venerdì 10 maggio 2013

ORAZIO FUMAGALLI, CICLISTA E DIRIGENTE SPORTIVO di Marco Bartesaghi



Sono con Orazio Fumagalli nel negozio di giornali - e di molte altre cose - che la figlia Raffaella (presente insieme alla mamma) gestisce a Verderio Inferiore, sull'angolo fra via dei Tre Re e via IV Novembre. Sono qui per parlare con lui della locale associazione sportiva, l'A.S.D. Verderio.
Di questa associazione, di cui ancora oggi è presidente, più di quarant'anni fa Orazio è stato ideatore e fondatore. Per raccontare questa storia, non si può quindi che partire da lui e dalla sua passione per lo sport, anzi, per "uno" sport in particolare: il ciclismo.

"Sono nato a Lecco il 7 agosto del 1939, e ho abitato in quella città per due o tre anni, fino a quando mio papà, per lavoro, fu trasferito in un'altra località"
 
Marco (M) - I tuoi genitori erano di Lecco?
Orazio (O) - No: il papà, Renzo, era di Como; la mamma, Elena Pusinelli, di Nesso, un paesino affacciato sul lago, tra Como e Bellagio.

PARENTESI: A Nesso c'è uno degli angoli più belli del lago di Como, indegnamente rappresentato dalla foto n.1, da me scattata qualche anno fa. Scusate la divagazione.


M - Che lavoro faceva tuo papà?
O - Era impiegato dell'I.N.G.I.C., l'istituto nazionale gestione imposte di consumo, l'ente incaricato di riscuotere i dazi: era un "daziere". Per questo suo lavoro la nostra famiglia si è trasferita diverse volte.
 
M - Quando sei nato lavorava a Lecco, poi siete venuti a Verderio?
O - Prima siamo andati ad abitare a Civenna, sopra Como, dove c'è la Madonna del Ghisallo. In quel periodo svolgeva l'attività su 5 comuni, forse di più. Aveva in mano: Civenna, Magreglio, Barni, Lasnigo; i tre paesi della Valbrona: Isino, Candalino e Valbrona; e i tre del lago Onno, Vassena e Limonta.
Subito dopo la guerra, nel 1945, è stato nominato Sindaco di Civenna, perché era stato partigiano: nella nostra casa di Paderno, dove ancora vive mia sorella, ci sono gli attestati che riconoscono il suo contributo alla lotta di liberazione.
 
M -Hai qualche ricordo, anche se eri solo un bambino, di quei fatti?
O - Ricordo che, quando avevo 4 o 5 anni erano venute in casa le Brigate Nere, o chi per esse, per arrestarlo; mi ricordo che erano vestiti di nero, con i mitra e che erano in tanti. È stato rinchiuso nel carcere di Como. Erano in dieci o quindici là dentro. A lui hanno rimandato per due volte la fucilazione; gli altri li hanno fucilati. È stato liberato dopo che un certo numero di partigiani ha rinunciato alla lotta. A pensach me ven sú la pel de capun.
Negli anni successivi, quando andavo a Como al cimitero monumentale, dove c'è una grande lapide in memoria dei partigiani trucidati, lui leggeva i nomi e poi mi diceva: "lì doveva esserci anche il mio nome".
La cosa curiosa è che aveva una sorella, la maggiore, che era dalla parte opposta, era segretaria del fascio.
 
M - Dopo la guerra andavano d'accordo?
O - Sì, sì, ognuno nella sua ideologia. Lei aveva in casa i quadri del duce; suo fratello invece, per l'idea opposta, si era quasi fatto uccidere.
 
M - Fino a quando siete rimasti a Civenna?
O - Fino al 1955.
 
M - Qualche altro ricordo?
O - Ricordo che subito dopo la guerra su quelle strade facevano una gara di motociclette, il "Circuito del Lario" ...
 
 UN CICLISTA FORTE IN VOLATA E NELL'ULTIMO CHILOMETRO

M - Sì, va bene le moto-ciclette, ma Civenna è un posto da bi-ciclette ...
O - Sì, è un posto da biciclette. La mia prima passione è nata alla Madonna del Ghisallo, patrona dei ciclisti. A quei tempi, specialmente per il giro di Lombardia, era quasi obbligatorio passare di lì. Allora il pezzo più duro, circa un chilometro dei nove della strada che sale da Bellagio, non era asfaltato.

Colle del Ghisallo. Monumento al ciclista :Vittoria e sconfitta - Trionfo e delusione
M - Da quelle parti c'è anche il muro di Sormano.
O - Il muro di Sormano lo hanno fatto per un paio di volte al giro di Lombardia, però solo i professionisti. Quest'anno l'hanno inserito per la prima volta dopo forse vent'anni. Però oggi non è la stessa cosa, perché le biciclette hanno rapporti diversi, che permettono di fare più agevolmente anche determinate salite. Allora i rapporti erano pochi e anche la tecnologia ... chi se parla de quarant'an fa ...
 
M -C'era il cambio con le due leve?
O - Sì, prima ancora c'erano le leve, che bisugnava saltà gió da la bicicleta, cambia la róda e via dicendo, tutto legato ai rapporti. Avevano poche velocità: magari davanti solo una stella e dietro tre o quattro. Adesso hanno doppia o tripla moltiplica davanti e otto stelle dietro, che diventano, se davanti ne hanno due e dietro otto, sedici velocità. Vanno proprio dall'estremo, il pignoncino piccolo "così", alla stella 28 o trenta. In salita sembra che camminino ..., poi, siccome fanno tante pedalate al minuto, vanno comunque veloci ... Mentre una volta andavano su con i rapporti pesanti.
 
M - Civenna e la Madonna del Ghisallo sono all'origine della tua passione per il ciclismo. Ma dopo vi siete trasferiti ancora.
O - Sì, e per due anni, dal 1955, abbiamo abitato a Verderio Inferiore; dopo ci siamo spostati a Paderno d'Adda, prima in piazza, in locali attigui al comune, poi in un appartamento vicino alla stazione, dove vivono ancora una mia sorella e due fratelli. Papà aveva l'ufficio a Robbiate e operava su cinque comuni: i due Verderio, Paderno, Robbiate e Imbersago.

 
M - Prima di addentrarci nello sport, che dovrebbe essere un po' il centro di questa chiacchierata, mi devi ancora parlare dei tuoi studi e del tuo lavoro...
O - Ho frequentato  fino alla terza avviamento commerciale. Finita la scuola, su consiglio di mio padre ho fatto gli esami a Como per poter eventualmente fare il suo lavoro: ho preso l'abilitazione, ma non ho intrapreso quella strada. Ho trovato lavoro come impiegato in una ditta di Milano: e qui si innesta il discorso sullo sport.
 
