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lunedì 10 agosto 2026

TOMMASO FUMAGALLI, FOTOGIORNALISTA IN UCRAINA intervista di Marco Bartesaghi e Giovanna Villa

Premesse.

La chiacchierata, durata più di tre ore, da cui è stata ricavata questa intervista risale al 7 maggio scorso. Da allora sono trascorsi tre mesi, un tempo lunghissimo. Tommaso, nel frattempo, è tornato in Ucraina e chissà quante cose nuove avrebbe da raccontare. Purtroppo, me ne scuso, con lui l’ho già fatto, i miei tempi sono molto lunghi.

All’incontro, da un certo punto in poi, ha partecipato anche Giovanna, mia moglie. Per distinguere i nostri interventi ho usato i caratteri normali per Tommaso, il grassetto corsivo per Giovanna e il grassetto per me.

Nell’intervista si parla di un  “incontro di Verderio”. Il riferimento è a una serata all’oratorio di Verderio ex Inferiore, durante la quale, ad una sala affollatissima, Tommaso ha parlato del suo lavoro.

Ultima premessa, la cartina dell'Ucraina con evidenziati alcuni luoghi di cui si parla nell'intervista.


TOMMASO FUMAGALLI, FOTOGIORNALISTA IN UCRAINA






Tommaso Fumagalli è nato nel 2003 a Vimercate ed ha sempre abitato a Verderio. Sua mamma è di origine veneta. I suoi nonni vivevano in un piccolo paese in collina, vicino a Vicenza, Villa del Ferro. Ancora molto giovani si erano trasferiti a Lissone e aperto un’attività di lucidatura di mobili, attività che in seguito hanno intrapresa anche i loro figli, due dei quali fanno ancora questo mestiere. In seguito i nonni hanno aperto un maneggio di cavalli a Bellusco.


Tommaso (T) - La  mamma ha sempre vissuto in mezzo agli animali. Anche a casa qui a Verderio ce ne sono sempre stati tanti: cani, gatti, oche, conigli, capre. Al maneggio ha conosciuto mio padre, che era di Ornago. Praticamente si sono conosciuti in stalla. Una decina di anni dopo si sono sposati e siamo nati io e mia sorella.

Marco (M) - Tuo padre che lavoro fa?

È un NCC, noleggio con conducente. Ha iniziato a 14/15 anni a lavorare nell’edilizia, poi, per tanti anni, ha fatto il camionista. Poco prima del covid – il periodo meno indicato - ha deciso di mettersi in proprio e fare l’NCC e lo sta facendo da sei anni. La mamma invece è casalinga.

Dove hai frequentato le scuole?

A Verderio la scuola materna e le elementari;  le medie a Sulbiate.

A Sulbiate?

Sì, perché a Robbiate mia sorella non aveva avuto una buona esperienza, così i miei hanno deciso di mandarmi a Sulbiate.

Dopo le media mi sono iscritto a informatica all’istituto Viganò di Merate. Una scelta un po’ a caso, spinto dal fatto che molti amici andavano lì. La passione per l’informatica è venuta dopo, tanto che poi ho deciso di lavorare come programmatore. All’inizio non mi interessava molto, avrei voluto fare il calciatore.


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sabato 1 novembre 2025

"ARTE DEL FERRO", UN'AZIENDA DI VERDERIO SUPERIORE di Marco Bartesaghi

Intorno alla ditta “Arte del Ferro”, che ha operato a Verderio Superiore dai primi anni venti del novecento agli inizi del decennio successivo, sono riuscito a raccogliere alcune notizie, insufficienti, a mio avviso, a ricostruire un quadro completo ed esauriente della sua storia. Per ora mi devo, e vi dovete, accontentare. Spero, in futuro, di colmare qualche lacuna.


Vittorio Gnecchi Ruscone


Nel “Registro delle ditte” della Camera di Commercio di Milano 
(1), “Arte del Ferro” è denunciata come ditta ad esercizio individuale; il proprietario è Vittorio Gnecchi Ruscone (2), che si qualifica come “Il Podestà dei comuni di Verderio Superiore e Verderio Inferiore”.

Egli, che deve la sua fama all’attività di musicista compositore, a Verderio è grande possidente di case e terreni e imprenditore agricolo.





Oggetto d'esercizio della ditta è la produzione e il commercio di “ferro battuto in genere”; la sede legale è a Milano, in via Filodrammatici 10, l’abitazione di Vittorio Gnecchi. L’officina invece è a Verderio Superiore, in un edificio a mattoni a vista di fronte alla ex-chiesa parrocchiale di San Floriano.

L'edificio che ospitava la ditta "Arte del Ferro"


La pratica indica come data d’inizio dell’attività il febbraio del 1925, ma l’azienda operava già da qualche anno, poiché nel 1923 era presente con un proprio stand alla Mostra Internazionale di Arte decorativa, alla Villa Reale di Monza.

"Sala de l’ “Arte del Ferro” alla mostra Internazionale di Arti Decorative (1923), alla Villa Reale di Monza".  Didascalia originale alla fotografia contenuta nell'opuscolo di presentazione della ditta, di cui si parla nel seguito di questo articolo 

Tre aziende di Milano, già iscritte alla Camera di Commercio, garantiscono che i dati contenuti nella denuncia sono veri: la ditta Braglia, di via Vittorio Emanuele; la ditta Raimondi Silvio, di via Montenapoleone, “antica fabbrica di apparecchi d’illuminazione”; la ditta di prodotti siderurgici Radice, di via Filodrammatici 10.

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mercoledì 25 dicembre 2024

LETTERA DALL'ALDILÀ di Alberto Motta (1969-2024)


Alberto Motta su questo BLOG:

ALBERTO MOTTA (ALBI): DIPINTI E POESIE 

14 gennaio 2012

https://bartesaghiverderiostoria.blogspot.com/2012/01/alberto-motta-albi-dipinti-e-poesie.html

LE POESIE DI ALBERTO MOTTA

22 aprile 2022

https://bartesaghiverderiostoria.blogspot.com/2022/04/le-poesie-di-alberto-motta-di-alberto-e.html

 ALBERTO SU YOUTUBE

Su youtube potete trovare alcuni filmati su Alberto al seguente indirizzo:



mercoledì 18 dicembre 2024

LE EMOZIONI DI UN CHIRURGO TRAPIANTISTA, PAOLO ASENI di Marco Bartesaghi

Paolo Aseni è un medico chirurgo che ha dedicato la sua carriera professionale ai trapianti di fegato. Con lui voglio parlare delle emozioni legate al suo lavoro: la gioia, il dolore, la paura, …

Nato nel 1950 a Palo del Colle, in provincia di Bari, si è trasferito a Milano quando aveva 5 anni …


Paolo (P) – Il Papà era già qui da un anno quando noi, io la mamma e mia sorella, l’abbiamo raggiunto, nel 1955. Quando siamo arrivati a Milano lui era un ambulante, si alzava alle quattro ogni mattina ed era sul mercato alle cinque e mezza. Qualche volta l’ho accompagnato per vedere quanta fatica facesse. Dopo cinque anni era riuscito a mettere da parte un gruzzoletto e aveva aperto un negozio di maglieria intima, camice e calze. La mamma gli dava una mano.

