbondanza determinava i loro criteri alimentari. C’erano giorni in cui il cibo era abbondante o appena sufficiente, altri in cui scarseggiava per tutti e si doveva tirare la cinghia. Specialmente d’inverno si era costretti a nutrirsi poveramente, a base di minestre di patate e fagioli, crauti,rape, qualche gallina e parti scadenti di maiale. In questa precarietà quotidiana, dove tutto doveva essere utilizzato al meglio e nulla doveva essere sprecato, il rom ha affinato le sue capacità di adattamento. Un gitano, raccontando allo scrittore Charles Duff le peripezie vissute durante la guerra civile spagnola, affermava con orgoglio: “Noi gitani possiamo vivere con molto poco ed io con il mio popolo ho imparato a utilizzare e ad arrangiarmi con ogni sorta di cose che tu non avresti mangiato” (Duff. 1940. p.17).
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| Jerome Bosch,"Il carro del fieno", (part.) |
Un ruolo determinante nella preparazione dei cibi era svolto dalla donna cuciniera, che doveva attingere a tutte le proprie doti di fantasia e improvvisazione per poter ricavare il massimo dalle materie prime a disposizione. Un proverbio kanjarja afferma che una cattiva cuoca, anche se dispone di molti ingredienti non riesce a sfamare una sola persona, mentre una buona cuoca con poche materie prime riesce a sfamarne molte. La cucina rom si adatta al momento e al luogo con una libertà e fantasia gastronomica oltre l’ortodossia: se manca un ingrediente (un aroma, una spezia) è giocoforza rimediare con un altro.
La preparazione del pasto spetta generalmente alla donna. Un detto dei Rom della Transilvania asserisce che “laci romni jaga, pira taj xabena” (una buona donna è fuoco, pentola e cibi). Talvolta i lavori più umili come cercare la legna da ardere, provvedere all’acqua, fare il caffè sono assegnati alla borí, la nuora (5).
Non c’era molto tempo da dedicare alla preparazione dei pasti, per questo la cucina doveva essere nello stesso tempo essenziale e sostanziosa. Doveva essere ricca li valori nutritivi ed energetici per la fatica del viaggio, l’esposizione ai cambiamenti di clima, il facile rischio di infezioni.
Tutto veniva cucinato in usa sola volta, tutti gli ingredienti, letteralmente parlando, “entravano nello stesso calderone”. Il pasto p.rincipale era preparato in una grande pentola e consisteva in una minestra o zuppa contenente qualunque tipo di carne e verdure disponibili. Era la logica del “piatto unico”, che si applicava anche nella preparazione di pizze che erano farcite di formaggio, carne e verdure, Assecondando la loro ancestrale dottrina gastronomica che vuole un piatto veloce, sostanzioso e completo, i Rom si sono subito impossessati dei nostri stufati e piatti unici, come il gulasch, la ciorba o la bagnacauda.
La cucina rom è semplice e poco raffinata, ma sempre saporosa e piccante. Una cucina per così dire “colorata” dove predomina il rosso del peperoncino, dei sughi e dei condimenti, degli intingoli piccanti e delle salse di pomodoro. Se il cibo non ha colore, il rom potrebbe rifiutarsi di mangiare, protestando che “quello sembra un cibo dei gagé”. Diciamo subito che le motivazioni di questo atteggiamento non sono di ordine estetico ma, come vedremo nel capitolo dedicato al cibo e alla salute, sono ben più profonde e investono il mondo culturale rom.
Il rapporto stretto tra cibo e vita nomade diventa pregnante se pensiamo che nelle precarie condizioni esistenziali in cui il cibo era questione di vita o di morte, un ruolo sociale fondamentale era svolto dal senso di solidarietà e di ospitalità. Innanzitutto la solidarietà. Un antico detto kalderash afferma che “Vortako si mursh te del xabén tuke kana trobúl tuke” (Amico è l’uomo che ti dà da mangiare quando ne hai bisogno). Un rom nel bisogno troverà sempre la solidarietà di un altro rom; per lui è sempre pronto un piatto che lo possa sfamare.
In secondo luogo i Rom hanno sviluppato un grande senso dell’ospitalità, un’ospitalità conviviale, tanto che è stata istituzionalizzata e codificata della paciv, le festa dell’ospitalità. Se un clan (vitsa), amico o forestiero, è di passaggio o viene in visita, bisogna intrattenerlo in maniera ospitale con un invito: “Venite, vi chiedo una paciv” (Aven, mangav tumenge paciv), e si organizza un pranzo speciale (Thillagen,1957, p.159). Dall’altra parte l’ospite è obbligato ad assaggiare qualcosa, anche semplicemente una tazza di caffè, se no potrebbe essere considerato “impuro” ((Ranger, 2001, p.132).
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| In qualunque momento della giornata c'è un piatto di sarme per l'ospite |
È tale il senso di dipendenza dal cibo che questo sentimento (forse l’unico motivo extraeconomico che avvicina il rom al gagio) si applica anche ai non-rom. Il rom è ritualmente distante dal suo avversario per antonomasia, il gagio, ma nel bisogno gli è solidale. Non vi è nulla, come il senso della fame, che rende il rom disponibile al gagio, più dei servigi, dei favori e degli aiuti dell’assistenza sociale. Per la loro legge e la loro coscienza è un crimine rifiutare il cibo a una persona affamata (6).
Il valore dell’ospitalità si è conservato anche in tempi di abbondanza. Essi condividono con l’ospite il pane, il vino, l’arrosto o il caffè, che non è soo un atto di cortesia ma di vera compartecipazione. Non si è mai sentito che un rom abbia rifiutato ospitalità o abbia lesinato in fatto di vettovaglie (7).
NOTE
(1) Traduzione del titolo in romanés, la lingua dei rom.
(2) Presso i Rom sedentari di Sulmona (provincia dell’Aquila) si osserva che “nelle loro case, le stufe vengono tenute con lo sportello aperto per vedere la fiamma . All’obiezione che in questo modo si consuma più legna una vecchia ha risposto: Io posso stare senza legna ma non senza fuoco” (Classe “V” B del liceo Ovidio di Sulmona, 1979, p.20).
(3) Nell’oniromanzia rom, la pentola di rame significa vita familiare serena, figli numerosi e buone novità da un parente (Buckland, 1998, p.77).
(4) Il poeta greco Costis Palamas rievoca così questa straordinaria festa primaverile: “ Ed ecco che nella prateria spaziosa, tuta verde, tutta fiorita, esulta e vocifera e delira la festa dei gitani, la festa della Kakavà di tre giorni. Una festa bizzarra e prodigiosa una volta l’anno, all’inizio del mese di maggio, nei fiori e nell’allegria di maggio” (Palamas, 1931, p. 110).
(5) Un canto dei Rom della Slovacchia dice: “Amari sal amari, amari terni bori, amareder aveha vedros pani aneha” (Sei nostra, giovane sposa, ma sarai ancora più nostra, quando ci porterai un secchio d’acqua) (Hübschmannova, 1980, p.8).
(6) Ne è una testimonianza un episodio accaduto ai soldati italiani combattenti in Serbia, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, furono fatti prigionieri dai tedeschi e internati nel lager di Bor, città della Serbia Centrale e costretti a lavorare nelle miniere circostanti. Dal campo di internamento al posto di lavoro in miniera dovevano attraversare il quartiere zingaro e i Rom al loro passaggio, indotti a compassione, si avvicinavano ai nostri soldati e offrivano loro del pane, pezzi di carne, patate cotte, nonostante i divieti e il rischio di rappresaglie (comunicazione orale di Pietro Motta di Verderio, in Brianza, sulla base dei racconti del padre Luigi, classe 1914).
(7) Un’antica tradizione vuole che i Rom siano stati condannati alla vita errante per non aver dato ospitalità a Maria e al Bambino Gesù durante la fuga in Egitto (Andrea da Ratisbona, Diarium sexennale (1422 – 1427) in Ofelius A. F., Rerum Boicarum Scriptores etc. Augusta 1723, Tomo I, p.21, riferisce che i Cingari giunti a ratisbona nel 1924 dicevano “se exulare in signum seu memoriam fugae Domini in Egyptum dum fugeret a facie Herodis, qui eum quarebet ad occidendum”). Da contraltare a questa diceria vi sono le “zingaresche”, composizioni poetiche popolari in voga nel XVII e XVIII secolo, che invece narrano la generosità della zingarella egiziana che ospita e rifocilla la Sacra Famiglia PINCHERLE, 1891, P. 45-47).
Siete stanchi li meschini
Credo, o poveri pellegrini,
da alloggiare voi cercate
voi, Signora, scavalcate.
Sono una donna Zingarella
Bench’io sia già poverella;
pure io t’offro casa mia
benché degna di te non sia.
Io c’ho qua una stallicella
buona per la somarella;
paglia e fieno ora vi metto
v’è per tutti lo ricetto.
BIBLIOGRAFIA RELATIVA AL CAPITOLO " Il cibo e la vita nomade"
Dollé M.P., Les Tsiganes Manouches, Sand
Duff Ch, 1940, Spanish gypsies: a record journey, JGLS, 3s., volXIX n 1-2
Grellmann H. M. G.. 1810, Histoire de Bohémiens, Parigi
Hübschmannova M., 1980 a, Roman gila, Lacio Drom n. 3-4; 1980 b , Roman gila, Lacio Drom n.6
Paspati A., 1870, Etudes sur le Tchinghianés ou the Bhoémiens de l’Empire ottoman, Costantinopoli
Palamas C., 1931, Les douze paroles du Tzigane. Traduit du néo-grec parEugène Clément, Parigi, Libraire Stock, Delamaine et Boutelleau
Petrović A., 1940, Contribution to the study of the Serbian Gypsies, JGLS, 3s., vol XIX n.1
Sowa R., 1890, Notes on the Gypsies of nort-western Bohemia, JGLS, 1 s, vol. II n.3
Tillhagen C. H., 1957a, Food and drink among the Swedish kalderaša Gypsies, JGLS vol XXXVI n 1-2; 1957b, Feasting and fasting, JGLS 3s, vol XXXVI n. 3-4
venerdì 12 luglio 2013
ANGELO ARLATI E IL POPOLO ROM: UN INCONTRO CHE DURA DA QUARANT'ANNI di Marco Bartesaghi
Angelo Arlati, classe 1948, è un pensionato, ex insegnante di materie letterarie alla scuola media; è nato a Bellusco, vive a Cornate d'Adda; è sposato e ha due figlie.
Quarant''anni fa, anno più anno meno, ha svolto la sua tesi di laurea su un argomento allora, e forse anche oggi, insolito: il romanés, la lingua dei rom o, se preferite, degli zingari.