M - In che senso?
O - Ho cominciato a fare ciclismo in modo agonistico a 18 anni. Conciliare lo sport con il lavoro a Milano però era un problema: per allenarmi andavo avanti e indietro da Milano in biciclettata ma, in mezzo, c'era anche la giornata di lavoro. Non era facile. Infatti nei primi due anni c'era tanta passione ma risultati … pochi. Poi ho fatto il militare, 18 mesi come si usava allora.

1959 - La prima squadra ciclistica dilettantistica di Orazio, la Orenese Serse Coppi. Lui è il quarto da sinistra. Il quinto è Vincenzo Mapelli di Verderio Superiore



 M - Hai dovuto interrompere l'attività agonistica?
O - No, no. Nelle varie caserme a cui sono stato destinato (Como, a fare il CAR; Chiavari, alla scuola della NATO; Torino; Milano, Como e Monza, ai distretti), ho sempre avuto con me la bicicletta e nel tempo libero avevo il permesso di allenarmi. Però i risultati erano quelli che erano, perché per potermi allenare di giorno, facevo i turni di marconista di notte: se po' minga fa tót

M - Dopo il militare ... ?
O - Finito il militare ho ricominciato a lavorare, ma io volevo cercare di ottenere qualche risultato con la bicicletta. Allora mio papà mi ha detto: "ti do un anno di tempo: prova" e mi ha dato la possibilità di allenarmi.
 
M - In che categoria correvi?
O - Dai 18 ai 24 anni sono stato dilettante, la categoria prima del professionismo. In questo periodo ho ottenuto 5 vittorie.
 
Orazio Fumagalli vince a Lurate Caccivio (1961 o '62)




M - Ricordi qualche gara in particolare?
O - Ne ricordo una con arrivo a Caccivio, dove avevo vinto in solitaria, e poi il giro delle Asturie, in Spagna, del 1964 a cui avevo partecipato con la squadra nazionale italiana. Una gara di 994 chilometri divisi in 9 tappe.

La squadra italiana al Giro delle Asturie 1964. Orazio è il secondo da destra.


M - Che tipo di corridore eri? In che cosa eri forte?
O -In volata e nell'ultimo chilometro.
 
M - Salita?
O - No, in salita no. Malgrado avessi abitato alla Madonna del Ghisallo, la salita non era il mio forte: arrancavo, facevo fatica. Ricordo però che in un piccolo giro di Lombardia, da dilettante, in cui c'era anche il Ghisallo, il posto dove avevo vissuto fino a 16 anni, ci ho messo l'anima e sono passato per terzo.
 
M - Una questione d'orgoglio ...?
O - Sì, era legata all'orgoglio. Infatti quelli che erano passati davanti a me poi sono diventati professionisti.
 
M - Che caratteristiche bisogna avere per essere bravi in volata?
O - Beh, più che altro conta lo scatto, la scelta del tempo. Poi devi essere un po' "killer", ecco: regole mia tropp. Allora (adesso forse un po' meno ma anche adesso lo fanno) ti dovevi arrangiare e sgomitare: piuttosto che far passare un altro quasi quasi lo buttavi giù. Non bisognava essere troppo democratici, se no non né vincevi più di gare. Poi bisognava avere delle qualità, una predisposizione naturale. Come per la salita, così vale per la volata.

UNA SOSTA E LA RIPRESA COME CICLOAMATORE

M - Da tuo papà avevi ottenuto un anno di tempo. Come è andata a finire?
O -Alla fine dell'anno mi ha detto " varda, lasa perd", lascia perdere. E infatti l'anno dopo ho smesso, ho cominciato a lavorare e mi sono sposato. Poi ho ripreso a correre, negli anni settanta, ma a un livello meno agonistico.
 
M - In quale categoria?
O - Cicloamatori. Ho ripreso a fare gare, ma più corte rispetto al passato: al massimo 70, 75 chilometri.
 
M - Hai ottenuto qualche buon risultato?
O - Ho vinto una quindicina di gare, fra cui, nel 1971, il campionato italiano individuale di regolarità che si era disputato a Oggiono.
 
 
Orazio vince, a Oggiono, il Campionato Italiano Regolarità per cicloamatori 1971

M - Le gare di regolarità sono un po' particolari: puoi cercare di spiegare in cosa consistono?
O - Ti davano da fare  un percorso, ad esempio di 75 km, diviso in tre settori - pianura, misto e salita - di diversa lunghezza. Tu sapevi l'ora di partenza e quella di arrivo: basta. Per ciascun settore era stabilita una media oraria che dovevi rispettare.
 
M - Non potevi andare né più forte, né più piano ...?
O - Esatto. Però non potevi misurare la media con uno strumento , dovevi prepararti una tabella e seguire quella
 
 
Regolamento del Campionato Italiano Regolarità 1971

M - Come?
O - Dovevi regolarti con la pedalata. Ogni pedalata, a seconda del rapporto che usi, ha un certo sviluppo in metri. Quindi tu sai che con un tot di pedalate al minuto puoi fare un determinato percorso. In pratica, una settimana prima della gara andavi a vederti i percorsi e fissavi dei paletti, dei paletti mentali intendo; per dire: una pianta particolare, una colonnina, una casa, un distributore di benzina. Poi venivi a casa facevi una tabella e provavi: provavi i rapporti, i pezzi e così via
 
M - Ma chi stabiliva se eri "regolare" o no?
O - Lungo il percorso c'erano dei controlli a sorpresa. Tu non li vedevi, ma loro ti prendevano il tempo. Sapevano che il corridore "numero tot." doveva passare da quel punto a una certa ora, un certo minuto e un certo secondo: per ogni secondo che sgarravi ti assegnavano una penalità. Chi ne accumulava di meno vinceva.. In questa specialità, come cicloamatore, una volta ho vinto il campionato italiano individuale, un'altra quello lombardo a coppie.

 COPPI, EDDY MERCKX E IL MILAN

M - Bartali o Coppi?
O - Coppi, sono un coppiano. Anche se Bartali mi piaceva, però sai "l'uomo solo al comando" era caratteristico. E poi l'ho visto in un paio di occasioni transitare proprio su a Civenna.
 
M - E di quelli che sono venuti dopo?
O -Penso che dopo il migliore sia stato Merckx, Eddy Merckx
 
 
Fausto Coppi

M - Lui vinceva sempre ...
O - Sì, lui vinceva sempre, era un fenomeno, per dire: c'era un traguardo volante che ti faceva guadagnare 10 centesimi? lui doveva vincere ...
 
M - Oltre al ciclismo, hai mai fatto altri sport?
O -Così, a livello di paese ho giocato a calcio. Sai, nei paesi c'erano le fazioni, gh'era el Milan e gh'era l'Inter. La Juve meno, 'ché l' è rivada dopu. Io ero, e ancora oggi sono, un po' tifoso milanista. Fra me e un mio compagno c'era la sfida, lui era interista. Poi lui è andato avanti, è diventato professionista e ha giocato prima nel Lecco, quando questo era in serie A; e poi nel Napoli e in altre squadre. Si chiamava Glauco Gilardoni, era di Civenna; è morto 4 o 5 anni fa; aveva un paio d'anni meno di me. Mi ricordo che una volta il Lecco aveva battuto l'Inter 2 a 1: Glauco, che era ala sinistra, aveva segnato i due gol del Lecco.

