martedì 20 gennaio 2015

LE ATTIVITA' DI OSCAR: I CASI DI SALVATAGGIO ATTRIBUITI A DON GHETTI di Vittorio Cagnoni




Questo testo, come il precedente, è tratto integralmente dal libro di Vittorio Cagnoni: "BADEN, vita e pensiero di Mons. Andrea Ghetti". Di mio ho aggiunto solo alcune note, che trovate prima e dopo il paragrafo intitolato: "Rapimento del figlio della famiglia Balcone". 
L'articolo, soprattutto questo paragrafo, è piuttosto lungo. L'ho perciò interrotto per leggerlo tutto dovete cliccare su CONTINUA A LEGGERE . m.b.



LE ATTIVITA' DI OSCAR: I CASI DI SALVATAGGIO ATTRIBUITI A DON GHETTI di Vittorio Cagnoni


L’attività di OSCAR (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati) può essere riassunta in oltre 2000 espatri clandestini (il numero esatto non lo si saprà mai), 500 preallarmi, 3000 documenti falsi, 10 milioni di lire di spesa
La particolare natura di don Ghetti, silenzioso su questo periodo di storia non ha permesso di conoscere casi particolari ai quali ha partecipato rischiando la vita. Sappiamo da testimonianze trasversali che gli espatri, particolarmente difficili e rischiosi, erano guidati direttamente dai sacerdoti di OSCAR. Don Ghetti accompagnava le persone presentandosi come Antonio o Andrea Andreotti, travestito da operaio, da contadino, persino da vigile del fuoco, e ritornava vestito da prete. Spesse volte capitava che, giunti al confine, gli espatriandi gli chiedessero l’ammontare dell’onorario e si sentivano rispondere: “Niente, sono un prete”.


Luoghi di espatrio utilizzati da OSCAR


L’ufficiale della RAF (1)
Don Ghetti accompagna un giovane ufficiale della RAF alle ferrovie Nord, attraversando la città pressochén ridotta ad un cumulo di macerie, dopo il bombardamento del 1943. Il soldato, interrompendo il silenzio e voltandosi di scatto, dice con voce commossa al suo accompagnatore: “E voi, dopo tutto questo, ci aiutate ancora?”
 

Due anziane signore e la stola di volpe
Dopo aver accompagnato a pochi metri dal confine due vecchiette ebree, una di loro si accorge di aver peso il collo di pelliccia del suo soprabito, sua unica ricchezza, e cade in una profonda desolazione e sconforto. Di fronte a quel dolore don Ghetti non rimane insensibile e, a costo di gravi pericoli, ritorna sui suoi passi, recupera il capo d’abbigliamento e glielo porge. “Fu una sofferenza in meno per la signora” è il commento.
 

Incontro con la milizia confinaria
Don Ghetti, di ritorno da un’impresa di espatrio alla rete di confine, incontra la ronda fascista. Tutti si fermano di colpo. Con prontezza di spirito continua imperterrito il cammino verso di loro che confabulano e lo guardano minacciosamente. Il momento è di particolare tensione: giunto a pochi passi don Ghetti saluta educatamente e continua diritto per la sua strada mentre i fascisti lo lasciano passare. Il peggio sembra dietro le spalle, quando improvvisamente la ronda fa dietrofront, lo insegue e … lo supera continuando a correre!
 

Il console greco con famiglia
Il console greco si presenta a don Ghetti con moglie, i numerosi figli e pesanti bagagli di cui non vuole assolutamente alleggerirsi. Caricato l’ingombrante fardello su un carretto  due ruote con lunghe stanghe, si procede faticosamente sulla pista del bosco, impegnando però più tempo del necessario. Arrivati finalmente al confine, spunta da lontano la ronda delle guardie ed il panico si diffonde nel gruppo. Conscio del pericolo don Ghetti trascina la famiglia aldilà del confine e, ritornato sui suoi passi, spinge con forza il carretto, che tra i sobbalzi transita oltre il confine, per poi darsi a precipitosa fuga.
 