Così ha avuto inizio, e da allora non si è più interrotto, il suo rapporto con questo popolo e la sua cultura.
| Angelo Arlati, quarto da destra, tra i Lovara |
Nel 2005 ha pubblicato un libretto sulla persecuzione nazista dei rom, intitolato "Porrajmós e samuradipen. L'olocausto del popolo zingaro"(1). Più recentemente su la "Rivista Anarchica" è apparso un suo ampio saggio intitolato "La lingua dei Rom"(2) Un altro articolo, "La più antica rappresentazione iconografica degli zingari", è stato invece pubblicato dalla rivista "Rom, Sinto" (3)
Parlare con lui di questo argomento è un'avventura: sai quando cominci ma riguardo alla fine ...
Per la prima domanda, propedeutica, utile a chiarire l'uso di alcuni termini, abbiamo chiacchierato per più di mezz'ora: preparatevi, si parte.
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| Fotografia di Jurij Razza* |
Marco (M) - Una premessa: zingari, nomadi, rom, sinti. Come usare questi termini? Tu ad esempio, se non vado errando, usi il la parola"zingaro" senza farti troppi problemi, ( mi riferisco all'articolo "La più antica rappresentazione iconografica degli zingari") mentre di solito si cerca di evitarlo in quanto sarebbe sgradito al popolo in questione.
Angelo (A) - È una domanda pertinente e di grande attualità. Io non mi faccio troppi problemi. Anzi, non è vero, anch'io me li faccio: non scrivo, a vanvera; non uso zingari, o rom così come mi capita.
Il criterio fondamentale è la chiarezza e il contesto del discorso.
M - Un esempio?
A - Ad esempio, nell'articolo a cui fai riferimento, visto che sono i "nostri" pittori che dipingono, non sono rom, essi offriranno un'immagine generica dello zingaro, non del rom o del sinto. Anche i titoli, originali o attribuiti, dei loro quadri - "La Zingarella" di Boccaccio Boccaccino; "La buona ventura della zingara" di Caravaggio e così via - non si possono cambiare. Se il nostro pittore lì guardava come zingari, io non posso inventarmi adesso che sono rom.
Quindi usare "zingari" fuori luogo è sbagliato; quando c'è la possibilità di usare la parola rom, ben venga. Ma perché sostituire necessariamente la parola "zingari"?
M - Forse perché è offensiva?
A - Certo, è ritenuta offensiva, specialmente dagli "zingari" stessi, ma non è assolutamente vero che sia offensiva. È un etnonimo, come le parole rom e sinto, cioè un nome che designa l'appartenenza a un popolo. Solo che rom e sinto sono nomi che la popolazione dà a se stessa; "zingaro" è un nome che viene applicato da altri. Se chiedi a uno zingaro: "tu chi sei?" lui risponde, giustamente: "io sono un rom" oppure: "io sono un sinto" e non: "sono uno zingaro": è corretto privilegiare nell'uso le prime due, ma non è necessario, ripeto, abbandonare del tutto l'altra, solo perché è un nome applicato da altri, un eteronimo. Apache, sioux, cheyenne, eccetera: sono nomi attribuiti alle tribù degli indiani d'America dagli inglesi o da altre tribù, sono eteronomi: nessuno grida allo scandalo quando vengono usati.
M - E quindi le tribù indiane avranno avuto, prima della "conquista", un loro nome?
A - Sì, un autonimo, un nome dato da sé stessi, che in genere corrisponde a "uomo", "vero uomo", "popolo": è un classico delle popolazioni di natura il definirsi "uomini". È così anche per quelli che "noi" chiamiamo eschimesi (cioè: mangiatori di carne cruda) che autonomamente si chiamano "inuit", che nella loro lingua vuol dire uomini. E lo stesso vale per la parola rom
M - Quindi la parola rom vuol dire uomo?
A - Rom è il nome di tutto il popolo, ma è anche il nome comune di ogni singolo uomo maschio. Anche "marito" è rom, mentre "moglie" è romni.
Ma rom è l'uomo zingaro. Tu ed io non siamo rom, siamo manush, un termine indiano che significa uomo. Loro distinguono l'uomo zingaro che è rom, dall' uomo comune che è manush. O anche gagio, un termine più spregiativo.
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| Fotografia di Jurij Razza |
M - Manush è una parola indiana, e rom?
A - È difficile risalire al significato della parola rom, ci sono diverse teorie che io accetto in parte, poi personalmente ognuno ha il diritto di dire anche la propria, no? Praticamente è sicuro che rom derivi dalla parola indiana dom: che significa "uomini"(4)
In medio oriente ci sono popolazioni che si chiamano dom che vuol dire uomo: i dom della Siria, i dom della palestina .Sono di origine e anche di lingua zingaresca, quindi imparentati con i rom.
La lingua dei nostri zingari europei che si sono diretti in Grecia e nei paesi balcanici ha visto l'iniziale D di molte parole trasformarsi in R.
Frank Miklosich, uno dei più grandi glottologi e orientalisti, vissuto nell'Ottocento, ha studiato questo cambiamento fonetico che ha riguardato decine di parole indiane, non solo la parola Rom. Ad esempio il cucchiaio in indiano è doi e gli zingari dicono roi.
M - L'origine indiana di queste parole testimonia dell'origine indiana del popolo degli zingari?
A - Su questo sarei prudente, metterei un po' di puntini sulle i. Piuttosto che di "origine indiana", per essere più scientifici, sarebbe meglio parlare di "provenienza ultima indiana". Un esempio, per chiarire: i rom romeni che arrivano in Italia da sette, otto, dieci anni, non sono di origine romena, sono di provenienza romena; i rom greci sono cittadini della Grecia, ma non di origine greca, ...
M -Quindi non è sicuro neanche che l'India sia il luogo d'origine ...
A - Io ci tengo a sottolineare questo tema: gli studi sono andati sempre più indietro nel tempo e nello spazio e alcune realtà sono ormai assodate: i rom sono giunti nei Balcani provenendo dall'area greco turca, avendo percorso il medio oriente e la Persia, perché nel Romanés, la loro lingua, ci sono molti prestiti e molti fenomeni fonetici e linguistici persiani, oltre naturalmente a uno zoccolo, una base che è indiana. Nel romanés tutti i termini che riguardano la famiglia sono ancora termini indiani. Quindi è chiaro che hanno un fondo indiano. Poi sull'origine ...
M - Come si deve usare invece la parola Sinto?
A - Sinto è una differenziazione che si è sviluppata nel tempo. Ma prima sono tutti rom: anche il sinto prima di tutto è rom.
M - Ah, questo non lo sapevo. L'insieme è Rom; Sinto è un sottoinsieme?
A - Sì alcuni rom sono solo rom.
M - Ma in che cosa si differenziano?
A - Dall'area geografica di insediamento. I rom -rom o Rom propriamente detti sono quelli che abitano nei paesi balcanici, in Romania, Bulgaria, Turchia, in Russia e nell'Italia meridionale
M - E i Sinti?
A - I Sinti sono quelli dell' Italia centro settentrionale, della Francia, della Repubblica Ceca, della Slovacchia, della Germania e su, su fino alla Svezia.
M - È tutto?
A - No, in Spagna ci sono i calè, o meglio i rom - calè, ossia i 'rom neri', e in Inghilterra i romanicel, ossia i 'f'igli Rom'.
M - In nord Africa ci sono rom?
A - Dalla Francia e dalla Spagna molti zingari sono emigrati nel nord Africa.
Direttamente invece sono i Dom, di cui abbiamo già parlato prima. Sono mussulmani, provengono dal Medio Oriente, e sono lì anche loro da mille anni. Al tempo della conquista araba, avendo un territorio unico, potevano girare come volevano, non c'erano le frontiere e quindi i Dom sono presenti su un territorio che si estende dall'Afganistan fino al Pakistan e all'Egitto.
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| Fotografia di Jurij Razza |
A - Riassumendo, dobbiamo dire che la cosa principale è che i termini vanno mantenuti tutti e usati nel contesto giusto. Essi ci aiutano a capire la storia di questo popolo, che nei secoli si è diversificata ed è diventata più complessa.
Ma ciò non toglie che sempre di un unico popolo si tratti. Se si vuole riorganizzare questo mondo, modernizzarlo, integrarlo, bisogna partire dal riconoscimento della sua globalità di popolo. Sono convinto che si danneggi la popolazione zingara continuando ad insistere sulle differenze. Bisogna unire. Bisogna far leva su forze centripete, non centrifughe. Io vado un po' controcorrente, ma perché mi sembra di avere le idee chiare.
La prima cosa che uno zingaro fa quando ne trova un altro è chiedergli da dove viene:
"Tu chi sei?"
"Un rom Romeno? E tu?"
" Anch'io, e sono un kalderash e sono stato anche in Russia, che è piena di kalderash"
"La tua famiglia allora lavorava il ferro"
" Io invece sono un sono lovari, i miei antenati allevavano i cavalli"
"Allora vieni dal'Ungheria"
Le famiglie dei questi nostri tre amici immaginari hanno una storia comune: tutte e tre sono state liberate dalla schiavitù in Romania. Una si è poi trasferita in Ungheria e l'altra in Russia. Lo so che conoscere queste cose è utilissimo, ma il rom è soprattutto un rom prima di essere qualcosa d'altro.
M - Perché la parola rom, anch'essa legata a un sottogruppo del popolo complessivo, è stata assunta come nome dell'intero popolo?
A - E' il nome che si sono dati dalla notte dei tempi. I rom sono la fetta più grossa, rappresentano i tre quarti della torta: due milioni e mezzo in Romania, un milione in Bulgaria; 700 mila in Ungheria ecc.
Io sono il primo a riconoscere che i Sinti hanno una grande importanza storica e culturale, ma numericamente se arrivano a 500 mila è tanto.
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| Fotografia di Jurij Razza |
M - Un modo sicuro per essere impopolari in Italia, e probabilmente non solo in Italia, è quello di occuparsi degli zingari, di apparire come loro amico. Ti sarai certo chiesto perché: che risposta ti sei dato?
A - Non c'è categoria, non c'è individuo che non nutra una idiosincrasia, un' ostilità innata verso di loro È una cosa atavica che tutti, anch'io, abbiamo sperimentato fin da giovani.
Questo sentimento, assurdamente, si trasferisce anche su coloro che gli sono vicini: occuparsi di rom è letale, l'ho provato sulla mia pelle.
Anche tra amici, finché se ne parla così nessun problema, ma quando si comincia a dire "ma tu ti occupi di zingari?" allora gli atteggiamenti cambiano. E in famiglia lo stesso: "ma cun toeut quel che se poeu fâ, cu i anzian, i malà, i drugà, propri cun chi le gheret de metess?". Drogati, i carcerati: ci sono tante categorie bisognose che hanno un immagine in sé peggiore degli zingari, eppure solo questi suscitano questa automatica repulsione, che, come dicevi, si riflette anche su coloro che se ne occupano.
