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martedì 24 dicembre 2024

UN AUGURIO AGLI "OGGIONI" SPARSI IN TUTTO IL MONDO di Giulio Oggioni

 


Giulio Oggioni con il suo
libro sulle famiglie Oggioni di Verderio
                                                                                                                                            

Nel 2015 mi è venuta l’ispirazione di scrivere un libro dal titolo “La dinastia degli Oggioni, storia di una grande famiglia di Verderio”. Avevo stampato circa 200 copie pensando che comunque sarebbero state troppe per il nostro piccolo paese e le famiglie interessate. Mi sbagliavo: nel giro di pochi mesi, fosse per il “passa parola” ho dovuto ristampare il libro ben tre volte.
Non so come ma “gli eredi Oggioni” spuntavano ovunque, non sono nei paesi vicini, pur con altri cognomi per via di matrimoni, ma che, secondo loro, avevano comunque origini Oggioni. Per me, è stata un’impresa ricostruire le loro richieste storiche.
Ma la cosa più sorprendente è che mi sono giunte richieste del libro anche dall’estero: Francia, Brasile, Canada e Stati Uniti. Complice Merateonline che, attraverso il loro blog, mi hanno potuto contattare. Come? Solo il buon Dio lo sa!

La storia nasce dal lontano 7 dicembre 1892, quando Gesuina Colombo e Graziano Oggioni e i loro sette figli piccoli di Verderio Superiore lasciano la Cortenuova in centro paese per salire su una nave diretta in Brasile e sbarcano il 13 gennaio 1893 nel porto di Espirito Santo in Brasile e si assestano in una “fazenda” di Alegre.
Gli Oggioni arrivarono a Verderio forse alla fine del 1700 e poi si divisero in ben otto rami, tra cui i “Pulét” con diverse famiglie tra cui un Graziano Oggioni. Là nacque un altro figlio e la famiglia, nel nuovo secolo, si ampliò e a loro volta, i figli adulti si trasferirono anche a Rio de Janeiro, Minas Gerais, San Paolo e altre città del sud Brasile. Attualmente sono centinaia di famiglie, pur con cognomi diversi per l’unione con gente brasiliana, ma orgogliose di appartenere originariamente agli Oggioni di Verderio Superiore.


 Mary degli USA, la seconda in alto da sinistra,
con la famiglia e il libro

Tre anni fa hanno iniziato i contatti con me e proprio in questi giorni, José Oggioni di Espirito Santo mi ha mandato un messaggio dicendo che ha organizzato un ritrovo di tutte le famiglie che hanno origini Oggioni e mi ha inviato alcune foto. Mi ha chiesto poi di mandare a tutti gli interessati di Verderio e altrove i loro auguri di Buon Natale e Felice 2025, nella speranza di incontraci… non si sa mai! A loro si unisce anche Mary che ha sposato un americano degli USA e ora vive nel Massachusset.

 José Oggioni, con il libro, al raduno


Quindi, da tutti i nativi Oggioni dell’Italia e del Mondo, attraverso Merateonline, attraverso queste foto, tantissimi auguri a tutti coloro che hanno radici Oggioni e sono sparsi in tutto il mondo.


Raduno "Oggioni" a Espirito Santo





 Giulio Oggioni



sabato 30 gennaio 2021

VERDERIO NELL'ARCHIVIO STORICO DE "LA STAMPA" di Marco Bartesaghi

Il 9 febbraio del 1867 nasce il quotidiano torinese “Gazzetta piemontese”, che mantiene questo nome fino al 1895, quando assume quello nuovo, ancor oggi in uso, de “La Stampa”.


Fino al 1908, però, i due nomi rimarranno affiancati.


Il 31 dicembre 1930 esce il primo numero di “La Stampa della Sera”, che in seguito diventerà “Stampa Sera”, edizione pomeridiana e del lunedì de “La Stampa”.

 

Dopo la Liberazione la pubblicazione de "La Stampa", come quella di altri quotidiani, venne sospesa su richiesta del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) per le connivenze con la Repubblica Sociale. Riprese la sua attività il 21 luglio 1945 con il nime di "La Nuova Stampa".


Dal 2010 tutto l'archivio del quotidiano, compresi gli anni della “Gazzetta piemontese” e le edizioni pomeridiane di “Stampa Sera”, è stato digitalizzato e può essere consultato gratuitamente all'indirizzo www.archiviolastampa.it   (1).
Io l'ho fatto, non recentemente, inserendo come parola chiave  “Verderio”. Quello che segue è il risultato di questa ricerca. Alcuni di questi articoli erano già stati pubblicati su questo blog. Ora ho cercato, quando sono riuscito, di corredare ogni articolo con qualche notizia in più, tratta da documenti di diverso tipo.

***

Il più antico articolo che ho trovato risale  al marzo del 1872. Lo presento insieme ad un altro uscito qualche mese dopo, in ottobre, perché riguardano lo stesso argomento, la fusione di Verderio Superiore e Verderio Inferiore in un unico comune:

ATTI UFFICIALI
La Gazzetta Ufficiale del 29 febbraio reca un regio decreto (n. 678) del 1° febbraio, con cui a partire  dal 1° aprile 1872, i comuni di Verderio superiore e Verderio inferiore sono soppressi e riuniti in un solo colla denominazione di Verderio Superiore, tenendo separate le rispettive rendite patrimoniali, le passività e le spese.
 

