martedì 27 ottobre 2015

BREVE STORIA DEL "PERDONO D'ASSISI" E DI UN'ASSOCIAZIONE PRESENTE A VERDERIO DA QUASI 150 ANNI di Marco Bartesaghi


Il 2 agosto di ogni anno è, nel mondo cattolico, la giornata dedicata al Perdono d’Assisi, occasione, per chi lo vuole, di ottenere, o “lucrare” - se si vuole ricorrere al verbo tradizionalmente usato, ma che, alle nostre orecchie, ha assunto ormai una connotazione negativa - l’indulgenza plenaria.
Per conoscere il significato di questo istituto che, sebbene meno frequentato che nei secoli scorsi, mantiene nella dottrina cattolica un ruolo importante, leggiamo come esso è definito nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1).


L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, […]
L'indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati”  […]. Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti.”
(2)


Ho evidenziato un paio di frasi che, almeno per i profani – categoria a cui appartengo - , necessitano di qualche specificazione.
La prima – “i peccati già rimessi quanto alla colpa” – chiarisce che l’indulgenza non solo non sostituisce il sacramento della penitenza, al quale la remissione della colpa è affidata, ma da esso non può nemmeno prescindere.
La seconda frase sottolineata delimita il campo d’influenza dell’indulgenza: la pena temporale dovuta per i peccati. Per cercare di comprenderne il significato ci affidiamo ancora una volta al testo del Catechismo.


“Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D'altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato […]
Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato”.


Chiarito, per quanto possibile (3), l’ambito d’azione delle indulgenza, torniamo a quella specifica legata al Perdono d’Assisi.
 

La sua storia risale al 1216, quando Francesco d’Assisi la ottenne, da Papa Onorio III, per la Porziuncola, una piccola chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli, che Francesco recuperò dall’abbandono e che ne fece centro dell’ordine dei frati minori.
L’origine del Perdono d’Assisi è narrata in un libro del 1824, il cui frontespizio recita: Storia del Perdono d’Assisi con documenti e osservazioni del P. Maestro FRA NICCOLA PAPINI, già ministro generale de’ Minori Conventuali di S. Francesco (4).
 

Leggiamone un brano:


“Uno degli oggetti, a’ quali più mirò San Francesco già vaso eletto di perfezione, e che in special modo richiamarono le attenzioni e le premure di lui, fu la salvezza de’ peccatori.
Questo aveva egli in vista, dopo la Divina gloria, ne’ suoi disastrosi e lunghi viaggi, e nella quotidiana laborosissima predicazione; per questo offeriva sovente il proprio corpo olocausto alla superna giustizia col mezzo or de’ digiuni, or de flagelli, or delle nevi e de’ diacci, ed ora delle spine e de’ roghi, tra’ quali voltandosi a gran forza ne usciva lacero la pelle, e tutto tinto di sangue; di questo infine si occupava sempre nella sua quasi continua orazione, non passando volta, che non li raccomandasse alla maestà dell’Altissimo. Appunto avea ciò fatto una notte dimorando presso la Chiesa di Santa Maria in Portiuncola, e forse nell’implorare per loro grazia e perdono avevala esibita, diciam così all’offeso Signore, perché la destinasse qual città di refugio pe’ miseri, e luogo di condonazione: quand’ecco sente intimarsi d’andare i Perugia a’ piedi del Sommo Pontefice Onorio III, e a lui chieder, da lui impetrare ,’Indulgenza per la nominata Chiesetta. Non perde tempo la carità di Francesco. Di buon mattino prende fra Masseo per compagno e si porta a Perugia. Introdotto alla presenza del Papa rispettosamente così gli favella. Santo Padre, non è molto che fu per opera mia restaurata per Voi e ridotta in buono stato una Chiesa sacra alla gran Vergine Madre di Cristo, detta però Santa Maria nella pianura d’Assisi. Ora supplico vostra beatitudine a volersi degnare di porre in essa una grande Indulgenza nell’anniversario della dedicazione il dì due d’Agosto, da’ Vespri del dì primo fino a’ Vespri del dì seguente, ma senz’obbligo d’offerte, e senz’altra briga ed impaccio. Rispose il Papa che voleva contentarlo sebbene fossero le obbligazioni troppo giuste e doverose. Gli domandò poi: Per quanto tempo volete Voi, fra Francesco, quest’Indulgenza? E di quanti anni bramate che sia? Basta di tre … di sei … di sette? Eh, padre beatissimo, replicò il Santo, che dite voi d’anni e di tempo? Non vi chiedo anni, vi chiedo Anime. Il voler mio sarebbe, convenendone Voi, che chiunque nell’anniversario della Dedicazione di detta Chiesa la visiterà ben pentito, e premessa già la sacramental confessione, resti sciolto e libero, tanto in cielo che in terra, come dalla colpa, così dalla pena interamente, e ciò s’intenda di tutto il male fatto dopo il Battesimo fino a quel punto. Eh Francessco, ripigliò il Pontefice, questo è un po’ troppo; non costumarono i miei antecessori d’accordare sì fatte Indulgenze. Sentite, beatissimo Padre, riprese il Santo, la petizione da me fattavi non è mia: io l’ho fatta, e la fo da parte di Cristo Signore che m’ha ordinato di presentarmi a Voi. A questo favellare s’arrese subito Onorio, e rispose: Sì, ve l’accordo. Placet mihi, quod habeas; Concedo, quod dita sit, Fiat in nomine Domini.
Tosto che ciò seppesi da Cardinali, si affrettarono a rappresentare al Pontefice, il pregiudizio che sarebbe quindi venuto a Terra Santa, e alla Basilica de’ SS. Apostoli Pietro e Paolo, e si sforzarono a persuaderlo di rivocare la grazia. No davvero, rispose Onorio, non fo queste azioni di ritirare una cosa dopo averla donata. […] Ex nunc concedo (disse il Papa a Francesco) quod quicumque venerit ed intraverit predictam Ecclesiam bene contritus et confessus sit absolutus a poena et culpa, et hoc valere volumus singulis annis in perpetuum per diem naturalem a primis vesperis includendo noctemusque ad vesperas seguenti diei. Ciò udito fece il Santo la sua riverenza, e si mosse per andarsene; ma lo trattenne il Pontefice dicendo: Dove andate, buon Uomo?che avete voi da mostrare di privilegio cotanto? Santità, rispose Francesco, essendo quest’opera di Dio ci penserà Lui a garantirla. Contentatevi che io non pigli documento di sorta alcuna. Suppliranno, per la carta la Vergine Santissima, per notaro Gesù Cristo Signore, e per i testimoni gi Angeli santi”


La Porziuncola





Riassumendo, nel 1216 Francesco, ispirato dal Signore, ottenne dal papa che il 2 d’agosto, anniversario della dedicazione della chiesa alla Madonna, chiunque, dopo essersi confessato, si fosse recato alla Porziuncola avrebbe ottenuto l’indulgenza per tutti i peccati commessi dal giorno del Battesimo in poi.
Fu così che la Porziuncola divenne ed è rimasta un ‘importante meta di pellegrinaggio.
In seguito l’indulgenza del Perdono d’Assisi fu estesa prima a tutte le chiese francescane, poi alle parrocchie e ad altre chiese.



IL PERDONO D’ASSISI A BACCANELLO
 

Il convento di Baccanello, nel territorio di Calusco d’Adda, e quello di Sabbioncello, a Merate, sono, se non vado errando, i luoghi francescani più vicini a Verderio.


