sabato 19 ottobre 2019

LA MOTONAVE GHISALLO IN UN MODELLO DI ENRICO COLOMBO di Marco Bartesaghi


La motonave  "Ghisallo", che fa servizio di linea autotraghetto fra le sponde del lago di Como, più precisamente fra Varenna, Bellagio, Cadenabbia e Menaggio, è il terzo e ultimo elemento di una serie chiamata Spluga, composta anche dalle motonavi Stelvio e  Spluga. 

La motonave  "Spluga", che dà il nome alla serie di traghetti di cui fa parte anche il "Ghisallo"

Le tre imbarcazioni sono state costruite negli anni sessanta dai Cantieri Navali Breda (VE) e possono trasportare un massimo di 185 passeggeri.

La motonave traghetto "Ghisallo" in arrivo a Bellagio






Traghetto "Ghisallo": lo sbarco dei passeggeri



















 
Traghetto "Ghisallo": particolare della torretta





















 Enrico Colombo, modellista provetto, ha recentemente realizzato un modello  “Ghisallo”.

Enrico Colombo, nella sua soffitta - laboratorio, mostra il modello del "Ghisallo"

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giovedì 17 ottobre 2019

23 NOVEMBRE 1963. BRUCIA LA RAFFINERIA ILSEA DEL MELGONE di Giorgio Buizza

Nel novembre del 1963 avevo 16 anni ed ero studente alle superiori; vivevo con mio fratello maggiore, Luigi, in via dei Pini, rione di Castello, al 7° piano dell’edificio denominato “la Torre”, con magnifica vista sul lago.
 

Quando udimmo lo scoppio di intensità non comune andammo istintivamente al balcone per vedere cosa fosse successo. Non era infatti uno dei soliti botti provenienti dalle cave di marna di Maggianico a cui eravamo abituati.
 

Furono sufficienti alcuni secondi di orientamento per vedere una colonna di fumo nero salire dalla zona della riva dal lago al Moregallo. Dal balcone fu facile capire che il fumo nero aveva a che fare con la raffineria ILSEA che operava in quella zona.
 

Mio fratello possedeva una macchina fotografica Zeiss a obiettivo fisso; pochi secondi per scendere le scale, salire sulla Lambretta 150 che avevamo a disposizione e rapidamente, in pochi minuti, arrivammo a Parè e poi in zona raffineria.

La lunga galleria non c’era ancora e la strada seguiva la sponda del lago. La trovammo interrotta e presidiata. Lasciammo la Lambretta a bordo strada e salimmo per qualche minuto sul versante del monte per avere un punto visuale dominante.
Effettivamente le fiamme che salivano dalla raffineria erano ancora in pieno vigore e il fumo era nero e denso. La temperatura era sensibilmente più alta del normale e la parete del monte retrostante riverberava il calore verso il lago.
Dal punto più alto raggiunto, inerpicandoci tra gli arbusti, scattammo alcune fotografie.


Incendio ILSEA 1963 - foto 1




























 
Incendio ILSEA 1963 - foto 2



 
Incendio ILSEA 1963 - foto 3




























Passata la prima fase più violenta, con le fiamme in fase di riduzione grazie anche all’opera di spegnimento attivata dal sistema antincendio, il fuoco ed il fumo calarono di intensità.
Dopo poco scendemmo sulla strada e riuscimmo a raggiungere il piazzale antistate l’ingresso della raffineria senza incontrare alcun ostacolo né alcun blocco.



 
Incendio ILSEA 1963 - foto 4

























 
Incendio ILSEA 1963 - foto 5



Incendio ILSEA 1963 - foto 6
































Scattammo ancora qualche fotografia dal basso. Sul piazzale era in azione l’autopompa dei Vigili del Fuoco.
Nell’arco di tempo di circa mezz’ora abbiamo avuto la sensazione che il peggio fosse passato e che l’incendio fosse ormai sotto controllo.