Papà era una bellissima persona, positiva, ottimista; molto severo, autoritario, ma anche molto gioviale. Vedevo ed ero colpito dai sacrifici drammatici che i miei genitori dovevano fare, per permettere a me e a mia sorella di studiare. Questa è stata una delle molle che mi hanno fatto pensare: “Bisogna che io restituisca qualche cosa al buon Dio, che mi ha dato tutta questa fortuna”.

Marco (M) – Si è laureato a Milano?

P – Sì, all’Università Statale, nel 1975, dopo 6 anni di medicina. Prima mi sono diplomato al liceo scientifico Alessandro Volta, dove ho avuto un professore di lettere straordinario, che sicuramente, anche se involontariamente, mi ha portato verso la scelta di iscrivermi alla facoltà di medicina. Questo professore, che è stato il miglior allievo di Giovanni Gentile, il grandissimo filosofo Giovanni Gentile, ha condotto me e i miei compagni, lungo un percorso di riflessione, fatto di studi e di racconti. Perché le sue lezioni non erano solo Seneca, piuttosto che Pascoli, che a lui piaceva tantissimo, erano anche il racconto della sua vita: dalla sua storia di partigiano che non aveva mai sparato un colpo, perché l’aveva detto subito “io non sparo”, ad altre situazioni in cui si era trovato che ci avevano commosso. Ci aveva fatto capire che qualcosa bisogna fare per le persone che vivono dove c’è ingiustizia, dove c’è sofferenza. Io e un gruppo di compagni della mia classe ci trovammo nei bagni della scuola chiedendoci “Se vogliamo combattere la sofferenza, cosa dobbiamo fare?”. La conclusione fu “Facciamo medicina”.

M - Come si chiamava il professore?

P - Carlo Salani, una persona straordinaria; eravamo un po’ intimoriti, ma nello stesso tempo innamorati di lui; una personalità estremamente variegata, di un’umanità che colpiva con i suoi gesti. Ci aveva fatto prendere coscienza che noi eravamo molto fortunati e tanti altri, invece, non lo erano e bisognava un po’ pareggiare i conti: era etico che chi aveva di più mettesse a disposizione qualcosa in termini di buona volontà: alcuni miei compagni andarono in Burundi, a fare un po’ di servizio civile; c’era chi andava a dare una mano, tramite la chiesa, nella periferia di Milano, o nella Bassa Milanese; c’era Mani Tese che portava i ragazzi in varie parti del mondo a fare volontariato.

M - E dopo la laurea?

P - Dopo la laurea sono entrato in un pronto soccorso, come avevo visto fare da un collega.

Mi serviva come esperienza, perché eravamo stati molto mal seguiti durante gli anni di medicina. Avevamo avuto professori forse validi professionalmente, ma certamente non validi dal punto di vista didattico e come tutor; non voglio neanche esprimere giudizi, perché non sarebbero molto eleganti, sulle persone. Sei anni di medicina trascorsi tra il panico e la noia di materie meravigliose, rese noiosissime; sei anni un po’ così, comunque importanti per sviluppare la mole di conoscenze necessarie.

Avevo il papà malato di fegato e quindi, facendo di necessità virtù, le mie attenzioni erano rivolte particolarmente a questo organo. Al terzo anno scelsi di fare la tesi di laurea in un reparto specialistico di malattie del fegato e in seguito decisi di coltivare questo interesse anche dal punto di vista chirurgico.

Non fu facile all’inizio, perché non conoscevo l’ambiente, e così andai al Fatebenefratelli. Anche lì, purtroppo, l’insegnamento e la capacità di fare da tutor, anche su una base puramente psicologica, non c’era.

La svolta avvenne durante il servizio militare, dove incontrai un bravo collega che mi mise al corrente di tante situazioni molto interessanti. Lui, anestesista intensivista, mi parlò della terapia intensiva a livelli molto alti e dell’ospedale Niguarda. Facendo servizio in aeronautica, a Milano in piazza Novelli, avevo un certo numero di notti libere. Le trascorrevo in rianimazione presso il reparto Bozza, della terapia intensiva di Niguarda, dove imparai moltissimo. Stavo in piedi fino alle due, dalle due alle sei dormivo su una poltrona o su un divano e poi tornavo in caserma presso il Comando dell’Aeronautica Militare, dove mi firmavo il permesso per poter rientrare. Me lo consentiva il Maggiore che, anche lui medico, mi dava una mano.

In questo periodo ho avuto la fortuna di vedere operare due tra i migliori chirurghi con competenze specifiche sul fegato: il professor Lino Belli, che poi è diventato mio primario e mio maestro, e il professor Piero Belinazzo. Pensai così di lasciare la terapia intensiva e l’anestesia per un percorso di chirurgo interessato, in particolare, alla chirurgia del fegato. Parlai con gli assistenti del professor Belli, perché era molto difficile parlare con lui direttamente, metteva molta paura, aveva occhi grigi che perforavano il buio.

M - Era molto anziano?

P - No, non era una persona anziana, in quegli anni, 1975, aveva meno di 50 anni, era diventato primario giovanissimo; veniva dalla grande scuola chirurgica di Padova, poi era stato al Policlinico.

Alla fine i suoi assistenti mi accolsero e capii, con molto timore, che era una squadra davvero speciale, dove si giocava ad altissimo livello. Sono stato volontario per quattro anni prima di essere assunto. Per la mia professione ho imparato non tantissimo: di più!

Facevamo di tutto: chirurgia polmonare, epatobiliare, esofagea, vascolare.

E trapianti. Era già iniziata l’epoca in cui i trapianti di rene andavano bene.