La chiesa di Santa Maria Assunta di Baccanello (Calusco d'Adda)
Nel primo, le cerimonie del Perdono di Assisi, hanno inizio la sera dell’1 agosto con una processione penitenziale, legata cioè alla espiazione dei peccati e alla dimostrazione pubblica del pentimento. Nella processione la statua della Madonna della chiesa di Santa Maria Assunta di Baccanello, che in precedenza trasportata nella parrocchiale di Calusco, viene riportata alla sua sede.
 




Qui i fedeli possono acquistare l’indulgenza plenaria del Perdono d’Assisi a condizione che si siano confessati nell’arco di 8 giorni dalla ricorrenza, che abbiano partecipato a una Santa Messa e che abbiano recitato un Credo, un Padre Nostro e un Gloria.
Le giornate del Perdono finiscono con una festa nel parco adiacente al convento (5)




L’ASSOCIAZIONE DEL SANTO PERDONO D’ASSISI DI BERGAMO.


La chiesa di Sant'Alessandro in Colonna a Bergamo




Nel 1778 nasce a Bergamo l’associazione Pio Lotto del S. Perdono d’Assisi, che nel 1899 prenderà il nome, che tuttora mantiene, di Pia Associazione di Mutuo Suffragio del Santo Perdono d’Assisi.
L’associazione in origine aveva come riferimento la chiesa di Santa Maria delle Grazie. 

Quando questa, nel 1856, fu demolita, fino alla sua ricostruzione (1876), l’associazione si trasferì nella prepositurale di S.Alessandro, dove tornò definitivamente nel 1887, quando ci si rese conto che la nuova chiesa delle Grazie, non era sufficiente ad ospitare i partecipanti alle funzioni del Perdono.



Ogni socio, si legge sul certificato d’iscrizione attualmente in vigore, “partecipa al tesoro” di una serie di S. Messe che si celebrano nella chiesa di S. Alessandro. Quando uno di essi muore, l’associazione provvede a far celebrare una S. Messa presso la parrocchia dove il socio era iscritto. Il 2 agosto, successivo alla sua morte, il socio defunto viene suffragato con l’acquisto dell’indulgenza plenaria da parte di un altro socio o di un parente che deve essere presente alla processione del Santo Perdono.

Il certificato d'iscrizione all'associazione in uso attualmente

I soci che avevano l’onore di rappresentare i defunti nell’acquisto dell’indulgenza, in passato venivano estratti a sorte fra quelli che, entro il 15 luglio, avevano pagato la quota annua d’iscrizione all’associazione. Per rendersi conto dell’ordine di grandezza della somma da versare, si deve sapere che quest’anno, 2015, l’importo è di euro 2,5, nel 1958 era di lire 50 e nel 1899 di lire 20. Gran parte del ricavato annuale è utilizzato per il sostentamento dei missionari della diocesi di Bergamo.
A Verderio si è persa l’usanza, di addobbare la bara del socio, con il simbolo francescano delle braccia di Cristo e di San Francesco incrociate di fronte al crocifisso. Un tempo a questo scopo veniva utilizzato un cuscino ricamato. Oggi, dove la tradizione di questo gesto è ancora viva, il cuscino  è sostituito, in genere, da due immagini appese ai fianchi della bara.




Le immagini con il simbolo francescano, con cui, in alcune parrocchie,  si addobbano le bare dei soci defunti

L’ASSOCIAZIONE A VERDERIO
 

Negli anni successivi alla sua fondazione, l’Associazione si diffuse e si radicò in diverse parrocchie delle province di Bergamo, Milano e Como.
A Verderio, è tuttora presente, ancora divisa in due sezioni, Verderio Inferiore e Verderio Superiore.
Quella di Verderio Inferiore ha attualmente 140 iscritti. Maria Angela Sala da quest’anno ha assunto il ruolo di incaricata che, per qualche decina di anni, era stato svolto da Colnaghi Luigia.
A Verderio Superiore gli iscritti sono una quarantina; la responsabile è Pinuccia Frigerio, coadiuvata da Graziella Viganò.
Per risalire alle origini della presenza a Verderio dell’associazione, ho visitato la sede di Bergamo, che si trova in vicolo dei Dottori 6 ed è aperta al mattino, dal lunedì al giovedì, grazie al lavoro volontario di due signore. 


La sede di Bergamo dell'Associazione di Mutuo Suffragio del Santo Perdono d’Assisi.

La documentazione conservata è costituita da registri contenenti i nomi degli iscritti, la loro età all’atto dell’iscrizione, l’anno in cui questa è avvenuta e la data del decesso. Ho avuto l’impressione che il resto dell’archivio non sia tenuto molto in considerazione e che poco si sappia della sua consistenza.
Per quanto riguarda Verderio, a parte i registri attuali, in possesso anche delle incaricate locali, sembra sia rimasto un solo registro precedente, relativo a Verderio Superiore e iniziato il 18 febbraio 1956.



Il registro del 1956 di Verderio Superiore
I nomi degli iscritti prima di questa data, ancora viventi, furono riportati nel nuovo registro, in testa ad ogni pagina alfabetica. Per ognuno di essi è annotata la provenienza dal registro precedente, che risulta essere stato intestato a Brivio Ronco e che non è più rintracciabile.
 

Nel registro del 1956 sono elencati i nomi di alcune incaricate locali succedutesi negli anni: Isabella Oggioni, che si era iscritta all’associazione nel 1915, all’età di 18 anni e che restò in carica fino al 1976, quando venne sostituita da Luigia Colombo, nell’associazione dal 1956, quando aveva 23 anni. Dopo di lei seguì Teresina Frigerio Aldegani (11). Da altri documenti, del 1899  e 1909, che verranno qui di seguito presentati, si sa che un precedente incaricato, forse il primo, per entrambe le parrocchie, fu Giovanni Quinterio di Verderio Inferiore.
 

Il registro è però troppo recente per permetterci di conoscere la data dell’insediamento a Verderio dell’associazione. La più “antica” data d’iscrizione in esso contenuta risale al 1888 e corrisponde a Luigia Oggioni di Adamo, che quell’anno aveva 17 anni.

Per risalire ulteriormente nel tempo, ho potuto consultare i "Cataloghi" dei defunti:  fogli che ogni anno l’associazione compilava e faceva stampare, con i nomi dei soci defunti nell’anno precedente. In un faldone, scovato fortunosamente da una delle signore responsabili della sede e inesplorato da chissà quando, sono conservati quelli i cataloghi  dal 1850 al 1900. Ogni foglio contiene più di mille nomi, ordinati secondo la data di morte e con l’indicazione del luogo di provenienza.  

Il faldone che contiene i "cataloghi" dei soci defunti dal 185 al 1900



Il  più antico nome di Verderio l’ho trovato nell’elenco datato 1875/76: Angela Villa Massonica di Verderio Inferiore. Ho continuato la ricerca, infruttuosamente, risalendo di altri cinque anni. Penso quindi che la data d’insediamento dell’associazione a Verderio possa essere situata intorno al 1874 - 1875.
Tra il 1875 e il 1882, ho rintracciato solo nomi di Verderio Inferiore: forse l’associazione è nata prima qui che a Verderio Superiore.



Il "Catalogo dei Confratelli Defunti del 1875 - 1876

DOCUMENTI

Possiedo, perché mi sono state donate, due schede d’iscrizione all’Associazione di due epoche diverse.
 