Il pediatra
Al piano terra di una casa a Varese abita un fascista accanito accusatore di ebrei e don Ghetti gli nasconde sopra la test il ricercatissimo dottor Schwartz. Proprio giocando sull’avversione dell’inquilino invasato, Schwartz è sicuramente protetto poiché il fascistone non può minimamente immaginare che un ebreo abbia la spudoratezza di abitare nella sua stessa palazzina e per di più sopra di lui. Dopo un breve soggiorno Schwartz è accompagnato in Svizzera e diventerà uno dei più quotati primari del mondo della pediatria
 

don Andrea Ghetti con il fazzolettone scout



Rapimento di un bambino ebreo
Nell’autunno del ’44 don Ghetti, accompagnato da due ragazzi delle Aquile Randagie (AR) (2) Anderloni, VCSq. e Silvio Croda CSq. (3), si reca in un ospedale e dà precise indicazioni ai ragazzi posizionandoli sotto a una finestra del piano rialzato, con la consegna di aspettare. I due Scout trascorrono tranquillamente il tempo di attesa, quando improvvisamente la finestra si apre e don Ghetti, in camice bianco sussurra: “È pesante” passando uno strano involucro nel quale rinvengono, esterrefatti, un bambino.
 

Il cosacco in Casa Linati
Il pensionato per ragazzi Casa Linati è spesso utilizzato da don Ghetti e dall’AR Mario Munari per il momentaneo parcheggio di espatriandi, protetto dal frequente andirivieni di giovani e di personale. Una sera don Ghetti accompagna una persona molto alta, che si rifocilla con i famigliari Linati senza proferire parola, ma al termine della cena, con un gran sorriso e un filo di voce, dice : “Spasiba!”. Al mattino la famiglia scopre che lo straniero è sparito. Solo dopo molti anni papà Linati svelerà al figlio paolo che di buon mattino don Ghetti aveva prelevato il cosacco per farlo espatriare e che in russo aveva detto: “Grazie!”.
 

Cimitero provvidenziale
Sul finire della guerra un frate benedettino dell’esercito tedesco rischia di finire in un campo di prigionia. Alcune fucine (4), che lo conoscono bene, sono informate della situazione ed avvisano immediatamente don Ghetti che le rassicura: “Ci penso io!”. Istruite a dovere le fucine accompagnano il padre al convento delle suore tedesche dove a sera, smessi gli abiti militari, indossa quelli civili ed insieme a due lituani è accompagnato alla stazione delle ferrovie Nord diretto a Varese, dove ad aspettarli c’è don Ghetti. Usciti di stazione questi si dirige verso la periferia camminando su un marciapiede mentre gli altri, sul marciapiede opposto, ripetono esattamente quello che fa lui. È ormai notte, quando da un certo punto in lontananza spuntano le luci della ronda fascista. Senza perdersi d’animo don Ghetti fa cenno ai tre fuggiaschi di infilarsi nel vicino cimitero e di nascondersi dietro le tombe e controlla la situazione da un angolo in penombra, fino a quando i militari si allontanano. Scampato il pericolo si riprende la marcia fino alla frontiera, dove i tre espatriandi possono entrare in territorio elvetico.
 

Dal S. Carlo
Giovanni Pesce, Medaglia d’Oro della resistenza, nome di battaglia Sauro, comandante del Terzo gap, partigiano comunista del milanese, è incaricato di contattare OSCAR al Collegio S.Carlo, per organizzare l’espatrio di due ebree austriache , Hilde Sara Hirsch e Helene Sara Schwenk, rispettivamente madre e figlia, e della famiglia Fossati, formata da padre, madre e figlio diciottenne. L’abboccamento avviene su indicazione di un altro partigiano, il prof. Collina, già insegnante al S.Carlo, caduto nell’azione pochi giorni prima.
Sauro incontra OSCAR nella persona di don Ghetti e due Scout suoi collaboratori. Dopo un vivace scambio di opinioni sul tema religioso e politico, Sauro apprezza sia il lavoro sia la statura del prete che, con molto rischio, si incarica di fornire documenti falsi e far espatriare le cinque persone attraverso il percorso Milano – Valle Cannobina e provvede a far travestire la giovane ebrea da monaca di clausura dalle suore Benedettine di via Bellotti. Dopo un rocambolesco peregrinare i cinque raggiungono la Svizzera.