Glauco Gilaredoni con la maglia del Lecco (Wikipedia)
 L'ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA DI VERDERIO INFERIORE

M - Ci siamo dilungati sulla tua passione per lo sport, soprattutto il ciclismo. Ora concentriamoci su Verderio e sulla società sportiva che hai fondato, l'A.S.D. Verderio...
O - Diciamo prima di tutto che, all'inizio si chiamava A.S. Verderio Inferiore. In seguito , per cercare di coinvolgere "i cugini" di Verderio Superiore, l'abbiamo chiamata solo A.S. Verderio. Più tardi ancora, per un discorso fiscale legato al CONI, è stato aggiunta la parola "dilettantistica": così adesso si chiama A.S.D. Verderio.
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VENT'ANNI E PIU' DI CALCIO FEMMINILE A VERDERIO INFERIORE di Marco Bartesaghi




Il calcio femminile a Verderio Inferiore nasce da una partita amichevole fra due squadre del paese, giocata  nel settembre del 1980, durante l'annuale "Palio delle Contrade".
L'esperienza piace alle giocatrici che danno inizio a una storia che si sviluppa per più di vent'anni, fino al 2004.




Cerco di ricostruire questa vicenda sportiva, basandomi su ritagli di giornale raccolti con estremo puntiglio, insieme a tante fotografie, da Rosella Colombo. Essenziali, soprattutto come testimonianza del clima di impegno e di divertimento che accompagnava la squadra, sono stati anche i suoi ricordi e quelli di Daniela Stucchi.


Foto di gruppo delle giocatrici della "prima" partita di calcio femminile, al "Palio delle Contrade" 1980
Dal 1980 al 1985: i tornei serali e i campionati CSI
  Dopo un primo anno di tornei serali, con risultati soddisfacenti, nel 1981 la squadra a undici giocatrici debutta nel campionati CSI di Bergamo e lo vince. Nei due campionati successivi, 1982/'83 e 1983/'84, si classifica rispettivamente al secondo e al quarto posto. 


Sospeso, per mancanza di iscrizioni, il torneo di CSI di Bergamo, nel 1985, l'A.S. Verderio femminile si iscrive con due squadre a sette giocatori al campionato CSI di Lecco e si aggiudica il primo e il secondo posto.

La squadra di Verderio in maglia celeste e pantaloncini rossi. In primo piano Daniela Stucchi, terzino, che ha giocato nel Verderio dal 1980 al 1995 e ancora oggi collabora con l'A.S. Verderio

1986: il debutto nel campionato della Federazione Calcio (FIGC)
 I buoni risultati conseguiti nei campionati CSI degli anni precedenti, convincono l'A. S. Verderio a tentare, per la squadra femminile, il salto di qualità con l'iscrizione al campionato regionale di serie D della FIGC, la Federazione Italiana Gioco Calcio.




 


 Allenatore della squadra è Giovanni NOVA, che già aveva collaborato alla sua preparazione nella stagione precedente. Nova è un ex giocatore della Di. Po. Di Vimercate e di altre squadre del vimercatese.
Per affrontare il nuovo impegno viene ingaggiata Rosaria Marcelli, proveniente dalla Fiamma Monza, con la cui maglia aveva anche giocato in serie A. 




Dopo essere state sconfitte per 2 a 0 a Filago (BG), nella partita di debutto, le ragazze di Verderio migliorano partita dopo partita, fino a diventare una delle compagini più temute del torneo e a classificarsi terze al termine del campionato. 


La suqdra del campionato di serie D 1986/'87

Questo piazzamento avrebbe consentito loro l'accesso alla serie C, opportunità a cui però la squadra rinuncia per poter fare maggior esperienza nella serie inferiore.
Buoni risultati anche l'anno successivo (campionato 1987/'88) con un piazzamento finale al secondo posto, che non frutta però la promozione, riservata quel anno alla sola prima classificata.


1989: la promozione in serie C
1988/'89: la squadra femminile di Verderio finisce  prima ed è promossa in serie C. 


Alessandro Maggioni





 Nel girone d'andata allenatore è Giovanni Nova, a cui subentra, nel ritorno, Alessandro Maggioni, di Verderio Inferiore, una persona che, insieme al dirigente Carlo Airoldi, ha seguito la squadra fin dagli esordi.





Rosella Colombo è capo cannoniere della squadra.


Rosella Colombo (a sinistra) in azione. Residente a Osnago, ha debuttato nel Verderio nel 1985, a soli 13 anni, ed è rimasta nella squadra fino al campionato 1999/'2000. E' poi passata alla "Valassinese di Asso", con cui nei campionati 2004/'05 e 2005/'06 ha giocato in serie A. In seguito ha giocato, ancora in serie A, con la squadra del Tradate. Ha smesso di giocare alla fine del campionato 2010/'11.

A fine campionato le ragazze compongono e distribuiscono in paese un giornalino in cui invitano i concittadini a seguirle e a tifare per loro.
Nell'opuscolo, la presentazione delle giocatrici, che di seguito sintetizzo:





Giusy ADAMOLI: il fortissimo portiere bianco verde che lo scorso anno ha letteralmente messo un muro davanti alla sua porta. Per intenderci Giusy è un vero e proprio gatto davanti alla sua porta.
Rita STUCCHI: terzino sinistro, piccola ma con una grande volontà che la porta a vincere anche i più accaniti duelli con le prestanti "Torri" avversarie.
Luisa CRIPPA: terzino destro, poche avversarie sono riuscite a scappare dalla sua marcatura.
Tamara ROTA: centrocampista arretrato, vera incontrista e giovane talento bianco verde. Qualche anno ancora e se ne vedranno delle belle!
Natalia USUELLI: stopper d'eccezione. Dotata di potenza e progressione risulterebbe utile in qualsiasi zona del campo, ma chi lo cambia uno stopper così?
Natalia BURBELLO:  (nella foto di fianco)capitano e libero del Verderio è un po' l'emblema della squadra. Classe e stile insieme per questo forte capitano bianco verde.