 
Incendio ILSEA 1963 - foto 7

Siamo tornati a casa con la consapevolezza di essere stati spettatori di un evento d’eccezione e di averlo documentato “in diretta” provando una certa emozione.
Le immagini di quel giorno, una volta stampate (allora ci volevano alcuni giorni) sono finite in archivio a memoria di un episodio irripetibile, significativo per la città.
Probabilmente anche a causa dell’incendio la raffineria fu sottoposta a verifiche ed accertamenti, ridusse in seguito l’attività fino a cessare definitivamente dopo non molti anni.
In quella circostanza non ci furono morti né feriti ma, come spesso succede, partirono le verifiche e i controlli su tutta l’attività. Per la salute del lago la chiusura della raffineria fu un passaggio positivo.
Chi, allora, andava a fare il bagno sulla sponda di Parè, Moregallo, Onno, (pochi disperati) usciva dall’acqua con i piedi sporchi di catrame che si depositava in piccoli frammenti sul fondo dopo aver galleggiato a lungo nell’acqua. Quel tratto di sponda era infatti poco frequentato dai bagnanti sia per l’odore acre delle esalazioni della raffineria sia per la presenza dei depositi di sostanze catramose nell’acqua e sul fondo.
L’area della raffineria fu poi occupata da una cava di inerti denominata appunto “cava di Moregallo”, materiale particolare, usato per sottofondi stradali e per strade bianche; ma questa è un’altra storia che dura ancora oggi.
Della raffineria ILSEA non è rimasta traccia sul terreno. Della cava rimangono ancora le ferite sul versante della montagna che la natura e gli uomini, nonostante gli sforzi, fanno fatica a rimarginare.


Giorgio Buizza
 

IL PONTE DI PADERNO IN ALCUNE CARTOLINE REALIZZATE TRA LA FINE DEL XIX E LA PRIMA METÀ DEL XX di Marco Bartesaghi

Un paio di mesi fa ho ricevuto una mail dalla signora Mariangela G. di Merate. In allegato la mail aveva  una cartolina che la signora aveva pensato, a ragione, potesse essere utile per il mio blog.

896 PADERNO - Ponte sull'Adda

Al centro della cartolina il ponte di ferro, conosciuto come  “ponte” di Paderno o di Calusco, a seconda dei punti di vista, o come ponte San Michele, il nome che dovrebbe mettere d'accordo tutti. 

In primo piano la diga di Paderno, dove un gruppo di gitanti è in posa per la fotografia.


 
896 PADERNO - Ponte sull'Adda -particolare



Ringrazio la signora Mariangela e colgo l'occasione per pubblicare altre quattro cartoline che fanno parte della mia collezione.

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Nella prima, la diga di Paderno sembra essere ancora in fase di costruzione e quindi la cartolina dovrebbe risalire alla fine dell'ottocento.

2267 PADERNO - Il gran Ponte sull'Adda dalla Diga
Tutti i personaggi che animano la cartolina sono momentaneamente in posa per essere fotografati:gli operai, tre o quattro, sui due barconi che, accostati, sostengono un'impalcatura; il signore che forse li dirige, in piedi sulla diga, con le mani ai fianchi;


 
2267 PADERNO - Il gran Ponte sull'Adda dalla Diga -particolare 1


  i due personaggi a sinistra, sull'alzaia.

 
2267 PADERNO - Il gran Ponte sull'Adda dalla Diga -particolare2


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Nella seconda cartolina, la diga è ancora in primo piano.

L'Adda e il Ponte di Paderno - tip CAIMI - Brivio - 1900

Nella parte sinistra dell'immagine un uomo è seduto su un muro,con le gambe penzoloni e i piedi incrociati.Porta il cappello;forse sta fumando perché, ha la mano sinistra  vicina al volto. Sta guardando verso il ponte che un treno merci sta attraversando
 



La cartolina, edita dalla tipografia Caimi di Brivio ha una data: 1900.

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mercoledì 16 ottobre 2019

LE ELEZIONI COMUNALI A VERDERIO DEL 26 MAGGIO 2019

Domenica 26 maggio 2019 si sono svolte a Verderio le elezioni per il rinnovo dell'Amministrazione Comunale. Alla competizione hanno partecipato tre liste: SiAmo Verderio, Impegno e amore per Verderio, Cambia Verderio.
Nelle tabelle che seguono, tratte dal sito del comune, i risultati.