Ma che senso ha prendersela anche con questi ultimi? Che ci sia almeno una separazione!
M - Tu, comunque, hai deciso di occupartene e, se si può dire, di essere loro amico. Quando è successo e perché?
A - Ho deciso di occuparmene una quarantina d'anni fa; sono diventato amico di tanti con cui sono entrato in contatto e sono ammiratore della loro cultura. Di qualcuno posso dire di non essere amico, perché non hanno seguito le regole dell'amicizia, che, ovviamente, non è cieca. Però di tutto il popolo sì, sono un ammiratore.
M - Come è successo?
A - Non è stata un'iniziativa a carattere sociale o di volontariato: è stato un motivo culturale. Facevo l'università, ero all'ultimo anno e avevo scelto la tesi in letteratura latina, in cui mi ero specializzato, quando un compagno di studi un po' particolare, perché aveva una ventina d'anni più di me ed era alla terza laurea (la prima in ingegneria, era un dirigente della Dalmine), mi ha fatto un ragionamento:
"Come può uno studioso come te di 21, 22 anni, fare una tesi su Plauto o Cicerone? Non può far altro che scopiazzare di qua e di là!"
Lui, siamo nel 1971, stava facendo una tesi sociologica intitolata: "La percezione che gli italiani hanno degli zingari", basata su un questionario a livello nazionale, con domande tipo "Da dove arrivano? Di che religione sono? Fanno riti tribali? Fanno magie? Ecc.."
M - E così ti ha proposto di fare una tesi sulla cultura degli zingari?
A - Sì. Sapeva che nei miei studi mi ero dedicato anche al sanscrito e quindi ...
M - Ti ha convinto ...
A - Esatto. Non c'era niente in Italia a quel tempo sull'argomento. Mi sono detto: "Beh, male che vada passa, perché qualsiasi cazzata scrivo ... " tanto è vero che il professor Bolognesi, emerito professore di glottologia che andava a convegni in Russia , in America, nel 72 quando mi sono laureato ha detto: "oh che bello, sa che mai avevo sentito ... è l'unico ... uno dei pochi"
M - Come andò a finire?
A - Quando l'ho sostenuta ho detto quattro cose (che adesso non sottoscriverei tutte), mi hanno detto bravo, bravo, bravo e mi hanno dato 109, perché avevo esami un po' bassi.
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A - Era sui dialetti zingari: avevo visto un po' di testi che già c'erano, alcuni vocabolari e fatto due indagini personali. Una a Cuneo, presso i Sinti, e l'altra a Milano, presso gli Harvati (5). Chiedendo: "Come dici padre? madre?" Ho composto un piccolo vocabolario, una mini grammatica.
Il mio primo maestro di lingua zingara è stato Giuseppe Levackovitc detto Tzigari o Zigari, rom harvato, dell'Istria, venuto in Italia dopo la seconda guerra, a Milano, in uno dei primi campi che il comune aveva messo a disposizione. Me lo aveva presentato il mio compagno di studi. Andavo da lui all'osteria o nella sua roulotte e gli chiedevo come si dice questo e quest'altro. Poi confrontavo le sue risposte con quelle che ottenevo in Piemonte. Con questo lavoro piano, piano sono entrato nella loro mentalità, nella loro cultura.
M - Siete diventati amici?
A - Andavo nel loro carrozzone a mangiare, a bere, a bere il caffè eccetera. Nel 1977 Tzigari è stato invitato al mio matrimonio. Gli altri invitati si chiedevano: "Chi l'è? L' è 'n zingher?". E già, c'era uno zingaro tra gli invitati e tutti citu musca. Cosa vuoi dire allo sposo? Anzi qualche parente, alla fine, gli ha dovuto dare un passaggio: sono belle rivincite, no?
M - Era una persona anziana?
A - Già allora aveva sui 70 anni. Quando è morto ne aveva circa 90.
M - Tutto questo succedeva 40 anni fa?
A - Sì, dal '72, ho quarant'anni di servizio in questo campo e da allora, con alti e bassi me ne sono sempre occupato, privilegiando l'aspetto della conoscenza. È ovvio, che avendo a che fare con i rom non puoi dissociare del tutto l'aspetto culturale dall'aspetto utilitaristico perché volente o nolente chi avvicina gli zingari deve mettere nel conto di essere usato.
M - Usato in che termini?
A - Per i loro bisogni materiali, il riso, la pasta, i documenti, la burocrazia. Ma anche per i soldi: se ne hanno bisogno perché che ne so, gli tagliano la luce, te li chiedono.: Insomma, bisogna mettere in conto, che c'è anche questo aspetto.
A volte non è una richiesta diretta di denaro. Ti propongono una vendita. Uno dei primi anni, mi ricordo, sono arrivato a casa con una batteria di pentole.
Comunque l'aspetto assistenzialistico non deve assolutamente prevalere. Lo dico, se può servire a qualcosa, con la mia esperienza di quarant'anni di frequentazione. Non deve prevalere perché c'è già. Vai a offrire i tuoi servizi a chi ti succhia il sangue?
"Li conosco, vado e li aiuto" oppure; "Io sono qua, se hai bisogno...": sono due atteggiamenti letali, da evitare soprattutto per un concetto di dignità e di rispetto.
Ti racconto un episodio.
Un tizio, gagio, grande esperto, amante dei nomadi, visita una famiglia di rom Harvati. Entra in casa: " oh buongiorno ciao, ciao, ciao: che bello, finalmente trovo dei rom puliti". "Perché i rom devono essere sporchi? Tu allora ti aspetti che i rom siano sporchi, che siano ladri dicendo così".
Non bisogna assolutamente accostarsi agli zingari con l'atteggiamento di beneficenza, di volontariato e così via.
M - Sei critico anche nei confronti delle associazioni che si occupano di zingari?
A - Critico? Lo posso dire e sfido chiunque venga in un dibattito pubblico a negarlo: la prima cosa per far andare bene il popolo rom in Italia è chiudere, sopprimere tutte le strutture che si occupano di loro, che sono una quarantina in Italia ...dei mangia, mangia... Prima cosa. Non si risolvono i problemi se prima non si sopprimono tutte queste sanguisughe, queste associazioni parassitarie che vivono sugli zingari, definiti parassiti. Bello! Sugli zingari, definiti parassiti, ci vivono i parassiti.
Tutte associazioni che fanno progetti di avviamento al lavoro, utilizzando fondi europei e italiani, che poi finiscono in niente. Un sacco di soldi. Si fa il corso di cucito per le donne, che sono pagate per partecipare. Finito il corso, finito tutto. Si fa il corso per incrementare il ballo e la musica degli zingari; partecipano in sette o otto, finito il corso se non vengono chiamati a suonare ..... Si fa un corso per l'avviamento di cooperative di zingari per il verde: finito il corso la serra è andata in malora, troppa fatica e poi chi va a vendere? Ce ne sarebbero di cose da dire, ma è meglio lasciar perdere.
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M - C'è qualcuno che si salva, o no?
A - L'unica che capisco è l'associazione NAGA, un'associazione di medici ( naga è il nome di un serpente indiano). Sono medici volontari che, con un ambulanza, girano nei campi. E' una realtà solo italiana, perché all'estero i rom hanno case, hanno l'assistenza medica eccetera. In Italia vanno, vengono sono qui sono là. L'intervento del Naga è importante soprattutto a livello infantile, più che per l'adulto che, bene o male, s'arrangia. Anche perché gli zingari non si curano. Hanno male agli occhi? Ai denti? Allo stomaco? Passerà! Ma è un dovere seguire le donne, i bambini, fare le vaccinazioni, le visite e siccome non li raggiungiamo tutti perché non tutti si rivolgono alla struttura sanitaria ben venga questa istituzione, che da almeno 30 anni gira nei campi con i furgoni e i medici volontari. Questa non è più beneficenza, è un servizio sociosanitario.
M - E l'Opera Nomadi?
A - Opera Nomadi è stata fondata nel 1965 da don Bruno Nicolini, santo prete e brava persona, morto qualche mese fa, e da Mirella Karpati, studiosa di pedagogia di Padova.
Questa associazione, agli inizi, ha fatto un ottimo lavoro perché ha risvegliato l'attenzione verso gli zingari e ha fondato una rivista Lacio Drom, che vuol dire "buon viaggio". Soprattutto, però, ha firmato due convenzioni con il Ministero della Pubblica Istruzione per inserire i bambini a scuola. Con la prima, verso la fine degli anni sessanta, furono create: delle classi speciali. Praticamente vicino a quelle ordinarie c'erano classi composte solo da zingari, da 5 a 10 alunni: purtroppo allora non si sapeva fare di meglio. C'era una graduatoria speciale per insegnanti delle classi Lacio Drom. Chi voleva si iscriveva a questa e, in base ai requisiti, veniva chiamato per insegnare nelle classi di zingari. L'altra convenzione, firmata nel 1982, superava le classi speciali e prevedeva l'inserimento degli alunni rom nelle classi ordinarie.
Anche a Milano l'Opera ha fatto tantissimo: sulla scuola, sul trasporto; sui campi, ha insistito col comune per portare almeno acqua, luce gas. Il mio amico Zigari è stato un beneficiato dell'ON, perché ha avuto un suo appezzamento, ha mandato i nipoti a scuola. Il lavoro pionieristico è stato importante, poi ...
M - Poi?
A - Poi il tempo è passato e ora credo che gli zingari non siano più un popolo da assistere, ma che anche loro debbano essere oggetto della legislazione generale, come tutti. Se c'è da andare a scuola vanno a scuola, io sono ferreo su queste cose: se tu vivi qui e non mandi i bambini a scuola ti denuncio e te li tolgo, come succede a tutte le famiglie che non mandano i bambini a scuola. Non paghi la luce? Eh caro mio io, te la taglio: "Ma io non ho i soldi" .Va lavora o vai ai servizi sociali, vai in comune. Lo zingaro va trattato innanzitutto come essere umano come tutti, salvo l'applicazione di tutte quelle norme e di tutti quei benefici che situazioni di disagio ammettono Invece di dare i soldi a te che sei dell'associazione io uso i soldi per gli zingari direttamente e favorire l'autopromozione.
M - E' l'intermediazione che non approvi?
A - Ecco sì, l'intermediazione: non c'è bisogno di intermediazione, se hanno bisogno di qualcosa si rivolgano a chi di dovere, come gli altri cittadini. E' chiaro che, dato l'alto livello di analfabetismo e di scarsa conoscenza burocratica, vanno aiutati, ma solo, diciamo così, come tutoraggio.