“Gazzetta Piemontese”, Torino, domenica 3 marzo 1872


ATTI UFFICIALI
La Gazzetta Ufficiale del 2 ottobre reca un regio decreto (n.1001) del 1° settembre, che autorizza il comune di Verderio Superiore, nella provincia di Como, ad assumere la denominazione di Verderio.

 “Gazzetta Piemontese”, Torino, Sabato 5 ottobre 1872

Una bella gaffe aver chiamato il comune unico con il nome di uno di quelli soppressi, Verderio Superiore. Chissà che polemiche e che malumori aveva scatenato, tanto che solo qualche mese dopo si decise di porre rimedio, chiamandolo Verderio.

***

FATTI DIVERSI
Notizie delle campagne – L'agenzia per gli agricoltori ci notifica un fatto che segnaliamo all'attenzione dei nostri benemeriti naturalisti.
In un fondo di Romello (di circa 70 pertiche) i gelsi non mettono foglia; le gemme sono fuori, ma non si aprono. Lo stesso si verifica in altre località, come, per esempio, in Terrazzano, provincia di Milano, e in Verderio, provincia di Como. È da notarsi che i terreni nei quali si verifica lo strano e deplorevole caso sono di non vecchio dissodamento.


Da “Gazzetta Piemontese”, 25 aprile 1872

Su questa notizia non sono riuscito a trovare alcuna ulteriore documentazione. Mi sono rivolto anche  al signor Flavio Crippa, esperto di produzione della seta e autore, molti anni fa, di un libricino sul museo della seta di Garlate, per chiedergli se ne sapesse qualcosa. Mi ha risposto di no, fornendomi però alcune informazioni sulle malattie dei gelsi nella seconda metà dell'ottocento, che mi sembrano molto interessanti. Ecco la sua risposta:

“La notizia di gelsi senza foglia a Verderio nel 1872 non l'ho mai sentita. Ma nella seconda metà dell'Ottocento a causa della forte diffusione e densità degli allevamenti di bachi da seta quindi di grandi quantità di piante di gelso bianco (Morus alba) molto produttivo di foglia, vi furono almeno due malattie responsabili di gravi danni che furono indagate e combattute soprattutto in Lombardia e nella Pianura Padana, zona di Milano. Sono:  
 

- La "Fersa" del Gelso bianco (Morus alba) che si manifesta con macchioline color ruggine
sulla superficie della foglia che via via aumentano fino a farla arricciare e morire.
La causa della "Fersa" è un fungo il "Mycosphaerella morifolia". Se non viene combattuto in certe stagioni in 10-20  giorni attacca tutte le foglie di un gelso bianco alto 2 - 4 metri.
Questo fungo attacca altrettanto bene anche il Gelso nero (Morus nigra) che però nel Nord  Italia dal Seicento  non è quasi più coltivato per i bachi.
Per combattere la Fersa nell' 800 si spruzzava tronco e foglie con la poltiglia bordolese, soluzione acquosa di rame solfato e calce (come per le viti), quattro o cinque volte l'anno.
Le foglie trattate non dovevano essere date ai bachi. Con un trattamente efficiente e ben fatto l'anno successivo il gelso dava foglia sana. Questa malattia, In tono minore, si può vedere ancora oggi sui gelsi.
 
-La "Cocciniglia bianca"  (Diaspis pentagona) è un insetto biancastro grande meno di un cm che in grandi quantità incrosta la corteccia e le parti legnose dei rami del gelso bianco (e altre piante), inietta liquidi nel ramo facendolo morire. A partire da metà Ottocento ha creato gravi problemi.
Viene combattuto spruzzando tutte le parti dove è presente con una soluzione acquosa di "polifosfuro di calce". Il contenimento maggiore fu ottenuto a fine Ottocento con l'introduzione il Italia dall'Oriente di un insetto antagonista, una sorta di vespa, che deponeva uova nel guscio della Cocciniglia.  Quest'ultimo metodo per il gelso fu molto efficace”

***

Vimercate, 17 – Da qualche tempo i terrazzani nel limite tra Vimercate, Trezzo, Tresciano e i due Verderio sono in allarme per l'apparizione in quei luoghi di una banda di ladri, e i loro timori sono giustificati dalle molte rapine verificatesi anche in questi ultimi quattro giorni.
A capo della masnada pare si trovi un tale da poco tempo evaso dalle nostre carceri.
Fra gli ultimi fatti citasi quello di due carrettieri di Verderio Inferiore, derubati pel valore di oltre 150 lire; due donne furono poi derubate, ed una di esse, inoltre, deturpata, versa in pericolo della vita, mentre l'altra ha quasi perso la ragione per lo spavento sofferto.
Un fattore di Aicurzio venne poi derubato di somma rilevante. L'ardire di questa banda di malfattori, che si tiene al sicuro della giustizia, non è poco, ed è provato dalla seguente impresa contro il curato di Verderio Superiore:
Nella scorsa domenica mentre il vice-curato faceva la spiegazione del Vangelo e i terrazzani stavano radunati nella chiesa, tre individui si portarono alla parrocchiale e con molte scuse poterono ottenere l'accesso nell'interno della casa. Presentatosi al curato lo richiesero di elemosina, ma mentre il prete metteva mano al portamonete e l'apriva, i malandrini, scortovi un biglietto di Banca di L. 100, l'agguantarono subito, obbligando il curato a ceder loro quella somma, e poi quatti quatti, lasciando il reverendo impaurito, se la svignarono.
L'autorità di pubblica sicurezza ha diramato ordini rigorosissimi per l'arresto di questi malviventi ed all'uopo venne spedito in Vimercate buon nerbo di bersaglieri e di carabinieri. (Lombardia).