Il giornalino  della promozione in serie C
Rosella COLOMBO: il "BOMBER", questa fortissima ala destra è una garanzia al goal. Un vero falco pronto a piombare su ogni pallone e ad aiutare le proprie compagne con recuperi pazzeschi.
Monica QUINTERIO: la "Brasiliana" centrocampista, forte incontrista e polmone della squadra.
Claudia MUSSI: punta centrale, ha un potente tiro che può essere sferrato quando meno te l'aspetti.
Elena PINCHETTI: centrocampista con attitudini offensive. Più mezzapunta che centrocampista, in appoggio con le compagne intreccia geometrie divertenti ed efficaci.
Silvia Maria Cristina GEROSA:  fortissima e velocissima ala sinistra, mancina d'eccezione, piccola lottatrice delle aree di rigore, sferra tiri a parabola micidiali.
Andreina STUCCHI: secondo portiere soprannominata "Tacconi", dopo l'operazione al ginocchio ha ripreso il posto tra i pali.
Simona ALBERTI: giocatrice universale, se la caverebbe anche in porta. Con grinta e volontà ha sempre dimostrato il suo valore.
Marilena ASSI: un asso nella manica dell'allenatore, ha sempre dato il suo contributo al Verderio con la sua esperienza e amor di squadra.
Paola BARAGGIA: attaccante fluidificante, può giocare sia a sinistra che a destra. Se indovina il tiro non c'è scampo per il portiere.
Annalisa MELAS: giovanissima promessa bianco verde. Dispone di un dribbling stretto e veloce e di un efficace destro.
Sabrina MAPELLI: difensore con provata esperienza e voglia di giocare. Soffre in panchina come mai nessuno, pronta a tutto per il Verderio.
Sabrina BURBELLO: con un passato di portiere, si sta inserendo nel Verderio con larghe possibilità di gioco. Chissà mai che sia come la sorella.
Daniela STUCCHI: coriaceo difensore e marcatore. Con volontà e passione ha sempre aiutato le compagne sia in campo che fuori.
Simona RIPAMONTI: nuovo arrivo in casa biancoverde, fisicamente imponente e appassionata. Diamole un po' di tempo e chissà mai che ci troviamo un altro talento fra le mani.

Poi ci sono Mara, giovanissima ma già collaudata giocatrice; Carlina, giovane e tremendo folletto della rosa; Raffaella, che sta muovendo ora i primi passi sul campo.

Campionato 1992/'94: a un soffio dalla serie B


Sergio Riva


Nei campionati di serie C il Verderio si classifica sempre nei primi posti: quarto nel 1989/'90 e terzo nel 1990/'91 e nel '91/'92.
Nel campionato 1992/'93 a decidere il campionato è l'ultima partita. Le biancoverdi di Verderio, allenate da Sergio Riva, dopo una lunga permanenza in testa alla classifica, sono seconde, a un solo punto dalla capolista, il Calendasco, che devono sfidare in casa.



C'è cautela, ma anche ottimismo. La "Gazzetta di Merate", un settimanale che usciva in quegli anni, alla vigilia dell'incontro dedica alla squadra un'intera pagina e titola il pezzo: "Il Verderio a un passo dalla serie B, ma servono campo e soldi"


Nell'articolo i dirigenti della squadra pensano già ai problemi che sorgerebbero con la promozione, proprio l'adeguamento delle strutture (gli spogliatoi esistenti non sarebbero stati idonei alla serie B) e la ricerca degli sponsor.


C'è clima di festa e si fanno le cose alla grande: il pallone viene portato in campo dal cielo, da un elicottero ingaggiato dal papà di Rosella Colombo.
In campo per il Verderio sono: Adamoli, Crippa, Crivella, Burbello, Rota, Alberti, Baraggia (77' Artusi), Quinterio, Colombo, Pompei, Gerosa.


Questa la cronaca della partita, scritta dal giornalista Andrea Cattaneo per un giornale locale.

"La prima parte della gara era saldamente nelle mani delle giocatrici locali, che creavano molte azioni ma si incagliavano contro la rocciosa difesa ospite. I primi pericoli erano opera del Calendasco. Al 23' Bertuzzi entrava in area dalla sinistra e crossava per la testa di E. Aricci: Adamoli smanacciava. Al 29' un tiro di Arrigoni era respinto ma non trattenuto da "Giusy", lo stesso portiere anticipava E. Ricci.
Al 35' il Verderio, Gerosa si lanciava velocissima su lancio della difesa, Fontana la atterrava e l'arbitro la espelleva. Batteva la punizione Colombo, il portiere respingeva sui piedi della Quinterio che calciava a lato di un soffio. Tre minuti dopo, Colombo si lanciava in contropiede, dalla tre quarti cercava il pallonetto che però era troppo debole. La smanacciata della Iotti era raccolta da Maria Cristina Gerosa che aggirava l'estremo gialloblu ma la conclusione in precario equilibrio, veniva respinta dal palo!
Nella ripresa, la tensione e la stanchezza la facevano da padrone. Al 76' Crivella lanciava Gerosa sulla sinistra, cross sul secondo palo dove Colombo controllava e concludeva: una deviazione di un difensore mandava la palla sulla traversa e poi in angolo. Un minuto dopo la beffa. Le ospiti battevano una rimessa laterale di dubbia assegnazione, palla in centro dove Arrigoni controllava e trafiggeva l'Adamoli"

La partita finisce uno a zero per il Calendasco, che si aggiuduca il campionato e la promozione in serie . Per le ragazze del Verderio la delusione è cocente.


Il goal del Calendasco



 Nell'articolo  del Cattaneo, il riconoscimento del valore delle atlete verderiesi, da parte dell' allenatore avversario, Burgazzoli:
"Oggi avreste meritato di vincere, ma il calcio è fatto così e purtroppo una sola squadra viene promossa. Ci spiace perché avreste meritato di passare quanto noi"




 


1993 - 2004: su e giù fra serie C e serie D 
 Un'altra occasione come quella del '92/'93 alle atlete di Verderio non si presenta più. La squadra negli anni successivi sale e scende ripetutamente fra serie C e serie D.
Retrocede alla fine del campionato 1994/'95; risale nel 1997/98; torna in serie D nel 2000/'01 e in serie C alla fine del campionato successivo, 2001/'02.
Al termine del campionato 2003/'04 dovrebbe di nuovo retrocedere, ma 'l'anno successivo la squadra si scioglie e non partecipa al torneo.


Marco Bartesaghi



















CARLO TALDO, CALCIATORE di Marco Bartesaghi

Modena, 2002/2003



Carlo Taldo (12/1/1972), che vive a Verderio da quando ha nove anni (prima risiedeva a Terzuolo di Robbiate), ha alle spalle una carriera calcistica, come centravanti, di tutto rispetto, alla fine della quale è rimasto nel mondo del calcio, dove attualmente lavora come responsabile scouting della U.S. Cremonese.
Le prime partite che ricorda le ha giocate da bambino, avrà avuto dieci anni, all'oratorio di Verderio Inferiore; a 11 anni era già nei pulcini del Merate e a 12 giocava nell'Atalanta.
A quel età, finita la scuola, per tre giorni alla settimana doveva raggiungere Bergamo, con treno e pullman, per gli allenamenti che terminavano verso le 18; la "partita" si giocava, solitamente, la domenica mattina.