Tutto, come dicevo. In particolare la chirurgia dell’ipertensione portale, che è attinente alle gravi malattie del fegato e che nessuno faceva perché estremamente complessa. Il mio primario è stato il primo in Italia a praticare un intervento imparato a New York da un famoso chirurgo che aveva messo a punto questa tecnica. Eravamo un riferimento per tutta l’Italia.

Un episodio mi aveva convinto che quella sarebbe stata la mia strada: si presentò da noi un giovane affetto da una gravissima malattia epatica, che occludeva le vene di sbocco del fegato. L’intervento necessario non era stato provato che in pochissimi posti e in questo caso c’era una complessità superiore, che rendeva impossibile l’intervento consueto. Dovemmo confrontarci con un caso analogo, operato da un cardiochirurgo a Zurigo, che si era riproposto di ideare un intervento possibile in questi casi. Lo studiammo per parecchio tempo e alla fine ci decidemmo, con grande paura da parte del primario, perché non lo aveva ancora tentato nessuno: l’intervento consisteva nel collegare la vena del fegato al cuore, quindi senza un’esperienza diretta di cardiochirurgia. Andò molto bene e, se il ragazzo avesse superato i primi giorni, poi sarebbe stato definitivamente guarito.

Quando il primario uscì dalla sala operatoria confortò subito il papà e la mamma del ragazzo. La suora che aveva ascoltato queste parole, chiamò tutti gli infermieri che fecero un applauso. Mi commossi, anche se c’entravo molto poco dato che avevo tirato solo le valve, perché mi sentivo parte di una squadra particolare, che mi avrebbe permesso di dedicarmi a quella parte di chirurgia un po’ particolare, per la quale non è facile trovare un’equipe così specializzata.

M - In che anni siamo?

P - Stiamo parlando della fine degli anni settanta, inizio anni ottanta, quando cominciammo ad affrontare anche il problema del trapianto di fegato. Nel 1984 eseguimmo il primo trapianto in un povero ragazzo che venne trasferito, già morente, in elicottero dalla Sardegna. Andò male. Sapevamo che sarebbe stato molto difficile, ma piangemmo tutti, perché ci sentimmo impotenti di fronte a una malattia devastante, di fronte a questo giovane che non ce l’aveva fatta.

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STRANE BUSTE SULL'ASFALTO DELL'AUTOSTRADA di Paolo Aseni

 

Dis aliter visum: agli dei piacque diversamente, Virgilio, Eneide

23 giugno 2009 ore 12 circa 

Sto attraversando di fretta uno dei tanti viali alberati del nostro grande Ospedale. Un’infermiera in camice azzurro sembra seguirmi e con voce sonora mi apostrofa: "Dottore, dottore cosa è successo 10 anni fa?” 

Sento una voce chiara e squillante di un’infermiera che non mi pare di conoscere. “Dico a lei dottore, si ricorda o no cosa è successo dieci anni fa?”.

“Mi scusi, dice a me?” guardo stupito l’infermiera che mi sorride e che proprio non mi riesce di riconoscere. 

Non saprei, non ricordo, che cosa è successo 10 anni fa? Forse l’Inter, la mia squadra del cuore ha vinto la “Champions League?" Sparo a caso la prima stupidaggine che mi viene in mente e la guardo incuriosito. 

“Ma allora proprio non se lo ricorda, dieci anni fa cosa è successo?” con un sorriso più aperto. 

“Mah! Non saprei, veramente ne sono successe tante di cose” aggiungo prudentemente. 

Glielo ricordo io cosa è successo dieci anni fa: la mia mamma ha ricevuto un bel fegato e lei ha rischiato la vita in un brutto incidente!”. 

In una frazione di secondo capisco e rivedo tutto: è la ricorrenza del mio incidente il 23 giugno, esattamente dieci anni dopo. 

Le chiedo subito: “Ma come sta la sua mamma adesso?” 

“Molto bene, molto bene, meglio di me che ho sempre un sacco di acciacchi. Le farebbe piacere rivederla?” 

“Eccome! la porti in ambulatorio quando vuole, mi farà molto piacere rivederla. Ma mi scusi, in questi dieci anni perché non l’ho più rivista?” 

“Dottore abbiamo avuto un po’ vergogna per la mia gaffe e ci siamo sempre fatti seguire in ambulatorio da un altro suo collega cercando di non capitare mai con lei; ma la mamma chiede sempre di lei”. 

”La cosa importante è che la mamma stia bene e che il fegato funzioni bene” aggiungo sorridendole. 

“Il fegato funziona benissimo” risponde l’infermiera e con chiaro accento milanese fa un cenno con la mano per abbozzare una carezza e aggiunge “grazie doctor, siete tutti meravigliosi”.

Rivedo molte immagini del mio incidente e mi sforzo di ricordare i dettagli della gaffe a cui sta alludendo l’infermiera. 


Il dottor Aseni, seduto, con una parte della sua equipe. Fra le mani un testo del professor Thomas Starzl, pioniere dei trapianti

23 giugno 1999 ore 5 

Far finta di sonnecchiare poteva essere un buon sistema per tentare di recuperare un po' di energia necessaria per lavorare ancora alcune ore in sala operatoria al nostro rientro previsto per le sei del mattino a Milano. 
Erano le 5 e 15 circa ed avevamo da poco imboccato l'autostrada Brescia-Milano. Il fegato e il pancreas prelevati dalla povera donna donatrice deceduta per emorragia cerebrale erano stati riposti separatamente negli appositi sacchetti. La Mercedes silenziosa e fiera filava veloce lungo la corsia di sorpasso per riportarci il più velocemente possibile in Ospedale.
Il mio giovane e bravo collaboratore di origine persiana che avevo soprannominato Avicenna, specializzando del 1° anno della Chirurgia d’Urgenza, mi aveva appena ricordato che eravamo digiuni da ormai 24 ore. L'intervento chirurgico di prelievo multiorgano era iniziato, come spesso accade, con molte ore di ritardo sull'orario previsto. Pensavo al nostro rientro in sala operatoria alla probabilità di recuperare al volo un croissant e di poter sorseggiare un caffè prima di immergermi nel successivo e delicato lavoro di preparazione degli organi al banco. Il 23 giugno del 1999 si prospettava una giornata serena e il cielo terso consentiva di scorgere in lontananza, oltre le colline del bresciano, le prime luci dell'alba.

