domenica 2 aprile 2017

GRANDE È LA TERRA, POCHI I GIARDINIERI di Giorgio Buizza

Questo articolo, che Giorgio Buizza mi ha gentilmente permesso di postare sul blog, è stato pubblicato nell'ultimo numero della rivista del parco di Monza: il Parco, la Villa, quaderno n. 8, giugno 2016.
L'autore ha già collaborato con il blog in diverse occasioni. Potete trovare i suoi interventi sotto l'etichetta che porta il suo nome.
Concludo questa brevissima presentazione facendo notare  che nel presente articolo, dovendo con una fotografia fare un esempio di "albero grande e bello", Buizza ha scelto il platano di Verderio. M.B.





GRANDE È LA TERRA, POCHI I GIARDINIERI di Giorgio Buizza 

Le immagini della scuola giardinaggio di Versailles sono tratte da: Traité de la Culture
Fruitière – Masson et C.ie Editeurs - Paris 1900 Troisième édition
PREMESSA
 

Secondo il grande progetto della Creazione (Genesi 2, 15-16) siamo stati posti dentro il Giardino di Eden per esserne custodi e per vivere felici. Ciascuno è chiamato a dare il proprio apporto di custodia del giardino e a rispettare ciò che ha attorno, usarne con giudizio, trarne benefici e soddisfazioni, coltivarlo per ricavarne buoni frutti. Nella lingua persiana arcaica giardino e paradiso erano la stessa cosa. Sappiamo che non è andata così, che il nostro mondo attuale è ben diverso dal Giardino prefigurato dalla Bibbia. Abbiamo però il compito, oltre che di coltivare il nostro mondo, ciascuno per la parte che gli compete, di giocare il nostro modesto ruolo di giardinieri disponendo piante e fiori sul terrazzo, coltivando il nostro piccolo spazio verde privato con alberi e cespugli, oppure, per chi lo fa di professione, di occuparsi anche del verde comune e di custodire una parte della creazione che porta in sé, in forme più evidenti, i caratteri della naturalità e che meglio può prefigurare il Paradiso.


IL GIARDINIERE: UNA FIGURA COMPLESSA E ORMAI PIUTTOSTO RARA

Nel linguaggio corrente il giardiniere è quella persona, solitamente maschio, con le mani callose, con residui di terra sotto le scarpe e sui pantaloni, quasi sempre col cappello, abbronzato, poco espansivo, anzi piuttosto burbero, con le sue idee precise che difficilmente è disposto a confrontare o a modificare perché le ritiene frutto di una lunga esperienza che garantisce da sola il buon risultato della prestazione.
Secondo un profilo tradizionale il giardiniere è l’uomo di fiducia, il custode della casa, il tutto-fare che bada sì ai fiori, alle aiuole, al taglio dell’erba, alla potatura della siepe e dei cespugli, alla raccolta delle foglie, alla gestione dell’orto, ma al quale si affida anche la vigilanza della casa, la riparazione del muretto, la pulizia dei canali di gronda, lo spurgo dei pozzetti, la sistemazione della staccionata, il campo da tennis, la sistemazione degli impianti, gli interventi in casi di emergenza.
In verità sono pochi coloro che, disponendo di una grande proprietà, possono assumere un dipendente che svolga tutte le mansioni sopra elencate. L’uomo di fiducia, dove esiste, svolge oggi un compito di custodia e sorveglianza, confinato in guardiola o in portineria, senza calli sulle mani, con un abbigliamento civile, ordinato, pulito, in grado di maneggiare i meccanismi complessi della gestione impiantistica: citofoni, videosorveglianza, distribuzione della posta, rapporti coi fornitori.