RISULTATO OTTENUTO DAI CANDIDATI ALLA CARICA DI SINDACO

RISULTATO OTTENUTO DALLE LISTE E DAI SINGOLI CANDIDATI

LA COMPOSIZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE E GLI INCARICHI DEI DIVERSI CONSIGLIERI. SOTTOLINEATI IN GIALLO I COMPONENTI DELLA GIUNTA

 I DATI DELL'AFFLUENZA ALLE URNE

LE LISTE, I CANDIDATI, I PROGRAMMI

In questa sezione del post, presento i tre gruppi che si sono sfidati. Lo faccio attraverso il materiale di propaganda da essi prodotto che sono riuscito a reperire. Ci sono delle evidenti lacune, ad esempio mancano i profili dei candidati di Impegno e amore per Verderio. Con il vostro aiuto posso colmarle. 

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martedì 11 giugno 2019

LEONARDO DA VINCI E GLI STUDI IDRAULICI. UN ITINERARIO LUNGO IL MEDIO CORSO DELL'ADDA. Tesi di laurea di Romina Villa


Questa è la tesi di laurea in “Operatore del turismo culturale” che Romina Villa ha discusso il 25 giugno 2013 all’Università degli Studi di Ferrara.
Romina - che vive a Verderio, è nata il 3 aprile 1967, è sposata con Gianfranco e ha un figlio, Gianluca, di 18 anni –  ha sempre lavorato nell'editoria,  in particolare nei settimanali femminili, prima “Gioia” e ora “Elle”.
Si è iscritta all’Università dopo i quarant’anni, potendola frequentare, continuando a lavorare, grazie alla frequenza a distanza: “Non è stato facile. Gianluca era piccolo e il mio lavoro è sempre stato molto impegnativo. L'appoggio della mia famiglia e dei miei amici è stato fondamentale”. 
A Ferrara ha trovato un corso in grado di unire la sua passione per i viaggi con le sue materie di elezione, in particolare la storia dell'arte
“Mi sono iscritta per pura passione – racconta -  poi con il tempo, confrontandomi spesso  con i compagni di corso, ho capito che la passione poteva diventare anche un lavoro. Infatti dopo la laurea ho preso il patentino di guida turistica ed oggi sto cercando di sviluppare il mio piano B. La Brianza "operosa" sta scoprendo solo in questi anni la sua vocazione per il turismo, in particolare quello culturale e sono certa che tanto avrà da dire in futuro”.
La tesi è stata l'occasione per approfondire la figura di un grande della storia che per vari periodi della sua vita ha vissuto e lavorato nei nostri territori. Un argomento che l’ha appassionata, tanto che i suoi studi su Leonardo non si sono fermati lì.
Romina è attiva anche in paese: oggi è al suo secondo mandato come presidente della giovane Proloco di Verderio. M.B.
 

La tesi di Romina Villa è qui pubblicata pressoché integralmente. Le modifiche che ho apportato sono dovute al fatto che, per le caratteristiche del blog, il testo non è suddiviso in pagine. Perciò ho tralasciato di indicarle nel sommario, non ho pubblicato l'indice analitico e ho trasformato le note  piè di pagina in note a fine testo.
Mi sono permesso anche di aggiungere al testo le prime tre fotografie. M.B.

 
LEONARDO DA VINCI E GLI STUDI IDRAULICI. UN ITINERARIO LUNGO IL MEDIO CORSO DELL'ADDA.


SOMMARIO

Premessa
Introduzione
Cronologia della vita e delle opere di Leonardo

LEONARDO DA VINCI E LA SCIENZA. DA ARTISTA E INVENTORE A TEORICO DELLA NATURA. L’EVOLUZIONE INTELLETTUALE ATTRAVERSO L’ESPERIENZA DEI SOGGIORNI MILANESI

La lettera di presentazione al Duca di Milano
Leonardo e l’importanza dell’esperienza formativa nella bottega del Verrocchio
I rapporti con Lorenzo il Magnifico e il neoplatonismo della corte medicea
Leonardo lascia Firenze per Milano
 Milano e gli Sforza
Il difficile esordio sulla scena milanese
L’accettazione a corte e il compimento di una brillante carriera
Leonardo e Donato Bramante
Leonardo e Luca Pacioli
Leonardo e Francesco di Giorgio Martini

LEONARDO E L’ACQUA. DALLA PRATICA ALLA FORMULAZIONE TEORICA

La natura come essere vivente alla base del metodo scientifico
Gli studi idraulici nei manoscritti leonardeschi
Acqua vettore e matrice di vita
Acqua come risorsa economica e fonte di energia
Dall’ingegneria idraulica allo studio scientifico dei flussi. Il contributo di Leonardo
Esperienza e processi mentali
I risultati di Leonardo nell’ingegneria idraulica lombarda
Il secondo soggiorno milanese
Gli studi per rendere navigabile l’Adda

