Mi chiamo Marco Bartesaghi, abito a Verderio (Lecco).
Di questo paese, ma non solo, mi interessa la storia.
In questo blog intendo pubblicare i risultati delle ricerche che ho fatto e che farò in avvenire.
Agli eventuali lettori chiedo non solo commenti e giudizi, ma anche contributi e approfondimenti. Grazie.
VUOI ESSERE AVVISATO QUANDO AGGIORNO IL BLOG? MANDA UNA MAIL A: marco.bartesaghi@libero.it
Maurizio Besana è in primo luogo un falegname, ma da sempre ha fatto fotografie, scattandole, sviluppandole e stampandole in proprio, quando ancora si usavano le pellicole.
Molte delle immagini da lui realizzate hanno avuto come soggetto Verderio e molte ora non possono più essere rifatte perché il soggetto è del tutto cambiato.
Quella che vi presenta è stata ripresa dalla corte dove abita, conosciuta come "curt del legnamée", del falegname (non lui, un suo predecessore) o "curt del murnée", del mugnaio.
Dirimpetto all'androne d'entrata si vede l'arco ribassato dell'accesso alla "curt di Lau", un edificio che è stato abbattuto negli anni ottanta del novecento. Sullo sfondo, aldilà del muretto e del cancello, le piante nascondono l'asilo Giuseppina Gnecchi.
In primo piano l'entrata della "curt del legnamée" o del "Murnée"; aldilà della strada l'entrata dell "curt di Lau"
Questa è invece la fotografia scattata oggi più o meno dalla stessa posizione. La "curt di Lau" è stata sostituita da un moderno edificio. Un'altra differenza che si può notare è l'acciottolato in primissimo piano: ancora integro nella foto degli anni settanta, con tante chiazze di cemento in quella di oggi.
Doriano Riva quando ha compiuto sette anni ha ricevuto in regalo una fisarmonica.
Doriano suona la fisarmonica in un'osteria
Il debutto all'oratorio di Verderio Inferiore
Ce l'ha ancora, la stessa, e non ha mai smesso di suonarla, anche adesso che di anni ne ha settanta. Più in generale, non ha mai smesso di fare musica, anche con altri strumenti, compresa la sua voce.
Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso ha dato vita, insieme ad altri ai primi complessi musicali nati a Verderio, gli "Evasi" poi diventati "Cleptomani".
Doriano alla festa dei suoi settant'anni al circolo Pintupi
In questo video Doriano racconta la sua storia "musicale", che continua oggi con il complesso dei "No limit" con cui ha suonato alla festa dei suoi settant'anni che ha offerto ad amici e conoscenti al circolo Pintupi.
Dal novembre del 2017 Don Adriano Valagussa è missionario nella parrocchia di Palma Soriano, nella diocesi di Santiago de Cuba. È un missionario fidei donum perché il suo impegno nasce da un accordo fra la diocesi di Milano e quella di Santiago. Don Adriano, ordinato sacerdote a Milano l'11 giugno 1977, è nato a Verderio Inferiore il 27 febbraio 1950. Con Verderio ha mantenuto sempre un buon rapporto tanto che, quando nell'aprile 2019 il tetto della sua chiesa è crollato, la comunità parrocchiale si è attivata per aiutarlo, accogliendo la proposta di Doriano Riva, musicista, di trasformare in “canzoni” i “canti” solitamente eseguiti in coro durante le Sante Messe. Ne è nato un CD dalla cui vendita sono stati raccolti soldi per la parrocchia cubana di don Adriano. Per chi volesse, è ancora possibile acquistarlo, con un'offerta di almeno 10 euro, richiedendolo a Doriano all'indirizzo e-mail: dorianoriva@gmail.com. Dall'iniziativa è nata anche una serata di presentazione del CD, che si è svolta all'oratorio di Verderio ex Inferiore, a cui era presente anche don Adriano, in Italia per un periodo di riposo.