La più antica è datata 19 luglio 1899, è intestata ad Adelaide Stucchi di Giovanni, di 13 anni, di Verderio Sup. Incaricato dell’associazione era Giovanni Quinterio, di cui abbiamo parlato in precedenza.
Il documento è, in pratica, una cartelletta di cm 31,5x cm 43,7. 


Il lato anteriore, suddiviso in paragrafi, contiene  i dati personali  dei soci  (gli "ascritti"),  gli  obblighi a cui essi si dovevano attenere e la descrizione delle indulgenze e dei suffragi a cui potevano aspirare, con le modalità per il loro conseguimento. 

Lato anteriore


Il testo scritto è inquadrato in una cornice rettangolare, con una croce su ogni angolo e un motivo floreale lungo i quattro lati.  

Il lato posteriore è occupato dall’immagine di San Francesco, inginocchiato davanti a un altare, che riceve, da due angeli,  il dono dell’indulgenza “perpetua” per la Porziuncola. In alto a sinistra il Padre, il  Figlio e lo Spirito Santo. Di fronte a loro la Madonna circondata da angeli. L’immagine è quindi  la riproposizione della frase che Francesco avrebbe pronunciato di fronte al papa: “Suppliranno, per la carta la Vergine Santissima, per notaro Gesù Cristo Signore, e per i testimoni gi Angeli santi”, già citata sopra.
 

 
Lato posteriore


In basso a sinistra, il purgatorio, dalle cui fiamme un angelo libera una delle anime, salvata dalla pena grazie all'indulgenza ricevuta.
L’intera figura è inquadrata in una cornice dove, fra due sottili bordi dorati, è ripetuto il motivo della croce all’interno del cerchio  


***
La seconda scheda di iscrizione che possiedo, risale al 1958 (11 luglio), è intestata ad Antonia Acquati di Enrico, di 37 anni, di Verderio Sup. La scheda è firmata dall’incaricata locale Isabella Oggioni.
Il documento è costituito da un solo foglio, 24, 5 cm x 35cm, con gli stessi contenuti del precedente.


Una scheda d'iscrizione del 1958
La parte superiore è occupata da tre immagini francescane, riproduzione di quelle che compogono un trittico conservato presso la sede dell’associazione. Nella prima Francesco riceve da Gesù l’indulgenza per la Porziuncola, che gli viene confermata dal papa nella seconda figura. Nella terza il solito angelo che libera dal purgatorio l’anima favorita dall’indulgenza (6).

Il trittico con i dipinti riguardanti il Perdono d'Assisi, in un locale della sede dell'associazione

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Il terzo documento, sempre dello stesso genere, è un’immaginetta, del 1926, con l’angelo che salva l’anima del purgatorio sul fronte, tema già incontrato nei documenti precedenti, e le “Istruzioni intorno all’indulgenza plenaria” sul retro (7).
 

Fronte e retro dell'immaginetta

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In una cartella dell’archivio parrocchiale di Verderio Superiore, sono conservate alcune carte che trattano, o fanno riferimento, al Perdono d’Assisi (8).
 

In ordine cronologico, il primo documento, datato 30 aprile 1909, è una lettera che il cancelliere dell’associazione di Bergamo, Filippo Peverelli, scrive al parroco di Verderio Superiore, don Luigi Galbiati, per comunicargli la “consolante notizia” che, “finalmente”, Giovanni Quinterio aveva rinunciato al ruolo di incaricato locale per le due parrocchie. Non si conosce il motivo, ma è lampante che i due auspicassero questa soluzione. Nella lettera lo scrivente chiede a Don Luigi di indicare il nome del successore di Quinterio, che si sarebbe dovuto occupare, oltre che di Verderio Inferiore e Superiore, anche di Ronco. 








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Con una lettera indirizzata a un monsignore, di cui non è specificato nome e ruolo, il 27 luglio 1911, don Luigi chiede che alla parrocchiale di san Giuseppe e Fiorano, sia concessa l’indulgenza del Perdono d’Assisi, da “lucrarsi nelle debite forme” nella domenica successiva al 2 di agosto. Il parroco, nella sua richiesta fa riferimento a un decreto del Sant’Uffizio del 26 maggio dello stesso anno.





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Datato 20 luglio 1915 è un foglio stampato con cui l’associazione comunica alle parrocchie che, essendo state proibite, a causa dell’entrata in guerra dell’Italia, le riunioni pubbliche, comprese le processioni civili e religiose,  quell’anno la processione del Santo Perdono, detta del Passaggio, non si sarebbe svolta (9).

Non per questo, è specificato nell’avviso, i sorteggiati ad acquistare l’indulgenza per i soci defunti, dovevano sentirsi esonerati dal loro compito, soprattutto se a loro carico erano le anime dei caduti in guerra.



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Un’ultima lettera, che fa riferimento al Perdono d’Assisi, è quella scritta, il 23 luglio 1915, ancora una volta da Don Luigi Galbiati. Essendo indirizzata all’Eminenza Reverendissima, dovrebbe essere rivolta al Cardinale di Milano, a quell’epoca Andrea Carlo Ferrari.
Don Luigi (10), dopo aver evidenziato che dal 1898 in parrocchia era stata “eretta canonicamente la Congregazione del terz’Ordine di San Francesco”, chiedeva che alla chiesa parrocchiale venisse concessa l’Indulgenza  l'8 agosto del 1915,  la domenica successiva al Perdono d’Assisi. 



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Questa raccolta di documenti non comprende quelli che, molto probabilmente, sono conservati nell'archivio parrocchiale di Verderio Inferiore. Purtroppo non ho ancora avuto la possibilità di verificarne l'esistenza e, eventualmente, di consultarli. Spero di poterlo fare in un prossimo futuro, in modo da poter completare questa piccola rassegna.
Marco Bartesaghi
NOTE

(1) In internet al seguente indirizzo: http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM
(2) Per questa e la seguente citazione vedi: sezione seconda, capitolo secondo: Le indulgenze. http://www.vatican.va/archive/ITA0014/__P4F.HTM
(3) Forse può essere d’aiuto un brano tratto da un simpatico opuscolo illustrato, intitolato “Il perdono d’Assisi”, prodotto nel 1992 da Edizioni Biblioteca Francescana  di Milano:
“Nel Rito del Battesimo viene consegnata a colui che è stato rigenerato nell’acqua e nello Spirito una veste bianca, segno della nuova dignità di figlio di Dio. Nel cammino della vita con il peccato questa veste viene macchiata e c’è bisogno di una purificazione che la renda di nuovo candida. Ora con il Sacramento della Riconciliazione la veste viene purificata, ma, con l’andare del tempo, il tessuto si logora, non è più nuovo  anche se viene reso bianco del perdono sacramentale.
L’indulgenza è un intervento particolare che non solo purifica, ma rende nuova la veste battesimale, che restaura pienamente il tessuto logorato dal tempo”

