BUON FERRAGOSTO
sabato 15 agosto 2015
giovedì 13 agosto 2015
domenica 26 luglio 2015
DUE CARTOLINE "A PIÙ VEDUTE" DI VERDERIO SUPERIORE di Marco Bartesaghi
Vi presento due cartoline di Verderio Superiore, dello stesso genere, “a più vedute”, ma di epoche diverse.
La più vecchia - decisamente più bella - è in bianco e nero, leggermente virata a seppia.
L'esemplare che possiedo è stato spedito da Verderio, per Milano, il primo ottobre del 1930.
Due delle quattro vedute che la compongono, possono aiutare a datarla: quella del municipio di Verderio, costruito nel 1910, e quella della villa Gnecchi (già Confalonieri), che non ha ancora le statue sul tetto e quindi risale alla prima metà degli anni venti del novecento.
La seconda cartolina, a colori, con al centro una pianta di ciclamino, è anch'essa composta da quattro immagini. L'esemplare che possiedo ha viaggiato nel 1968 da Verderio ad Arsago Seprio (VA).
Utile, per stabilire la sua data di nascita, è quella dell'edificio d'angolo fra via Rimembranze (oggi viale dei Municipi) e via Principale, sede dell'ufficio postale, che è stato costruito nella prima metà degli anni sessanta . Inoltre mi risulta che il negozio del barbiere, Michele Colavito, si sia stabilito lì nel 1965.
Le due cartoline hanno in comune tre immagini: la chiesa parrocchiale dei Santi Giuseppe e Floriano, il municipio, la villa Gnecchi.
Il confronto fra le immagini delle chiese è quasi inutile: cambia solo l'età degli alberi. Inoltre presumo, perché per come è tagliata la fotografia non lo posso verificare, che quando fu scattata la più vecchia non fossero ancora state realizzate le aiuole sul sagrato, presenti nel'altra.
Nel municipio della cartolina in bianco e nero è ancora presente la recinzione in ferro, requisita nel 1942 per le esigenze della guerra.
Le ville si differenziano per la presenza, nella fotografia a colori, delle statue sul tetto, volute nella seconda metà degli anni venti, da Vittorio Gnecchi Ruscone.
Nella cartolina in bianco e nero, dedicata alle opere pubbliche realizzate in paese dalla famiglia Gnecchi Ruscone, è presente anche l'asilo Giuseppina Gnecchi, a cui era annesso l'oratorio femminile.
L'immagine è interessante perché si vede l'edificio come era in origine, senza l'ampliamento sul lato est e con il porticato ancora aperto.
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| L'"Asilo Giuseppina" oggi |
Nella cartolina più recente, un riquadro è dedicato, come già accennato, all'edificio d'angolo fra via Rimembranze e via Principale, costruito nella prima metà degli anni sessanta, su un terreno che era stato di proprietà del macellaio Sala (Fiuranell) che, ad edificio completato, trasferì lì il suo negozio, situato prima all'angolo fra via Principale e via Fontanile. Sulla sua attività di macellaio questo blog ha dedicato un articolo che potete trovare al seguente indirizzo: http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/search?q=fiuranel
Di fianco al macellaio il barbiere, Michele Colavito, che, come già detto, aprì il suo negozio appena l'edificio fu pronto, probabilmente nel 1965, e vi rimase per 27 anni, fino al 1992, quando lasciò Verderio per Ronco Briantino, dov'è tuttora, sulla via principale, insieme alla figlia Rosy gestisce un negozio di parrucchiere.

IL “FIGARO” TRASLOCA A RONCO – I DUE VERDERIO RESTANO SENZA PARRUCCHIERE: questo il titolo del Giornale di Merate, quando Michele si trasferì.
Per fortuna era il 1992 e penso – spero – che nessuno possa imputare anche questo “fattaccio” alla fusione dei due Comuni.
CARRETTIERI E CAVALLANTI IN BRIANZA. UN ANTICO MESTIERE DA TEMPO SCOMPARSO di Beniamino Colnaghi
Qualche mese fa, mentre stavo ricostruendo la
storia di mio nonno paterno(1), morto a 41 anni sul
carro trainato da Nino, il cavallo di
famiglia, mi imbattei in una categoria di lavoratori che oggi non esiste più: i
cavallanti, o carrettieri, come dir si voglia. Mi incuriosì l’essenza romantica,
seppur dentro una vita di stenti e privazioni, di quel mestiere, il rapporto
intenso tra l’uomo ed il suo cavallo, l’uscire dallo stretto ambito del
villaggio per scoprire realtà e mondi diversi. Spiriti liberi? Esseri alla ricerca
di indipendenza? Nomadi? Oppure, più semplicemente, persone mosse dal bisogno e
dalla necessità di far quadrare i bilanci familiari?