Nell'ottobre del 2017, prima della partenza di don Adriano per Cuba, il quotidiano Avvenire.it aveva pubblicato un articolo, da cui ho estratto il suo racconto di come è maturata la sua scelta di partire:
Don Valagussa: «Andare in missione a 67 anni? Un dono di Dio»
«Ho 67 anni, sono prete da 40. Mai avrei pensato, a questa età, di andare a Cuba in missione. C’è chi mi dice: "Mi spiace che vai via". E chi mi dice: "Ammiro il tuo coraggio". Ma la cosa più bella, vera e sconvolgente, che non mi stanco di ripetere a tutti, è che non c’è alcun merito e alcun progetto mio, in tutto questo. È il Signore che mi ha fatto un dono straordinario, al quale ho cercato di resistere un po’, all’inizio. È come se la mia vocazione sacerdotale mi fosse restituita in una forma nuova. È grazia data a me perché possa sovrabbondare per tutti.
Era l’inizio del 2016 quando, ad un incontro di preti, il cardinale Scola ci disse che l’arcivescovo di Santiago de Cuba, Dionisio Guillermo García Ibáñez, chiedeva fidei donum per la sua diocesi. Lo ascoltai come un avviso fra altri, senza farci caso – ricorda don Adriano –. Il giorno che ha cambiato tutto è il 4 novembre scorso. In Duomo c’è il Giubileo diocesano del presbiterio. "Non ci vado", avevo deciso la sera prima. Ero stanco. Al mattino avevo la Messa in parrocchia, sarei arrivato tardi, mentre al pomeriggio dovevo iniziare le visite alle famiglie per Natale. All’ultimo momento cambio idea: vado. Hanno già iniziato. Faccio a tempo a confessarmi. E ad ascoltare il cardinale. Che prima parla del discepolo come missionario secondo l’Evangelii Gaudium. Poi rilancia la richiesta di monsignor Dionisio. Quelle parole sono state come una botta. Mi sono sentito un fuoco, dentro. E mi sono spaventato, sentendomi risuonare nella mente la domanda: "Perché non ci vai tu, Adriano?". Sono avanti con gli anni, non so la lingua, sto bene a Cassago, mi sono risposto. Ho resistito cinque giorni. Poi ho dato la mia disponibilità. L’allora vicario generale, monsignor Delpini, l’ha raccolta e mi ha detto: "Vai bene tu". Ora – dice il sacerdote – sto vivendo tutto questo con grande serenità. E nel segno della gratitudine. Verso la comunità di Cassago, anzitutto, che mi ha accolto otto anni fa; verso alcune famiglie e alcuni sacerdoti amici con cui ho camminato, nell’ambito di Cl, condividendo un’esperienza di preghiera e fraternità che mi ha salvato dal diventare un prete burocrate. Questa missione a Cuba non è una grazia solo per me, è un segno per tutti. Dice che il Vangelo non è una teoria e che Gesù chiama davvero, nel concreto della nostra vita. I ragazzi e i giovani, qui, ho l’impressione che ora mi guardino in modo diverso».
Con il prefisso para iniziano tante parole che danno il nome a oggetti molto umili, ma assai preziosi, che si assumono il compito di prendere su di sé i fastidi, le “botte”, i colpi che, in loro assenza, sarebbero destinati ad altri: il parafulmine si becca la scarica altrimenti destinata alla casa; il parabrezza e il paraorecchie ci proteggono dalle insidie del vento e poi il parastinchi, il parabordo, il parabrace, il parafango, il paraurti. ll paraocchi è un caso un po’ particolare: è un oggetto reale quello usato per non far imbizzarrire i cavalli; non lo è invece quello che usiamo quando decidiamo di non voler vedere ciò che è impossibile non vedere.
Il paracarro l'ho lasciato per ultimo perché gli voglio dedicare il resto di questo articolo, ponendo l’attenzione su quegli esemplari che si trovano a Verderio. Il vocabolario Treccani, in versione online, descrive i tipi di paracarro in base alla loro funzione.