Da  “Gazzetta Piemontese”, sabato 20 luglio 1872

Per attualizzare l'entità del danno subito dal parroco si deve sapere che 100 lire del 1872 corrispondono a un valore di circa 367 euro nel 2008 (la più recente tabella ISTAT che ho trovato).  Le 150 lire dei due carrettieri corrisponderebbero quindi a circa a 550 euro. Il sacerdote derubato era don Olimpio Tacconi, che fu parroco di Verderio Superiore dal 1843 al 1897.


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domenica 8 dicembre 2013

LA VITA CONTADINA, LE CORTI E LE CASCINE di Giulio Oggioni

Giulio Oggioni è nato a Verderio Superiore nel 1943. Su Verderio ha pubblicato già tre libri:
Quand sérum bagaj (Marna 2004);
 
La Salette. Storia di una cascina e della sua Madonna (Marna 2006);
 
1940-1945. Ricordi, immagini e testimonianze nel diario di cinque anni di guerra a Verderio (A. Scotti 2008).

Ha inoltre curato la pubblicazione dei volumi "VERDERIO, la storia attraverso le immagini e i personaggi", 1985 e "La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano. 1902 - 2002; un secolo di storia, arte e vita religiosa", 2002.

L'ultima sua fatica, "VERDERIO. La vita contadina, le corti e le cascine", ha avuto origine dalla
collaborazione con la Scuola Primaria Collodi di Verderio, in un'attività didattica che già aveva prodotto il fascicolo "Tra corti e cascine: tradizioni, usi, costumi, leggende e religione a Verderio", scritto dai bambini delle varie classi.
Il nuovo libro è il risultato dell'approfondimento di quei temi, e di una formidabile raccolta di fotografie, molte delle quali inedite.

La Premessa al testo(pag. 9) è stata scritta dall'autore, e qui, con il suo consenso, ve la presento.




VERDERIO. La vita contadina, le corti e le cascine. Premessa
di Giulio OGGIONI

La vita contadina, le corti e le cascine ...
Sembra il titolo di un film del grande regista Ermanno Olmi che, più di quarant'anni fa, attraverso il piccolo schermo, entrò nelle case degli italiani con "L'albero degli zoccoli". Fu un successo!
Anche Verderio ha la sua storia, come quella di Olmi, e io vorrei raccontarvela.
Vi chiederete: perché? Semplice. Il tempo passa così velocemente, le generazioni crescono e cambiano così in fretta, le abitudini mutano così rapidamente, che tra qualche anno rischiamo di dimenticare le nostre origini.
A Verderio, fino a metà del Novecento, quasi tutte le famiglie erano contadine e vivevano in trentadue corti e 27 cascine con il ricavato dei raccolti stagionali.
Con i ragazzi della Scuola Primaria Collodi e gli insegnanti abbiamo visitato diverse corti e cascine. Ai ragazzi ho ricordato la vita passata. 




Sono stati accolti anche nel Museo Contadino allestito dalla famiglia Verderio, nell'edificio dell'Aia.
Il mio e il loro lavoro completano una storia che rimarrà ai posteri
Ecco perché ho iniziato il mio dialogo con voi con "La vita contadina, le corti e le cascine". Questo è il titolo del nostro film, ma è anche una storia vera e fantastica: è la storia di Verderio di questi ultimi secoli. [...]
Sandro Pertini, l'ex Presidente della Repubblica Italiana (1978 - 1985) ai giovani diceva: "Non ha futuro quella Nazione che non ricorda il suo passato".
È vero! Coloro che vivranno il futuro di Verderio, con questo libro avranno la possibilità di conoscere anche il nostro passato.
Buona lettura!










mercoledì 31 luglio 2013

LA CASCINA "MANGINA" di Giulio Oggioni


Per completare le informazioni contenute nel testo di Marta Cattazzo, ho chiesto a Giulio Oggioni di scrivere quello che sa sulla piccola Cascina Mangina di Verderio Inferiore. Lo ringrazio. M.B.


LA CASCINA "MANGINA" di Giulio Oggioni

La piccola cascina “Mangina”, aveva altri due nomi: san Giorgio e“delle rose”. Si trova a Verderio Inferiore, alla fine di via IV Novembre.
 

La cascina Mangina


Non si conosce il primo proprietario. Si sa solo che la costruzione fu terminata nel 1923 e, come risulta dal rogito di Andrea Pirovano, il 23 dicembre 1926 fu venduta da un notaio a cinque famiglie: Pirovano, Stucchi, Mapelli, Frigerio e Sirtori.
Ogni famiglia aveva la cucina a pianterreno e le altre camere, al primo e al secondo piano, raggiungibili con  una scala in muratura posta sul lato sinistro della cascina e affacciavano ad un balcone con ringhiera in ferro.
Sul retro dell’edificio c'era un cascinotto che apparteneva alla famiglia Stucchi. Sul muro della cucina della famiglia Sirtori era dipinto un bellissimo angioletto.



Un'immagine della famiglia Pirovano
 

lunedì 7 gennaio 2013

LA "MAPPA" DEGLI OGGIONI A VERDERIO di Giulio Oggioni


Durante le feste di fine anno 2012, Marco Bartesaghi, nell'inviarmi gli auguri per il Nuovo Anno, mi ha chiesto un piccolo favore: fare una mappa degli Oggioni che, in passato, erano presenti nella nostra comunità. Esaudisco la sua richiesta con grande piacere.Giulio Oggioni

Nel mio libro, Quand sérum bagaj, che ha avuto un discreto successo, tanto da dover fare una seconda edizione (esaurita pure quella), avevo già accennato ai diversi cognomi e i loro soprannomi, con i quali era più facile l'identificazione.