(4) In Google libri il testo completo al seguente indirizzo: https://books.google.it/books?id=-RfQHDu8hfEC&pg=PA1&lpg=PA1&dq=Storia+del+Perdono
(5) Notizie ricevute da Teresa Ponzoni di Calusco d’Adda, che ringrazio.
(6) Il documento del 1899 mi è stato donato da Carla Comi; quello del 1958 da Fabrizio Oggioni. Li ringrazio.
(7) L’originale dell’immaginetta qui riprodotta appartiene alla signora Isabella Villa Nava.
(8) APVS, Titolo III, Cl. 1 Confraternite. B. Varie Cart.3°, Fasc. 3/3, Perdono d’Assisi – Contro Bestemmia.
(9) R. Decreto n. 674 concernente provvedimenti straordinari in materia di pubblica sicurezza. G. U. del regno d’Italia. N 127 (straordinario), 23 maggio 1915.
(10) Don Luigi Galbiati è stato parroco di Verderio Superiore dal 1897 a 1923.
(11) Questa nota è "fuori ordine". La aggiungo ora perché Giovanna Riva mi ha mandato questa osservazione: "Secondo me, il nome esatto di Teresina , mamma di Pinuccia, è ALDEGHI TERESA sposata FRIGERIO e non Aldegani come scritto nel blog".
Pinuccia Frigerio è l'attuale incaricata dell'associazione per la parrocchia di Verderio Superiore. 
Penso che l'appunto di Giovanna sia corretto. Il cognome Aldegani è però quello riportato nel registro: evidentemente un errore del compilatore. Grazie Gio'... 


























domenica 27 settembre 2015

LA CUCINA DEL VIAGGIO Motivi, significati e tradizioni della gastronomia Rom. Una serata a Verderio con Angelo ARLATI


IL CIBO E LA VITA NOMADE di Angelo Arlati


Il numero 400 di “A” – rivista anarchica, ha pubblicato un lungo saggio di Angelo Arlati, un abitante di Cornate d’Adda studioso della cultura rom, intitolato “LA CUCINA DEL VIAGGIO – Motivi, significati e tradizioni della gastronomia rom”. Il capitolo che mi accingo a presentarvi, IL CIBO E LA VITA NOMADE, di questo saggio è il secondo capitolo.
Il testo è introdotto da Paolo Finzi, direttore di “A” rivista anarchica, con un brano ricavato da “Una collettiva storia d’Amore”, editoriale di presentazione del numero 400 della rivista nata nel 1971, un numero speciale di più di quattrocento pagine.
Di Angelo Arlati, questo blog ha già pubblicato una lunga intervista e i seguenti testi: “La lingua del viaggio”, tratto dal n.376 di “A”-  rivista anarchica e “La più antica rappresentazione iconografica degli zingari”, tratto dalla rivista “Rom-Sinto”, n.15, 2012. Li trovate a questo indirizzo: http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/search/label/Angelo%20Arlati



INTRODUZIONE



Gli zingari all’Expo 2015 non ci sono. Punto. E chi se ne frega di questa gente molesta, antipatica, marginalizzata, criminalizzata, sporca? Che interesse può avere cosa mangia questa gente, che spesso va al supermercato non passando dalla porta d’entrata ma preferisce andare sul retro e svuotare i cassonetti con il cibo buttato via perché in scadenza o con confezione leggermente danneggiata? A noi interessa.
Da almeno vent’anni abbiamo assunto come uno dei nostri temi costanti l’attenzione verso questo popolo, o meglio questi popoli. Verso la loro storia ( è di 9 anni fa l’uscita del nostro doppio DVD+libretto sullo sterminio nazista), ma soprattutto la battaglia ideale e concreta per i loro diritti negati. Questa volta dedichiamo 117 pagine al magistrale lavoro di ricostruzione storica e di ricerca del solito Angelo Arlati. “Solito” perché già due anni fa (“A” 376, dicembre 2012 – gennaio 2013) ha curato un dossier sulla lingua dei rom, con una prima parte di ricostruzione storica della loro lingua alla luce delle numerose migrazioni e una seconda parte tipo manuale per apprendere a parlarla. Questa volta, dopo una ricostruzione dettagliata delle complesse relazioni tra migrazioni, cucina delle popolazioni stanziali, loro cucina, Arlati presenta decine e decine di ricette, contestualizzandole.
Ancora una volta ci troviamo, non a caso, in direzione ostinata e contraria. Contro l’operazione ideologica e strumentale di Expo 2015, anche – paradossalmente – colmandone un vuoto che nessuno ha notato, come quello degli zingari. Il dossier curato da Angelo Arlati può anche essere visto come il loro padiglione negato. A Expo trovate McDonald’s, su queste pagine gli zingari. A ognuno il suo
 

Paolo FINZI– direttore di “A” – rivista anarchica


IL CIBO E LA VITA NOMADE (O zabé taj o drom)(1) di Angelo ARLATI

Il “nomadismo” è uno dei tratti salienti della cultura rom che condiziona la loro vita materiale, oltre che sociale e psicologica, e produce i suoi effetti anche nei gruppi sedentarizzati da secoli, come i Rom della Transilvania e dell’Ungheria, i Rom Rumeni della Valacchia, i Rom del Burgenland, i Servika Roma della Slovacchia, i Rom Arlija della Macedonia, i gitani dell’Andalusia e i gypsies scozzesi di Yetolm. È la loro forma mentis permeata di nomadismo che impedisce ogni attaccamento alla terra. Anche quando vivono in case non amano stare al chiuso. “È appena il caso di dire – osservava nel 1890 lo zigano logo ceco Rudolf von Sowa a proposito dei Rom della Boemia – che coloro ai quali è stata concessa una piccola casa nel villaggio non vivono in quella casa ma quasi sempre in strada, dove si trovano anche i loro cavalli e carri” (Sowa, 1890, pag.139). e L’INGLESE Henry Crofton riferisce che i Gypsies del Lancashire e del Cheshire “nei mesi invernali, dalla fine di ottobre ai primi di aprile, svernano nelle città in case in brutte condizioni o lungo una via dove le case sono costruite solo su un lato e sul lato opposto piantano le tende e i carri” (Crofton, 1877, p.32).

Un gruppo di rom nimadi in riva a un fiume

 Il luogo fisico e simbolico della vita quotidiana del rom, sia che viva in una tenda, in una roulotte o in una casa, è costituito dallo spazio esterno dove generalmente arde un grande falò (2). Il fuoco o jag, che richiama etimologicamente e culturalmente il dio indiano Agni e il fuoco sacro o ignis dei latini custodito nel tempio di Vesta, è il nume tutelare della famiglia, del clan e dell’intera etnia rom. È una specie di “genius loci”, che fornisce energia per cuocere le vivande, tiene lontani gli spiriti dei morti, alimenta i canti e i racconti della tradizione e demarca il territorio rom oltre il quale vi è “il mondo buio e ostile” dei gagé.
Lo stile di vita nomade si ripercuote anche e soprattutto nell’alimentazione. Tutta la cucina rom, dall’attrezzatura culinaria alla capacità di sfruttare le risorse naturali alla semplicità e fantasiosità dei cibi, è plasmata da questo substrato culturale ancestrale.
La cucina tradizionale rom usa poche suppellettili per cucinare, retaggio di una vita nomade in cui il viaggio o drom (dal greco δρόμος ‘strada’) obbligava a portare un equipaggiamento ridotto all’indispensabile. I loro arnesi da cucina consistevano in pentole, pentoloni e padelle di diverse misure: una pentola di rame o piri (dal sanscrito pithari ‘pentola’) con o senza i manici, denominati kanda ( lett. ‘orecchie’); una casseruola di rame detta tigaja (dal rumeno tigaja); un grande pentolone di ghisa stagnato all’interno o kakavi (dal greco moderno κακκαβη ‘calderone’) con il coperchio o fedevo; un paiolo o kezano (dal romeno kazàn ‘paiolo’); una padella di ferro o tava ( forse dal sanscrito tap ‘bruciare’); qualche ciotola di rame o ciaro (dal sanscrito caru ‘vaso’); una bacinella per lavare le verdure e un secchio o paneskero (dal romani pani ‘acqua’) per attingere l’acqua.