 
Immagine fuori testo


SULLE ORME DI LEONARDO. L’IMPRONTA DEL GENIO IN UN ITINERARIO LUNGO IL MEDIO CORSO DELL’ADDA

Il Parco Adda Nord. L’ambiente naturale e i caratteri storico-culturali
L’Ecomuseo di Leonardo
Il traghetto di Imbersago
 Il ponte in ferro di Paderno
Il Naviglio di Paderno
La chiesa di Santa Maria della Rocchetta
Le centrali idroelettriche. Bertini, Esterle, Taccani
Il villaggio operaio di Crespi
Verso Vaprio
 


Appendice. I manoscritti leonardeschi
Indice analitico
Bibliografia
Sitografia
Ringraziamenti 

***


Costruire una sintesi di questo Grande
nell’ignoranza di tanta parte di ciò che pensò
e scrisse e nella scarsezza di monografie
coscienziose, sarebbe opera vana; né io volli
tentarla.
Edmondo Solmi “Leonardo” (1923)


PREMESSA

Ernst H. Gombrich, in un saggio che dedicò a Leonardo da Vinci, scrisse: «Si dovrebbe essere Leonardo per discutere qualsiasi aspetto di Leonardo; e anche in questo caso non si arriverebbe probabilmente mai a una conclusione»(1). Parole che suonano come un ammonimento a chiunque si appresti ad affrontare l’opera vinciana, spesso fonte di dubbi e incertezze.
Leonardo è universalmente chiamato «il genio», ma nessuno come lui seppe condensare nel suo agire la vera essenza dell’essere umano, ricercando con inesauribile tenacia la verità delle cose. «Questo è il vero motivo» - ebbe a scrivere una volta Mario De Micheli - «per cui possiamo ritenerlo un contemporaneo a tutti gli effetti»(2).
Fin dalla sua prima apparizione sulla scena fiorentina, dimostrò di aver appreso la lezione del primo Rinascimento e dell’Umanesimo che aveva spalancato le porte alla visione di un uomo nuovo che ora rifiutava l’ideologia medievale e i suoi rigidi principi teologici, per andare ad occupare il centro della realtà visibile. Per Leonardo, tuttavia,l’uomo riveste un ruolo di comprimario nel complesso e mirabile sistema della natura,che egli cercherà di indagare in tutti suoi aspetti con una carica intellettuale e una meticolosità pari a pochi.
La comprensione del suo pensiero non può prescindere dallo studio dei suoi manoscritti (3). I quaderni, in cui si sono condensati gli studi di tutta una vita, testimoniano l’incursione di Leonardo in ogni campo della scienza allora conosciuta (o filosofia naturale, com’era chiamata allora) e da sempre hanno suscitato la meraviglia degli studiosi tanto quanto quella suscitata dalla sua produzione pittorica, peraltro ridotta a un numero limitato di opere. I codici leonardeschi sono un concentrato impressionante di scritti e disegni, che raccolgono non solo le riflessioni sapienti sui fenomeni da lui osservati, ma anche note che rimandano alla quotidianità, il tutto in una specie didisordine apparente, reso ancor più ostico dalla tipica scrittura speculare. Queste «stratificazioni cronologiche oltre che d’argomenti» (4) che a prima vista confondono il lettore, si fanno più chiare proseguendo la loro scoperta;testimoniano innanzitutto «l’universalità del genio leonardesco» e spianano la strada alla conoscenza di quelmetodo scientifico che egli elaborò e di cui si parlerà più approfonditamente nelle pagine che seguono. Un metodo che presupponeva un’indagine posta su differenti livelli e campi del sapere in un continuo e inevitabile confronto tra di essi.
Alla morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio 1519 ad Amboise in Francia,i manoscritti (si ritiene fossero 13mila fogli) e la biblioteca furono ereditati per via testamentaria dal discepolo e amico Francesco Melzi d’Eril (5) che li riportò in patria dove vennero gelosamente conservati nella villa di Vaprio d’Adda, vicino a Milano. Negli anni seguenti Melzi cercò di riordinare l’ingente materiale, distinguendo i fogli con lettere alfabetiche o sigle e aggiungendo personali osservazioni. Dando realtà poi ad un’intenzione mai realizzata del suo maestro, il fedele discepolo lesse e organizzò i fogli dedicati alla pittura costituendo il famoso Trattato che un amanuense trasferì nel codice Urbinate (ora Vaticano 1270).
 