Oggi, se apriamo la guida telefonica, scopriamo che a Verderio Superiore, tralasciando i nuovi arrivati che ormai hanno raddoppiato la popolazione, gli Oggioni sono ancora i più numerosi, seguiti dai Colombo, dai Villa, dai Sala, dai Motta, dai Brivio, dai Frigerio e via di seguito.
Ho fatto una breve ricerca molti anni fa per conoscere l'origine del cognome Oggioni e ho scoperto che lo storico Dante Olivieri, nel suo dizionario toponomastico lombardo, dice che il cognome deriva da Octorius, mentre il Merati, un altro studioso, asserisce che è ricollegabile al gallico dunno o duno che significa monte o castello.
Potrebbe quindi essere stato importato in Brianza con le invasioni dei popoli del nord molti secoli fa, magari quando fu fondata Uglona, l'attuale Oggiono, oppure Oggiona, nel varesotto. Qualche altro esperto mi ha suggerito di continuare la ricerca perché, secondo loro, il casato è di provenienza svizzera. Non ho tanta ambizione e mi fermo a parlare delle origini di quelle famiglie Oggioni che erano presenti a Verderio negli ultimi due secoli.

Con ogni probabilità, il primo antenato degli Oggioni risale a diversi secoli fa: nulla mi impedisce di pensare che tutti i ceppi ancora presenti fossero allora imparentati e che solo in seguito, con il passare degli anni, le divisioni, i cambi di residenza, la costituzione di nuove famiglie e altro, si è creato lo smembramento dell'unica primitiva dinastia.
Posso quindi parlare solo degli Oggioni, tra l'Ottocento e il Novecento, in pratica tutto quello che ho raccolto da testimonianze passate.

Gli Oggioni, a Verderio, si dividevano in otto ceppi, tre o quattro dei quali, pare, fossero, in questi ultimi due secoli, imparentati.
Un ceppo, al quale appartengo, abitava alla cascina La Salette, estremità ovest del paese, in località Sernovella. Un altro, risiedeva in via Fontanile, mentre il terzo attorno alla Chiesa Vecchia, prima e dopo la sconsacrazione della stessa, avvenuta nel 1902.
Altri tre ceppi risiedevano nella Corte Nuova, sulla centrale via sant'Ambrogio, uno alla cascina Alba, al confine con Cornate d'Adda e, infine, uno anche in via Campestre.

GLI OGGIONI DE "LA SALETTE"
Gli Oggioni della Salette si installarono all'inizio del 1856, quando il conte Luigi Confalonieri, che aveva appena ultimato la sua grande cascina, la cedette in affitto a quattro famiglie patriarcali: Oggioni, Colombo, Aldeghi e Frigerio. E' in questa cascina che, probabilmente, il patriarca Federico, Fredich, prese posto.



Cascina "La Salette"


Gli Oggioni erano i più numerosi e occupavano, entrando dal portone centrale, la parte destra, dal pianterreno fino alla cima della torre. I Colombo e gli Aldeghi, la parte centrale, mentre i Frigerio l'altra estremità di sinistra. Tra gli Oggioni e i Colombo avvennero anche dei matrimoni e pertanto i vincoli di parentela si estero anche con cognomi diversi.
All'inizio del Novecento, proprio per l'espansione delle famiglie e per necessità di spazio, una parte degli Oggioni fu costretta ad emigrare alla cascina Borgonovo, Burnoeuv, e, nel 1927, alla cascina san Giuseppe, Pulentel, polentina. Entrambe erano sul territorio di Verderio Inferiore ed appartenevano alla parrocchia. Un'altra famiglia emigrò, dopo la guerra, a Robbiate. Un'altra si trasferì in centro paese. Tutte le altre restarono alla Salette, costrette però, a seguito dei vari matrimoni dei figli, a dividere i grandi locali, ricavandone di più piccoli, oppure a vivere in più famiglie negli stessi locali.

Cascina Borgonovo (foto Luigi Oggioni)
Io ricordo ancora che mio nonno ereditò dalla famiglia patriarcale l'ampia cucina a pianterreno, che fu poi suddivisa con steccati di cartone, tenuti da listelli di legno, per ricavare una piccola cucina, una stanza comune e una piccola anticamera.
Questo tipo di sistemazione non era un'esclusiva degli Oggioni, ma avveniva in tutte le famiglie contadine di allora, costrette a trovare posto per i figli che decidevano di restare in famiglia.

"In questa vecchia foto scattata negli anni trenta, tutte le donne degli Oggioni con i bambini alla cascina La Salette
 
Con la scomparsa dei vecchi, l'arrivo dell'industrializzazione e lo sviluppo edilizio degli anni Settanta e Ottanta, molti componenti furono costretti a lasciare le vecchie abitazioni per trasferirsi altrove. Come del resto, hanno fatto tutte le altre famiglie di Verderio. Lo ricordo benissimo: si trasferivano verso le città metropolitane, vicine al posto di lavoro.

GLI OGGIONI DI VIA FONTANILE E DELLA "CHIESA VECCHIA"
Il secondo ceppo degli Oggioni risiedeva nella prima corte della via Fontanile, il cui ingresso era frontale alla piazza Roma. Entrambi i ceppi, quello de La Salette e di via Fontanile, erano chiamati di Fredich, con l'aggiunta de La Salette, per i primi, a ricordo appunto di Federico, il primo antenato.