Il primo è quello che si trova ai bordi delle strade, soprattutto extraurbane, e serve ad impedire alle macchine - in passato ai carri - di invadere le banchine laterali.
Via Contadini Verderesi, ex Strada per Paderno
A Verderio ce n’è una lunga fila sul lato ovest della via Contadini Verderesi, quella che porta a Paderno d’Adda; due file molto più brevi, composte da elementi di diverse dimensioni, sull’ultimo tratto del viale che porta a cascina Bergamina; quattro sulla strada consorziale per cascina Airolda, in corrispondenza della svolta ad angolo retto che immette sul rettilineo diretto alla cascina. Possiamo far rientrare in questa categoria anche i paracarri che, in piazza Gnecchi, separano il parcheggio dalla striscia riservata ai pedoni.
Piazza Gnecchi Ruscone
Piazza Gnecchi Ruscone
I paracarri fin qui citati sono dei bei paracarri, ricavati da vari tipi di granito, disegnati, scolpiti e sagomati con cura. Quelli su via dei Contadini risalgono al 1864, quando il conte Confalonieri si offri di alzare, rettificare ed allargare, a sue spese , la strada preesistente. Alti circa un metro, in granito, hanno forma cilindrica ma terminano con una calotta semisferica, sotto la quale, per una decina di centimetri, il diametro del cilindro è un po’ più ampio e ha l'aspetto di un anello. Un tempo erano più numerosi e disposti su entrambi i lati della strada. In seguito alcuni sono stati utilizzati per altri scopi, come quelli che impediscono l’accesso delle macchine sul sagrato della chiesa dei santi Giuseppe e Floriano e dal retro della chiesa a via Papa Giovanni XXIII.
Sagrato della chiesa dei santi Giuseppe e Floriano
Paracarri con catena che limitano l'accesso a via papa Giovanni XXIII
Quella di ostacolare il passaggio dei carri, allora, e delle auto oggi è una seconda funzione attribuita ai paracarri e descritta dal vocabolario. La svolgevano, tendendo una catena, anche i due elementi posti all’inizio della salita a ciotoli che porta alla villa ex Arrigoni.
Villa ex Arrigoni
Altri paracarri già in via Contadini sono invece finiti in mano a privati e alcuni di essi sono stati utilizzati, ad esempio, per delimitare un orto. Sono belli anche gli ultimi quattro paracarri che si trovano sulla strada per la Bergamina, in granito a grana rosa, terminano con un tronco di cono a gradini e una sfera tagliata circa a tre quarti.
Cascina Bergamina
Anche se più semplici, fanno la loro bella figura anche i paracarri sulla strada per l'Airolda. Penso che il loro scopo fosse quello di evitare che i carri provenienti dalla cascina finissero nel fossato dopo aver affrontato la curva.
Strada per cascina Airolda
Ma la funzione che più di tutte giustifica il nome “paracarro” è quella così descritta dal vocabolario Treccani: “ i paracarri erano anche disposti nelle strade dei vecchi centri abitati, lungo i basamenti di edifici importanti ai lati di passi carrai, per proteggere le murature dagli urti dei carri”.
Di questi a Verderio ce ne sono molti, sparsi su tutto il territorio, molto diversi fra loro, messi a guardia anche di edifici non importanti. .
Due, imponenti, si trovano ai lati dell'entrata della cascina Bergamina. Molto grandi, hanno forma complessa e terminano in alto con una sfera quasi completa. Ricordano una pedina, un po' tozza, degli scacchi. Furono acquistati negli anni trenta del novecento da Gianfranco Gnecchi Ruscone perché i due piccoli paracarri, ancor oggi presenti sugli angoli del portale, non erano sufficienti a proteggerlo dai grandi carri che, molto carichi, entravano in cascina.
Entrata di Cascina Bergamina
Quasi tutti i portali delle corti di Verderio sono dotati, agli angoli, di paracarri di diversa forma e di diverso materiale, più o meno “eleganti”. Eccone alcuni esempi.