Ma, a parte l'Opera Nomadi che comunque la sua parte l'ha fatta e l'ha fatta bene, poi sono arrivati gli altri, i furboni. Si mettono insieme in cinque, nominano un presidente, scelgono un nome - "drom (strada) qualcosa" - ed ecco l'associazione. Ne esistono una quarantina e più in Italia.
M - Che vantaggi hanno?
A - Di avere i contributi. Adesso magari no, ma un tempo, quando i comuni erano di manica larga, le associazioni presentavano progetti e prendevano un contributo.
Poi lo so anch'io che ci sono problemi che il singolo non può risolvere da solo ma deve agire in forma associata, come ad esempio per modificare o aggiornare la legislazione.
Oggi ad esempio c'è il grosso problema dei rom apolidi, provocato dalle guerre dell'ex Jugoslavia: sono ragazzi di dieci, anche vent'anni, figli, nati in Italia, di famiglie fuggite dalla guerra. Non hanno documenti e non sono registrati né da una parte né dall'altra. Un problema.
M - Qual è stata la scoperta più inaspettata che hai fatto frequentando questo mondo ?
A - L'umanità Tutto quello che si diceva di loro non era vero. La mia grande scoperta, fondamentale, è che è gente semplice, naturale senza secondi fini (a parte quelli che vogliono fregarti, ma quella è un'altra cosa), gente che ti parla davanti.
Io quando vedo in tv quelli che partecipano ai giochi, sono subito sospettoso: sono spiritosi, ma solo per farsi vedere. Per esempio con Jerry Scotti, una sera c'era una copia per cui ho provato istintivamente simpatia: lui un bel ragazzo, avrà avuto 30 anni, fine; lei una bella ragazza, alta: erano giostrai. Erano semplici, naturali. Guarda, senza saperlo.
M - Ma i giostrai sono tutti zingari ?
A - I veri giostrai, antichi, sì. Anche le famiglie dei circhi:Moira Orfei, ad esempio, ha sempre dichiarato le sue origini zingare, anche i Zavatta, i Buglione. Altri invece non lo dicono.
Oggi ci sono anche giostrai non zingari: questi li accusano di avergli rubato la piazza, li chiamano "i dritti". Se chiedi a un giostraio: "sei un dritto?", quello si offende: perché se è uno zingaro dice "quelli lì? ammazzali tutti!" Se invece è un dritto ti dice: "Sì perché, cosa vuoi? Te sei uno zingaro?"
In Umbria ho conosciuto zingari che hanno smesso di lavorare con la giostra perché non ce la facevano più e sono diventati rottamatori, raccolgono il ferro. Tanti adesso lo fanno
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| Fotografia di Jurij Razza |
M - Parlami del tuo rapporto con loro
A - Ho un buon rapporto perché è un rapporto di parità Anche quelli che vedo raramente, quando li vedo mi guardano con occhio benevolo, con occhio giusto: non il gagio che gli serve, il gagio dilo, che vuol dire il gagio stupido, che li insegue e che crede di sapere tutto e invece si fa sfruttare. Io sicuramente sono un gagio, non un rom e già questo crea una barriera: non sei un rom e quindi sei già diverso, automaticamente inferiore. Ma poi sei il più privilegiato dei gage perché li tratti da pari a pari: "Avete bisogno? io sono qua, ma non credete che sia lo straccio eh". Allora ti rispettano.
Ho aiutato uno che era in carcere mandandogli lettere. Adesso, dopo sette anni, è uscito e mi ringrazia e mi dice che senza le mie lettere sarebbe stata molto più dura. Gli scrivevo e gli chiedevo di rispondermi in romanés, per farmi imparare. Gli ho mandato il libro sull'olocausto del suo popolo, lui lo ha fatto vedere al direttore del carcere. Per lui sono diventato un "phral", un fratello, mai come un vero zingaro ma comunque un fratello
Lui è uno molto ricco e intelligentissimo, un big nella sua comunità. Nei matrimoni e nelle feste quando arriva tutti si alzano in piedi, la banda si ferma e poi riparte in suo onore. Fra loro non esiste il capo che comanda, ma il capo di prestigio sì.
Una volta ho partecipato a una "pomana", cioè a un banchetto funebre. Quando lui è arrivato, io ero già seduto, è venuto a stringermi la mano. Sai cosa vuol dire per gli altri? "Ti ho visto con ..." e per loro sei qualcuno.
M - Due mondi, il "nostro" e il "loro" che non si piacciono, che non riescono a parlarsi: cosa sbagliamo "noi"? Cosa sbagliano "loro"?
A - Sono due mondi diversi. Non è questione di chi ha torto e di chi ha ragione o di chi sbaglia. Sono due mondi fatti così. Il "nostro" è quello maggioritario e vuole che lo si accetti così com'è .
M - Chi non si adegua è fuori?
A - Esatto e loro sono un altro mondo, che non si è adeguato. Tutti ammirano la tenacia con cui ha saputo rimanere se stesso, nonostante le persecuzioni, il nazismo, il pericolo di distruzione e nonostante le nostre lusinghe, perché la casa, il lavoro, la tranquillità sono delle lusinghe che possono essere anche alla loro portata. Tutto questo lo hanno rifiutato perché i benefici economici e della nostra civiltà sono visti in un'altra ottica. Per noi è una conquista avere una casa, un lavoro, un conto in banca ecc. Per loro sono cose che oggi ci sono e domani no. Con queste premesse non lo so come si possa fare ad integrarli
M - Ma l'integrazione è comunque un obiettivo?
A - Sì, non si può rinunciare a priori a questo obiettivo, ma con la consapevolezza che i due mondi viaggiano in modo parallelo. Poi ogni tanto c'è qualcuno che passa di qua, però non è un interculturalità, un'emancipazione
M - E' una scelta individuale
A - Una scelta famigliare, individuale di tanti che rinunciano, si nascondono. Conosco tantissimi che non si ritengono più zingari. Dicono "I Zingher?" .So di tante famiglie. Ma chi vuole vivere ancora in questa tradizione, deve continuare con questa mentalità. Chi non vuole, deve fare il passo e venire di qua, non si può vivere in due mondi.
La loro è una società sovra famigliare, una società di clan la quale vive non parallelamente ma dentro la nostra società. Gli Yankee e gli Indiani d'America sono società diverse, che vivono parallelamente : Gli indiani hanno difeso il loro territorio, gli altri glielo hanno preso e li hanno messi in riserve punto e basta.
No gli zingari partono già dicendo "io sono diverso, ma sono dentro di te". E come fai a liberarti di uno che è dentro di te? "O diventi come me o stai fuori di me". E se stai dentro accetti l'emancipazione, che significa che ti vengono riconosciuti tutti i diritti previsti dalla Costituzione, dalle leggi e dalle normative. Ovviamente però ti toccano anche tutti i doveri connessi. La legge dice che i bambini devono andare a scuola? Tu li devi mandare a scuola . Pochissimi rom romeni, che sono la maggioranza, manda i bambini a scuola.
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M - In Romania?
A - No, qui in Italia. In Romania, sia sotto Ceausescu che dopo, andavano a scuola. Infatti i genitori vengono che sanno leggere e scrivere. Ma, una volta qui, non mandano i figli, "Perché farli studiare? tanto guadagnano, chi se ne frega ..."
M - E quindi la legge deve intervenire
A - Certo, deve intervenire, in questo caso con decisione; in altri con discrezione. Bisogna stare attenti a non applicarla in modo ingiusto
Un esempio: se vediamo un bambino che corre scalzo nel campo, per noi, essendo scalzo, è anche malnutrito e incustodito. Arrivano i Servizi Sociali e lo tolgono ai genitori. Un momento, non è lì che si vede l'affetto o l'attenzione dei genitori. Ci sono anche delle abitudini e delle tradizionali che non corrispondono alle nostre, dove basta soffiare addosso a un bambino per incappare in qualche violazione della di privacy, o in un atto di violenza.
Sono altre le cose gravi a cui fare attenzione: la sudditanza della donna, la violenza nei suoi confronti, l'ubriachezza, ...
M - Sugli zingari hai scritto diverse cose. Alcune le ho citate all'inizio di questa intervista e due brani sono pubblicati dopo. A parte l'interesse specifico per gli argomenti, una sera mi ha parlato dell'importanza che potrebbe rappresentare l'approccio culturale ai fini della convivenza con i rom: me ne puoi riparlare?
A - Sì, questo secondo me è un punto fondamentale. L'approccio culturale può aiutarci ad abbattere il muro di incomunicabilità che ci separa
Questo tema si presenta sotto due aspetti.
Il primo è, diciamo così, quello "culturale intrinseco", cioè la conoscenza sic et simpliciter della loro cultura, delle loro tradizioni, della loro lingua, della loro società, e anche della loro religione, se c'è.
Ma questo basta per avvicinarci? No.
Allora è necessario anche l'altro aspetto, quello di conoscere cosa loro ci hanno dato dal punto di vista culturale ed è indubbio che noi siamo debitori verso gli zingari per molte cose e che la nostra cultura è imbevuta della loro: nel divertimento (i lunapark), nello spettacolo (il circo), nella conoscenza dei cavalli, nel commercio ambulante. C'è chi dice che si debba a loro l'importazione delle armi da fuoco in occidente.
Cosa sarebbe l'arte se togliessimo agli artisti il personaggio dello zingaro o della zingara?. e Verdi cosa sarebbe senza il Trovatore, o la sua Traviata senza "il coro delle zingarelle"?. Anche Hugo a Cervantes resterebbero mutilati.
La maschera dello zingaro e della zingara è da sempre presente nei nostri carnevali, e in molte rappresentazioni della Passione di Cristo nel meridione d'Italia la zingara è il personaggio che predice il futuro.
L'eterno cammino degli zingari sarebbe dovuto a una maledizione ricevuta per non aver dato alloggio sotto le proprie tende alla Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto.
C'è tutto un mondo letterario artistico, musicale, di divertimento che fa riferimento agli zingari, un mondo sterminato, che, se si vuole si può ignorare, ma se lo conosciamo dobbiamo dire: ah, tanto di cappello. Allora io dico, guardiamo lo zingaro anche in questo modo. Non sempre è lo straccione, l'analfabeta.
M - Non guardiamo solo quello che chiede ma anche quello che ha dato ...
A - Quando mi chiamano a parlare, parlo soprattutto di quello che ci hanno dato, e non se rubano o se mangiano con le mani....banalità!
M - Quali sono i tratti culturali in comune di un popolo così variegato, che non ha un proprio stato, che vive disperso su tanti territori e aderisce a diverse fedi religiose? La lingua, ad esempio, è unica o ce ne sono tante?