A sinistra l'entrata della "Curt di Fredich, in via Fontanile


Il terzo ceppo, quello residente attorno alla Chiesa Vecchia, alla fine della via Principale, aveva anche un altro soprannome: Beloeusc, per via di una antenata, Anna Colombo, che aveva sposato un Oggioni e generato numerosa prole, che proveniva da Bellusco.

La corte abitata dagli Oggioni presso la "Chiesa Vecchia"


Questi soprannomi erano indispensabili per le famiglie contadine di allora perché, avendo in molti lo stesso nome, con il nomignolo ogni persona era più facilmente individuabile. Per esempio, quando si citava un certo Giuseppe, diventava più facile riconoscerlo se si aggiungeva, dei Beloeusc, di Fredich, de la Salette, e così via.

La capostipite degli Oggioni,Anna Colombo, dei Beloeusc con i suoi bambini
Una ventina di anni fa ho scoperto che questi tre ceppi erano sicuramente imparentati tra loro, quando, casualmente e di passaggio per imbarcarmi per la Sardegna, andai a trovare suor Valeriana Oggioni che, dopo tanti anni di lavoro in America, era ricoverata alla casa madre delle suore dell'Immacolata di Genova.
Quasi novantenne, ma ancora lucidissima, mi raccontò la storia del parentado, citando nonni, bisnonni e trisnonni comuni che erano coinvolti nei tre ceppi. La sua scomparsa avvenne poco dopo e ora ho il rammarico di non aver preso nota della sua ricostruzione e di aver dimenticato tutto.

GLI OGGIONI DELLA "CORTE NUOVA"
Altri tre ceppi Oggioni, come ho già detto, risiedevano nella Corte Nuova, nel centro paese, con l'ingresso sulla via sant'Ambrogio. Quello più numeroso abitava sul lato destro, mentre gli altri due, composti però da una sola famiglia, sul lato sinistro e avevano due soprannomi diversi: Muscarola e di Boeus, o anche Titina.

"Corte Nuova" in via Sant'Ambrogio
Quello più numeroso della corte, per distinguerlo dagli altri due, aveva un altro soprannome: Pulet. E' difficile risalire al significato di questo nome. Durante la dominazione napoleonica dell'Ottocento, molte parole francesi, diventarono anche espressioni dialettali e sono rimaste tuttora. Forse Pulet, derivava appunto dal francese poulet, che ha diversi significati: pollo, gallo di primo canto, tesoro, galante e anche poliziotto. Che sia stato usato per qualche antenato che aveva a che fare con questi significati? Nessuno lo ricorda più.

GLI OGGIONI DI CASCINA ALBA E DI VIA CAMPESTRE
Anche il ceppo Oggioni di cascina Alba aveva il soprannome "Fredich", anche se, questo è certo, non derivava dall'altro antenato già citato. Curiosamente, gli avevano affibbiato questo identico soprannome solo perché inizialmente, prima di trasferirsi alla cascina Alba, abitavano nei locali di quel patriarca di nome Federico di via Fontanile. Il ceppo della cascina Alba era però imparentato con i Pulet, della Corte Nuova. Prima della Seconda Guerra Mondiale, alcuni componenti abbandonarono il paese per trasferirsi a Verderio Inferiore e a Paderno Dugnano.

"Cascina Alba", sulla strada per Cornate
Rimane da citare l'ultimo ceppo, quello che abitava in via Campestre. Anche questo nucleo, per distinguerlo dagli altri, aveva un soprannome strano: Scroch, che significa furbo. Non è stato possibile conoscere il motivo di tale nomignolo però si sa che i componenti della famiglia di Fendin, dal capostipite Defendente, erano ottimi macellai, in particolare di maiali la cui uccisione avveniva nei primi due mesi dell'inverno.

Al centro della foto il portone d'entrata della "Curt di Scroch", in via Campestre


Ecco, vi ho parlato degli Oggioni e dei loro soprannomi: allora, ogni famiglia aveva il suo ed era conosciuta più per il nomignolo che per il cognome reale.
Ancora oggi, quando mi capita di parlare con qualche anziano concittadino abitante fuori paese (ne sono rimasti pochissimi) e ho l'impressione di non essere riconosciuto, mi presento come Giulio de Giusep de la Salette, di Fredich,e il volto del mio interlocutore si illumina all'improvviso!
Che nostalgia per quei tempi!
È tutto quello che so, spero di non aver dimenticato nulla. Sarei grato a chi avesse altri particolari da aggiungere.

Giulio Oggioni

lunedì 27 febbraio 2012

TRE CASCINE SCOMPARSE: FORNACETTA, SAN GIUSEPPE E BORGONOVO di Giulio Oggioni

Il testo che segue è un brano di un libro che Giulio Oggioni ha scritto  e sta cercando di pubblicare.  Riguarda tre cascine di Verderio Inferiore: due completamente cancellate  - la san Giuseppe e la Borgonovo - e l'ultima, la Fornacetta, ridotta ad un rudere. Ringrazio Giulio per avermi concesso di pubblicarlo sul blog e mi auguro di poter vedere presto il libro completo. M.B.