Possiamo tentare di definire un profilo più aggiornato di giardiniere.
Anche per i piccoli giardini condominiali, la cura del verde è oggi generalmente affidata ad una impresa, più o meno specializzata, che può cambiare ogni pochi anni, che segue un mansionario o un capitolato d’appalto (quando c’è) che spesso si limita a stabilire il numero degli sfalci annuali e il numero di passaggi per la raccolta delle foglie. Quando va bene è responsabile anche dell’annaffiatura del giardino attraverso un impianto automatizzato da programmare ad inizio stagione e da controllare periodicamente o su chiamata.
Si potrebbe pensare che in mancanza di giardinieri tradizionali singoli e rustici, ci si possa avvalere dei giardinieri organizzati, cioè di imprese specializzate nella costruzione e manutenzione dei giardini. Purtroppo non è così.
Chi si è trovato a lavorare con le imprese deve riconoscere che, salvo rare eccezioni, la squadra operativa fa capo ad un (forse) giardiniere attorno a cui si muovono altri operatori che svolgono mansioni ripetitive e di bassa professionalità (uno sul tosaerba, uno col decespugliatore, due con gli attrezzi manuali). Durante l’inverno si abbandonano i rasaerba e i decespugliatori sostituiti dalla motosega e dal tagliasiepi per effettuare le potature. Chi usava gli attrezzi manuali in estate continua ad utilizzarli per raccogliere foglie cadute, per alimentare  la cippatrice, per caricare ramaglie.
Non è infrequente che la squadra di giardinieri sia guidata da un ex operaio metalmeccanico, rimasto disoccupato, o da un giovane neo diplomato che non avendo trovato altro sbocco, ha fatto un modesto investimento in attrezzature e, con tanta buona volontà, si è buttato sul mercato alla ricerca di un suo piccolo spazio, con tanta fatica e con magre soddisfazioni dovendo competere con altri disperati di pari livello.
Anche costoro rientrano nella categoria dei giardinieri.
Mentre altre categorie puntano e competono sulla qualità del proprio prodotto o della propria prestazione, nel settore del giardinaggio ci si accontenta del lavoro rutinario, generico, minimale, dequalificato: si sa che solitamente il committente non ha le competenze per valutare la qualità di un lavoro o di una prestazione, non va a verificare se il decespugliatore ha provocato danni agli alberi, se la potatura è fatta nel rispetto della salute dell’albero. In fondo son capaci tutti di piantare un albero: basta fare un buco metterci la zolla e richiudere; per potare un albero bastano una scala e un segaccio; per seminare un tappeto erboso basta comperare un sacchetto di buon seme al supermercato.
Sulla figura del giardiniere scontiamo un deficit culturale che comprende tutto il problema della gestione degli spazi verdi che, a partire dagli enti  pubblici, sono sempre messi in coda, godono di modesti o scarsi finanziamenti, non richiedono professionalità specifiche, ci si arrangia con quello che c’è alla ricerca del massimo ribasso.


Un giardiniere comunale davanti al suo
Municipio (…in Francia).

Anche se il territorio lombardo è caratterizzato dalle Ville di delizia con ampi parchi di antica formazione e con giardini ricchi di grandi alberi, testimoni della buona gestione del passato, il mestiere del giardiniere è andato progressivamente perdendo smalto col passare delle generazioni.
Nella maggior parte dei comuni piccoli e medi il servizio giardini va a rimorchio dell’ufficio strade o della manutenzione dei fabbricati; il responsabile dell’ufficio giardini è spesso un geometra o un ingegnere con scarse conoscenze di biologia, di arboricoltura, di vivaismo, di allevamento vegetale. Nessuno però si preoccupa di metterlo in condizioni di acquisire queste competenze mediante corsi, convegni, approfondimenti, incentivi; si preferisce mantenere un basso profilo del servizio e, alla lunga, lasciare andare alla malora il poco verde urbano rimasto. Alla fine i risultati si vedono e spesso si fa ricorso ai volontari e alle loro associazioni che dimostrano una encomiabile buona volontà a cui spesso non corrisponde una adeguata capacità e competenza.


GIARDINIERE: UNA PROFESSIONE DAI CONTORNI INDEFINITI

Quando parliamo di giardinieri possiamo avere in mente figure quali L. Villoresi al Parco di Monza, A. Le Notre a Versailles, J. Graefer a Caserta, persone che per le loro qualità e per i risultati acquisiti sono rimasti nella storia.
Usiamo lo stesso termine per figure più quotidiane quali gli addetti alla manutenzione del verde che tagliano l’erba nel giardino condominiale o nella rotonda spartitraffico del Comune.
Il rischio della confusione è evidente ma, anche volendo, non è facile mettere ordine.
Nelle pagine che seguono, non trovando altro modo per distinguere le due figure, userò il termine con la iniziale maiuscola (Giardiniere) per indicare colui che il suo mestiere lo sa fare bene perché dotato di competenze, esperienze, dinamismo, capacità di aggiornamento, e userò il termine con la iniziale minuscola (giardiniere) per indicare l’operaio che pur maneggiando con competenza gli attrezzi del mestiere non ha maturato esperienze adeguate, tratta le piante come il capomastro tratta i mattoni, non ha avuto un maestro, non ha l’umiltà di riconoscere che c’è ancora molto da imparare.
I nostri vecchi Giardinieri, alle dipendenze di famiglie facoltose o di enti pubblici, erano molto probabilmente figli d’arte; si tramandavano il mestiere di generazione in generazione, e acquisivano capacità e competenze sul campo, sotto la guida di capi anziani esperti; pochi di loro potevano vantare titoli di studio quali diplomi e lauree, ma le capacità e la maturità professionale erano acquisite poco alla volta attraverso l’esercizio, l’emulazione e il maturare dell’esperienza.
Pare che questa categoria si sia estinta o stia per estinguersi lasciando nulla in eredità  alle nuove generazioni. Ci saranno dunque sul mercato tanti giardinieri e sempre meno Giardinieri.
Anche nel giardinaggio la qualità richiede specializzazione. Il problema sta proprio nel conciliare una visione globale e complessiva delle dinamiche legate al mondo vegetale e al giardino con i necessari approfondimenti specialistici.
Il giardiniere è solo un esecutore che realizza idee e progetti pensati da altri; il Giardiniere, date le sue competenze in materia di vegetazione, è in grado di ideare nuove soluzioni e di dar vita a nuovi progetti e nuovi paesaggi. Il giardiniere usa essenzialmente il trattorino e la motosega; il Giardiniere usa spesso le forbici, ma utilizza anche tecnologie sofisticate, usa il PC, è in grado di eseguire una endoterapia o un trattamento antiparassitario efficace e rispettoso dell’ambiente.