All’improvviso un’esplosione secca ed intensa come un colpo di cannone precedette un balenio di scintille cui seguì un terrificante fragore di ferraglia e lamiere. Un improvviso dolore lacerante mi aveva trafitto contemporaneamente il torace, poi il collo sino ad esplodere nel cervello. Ricordo l'ultimo pensiero prima di perdere conoscenza: “Signore che hai creato questo bellissimo cielo azzurro abbi pietà di me”. 
Non so per quanto tempo rimasi privo di conoscenza. Avevo tentato di uscire dall'abitacolo della Mercedes ridotta a una scatola deforme, ma il dolore lancinante al torace non mi consentiva di spostarmi neppure di un centimetro. Intravedevo accasciato sull'erba lungo la corsia d'emergenza il nostro conducente, che con un filo di voce invocava aiuto. Capivo di essere in condizioni gravi e cominciavo a temere di non poter ricevere soccorso in tempo utile. Poi, alla comparsa della figura del mio giovane collaboratore “Avicenna” un po’ zoppicante, ma in posizione eretta, avevo riacquistato un po' di fiducia. 
“Ehi doc come va?” - mi disse con voce sicura - “stai tranquillo! Sono riuscito a telefonare in sala operatoria ed ho bloccato l'intervento sulla paziente ricevente. Il fegato e il pancreas sono là sull’asfalto: sono stati sbalzati fuori dal vano bagagli, ma sono ancora nelle loro buste sull’asfalto dell’autostrada. Purtroppo il mio cellulare si è scaricato mentre chiamavo la sala operatoria. Sono riuscito a trovare quello dell'autista che sta cercando di chiamare i soccorsi. Tu non devi muoverti!".

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lunedì 16 dicembre 2024

LE EMOZIONI DI UN FOTOGRAFO NATURALISTA, FABIO OGGIONI di Marco Bartesaghi

Fabio Oggioni, che a Verderio quasi tutti conoscono, per tutta la sua vita lavorativa ha fatto il
Fabio Oggioni in versione musicista

meccanico d'auto. Delle emozioni legate a questa professione non oso chiedergli, per paura di prendermi degli insulti, se non dei calci nel sedere. 
Da quando è in pensione però, la passione per la fotografia naturalistica, rivolta soprattutto, ma non solo, agli uccelli, che già prima coltivava nel tempo libero, ha preso il sopravvento e ora le si dedica quotidianamente. Per questo, chiedergli delle emozioni che prova inseguendo con il teleobbiettivo un volatile o un altro animale selvatico, equivale a parlargli del suo attuale lavoro. Gli ho chiesto quindi di scegliere fra i suoi scatti alcuni che l'hanno maggiormente emozionato e di parlarmene.



IL LUPO

 


L'AQUILA





IL FALCO PESCATORE




Sull'attività di fotografo naturalista di Fabio ho già pubblicato su questo blog due articoli:

A CACCIA DI UCCELLI CON LA MACCHINA FOTOGRAFICA


UCCELLI E ALTRA FAUNA DI MONTAGNA, NELLE FOTOGRAFIE DI FABIO OGGIONI

Marco Bartesaghi

martedì 9 aprile 2024

DON GIUSEPPE MARIANI. STORIA DI UN PRETE PARTIGIANO recensione di Claudio Consonni

 



E' stata opportuna la pubblicazione della tesi su Don Giuseppe Mariani nell’80 dell'inizio della Resistenza alla "Repubblica" di Mussolini e dominazione nazista.

Spiace naturalmente che la prematura scomparsa dell'autore, Professor Giuseppe Mariani laureatosi nel 1994, non gli abbia consentito di concludere e pubblicare ulteriori approfondimenti che, soprattutto in Seregno dove da alcuni anni si stanno rincorrendo nel racconto degli episodi della storia locale Pietro Arienti e Norberto Bergna, sarebbero stati certamente molto interessanti.

Il volume che presentiamo è stato voluto dal Professor Vittore Mariani (Pedagogista in UC) che in accordo col maggiore e terzo fratello, Pietro, ha scritto una breve prefazione nella quale racconta loro vicende familiari e i rapporti con lo zio sacerdote che "amava raccontare a noi nipoti gli episodi di quella fase storica con dovizia di particolari attraverso una particolare ars retorica ...". Sempre nella prefazione scrive: "Era la sua tesi di laurea, aveva cominciato a pensare di rielaborarla, sistemarla, rifinirla per essere un libro".

La tesi in Storia sotto la guida del Professor Alfredo Canavero dell'Università degli Studi di Milano (disponibile presso la Biblioteca di Carugate (Mi), mentre la numerazione delle pp di questo articolo si riferisce al libro) inquadra bene la situazione caotica dell'estate e autunno '43 precisando da un lato che il Concordato valeva per il Regno d'Italia e che la "Repubblica sociale italiana" era una dittatura di fatto col consenso popolare sempre più in calo rispetto a quella del decennio precedente.

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lunedì 8 aprile 2024

UNA LETTERA DI CAMILLO MARINO SALA, DISPERSO SUL FRONTE RUSSO IL 25 GENNAIO 1943 a cura di Marco Bartesaghi

Recentemente Gabriella Sala ha ritrovato alcuni documenti riguardanti uno zio paterno, Camillo Marino Sala, disperso durante la campagna di Russia, nella seconda guerra mondiale. Fra i documenti una lettera, forse l’ultima, scritta da Camillo ai genitori. Ringrazio Gabriella per avermi dato il permesso di pubblicarla.

Camillo Marino Sala

Camillo, figlio di Angelo Sala e di Angela Oggioni, era nato a Verderio Superiore il 5 settembre 1922. Operaio, prestava servizio militare, come soldato di complemento, nel 53° reggimento fanteria di Biella. Risulta disperso sul fiume Don, a Nikitowka il 25 gennaio del 1943 (1).

La lettera è molto semplice. Camillo rassicura i genitori sul suo stato di salute, che definisce ottimo,  e sul suo umore – “sono sempre in allegria” – e li ringrazia per il pacco ricevuto. Si scusa per essere molto parco nello scrivere, a differenza del fratello che “scrive a tutti”.



Giovanni, il fratello a cui si riferisce nella lettera, era maggiore di Camillo di due anni. Durante la guerra aveva prestato servizio a Bardonecchia, nell’arma del Genio Militare.

La lettera è strappata o bucata in alcuni punti, per cui alcune parole mancano o sono incomplete.

 Nota
(1) Verderio 1940-1945. Ricordi immagini e testimonianze nel diario di cinque anni di guerra. Giulio Oggioni, Verderio Sup. e Inf. 2008.