Specialmente il grande calderone, la kakavi, con il quale si faceva da mangiare per un gran numero di persone, rivestiva un carattere sacrale. La grande pentola, attorno alla quale si riuniva la numerosa famiglia, nell’immaginario rom era carica di ancestrali simbolismi, dagli affetti familiari alla prosperità economica e alla fecondità riproduttiva (3). Lo studioso greco Alexandre Paspati nel suo lavoro sui Tchinghianés dell’impero ottomano pubblicato nel 1870 menziona una singolare festa  detta kakkavà o festa delle caldaie, che veniva celebrata dai rom mussulmani della Tracia e della Rumelia. Il 23 aprile, giorni dedicato a San Giorgio, i Rom lasciavano i quartieri invernali e si davano appuntamento in un grande spiazzo erboso e qui davano una festa che durava tre giorni. Si uccideva un agnello e si imbandiva una tavola ricoperta di fiori e piena di vini.(Paspati, 1870, p.27) (4).
Nei tempi antichi si cucinava all’aperto sul fuoco a legna appoggiando le pentole sopra grosse pietre o appendendole a un ramo mediante una catena di ferro. Ma il modo più classico era il treppiede detto trinkašt (da trin ‘tre’ e kašt ‘legno’, letteralmente tre legni), costituito da tre bastoni incrociati tra loro alla sommità e legati con un anello o un filo di ferro, dal quale pendeva una catena alla quale si agganciava la pentola per far da mangiare. I Gypsies inglesi invece usavano un sostegno speciale, detto kettle prop, costituito da una lunga asta di ferro, opportunamente sagomata e munita di un gancio per le pentole, piantata nel terreno obliquamente e orientata verso il fuoco. Questa soluzione aveva il vantaggio che si potevano collocare intorno al fuoco più kettle prop, anche quattro o cinque, sui quali poter cuocere contemporaneamente più vivande. Un altro tipo di treppiede (una specie di fornello portatile), molto semplice e di facile collocazione era la pirostià (dal neogreco pirostià), un attrezzo di ferro costituito da un supporto circolare  a cui erano saldati tre piedini, oppure si poteva utilizzare un lungo bastone disposto orizzontalmente al quale si appendevano una o più pentole.





Per arrostire le carni si usava lo spedo o busht. In genere è compito dell’uomo approntare certi animali, come il porcospino, il maiale o l’agnello e accudire alla carne allo spiedo. È curioso come una tribù di ursari della Bosnia impoegase un enorme orso per girare lo spiedo (Folestier, 1977, p.199). Modernamente è invalsa la tendenza di applicare per comodità un motorino elettrico alimentato da una batteria di una autovettura.
 

Durante gli spostamenti questa attrezzatura poteva essere trasportata sul dorso di un animale, ma all’occorrenza se ne poteva occupare un individuo della compagnia. Nella straordinaria incisione di Callot “Bohémiens in marcia” appare una figura divertente di un ragazzo che porta un’enorme pentola sulla schiena, un lungo girarrosto in mano e una pentola con tre piedi dalla forma panciuta sulla testa (un bronzino) mentre gli è accanto una bambina con in mano una grande padella rotonda. 

Callot "Bohémiens in marcia", 1621 (part.)

Arazzo di Tournai (fine sec. XV): "L'arrivo dei Bohémiens" (part.)

 
Bronzino, simile alla pentola presente nelle due immagini precedenti.


La legna per alimentare il fuoco veniva procurata direttamente sul luogo di sosta, nei campi, nei boschi e nelle siepi. Gruppi sedentari costruivano un focolare in argilla oppure avevavo un forno davanti alla capanna. Quando si cominciò a viaggiare con i carrozzoni ippotrainati, questi erano dotati di stufe in ferro o in ghisa. Molto spesso i rom costruivano loro stessi rudimentali stufe lavorando il ferro o assemblando vari pezzi di lamiera.


 
Tipi rudimentali di stufe


 I Rom non producono alimenti in proprio e perciò hanno imparato a ricavarli dal mondo circostante. A perenne contatto con l’ambiente naturale, si sono specializzati in una raffinata tecnica di “domesticazione” delle risorse della natura, sia del mondo vegetale che di quello animale. Hanno potuto nutrirsi grazie alla raccolta spontanea di erbe e frutti commestibili, funghi, radici, miele selvatico e alla cattura di animali selvatici come lepri, conigli, cinghiali, porcospini lumache. Nello stesso tempo hanno saputo sfruttare un’economia basata su quella che potremmo definire la “domesticazione” del gagiò, mediante servizi e forme di sfruttamento del contesto umano prossimo, in cui procacciarsi in vario modo i generi alimentari necessari.
 

Date queste premesse è chiaro come il rapporto dei Rom con il cibo sia sempre stato all’insegna della casualità e della variabilità. La disponibilità di cibo era strettamente legata alla situazione del momento, secondo la reperibilità dei prodotti, la generosità dei gagé, la capacità di chiedere, l’intraprendenza di approfittare di certe situazioni favorevoli, ma anche la chance o fortuna (baxt). Per lo spirito superstizioso dei Rom, se il giro andava a vuoto, la colpa era della sfortuna e, se la donna tornava a casa con la sacca semivuota, la colpa era di un uomo, un cane o un gatto che le avevano attraversato la strada (Petrović, 1940, p.35).
I Rom non usano, se non raramente, conservare gli alimenti. Specialmente una volta non c’era possibilità di conservare il cibo e le vivande, ma tutto doveva essere procurato, cucinato e consumato in giornata. In genere era ed è estranea l’idea di provvista, sia perché i Rom non hanno la preoccupazione del domani sia per ragioni legate alla qualità del cibo avanzato. I Rom polacchi, per esempi, ritenevano che “il cibo preparato bisogna consumarlo nello stesso giorno perché già il giorno dopo può essere dannoso ( Bartosz, 1978, p.6). E per i Manouches francesi “un cibo preparato per un pasto non è mai consumato per un altro” (Derlon, 1978, p. 90).
 