A - Anche qui ci sono le solite e tante leggende metropolitane, se vogliamo dire le cose come stanno. Intanto non è vero che i rom non abbiano uno stato, a parte gli apolidi, gli altri hanno tutti una nazionalità: i sinti italiani e i rom abruzzesi sono di nazionalità italiana, i rom che emigrano in Italia dalla Romania, ad esempio, sono romeni ...
M - Però il "popolo dei rom" non ha un suo stato ...
A - Sì, non ha uno stato che lo rappresenti. I rom sono una minoranza dispersa, che assume la nazionalità dello stato dove vive. Ciò significa che geopoliticamente non sono un unico corpo. Per questo motivo è stata negata la loro cultura e non sono stati riconosciuti in Italia come minoranza linguistica..
Un'altra leggenda metropolitana è che sono così diversi fra loro che non comunicano. Una zingara mi disse che il popolo rom è come una mano che ha cinque dita, ma la mano è unica: anche il popolo dei rom è un unico popolo.
Piasere, un grande antropologo degli zingari, di loro ha detto che sono "Un mondo di mondi".
Le sfaccettature sono innegabili ma, come ho detto all'inizio, insistere a guardare il fatto che fra loro sono diversi non serve. Per esempio non c'è niente di più diverso del gitano spagnolo e del rom romeno, ma, alla fin fine, sono molto più simili fra loro che il rom rumeno con il suo vicino di casa.
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| Fotografia di Jurij Razza |
M - E parlano la stessa lingua?
A - Avevano un'unica lingua, adesso hanno tanti dialetti ma con un fondo comune che gli permette di capirsi. Se un gruppo di italiani si spostasse in un'altra parte del mondo manterrebbe un po' della lingua italiana - il nome della famiglia, di Dio, della religione - e per il resto imparerebbe la lingua del paese ospitante. Il "pezzo" di italiano rimasto servirebbe al gruppo per capirsi con il resto degli italiani nel mondo.
M - Possiamo paragonare la varietà della lingua fra i rom con la varietà dei nostri dialetti?
A - Sì, ma c'è una considerazione importante da fare, che riguarda i rapporti numerici. Mi spiego: ci sono, supponiamo 100 dialetti zingari, ma di questi 99 sono parlati da due persone; l'altro è parlato da 10 milioni di persone. Nella realtà il rapporto fra sinti e rom (quelli che all'inizio per non confonderci abbiamo definito rom -rom) è 1 a 100: gli zingari hanno 100 dialetti ma la stragrande maggioranza ne parla uno o due.
M - La caduta dei regimi comunisti e, in seguito, le guerre della ex Jugoslavia hanno mutato, mi sembra, le caratteristiche della presenza degli zingari in Italia. Puoi, a grandi linee, farci capire cos' è successo?
A - L'immigrazione di questi ultimi anni - e parlo di immigrazione, non di "invasione"come dicono molti - è la terza grande immigrazione del popolo rom.
Molto brevemente . La prima è stata quella del 1400, e ha interessato tutta l'Europa: a Bologna si segnalano i primi zingari nel 1422, in Germania nel 1414.
Prima di allora gli zingari non si sapeva neanche chi fossero. I luoghi di provenienza erano i paesi Balcanici, la Romania e la Turchia.
Il fenomeno crea i disagi per le popolazioni, nascono i primi pregiudizi, e cominciano a essere emanate le prime leggi di oppressione. Ognuno aveva i suoi nomadi e cercava di cacciarli: a picchiare duro era la Francia? gli zingari si spostavano in Germania. Questa cominciava a reprimere? Si spostavano in Italia, e così via. Tra il 1400 e il 1800 l'Europa ha visto sempre una migrazione degli zingari al suo interno.
M - Questa è la prima migrazione?
A - Sì. Verso la metà dell'ottocento, quando si era creato un certo equilibrio all'interno dei vari stati, avviene la seconda migrazione.
M - Si sa quale sia stato il fatto storico scatenante?
A - Sì. Intorno al 1856 avviene la liberazione degli schiavi in Romania, e in tutta quell' area geografica: Valacchia, Transilvania, Bessarabia, Moldavia. Vale a dire il serbatoio dei rom, dove ne vivevano a centinaia di migliaia.
A Milano si hanno le prime avvisaglie di questo esodo negli anni sessanta: il giornale "La tribuna illustrata", mi sembra, nel 1868 pubblica un bel articolo con una fotografia di un attendamento di nomadi a Milano, a Porta Ticinese: "Zingari a Milano".
Un accampamento con grandi tende, carretti con cavalli. Erano zingari rumeni, transilvani alti con capelli lunghi e i costumi da zingari ungheresi: anelli, un cappellaccio e, soprattutto, un gilè con bottoni d'oro, tipo i giannizzeri, i cavalieri ungheresi.
Il cronista scriveva: "ah, questa razza così naturale, così fiera Begli esemplari umani eccetera ... "
Comunque questi nuovi arrivi creano un squilibrio nell'assetto che ormai si era creato fra i vari stati con i rom presenti fin dalla prima immigrazione. Se con questi ultimi ormai si cercava di convivere, i nuovi venivano invece respinti ( o è meglio dire che si tentava inutilmente di respingerli).
M - Possiamo quindi datare la seconda immigrazioni verso la metà dell'ottocento
A - Sì, il suo inizio, perché proseguirà anche nei decenni successivi, con una forte accentuazione alla fine del secolo e allo scoppio della prima guerra mondiale.
Dobbiamo poi fare un salto fino agli anni sessanta, settanta del ventesimo secolo. Gli anni in cui nasce Opera Nomadi che riesce ottenere quelle cose di cui abbiamo parlato prima (scuola, campi eccetera)
M - Terza migrazione ...
A - Esatto, a questo punto arriva la terza migrazione che scombussola ancora una volta l'equilibrio in atto.
Siamo alla fine degli anni sessanta. I primi ad arrivare sono bosniaci musulmani
M - Perché alla fine degli anni sessanta?
A - Perché cominciava il progresso qui da noi e, di là i primi che hanno capito han mangiato la foglia e sono venuti in Italia: gli Alilovich e Metalovich.
Poi, con le guerre dei Balcani sono arrivati i kosovari e i macedoni e, dopo la caduta dei Ceausescu in Romania, sono apparsi i rom romeni.
M - Cosa ha significato tutto questo?
A - Che hanno squilibrato ancora una volta l'assetto che, bene o male, si stava creando. I numeri sono pochi però se negli anni sessanta si erano fatte politiche di integrazione scolastica, di campi nomadi ( "famigerati" fin che vuoi, ma quasi tutti i rom vivevano nei campi), di assistenza sanitaria, con i nuovi arrivi tutta la costruzione crolla. Cavolo, arrivano i bosniaci che gridano "Campo, campo, vogliamo campo! Lavoro vogliamo lavoro!" Finiti i bosniaci arrivano i kosovari , poi i romeni. E allora riunioni su riunioni, problemi su problemi. Capisci cosa è stato che ha fatto saltare le cervella agli amministratori? Che non hanno tutta colpa; non è che gli amministratori siano stati così boia. Io ho seguito la situazione di Milano: sai quante riunioni? Quanto è stato fatto per il lavoro, per la scuola per i campi? Per portare l'acqua, la luce, fare i giardinetti, fare le pulizia, mettere su baracche?. Poi anche i "nostri" zingari aumentavano perché sono prolifici: facevi il campo per 100 persone e dopo diventano 250 e gli amministratori sono impazziti.
Questo è successo in questi anni.
M - Un'ultima domanda. A chi, come te in cerca di popolarità, volesse instaurare un contatto più diretto con gli zingari, cosa consiglieresti?
A - Nessuna velleità assistenziale, ma rapporto umano con l'intento di conoscere il loro modo di vita e la loro visione della vita. Gli zingari, i Rom non sono terra di missione.
* Le fotografie di Jurij Razza sono state scattate a Roma, al campo Casilino 700, nel 1999. Ringrazio Jurij per aver acconsentito alla pubblicazione. M. B.
NOTE
(1) Angelo Arlati, Porrajmós e samudaripen, Divoramento e Genocidio . L'olocausto del popolo zingaro, Comitato per il Sessantennale della liberazione dal nazifascismo, 2005, Cornate d'Adda
(2) Angelo Arlati, La lingua dei Rom, Rivista Anarchica, anno 42 n. 9, Dicembre2012/gennaio2013
(3) Angelo Arlati, La più antica rappresentazione iconografica degli zingari, Rom-Sinto, n.15, novembre 2012
(4) "Dom significa uomini e deriva dalla radice indoeuropea gdhom, da cui derivano il latino homo "uomo" e humus "terra", il greco ???? "terra", il sanscrito kshas "terra", l'irlandese duine "uomini", Angelo Arlati, la lingua dei rom, op. cit
(5) I rom Harvati sono giunti in Italia dalla Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. Erano circa 7000 persone (http://it.wikipedia.org/wiki/Zingari)
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giovedì 11 luglio 2013
QUALCHE CONSIGLIO PER CONOSCERE MEGLIO IL POPOLO ROM a cura di Angelo Arlati
COLOCCI A. , Gli Zingari. Storia di un popolo errante. Torino 1889
COZANNET F. Gli Zingari, miti e usanze religiose. Milano, Jaka Book 1975
FONSECA I. Seppellitemi in piedi. Sperling 1999
LIEGEOIS J. P. Rom Sinti Kalé - Zingari e viaggianti in Europa. Strasburgo 1994
WIERNICKI K. Nomadi per forza. Rusconi 1997
LEWY G. La persecuzione nazista degli zingari. Einaudi 2000
PIASERE L. Popoli delle discariche. Roma CISU 1991
PIASERE L. Comunità girovaghe, comunità zingare. Liguori ed. 1995
PIASERE L. Un mondo di mondi. L'Ancora, Napoili 1999
SORAVIA G. Dialetti degli zingari italiani. Pisa, Pacini 1977
TONG D. (a cura di) Storie e fiabe degli zingari. Guanda 1989
VAUX DE FOLETIER F. (de) Mille anni di storia degli zingari. Milano, Jaka Book 1978
Sito internet: O Vurdon "il carrozzone"
LA LINGUA DEL VIAGGIO di Angelo Arlati
"La lingua del viaggio" è il primo capitolo del saggio di Angelo Arlati intitolato "La lingua dei Rom", pubblicato sul numero 376 della "Rivista Anarchica" (dicembre 2012/gennaio 2013, n.9. anno 42). Come leggere il resto? Forse scrivendo a: arivista@tin.it o telefonando al numero 02 2896627.