Una volta si adattava l’altezza dell’albero
alle attrezzature disponibili.
Oggi per conservare gli alberi il giardiniere
impiega attrezzature sofisticate e
di grandi dimensioni
Potremmo tentare di definire cosa non è un Giardiniere: non è un architetto, non è un botanico, non è un ingegnere, non è un pedologo/geologo, non è un paesaggista,non è un taglialegna, non è un filosofo né un poeta.  Forse, se dotato di una buona dose di umiltà, è un miscuglio organizzato di tutto ciò al punto che: ama la vita e in particolare quella delle piante e dei fiori, opera per la sopravvivenza delle piante, anche le più scassate e le più acciaccate almeno quando rappresentano un ricordo, un pezzo di storia, una vicenda o un luogo o un avvenimento particolare;  sa usare le mani e non ha timore di immergerle nell’acqua e nella terra perché gli alberi e i cespugli non sono fatti solo di fiori e colori ma sono organismi viventi con le radici nel terreno e con le foglie all’aria che hanno bisogno di luce e di acqua in misura appropriata; conosce profondamente il mondo vegetale e le sue correlazioni con l’ambiente e utilizza queste conoscenze per abbinare la salute delle piante alle condizioni climatiche e al tipo di substrato; ha il gusto del bello, delle forme armoniose, dei piacevoli accostamenti di colore, delle scenografie emozionanti; è in grado di tradurre in schizzi e disegni le sue intuizioni cioè di predisporre un progetto comprensibile dal committente e da chi dovrà poi attuarlo; si orienta con competenza nel ciclo annuale della vegetazione organizzando la successione delle fioriture in modo da garantire alternanze e successioni di colori, di forme, di paesaggi nel corso dell’anno; dispone di una rete di rapporti con i diversi settori del mercato; sceglie oculatamente i fornitori di piante; si avvale degli specialisti nei momenti in cui si presentano problemi particolari o che richiedono attrezzature specifiche; è in grado di distinguere una fornitura di alberi di prima scelta rispetto ad una fornitura di piante di scarto e, in tal caso, è capace di respingerle al fornitore.



Classici attrezzi manuali del giardiniere.



Nella maggior parte dei casi il Giardiniere, pur bravo, non può vantare opere compiute perché un giardino è vivo, incompiuto e in divenire, l’esito dello sviluppo di un albero spesso è riconoscibile in un tempo che va oltre la vita stessa del giardiniere e, quando l’albero è diventato magnifico, nessuno si ricorda più il nome di chi l’ha piantato e curato nei primi anni di vita, presupposto per una maturità gloriosa e affascinante.
I giardinieri, pur bravi quasi mai passano alla storia, ma scivolano nell’oblio, anche perché il progetto del giardino ben difficilmente viene documentato alla pari del progetto dell’edificio, inoltre il giardino subisce una evoluzione e un cambiamento dovuto ai cicli biologici e alle vicende naturali raramente rispettose del solo progetto originario. E’ proprio la capacità di inserirsi con umiltà, competenza e armonia in una storia già iniziata che qualifica il Giardiniere che dà il suo contributo alla causa e alla storia comune aggiungendo frammenti di bellezza al quadro già pensato e iniziato da altri e che altri ancora saranno chiamati a prolungare.