 
Immagine fuori testo




La dispersione dei manoscritti cominciò inesorabile dopo la sua morte avvenuta nel 1570, quando gli eredi non compresero il valore di quei documenti e ne permisero l’asportazione sistematica dalla soffitta della villa, dove erano stati nel frattempo relegati. La vicenda dei codici è complessa, a tratti avvincente, e merita una trattazione a parte. Per più di due secoli, chiunque entrò in possesso dei manoscritti, cercò di riordinarli secondo criteri discutibili, ritagliando e assemblando arbitrariamente i fogli, costituendo raccolte ex novo suddivise per argomento. Si stima che almeno metà dei
manoscritti siano andati perduti durante i vari passaggi di mano, tra una nazione e l’altra dell’Europa. Oggi si conservano circa 6000 fogli. Le collezioni più consistenti si trovano in Italia, Francia, Inghilterra, Spagna e Stati Uniti (6).
Tornando infine all’incertezza e ai dubbi espressi all’inizio di questa riflessione, appare saggio rivolgersi proprio a Leonardo per cominciare a dipanare la matassa. Egli scrisse:
«Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende se non è una cosa per volta.Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa essere piena di varie lettere, ma non conoscerai in questo tempo,che lettere sieno, né che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado a grado, altrimenti fia impossibile pervenire alla sua altezza. E così dico a te, il quale la natura volge a quest’arte, se vogli avere vera notizia delle forme delle cose, comincerai alle particule di quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la diligenza, che la prestezza» (7).
La conoscenza si raggiunge facendo piccoli passi, uno dietro l’altro. E senza fretta.



INTRODUZIONE

La riscoperta dell’opera di Leonardo da Vinci ebbe inizio nel XIX secolo, quando i suoi quaderni - o meglio, ciò che rimaneva di tutto il materiale ereditato da Francesco Melzi dopo la sua dispersione - rivide la luce dopo secoli di oblio. Dalle polverose collezioni private i manoscritti vinciani presero la via delle grandi istituzioni culturali pubbliche, come i musei, le biblioteche nazionali e gli archivi di Stato, che da allora promuovono lo studio e la divulgazione della sua opera.
Nell’odierno immaginario collettivo Leonardo da Vinci continua ad occupare un posto di primaria importanza; nonostante la storiografia recente abbia ridimensionato il suo contributo di inventore e di scienziato, sbriciolando luoghi comuni nati più dalla leggenda che da certezze storiche, la sua popolarità non conosce battute d’arresto.
Dei seimila fogli manoscritti che sono pervenuti a noi, gli studiosi ne hanno studiato ogni riga e analizzato ogni disegno, mettendo a confronto l’opera di Leonardo con quella dei suoi contemporanei; eppure l’estrema complessità del suo pensiero, unita alla scarsità di notizie certe, generano continue revisioni e nuove ipotesi da parte della critica, costretta a esprimersi su di lui sempre con molte riserve.
Per il mondo scientifico quindi Leonardo da Vinci rimane una sfida e una fonte di probabili sorprese; nel 1967, la casuale scoperta di nuovi manoscritti presso la Biblioteca Nacional di Madrid ha da allora nutrito la speranza di ritrovare altro materiale, che potrebbe – ancora una volta – rimettere in discussione le tesi finora affermate e svelare l’incerto. Per il grande pubblico, Leonardo rimane una superstar, il   genio unico e inarrivabile. E l’artista che ha dipinto il quadro più famoso di tutti i tempi.
 

Leonardo e Milano. Nelle pagine che seguono si è deciso di analizzare l’evoluzione del pensiero scientifico di Leonardo alla luce delle sue esperienze di vita e di lavoro in Lombardia come tecnico e ingegnere, prima al servizio di Ludovico il Moro (1482-1499) poi come celebrato artista presso la corte francese a Milano (1506-1513). Questi due lunghi soggiorni, che messi insieme corrispondono a più di un terzo della sua esistenza, vedono la sua lenta e difficoltosa trasformazione da inventore e ingegnere praticante a teorico della scienza.
L’analisi della sua evoluzione intellettuale ci offre l’occasione per mettere in luce un lato di Leonardo meno noto, o, se vogliamo, quello debole. E’ difficile – ad esempio -immaginarsi il genio per eccellenza in difficoltà, nel tentativo di farsi notare alla corte sforzesca o intento a colmare le sue carenze di formazione con studi tardivi. La storiografia recente ci ha restituito un Leonardo diverso, forse più “umano” ma proprio per questo, più straordinario. Curiosità scientifica e tensione intellettuale uniche gli hanno permesso di oltrepassare dei confini come nessun altro prima di lui aveva saputo fare.
 