Via Sant'Ambrogio
Via Angolare
Piazza Roma
Via Roma
Angolo tra via Piave e viale Rimembranze
Poi ci sono i paracarri che non riparano gli spigoli dei portali ma i muri iN corrispondenza delle curve nelle vie del centro storico, soprattutto in via Angolare – come sembra ovvio - e in via Campestre
Quasi sempre sono semplici sassi non lavorati, grandi ciotoli raccolti e adoperati così come sono stati trovati e come il ghiacciaio li aveva depositati durante il suo cammino dalle Alpi alla valle dell'Adda.
Via Angolare
Angolo tra via Angolare e via Campestre
Di uno in particolare, in via Angolare, penso di conoscere il suo punto di partenza: essendo verde penso sia di “serpentino” e, se non sbaglio, il serpentino che si trova da queste parti arriva dalla val Malenco.
Nel novembre del 1942 si trasferiscono a Verderio due famiglie provenienti da Rodengo Saiano, paese in provincia di Brescia. Sono le famiglie dei fratelli Ernesto e Pietro Galizioli.
Ernesto Galizioli
Carolina Inverardi
Quella di Ernesto, il maggiore, classe 1896 è composta, oltre che da lui, dalla moglie Carolina Inverardi, 1899, e da sette figli, sei femmine e un maschio: Angela, 1924; Luigia e Maria, gemelle, 1925; Angelo, 1927; Barbara, detta Rina, 1930; Giuseppina, 1933; Agnese, 1935. Le tre sorelle più giovani vivono ancora: Barbara e Agnese abitano a Verderio, Giuseppina a Robbiate. Ernesto e Carolina avevano avuto un’altra figlia, la prima, nata nel 1922 e morta a due anni per il “mal del gróp”, “un nodo alla gola che non lasciava più respirare e contro il quale, allora non si poteva far niente”: la malattia, che così mi è stata descritta, dovrebbe corrispondere alla difterite.
Le sorelle Galizioli, figlie di Ernesto, al matrimonio del fratello Angelo. Nella prima fila dietro i bambini, da sinistra, Rina, Angelo, sua moglie Augusta Salomoni, Maria. In ultima fila, sempre da sinistra, Giuseppina, Agnese, Luigia, Angelina
La famiglia di Pietro, che era nato nel 1899, comprendeva la moglie, Natalina Medici, 1904, e sette figli: Santina, 1926; Carmelita, 1928; Giovanni, 1930; Giuseppe, 1934; Elisa, 1936; Pierino, 1938; Aronne, 1940. A Verderio, nel 1947, nasce Luigi, l’ottavo figlio, e un’altra bambina che però muore appena dopo la nascita, non prima però di essere stata battezzata. Degli otto fratelli vivono ancora Giovanni, Elisa e Luigi. Aronne, che faceva il prestinaio a Cornate, è morto nel 1960 a Brivio, in un incidente in moto. La famiglia comprendeva anche la nonna materna e il suo secondo marito, Fausto Medici, il cognato che aveva sposato quando era rimasta vedova.
Pietro Galizioli
Natalina Medici
A Rodengo i Galizioli erano contadini e lavoravano i terreni, che avevano in affitto, con un altro fratello. Utilizzavano già il trattore e un aratro proveniente dalla Germania, più moderno rispetto a quelli ancora in uso a Verderio. Allevavano un buon numero di animali, fra vacche, buoi e cavalli, che alla loro partenza rimasero al fratello che non li aveva seguiti.
A Verderio vengono per lavorare, con contratto a mezzadria, i terreni a nord ovest del paese (ex Superiore), di proprietà di Alessandro Gnecchi Ruscone. A lui, un fratello che aveva possedimenti in provincia di Brescia, aveva segnalato le loro famiglie come “brave ed affidabili”. Si trattava probabilmente di Giuseppe Gnecchi Ruscone, che gestiva l’azienda agricola ereditata dal padre Antonio, a Cologne Bresciano. I Galizioli vanno ad abitare nella cascina S. Antonio ai Boschi. Costruita nel 1942, è dedicata a sant’Antonio, in memoria di Gian Antonio Gnecchi Ruscone, figlio di Alessandro, imbarcato sull’incrociatore Zara e scomparso durante la battaglia di Matapan del 28/29 marzo 1941.