Tre cascine scomparse: Fornacetta, san Giuseppe e Borgonovo
Dopo la seconda metà del secolo scorso, tre cascine sono rimaste disabitate: la san Giuseppe, la Fornacetta e la Borgonovo. In balìa delle intemperie, sovrastate dalla crescita delle piante e dalle erbe selvatiche, i muri che sostenevano le grosse travi di sostegno iniziarono a sgretolarsi, fino al crollo definitivo.
Nella cascina san Giuseppe, più conosciuta come pulentel, così chiamata perché qualcuno amava la polentina, vivevano due ceppi di famiglie: i Villa e gli Oggioni. Dei primi non è rimasto nessun discendente in paese. Forse emigrarono altrove. Ci sono ancora, invece, alcuni componenti degli Oggioni, sparsi un poco ovunque, ma sempre presenti nei nostri due paesi. La loro è una storia di migratori. Infatti, inizialmente facevano parte del ceppo familiare che abitava alla cascina Salette, a Verderio Superiore. A seguito delle divisioni familiari, si trasferirono per un breve periodo alla Borgonovo e definitivamente, nel 1927, approdarono alla cascina san Giuseppe, appena fuori del centro abitato, in direzione Francolino.
Le famiglie contadine erano spesso costrette a cercare nuovi spazi liberi, a causa di divisioni familiari e di matrimoni interni con l'aumento della prole. I locali a disposizione non bastavano per tutti e quindi si coglieva l'occasione per occupare locali lasciati vuoti da altre famiglie che cambiavano residenza, per stabilirsi al loro posto, alla ricerca di una propria indipendenza e fortuna.

Componenti della famiglia Passoni, abitante della cascina Borgonuovo


Alla Borgonovo, burnoeuv in dialetto, abitavano le famiglie Passoni. In una di queste viveva la sorella di mia nonna Isolina, di nome Antonia, ma che tutti chiamavano per Tugnina. Non era una cascina come le altre, assomigliava di più ad una casa colonica, con stalle, fienili ed abitazioni in un solo corpo. La cascina si trovava all'estremo confine ovest del paese, attorniata da molta terra, con piante da frutta e vigneti di uva clinton, con la quale i contadini locali producevano un vino molto modesto, dal gusto acerbo, ma apprezzato perché non c'era altro. Lo chiamavano pincianell. Nelle vicinanze un grande bosco di robinie che, per l'inverno, garantiva abbondante legna ai camini e alle stufe.
Una piccola curiosità: proprio da bambino, al burnoeuv, la mia incoscienza mi portò alla prima ed unica sbornia, dopo aver bevuto un bicchiere di vino rosso. Non aveva molti gradi, ma non poteva certo essere tollerato facilmente da un ragazzo di dieci anni. La strada di ritorno fino alla cascina Salette, dove abitavo, circa cinquecento metri, la feci tutta a ruzzoloni.
Le cascine Borgonovo e san Giuseppe erano di proprietà della Curia milanese. Nei due secoli scorsi, come già per Verderio Superiore, anche a Inferiore, i lasciti dei benefattori venivano investiti nella costruzione di piccoli cascinali e nell'acquisizione di terreni. In questo modo si creava un tornaconto per le parrocchie, chiamate ad amministrare i beni e a riscuotere  gli affitti. Ancora oggi, la Curia è proprietaria di terreni nel nostro territorio, mentre altri appezzamenti sono stati venduti recentemente per costruire abitazioni. In cambio, il donatore usufruiva di sante Messe perpetue per tutta la vita della parrocchia.

In questa e nelle fotografie che seguono, che risalgono al febbraio 2010, la cascina Fornacetta

La cascina Fornacetta, Furnaseta, ha una storia un poco più lunga. Nel Catasto Teresiano del 1722 si dice che il proprietario era un certo Nicola Majnone. Nel 1769 passò alla famiglia Taveggia, mentre nel Catasto Cessato del 1856 figura un altro propietario: Sottocornola. Nel 1898 venne ristrutturata dai nuovi proprietari, i fratelli Villa Antonio e Francesco, di Cernusco Lombardone. Nella cascina, in aperta campagna e attorniata da ampie zone coltivabili, sul 





confine di Cornate d'Adda, abitavano sei famiglie i cui cognomi erano: Pirovano, Crippa e Pozzoni: con genitori, figli e prole, formavano un nucleo di oltre ottanta persone. I due fratelli Villa, scapoli, erano, a detta di un testimone, persone facoltose, tanto da destinare in beneficenza decine di milioni di lire. Pare che il più beneficiato dalla loro generosità sia stato l'ospedale di Vimercate.
In cascina, oltre alle abitazioni, c'erano diverse stalle con mucche, asini, cavalli e maiali. In un angolo, era stata costruita anche una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana che serviva per abbeverare le bestie. Ogni anno veniva svuotata per essere ripulita dalla melma che si depositava sul fondo. L'acqua era così sempre limpida ma non potabile. Quest'ultima veniva attinta dai pozzi delle cascine vicine o al posto pubblico in paese.

Mattoni cotti al forno, a sinistra, e cotti al sole, a destra
 
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, venendo a mancare l'attività agricola contadina, iniziò la fuoriuscita dallacascina di alcuni giovani, freschi di nozze, che si trasferirono nelle corti del paese. L'esodo terminò nel 1979 e la cascina rimase disabitata. Nel giro di pochi anni iniziarono a sgretolarsi i muri e a cadere i tetti, fino al crollo definitivo.

domenica 13 febbraio 2011

L'OSTERIA DEL FIURANEL di Giulio Oggioni

Questo brano è tratto dal libro di Giulio Oggioni "Quand sérum bagaj" (p. 32), pubblicato nel 2004 dalla casa editrice Marna. Grazie a Giulio per avermi permesso la pubblicazione.