ANCHE I GIARDINIERI HANNO I LORO PROBLEMI 

Il Giardiniere sa che l’albero è fatto di radici, fusto, rami e foglie e si preoccupa, pensando al futuro dell’albero, della quantità di terreno indispensabile per accogliere le radici, dello spazio entro cui i rami potranno svilupparsi, dell’altezza che l’albero sarà in grado di raggiungere nella sua età matura. Spesso è costretto, in base a progetti pensati da altri, a piantare alberi in siti inospitali, con poca terra, con poco spazio, con poche o nulle prospettive di sopravvivenza. Diventa corresponsabile, suo malgrado, di un lavoro malfatto e di uno spreco di risorse.
I manutentori del verde ereditano alberi che sono il risultato di cure eseguite da chi ha operato in precedenza: a volte l’eredità è preziosa, altre volte è il risultato di manipolazioni pesanti e inappropriate (potature drastiche per adeguare l’albero allo spazio disponibile, conoscenze biologiche approssimative, consuetudine del tipo "si è sempre fatto così”, riduzione dello spazio al suolo per allargare la strada o il marciapiede o per installare tubazioni di vario genere).
Un tempo era anche più facile sostituire gli alberi in città; la disponibilità di spazi liberi lo consentiva, la sostituzione era vissuta come un fatto normale; oggi non è più così perché molto spesso, dove per sopraggiunte esigenze si tolgono i vecchi alberi, non ci sono più le condizioni idonee per ripiantarne altri nuovi, perciò un vecchio albero (o un intero filare) tagliato è spesso perso per sempre. A volte il giardiniere viene investito della responsabilità di provvedere al taglio definitivo di un albero malandato e insicuro, e deve quindi compiere l’atto finale di una vicenda a cui non ha preso parte.
Mentre i cittadini più accorti invocano un incremento del verde per ragioni di benessere, salute, paesaggio – i cosiddetti servizi ecosistemici - gli alberi vecchi, anziché suscitare rispetto, attenzione, affezione, evidenziano sempre maggiori criticità.



Un albero grande e bello è frutto
 delle leggi della natura e della capacità
 di generazioni successive di bravi Giardinieri.
[Questo è "il platano" di Verderio NdR]


Un Giardiniere sa riconoscere l’energia residua di un albero anche dalla vitalità con cui rimargina eventuali ferite, dalla forma e dal numero delle gemme, dalla lunghezza e dallo spessore dei rametti, dalla quantità di fiori e dei frutti che produce. Una diagnosi seria, a volte, ha bisogno di un periodo di osservazione di alcune stagioni successive; non sempre il committente è disposto a rinviare la decisione in attesa che la diagnosi sia completa; nel dubbio è solitamente l’albero a farne le spese.
Il Giardiniere ama la vita pertanto la conserva, anche negli alberi, il più a lungo possibile, sia per rispetto di colui (o coloro) che molti anni prima ha deciso di piantare quell’albero, sia per il valore dell’albero in sé, come espressione di una vita sua particolare, diversa da quella degli umani, ma sempre strettamente ad essa correlata, sia perché l’albero – in particolare l’albero vecchio – è in grado di ospitare uccelli, rapaci, roditori e tanti altri ospiti che possono arricchire la biodiversità dell’ambiente urbano. Tutti gli organismi senescenti (animali, umani, vegetali) hanno un ritmo diverso, più lento, più stanco; il vecchio albero – come il vecchio nonno - è in grado di raccontare, con la sua sola presenza, una pezzo di storia di quella città, di quel quartiere, delle persone che lì sono vissute.


Operatori climber eseguono lavori di
potatura su una grande conifera senza
l’impiego di piattaforme aeree


L’evoluzione della strumentazione, come in tutti i campi, è un dato oggettivo: le piattaforme aeree e la motosega sono strumenti che, se impiegati con oculatezza, possono offrire buoni servizi e contribuire a garantire la salute e la longevità degli alberi; se usate in modo inappropriato possono fare disastri. Ne è un esempio la cimatura delle conifere eseguita nella illusione di rendere l’albero più sicuro. In tempi passati, senza piattaforma e senza

Attrezzatura per la cura endoterapica di
un albero.
 
Il giardiniere applica e utilizza sofisticate
attrezzature per la verifica di stabilità
di un albero mediante polling test.
motosega, era molto più difficile fare la cimatura delle conifere perché costava molta fatica e qualche rischio anche per i più bravi; oggi un qualunque operatore con i piedi sulla piattaforma arriva facilmente all’altezza desiderata e, con la motosega, impiega pochi secondi a rovinare irreparabilmente un albero e un paesaggio.