Negli anni settanta, a Lecco, compravo la rivista da Giovanni Sorrenti, attore, anarchico, simpaticissimo, che non girava mai senza qualche copia da diffondere. Marco Bartesaghi
LA LINGUA DEL VIAGGIO , Angelo Arlati
“I řomani čhib si jekh but purani, pattjivali, barvali taj zorali čhib. Odoleske, ma bistren la: kon bistrel la, bistrel pes”
"La lingua rom è una lingua molto antica, nobile, ricca e forte. Perciò, non dimenticatela: chi la dimentica dimentica se stesso"
Janardhan Pathania, indiano
Il romanés o romani čhib, la lingua dei Rom, è la lingua del viaggio, poiché è la lingua di un popolo nomade che, come vedremo, si è formato sulle strade dell'India prima, del Medio Oriente poi e infine dell'Europa e si modifica a ogni nuovo contatto con le varie realtà locali.
Per molto tempo si è ritenuto il romanés un linguaggio artefatto o, peggio, un gergo della malavita. Nel 1515 Aventino, un umanista e storico bavarese diceva che era una lingua venedesa o esclavona, ossia slava. Alla fine del XVII secolo Hans Christoph Wagenseil, professore di lingue orientali ad Altdorf, sosteneva che la loro lingua era un misto di tedesco e di ebraico, scambiando per gitano un lessico yiddish. Il celebre poeta francese Pierre de Ronsard nella sua opera "La Franciade" lo considerava alla stregua di un argot e Pechon de Ruby nel 1596 accomunava i Boesmiens e la loro lingua ai pitocchi e ai mendicanti. Nel 1608 il teologo fiammingo Martin Delrio lo considerava un linguaggio fittizio ad uso furbesco, chiamato ziriguenca o girigonza. In Spagna il linguaggio dei gitani, detto kalò, era considerato alla stregua di un gergo, tanto che diversi vocabolari spacciavano per voci gitane termini della Germania, il gergo furbesco spagnolo.
Fu nella seconda metà del secolo XVIII che si cominciò a capire che i Rom parlavano una vera e propria lingua. All'inizio fu l'intuizione di un ungherese, Stefano Valyi, studente di teologia all'università di Leida in Olanda, che discorrendo con alcuni giovani malabaresi suoi compagni di studi notò che molte parole della loro lingua avevano una straordinaria somiglianza con la lingua dei Rom del suo paese. La notizia - in effetti non si trattava di una scoperta scientifica ma di una curiosità - fu pubblicata sulla Gazzetta di Vienna nel novembre del 1763. Nel 1782 il tedesco Johann Carl Cristoph Rüdiger, professore all'università di Halle, pubblicò su una rivista scientifica un articolo "Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner aus Indien" ("Sulla lingua e le origini degli zingari dall'India"), nel quale dimostrò la parentela del romanés con i linguaggi dell'India. Ma il vero "scopritore" delle origini indiane del popolo rom fu il tedesco Heinrich Moritz Gottlieb Grellmann, che può essere considerato il padre della ziganologia o romologia, come si preferisce oggi. In un libro "Die Zigeuner. Ein Historischer Versuch über die Lebensart und Verfassung, Sitten und Schicksale dieses Volkes in Europa, nebst ihrem Ursprunge" ("Gli zingari. Un tentativo storico sul modo e concezione di vita, costume e sorte di questo popolo in Europa, come pure sulle sue origini"), pubblicato a Lipsia nel 1783, egli dimostrò una volta per tutte l'origine indiana dei Rom, unendo alle analisi linguistiche anche l'indagine storica e la descrizione dei loro costumi. Da allora i tedeschi si cimentarono nell'approfondimento grammaticale e lessicale del romanés e fu ancora uno di loro, un funzionario della pubblica istruzione della Turingia Alfred Graffunder a compilare nel 1835 la prima grammatica con la formulazione sistematica delle regole morfologiche e sintattiche in un interessante lavoro intitolato "Ueber die Sprache der Zigeuner: eine grammatiche Schizze" ("La lingua degli Zingari: uno schizzo grammaticale").
I Rom hanno sempre nutrito una grande diffidenza nei confronti dei gağe (i non Rom) per cui in passato hanno cercato di mantenere "segreto" il loro linguaggio. A metà ottocento l'inglese George Borrow, l'evangelizzatore dei gitani spagnoli e grande conoscitore della loro lingua, si sentì apostrofare da una vecchia gitana con queste parole: "Cattivo che vieni in mezzo a noi e ci rubi la nostra lingua!". Oggi le cose sono cambiate e si registra una generale apertura dei Rom. I Servika Roma della Slovacchia si compiacciono se un gagio parla con loro in romanés. I Sinti piemontesi, che stanno perdendo il loro dialetto, non solo si mostrano disposti alla collaborazione nella compilazione di grammatiche e vocabolari, ma esprimono la loro gratitudine per chi li aiuta a preservare una così preziosa tradizione. I Rom balcanici abituati a una ricca letteratura in lingua non si sono mai posti problemi. È vero, però, che permangono legittimi sospetti e cautele da parte di alcuni gruppi, a causa dell'atteggiamento persecutorio riservato loro in passato. I Sinti tedeschi non dimenticano che durante il nazismo Robert Ritter e Eva Justin cercarono di imparare il romanés per facilitare l'accesso alle loro comunità e mandarli nei campi di concentramento.
Ma a parte questi casi sporadici, il dispositivo linguistico relativo al romanés, sia quello filtrato e per così dire mediato dai gage che quello direttamente espresso dai Rom, è quantitativamente rilevante e cronologicamente di lunga data. Dalle prime sporadiche raccolte di voci romane del cinquecento, come il piccolo "vocabolario" di una settantina di parole messo insieme intorno al 1515 dal bavarese Johannes Grafing su un informatore incontrato a Vienna o il campionario di tredici frasi in romanés che il viaggiatore inglese André Borde ha inserito nel suo libro "Fyrste boke of thr introduction of knowledge" ("Primo libro di introduzione alla conoscenza") pubblicato a Londra nel 1542 o il vocabolario romani - latino di una settantina di termini raccolti dallo studioso francese Joseph Scaligero inserito in appendice al libro dell'umanista olandese Bonaventura Vulcanius "De Literis et lingua Getarum sive Gotorum ... quibus accesserunt, specimina variarum lingua rum" ("Lingua e letteratura dei Geti o goti ... con in appendice elementi di varie lingue"), pubblicato a Leyda nel 1597 o le fondamentali opere dei grandi linguisti dell'Ottocento e del primo Novecento, tra cui: "Romani Chib" (1821) del boemo Anton Puchmayer; "Die Zigeuner in Europa und Asien" ("Gli zingari in Europa e Asia") in due volumi del tedesco August Friedrich Pott (1844-1845); il "Vocabulario del dialetto gitano" (1844) di Enrique Trujilio; il dizionario del dialetto kalò (1841) di George Borrow; "Etudes sur lesTchinghianés ou les Bohémiens de l'Empire ottoman" (1870) del greco Alessandro Paspati; "Czigány nyelvtan. Románo csibákero sziklaribe" (Grammatica zingara) (1888) dell'arciduca d'Austria Josef Carl Ludwig, cugino dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria; gli studi del linguista austro-sloveno Franz Miklosic e le numerose opere del tran silvano HeinrichWlislocki, nonché lo straordinario lavoro "The dialect of the Gyspies of Wales" (1926) dell'inglese John Sampson.
In tempi recenti, specialmente a partire dagli anni '60 del Novecento, è andata maturando nei Rom una nuova coscienza nazionale alimentata dal bisogno di affermare la propria cultura e, di riflesso, la valorizzazione del proprio linguaggio. Ne è nata una straordinaria produzione di opere linguistiche, grammatiche, dizionari, prontuari di conversazione per iniziativa soprattutto di attivisti e intellettuali rom. Si può dire che ogni gruppo etno-linguistico (almeno un centinaio) ha la propria grammatica e il proprio vocabolario. A questi si aggiungono decine di opere didattiche in lingua romani, come libri scolastici, abbecedari, manuali di matematica, opuscoli illustrati di educazione civica e sanitaria. Un contributo fondamentale all'azione politico- rivendicativa dell'intellighenzia romaní è dato dai giornali e dalle riviste in romanés, importanti mezzi di diffusione ideologica e organi delle numerose associazioni attive soprattutto nell'Europa dell'Est. Prima della guerra, in Bosnia operavano una radio e una televisione che diffondevano i loro programmi in lingua romanés. Anche in Kosovo negli anni '90 vi erano un'emittente rom, Radio Pristina, e il periodico "Khamutne Dive" (Giorno di Sole). Nella ex-Jugoslavia la rivista mensile "Krlo e Romengo" (La voce dei Rom) di Belgrado; in Slovacchia la "Romani Pjatrin" (Foglia romani) e il bimestrale "Romipen" (Identità rom); in Ungheria le riviste "Phralipe" (Fratellanza) e "Amaro drom" (La nostra via); in Grecia la rivista "Phabaj lolí" (La mela rossa); nel Burgenland la rivista bilingue romanés- tedesco "Romani Patrin" (Foglia romani) e così via.
Dalla fine degli anni '60 si registra anche la nascita di una letteratura romaní, non tanto con scopi letterari quanto di affermazione personale all'interno della comunità rom e di coscienza e rivendicazione nazionale nei confronti dei gağe . Vi è una discreta produzione narrativa, una moda diffusa per le raccolte di paramiča, fiabe e racconti, sillogi varie in cui si combinano poesia, argomenti storici e sfoghi individuali, autobiografie roboanti e celebrative di sé e della propria parentela; ma dove l'animo rom si esprime con più libertà è la poesia (i poeti spuntano dovunque come funghi).
Se si può fare un appunto è che , salvo rarissime eccezioni, la produzione romaní è esclusivamente "endografica", ripiegata su se stessa, dove il soggetto privilegiato è la propria dimensione romaní declinata nelle varie sfumature romantiche, vittimistiche, orgogliose, evocative del passato ecc. Questo carattere "autoreferenziale" dell'attività linguistica romaní si palesa in una straordinaria opera di traduzione dei massimi capolavori della letteratura europea e mondiale nei vari dialetti rom, come l'epopea di Gilgamesh, l'Iliade, l'Odissea, le Fiabe di Esopo, parti della Divina Commedia di Dante, la Medea di Euripide, l'Amleto di Shakespeare, il Romancero gitano di Federico Garcia Lorca e naturalmente il poema indiano di Ramayana, oltre a opere di letteratura infantile, come "O tinko princo" (Il PiccoloPrincipe) di Saint-Exupery e molte altre. Come sembra ovvio, queste traduzioni sono un esercizio dimostrativo delle capacità espressive del romanés e un forte messaggio di orgolgio agli stessi compatrioti Rom.