L'osteria del Sala era chiamata del Fiuranell, nome ereditato da un loro trisnonno vissuto nell'ottocento, di nome Fiorano. Si trovava proprio sull'angolo tra la via Principale e la via Fontanile, dove ora c'è il parrucchiere.
All'ingresso trovava postoun enorme bancone per la mescita del vino con alle spalle una parata di misurini in vetro: da un litro, da mezzo, da un quarto e perfino da un quinto di litro. Completavano la parata tantissimi bicchieri e caraffe di diverse misure.
Dopo un breve corridoio si arrivava in un altro locale con i tavoli, dove gli avventori si fermavano a bere o a giocare. In inverno veniva accesa una grossa stufa in ceramica, simile a quelle tirolesi
Annessa a questo locale c'era un'ampia cucina con un grande camino dove, sempre in inverno, alcuni uomini usavano sedere sulle panche di legno e, soprattutto il pomeriggio della domenica, passavano il tempo a parlare dei lavori agricoli al calore della fiamma. In estate invece venivano preparati anche i tavoli all'esterno, sotto il porticato o in cortile.

L'osteria del Fiuranell

Oltre che un'osteria, il Fiuranell era una trattoria dove si poteva mangiare dell'ottimo brasato con polenta e bere un barbera forte del Piemonte.
 Ogni venerdì sera inoltre venivano preparati trenta, quaranta chili di trippa, buseca, che si poteva mangiare sul posto, oppure come facevano molte famiglie soprattutto di Verderio Inferiore, se ne poteva riempire il pentolino di alluminio con il coperchio, stuen, caldaio o paiolo, e portarsela a casa.
La famiglia Sala macellava anche il bestiame, soprattutto mucche, e ne vendeva la carne.

giovedì 8 aprile 2010

"LA SALETTE" IN DUE LIBRI DI GIULIO OGGIONI



In occasione del Natale 2005 l'Amministrazione Comunale di Verderio Superiore ha regalato alle famiglie il libro di Giulio Oggioni "La Salette, storia di una cascina e della sua Madonna". Con questa iniziativa il comune ha voluto ricordare il centocinquantesimo anniversario della costruzione dell'edificio, avvenuta nel 1856.



Nella prima parte del libro viene ricostruita la storia della cascina e della famiglia Confalonieri, che la fece edificare e che fu presente a Verderio dalla metà del seicento fino all'ultimo ventennio dell'ottocento.
Il resto del libro si occupa invece della Madonna de La Salette. La cascina prende infatti nome da un villaggio francese, La Salette appunto, dove il 19 settembre 1846 la Madonna sarebbe apparsa a Melania Calvat e a Massimino Giraud, due ragazzi intenti a pascolare le mucche. Per questa seconda parte Giulio si è avvalso della collaborazione di padre Umberto Paiola, missionario de La Salette.
Giulio Oggioni, nativo della cascina, le aveva già dedicato ampio spazio nel suo primo libro, "Quand sérum bagaj", un testo dedicato ai ricordi della sua infanzia e, più in generale, al tempo in cui l'attività agricola era al centro dall'economia del territorio.



I due libri, disponibili al prestito presso la Biblioteca Intercomunale, possono ancora essere acquistati rivolgendosi a Giulio.

giovedì 5 novembre 2009

IL LAVATOIO PUBBLICO DI VERDERIO SUPERIORE di Giulio Oggioni




UN'IMMAGINE AUTUNNALE DEL LAVATOIO

La realizzazione del lavatoio pubblico è successiva, ma di poco tempo, forse pochi mesi, alla realizzazione della Fonte Regina. Quindi la storia presenta un giro molto largo.

Nel 1893/1894 era sindaco di Verderio Superiore, Francesco Gnecchi, grande e riconosciuto esperto numismatico, che voleva fare qualcosa di grande per il paese. Decise costruire un acquedotto e iniziò a cercare una sorgente da sfruttare. Con lui collaborarono i fratelli Ercole e Antonio e il padre Giuseppe.
In un primo tempo sembrava che la sorgente adatta fosse stata trovata a Baccanello, frazione di Calusco d'Adda, ma poi si dovette desistere perché la sorgente era stata utilizzata dai paesi bergamaschi della zona e quindi era impensabile che riuscisse a servire anche Verderio.
Allora Gnecchi si rivolse al capomastro che stava costruendo quell'acquedotto per avere consigli in proposito poiché dicevano che questo signore, un certo Pietro Scotti, abitante a Solza, fosse un esperto di sorgenti.
Lo Scotti disse a Gnecchi che una buona sorgente d'acqua si poteva trovare a Novate, un piccolo paese tra Merate e Robbiate. Secondo lui l'acqua proveniva dai ghiacciai alpini e magari portata da qualche falda del terreno o del fiume Adda.
La sorgente era di proprietà dell'ing. Giulio Albini di Novate che la cedette alla famiglia Gnecchi con grande entusiasmo.
La sorgente si trova in terreni appena dietro l'ospedale di Merate e furono subito iniziati i lavori, prima di raccolta in vasconi e poi di intubazione verso Novate, parte di Robbiate e Paderno, quindi verso Verderio. I lavori di scavo e intubazione iniziarono nell'estate del 1895.
Le tubazioni erano tutti di ghisa, un lusso per quei tempi perché garantivano una maggiore durata nel tempo e quindi un risparmio di manutenzione. Il primo punto di utilizzo pubblico fu il lavatoio di Novate e poi giù verso i nostri paesi.
Arrivate le tubazioni a Verderio, Francesco Gnecchi, eresse in centro paese una fonte che chiamò Regina. Perché Regina? Inizialmente sembrò che fu scelto questo nome per onorare la regina Margherita di Savoia allora regnate, ma poi qualcuno smentì e disse che fu scelto il nome Regina perché quell'infaticabile capomastro che si era occupato di cercare le vene d'acqua, si meravigliò di trovarne così tanta a Novate che esclamò: "Questa è veramente la regina delle sorgenti". E da quel giorno si chiamò Fonte Regina.