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LE  JARDINIER DE VERSAILLES

Alain Baraton, è responsabile del parco di Versailles dal 1982 ed è uno dei giardinieri più conosciuti in Francia. Nel 2006 è stato pubblicato in Francia il suo libro Le Jardinier de Versailles tradotto in italiano e pubblicato dall’editore Skira nel 2015 con il titolo Il giardiniere di Versailles.
Il testo offre molte notizie e aneddoti della vita passata e presente dei giardini di Versailles e della figura e del ruolo del Capo Giardiniere e dei giardinieri in generale. Le analogie di dimensione, di origini, di storia e di utilizzazione stimolano alcune riflessioni sostituendo lo scenario parigino con il Parco di Monza.
Alain Baraton, nato nel 1957, quinto di sette figli, riconosce di non essere nato con la camicia. Quando era bambino dai suoi famigliari era soprannominato caccola: il figlio né buono né cattivo da cui non si riesce a cavare niente. Non presentava doti né manuali né intellettuali e forse per questo è diventato giardiniere. I genitori lo hanno iscritto all’istituto agrario, decisione a cui non si è opposto, ma - così afferma – non ho mai avuto quella che si chiama una vocazione.
Il riferimento ideale è stato probabilmente il nonno con il suo piccolo giardino, definito l’eden della mia infanzia.
La figura del nonno è caratterizzata così: goccia al naso, stivali alti, grembiule blu, cappello di paglia, e cesoie in mano: la figura del giardiniere ideale. Di professione liutaio, uscito malandato dalla guerra, alla fine della vita lavorativa si era dedicato al suo giardino modello, finalizzato soprattutto a risolvere il problema alimentare; i mazzi di fiori erano arrivati in seguito. Era un uomo estremamente gentile, che senza mai alzare la voce, sapeva mostrare la sua autorità. Quell’uomo delizioso mi ha trasmesso la sua vocazione in modo indiretto e, anche se non mi ha mai incoraggiato in questa direzione, mi ha indicato la via.



Baraton cita ripetutamente i suoi Maestri di riferimento: Le Notre, Le Vau, Le Brun, Richard (giardiniere di Luigi XVI), e i giardinieri suoi predecessori Choron e Crochard. A 19 anni inizia come aiutante giardiniere la sua avventura professionale a Versailles. A quell’epoca il lavoro del giardiniere era stremante, era più un’attività da scavatore che non da coltivatore di fiori: raccogliere foglie morte, caricarle sul trattore, tagliare e caricare gli alberi morti. Successivamente diventa giardiniere mosaicista, attività che gli consente di potare, disegnare e rimodellare le siepi di bosso. Diventa capo squadra e responsabile dell’aiuola nord. Nel 1981 diventa vice capo giardiniere, e poco tempo dopo, a soli 24 anni, è il più giovane giardiniere-capo di Versailles.
Amministrare il parco di Versailles è come la gestione di una piccola/media impresa; con i suoi ottocentocinquanta ettari  su cui lavorano più di cento giardinieri, è un vero regno.
A proposito del mestiere da imparare e da mettere a frutto A. B. scrive: Amo la nozione di apprendistato: non per il gusto di un’epoca tramontata, ma perché sottintende che per conoscere ci vuole tempo. Un gesto si impara con lentezza, meno rapidamente di una formula matematica: la mano, la memoria del corpo è più lenta dell’intelletto. Quante volte bisogna rifare un gesto, per quanto semplice, per padroneggiarlo? Ci vogliono anni per diventare pianista, perché la mano incorpori il sapere, Come si fa a credere che un mese (la durata media di uno stage) basti a fare un giardiniere?
La lentezza è essenziale al mio mestiere: le lumache scelte da Le Notre per decorare il suo blasone sono un modo ironico per sottolineare questo aspetto basilare. Ecco perché la rivoluzione tecnologica degli ultimi anni non è stata un successo. La ricerca ha permesso miracoli, non nei giardini.

A proposito del proprio apprendistato A. B. racconta: C’era sempre un giardiniere che si impegnava per mostrarmi i gesti, dirmi che se mi mettevo in quel modo o nel’altro avrei avuto il mal di schiena, spiegarmi come ripartire il peso e limitare gli sforzi. Ovviamente sfacchinavo e mi ricordo che non potevo lamentarmi se avevo le vesciche, ma sentivo che lo sforzo non era vano, e che imparavo. Quando uno ha le mani a pezzi, paralizzate dai crampi e scorticate dalle vesciche, la frase “segni del mestiere”, se non è un rimedio, almeno è un conforto. I compiti che mi affidavano erano molto semplici, ma bisognava conoscere tutti i piccoli “trucchi” per svolgerli bene. Non sono cose che si possono trovare nei libri, né sapere accumulando diplomi. Si tratta di una pratica insieme molto semplice e molto umana, ma che ha bisogno di un apprendistato: io non credo troppo al’apprendimento per corrispondenza. Nel campo del giardinaggio bisogna non solo esercitarsi, ma anche farlo sotto l’occhio di un anziano che ti corregge e ti indica i mille segreti della professione. Forse questo è l’appannaggio dei mestieri che si chiamano, spesso con una punta di condiscendenza, “manuali”? Forse invece è una superiorità, perché per me non c’è niente di più bello di servirsi delle proprie mani.
Nel suo ruolo A. Baraton ha vissuto due eventi traumatici: nel 1990, per un fortunale, erano caduti 1800 alberi. La perdita era stata colossale, ma aveva permesso di avviare il restauro del parco ormai invecchiato. Il 26 dicembre 1999 una incredibile tempesta soffia sul Nord Europa. Al mattino Baraton esce dal suo alloggio nel parco di Versailles per assistere impotente al terribile spettacolo di 18.000 alberi sradicati e di interi boschetti schiacciati dalla violenza degli elementi. Pare che il vento soffiasse a 160 km/ora.