UNA LETTERA DI CAMILLO MARINO SALA, DISPERSO SUL FRONTE RUSSO IL 25 GENNAIO 1943



Trascrizione:

[?] - 7-8
Cari genitori,
vi scrivo queste mie due righe per farvi sapere che la mia salute è ottima e come spero da voi tutti e parenti.
Oggi stesso ricevetti il pacco con la roba ò trovato 10p sigarette 2 sc. Cerini un vasetto di m. pancere calze penna inchiostro buste quando lo ricevuto ero molto contento di avere qualcosa da scrivere e poi per far sapere mie notizie a tutti che non ò ancora scritto a nessun altro che voi [parole cancellate] scritto qualche lettera che avevo ancora.
Mi ha scritto il fratello e mi dice che non [?] scrivo a nessuno e vorrebbe sapere il perché spero che avrà ricevuto la mia cartolina così verrà sapere il perché non ò scritto finora a nessuno poi sa bene che io per scrivere a tutti non sono abituato come lui che li scrive a tutti.
Appena ò ricevuto il pacco lo aperto e ò trovato la marmellata mi sono messo a mangiarla subito che avevo una fame da lupo. Sono gia due mesi che mi trovo qui al fronte ma me la fame p.troppo credo che quando verrà altro pacco ci metterete qualcosa da mangiare roba in scatola. calze. 
Non pensate male per me che sono sempre in allegria e spero di tornare per all [foglio strappato] [?] saluti Camillo scrivete presto

La festa dei coscritti del 1922. Camillo, in seconda fila, è il secondo da destra.


lunedì 24 ottobre 2022

UNA BARCA DI NONNI racconto di Ivano Riva. Disegni di Gioela.

 Ti avevo promesso un racconto sulla mia infanzia  "portense" [Porto d'Adda NdR] ma il via tarda a scattare.

Nel frattempo non sono rimasto inattivo.

In occasione della prima Comunione della nipote di Gavina, mia moglie,  ho scritto un raccontino come regalo personale. Per chi è di famiglia è risultato una cosa molto carina. Non so come possa risultare alle orecchie di chi è al di fuori del nostro ambito familiare.

Non è un racconto di storia e credo che non c'entri proprio nulla con il tuo blog. Te lo invio lo stesso, mal che vada ti rubo un quarto d'ora di tempo, sperando di strapparti due risate.

Il racconto gioca sul dilemma di una bambina che, come tante, ha un sacco di nonni. Vuoi perchè non distingue i nonni dei bisnonni , ma anche per via del fatto che i nonni stessi hanno divorziato per poi risposarsi.

Non è una cosa da poco l'imbarazzo di una bimba costretta a dare una risposta alla domanda "Scrivi i nomi dei tuoi 4 nonni".

Ora, a 9 anni, Gioela, la nipote di Gavina, ha ben chiaro chi sono i suoi 4 nonni effettivi, ma non rinuncia a chiamare nonni coloro che da sempre li ritiene tali.

Faccio eccezione io: sono riuscito (credo) a essere per lei un amico dei giochi e delle risate. Ivano


UNA BARCA DI NONNI di Ivano Riva


1 - Un giorno di nove anni fa.

La luce del primo mattino filtra dalle imposte e dà corpo alla camera. I sibili del maestrale, i rumori della strada e l’aspirapolvere della signora del piano di  sopra completano il quadro di questo giorno che inizia oziando sotto le coperte. E’ vero che a primavera la natura si risveglia, però Dalila è convinta che si possa fare con calma. 

Normalmente il mattino è l’inizio della giornata, ma per lei è l’ultima parte della notte, poi oggi è il primo giorno di primavera ma non solo, Gavino è a casa ed è al suo fianco che galoppa negli spazi cosmici del sonno.

A dire il vero, in casa la primavera è arrivata portata da una rondinella il 7 febbraio, e poi dicono che una rondine non fa primavera. In questo momento la ben arrivata dorme comoda nella culla con il viso beato di chi ha visto la Madonna del latte dolce di Sassari. In effetti Gioela è semplicemente satolla e soddisfatta della poppata da poco conclusa. Un adulto pur di  essere al suo posto darebbe un giorno di ferie. Saprebbe apprezzare meglio la beatitudine e l’appagamento che danno una pancia piena e senza lo sforzo di tenere in mano una posata.

Il senso di protezione materno sposta lo sguardo di Dalila dal viso della figlia alla culla e precisamente alla giostrina delle api. Il giorno prima  Francesco, sotto l’effetto di un narghilè allo zenzero, l’ha fatta girare come un calcinculo e un’ape partita per la tangente gli è finita in un occhio.

Ora sembra tutto a posto. Forse l’occhio del fratello un po’ meno.

“Hic “

Ecco è arrivato il singhiozzo. La voglia di prenderla tra le braccia per dare la pacchetta sulla schiena è pari a zero e lei confida nelle risorse umane di Gioela per risolvere il problema. Non è così, anzi è una rumba che sale sempre più di volume. Allunga la mano e le fa una carezza sul pancino, dicono che funzioni. Nulla, prova a stringere le narici e contare fino a dieci ma arrivata a sei  il visino della piccola si fa paonazzo. Molla la presa nel panico. La piccina riprende un colorito normale e a conferma che è tutto a posto arriva un peto discreto, in punta di piedi.

“Hic” 

“Porca miseria”

Dalila valuta la possibilità di  optare per il metodo “spavento”, ma  le sorge il dubbio che poi a spaventarsi sia Gavino che nel suo galoppo alato potrebbe precipitare. Desiste dall’intento.

 Nel frattempo nota che il singhiozzo della figlia è regolare, non solo, calcola che tra un atto e l’altro passano esattamente nove secondi, 

“Incredibile, mia figlia ha il diaframma collegato con un timer”.

Ma non solo, Dalila arriva alla conclusione  che nove è la potenza di un numero perfetto, cioè tre. Non è casuale: sua figlia ha qualcosa di magico! Non solo è perfetta come il numero tre ma è potente come il nove. Dal difficile ragionamento ne esce ubriaca e spossata. 

Ora la guarda con altri occhi e sente dentro di sè l’orgoglio lievitare e l’ammirazione tracimare.

“Nooooooo!”

Se vi state chiedendo perché improvvisamente Dalila ha urlato vi informiamo subito che un secondo suono si è unito al singhiozzo. Almeno il primo si sente ogni 9 secondi, questo invece è come una carrozza trainata da una quadriga al galoppo. In pratica Gavino sta russando e ora Dalila è presa tra due fuochi.  Diciamo che è in stereofonia. 