LA FONTANA NEI PRESSI DEL MUNICIPIO DI
VERDERIO SUPERIORE UN TEMPO ALIMENTATA
DALLA FONTE REGINA.

Leggendo la cronaca di alcuni giornali dell'epoca e altri documenti si può capire che il 4 settembre del 1898 a Verderio Superiore ci fu grande festa per l'inaugurazione della nuova fonte che portava acqua potabile nei nostri paesi. La festa si tenne in villa Gnecchi, con un grande banchetto al quale furono invitati tutti i 60 operai, le autorità della zona e la popolazione.
La benedizione della Fonte Regina fu fatta alle ore 19 da monsignor Bonomelli, vescovo di Cremona, mandato dal cardinale di Milano, Ferrari. Oltre 3000 persone, sparse nel prato, parteciparono alla festa.
Il percorso delle tubazioni è di 5.500 metri e la quantità d'acque di portata era di 16 litri al secondo. Veramente tanto per allora..
Il costo complessivo fu di 120.000 lire, una fortuna per quei tempi.
Inaugurata la Fonte, gli eredi Gnecchi, con ogni probabilità portarono l'acqua subito verso il lavatoio posto di fronte alla nuova chiesa, inaugurata il 26 settembre 1902.


Alcune testimonianze ancora oggi dicono che il lavatoio fu eseguito subito dopo la Fonte Regina e lo testimoniano anche alcune vecchie cartoline che si sono trovate dove si può vedere la nuova chiesa parrocchiale con, di fronte, il lavatoio.
Del lavatoio, si racconta che inizialmente era recintato con rete metallica e per l'approvvigionamento dell'acqua erano incaricati alcuni tutori, in dialetto chiamati "Campé" della famiglia Gnecchi (l'addetto era un certo Ambrogio Colnaghi) che avevano l'incarico di sorvegliare quotidianamente i loro beni.
Il lavatoio fu voluto perché le famiglie usavano lavare i panni nei mastelli di legno nei cortili, ma con fatica quando la biancheria era tanta e voluminosa. (vedi libro "Verderio" da pag. 194)
Fu necessario però governarne l'uso del lavatoio e quindi per poterlo utilizzare era necessario fare richiesta o attendere i giorni prestabiliti, perché nel lavatoio veniva fatta arrivare l'acqua solo quando necessitava. Accanto alla fontana del Nettuno, alla quale nessuno poteva entrare per i recinti, c'era una saracinesca che veniva aperta. L'acqua defluiva verso il lavatoio e le donne potevano lavare i loro panni.
Il lavatoio è composto di due vasche comunicanti. Nella prima veniva fatto il primo lavaggio e nella seconda, dove l'acqua era pulitissima si risciacquavano i panni.
Tutto questo regolato per anni, ma finita l'epoca Gnecchi, anche se i fattori erano presenti ancora, alcune persone, di mattino presto, al sorgere del sole, scavalcavano la recinzione e di loro iniziativa aprivano la saracinesca dell'acqua per il travaso dalla Fontana del Nettuno al lavatoio pubblico.
Di mattino presto quindi già si vedevano donne intenti al lavoro.
Nacquero naturalmente disguidi, ordini, contrordini e sorveglianze speciali per evitare l'anarchia dell'acqua, ma piano piano si arrivò ad avere sempre l'acqua nel lavatoio e a eliminare le recinzioni.
Diventò pubblica in tutti i sensi con l'aggravio che la manutenzione e la pulizia spesso lasciavano a desiderare, non essendoci più un controllo diretto. Il tutto poi fu lasciato all'iniziativa del comune e nel 1986 fu anche fatto un atto notarile di donazione sia della Fontana del Nettuno che del lavatoio pubblico.
Se prima c'erano proibizioni e severi controlli, con pene e multe salatissime, poi tutto venne a finire Contribuì anche l'arrivo della nuova rete pubblica dell'acqua potabile che negli anni 50 iniziò a portare l'acqua, dapprima nelle corti del centro, poi in tutte le case e, per ultimo, anche alle cascine, le quali si servivano prevalentemente dei pozzi che pescavano l'acqua a circa ottanta metri di profondità, sicuramente falde espansive del fiume Adda.

QUESTA FOTO E LA SUCCESSIVA RIPRENDONO
DUE IMMAGINI DELLA SAGRA DI VERDERIO SUPERIORE
DI QUALCHE ANNO FA, QUANDO, ECCEZIONALMENTE,
FU FATTO FUNZIONARE IL LAVATOIO


Oggi il lavatoio è abbandonato, fuori uso. Qualche anno fa, durante una Sagra paesana è stata ripristinata e fatta oggetto di una simulazione dei tempi addietro. Per l'occasione c'era molta gente e non è mancata la presenza di alcune donne anziane che, oltre mezzo secolo fa, hanno lavato i panni al lavatoio.



Giulio Oggioni