Il giardiniere-capo di Versailles prende spunto da quell’evento per raccontare  oltre trent’anni di lavoro in uno dei parchi più celebri del mondo, di cui ha studiato le vicende sul campo e negli archivi.
Il mio compito consiste nel presentare un parco che rispetti, allo stesso modo, i turisti e l’anima dei luoghi. Il rischio è quello di farne una specie di appendice del museo, giardini”sottovetro”, dove non ci si può sedere, né fare un pic-nic, né chiaramente toccare nemmeno un filo d’erba. Preferisco, al contrario, farne un luogo vivo dove si viene per imparare la storia, ma anche per prendere una boccata d’aria, fare sport o camminare.
La mia più grande fierezza è quella di riuscire a conservare l’autenticità dei luoghi.
Anche se lavoro qui da trent’anni, il giardino è troppo vasto per sapere sempre cosa succede alle migliaia di fiori piantati ogni anno, ai 18.000 alberi che costeggiano i viali e ai circa 350.000 nei boschetti. Siamo lontani dal giardiniere romantico con cappello, baffoni e grembiule. Il mestiere è molto cambiato: la funzione ha preso un aspetto più onorifico; sono arrivati i fax, i computer, le segretarie, le auto comode: tutti gli attributi moderni del potere in cambio di un aumento sproporzionato dei compiti burocratici. L’ambiente e la sua tutela sono al centro delle nostre preoccupazioni. I responsabili della Reggia hanno il compito di vigilare su un museo, noi del giardino dobbiamo tenere in vita un parco, la sua salute, la sua anima.
La conservazione degli alberi è diventata una priorità. Fino a pochi anni fa abbattere un albero tricentenario era pratica corrente, oggi al contrario siamo impegnati nella protezione di questi grandi antenati.



A proposito dell’illustre patrimonio arboreo Baraton indica i seguenti esemplari.
I nostri tre decani sono la quercia colossale vicino al Grand Trianon, che ha circa trecentosessantuno anni, una sophora del Giappone piantata alla fine del regno di Luigi XV e il “platano rivoluzionario” del Borgo della Regina. A questi si aggiungono un paio di alberi che risalgono al regno di Luigi XIV, quattro o cinque a quello di Luigi XV e una dozzina a quello di Luigi XVI.Sulla mancata corrispondenza tra titoli e professionalità effettiva Baraton scrive: alla fine degli anni ottanta vengono cambiati i titoli  del personale, perché occorre inserire la parola “arte”: Le Notre era capo giardiniere e nessuno si sognava di contestare il suo talento! Il giardino non è abbastanza “chic” per la cultura anche se in questi ultimi anni c’è stato un miglioramento. Il risultato è stato che buona parte del personale, compreso il capo giardiniere, è stata obbligata a fare nuovi concorsi per avere l’onore di diventare “tecnico d’arte” e oggi a Versailles non c’è più un solo “giardiniere”.

Classici attrezzi manuali del giardiniere
dell’inizio del 900.

Forte della sua esperienza maturata sul campo ma supportata anche da un approfondimento storico e culturale straordinario, nonostante le vicissitudini e le disgrazie capitate ai suoi alberi, scrive: il giardiniere pianta gli alberi, non li taglia. E’ il taglialegna che si affanna sul povero tronco.
Baraton cita tra i suoi successi quello di essere riuscito a vietare la circolazione delle auto nel Parco. Ha dovuto insistere per oltre 15 anni presso i suoi superiori, ma da quando il parco è aperto solo ai pedoni è molto più ordinato, meno pericoloso ed è tornato ad essere popolato da animali.
Dopo la tempesta del 1999 e dopo oltre vent’anni di permanenza a Versailles, ha ricevuto medaglie di ogni tipo: cavaliere, poi ufficiale al merito agricolo, cavaliere dell’Ordine Nazionale del Merito, cavaliere delle Arti e delle Lettere, medaglia d’argento della Società delle Scienze. Nel 2014 viene nominato Cavaliere dell’Ordine Nazionale della Legion d’Onore.