Lapide murata sul muro esterno della Cascina Sant'antonio a Verderio
Prima del trasferimento di tutta la famiglia, Pietro ed Ernesto acquistano una coppia di buoi al mercato di Rovato, li attaccano ad un carro e in due giorni, fermandosi la notte a dormire a Seriate, li portano a Verderio. Poi tornano a Rodengo a prendere gli altri.
Pietro, la moglie, la cognata, i figli e i nipoti giungono fino a Paderno d’Adda in treno e da qui si dirigono verso casa sfilando a piedi per Verderio, sotto lo sguardo incuriosito degli abitanti, già informati del loro arrivo. Qualcuno è scettico e mormora che “ai Boschi” andranno a patire la fame.
Ernesto e la figlia Angelina, li avevano preceduti in bicicletta, per far trovare la polenta pronta. La consumeranno tutti insieme sotto il portico della cascina.
Per le prime notti si devono adattare a dormire nella stalla e in due piccoli edifici adibiti a roccoli di caccia, poiché la costruzione della casa non è ancora completata.
Un'immagine recente della Cascina Sant'Antonio a Verderio
Per alcuni anni devono affrontare anche il problema dell’approvvigionamento dell’acqua. Quella potabile la prendono alla vicina cascina Airolda, fino a quando non si collegano con una conduttura alla Fonte Regina, presso la cascina Alba, sulla strada per Cornate.
Realizzano essi stessi lo scavo, scendendo i primi 40 cm con l’aratro, trainato da una pariglia di buoi alternata a una di cavalli, e proseguendo poi con piccone e badile fino alla profondità stabilita.
Anche per l’acqua necessaria agli animali non sono autosufficienti e d’estate, quando la loro riserva non basta, devono rifornirsi in paese con il carro cisterna. Solo due o tre anni dopo il loro insediamento, arriva l’energia elettrica a sostituire l’acetilene per l’illuminazione.
***
I primi anni non sono facili neanche per il lavoro. Una parte dei terreni era in precedenza occupata da bosco, perciò i primi raccolti non sono buoni. Poi le cose migliorano, anche perché la proprietà introduce l’uso di macchine fino allora pressoché sconosciute nella zona.
Così come era stato quando vivevano a Rodengo Saiano, l’allevamento del bestiame, , assume importanza rilevante nella loro attività anche a Verderio. Hanno in media una trentina di capi (le famiglie di Verderio ne avevano solitamente non più di due) fra vacche, buoi, cavalli e vitelli. Comprano questi ultimi nella bergamasca, dalle parti di Solza e Medolago, ma li vanno a prendere a Porto d’Adda, in riva al fiume dove vengono trasportati con la barca. Li fanno crescere nella loro stalla e poi li vendono. Quando avranno anche il toro, i contadini della zona, che per la monta portavano le loro vacche a Paderno d’Adda da un certo “Paulin”, cominciarono a servirsi da loro per questo servizio.
***
Nel 1958 la proprietà della cascina e dei fondi ad essa legati passa da Alessandro Gnecchi a suo genero, Rodolfo Gavazzi, e nasce l’Azienda Agricola Boschi, dedita all’allevamento di bovini
I Galizioli devono scegliere se continuare a lavorare lì, con la nuova proprietà, o lasciare e trasferirsi. Angelo figlio di Ernesto, vorrebbe continuare. I suoi cugini invece, figli di Pietro, hanno già abbandonato il lavoro agricolo per la fabbrica.
La posizione di Gavazzi, il nuovo proprietario, è però decisa: o entrambe le famiglie restano, o entrambe se ne devono andare.