NOTE

(1) Royal Air Force è l’aeronautica del Regno Unito
(2) Aquile Randagie era il nome adottato dagli scout di Milano e Monza che, dopo la soppressione dell’ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani) da parte del regime fascista, continuarono a svolgere attività scout clandestinamente e che diedero vita, nell’autunno del 1943, a OSCAR.
(3) CSq. e VCSq. significano rispettivamente Capo Squadriglia e Vice capo Squadriglia. La squadriglia è un gruppo di 5 -8 “esploratori”, cioè ragazzi dai 12 ai 16 anni. Alcune squadriglie formano un “reparto”scout. Si noti quindi che i due ragazzi che aiutarono don Ghetti nell’azione descritta avevano al massimo 16 anni.
(4) Aderenti alla FUCI, Federazione Universitari Cattolici Italiani




Rapimento del figlio della famiglia Balcone.
Angelo Balcone, sposato con l’ebrea austriaca Caterina Frankfurter, con un figlio di quattro anni, è proprietario, insieme a Giuseppe Perego, di un laboratorio a Milano.
Nella prima settimana del dicembre 1943 viene a sapere  che la moglie è ricercata e decide di scappare con tutta la famiglia. Ha sentito dire che nel luinese ci sono concrete possibilità di espatrio e il 18 mattina parte presto, con la famiglia, per Luino. Ha fretta e, fidando nella sorte, entra in un albergo, e chiede di parlare con il proprietario dicendogli: “Devo espatriare, mi aiuti. Pagherò.”. Per tutta riposta l’albergatore mette alla porta i tre.
Nevica, fa freddo, i piedi gelano nella neve.. Verso mezzogiorno sono nella sala da pranzo di un altro albergo. Balcone ritenta. Questo albergatore è servizievole, sorridente e lo rassicura: “Sì, posso farvi accompagnare alla frontiera, basta pagare la guida”. L’indomani, l’albergatore dà le minime istruzioni e i tre escono. Poco meno di cento metri dopo sono arrestati da quattro SS.
Il padre viene condotto nelle affollatissime carceri di Miogni, in via Morandi a Varese. Madre e figlio sono internati all’Opera Pia Casa S. Giuseppe, di via Griffi5, in attesa di essere trasferiti a Buchenwald. Questa istituzione è retta da don Sonzini, coadiuvato dalle suore Ancelle di S. Giuseppe. La casa funge anche da succursale delle stracolme carceri femminili. Nello stesso edificio trovano alloggio anche le donne e i bambini che OSCAR intende salvare, mentre gli uomini e i ragazzi sono naascosti nello sfollato Collegio S. Carlo. Don Ghetti e don Giussani vi vengono spesso a celebrare la Messa, mantenendo i contatti con gli uomini “particolari” della Casa.
Il 19 dicembre la superiora, suor Lina Manni, informa don Ghetti della nuova situazione Balcone e di un passaggio in Svizzera non riuscito di un ragazzo di circa 12 anni e della sorella Anna di circa 16.
La domenica successiva don Ghetti e una squadra di milanesi, capeggiati da Torregiani di Gallarate, organizzano nella casa una messinscena: tagliano i fili del telefono, danno alcune spintarelle alle suore, sparano in aria alcuni colpi di pistola, mentre i due fratelli, adeguatamente istruiti, raggiungono un ingresso dove li attende un auto. Mezz’ora dopo sono salvi in Svizzera.
Il colpo prevedeva anche l’espatrio di mamma e figlio Balcone, ma la donna si rifiuta categoricamente, perché ricattata dai tedeschi, che l’hanno minacciata di uccidere il marito se avesse tentato la fuga. 