Modena, 2003/2004



Dal secondo anno la sede degli allenamenti non è più a Bergamo ma a Zinconia, dove ancora oggi ha sede il centro sportivo dell'Atalanta.
Dopo la trafila nelle varie categorie - esordienti, giovanissimi, allievi, berretti e primavera - il 28 gennaio 1990 Carlo esordisce in prima squadra in una partita di serie A.
Passa poi alla Pro Sesto (C1), per quattro anni è al Saronno (D e C2), per due nel Varese (C2) e altri due nel Lumezzane (C1).


È nel Como, 2001/'02, quando la squadra a fine campionato di serie B conquista la promozione in A.
Per tre stagioni, due in serie A e una in B, è al Modena, intercalate da brevi periodi in prestito al Catania (B).
Torna al Lumezzane nel 2005/'06 e, dopo un breve periodo nel Tritium, finisce la carriera agonistica nel Legnano (2007/'08).


Carlo Taldo, in piedi vicino al portiere, con la squadra del Catania

Milan - Modena: Carlo Taldo con Paolo Maldini

Inter - Modena: Carlo Taldo e  Javier Zanetti






Le tre fotografie di questo articolo appartengono a Carlo Taldo, che ringrazio. Le "figurine Panini" sono tratte dalla rete.

Marco Bartesaghi


martedì 23 aprile 2013


25 APRILE, ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

- A CELEBRAZIONE DELLA TOTALE LIBERAZIONE DEL TERRITORIO ITALIANO, IL 25 APRILE 1946 E' DICHIARATO FESTA NAZIONALE -

ART.1 Decreto legislativo luogotenenziale 22 aprile 1946, n.185
(Gazz. Uff., 24 aprile 1946, n. 96)



"25 aprile 1970
E' un giorno che sento in modo particolare. Venticinque anni fa le speranze di un ragazzo, le sue illusioni, i suoi desideri erano al colmo. Un'epoca nuova si doveva aprire, di pace, d'amore fraterno, di uguaglianza. I canti partigiani, i fazzoletti rossi e verdi attorno al collo mi indicavano una strada piena di promesse. E ogni anno, come questo, l'appuntamento è segnato sul mio calendario per rinnovare queste illusioni con l'ostinazione di credere alla possibilità di realizzarle. [...]
Il 25 aprile non può essere una data da commemorare; è, deve essere , il giorno che si vive dopo un altro giorno, lo stato di tensione di ogni persona che si interroga sul fatto di essere uomo e, aggiungo per me credente, di essere cristiano. Rivoluzione permanente, dunque? Certo, poiché dal momento in cui ci si adagia nelle strutture create una volta per sempre, si rifiuta il privilegio di migliorare e, per un credente, di essere disponibile all'inesauribile Parola di Dio."

Luisito Bianchi
I miei amici.
Diari (1968 - 1970)
pag. 778 - 779
Sironi editore

Luisito Bianchi (Vescovato 1927 - Melegnano 2012) è stato ordinato sacerdote nel 1950. Nel 1968 ha lavorato come operaio alla Montecatini di Spinetta Marengo e, in seguito, come inserviente, all'ospedale Galeazzi. Il suo romanzo "La messa dell'uomo disarmato" è uno dei più bei racconti sulla Resistenza che conosco.M.B.

* il disegno è di Sara Bartesaghi

OLGIATE MOLGORA. OMAGGIO AL PARTIGIANO ERNESTO CATTANEO


Installazione a cura di 
Patrizia Consonni
presso l'atrio del Municipio di Olgiate Molgora
La mostra sarà aperta fino al 6 maggio
negli orari di apwertura del Municipio
Apertura straordinaria il 25 aprile 
dalle ore 15,00 alle ore 18,00 

ERNESTO CATTANEO, figlio di Celestino, nacque a Olgiate Molgora il 30 Marzo 1891 in un'antica famiglia di mugnai e rimase orfano in tenera età. Decise di continuare il mestiere di mugnaio, prima insieme agli zii e ai cugini, e successivamente in proprio. Progettò e costruì un impianto di macinazione con criteri molto avanzati per quei tempi, impianto che gestì fino alla deportazione.

Il 30 marzo 1944 fu arrestato con l'imputazione di aver fornito - in collaborazione con altre persone - farina e viveri a gruppi partigiani.
Fu imprigionato a Milano nel carcere di San Vittore, privato del permesso di ricevere visite dei famigliari e del diritto ad un difensore.

Dopo alcuni giorni fu trasferito al campo di concentramento di Fossoli, dove gli fu concesso solo un limitatissimo scambio di corrispondenza, controllata e censurata. Dalla fine di agosto non si ebbero più sue notizie.

Si seppe poi che era stato deportato nel lager di Mauthausen. I famigliari non ebbero più alcuna notizia, se non il  telegramma che il 17 marzo 1945 comunicò il suo decesso, avvenuto il 26 gennaio 1945 a causa di un arresto cardiaco.
Il 1° agosto 1946 fu riconosciuto partigiano dall'A.N.P.I.

Nel 4 maggio 1970, in seguito ad una ricerca effettuata dai famigliari al lager di Mauthausen, fu possibile accertare dai registri che la sua morte e cremazione avvenne nel vicino distaccamento di Gusen.

PATRIZIA CONSONNI, che ha creato l'installazione "IN NOME DEL PANE", è nipote di Ernesto.
Il forte legame con il nonno, mai conosciuto, nasce sin dall'età di 5 anni quando accompagna i genitori in un viaggio al campo di Mauthausen alla ricerca di notizie sul conto del nonno. Questa esperienza segnerà il forte legame e traccerà un segno indelebile nella sua memoria e nei suoi sentimenti.Alle radici del suo percorso artistico è la convinzione che vita e arte necessitano l'una dell'altra, devono compenetrarsi. Le esperienze di vita, i pensieri, i sentimenti, siano essi positivi o negativi, possono così trasformarsi e dare vita all'espressione artistica, un mezzo per trasmettere verità, armonia, emozione e bellezza. 

lunedì 22 aprile 2013

MILANO, DOMENICA 29 APRILE 1945. CORSO BUENOS AIRES. di Carla Deambrogi Carta




Fu festa a Milano quando, il 29 aprile 1945, le truppe alleate sfilarono per la città liberata dai fascisti e dagli occupanti tedeschi.
Carla Deambrogi Carta, diciasettenne, partecipò alla festa e, ritornata a casa, fissò le sue impressioni in questa poesia.








MILANO, DOMENICA 29 APRILE 1945. CORSO BUENOS AIRES

Non più il temuto profilo
di elmetti ferrigni;
non più il passo cadenzato
delle pattuglie;
non più soldati marziali
e mitra spianati.