“Gavino, Gavino ti prego!” 

La disperazione l’assale, ma proprio quando non sa più da che parte girarsi ha un lampo di genio e prova su di lui quello che non ha funzionato con la figlia : gli tura le narici. Il gesto è deciso e la presa ferrea. Dopo qualche secondo il possessore del naso accenna a un inutile scuotimento, poi in un crescendo inarrestabile il naso soffia come un mantice sulla brace. Quando Dalila lascia la presa il silenzio ritorna padrone della camera. Infatti anche Gioela, forse solidarizzando con il padre, si azzittisce. Dalila ora è soddisfatta come una chioccia quando mette in riga i pulcini. 

Adesso si gode gli ultimi scampoli di notte….si fa per dire. Il gallo ha cantato da un bel pezzo!

Si tira sul mento la coperta mentre con lo sguardo vaga oziando tra le foto appese alle pareti della camera. Bella la foto che la ritrae con Gavino a Barcellona, è la sua preferita. Certo che festeggiare il fidanzamento in Spagna, il paese delle cornate, non è stato il massimo, ma forse è stato un viaggio scaramantico. 

Sembra ieri quando Dalila conobbe Gavino. Lì per lì l’aveva scambiato per un romano, precisamente un burino de Trastevere. E che vuole questo? 

Poi successe una cosa strana: un giorno che se ne andava a passeggio lo vide a un tavolino del Falò con una tipa. Embè, che me frega? Girato l’angolo della via si bloccò di colpo con un pugno nello stomaco. Ma che è? Innestando la marcia del gambero ritornò all’angolo e sbirciò. Li vide con il cellulare in mano nei classici gesti di chi si scambia il numero. La gelosia le dilatò le mucose nasali.

Dalila si è sempre definita una tollerante, vivi e lascia vivere, ma quella volta la rabbia che le montava dentro le fece giurare che quell’uomo doveva diventare suo, a prescindere.

E così fu!

Per dovere di cronaca dobbiamo riferire che la tipa che stava al tavolino era Giuliana, una suora laica di Badesi, missionaria nelle Filippine. Stava chiedendo a Gavino se fosse disposto a organizzare un torneo di calcetto per raccogliere fondi per un orfanotrofio.

Nel letto Gavino si gira e nel sonno la cinge in vita con un braccio.

Dalila pensa alla prima volta che Gavino allungò, seppur discretamente, la mano. Che emozione ma anche che paura. Una paura che la inibiva e assurdamente lei immaginò che, come una spada di Damocle, incombesse sulla mano del suo Gavino una mannaia impugnata dal nonno Domenico. Che pensieri contorti si rincorrevano nella sua mente. E poi immaginò che in quel preciso momento (notare che erano le 2.00 di notte) la nonna Pina, per salvare la nipote dalle tentazioni, fosse in ginocchio nella chiesa di Balai a pregare santu Bainzu ischabizzaddu. 

Intanto i rumori dalla strada arrivano sempre più forti, É il fermento della città nel giorno inoltrato. Dalila capisce che malvolentieri è arrivato il momento di abbandonare il materasso. Lo sforzo per alzarsi le corruga il viso mentre Gavino, è il colmo, ha ripreso a russare.

Contemporaneamente nella  camera c’è qualcuno che, non vista, si sveglia e si guarda attorno. 

“Toh, la mamma si sta alzando dal letto. Che bella la mia mamma, con quegli occhioni! E pensare che la prima volta che l’ho vista pensavo fosse la governante filippina. Babbo quando russa mi ricorda i tre porcellini. Che bello svegliarsi e vedere la mamma e il babbo”.


2 - Ai giorni nostri..

Beh, oggi le cose sono cambiate per Gioela. Il risveglio del mattino è meno sereno, accompagnato non dalla vista rassicurante di mamma e babbo, ma da un incubo venuto forse da un pianeta lontano. 

Dicono che è suo fratello e che lo dovrebbe chiamare Emanuele, ma a lei viene sempre istintivo chiamarlo Bufera. Perché quel nome? Beh, provate a passare un quarto d'ora in cameretta con lui e lo capireste. Secondo Gioela questo bimbo è nato mentre nella costellazione di Giove infuriava un tornado e nello stesso tempo Saturno litigava con Uranio. 

In un secondo tempo Gioela aggiornò questa teoria. Avenne che in un tranquillo giorno di marzo Bufera si scatenò e preso il mazzo di carte del gioco “Solo” andò sul terrazzo.

Potete immaginare cosa fece: lanciò le carte  sulla strada ai passanti gridando: “Prendete e giocate.” Il tuffarsi della gente sulle carte, le auto bloccate e i pianti e le urla dei bimbi spaventati dal caos che si era creato, disegnarono una scena apocalittica.

Quando mamma Dalila intervenne, Bufera aveva già lanciato 55 carte. La sera Gioela triste triste nella sua camera si teneva tra le mani le rimanenti 57 carte e fu allora che alla sua teoria astrologica aggiunse che nel giorno in cui nacque Bufera il Toro aveva infilzato la Vergine.

Non bisogna cadere nell'errore di pensare che la vita della bimba fosse tribolata. Assolutamente no! La bimba godeva di una vita serena e spensierata, malgrado Bufera.

E venne il periodo della prima Comunione.

In occasione di questo momento religioso il Sindaco della città di Porto Torres pensò di invitare i bimbi  in Municipio per proporre loro un suo progetto. Quel mattino si presentarono in Municipio tutti i bimbi con le loro mamme. 

Qual era il progetto del sindaco? Egli lanciò l'idea di una serata canora per raccogliere fondi e realizzare così un nuovo parco giochi in viale delle Vigne. Il sindaco voleva far capire ai bimbi che la prima Comunione doveva essere anche un momento per fare qualcosa di utile per la loro città.

A un certo punto Gioela alzò una mano. Vedendola il sindaco le chiese cosa volesse. Timidamente lei chiese chi  avrebbe cantato. Il sindaco la ringraziò per la domanda che gli dava modo di spiegarsi meglio. In pratica ogni bimbo o bimba avrebbe cantato una canzone a sua scelta accompagnati da una band composta dai 4 nonni. Sul palco ogni band avrebbe trovato a sua disposizione 2 chitarre, una batteria e una tastiera. A quelle parole tutti i bimbi urlarono di gioia e già pensavano quale canzone avrebbero cantato. Gioela aveva già il titolo: “Farfalle”. 