Leonardo e l’acqua. La progressione delle sue conoscenze e il passaggio dalla pratica alla teoria scientifica si può ravvisare con chiarezza negli appunti e nei disegni che trattano il tema delle acque. L’acqua, in tutti i suoi significati, fu insieme alla pittura,l’argomento di studio prediletto da Leonardo. Per comprendere meglio il suo approccio alla scienza ci si è domandati in queste pagine cosa hanno significato per lui l’elemento acqua con le leggi fisiche e meccaniche che da essa derivano, seguendo quell’intreccio tra invenzioni ingegneristiche e teorie sul moto dei fluidi che, come un filo conduttore, attraverserà tutto l’arco della sua carriera.
 

 
Immagine fuori testo


Leonardo e l’Adda. Acqua significa fiume e fiume significa Adda. E’ la storia di un incontro vissuto soprattutto durante il secondo soggiorno milanese, quando per un periodo Leonardo fu ospite a Vaprio d’Adda presso la villa del nobile Girolamo Melzi, padre dell’allievo prediletto Francesco. Nei territori abduani si dice che questo fiume sia “femmina”, ed è proprio nel tratto tra Lecco e Vaprio (quello – per intenderci -frequentato e studiato da Leonardo) che l’Adda manifesta i tratti “femminili”, perché come una donna, ora è placida, ma un attimo dopo diventa capricciosa; così le sue acque tranquille nel giro di pochi chilometri si fanno turbolente e si vorrebbero imbrigliare e domare, come anche Leonardo progettò di fare.
Egli rimase affascinato da questo fiume e dalla natura che lo circonda. Ne furono contagiate sia la sua arte sia la sua scienza. Oggi è possibile rivivere le sue sensazioni percorrendo un itinerario – esclusivamente ciclo-pedonale – che segue il corso del fiume, a sud del lago di Lecco e prosegue per poco meno di trenta chilometri in un ambiente naturale di selvaggia bellezza, tra gli echi della presenza di Leonardo e le opere che l’uomo ha saputo fare dopo di lui seguendo il suo esempio, per sfruttare il fiume senza danneggiare l’ambiente circostante. Una vera fortuna questa, se si pensa a quanto siano state antropizzate queste zone.



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venerdì 7 giugno 2019

L'ADDA NEI DISEGNI DI TELESFORO DAVIDE GASPANI di Marco Bartesaghi








Telesforo Davide Gaspani è un pittore.
Nella sua lunga carriera artistica – è nato nel 1937 – il fiume Adda ha rappresentato una costante fonte d’ispirazione. Ha studiato gli scorci più interessanti, si è soffermato sui particolari delle cose, delle piante, dei fiori. Ne ha tratto dipinti ad olio o a pastello che, a volte, ha popolato di personaggi, reali o fantastici.



Dipinto ad olio di Tefesforo Davide Gaspani


Un giorno, parlando con lui, avevo saputo che conserva ancora un buon numero di disegni ripresi lungo il fiume, perlopiù a matita, tracciati su fogli volanti, tagliati in modo irregolare, di diverse dimensioni. Forse poco più che appunti, utili per realizzare le opere più importanti, ma belli in sé, per la loro immediatezza e la loro sinteticità.

Disegni ispirati al fiume Adda, di Telesforo Davide Gaspani
Con questi disegni e con il permesso del loro autore, ho realizzato il breve filmato che qui vi presento, che ho intitolato “Il fiume Adda nei disegni di Telesforo Gaspani”.





      



https://www.youtube.com/watch?v=pCJGVCBV5z8

mercoledì 5 giugno 2019

SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA ROCCHETTA - UNA VISITA GUIDATA DA FIORENZO MANDELLI di Marco Bartesaghi
















2 giugno 2019, Festa della Repubblica. 
Fiorenzo Mandelli, il protagonista dell’articolo che sto impaginando, sarà insignito oggi del titolo di Cavaliere della Repubblica, per il suo impegno a favore del santuario della Madonna della Rocchetta. Penso sia un riconoscimento meritato e lo applaudo con molto piacere. M.B.






SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA ROCCHETTA - UNA VISITA GUIDATA DA FIORENZO MANDELLI

Il Santuario della Madonna della Rocchetta




l Santuario della Madonna della Rocchetta è senz'altro uno dei luoghi più notevoli che si trovano lungo il corso del fiume Adda. Come lo si raggiunge? Percorrendo l'alzaia, per circa tre chilometri  partendo dal ponte di Paderno; dal cimitero di Porto d'Adda, scendendo per la strada a ciottoli che arriva proprio  ai piedi della scalinata che sale alla chiesa; dal mulino di Paderno d'Adda, imboccando la strada a ciottoli che conduce al fiume e prendendo a destra, dopo qualche decina di metri, il sentiero  che attraversa i boschi e passa dall'acquedotto di Paderno d'Adda. Queste le tre possibilità che conosco.
Il santuario è aperto tutti i sabati e tutte le domeniche. Ma anche negli altri giorni della settimana è facile trovarlo aperto. Per maggiore sicurezza basta telefonare a Fiorenzo Mandelli e chiedere informazioni.

 
Fiorenzo Mandelli

E Fiorenzo è sempre disponibile ad accompagnarvi nella visita e a raccontarvi tutto quello che sa del luogo e dei suoi dintorni.
Quello che segue è il racconto che ci ha fatto durante l'ultima visita:
 

“La nostra chiesa è costruita sui resti di una torre di controllo. Un dottore di Milano, di nome  Bertrando, un benestante che aveva dato un’ingente somma per la costruzione  del Duomo di Milano, aveva  voluto costruire  per sé un luogo sacro. Così, sulle fondamenta di una preesistente torre di controllo, ha fatto edificare questa chiesa e l’ha data ai frati agostiniani. Era l’anno 1386, lo stesso della fondazione del Duomo: sono gemelli”.
 

“Il lunedì di Pasqua – Pasquetta - è la festa del santuario. Tradizionalmente viene celebrata la messa con molti sacerdoti.  Un tempo, al momento dell’Elevazione, dal piazzale esterno partiva un segnale di fumo, in seguito al quale, dall’altra parte del fiume, venivano sparati tre colpi. Era un avviso. Chi era nei dintorni, magari nei terreni a lavorare, sapeva che doveva inginocchiarsi perché era il momento più solenne della Messa”.
 

“Qui siamo al confine fra tante province: la scalinata è provincia di Lecco, qui – ossia la chiesa – ora è  Monza Brianza, prima era Milano, oltre l’Adda è Bergamo.
Questo  santuario, che è stato costruito ancor prima di quello della Madonna del Bosco, era oggetto di molta devozione.  Tanti anni fa la gente, nel periodo estivo, non andava al mare o in montagna: veniva lungo il fiume, il luogo dove passavano le barche. Il fiume era la vita, poiché dava lavoro,  dava da mangiare. Per questo motivo qui c’era tanta devozione, anche se non è una cattedrale, è una chiesa piccolina, costruita con i sassi. Però, se guardate sull’altare, ci sono tante grazie ricevute.”


La visita all’interno del santuario inizia con la descrizione del Crocifisso posto sulla parete destra. È un crocifisso inconsueto che Fiorenzo ci presenta così:
 

“ Al posto del corpo sofferente del Cristo vediamo i fiori, le stelle, la luna. Come mai non ci sono i chiodi nei piedi e nelle mani? IL Cristo, indipendentemente dal colore della pelle delle persone o dalla religione di provenienza , abbraccia tutti. Dunque il significato di questo  Crocifisso, che può anche non piacere,  è la nostra vita. Che poi essa abbia un inizio e una fine, questo vale per tutti noi. Per il credente però muore il corpo e non l’anima”. 