Oggi, altri soldati
irrompono nella città;
i fucili a spalla,
il sottogola degli elmetti lasco
salutano, sorridono.

E intorno a loro
una folla quasi incredula,
sbalordita, festante:
battimani, grida di evviva
bandiere.

E' un sogno?
No: la guerra è finita,
siamo liberi!
Si torna alla vita.



10 maggio 1942. Carla Deambrogi con un'amica . Sono a Milano, nel Parco Sempione tutto coltivato a patate. Sullo sfondo l'Arco di Trionfo 



IL MIO 25 APRILE di Biancamaria Bianchi Scaglia

Biancamaria Bianchi Scaglia abita a Verderio da diversi anni. Recentemente ha raccolto in un libro, "Piccoli viaggi nel tempo", edito in proprio, con una tiratura di poche copie, i ricordi della sua infanzia e della sua gioventù, dai 9 ai 15 anni.

Ricordi di vacanze, trascorse in val di Fassa, prima e dopo la guerra: le gite in montagna, il rivoltare il fieno con le amiche contadine, la messa della domenica con i canti ladini e le donne in costume, la passione per la musica ed il pianoforte, scoperti grazie ad un musicista amico di famiglia, gli incontri, gli adii.

Ricordi della guerra e del peregrinare fra Milano, Collodi, Bobbio, San Pellegrino.
E ancora Milano:
Milano pericolosa, da cui allontanarsi, perché le bombe distruggono case e uccidono persone;
Milano protettiva, perché nella sua grandezza è più facile trovare nascondiglio per la nonna, Clelia Perera, ebrea, braccata dai tedeschi. E il nascondiglio più sicuro può essere anche la hall dell’albergo sede del comando della Wehrmacht, dove le capita di dormire, su un divano, essendo tutte le camere occupate.
Clelia infine sarà salva, a differenza della sorella Olga, arrestata con i due figli, deportata e scomparsa nella Shoa (1).
Del libro vengono qui pubblicati due capitoli riguardanti il giorno della Liberazione (“Il mio 25 aprile”) e un episodio capitato qualche giorno dopo (“Salvare un fascista”).
Ringrazio la signora Biancamaria per avermi concesso la loro pubblicazione sul blog. m.b.

IL MIO 25 APRILE

Devo raccontare la cronaca del giorno in cui io sono nata per la seconda volta: il 25 aprile. Raccontarlo per verificare se ricordo ancora  le nostre vicende, prima che tutto sbiadisca (i neuroni se ne vanno). Alcuni momenti sono impressi nella mia mente, l'insieme degli avvenimenti devo ricostruirlo con fatica, con stupore (ma è possibile che sia tutto vero?).
   Eravamo in Piazza Giulio Cesare a Milano, dove ci eravamo rifugiati  dal luglio 1944 per sfuggire ai pericoli dello sfollamento a San Pellegrino. Infatti li si stava verificando la scomparsa di alcune famiglie ebree, che qualcuno stava denunciando. A Milano si riusciva a trovare qualcosa da mangiare e ci sentivamo  più al sicuro, anche se poi non era proprio così. Tutta la strada dietro la nostra casa era stata requisita dalle SS che vi avevano installato il loro comando. Tra l'altro per tre volte dei militari delle SS erano venuti a casa nostra a cercare la nonna non trovandola per puro caso. Dei fascisti nostrani erano andati dallo zio Lionello minacciandolo di torturarlo finché non avesse detto loro dove era sua madre. Lo portarono in garage per appenderlo a una fune e cominciare l'interrogatorio, ma poi li scoprirono la sua bellissima automobile Augusta. Si accontentarono di quella, per il momento.
    Inoltre a Milano ci furono ancora bombardamenti, tra cui quello in cui colpirono la scuola di Gorla. Poi ci furono le bombe gettate qua e là sulla città di notte da un piccolo aereo che la gente chiamava familiarmente Pippo. Poi i mitragliamenti: io ne ho beccato uno all'angolo tra Via Manzoni e via Croce Rossa, e sono ancora qui perché ho scelto di scappare nella direzione giusta e ho trovato un portone aperto in cui rifugiarmi. Stavo andando a scuola col tram.
   La città era pattugliata da manipoli della Muti, tutti neri, con gagliardetti e cori. A fine inverno il 'popolo' si riversò in Piazza  Giulio Cesare e nei dintorni portando via tutto quello che poteva; erano un fiume in piena, la fame e la disperazione superavano il terrore. Nessuno li fermò. Tagliarono anche tutti i platani che ornavano i viali della zona, ad eccezione dell'area occupata dalle SS. Lo stabile confinante col nostro, danneggiato dai bombardamenti come il nostro ma disabitato perché inagibile, fu spogliato pezzo per pezzo e ridotto a uno scheletro.   
Le sorelle Clelia e OLga Lopez Perera alla Fiera di Milano alla fine degli anni trenta, prima delle leggi razziali e della guerra.


 Tornando a noi e al 25 aprile, in casa eravamo in quattro, il babbo, la mamma. la Marisa (16 anni) ed io (11 anni). La nonna era a Milano nascosta sotto falso nome in casa di una signora che rischiava la vita per questo. Questa soluzione fu possibile grazie a Padre Alberto il falso domenicano che con saio svolazzanti in bianco e nero frequentava casa nostra e lavorava col nostro babbo per il partito d'azione. Lui procurò la carta d'identità per la nonna. L'altra artefice della salvezza fu la Pierina, portinaia di Piazza Irnerio 2 che trovò la persona e combinò il soggiorno clandestino.
   Noi quattro eravamo stanchi, con poche risorse, e anche abbastanza impauriti. Nelle ultime notti si sentivano i cannoni; gli alleati erano già a Bologna e stavano avvicinandosi; ma come si sarebbero svolte le cose? Avremmo avuto battaglia strada per strada? L'allarme non cessava quasi mai, ma non si andava neanche più in rifugio.
   Quella mattina, il 25 aprile, qualcosa doveva succedere. C'era lo sciopero generale, nessun mezzo andava. Il nostro babbo non si alzò dal letto, bloccato da un 'colpo della strega'. La mamma invece era piena di energia. Così l'avventura  riguardò solo noi tre. La mamma decise che saremmo andate da una sarta che le avevano raccomandato, in Piazza Biancamano; così prendemmo un taglio di stoffa a fiorellini che era stato acquistato per fare.un vestito per me. Di buon passo arrivammo li e fu deciso il mio vestito.
   Già era un motivo di festa, in tempi così grami. Uscendo trovammo quella grande piazza piena di gente. Ci attirò subito un capannello di persone attorno a qualcosa; ci sembrò di sentire una voce che diceva: "vendono delle mele" e andammo a vedere. Invece si trattava di un morto, con un braccio rigido alzato in modo innaturale. Fu il primo morto che vidi.
   Lo stato d'animo della folla non era cupo  ma piuttosto esaltato, e noi ci sentimmo parte di essa. Così, invece di tornare a casa, decidemmo di andare a casa dello zio Lionello; tutto sommato eravamo già  a metà strada e nessuno poteva fermarci. Strada facendo la tensione aumentava. Dopo aver attraversato Corso Buenos Aires entrammo nel pieno della rivolta: la novità che aspettavamo era li, tutto stava succedendo. Stavamo svoltando in  una stradina e ci fermammo, o delle persone ci fermarono; stavano sparando dall'alto  di una casa, e dal marciapiede rispondevano al fuoco: c'era un fascista asserragliato  all'ultimo piano che sparava sui passanti, e quelli che rispondevano erano partigiani; intanto le voci intorno a noi ci guidavano, ci sostenevano. Ora lo sapevamo. Il fascismo era finito, la guerra era finita. Montava in noi una esaltazione, una leggerezza, come un inizio di felicità. E intanto ci muovevamo con prudenza ma anche con noncuranza e allegria passando da una stradina e l'altra in direzione di Via Bazzini. Le conoscevamo bene quelle stradine, stavamo tornando a casa, a quella parte di città che era stata la  nostra, e questo aumentava la voglia di ridere e di abbracciare la gente che incontravamo.
   