Bella l'idea di coinvolgere i nonni con i nipoti.

Uscita dal Comune Gioela era su di giri e insieme alla mamma se ne tornava a casa volando sul marciapiede dalla gioia. A un certo punto la bimba si bloccò. La mamma le chiese cosa avesse. Lei rispose che non aveva 4 nonni, ma molti di più mettendosi   a contarli con le dita. In quel mentre si levarono strombazzate di clacson. Scusate, ci siamo dimenticati di dire che Gioela era ferma sulle strisce pedonali. Ne nacque un quieto dialogo tra Dalila e il viso che sporgeva dal finestrino della prima auto in coda.

“Signora vuole togliersi di mezzo dalla strada?”

“Eh, che maniere, un po' di pazienza.”.

“Pazienza? E quanta pazienza devo avere.”

“Eh, il tempo che ci vuole per mia figlia per contare i nonni.”

“Eh che cavoli. Sono 5 minuti che sono fermo, quanti nonni ha sua figlia?”

“Una barca!!!”. 


Una volta a casa la bimba si cercò un angolo tranquillo per riflettere e trovare una soluzione al suo dilemma. E a questo pro si chiuse in bagno. Evitò la cameretta dato che vi era in corso un lancio di biglie da parte di Bufera. Venne sera senza che ella trovasse la soluzione. A tavola chiese aiuto ai genitori. Mamma propose un turn-over di nonni a ogni strofa, ma la cosa non piacque alla bimba. Babbo all'inizio sembrava indifferente alla questione ma dopo due bicchieri di birra si alzò in piedi e a gran voce esclamò:

“Ci sono, ho trovato la soluzione. Semplicemente ogni strumento sarà suonato da due nonni!”

“ Che vuoi dire?” chiese Dalila mentre Gioela pendeva dalle labbra di babbo.

“Voglio dire che la batteria sarà suonata da due nonni, ognuno avrà una bacchetta. La tastiera sarà suonata a quattro mani.

“E le chitarre?” chiese scettica Dalila mentre Gioela pendeva meno dalle labbra di babbo.

“Semplice, uno tiene il manico e l'altro strimpella!”

Finita quella frase, Gavino notando lo sguardo fulminante della moglie, si rimise a sedere quieto  come un cagnolino a cuccia.

La notte fu per Gioela un susseguirsi di pensieri che non la portavano da nessuna parte. Dopo anni a vantarsi di avere tanti nonni che voleva dire tanti regali e tanto affetto ora si ritrovava a rimpiangere di non avere 4 nonni come tutti.

Gioela aveva il terrore che i nonni e le nonne litigassero per suonare i 4 strumenti. Che brutta figura davanti al pubblico presente.

Gira che ti rigira trovò la soluzione: avrebbe cantato da sola senza la band. Restava il problema di come fare per non far salire tutti quei nonni sul palco. 

Un pomeriggio, mentre era immersa nei suoi pensieri, guardava distrattamente Bufera che era alle prese con i funghi che la mamma aveva messo in ammollo. Prendendone uno alla volta ne staccava la cappella dicendo: “Fuori uno, fuori due, fuori tre...”.

Nella sua testa maturò la soluzione: avrebbe fatto in modo che i nonni per vari motivi fossero impossibilitati a presentarsi alla serata. Prese carta e penna e mise per iscritto il piano che doveva scattare la mattina del giorno della festa canora.

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martedì 26 aprile 2022

VERDERIO, INFERIORE E SUPERIORE: APRILE 1945, LE PRIME AMMINISTRAZIONI COMUNALI DEL DOPOGUERRA di Marco Bartesaghi

Nei giorni successivi al 25 aprile 1945, mentre si consumavano gli ultimi episodi della guerra in Italia e Mussolini – quello che aveva detto: “se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi” – , in fuga verso la Svizzera con alcuni suoi gerarchi, veniva arrestato e poi fucilato, in quei giorni si dava inizio alla ricostruzione, anche a livello locale, delle istituzioni democratiche che il fascismo aveva cancellato.
Nei due comuni di Verderio, Inferiore e Superiore, vennero subito costituiti i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) locali, che ebbero come primo incarico quello di organizzare le nuove amministrazioni comunali e le elezioni dei nuovi sindaci.
 

Per Verderio Inferiore non sono riuscito, spero solo per il momento, a rintracciare l’intera documentazione. So soltanto che Gianfranco GNECCHI RUSCONE fu eletto sindaco e Primo OLIVEIRA e Giuseppe NEGRI nominati assessori effettivi. In seguito, 18 agosto 1945, la giunta nominò come assessori supplenti Luigi MOTTA e l’ing. Luigi GALLAVRESI.

Gianfranco Gnecchi Ruscone, primo sindaco di Verderio Inferiore nel dopoguerra.

Nell’archivio comunale dell’ex comune di Verderio Superiore, ho invece potuto consultare due cartelle del 1945, una intitolata intitolata "Amministratori Comunali", l'altra  "CLN", con le quali è possibile ricostruire più dettagliatamente la vicenda (1). 



Il CLN di Verderio Superiore era composto da  cinque persone: Giovanni SALA, comunista; Rino CASSAGO, socialista;  Franco ing. CATENACCI, democristiano; Angelo COLNAGHI, socialista e aderente al movimento “La Difesa del Contadino”; Maria VISMARA, democristiana e aderente al movimento “La Difesa della Donna”.
Altre tre persone facevano parte della Commissione per l’Epurazione: Giuseppe FRIGERIO, Carlo VIGANÒ e Cesare BRIVIO [documento n.1]

Ai CLN locali era stato assegnato il compito di indicare i candidati alla carica di 

sindaco  [documento n.2]

 Il Comitato di Verderio Superiore - “previa consultazione del popolo”, che non si sa  però con quali criteri si sia svolta - aveva scelto le seguenti persone: Giulio BERETTA, Pietro COMI, Alessandro GNECCHI RUSCONE e Donato PASSAQUINDICI.
 

Alessandro Gnecchi Ruscone, uno dei membri della famiglia che possedeva gran parte dei terreni e degli edifici di Verderio Sup., era stato podestà di Verderio, prima che questa carica venisse sostituita, durante la Repubblica Sociale Italiana, da quella del commissario prefettizio; Giulio Beretta era l'agente di campagna dell'azienda agricola della famiglia Gnecchi; Donato Passaquindici era il proprietario dello Scatolificio Ambrosiano, un'azienda che da Sesto San Giovanni, all'inizio del 1942, era sfollata a Verderio; Pietro Comi  titolare di una ditta tessile che aveva sede in paese.