Il tedesco Grellmann riferisce che la carne avanzata era essicata al solo o affumicata col fumo del fuoco acceso davanti alle loro tende (Grellman, 1810, p.57). Era una tecnica antichissima già documentata in un dipinto di Jerom Bosch “Il carro del fieno”, dove è rappresentata la preparazione del pasto in un accampamento con uno spiedo al quale è appeso un pesce ad affumicare. Lo studioso francese Dollé riferisce che era un procedimento conosciuto anche dai Manouches francesi, ma osserva che era una tecnica poco usata poiché il rom non adopera che legna secca perché il fuoco deve essere vivo, caldo e luminoso e secondariamente non ha interesse ad attirare l’attenzione sulla sua presenza con colonne di fumo (Dollé, 1980, p.116). Per questo motivo, come è capitato spesso durante la seconda guerra mondiale, i Rom non si curavano di mangiare la carne cruda per non rischiare di essere scoperti.
Altri metodi di conservazione erano la salatura della cacciagione e del pesce; la stagionatura della carne; la salamoia, come per le verze cappuccio che entrano nella preparazione delle sarme, che oltre a dare un sapore aspro permetteva una lunga conservazione; le verdure sott’olio o sott’aceto e la conserva di confetture e marmellate.
L’alimentazione quotidiana era quindi irregolare e la mancanza o abbondanza determinava i loro criteri alimentari. C’erano giorni in cui il cibo era abbondante o appena sufficiente, altri in cui scarseggiava per tutti e si doveva tirare la cinghia. Specialmente d’inverno si era costretti a nutrirsi poveramente, a base di minestre di patate e fagioli, crauti,rape, qualche gallina e parti scadenti di maiale. In questa precarietà quotidiana, dove tutto doveva essere utilizzato al meglio e nulla doveva essere sprecato, il rom ha affinato le sue capacità di adattamento. Un gitano, raccontando allo scrittore Charles Duff le peripezie vissute durante la guerra civile spagnola, affermava con orgoglio: “Noi gitani possiamo vivere con molto poco ed io con il mio popolo ho imparato a utilizzare e ad arrangiarmi con ogni sorta di cose che tu non avresti mangiato” (Duff. 1940. p.17).



Jerome Bosch,"Il carro del fieno", (part.)

Un ruolo determinante nella preparazione dei cibi era svolto dalla donna cuciniera, che doveva attingere a tutte le proprie doti di fantasia e improvvisazione per poter ricavare il massimo dalle materie prime a disposizione. Un proverbio kanjarja afferma che una cattiva cuoca, anche se dispone di molti ingredienti non riesce a sfamare una sola persona, mentre una buona cuoca con poche materie prime riesce a sfamarne molte. La cucina rom si adatta al momento e al luogo con una libertà e fantasia gastronomica oltre l’ortodossia: se manca un ingrediente (un aroma, una spezia) è giocoforza rimediare con un altro.
La preparazione del pasto spetta generalmente alla donna. Un detto dei Rom  della Transilvania asserisce che “laci romni jaga, pira taj xabena” (una buona donna è fuoco, pentola e cibi).  Talvolta i lavori più umili come cercare la legna da ardere, provvedere all’acqua, fare il caffè sono assegnati alla borí, la nuora (5).
Non c’era molto tempo da dedicare alla preparazione dei pasti, per questo la cucina doveva essere nello stesso tempo essenziale e sostanziosa. Doveva essere ricca li valori nutritivi ed energetici per la fatica del viaggio, l’esposizione ai cambiamenti di clima, il facile rischio di infezioni.
Tutto veniva cucinato in usa sola volta, tutti gli ingredienti, letteralmente parlando, “entravano nello stesso calderone”. Il pasto p.rincipale era preparato in una grande pentola e consisteva in una minestra o zuppa contenente qualunque tipo di carne e verdure disponibili. Era la logica del “piatto unico”, che si applicava anche nella preparazione di pizze che erano farcite di formaggio, carne e verdure, Assecondando la loro ancestrale dottrina gastronomica che vuole un piatto veloce, sostanzioso e completo, i Rom si sono subito impossessati  dei nostri stufati e piatti unici, come il gulasch, la ciorba o la bagnacauda.
La cucina rom è semplice e poco raffinata, ma sempre saporosa e piccante. Una cucina per così dire “colorata” dove predomina il rosso del peperoncino, dei sughi e dei condimenti, degli intingoli piccanti e delle salse di pomodoro. Se il cibo non ha colore, il rom potrebbe rifiutarsi di mangiare, protestando che “quello sembra un cibo dei gagé”. Diciamo subito che le motivazioni di questo atteggiamento non sono di ordine estetico ma, come vedremo nel capitolo dedicato al cibo e alla salute, sono ben più profonde e investono il mondo culturale rom.
Il rapporto stretto tra cibo e vita nomade diventa pregnante se pensiamo che nelle precarie condizioni esistenziali in cui il cibo era questione di vita o di morte, un ruolo sociale fondamentale era svolto dal senso di solidarietà e di ospitalità. Innanzitutto la solidarietà. Un antico detto kalderash afferma che “Vortako si mursh te del xabén tuke kana trobúl tuke” (Amico è l’uomo che ti dà da mangiare quando ne hai bisogno). Un rom nel bisogno troverà sempre la solidarietà di un altro rom; per lui è sempre pronto un piatto che lo possa sfamare.


In secondo luogo i Rom hanno sviluppato un grande senso dell’ospitalità, un’ospitalità conviviale, tanto che è stata istituzionalizzata e codificata della paciv, le festa dell’ospitalità. Se un clan (vitsa), amico o forestiero, è di passaggio o viene in visita, bisogna intrattenerlo in maniera ospitale con un invito: “Venite, vi chiedo una paciv” (Aven, mangav tumenge paciv), e si organizza un pranzo speciale (Thillagen,1957, p.159). Dall’altra parte l’ospite è obbligato ad assaggiare qualcosa, anche semplicemente una tazza di caffè, se no potrebbe essere considerato “impuro” ((Ranger, 2001, p.132).

In qualunque momento della giornata c'è un piatto di sarme per l'ospite

È tale il senso di dipendenza dal cibo che questo sentimento (forse l’unico motivo extraeconomico che avvicina il rom al gagio) si applica anche ai non-rom. Il rom è ritualmente distante dal suo avversario per antonomasia, il gagio, ma nel bisogno gli è solidale. Non vi è nulla, come il senso della fame, che rende il rom disponibile al gagio, più dei servigi, dei favori e degli aiuti dell’assistenza sociale. Per la loro legge e la loro coscienza è un crimine rifiutare il cibo a una persona affamata (6).
Il valore dell’ospitalità si è conservato anche in tempi di abbondanza. Essi condividono con l’ospite il pane, il vino, l’arrosto o il caffè, che non è soo un atto di cortesia ma di vera compartecipazione. Non si è mai sentito che un rom abbia rifiutato ospitalità o abbia lesinato in fatto di vettovaglie (7).


NOTE

(1)    Traduzione del titolo in romanés, la lingua dei rom.
(2)    Presso i Rom sedentari di Sulmona (provincia dell’Aquila) si osserva che “nelle loro case, le stufe vengono tenute con lo sportello aperto per vedere la fiamma . All’obiezione che in questo modo si consuma più legna una vecchia ha risposto: Io posso stare senza legna ma non senza fuoco” (Classe “V” B del liceo Ovidio di Sulmona, 1979, p.20).
(3)    Nell’oniromanzia rom, la pentola di rame significa vita familiare serena, figli numerosi e buone novità da un parente (Buckland, 1998, p.77).
(4)    Il poeta greco Costis Palamas rievoca così questa straordinaria festa primaverile: “ Ed ecco che nella prateria spaziosa, tuta verde, tutta fiorita, esulta e vocifera e delira la festa dei gitani, la festa della Kakavà di tre giorni. Una festa bizzarra e prodigiosa una volta l’anno, all’inizio del mese di maggio, nei fiori e nell’allegria di maggio” (Palamas, 1931, p. 110).
(5)    Un canto dei Rom della Slovacchia dice: “Amari sal amari, amari terni bori, amareder aveha vedros pani aneha” (Sei nostra, giovane sposa, ma sarai ancora più nostra, quando ci porterai un secchio d’acqua) (Hübschmannova, 1980, p.8).
(6)    Ne è una testimonianza un episodio accaduto ai soldati italiani  combattenti in Serbia, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, furono fatti prigionieri dai tedeschi e internati nel lager di Bor, città della Serbia Centrale e costretti a lavorare nelle miniere circostanti. Dal campo di internamento al posto di lavoro in miniera dovevano attraversare il quartiere zingaro e i Rom al loro passaggio, indotti a compassione, si avvicinavano ai nostri soldati e offrivano loro del pane, pezzi di carne, patate cotte, nonostante i divieti e il rischio di rappresaglie (comunicazione orale di Pietro Motta di Verderio, in Brianza, sulla base dei racconti del padre Luigi, classe 1914).
(7)    Un’antica tradizione vuole che i Rom siano stati condannati alla vita errante per non aver dato ospitalità a Maria e al Bambino Gesù durante la fuga in Egitto (Andrea da Ratisbona, Diarium sexennale (1422 – 1427) in Ofelius A. F., Rerum Boicarum Scriptores etc. Augusta 1723, Tomo I, p.21, riferisce  che i Cingari giunti a ratisbona nel 1924 dicevano “se exulare in signum seu memoriam fugae Domini in Egyptum dum fugeret a facie Herodis, qui eum quarebet ad occidendum”). Da contraltare a questa diceria vi sono le “zingaresche”, composizioni poetiche popolari in voga nel XVII e XVIII  secolo, che invece narrano la generosità della zingarella egiziana che ospita e rifocilla la Sacra Famiglia PINCHERLE, 1891, P. 45-47).
 