IL PARCO DI MONZA
Rispetto al parco di Versailles che può esibire la presenza costante del medesimo responsabile dei giardini nell’ultimo trentennio, il Parco di Monza può vantare una discontinuità da primato derivante sia dalla situazione amministrativa di comproprietà (in passato tra i Comuni di Milano e Monza) sia dall’alternarsi di responsabili tecnici alla sua direzione.
Pur senza spingermi troppo nella ricerca ho raccolto alcuni dati.
Negli anni 60 del secolo scorso la direzione tecnica del parco di Monza, allora organizzato alla stregua di una grande azienda agricola, competeva al dott. Codazza dipendente del Comune di Milano; alla cessazione del suo incarico è seguito un lungo periodo nel quale la direzione fu in carico al geom. Sanzogni, dipendente del Comune di Monza; già in quella fase il Comune di Milano era presente con un proprio staff e un proprio ufficio che faceva capo al dott. agr. Franco Agostoni. Nel 1984, a seguito di concorso pubblico, fui assunto dal Comune di Monza e mi vennero affidate le competenze in campo agro-forestale. Permaneva, presso il Mirabello, l’ufficio del Comune di Milano sotto la responsabilità del dott. Agostoni.
Nel 1990, dopo le mie dimissioni, subentrò per alcuni mesi (in prova) il dott. Sergio Zerbini che, alla fine del periodo, rinunciò all’incarico e proseguì nella gestione della Scuola Agraria presso la Cascina Frutteto. Subentrò per alcuni anni la dott.sa Gabriella Di Giuseppe che passò poi all’Ufficio Verde e Giardini del Comune di Monza. Fu poi il turno dell’arch.  Berti affiancato per la parte agronomica dal p.a. Augusto Sanvito.
Il Comune di Milano abbandonò il suo presidio presso il Mirabello e si limitò ad un apporto esclusivamente amministrativo e di controllo, interessato, forse, più alle vicende dell’Autodromo e del Golf Club che alla conservazione del Parco nella sua integrità.
In anni recenti, dopo la costituzione del Consorzio di Gestione del Parco e della Villa Reale è stata istituita la figura del direttore, nella persona del dott. Lamperti. Le incombenze  agronomiche fanno capo al dott. agr. S. Monti.
E’ opportuno anche ricordare che nel periodo della gestione paritetica dei comuni di Milano e di Monza, ogni amministrazione comunale era rappresentata dal proprio assessore di riferimento. Questi dovevano fare i conti anche con il Commissario al Parco, figura che avrebbe dovuto rappresentare un punto di mediazione tra le due amministrazioni, ma che, di fatto, aveva un potere decisionale pari quasi a zero.
Nel periodo 1984 – 1989 (lo cito per averne fatto esperienza diretta) si alternarono, come assessori di riferimento nella gestione del Parco, ben 4 assessori della giunta di Milano e altri 4 assessori della giunta di Monza, insediati in date diverse e appartenenti a partiti spesso contrapposti.


Si può quindi affermare che gli elementi di continuità del Parco sono stati sostanzialmente gli alberi e il Lambro i quali hanno proseguito indisturbati il loro sviluppo e il loro corso a prescindere da chi fossero i responsabili della gestione.
Mentre Versailles può vantare la presenza continuativa del Capo-Giardiniere, entrato nell’organico come apprendista nel 1976 con un semplice diploma di scuola superiore, ma tuttora operativo al massimo grado di responsabilità, il parco di Monza è stato gestito da un tourbillon di geometri, dottori, architetti il cui apporto è risultato frammentato, poco incisivo, a volte contraddittorio anche perché, senza un progetto complessivo sul Parco, di ampia prospettiva temporale e con obiettivi definiti cui fare riferimento, ogni continuità e coerenza è di fatto impossibile.
Dal racconto di A. Baraton a Versailles e della sua attività come responsabile della gestione del verde si possono evidenziare alcuni temi di confronto con il Parco di Monza.