Sullo stesso piano, anche se con una valenza aggiunta di apostolato religioso, si possono collocare le numerose traduzioni della Bibbia o di parti di essa a cui si sono dedicati studiosi rom e gage. Il primo esempio è il "Vangelo di Lucca", tradotto per la prima volta in un dialetto Sinto nel 1836 da C. Frenkel, seminarista tedesco di Friedrichslohra in Turingia, seguito l'anno successivo dal "Libro di san Luca" o "Embéo e Majaró Lucas", tradotto nel dialetto kalò da George Borrow, missionario della Società Biblica Britannica. Da allora si hanno decine e decine di passi della Bibbia nei vari dialetti rom fino alla traduzione integrale in dialetto kalderaš, Budapest 2008, alla quale si aggiunge la versione completa del Corano, Serajevo 2005.
Il romanés ha un'importanza fondamentale per ricostruire e comprendere la preistoria dei Rom e il loro itinerario dall'India all'Europa. Il russo Lev Tcherenkov chiama il romanés il filo di Arianna dei Rom perché è un segno lasciato nello spazio e nel tempo che mostra le tracce del loro cammino. Di più, il romanés è il gomitolo di Arianna, poiché ci permette di ricostruire l'essenza originaria della loro storia e cultura. Il romanés è la bibbia dei rom che come un libro scritto ci racconta le loro origini, le loro vicende, la loro organizzazione socio-economica, il loro credo religioso, la loro visione della vita. La lingua dei Rom parla, a patto però che si superi l'approccio tradizionale fondato sulla semplice analisi etimologico-comparativa (traendo facili conclusioni dalla presenza in sé sic et simpliciter di un termine indiano) e si sostituisca la visione indiano-centrica che ha caratterizzato finora la ziganologia (che fa "ruotare" i rom intorno all'India con continui improbabili paragoni con gli indiani) con la visione romano-centrica (mettendo al centro i Rom e facendo ruotare intorno a loro le analogie indiane, al pari di tutte le successive analogie sussidiarie e accidentali che sono venute dopo l'esodo in Medioriente e in Europa).
Il romanés, inoltre, rappresenta il fattore principale di unità e identità del popolo rom, strumento di coesione interna e mezzo di difesa contro il mondo ostile dei gağe: : "Maškar le gağende leski čhib si le Romeski zor", in mezzo ai gağe: la lingua è la forza dei Rom. Non per niente nel Settecento le politiche assimilatrici di Carlo III di Spagna e di Maria Teresa d'Austria vedevano nella proibizione della lingua uno strumento fondamentale nel programma del loro annientamento etnico.
I Rom hanno dato un contributo sostanziale alla civiltà europea: il flamenco, lo swing manouche di Django Reinhardt, le forme di spettacolo viaggiante come il circo e i luna park. Hanno influenzato la letteratura, il teatro, la musica e l'arte, hanno preservato usi e costumi, tradizioni e fiabe dei popoli europei che altrimenti sarebbero scomparsi. Ebbene anche sotto l'aspetto linguistico il romanés non poteva non esercitare un fascino nei codici comunicativi dei gage. Tutti i gerghi furbeschi europei, infatti hanno attinto alla lingua romaní. Sono termini relativi alle persone (ciai "ragazza", gagio "sempliciotto", pal "compagno"); ad animali familiari agli ambulanti (grai "cavallo", giukel "cane", kakagna "gallina", balo "maiale"); alla malavita e alle armi (ciori "ladro, stardú "prigione", ciurin "coltello", karamaska "pistola", sciatabà "fucile", saster "arnesi da scasso", cherdì "chiavi false"); agli affari (lovi "soldi", rupin "ricco"); ai generi alimentari (bani "acqua", marok "pane", ghiralí "cacio", masa "carne", moll "vino", zeru "olio"); ai numeri (punch "cinque", desh "dieci", sced "cento").
Inoltre in diverse regioni i Rom hanno per così dire "imposto" il loro linguaggio in alcuni gerghi di mestiere per la loro indiscussa specializzazione, in particolare la lavorazione dei metalli, l'allevamento dei cavalli e la musica. È il caso del gergo dei calderai della val Soana in Piemonte, di Parre nelle valli bergamasche e di Force nel Piceno; dei mercanti di cavalli nelle fiere in Abruzzo, e del gergo "aflamencado" costituito da parole ed espressioni prese dal kaló spagnolo.
È un peccato che questa lingua puraní e patjivalí nobile e antichissima, lingua indoeuropea tra le più antiche, lingua viva e dinamica parlata da oltre 15 milioni di individui nel mondo, da circa 12 milioni in Europa e da circa 200.000 in Italia non abbia un riconoscimento giuridico, culturale e morale. In Italia, nonostante l'esistenza di una legge che tutela le minoranze linguistiche (L. 482/1999), i Rom non sono riconosciuti come minoranza linguistica in quanto non posseggono un banale requisito: la territorialità, ossia la localizzazione in un dato territorio! Eppure i Rom l'hanno un territorio: il pianeta Terra.
La storia del romanés si può dividere in tre fasi: l'età antica, quando i Rom costituivano una sola popolazione e parlavano un unico linguaggio (dall'India all'impero bizantino); l'età moderna, quando in seguito alla diaspora balcanica si costituirono numerosissimi gruppi etnolinguistici con caratteristiche culturali e linguistiche diversificate; l'età contemporanea, quando i Rom consapevoli della loro unità etnica, culturale e linguistica hanno messo in atto un movimento di unificazione e standardizzazione del loro linguaggio.
Angelo Arlati
Negli anni settanta, a Lecco, compravo la rivista da Giovanni Sorrenti, attore, anarchico, simpaticissimo, che non girava mai senza qualche copia da diffondere. Marco Bartesaghi
LA LINGUA DEL VIAGGIO , Angelo Arlati
“I řomani čhib si jekh but purani, pattjivali, barvali taj zorali čhib. Odoleske, ma bistren la: kon bistrel la, bistrel pes”
"La lingua rom è una lingua molto antica, nobile, ricca e forte. Perciò, non dimenticatela: chi la dimentica dimentica se stesso"
Janardhan Pathania, indiano
Il romanés o romani čhib, la lingua dei Rom, è la lingua del viaggio, poiché è la lingua di un popolo nomade che, come vedremo, si è formato sulle strade dell'India prima, del Medio Oriente poi e infine dell'Europa e si modifica a ogni nuovo contatto con le varie realtà locali.
Per molto tempo si è ritenuto il romanés un linguaggio artefatto o, peggio, un gergo della malavita. Nel 1515 Aventino, un umanista e storico bavarese diceva che era una lingua venedesa o esclavona, ossia slava. Alla fine del XVII secolo Hans Christoph Wagenseil, professore di lingue orientali ad Altdorf, sosteneva che la loro lingua era un misto di tedesco e di ebraico, scambiando per gitano un lessico yiddish. Il celebre poeta francese Pierre de Ronsard nella sua opera "La Franciade" lo considerava alla stregua di un argot e Pechon de Ruby nel 1596 accomunava i Boesmiens e la loro lingua ai pitocchi e ai mendicanti. Nel 1608 il teologo fiammingo Martin Delrio lo considerava un linguaggio fittizio ad uso furbesco, chiamato ziriguenca o girigonza. In Spagna il linguaggio dei gitani, detto kalò, era considerato alla stregua di un gergo, tanto che diversi vocabolari spacciavano per voci gitane termini della Germania, il gergo furbesco spagnolo.
Fu nella seconda metà del secolo XVIII che si cominciò a capire che i Rom parlavano una vera e propria lingua. All'inizio fu l'intuizione di un ungherese, Stefano Valyi, studente di teologia all'università di Leida in Olanda, che discorrendo con alcuni giovani malabaresi suoi compagni di studi notò che molte parole della loro lingua avevano una straordinaria somiglianza con la lingua dei Rom del suo paese. La notizia - in effetti non si trattava di una scoperta scientifica ma di una curiosità - fu pubblicata sulla Gazzetta di Vienna nel novembre del 1763. Nel 1782 il tedesco Johann Carl Cristoph Rüdiger, professore all'università di Halle, pubblicò su una rivista scientifica un articolo "Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner aus Indien" ("Sulla lingua e le origini degli zingari dall'India"), nel quale dimostrò la parentela del romanés con i linguaggi dell'India. Ma il vero "scopritore" delle origini indiane del popolo rom fu il tedesco Heinrich Moritz Gottlieb Grellmann, che può essere considerato il padre della ziganologia o romologia, come si preferisce oggi. In un libro "Die Zigeuner. Ein Historischer Versuch über die Lebensart und Verfassung, Sitten und Schicksale dieses Volkes in Europa, nebst ihrem Ursprunge" ("Gli zingari. Un tentativo storico sul modo e concezione di vita, costume e sorte di questo popolo in Europa, come pure sulle sue origini"), pubblicato a Lipsia nel 1783, egli dimostrò una volta per tutte l'origine indiana dei Rom, unendo alle analisi linguistiche anche l'indagine storica e la descrizione dei loro costumi. Da allora i tedeschi si cimentarono nell'approfondimento grammaticale e lessicale del romanés e fu ancora uno di loro, un funzionario della pubblica istruzione della Turingia Alfred Graffunder a compilare nel 1835 la prima grammatica con la formulazione sistematica delle regole morfologiche e sintattiche in un interessante lavoro intitolato "Ueber die Sprache der Zigeuner: eine grammatiche Schizze" ("La lingua degli Zingari: uno schizzo grammaticale").
I Rom hanno sempre nutrito una grande diffidenza nei confronti dei gağe (i non Rom) per cui in passato hanno cercato di mantenere "segreto" il loro linguaggio. A metà ottocento l'inglese George Borrow, l'evangelizzatore dei gitani spagnoli e grande conoscitore della loro lingua, si sentì apostrofare da una vecchia gitana con queste parole: "Cattivo che vieni in mezzo a noi e ci rubi la nostra lingua!". Oggi le cose sono cambiate e si registra una generale apertura dei Rom. I Servika Roma della Slovacchia si compiacciono se un gagio parla con loro in romanés. I Sinti piemontesi, che stanno perdendo il loro dialetto, non solo si mostrano disposti alla collaborazione nella compilazione di grammatiche e vocabolari, ma esprimono la loro gratitudine per chi li aiuta a preservare una così preziosa tradizione. I Rom balcanici abituati a una ricca letteratura in lingua non si sono mai posti problemi. È vero, però, che permangono legittimi sospetti e cautele da parte di alcuni gruppi, a causa dell'atteggiamento persecutorio riservato loro in passato. I Sinti tedeschi non dimenticano che durante il nazismo Robert Ritter e Eva Justin cercarono di imparare il romanés per facilitare l'accesso alle loro comunità e mandarli nei campi di concentramento.