Siete stanchi li meschini
Credo, o poveri pellegrini,
da alloggiare voi cercate
voi, Signora, scavalcate.
Sono una donna Zingarella
Bench’io sia già poverella;
pure io t’offro casa mia
benché degna di te non sia.
Io c’ho qua una stallicella
buona per la somarella;
paglia e fieno ora vi metto
v’è per tutti lo ricetto.



BIBLIOGRAFIA RELATIVA AL CAPITOLO " Il cibo e la vita nomade"

Dollé M.P., Les Tsiganes Manouches, Sand
Duff Ch, 1940, Spanish gypsies: a record journey, JGLS, 3s., volXIX n 1-2
Grellmann H. M. G.. 1810, Histoire de Bohémiens, Parigi
Hübschmannova M., 1980 a, Roman gila, Lacio Drom n. 3-4; 1980 b , Roman gila, Lacio Drom n.6
Paspati A., 1870, Etudes sur le Tchinghianés ou the Bhoémiens de l’Empire ottoman, Costantinopoli
Palamas C., 1931, Les douze paroles du Tzigane. Traduit du néo-grec parEugène Clément, Parigi, Libraire Stock, Delamaine et Boutelleau
Petrović A., 1940, Contribution to the study of the Serbian Gypsies, JGLS, 3s., vol XIX n.1
Sowa R., 1890, Notes on the Gypsies of nort-western Bohemia, JGLS, 1 s, vol. II n.3
Tillhagen C. H., 1957a, Food and drink among the Swedish kalderaša Gypsies, JGLS vol XXXVI n 1-2; 1957b, Feasting and fasting, JGLS 3s, vol XXXVI n. 3-4

 
 

venerdì 25 settembre 2015

VERDERIO E LA CHIESA DI WAYAPACHA IN BOLIVIA di Marco Bartesaghi

Maria, a destra nella fotografia









Maria, 34 anni, è una nostra concittadina (e mia figlia) che vive in Bolivia dal 2006, come volontaria dell’OMG, Operazione Mato Grosso.







Il villaggio in cui vive si chiama Phuyuwasi, che in quechua, la lingua dei nativi di ampie zone della Bolivia, del Perù e dell’Ecuador, significa “paese delle nuvole”

 
Una veduta di Phuyuwasi


È situato ad un’altitudine di poco più di 3000 metri; fa parte della zona pastorale di Wayapacha, un villaggio di poco più grande, e della parrocchia di Pocona.

Una veduta di Wayapacha
A Wayapacha l’OMG ha costruito e gestisce una scuola di falegnameria e ha dato vita a una cooperativa di falegnami , dove lavorano ex alunni della scuola.
Wayapacha ha una chiesa abbastanza grande poiché ad essa fanno riferimento, per le funzioni religiose, 11 o 12 villaggi circostanti. Fu fatta costruire negli anni cinquanta/sessanta del secolo scorso da padre Mario, un francescano originario del Trentino Alto Adige.



La chiesa di Wayapacha prima dei lavori di "restauro". Sotto, alcuni particolari







L’edificio, costruito probabilmente “al risparmio”, aveva accumulato negli anni diversi acciacchi, a cui era urgente porre rimedio.
Così, Maria ha scritto una lettera al gruppo missionario di Verderio Superiore per chiedere un sostegno finanziario. Eccola:


“Wayapacha
8 dicembre 2012
Festa dell'Immacolata
Cari del gruppo missionario,
non faccio nessun nome per non scordare nessuno, inizio questa lettera per due motivi. Uno mi viene facile e naturale, ringraziare ancora una volta per l'affetto e la disponibilità che mi avete dimostrato nel mio passaggio in Italia … la cena del povero, la curiosità, le tante domande.
L'altro mi viene sempre più difficile, ed è quello di chiedere.
Sono in chiesa a scrivervi, è la festa dell'Immacolata, la festa patronale qui a Wayapacha. Piove, finalmente, è una pioggia aspettata, chiesta, supplicata dalla gente … una pioggia che si è fatta aspettare … le patate iniziano a soffrire, come anche gli animali per cui iniziava a mancare l'erba …
Così sono venuta in chiesa questa mattina con nel cuore solo la parola “Grazie” … grazie perché si salverà il raccolto … grazie perché non inizieranno le liti, le divisioni per l'irrigazione.
“E allora cosa ci devi chiedere?”
Il problema è che entrata in chiesa, ha continuato a piovere, anche dentro … sul presbiterio, su parte delle panche. Il tetto, fatto ormai trent'anni fa dai francescani, sta iniziando a cedere … una parte si è staccata con il vento di agosto e iniziano ad esserci buchi in varie parti. Noi abbiamo sempre rimandato … per usare i soldi per le case della gente, per l'acqua potabile, per il lavoro con i ragazzi, ma adesso è difficile pensare di rimandare ancora … Ma non possiamo iniziare nessun lavoro se non troviamo i soldi apposta per questo. E così eccomi con la richiesta per voi. Ci aiutereste? Anche con poco, magari con un'altra cena del povero o con qualche piccola iniziativa … Non abbiamo fatto ancora nessun progetto … tutto dipenderà da quanto riusciremo a racimolare … solo il tetto? Tutta la chiesa? È fatta di mattoni di paglia e fango e troppo piccola nei giorni in cui viene tanta gente … come sarà oggi. Il Padre Valentino, il parroco di qua originario di Brescia, già da qualche tempo ha scritto per chiedere aiuto, oggi mi sono sentita di dover fare qualcosa anch'io, ed eccomi qui.
Vi ringrazio ancora per quanto avete già fatto e anticipatamente per quanto potrete fare e se non potrete fare nulla vi ringrazio perché so che ci penserete.
Insomma, GRAZIE
Un abbraccio a tutti
Maria”.


Il gruppo missionario, accolto l’invito di Maria, si è mobilitato organizzando alcune iniziative per raccogliere i fondi: è stata dedicata a questo scopo una giornata missionaria, alla quale ha presenziato Padre Valentino, il sacerdote citato nella lettera, e il gruppo teatrale “Sem semper quei” (che, allora, era di Verderio Inferiore) ha recitato una sua commedia dialettale, devolvendo l'incasso a Maria. 