Bovini dell'attuale Azienda Agricola ai Boschi
***
I Galizioli lasciano e si trasferiscono in paese.
Pietro va ad abitare in Curt de la Palasína, a Verderio Inferiore.
Ernesto, con il figlio Angelo e la sua famiglia, sta per un paio d’anni nella casa dei Pirovano (i Scigùla), in via Sant'Ambrogio, per poi trasferirsi nella corte dei Pelot, in via ai Prati.
PER CONTINUARE LA LETTURA CLICCA SU "CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO"
Mi ha fatto molto piacere, ma anche messo un po’ in imbarazzo, ricevere l’invito da Danilo Villa alla presentazione del suo libro “GUIDA PER MANAGER DISORIENTATI. Dialogo su come fare innovazione”.
Piacere perché e una persona che stimo, con cui è bello parlare, discutere e che è sempre interessante ascoltare. Certamente prima che si distaccasse dalla politica locale le occasioni di incontro erano più frequenti. Allora le posizioni fra noi erano spesso contrapposte, soprattutto in occasione del primo referendum sulla fusione di Verderio Inferiore con Verderio Superiore, di cui lui era stato un tenace avversario, io un sostenitore. Chissà se si ricorda di una litigata telefonica, penso l’unica della mia vita, terminata con il reciproco sbattere delle cornette (ah, la cornetta che da come la riappendevi si capiva il tuo umore). Era avvenuta circa a mezzogiorno. La sera stessa, al dibattito fra favorevoli e contrari, pace con pacche sulle spalle e risate non di convenienza.
Perché, allora, l’imbarazzo? Perché io un po’ disorientato lo sono senz’altro, ma cosa c’entro con i manager? e non ho neanche un vestito adatto e non capirò niente.
Però ci sono andato e ho fatto bene, perché si parlava di cose che mi riguardano, non come manager, ovviamente, ma come cliente della grande distribuzione, insomma uno di quelli che i manager devono cercare di accontentare.
Il libro è pubblicato dalla casa editrice Franco Angeli. È scritto a due mani e si presenta sotto forma di intervista: Danilo risponde alle domande di Leonardo Cilia, un esperto di formazione nel campo dello sviluppo organizzativo.
Presentazione del libro di Danilo Villa alla Casa della Cultura a Milano. Da sinistra Paolo IACCI,presidente i AIDP Promotion, Danilo Villa, Guido Galardo e Daniele Ferrè, rispettivamente ex presidente e presidente di Coop Lombardia.
***
Quali sono le aziende più attrezzate a rispondere alle sollecitazioni del mondo globale? alla spasmodica velocità di cambiamento della realtà? alla concorrenza sempre più invasiva dell’e-commerce – il canale di vendita via internet? Come possono farlo? Queste, mi sembra, le domanda di fondo del libro.
La risposta? Le aziende “che brillano di luce propria, indipendentemente dalla fama e dall’importanza del fondatore”, che possiedono “la cultura della responsabilità diffusa”, sanno “gestire aspettative elevate, facendole diventare il motore della motivazione e del senso di appartenenza”, hanno “capacità di rigenerare continuamente qualità, ampiezza e profondità dell’offerta e una pervasiva attenzione all’insegna, ai valori, ai prodotti. La parola magica è: innovazione”.
All’opposto, dimostrerebbero una minor propensione all’innovazione le aziende in cui “l’obbedienza è il principale fattore comportamentale dell’organizzazione”.
Le aziende che “ce la fanno” sono quelle, scrive Danilo, che “manifestano consapevolmente la loro identità, cioè la loro missione e i loro valori distintivi, agiscono sulla base di una strategia ben declinata in programmi e progetti congruenti, sono costantemente all’opera per semplificare i processi operativi e minimizzare errori e sprechi, adottano un modello organizzativo che definisce con chiarezza responsabilità e ruoli delle diverse unità, hanno uno stile di gestione che invita tutti i dipendenti a collaborare al miglioramento continuo delle attività, grazie alla piena consapevolezza dell’impatto di ogni singolo operato sul risultato finale”.