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Questa complicazione non prevista costringe OSCAR a cercare un’altra soluzione. Dopo aver scartato varie ipotesi, si sceglie un piano azzardato. Si tratta di inventare un ricovero ospedaliero per una fasulla operazione urgente di appendicite, per poi prelevare il bambino all’ospedale. Con questo stratagemma si spera di guadagnare tempo, per liberare il padre e ricomporre la famiglia per trafugarla. Il chirurgo Ambrogio Tenconi, dell’Ospedale di Circolo di Varese, acconsente a stendere il certificato di ricovero d’urgenza per Gabriele, che viene accompagnato in ospedale a bordo di un’ambulanza e affidato a suor Giulia, capo reparto della chirurgia, cugina in secondo grado di don Motta.
Nel pomeriggio si presentano alla Casa le SS che, saputo del ricovero, acconsentono di curare il bambono, prima di mandarlo a morire e ordinano di piantonarlo e di riportare immediatamente la madre per essere, il giorni successivo, inviata in Germania.
“Qui parla OSCAR, ho bisogno di vederti subito!”, dice don Ghetti telefonando a Kelly che, dal tono di voce, capisce subito che c’è qualcosa di grave nell’aria. Dopo non molto i due si incontrano: “Bisogna agire subito per sottrarre il bambino ebreo alla deportazione in Germania, con la madre già agli arresti. L’ho fatto uscire, persuadendo il medico ad operarlo di appendicite. Ma ormai la convalescenza è finita. È all’ospedale di circolo: bisogna salvarlo a qualunque costo”. “Va bene Capo”. Così si mette in moto la piccola pattuglia Scout di OSCAR per affrontare una nuova impresa. Il tempo stringe  e l’operazione salvataggio va accelerata. Il 21 dicembre, nel tardo pomeriggio, don Giussani, avvolto in ampio mantello nero e con occhiali neri, ispeziona l’ospedale, studia nei minimi particolari l’itinerario di entrata e di fuga, l’esatta posizione di Gabriele, le abitudini del piantone, i turni delle infermiere e dei medici. Il poliziotto vigila il percorso tra la sala e l’uscita che non è breve: oltre un lungo corridoio bisogna attraversare un cortile, scendere una scalinata e varcare la portineria. La sera stessa si tenta il colpo. Un’auto pubblica attende all’ingresso dell’ospedale: già questa fu un’impresa di non poco conto per trovarla, sondare e persuadere un autista, disposto ad arrischiare. Uno di OSCAR si fermava dal custode per distrarlo, con la scusa di un’informazione, mentre Kelly e Rovera, infilata la porta, si portavano veloci verso il bambino. Nella penombra dei corridoi avanzano: una suora li guarda sospettosa, un’infermiera domanda quale “aggravato” cercano. Dal corridoio i rapitori guardano nella sala: il piantone è seduto sul letto del piccolo. Nulla da fare: pur attaccandolo, il suo allarme bloccherebbe la ritirata prima di raggiungere l’uscita. Sconfitti ripiegano.
Il 22 dicembre Kelly si reca all’ospedale col preciso scopo di farsi conoscere dal bambino, per evitargli un possibile spavento al momento del “colpo”. Il contatto avviene nonostante l’ordine tassativo di “arrestare chiunque si avvicini al letto”. Nel frattempo ad OSCAR arriva la straziante sollecitazione: “Muovetevi il bambino è considerato guarito e sta per essere trasferito”. Il 23 dicembre, fingendosi operai, girano per tutta mattina il giardino dell’ospedale: finalmente una scoperta preziosa! Nella parte posteriore un vecchio cancello rugginoso, da anni lasciato inattivo, dà su una piccola strada che, attraverso un deposito di legnami dell’organizzazione TODT, comunica con la provinciale. “Mani ignote” di Ossola tagliano, non senza difficoltà, il catenaccio di quel cancello. Si studia il nuovo percorso dalla porta