Grazie alla cifra proveniente da Verderio e ad altre offerte raccolte altrove, il restauro della chiesa ha potuto essere realizzato.

La chiesa durante i lavori di restauro
È stato rifatto il tetto, sostituendo la copertura in lamiera con una nuova in tegole. All'interno, sono state rifatte le capriate in legno ed è stato costruito un arco a tutto tondo all'altezza del presbiterio,
La posa del nuovo pavimento in cotto. Si notino anche le nuove capriate, l'arco del presbiterio e le nuove finestre alle pareti.


che è stato dotato di un nuovo altare, di un leggio e un tabernacolo in legno, provenienti dai laboratori dell'Operazione Mato Grosso.

La posa del nuovo altare
Le pareti laterali sono state dotate di nuove finestre,  la facciata di un nuovo portone d'entrata e di un rosone in cotto. È stato realizzato un nuovo pavimento in cotto.


Il rosone
La benedizione del nuovo portone d'entrata

Il campanile, pericolante, è stato messo in sicurezza, e le sue pareti dotate di finestre.

Il progetto per il rstauro è stato redatto da Simone Rinaldi, un giovane architetto nato a Grosio, in Valtellina, ma residente in Bolivia fin da bambino (anche i suoi genitori sono “emigrati” in Bolivia come volontari dell'OMG).



Alla direzione dei lavori e alla loro esecuzione hanno contribuito  volontari italiani dell'OMG e giovani boliviani.



L'obiettivo di dotare Wayapacha e i villaggi vicini di una chiesa dignitosa è quindi stato raggiunto e il contributo della comunità di Verderio a questa realizzazione è stato essenziale.

Di Maria e della sua vita in Bolivia ho già parlato su questo blog il 17 maggio 2009, con un articolo intitolato "Chiedo scusa se parlo di Maria" . Lo trovate a questo indirizzo:

http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/search?q=chiedo+scusa+se



"BINARIO PER L'AFRICA" di Claudio Oggioni e Danilo Riva

Binario per l'Africa è un'associazione O.N.L.U.S. di diritto, nasce nell’agosto 2007 da un gruppo di amici  provenienti da varie esperienze di volontariato sociale in Africa e con sede a LaValletta Brianza in provincia di Lecco.
L’obiettivo di unire i propri sforzi in progetti comuni per un continente che dal punto di vista umano ha dato loro tanto, li ha portati a fondare una nuova associazione che ufficialmente viene costituita nel gennaio 2008 e che nel corso degli anni ha trovato un seguito in molti volontari e sostenitori.
Gli obiettivi principali sono il dare priorità alle persone, la reciproca conoscenza e il rispetto, valorizzando le risorse locali attraverso il finanziamento e la realizzazione di opere di pubblica utilità.



Fin dalla sua fondazione, i volontari  di “Binario per l'Africa” si recano ogni anno in Kenya ed in Etiopia per realizzare progetti concordati con le comunità locali.

KENYA

In Kenya le attività principali sono state svolte nel villaggio di Mikinduri, situato su un altopiano nella regione equatoriale del Meru. 

 
Due immagini di Mikinduri (Kenya)

 


Gli sforzi dell'associazione si sono concentrati sull'istruzione. In Kenya l'istruzione non è né obbligatoria né garantita, si è reso quindi necessario aiutare la comunità di Mikinduri realizzando una struttura che potesse garantire loro un punto di partenza fondamentale per il loro progresso e futuro. È stata perciò finanziata e realizzata una scuola, operativa dal 2010 e composta da 12 aule su 2 piani. 

 
La scuola di Mikinduri, operativa dal 2010


Oltreché all'istruzione, l'attenzione è stata posta verso l'assistenza sanitaria, con l'apertura di un presidio medico di primo soccorso. Medici volontari e tecnici di laboratorio hanno contribuito alla formazione professionale di personale locale, che ora gestisce la struttura. Ogni anno un gruppo di medici si reca sul posto per collaborare e per continuare la formazione. L'associazione, inoltre, invia  periodicamente medicinali e materiale utile al corretto funzionamento del dispensario.

 
Il dispensario medico di primo soccorso a Mikunduri




Per portare acqua al dispensario e per i bisogni degli agricoltori è stato anche costruito un acquedotto: con una diga è stato deviato un piccolo torrente in un bacino di raccolta di circa 120mq. Lungo il percorso dal bacino al dispensario sono stati creati dei punti di raccolta che attualmente vengono usati dagli agricoltori della zona per l'irrigazione dei campi.

 
La diga con i pozzetti d'ispezione


Nel 2010 è stato creato il “Fondo in ricordo di Stevie” con lo scopo di aiutare persone diversamente abili che altrimenti non avrebbero nessun tipo di assistenza e cura. Il fondo è finanziato da amici e sostenitori che hanno preferito effettuare una donazione in alternativa ai regali di battesimo, comunione, cresima e di altre ricorrenze.


ETIOPIA

Dal 2012 gli sforzi dell'associazione sono stati rivolti anche all'Etiopia e precisamente alla regione del Gurage, una grande regione, con zone molto povere e prive di strutture di pubblica utilità. I progetti finanziati sono sempre proposti dalle popolazioni locali,   in base alle loro  esigenze e ai loro bisogni..
Il livello di alfabetizzazione in questa regione è bassissimo e come primo sforzo è stata finanziata una scuola a Mekana, a circa 200Km a sud di Addis Abeba. Qui vive una comunità di oltre 10.000 persone, l'80% della quale è analfabeta.

 

La scuola di Mekana
Un gruppo di volontari si reca ogni anno a Zizencho, un paese dove la gente vive ancora in capanne di paglia e fango a circa 3000 metri di altitudine, sempre nella regione del Gurage, presso una missione di suore indiane, che gestiscono due asili, due scuole e un dispensario medico. Qui i volontari del "Binario" svolgono attività di manutenzione e di formazione del personale locale. Nella scuola primaria è stata creata un'aula d'informatica e  medici volontari prestano servizio nel dispensario medico.
 
 
Villaggio e dintorni di Zizencho





In Etiopia per poter accedere alla scuola primaria bisogna saper già leggere e scrivere, ma il governo non fornisce strutture o scuole dell'infanzia preposte all'insegnamento. Per questo, nel 2013, si è scelto di finanziare la costruzione di una scuola dell'infanzia ad Arekit, un villaggio a 5Km da Zizencho. Quest'anno la scuola è stata inaugurata e a metà settembre inizierà l'attività.

La scuola per l'infanzia di Arekit

Sia in Kenya che in Etiopia si aiutano le famiglie più bisognose a mandare i figli a scuola attraverso adozioni a distanza.

 A tal proposito ci piace sempre ricordare una frase di Padre Bernard, un prete Kenyano, che ci disse: “...... l’istruzione è l’unico veicolo per uno sviluppo responsabile e coordinato di qualsiasi comunità, in quanto senza scuola non c’è futuro, né per un bambino né per il suo paese”.



Per contattare l'associazione scrivete a  


binarioperlafrica@gmail.com
 

oppure visitate il sito 

https://binarioperlafrica.wordpress.com/
 

o la pagina Facebook 

binarioperlafrica




Claudio Oggioni e Danilo Riva