Ma a parte questi casi sporadici, il dispositivo linguistico relativo al romanés, sia quello filtrato e per così dire mediato dai gage che quello direttamente espresso dai Rom, è quantitativamente rilevante e cronologicamente di lunga data. Dalle prime sporadiche raccolte di voci romane del cinquecento, come il piccolo "vocabolario" di una settantina di parole messo insieme intorno al 1515 dal bavarese Johannes Grafing su un informatore incontrato a Vienna o il campionario di tredici frasi in romanés che il viaggiatore inglese André Borde ha inserito nel suo libro "Fyrste boke of thr introduction of knowledge" ("Primo libro di introduzione alla conoscenza") pubblicato a Londra nel 1542 o il vocabolario romani - latino di una settantina di termini raccolti dallo studioso francese Joseph Scaligero inserito in appendice al libro dell'umanista olandese Bonaventura Vulcanius "De Literis et lingua Getarum sive Gotorum ... quibus accesserunt, specimina variarum lingua rum" ("Lingua e letteratura dei Geti o goti ... con in appendice elementi di varie lingue"), pubblicato a Leyda nel 1597 o le fondamentali opere dei grandi linguisti dell'Ottocento e del primo Novecento, tra cui: "Romani Chib" (1821) del boemo Anton Puchmayer; "Die Zigeuner in Europa und Asien" ("Gli zingari in Europa e Asia") in due volumi del tedesco August Friedrich Pott (1844-1845); il "Vocabulario del dialetto gitano" (1844) di Enrique Trujilio; il dizionario del dialetto kalò (1841) di George Borrow; "Etudes sur lesTchinghianés ou les Bohémiens de l'Empire ottoman" (1870) del greco Alessandro Paspati; "Czigány nyelvtan. Románo csibákero sziklaribe" (Grammatica zingara) (1888) dell'arciduca d'Austria Josef Carl Ludwig, cugino dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria; gli studi del linguista austro-sloveno Franz Miklosic e le numerose opere del tran silvano HeinrichWlislocki, nonché lo straordinario lavoro "The dialect of the Gyspies of Wales" (1926) dell'inglese John Sampson.
In tempi recenti, specialmente a partire dagli anni '60 del Novecento, è andata maturando nei Rom una nuova coscienza nazionale alimentata dal bisogno di affermare la propria cultura e, di riflesso, la valorizzazione del proprio linguaggio. Ne è nata una straordinaria produzione di opere linguistiche, grammatiche, dizionari, prontuari di conversazione per iniziativa soprattutto di attivisti e intellettuali rom. Si può dire che ogni gruppo etno-linguistico (almeno un centinaio) ha la propria grammatica e il proprio vocabolario. A questi si aggiungono decine di opere didattiche in lingua romani, come libri scolastici, abbecedari, manuali di matematica, opuscoli illustrati di educazione civica e sanitaria. Un contributo fondamentale all'azione politico- rivendicativa dell'intellighenzia romaní è dato dai giornali e dalle riviste in romanés, importanti mezzi di diffusione ideologica e organi delle numerose associazioni attive soprattutto nell'Europa dell'Est. Prima della guerra, in Bosnia operavano una radio e una televisione che diffondevano i loro programmi in lingua romanés. Anche in Kosovo negli anni '90 vi erano un'emittente rom, Radio Pristina, e il periodico "Khamutne Dive" (Giorno di Sole). Nella ex-Jugoslavia la rivista mensile "Krlo e Romengo" (La voce dei Rom) di Belgrado; in Slovacchia la "Romani Pjatrin" (Foglia romani) e il bimestrale "Romipen" (Identità rom); in Ungheria le riviste "Phralipe" (Fratellanza) e "Amaro drom" (La nostra via); in Grecia la rivista "Phabaj lolí" (La mela rossa); nel Burgenland la rivista bilingue romanés- tedesco "Romani Patrin" (Foglia romani) e così via.
Dalla fine degli anni '60 si registra anche la nascita di una letteratura romaní, non tanto con scopi letterari quanto di affermazione personale all'interno della comunità rom e di coscienza e rivendicazione nazionale nei confronti dei gağe . Vi è una discreta produzione narrativa, una moda diffusa per le raccolte di paramiča, fiabe e racconti, sillogi varie in cui si combinano poesia, argomenti storici e sfoghi individuali, autobiografie roboanti e celebrative di sé e della propria parentela; ma dove l'animo rom si esprime con più libertà è la poesia (i poeti spuntano dovunque come funghi).
Se si può fare un appunto è che , salvo rarissime eccezioni, la produzione romaní è esclusivamente "endografica", ripiegata su se stessa, dove il soggetto privilegiato è la propria dimensione romaní declinata nelle varie sfumature romantiche, vittimistiche, orgogliose, evocative del passato ecc. Questo carattere "autoreferenziale" dell'attività linguistica romaní si palesa in una straordinaria opera di traduzione dei massimi capolavori della letteratura europea e mondiale nei vari dialetti rom, come l'epopea di Gilgamesh, l'Iliade, l'Odissea, le Fiabe di Esopo, parti della Divina Commedia di Dante, la Medea di Euripide, l'Amleto di Shakespeare, il Romancero gitano di Federico Garcia Lorca e naturalmente il poema indiano di Ramayana, oltre a opere di letteratura infantile, come "O tinko princo" (Il PiccoloPrincipe) di Saint-Exupery e molte altre. Come sembra ovvio, queste traduzioni sono un esercizio dimostrativo delle capacità espressive del romanés e un forte messaggio di orgolgio agli stessi compatrioti Rom.
Sullo stesso piano, anche se con una valenza aggiunta di apostolato religioso, si possono collocare le numerose traduzioni della Bibbia o di parti di essa a cui si sono dedicati studiosi rom e gage. Il primo esempio è il "Vangelo di Lucca", tradotto per la prima volta in un dialetto Sinto nel 1836 da C. Frenkel, seminarista tedesco di Friedrichslohra in Turingia, seguito l'anno successivo dal "Libro di san Luca" o "Embéo e Majaró Lucas", tradotto nel dialetto kalò da George Borrow, missionario della Società Biblica Britannica. Da allora si hanno decine e decine di passi della Bibbia nei vari dialetti rom fino alla traduzione integrale in dialetto kalderaš, Budapest 2008, alla quale si aggiunge la versione completa del Corano, Serajevo 2005.
Il romanés ha un'importanza fondamentale per ricostruire e comprendere la preistoria dei Rom e il loro itinerario dall'India all'Europa. Il russo Lev Tcherenkov chiama il romanés il filo di Arianna dei Rom perché è un segno lasciato nello spazio e nel tempo che mostra le tracce del loro cammino. Di più, il romanés è il gomitolo di Arianna, poiché ci permette di ricostruire l'essenza originaria della loro storia e cultura. Il romanés è la bibbia dei rom che come un libro scritto ci racconta le loro origini, le loro vicende, la loro organizzazione socio-economica, il loro credo religioso, la loro visione della vita. La lingua dei Rom parla, a patto però che si superi l'approccio tradizionale fondato sulla semplice analisi etimologico-comparativa (traendo facili conclusioni dalla presenza in sé sic et simpliciter di un termine indiano) e si sostituisca la visione indiano-centrica che ha caratterizzato finora la ziganologia (che fa "ruotare" i rom intorno all'India con continui improbabili paragoni con gli indiani) con la visione romano-centrica (mettendo al centro i Rom e facendo ruotare intorno a loro le analogie indiane, al pari di tutte le successive analogie sussidiarie e accidentali che sono venute dopo l'esodo in Medioriente e in Europa).
Il romanés, inoltre, rappresenta il fattore principale di unità e identità del popolo rom, strumento di coesione interna e mezzo di difesa contro il mondo ostile dei gağe: : "Maškar le gağende leski čhib si le Romeski zor", in mezzo ai gağe: la lingua è la forza dei Rom. Non per niente nel Settecento le politiche assimilatrici di Carlo III di Spagna e di Maria Teresa d'Austria vedevano nella proibizione della lingua uno strumento fondamentale nel programma del loro annientamento etnico.
I Rom hanno dato un contributo sostanziale alla civiltà europea: il flamenco, lo swing manouche di Django Reinhardt, le forme di spettacolo viaggiante come il circo e i luna park. Hanno influenzato la letteratura, il teatro, la musica e l'arte, hanno preservato usi e costumi, tradizioni e fiabe dei popoli europei che altrimenti sarebbero scomparsi. Ebbene anche sotto l'aspetto linguistico il romanés non poteva non esercitare un fascino nei codici comunicativi dei gage. Tutti i gerghi furbeschi europei, infatti hanno attinto alla lingua romaní. Sono termini relativi alle persone (ciai "ragazza", gagio "sempliciotto", pal "compagno"); ad animali familiari agli ambulanti (grai "cavallo", giukel "cane", kakagna "gallina", balo "maiale"); alla malavita e alle armi (ciori "ladro, stardú "prigione", ciurin "coltello", karamaska "pistola", sciatabà "fucile", saster "arnesi da scasso", cherdì "chiavi false"); agli affari (lovi "soldi", rupin "ricco"); ai generi alimentari (bani "acqua", marok "pane", ghiralí "cacio", masa "carne", moll "vino", zeru "olio"); ai numeri (punch "cinque", desh "dieci", sced "cento").
Inoltre in diverse regioni i Rom hanno per così dire "imposto" il loro linguaggio in alcuni gerghi di mestiere per la loro indiscussa specializzazione, in particolare la lavorazione dei metalli, l'allevamento dei cavalli e la musica. È il caso del gergo dei calderai della val Soana in Piemonte, di Parre nelle valli bergamasche e di Force nel Piceno; dei mercanti di cavalli nelle fiere in Abruzzo, e del gergo "aflamencado" costituito da parole ed espressioni prese dal kaló spagnolo.
È un peccato che questa lingua puraní e patjivalí nobile e antichissima, lingua indoeuropea tra le più antiche, lingua viva e dinamica parlata da oltre 15 milioni di individui nel mondo, da circa 12 milioni in Europa e da circa 200.000 in Italia non abbia un riconoscimento giuridico, culturale e morale. In Italia, nonostante l'esistenza di una legge che tutela le minoranze linguistiche (L. 482/1999), i Rom non sono riconosciuti come minoranza linguistica in quanto non posseggono un banale requisito: la territorialità, ossia la localizzazione in un dato territorio! Eppure i Rom l'hanno un territorio: il pianeta Terra.
La storia del romanés si può dividere in tre fasi: l'età antica, quando i Rom costituivano una sola popolazione e parlavano un unico linguaggio (dall'India all'impero bizantino); l'età moderna, quando in seguito alla diaspora balcanica si costituirono numerosissimi gruppi etnolinguistici con caratteristiche culturali e linguistiche diversificate; l'età contemporanea, quando i Rom consapevoli della loro unità etnica, culturale e linguistica hanno messo in atto un movimento di unificazione e standardizzazione del loro linguaggio.
Angelo Arlati
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