 
Papà e mamma di Biancamaria


In  via Bazzini trovammo però una  situazione estrema. La zia Mariuccia si era trovata nella traiettoria di una sparatoria. La casa, a un solo piano, aveva finestre sulla strada e sul cortile, opposte le une alle altre. Una mezz'ora prima del nostro arrivo lei stava parlando al telefono con lo zio Lionello quando era arrivato il primo sparo, lei lasciò cadere la cornetta e si nascose dietro il muro. Passare davanti alle finestre era impossibile, arrivare al telefono nel corridoio troppo pericoloso. I proiettili attraversavano il corridoio e le stanze. C'erano vetri infranti sul pavimento; ci organizzammo per aiutarla, strisciando in corrispondenza delle finestre e sentendoci sicuri dietro ai muri. Passò parecchio tempo, penso che la zia o la mamma siano poi riuscite a telefonare allo zio che era fuori di sé. La zia era incinta di quattro mesi; aveva mantenuto calma e controllo e stava bene nonostante lo spavento. Il 3 ottobre sarebbe nato il nostro cugino Giuseppe.
   Poi c'è un vuoto nella mia ricostruzione dei fatti; la mamma avrà telefonato a casa nostra, lo zio sarà arrivato e noi abbiamo ripreso la strada del ritorno: a piedi naturalmente.  Mi ritrovo in Corso Buenos Aires; l'atmosfera era completamente cambiata. La strada era piena di gente, di confusione, di grida, di emozioni così grandi da soffocarci: il fascismo è finito, la guerra è finita, l'incubo è finito. Allora cominciammo a vedere auto con  bandiere tricolori stipate di uomini e ragazzi con il fazzoletto rosso al collo.
   Un incontro speciale fu quello con la professoressa Rossetti del Carducci che mia sorella conosceva bene perché era la sua professoressa di matematica; anche mia mamma ed io la conoscevamo perché era  moglie del professor Cabibbe amico della nostra famiglia. Una coppia di pallidi e austeri  studiosi. Lei era giovane e carina, ma normalmente un po' triste e severa.. Quel giorno si era piazzata a un angolo di strada e distribuiva volantini gridando ai passanti "arrendersi o perire" (minaccia questa per quelli dei passanti che erano fascisti). Era esaltata e rossa in viso. Non solo: portava scarpe basse e calzini. Quello era il  massimo che noi potessimo sopportare senza scoppiare a ridere come matte, naturalmente dopo esserci allontanati da lei. Insomma, mentre eravamo protagoniste di un momento cruciale della nostra storia  quello che ci colpivano erano i calzini della professoressa e il suo richiamo truce e insieme ingenuo. In qualche modo arrivammo a casa.
   Nei giorni seguenti ci attendevano altre sorprese. Da allora in poi uscimmo moltissimo, andavamo in centro. Eravamo in Corso Vittorio Emanuele quando arrivarono i carri armati americani. I fascisti, i nazisti sparirono senza sparare un colpo. Il comando delle SS, che incombeva come minaccia proprio dietro la nostra casa, si dileguò silenziosamente durante una di quelle notti. Milano se l'era cavata bene. e forse un po' di merito andrebbe riconosciuto ai partigiani.
   Ci fu anche un altro aspetto: chi erano i partigiani? Anche il più bieco fascista repubblichino, profittatore, denunciatore di antifascisti poteva mettersi un bel fazzoletto rosso e spacciarsi per partigiano. La vendetta poi fu feroce, la confusione enorme, persone innocenti furono bastonate o uccise. A quel giorno luminoso seguirono tempi bui e violenti e miserie e difficoltà nella vita di tutti i giorni.

Pochi giorni dopo ci fu la spaventosa notizia delle bombe atomiche  su Hiroshima e Nagasaki e solo dopo questa notizia  che poteva far presagire anche una imminente fine del mondo, la  guerra finì, il 6 maggio.  L'atmosfera di festa della  nostra liberazione era già svanita; non solo: noi che avevamo provato tante paure e orrori, tanta disperazione e tanti disagi eravamo ancora più poveri e in difficoltà. Venivamo a conoscenza di orrori ben più grandi come la Shoa, le stragi di interi paesi, le fucilazioni di massa, le foibe, ma anche dell'esistenza della famigerata Villa Triste vicino a casa nostra, dove i fascisti avevano torturato tante persone fino al 25 aprile. I mesi successivi furono pieni di racconti tragici e di scoperte sconvolgenti come quella della sparizione di tre persone della nostra famiglia di Gorizia, deportate e uccise in Germania. La vita ricominciava sì, ma con un fardello insostenibile da sopportare
.