posteriore direttamente alla “sala”, evitando qualsiasi corridoio. Don Giussani è improvvisamente chiamato a Milano ed è sostituito da don Ghetti. Verso le 20.00 scatta il piano  per approfittare del cambio del cambio dei turni di medici e infermieri. Don Ghetti, in borghese, consegna il portafogli alla sorella di don Motta, che lo recapiti alla sorella Carla, qualora il colpo andasse male. Il gruppo dei “rapitori” sale in macchina guidata dal fucino varesino Francesco Moneta, insieme a lui il capo dell’impresa dottor Vacchini, altro nome di battaglia di Kelly, Napoleone Rovera, fratello di una novizia della Casa S. Giuseppe e  don Ghetti. Kelly e Rovera indossano, sotto il cappotto, camici bianchi. L’auto scivola nella buia, fredda serata e si ferma vicino al cancello appena accostato, che viene aperto senza un minimo rumore. Dalla casupola del guardiano giungono canti di voci gutturali tedesche, che coprono lo scricchiolio dei passi sulla ghiaia gelata. Il cancello cede e sono nel giardino. L’oscurità è profonda, solo qualche lume vagante: sono le infermiere che si scambiano i turni della notte. Il gruppetto si apposta dietro una siepe, vicino a un finestrone, che dà su una veranda a piano terra. Due indossano solo i camici bianchi: sembrano medici e questo dovrebbe disorientare eventuali testimoni, mentre gli altri due hanno il compito di proteggere i loro movimenti. I due falsi medici sbirciano dalle persiane socchiuse: tutto tranquillo! Entrano e si dirigono spediti al reparto chirurgia. Suor Giulia, “mossa a compassione”, invita il piantone a bere un caffè nella cucina del reparto adiacente, permettendo ai due “medici” maggiore libertà. Il lettino del bimbo è in fondo a una sala con otto letti occupati da donne. I due rapitori entrano nella stanza intimando: “Le signore sono pregate di non muoversi”. La situazione è elettrizzante: Rovera si ferma all’ingresso puntando una pistola contro le presenti, mentre Kelly si avvicina speditamente al letto di Gabriele. Buona parte della riuscita dell’impresa dipende dalla reazione del bambino. Gabriele dorme e si sveglia quando Kelly, con delicatezza, cerca di avvolgerlo in una coperta. Il bambino è imbambolato e non capisce quello che sta accadendo, ma Kelly si fa riconoscere sussurrandogli all’orecchio: “Zitto, zitto, ti porto dalla mamma”. Gabriele lo guarda sorpreso e si afferra al collo di questo misterioso salvatore. Inaspettatamente entra un’infermiera che rimane disorientata dalla presenza di estranei. Rovera la spintona facendole perdere l’equilibrio e tutti e tre fuggono. Riavutasi, l’infermiera si attacca al cordone del campanello d’allarme, che inizia a squillare. Voci, luci accese, grida, comandi concitati: il piantone sembra impazzito: nessuno riesce a immaginare da che parte siano andati. Si cominciano a bloccare le varie uscite, meno quella che interessa. I due “medici” con Gabriele fuggono rapidamente per il corridoio, divorano i quattro gradini e sono nel cortile, dove Ossola e don Ghetti, che stringe la corona del Rosario, sono di guardia in fibrillante attesa. Il gruppo OSCAR, col prezioso carico, raggiunge la stradina dove ad aspettarlo vi sono Moneta e l’auto a carbonella. Il motore della macchina non si avvia … sono secondi che sembrano secoli. Dopo vari tentativi finalmente parte!
Nell’ospedale, passato il primo momento di sorpresa e di sbigottimento, ci si rianima con un accorrere veloce di persone. Si riaccendono le luci, si cerca di capire.
Poco dopo le 21.00 cinque figuri e “mezzo” bussano leggermente alla porta che immette nella sala della canonica dove don Motta, come alibi, sta effettuando le prove di canto con la corale. Solo allora ci si accorge che fuori fa freddo.