Partiamo da uno dei due attori principali: il cavallo. Possiamo
affermare che senza il contributo del cavallo il corso dell'evoluzione e della
storia dell'uomo sarebbero stati sicuramente diversi? Probabilmente sì. Fra i
molti animali domestici che hanno affiancato l'uomo nella sua evoluzione e
nella storia, il cavallo ha avuto indubbiamente il ruolo di protagonista. Pensiamo
a tutte le attività in cui il cavallo ha affiancato l'uomo: il lavoro nei
campi, il trasporto di persone e cose, la compagnia negli spostamenti e nei viaggi,
la partecipazione alle guerre e alle conquiste, la salvezza di vite umane, la fedeltà
in campo sportivo e ricreativo.
Il cavallo radunava attorno a sé un fitto sciame di persone
per la sua cura. Dal maniscalco al sellaio, dal cavallante al manovale addetto
alla pulizia della stalla, questi animali offrivano ed esigevano lavoro. Nei
borghi contadini, fino agli anni Sessanta, i cavalli erano innumerevoli. Ogni
famiglia che lavorava la terra ne aveva uno. In ogni corte e nelle cascine se
ne contavano più d’uno, a seconda delle esigenze e delle dimensioni del luogo.
Ma chiunque poteva permetterselo investiva nell'acquisto di un cavallo.
PER CONINUARE A LEGGERE QUESTO ARTICOLO VAI SUL BLOG DI BENIAMINO COLNAGHI: STORIA E STORIE DI DONNE E UOMINI
AL SEGUENTE INDIRIZZO
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giovedì 23 luglio 2015
SONT'ANTONI DEL PURSCELL. Due "diondul" raccontati da Anselmo Brambilla
Il “diondul” è il racconto che, nelle stalle in inverno, veniva trasmesso oralmente, principalmente dalle nonne, ma anche dalle mamme. A differenza del semplice raccontare un fatto, la “diondula” aveva solitamente anche lo scopo di trasmettere valori morali agli ascoltatori. Non a caso alcune diondule erano talmente truci che riuscivano a terrorizzavano i giovani ascoltatori.
“Diondul” è un termine dialettale molto antico usato in alcune parti della Brianza, del Milanese e del Ticinese.
Questi due “diondul” su Sant'Antonio, li raccontava mia madre Carlotta, nelle sere d’inverno, quando, nell’angusta stalla, cercavamo di resistere al freddo, facendoci riscaldare dal fiato dell’unica mucca. Sono riuscito a recuperare questi ed altri racconti recuperate anche grazie alla memoria di Teresina Brambilla, mia sorella.
Anselmo Brambilla
SONT ANTONI DEL PURSCELL - Sant'Antonio del maiale
Sant Antonio era un povero frate francescano che girava il mondo facendo buone azioni per invogliare la gente a comportarsi bene così da guadagnarsi il Regno di Dio.
Sant’Antonio era un uomo pio e devoto al quale Dio aveva concesso il dono di fare miracoli, guarire uomini e animali.
Un giorno gli si presenta una scrofa con un maialino male in arnese, rachitico e anchilosato.
La scrofa chiede al Santo di guarirlo e renderlo sano e vivace, cosa che il pio uomo farà immediatamente perché anche una scrofa è una mamma ed il suo amore va premiato.
Da quel momento il Santo verrà raffigurato sempre con accanto il maialino, e verrà chiamato dai brianzoli Sont’Antoni del purscel.
UL FŐG DE SONT ANTONI -Il fuoco di Sant'Antonio
Gli uomini non conoscevano il fuoco o, almeno, non lo possedevano. Un giorno arriva il Santo con l’inseparabile maialino e gli uomini lo pregano affinché faccia loro dono del fuoco, andando a prenderlo all’inferno.
Sant’Antonio promette di fare qualcosa, scende all’inferno e chiede a Satana di prestargli un po' di fuoco, ma il diavolo si rifiuta di farlo entrare a prenderlo.
“L’inferno non è un posto adatto per un Santo – pensa il demonio - quindi se ne vada immediatamente".
Sant’ Antonio non si perde d’animo e si accampa, con l’inseparabile maialino, fuori della porta dell'inferno per cercare un modo, prima o poi, di carpire un po' di fuoco.
Un giorno mentre la porta dell'inferno era aperta per fare entrare un gruppo di anime dannate, il porcellino si intrufola tra di loro ed entra prima che la rinchiudano.
L’entrata del maialino getta lo scompiglio nell’inferno. Tutti i diavoli si mettono alla sua caccia, senza molto successo.
Il maialino correndo all’impazzata di qua e di là mette a soqquadro tutto, compromettendone il regolare funzionamento dell'inferno. Bisognava prenderlo a tutti i costi e buttarlo fuori, ma la cosa non si presentava semplice.
Dopo vari infruttuosi tentativi, Satana decide di uscire e chiamare Sant’Antonio rimasto fuori della porta, per chiedergli di riprendersi il pestifero maialino.
Come entra nell’inferno, senza dare nell’occhio, il Santo appoggia nelle fiamme il suo bastone, il quale, essendo di legno duro, non prende fuoco. Solo si forma sulla punta della brace, (el brasa come si dice in dialetto). Dopodiché chiama il maialino e rapidamente escono e tornano dagli uomini, ai quali il Santo consegna il bastone infuocato.