A Versailles si sono succeduti diversi regnanti a partire da Luigi XIII e ciascuno ha voluto lasciare il proprio segno di ricchezza e di potere. La storia inizia nei primi anni del 600 con una tenuta di caccia e un castello di modeste dimensioni. La dimensione attuale del Giardino di Versailles e il completamento di tutti gli edifici in esso costruiti risale a pochi decenni prima della formazione del Parco di Monza. I due Parchi hanno assunto la loro fisionomia definitiva in epoche quasi contemporanee: verso la fine del 700 a Versailles e agli inizi dell’800 a Monza. Ci sono stati quindi due secoli pieni (il XIX e il XX) di storia parallela. A giudicare dal numero di visitatori e dai loro commenti pare che i maggiori consensi li riscuota Versailles.
A Versailles si paga un prezzo di ingresso eppure pare si formino code estenuanti anche per il solo ingresso ai giardini, con un ticket di accesso non certamente simbolico; a Monza di sta valutando da tempo se richiedere un ticket di ingresso almeno ai Giardini Reali ai quali però manca attualmente la possibilità di una effettiva chiusura e controllo.
Anche a Versailles, in passato si entrava con gli automezzi ma, anche se con qualche fatica, si è riusciti ad eliminare il traffico veicolare e a ridare spazio alla quiete, alla tranquillità, alla fauna selvatica, alla sicurezza. A Monza la viabilità di Viale Cavriga sembra per ora insopprimibile e l’area dell’Autodromo con le sue piste è diventato un tempio dei motori e dei rumori.
A Versailles Baraton dirige una struttura di un centinaio di giardinieri (sono esclusi gli addetti alla sorveglianza della reggia, i custodi, gli addetti alle biglietterie, ecc.); nel gruppo ce ne saranno certamente di bravi e di apprendisti, ci saranno quelli esperti, con la G maiuscola, e i giovani che si fanno la gavetta; c’è però in atto un sistema consolidato che consente di formare le competenze necessarie, di valorizzarle e di mantenerle al servizio della causa comune, riconoscendo a questo personale un ruolo e una dignità che a Monza non si sono più percepiti probabilmente dopo il regicidio di Umberto I. A Monza con una superficie complessiva del Parco pari a circa 80% di quella di Versailles (ma se si escludono le aree in concessione permanente ai privati e le aree agricole si scende al 40% circa) il personale impiegato per lavori di manutenzione del verde, oltre al Direttore, è di 8 unità (6 giardinieri + 2 tecnici) che operano sia nei Giardini Reali sia nel resto del Parco. Il resto dei servizi di manutenzione è affidato a ditte esterne che non hanno alcun obbligo di garantire la presenza di personale qualificato. I giardinieri di Monza non indossano un’uniforme specifica, non hanno un distintivo da mostrare, non rappresentano una forma di autorità nei confronti dei visitatori più distratti o meno propensi a rispettare il regolamento d’uso.


A Versailles Baraton conosce l’origine e la storia anche degli alberi più vecchi. A Monza nessuno conosce la data di impianto degli alberi piantati nei Giardini Reali, salvo qualche dato sporadico citato in relazioni di illustri personaggi come quella di Raffaele Cormio tenuta nel 1939 alla casa del Fascio di Monza.
A Versailles è stata fondata nel 1874 la Ecole nationale superieure d’horticulture con la finalità di preparare dopo due anni di studi teorici e pratici il personale idoneo per diffondere i buoni metodi e le buone pratiche. La scuola è stata trasferita nel 1995 ad Angers e fusa nel 1998 con l’Ecole nationale d’ingenieurs des travaux e du paysage d’Angers per dare vita a l’Institut National d’horticulture.
Nell’ottocento esisteva al parco di Monza la Scuola di botanica e giardinaggio ubicata in un settore dei Giardini Reali di cui è rimasta memoria in qualche mappa storica e in alcuni cataloghi; i discendenti dei giardinieri formati in Villa Reale hanno colonizzato la Brianza e hanno dato vita a imprese di giardinaggio che hanno beneficiato delle competenze acquisite. L’idea che la Scuola Agraria, dopo la sua ristrutturazione avvenuta negli anni 80 sotto la guida del dott. Zerbini,  potesse in qualche misura surrogare la vecchia scuola di giardinaggio per formare i nuovi giardinieri non si è avverata (almeno finora). La scuola si muove in pressoché totale autonomia rispetto al Parco, organizza corsi di vario genere e contenuto, per professionisti e per hobbisti, tendenzialmente settoriali e con stage di breve durata che si svolgono in aziende al di fuori della realtà del Parco. E’ peraltro evidente l’inutilità di fare scuola per i giardinieri del Parco se non ci sono prospettive di lavoro all’interno degli organici del Parco medesimo.
I confronti, anche se spiacevoli, non sono mai inutili. Pur nella diversità dei luoghi, delle origini e delle tradizioni, le esperienze altrui stimolano la ricerca per l’individuazione di adeguate  soluzioni ai problemi ormai noti da tempo.


Giorgio Buizza


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