 
Il Crocifisso del Santuario della madonna della Rocchetta
“Se dovessimo parlare tra di noi della vita e della morte –continua proponendoci alcune sue idee molto personali -  ci sediamo e ne discutiamo. Ma ai bambini piccoli non parlo della morte. È la loro vita che va avanti, è la mia vita che invece va a finire. Gliene parlerò quando sarà il momento opportuno. Mi capita di vedere nel periodo pasquale alcuni genitori o nonni che obbligano i bambini a baciare il Cristo morto. Ma se hanno paura perché li devi obbligare? Aspetta un momentino, gliene parlerai quando sarà il momento. Questo Crocifisso rappresenta la vita, non la morte”.

Le pareti a sinistra dell’entrata della chiesa sono addobbate con rami spinosi di robinia, ritorti per fargli assumere particolari forme e intrecciati con fili di lana rossi, in parte ancora avvolti a formare una matassa.







“Il santuario è circondato da boschi di robinia, una pianta spinosa con cui sono state fatte queste corone che formano l’albero della vita. Il rosso – dei fili – rappresenta il sangue, ma rappresenta anche l’amore. Il santuario si chiama Rocchetta, perché è su una rocca, e questa matassa, che viene usata in tessitura per fare le maglie, è un rocchetto. Il filo è ciò che ci tiene tutti insieme, ci tiene uniti. Qualcuno mi chiede: <>.  Gli spiego che nell’arco della vita la nostra strada non è sempre piacevole a volte troviamo difficoltà, che però si possono superare. Così dico: <>. Qui c'è chi intravvede un pesce, chi una barca: il santuario si trova vicino al fiume, quindi  all’acqua. Addirittura, se girato, qualcuno vede uno scudo: l’Adda è sempre stato un confine fra lo stato veneto e quello milanese. In questo contesto di luogo sacro, è stata creata questa opera con materiale del posto"






Lungo l’alzaia, sia arrivando da Lecco che da Milano,  si trovano dei simboli segnavia, una freccia o una cintura. Qual è il loro significato?

“Sono i segnali del Cammino di Sant’Agostino, di cui il Santuario della Rocchetta fa parte. La cintura ricorda la Madonna della Cintura a cui Agostino era particolarmente devoto. Sua mamma, Monica, che poi è diventata  santa, pregava sempre la Madonna. Alla fine Lei  le è apparsa, si è tolta la cintura e gliel’ha data affinché l’indossasse.
Monica pregava la Madonna soprattutto per suo figlio Agostino, che si è convertito a 33 anni e da giovane non era per niente un santo. Ai ragazzi delle scuole dico che era un po’ un birichino, in realtà era un donnaiolo”.

 

Il Cammino di Sant’Agostino è un  percorso che, nel nome del santo dottore della chiesa tocca vari santuari mariani disegnando idealmente, una rosa stilizzata le cui radici sono in Africa, nei luoghi della gioventù del santo, il gambo unisce le città di Monza, Milano, Pavia e Genova, le foglie si estendono verso est e ovest , lungo le province di Monza e Brianza, Milano, Varese e Bergamo.
In Brianza il Cammino inizia e finisce  a Monza, è lungo 415 chilometri e tocca 25 santuari. Il Santuario della Madonna  della Rocchetta lo si raggiunge il 14° giorno di cammino, nella tappa di circa 32 Km che inizia da Madonna del Bosco  e termina al Santuario della Madonna del Lazzaretto a Ornago.


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Terminata la descrizione dell’interno del santuario, ci avviamo verso la cisterna tardo-romana.
“Qui, fino a qualche anno fa, era tutto bosco. A un certo punto, proprio al centro, il terreno ha cominciato a cedere. Il parco Adda Nord, che ha messo gran parte della cifra, e i comuni di Paderno e Cornate hanno stanziato 240 mila euro per finanziare il lavoro di due archeologhe che hanno portato alla luce la cisterna. Io ho avuto il piacere di seguire la loro ricerca giorno per giorno”.


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lunedì 3 giugno 2019

COSTRUZIONE PONTE SULL'ADDA A IMBERSAGO - 1900

Ho acquistato queste fotografie qualche anno fa al mercatino dell'antiquariato di Imbersago. La didascalia su ognuna delle foto è: "Costruzione ponte sull'Adda a Imbersago - 1900". Successivamente, allo stesso mercatino, ho trovato una copia della terza fotografia in cui è specificato che il ponte fu costruito nel settembre del 1900.
Purtroppo, non avendo trovato niente sulla stampa locale dell'epoca, non ho altre informazioni riguardanti questa esercitazione militare. Se qualcuno trovasse altre  notizie me le faccia avere. Grazie, M.B.