Grazie a Sant’Antonio e al maialino da quel momento gli uomini possiedono il fuoco.
Anche il nome assunto dalla fastidiosa e pruriginosa malattia che colpisce alcune parti del corpo, chiamata fuoco di Sant’Antonio, deriva dalla stessa leggenda del fuoco preso dal Sant'Antonio a Satana. Si dice infatti che il demonio abbia prodotto quell'infermità per vendicarsi dell’inganno subito dal Santo.
Anselmo Brambilla, 10 giugno 2004
“Diondul” è un termine dialettale molto antico usato in alcune parti della Brianza, del Milanese e del Ticinese.
Questi due “diondul” su Sant'Antonio, li raccontava mia madre Carlotta, nelle sere d’inverno, quando, nell’angusta stalla, cercavamo di resistere al freddo, facendoci riscaldare dal fiato dell’unica mucca. Sono riuscito a recuperare questi ed altri racconti recuperate anche grazie alla memoria di Teresina Brambilla, mia sorella.
Anselmo Brambilla
SONT ANTONI DEL PURSCELL - Sant'Antonio del maiale
Sant Antonio era un povero frate francescano che girava il mondo facendo buone azioni per invogliare la gente a comportarsi bene così da guadagnarsi il Regno di Dio.
Sant’Antonio era un uomo pio e devoto al quale Dio aveva concesso il dono di fare miracoli, guarire uomini e animali.
Un giorno gli si presenta una scrofa con un maialino male in arnese, rachitico e anchilosato.
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| La statua in gesso di sant'Antonio, conservata presso la cascina Santa Teresa di Verderio |
La scrofa chiede al Santo di guarirlo e renderlo sano e vivace, cosa che il pio uomo farà immediatamente perché anche una scrofa è una mamma ed il suo amore va premiato.
Da quel momento il Santo verrà raffigurato sempre con accanto il maialino, e verrà chiamato dai brianzoli Sont’Antoni del purscel.
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| Sant'Antonio abate in una stampa devozionale di quelle che si appendevano nelle stalle, a protezione degli animali (archivio Bartesaghi) |
UL FŐG DE SONT ANTONI -Il fuoco di Sant'Antonio
Gli uomini non conoscevano il fuoco o, almeno, non lo possedevano. Un giorno arriva il Santo con l’inseparabile maialino e gli uomini lo pregano affinché faccia loro dono del fuoco, andando a prenderlo all’inferno.
Sant’Antonio promette di fare qualcosa, scende all’inferno e chiede a Satana di prestargli un po' di fuoco, ma il diavolo si rifiuta di farlo entrare a prenderlo.
“L’inferno non è un posto adatto per un Santo – pensa il demonio - quindi se ne vada immediatamente".
Sant’ Antonio non si perde d’animo e si accampa, con l’inseparabile maialino, fuori della porta dell'inferno per cercare un modo, prima o poi, di carpire un po' di fuoco.
Un giorno mentre la porta dell'inferno era aperta per fare entrare un gruppo di anime dannate, il porcellino si intrufola tra di loro ed entra prima che la rinchiudano.
L’entrata del maialino getta lo scompiglio nell’inferno. Tutti i diavoli si mettono alla sua caccia, senza molto successo.
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| Sant'Antonio nel polittico di Giovanni Canavesio, della chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano a Verderio |
Il maialino correndo all’impazzata di qua e di là mette a soqquadro tutto, compromettendone il regolare funzionamento dell'inferno. Bisognava prenderlo a tutti i costi e buttarlo fuori, ma la cosa non si presentava semplice.
Dopo vari infruttuosi tentativi, Satana decide di uscire e chiamare Sant’Antonio rimasto fuori della porta, per chiedergli di riprendersi il pestifero maialino.
Come entra nell’inferno, senza dare nell’occhio, il Santo appoggia nelle fiamme il suo bastone, il quale, essendo di legno duro, non prende fuoco. Solo si forma sulla punta della brace, (el brasa come si dice in dialetto). Dopodiché chiama il maialino e rapidamente escono e tornano dagli uomini, ai quali il Santo consegna il bastone infuocato.
Grazie a Sant’Antonio e al maialino da quel momento gli uomini possiedono il fuoco.
Anche il nome assunto dalla fastidiosa e pruriginosa malattia che colpisce alcune parti del corpo, chiamata fuoco di Sant’Antonio, deriva dalla stessa leggenda del fuoco preso dal Sant'Antonio a Satana. Si dice infatti che il demonio abbia prodotto quell'infermità per vendicarsi dell’inganno subito dal Santo.
Anselmo Brambilla, 10 giugno 2004
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| Immagine murale di Sant' Antonio della Curt di Spirit, in via Fontanile a Verderio. Il dipinto è stato del tutto cancellato durante una recente ristrutturazione. |
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