OSCAR si scioglie in silenzio, senza alcun compiacimento, tranne quello di aver fatto il proprio dovere. Gabriele, accudito dalle sorelle di don Motta, dormirà per parecchio tempo con la testa contro la parete dove,dall’altra parte, dorme il fascista della caserma Muti, di piazza Battistero, incaricato di ritrovarlo. “Pronto OSCAR: tutto bene!”: a 60 ore dal comando la missione è stata condotta a termine.
Il 24 dicembre, vigilia di Natale, i giornali fascisti di Varese escono con titoli cubitali, indignati contro i rapitori e con le più assurde ipotesi. Come quella di un giornalista che riferisce che tre giorni prima uno strano individuo, travestito da prete, avvolto in un ampio mantello e con occhiali scuri, era stato visto aggirarsi per l’ospedale e sicuramente doveva essere uno dell’organizzazione ebraica che aveva preparato il colpo.
Stessa reazione hanno i tedeschi, che montano su tutte le furie per essere stati beffati così agevolmente e minacciano la suora e arrestano il piantone di guardia. Il comandante Peter, delle SS, è un bavarese gaudente, mentre il Gauleiter (1) Lang è un duro tedesco pallido, dal collo sottile, dalle labbra invisibili, dagli occhi ghiaccianti. Subito si apre un’indagine severissima, cominciano dal dottor Tenconi e dal dottor Ciotti, che era di turno quella sera. Lang, con una cocciutaggine veramente tedesca, affida le ricerche al maresciallo della polizia fascista Orefice, di via Bernardino Luini, dicendogli in “tedeschitaliano”: “Lei ha una moglie e un figlio:  o trova il bambino o la mando in Germania con sua moglie e suo figlio”. Costui, terrorizzato, imposta l’inchiesta partendo da Perego, il socio di Balcone, e cerca di farlo parlare minacciandolo e circuendolo con promesse. Perego in realtà sa tutto ed ha visto il bambino il giorno di Natale, ma nega continuamente e, per ogni rapporto negativo del maresciallo, Lang ripete: “Ha pochi giorni di tempo e ogni giorno che passa è uno di meno, perché se non trova il bambino, l’aspetta il campo di concentramento”  Orefice, esasperato, applica lo stesso metodo con Perego. OSCAR frattanto veglia, intuendo che la cosa sarebbe diventata pericolosa, perché Perego alla fine avrebbe ceduto alla pressione delle minacce. Allora don Motta e don Ghetti incontrano Orefice e ne scaturisce un colloquio piuttosto animato in difesa di Perego ingiustamente minacciato, con Orefice che cerca di giustificarsi: “Non vivo più per colpa di questo bambino e io stesso e la mia famiglia siamo in pericolo”. In seguito la cosa sarà messa a tacere per l’intervento di “autorità superiori” e, nonostante la rabbia di Lang, la pratica sarà archiviata essendo arrivata ad un punto morto.
Dopo l’incontro con OSCAR, Orefice, che è un uomo d’animo buono e comprensivo, si presterà più volte per aiutare chi è in difficoltà. Nel frattempo il comandante Peter e il duro Lang non si oppongono alla richiesta di OSCAR per la scarcerazione di Balcone, perché ariano e senza pendenze a suo carico.
Il piccolo Gabriele, vestito da femminuccia, è nascosto per diciassette giorni nella casa di don Motta. Nel mese di gennaio Rosetta Motta e Kelly,rispettivamente nubile e celibe, fingendosi genitori, lo accompagnano a Erba, in via Tessari 28, da zia Giulia e da Maria, sorella di don Motta, e dopo poco tempo sarà restituito a suo padre.
Gabriele Balcone tornerà parecchi anni dopo da Sidney, dove era espatriato ed aveva aperto uno studio fotografico, a ringraziare i suoi salvatori.


NOTA
(1) Capo di una sezione locale del partito nazista





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