SALVARE UN FASCISTA

 Qualche giorno dopo il 25 aprile, nella tarda mattinata, suonò il campanello di casa. Mi affacciai dal fondo del corridoio per vedere. Sentii una voce di uomo "Nessuno mi ha visto entrare. Sono ferito. Nascondetemi". L'uomo entrò in cucina, non lo vidi chiaramente.
    Era Giancarlo, un amico di infanzia di mia mamma ai tempi di Tortona, figlio di un ufficiale di cavalleria. Era un soldato, arrivava direttamente dalla Russia, chiedeva aiuto e asilo. Era un fascista convinto, puro e irriducibile; chiedeva aiuto non come un povero diavolo ma come un eroe colpito al cuore da una immane tragedia. Proprio a noi doveva capitare. Ci stavamo godendo la gioia della fine del fascismo. Niente. Eravamo in un guaio.
    Questo il suo racconto: faceva parte di una colonna motorizzata che veniva direttamente dalla Russia. Durante il viaggio verso ovest era avvenuta la liberazione, avevano incontrato altre colonne in fuga e alla spicciolata tutti gli altri mezzi si erano dileguati. Giancarlo con altri camerati aveva proseguito sul suo mezzo, un piccolo carro armato chiamato Leoncino. Durante la notte i compagni pardon camerati si erano dileguati dopo avere indossato abiti civili. Lui no, aveva continuato verso Milano su strade secondarie. Ultimo fascista sull'ultimo carro armato. Verso Pioltello era finito in un fosso, e si era ferito al viso (naso rotto) A piedi si era avviato verso la città e passò proprio per piazzale Loreto dove si trovò in mezzo a una folla fuori di sé che guardava Mussolini e i gerarchi appesi a testa in giù. Orrore, vergogna, vendetta... a questo punto il suo racconto diventava un grido di dolore e di rabbia. "Ora mi affaccio alla finestra e grido Viva Mussolini" Con questa minaccia ci terrorizzava: dovevamo calmarlo, ascoltarlo, soprattutto non contraddirlo. Per i giorni che seguirono vivemmo uno strano intermezzo tragicomico. Non potevamo essere noi stessi, non potevamo essere normali, dovevamo fingere comprensione e soprattutto tenerlo calmo e tranquillo; nemmeno il nostro babbo, con la sua autorità e gentilezza, riusciva a dialogare.
    Ripensandoci il suo racconto era altamente improbabile. I reduci dalla Russia arrivarono dopo mesi e mesi, uomini precocemente invecchiati, magri, distrutti dalla fatica e dagli stenti. Lui era ben nutrito, vivace, combattivo, la sua arroganza fascista minimamente intaccata. Forse a Milano non conosceva nessun altro, ma non aveva trovato di meglio che suonare il campanello della casa di una ebrea, che si era salvata andando a vivere sotto falso nome da un'altra parte. Anche il nostro babbo, che era entrato nel Partito d'azione, aveva corso dei grandi rischi per la sua attività. A casa nostra giravano documenti e volantini compromettenti. Ora quel pericolo era passato, ma potevamo essere scoperti come collaborazionisti dato che tenevamo un fascista nascosto in casa.
    Così la nostra euforia per la liberazione durò pochi giorni, la nostra prudenza, o diciamo pure vigliaccheria, ci consigliava di non parlare e il vero rischio era quello di scoppiare a ridere davanti ai suoi proclami. Ma tutto ciò, che al momento era un nostro "terribile" segreto, non ci pesava perché tanto sapevamo che il fascismo era finito per sempre. L'importante era uscire da quella situazione. Il nostro segreto poteva essere scoperto. Un pomeriggio io ero sola in casa con Giancarlo: suonò l'allarme, si sentì anche qualche aereo. Qualcuno sapeva che io ero sola in casa e non ero scesa in rifugio. Era la terribile Signora Albonico: la porta di casa non era chiusa a chiave. E io la vidi in anticamera, mentre Giancarlo si trovava in corridoio. Lo spinsi nella sua cameretta in fondo, finsi di essere al telefono e andai incontro alla vicina, che con molta insistenza voleva portarmi giù nel rifugio. Per fortuna non vide il nostro ospite. Dopo pochi minuti suonò il cessato allarme e fu l'ultimo allarme aereo della mia vita: almeno spero. Quel giorno fu dichiarata la fine della guerra: era il 6 maggio.




    
Biancamaria sul Sassopiatto


Come si risolse la latitanza di Giancarlo e il nostro rischio di essere incolpati come collaborazionisti? Il babbo si diede da fare e raccontò tutto al suo amico partigiano ex "Padre Alberto"che era diventato il presidente del tribunale di Milano del CNL per. l'epurazione. Lo convinse che il nostro amico era un soldato, un idealista, non aveva perseguitato nessuno. L'ex Padre Alberto da parte sua assicurò che se si consegnava sarebbe stato giudicato con equità e se la sarebbe cavata con qualche mese di prigione. Giancarlo si fidò, venne rinchiuso a S:Vittore e dopo qualche mese fu rilasciato. Andò a Roma, abbandonò la carriera militare e iniziò una lucrosa attività commerciale. Fu uno dei fondatori del nuovo partito MSI.
    C'è anche un seguito di questa storia. Giancarlo poi tornò a trovarci con regali e ringraziamenti, ci raccontò di essersi sposato e ci descrisse con molto orgoglio la sua nuova moglie. Ma prima di lui ricevemmo delle visite da parte di sua mamma, una vedova molto ricca e pimpante che si chiamava Anita. Veniva a trovare la mia nonna, che intanto era felicemente tornata a casa, sfoggiava la sua eleganza e i suoi gioielli e un nuovo marito svizzero di cui era molto fiera. Anche lui molto ricco,naturalmente. Mi stupiva la sua lussuosa automobile e il nome con cui lei lo chiamava : Ermanino - da Hermann. Sembravano due personaggi da operetta.
    Io ho un buon ricordo di Giancarlo. Ebbi da lui un grande regalo, una "amicizia combinata" e da lui fortemente voluta. Lui conosceva una famiglia romana molto altolocata e naturalmente coinvolta nel regime - il padre era un famoso commediografo. Padre e madre erano scappati in Argentina e i due figli, una ragazza e un ragazzo, erano venuti a Milano con la nonna e abitavano proprio in Piazza Giulio Cesare. Immagino che abbia chiesto a questi ragazzi di fare amicizia con noi e immagino anche che mia sorella non sia stata interessata. Io invece ero proprio sola e bisognosa di nuove amicizie; la cosa poi funzionò abbastanza bene anche se io ero troppo piccola per loro due. Lui era poco più grande di me, andavamo in bicicletta e sentivamo delle canzonette di moda in quel momento, ma non avevamo molte cose da dirci. Lei aveva forse 18 anni ed era molto bella e molto simpatica e intelligente. Parlavamo di tante cose, lei si interessava a me, fu una persona importante in quel momento della mia vita. Ricordo un inverno e una primavera in cui stavo spesso con loro. La Piazza Giulio Cesare era tornata ad essere, come prima della guerra, luogo di incontri, giochi, allenamenti su pattini a rotelle. Era un momento speciale. Era il mondo che ricominciava. Ero io che diventavo quasi grande. Vennero le vacanze e finalmente dopo 4 anni, ritornammo in Val di Fassa. Al nostro ritorno i miei amici non c'erano più
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Biancamaria Bianchi Scaglia

NOTA
(1) Olga Lopez Perera, figlia di Cesare ed Emilia Cantoni, nata a Venezia il 23 ottobre 1868, era vedova di Gabriele Eugenio Pincherle. Fu arrestata a Gemona (Udine), insieme alla figlia Emilia (1893/1944) e al figlio Vittorio Samuele (1895/1944). Da Auschwitz, dove furono deportati, non fecero ritorno.