***
Danilo ha 62 anni, è nato a Milano ma è sempre vissuto a Verderio (suo papà, Armando, di Verderio Superiore è stato sindaco per quarant’anni). È sposato con Fiorella, sua coetanea e compagna di scuola all’“asilo”, alle elementari e alle medie. Ha tre figli e due nipoti. Ha frequentato il liceo a Seregno e si è laureato in filosofia all’Università Statale di Milano.
Proprio dalla sua laurea in filosofia – una di quelle che vengono sconsigliate, invitando a propendere per gli indirizzi scientifici – parte la nostra chiacchierata. Gli chiedo se gli sia servita per diventare un manager esperto.
Non mi risponde direttamente, mi racconta prima il suo percorso nel mondo del lavoro. Dall’idea iniziale di fare l’insegnante – da qui la scelta di “filosofia” – all’assunzione in Telettra. Nella fabbrica di Vimercate nell’ufficio personale. Formazione lavoro, selezione e antinfortunistica.
Lo stabilimento Telettra negli anni sessanta (foto dal web)
Dopo tre anni la Digital, allora una delle aziende leader nel campo dell'informatica. Ci resta per più dieci anni. “Digital era come un grande campus universitario, gente che inventava, che faceva progetti. L'informatica cresceva a due cifre. L'amministratore delegato spiegava dove saremmo dovuti andare; cosa saremmo stati dopo 5 , dopo 10 anni...”.
Poi però arrivano gli anni novanta e tutto cambia. Le “aziende clienti” si liberano dalla schiavitù dei sistemi proprietari e i colossi dell'informatica saltano per aria, più o meno velocemente.
Danilo negli ultimi anni diventa il direttore delle risorse umane e dell'organizzazione della divisione servizi per il sud Europa.
Lascia Digital e passa a DHL, un azienda che fa trasporto espresso nel mondo. I fondatori sono stati tre studenti californiani che inventano il business di consegnare i documenti di sdoganamento delle navi americane nei paesi aldilà dell'oceano prima del loro arrivo. Dopo i documenti cominciano a portare i pacchi e, via via, DHL diventa il primo “corriere espresso” al mondo. Danilo fa il direttore del personale, ma si avvicina anche ai temi del business: è responsabile dell'ufficio acquisti, della direzione legale; ha il “real estate”, ossia il compito di identificare i posti dove aprire nuove sedi, prenderle in affitto e ristrutturarle; è direttore commerciale del canale indiretto; il franchising.
Poi riceve un’offerta da “Pirelli” e diventa direttore del personale di “Pirelli Pneumatici” per sette anni. “Una grande, importante azienda italiana e una bellissima esperienza internazionale”.
PER CONTINUARE LA LETTURA CLICCA SU "CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO"
Il 4 novembre 1961, con una manifestazione popolare che coinvolse tutto il paese, Verderio Inferiore inaugurò il suo Monumento ai Caduti, per il quale era stata trovata una sistemazione in piazza Annoni, vicino alla torre dell'acquedotto, abbattuta pochi anni orsono. Il monumento comprende una lapide, dove sono scolpiti i nomi dei caduti, e una statua in bronzo che rappresenta un soldato che, con il braccio destro teso verso l'alto, regge una bandiera.
Giuseppe Mozzanica
La scultura è opera Giuseppe Mozzanica (Pagnano 1892 - 1983) che, per Verderio Inferiore, realizzò una copia di una sua statua già presente nel monumento ai caduti di Dervio, località situata sulla sponda orientale del lago di Como.
A Giuseppe Mozzanica è dedicata una Fondazione che ha lo scopo di preservare e far conoscere la sua opera. Cuore della fondazione è una gipsoteca dove sono conservati i gessi utilizzati per la sua produzione artistica. Fra questi gessi è conservato anche quello che servì per i monumenti di Dervio e Verderio Inferiore.