Il 30 aprile alle ore 10 il "popolo" venne chiamato ad eleggere il sindaco. Gli elettori, in realtà, erano un'esigua rappresentanza del popolo, poiché i chiamati al voto erano  soltanto i capifamiglia del paese. 88 persone di sesso maschile furono i votanti.
Alessandro Gnecchi Ruscone ottenne 54 voti, Giulio Beretta 16, Pietro Comi 15 e Donato Passaquindici 3.
Il verbale dello scrutinio della votazione è contenuto in un documento intestato al Comitato di Liberazione Nazionale, che contiene la firma dei tre scrutatori, Giovanni SALA, Carlo MOTTA e Giuseppe VIGANÒ e la firma, illeggibile,  di un membro del CLN, forse di un livello superiore a quello locale [documento n.3].

In un altro documento, datato 2 maggio 1945, il racconto degli avvenimenti sembra diverso da quello narrato nel documento del 30 aprile ma, soprattutto, il risultato della consultazione non combacia con quello presentato in un altro documento di cui parlerò più avanti.
Il documento di mercoledì 2 maggio 1945, intitolato "VERBALE DELLA COSTITUZIONE DELLA NUOVA RAPPRESENTANZA MUNICIPALE PER EFFETTO DEGLI AVVENIMENTI INSURREZIONALI DEL 25 APRILE 1945", dice che  il CLN locale, allo scopo di eleggere  e designare la rappresentanza municipale,  aveva convocato i capifamiglia, i quali ,"per acclamazione" , avevano nominato sindaco Alessandro GNECCHI. Nessun accenno alle votazioni avvenute due giorni prima.
Nella stessa occasione erano stati nominati,  sempre per acclamazione, gli assessori, Pietro COMI, con  funzione anche di vicesindaco, e Mario POZZONI,  e designati i consiglieri comunali: Gerardo VILLA, Luigi SALA, Giuseppe VIGANÒ, Emilio BONANOMI, Domenico SPADA, Giuseppe PIROVANO, Giuseppe COLNAGHI, Eligio COLOMBO.
Tutti quanti avevano dichiarato di accettare l'incarico e dal quel momento aveva avuto inizio il lavoro della nuova amministrazione [documento n.4].

 

Alessandro Gnecchi Ruscone, primo sindaco di Verderio Superiore del dopoguerra.

Senonché un altro documento, non datato,  intitolato: "Comune di Verderio Superiore - Elenco delle cariche pubbliche", del precedente sembra essere più completo e ne corregge in parte il contenuto.
Non cambiano i nominativi di Sindaco e Vicesindaco.
La giunta invece risulta composta da 4 persone, Mario POZZONI, Luigi SALA , Giuseppe VIGANÒ, Gerardo VILLA, e il Consiglio Comunale indicato da questo documento non  è più composto dalle persone prescelte nell'assemblea del 2 maggio, bensì dai componenti del CLN locale.
Il documento elenca infine i membri della Commissione di Controllo: Cav. Giulio BERETTA, Giuseppe BARAGGIA, Giuseppe COLNAGHI, Pietro OGGIONI [documento n.5].

Il 27 giugno il Governo Militare Alleato confermò la validità della nomina di Alessandro Gnecchi , puntualizzando che nessuna  dimissione o  sostituzione della carica di sindaco sarebbe stata autorizzata senza il suo consenso [documento n.6].
 

L'amministrazione restò in carica poco meno di un anno, fino alle elezioni del 17 marzo 1946, tenute a suffragio universale, con il voto allargato, per la prima volta in Italia, alle donne .

Il 31 marzo  Alessandro Gnecchi Ruscone presiedette il Consiglio Comunale , composto dai consiglieri eletti,  che scelse il nuovo sindaco, Paolo ROTA, gli assessori effettivi, Sigismondo PIROVANO e Francesco PASSAQUINDICI, e quelli supplenti, Marco GARIBOLDI e Ferdinando VISCARDI.
 

NOTA
(1) Archivio Comunale Verderio Superiore, 1945: Amministratori Comunali,cat.1,cl.6,fasc.1; CLN,cat.1,cl.6,fasc.2

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lunedì 25 aprile 2022

"ARTIGLIO 1", NAVE PER IL RECUPERO DI RELITTI. IL MODELLO REALIZZATO DA ENRICO COLOMBO di Marco Bartesaghi

L’Artiglio era la nave ammiraglia di una piccola flotta costituita da ex pescherecci e navi militari di piccole dimensioni reperite sul mercato internazionale, adibita al recupero di navi affondate prevalentemente durante la Prima Guerra Mondiale. L’equipaggio era costituito da esperti palombari viareggini.

"ARTIGLIO 1"
 

Il 7 dicembre 1930 l'Artiglio era impegnato nel recupero della nave Florence, affondata nel 1917 di fronte a Bele Ile nel nord ovest della Francia., carica di esplosivo. Per un'errata valutazione della pericolosità del carico, il relitto esplose trascinando l' "Artiglio1" sul fondo del mare. Gran parte dell'equipaggio perì nell'incidente. Morì anche il capo palombaro Alberto Gianni. Nel post successivo a questo il nipote di Gianni ricorda il tragico avvenimento e la figura del nonno.

***

 

"ARTIGLIO 12, IL MODELLO DI ENRICO COLOMBO

Enrico Colombo, il verderiese esperto modellista navale, ha recentemente realizzato un modello della nave "Artiglio1". Come è sua abitudine, Enrico ha costruito il suo modello in scala e facendo riferimento a disegni originali.


La gran parte del modello è costruito in lamierino di rame; alcune parti sono in ottone; vari materiali sono stati usati per diversi particolari.


 ***

 LA COSTRUZIONE DEL MODELLO




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domenica 24 aprile 2022

ALBERTO GIANNI, CAPO PALOMBARO DELL' "ARTIGLIO 1", RICORDATO DA MASSIMO BORGHESI, SUO NIPOTE intervista di Marco Bartesaghi

 

 https://www.youtube.com/watch?v=S3FZkb3ipQk

 

"Artiglio 1", la nave di cui Enrico Colombo ha costruito il modello presentato nel post precedente,  era una nave per il recupero relitti della società SO.RI.MA.

 

Il modelle dell' "Artiglio1" realizzato da Enrico Colombo

Il 7 dicembre 1930, al largo di Brest, durante il recupero della Florence, una nave carica di esplosivi affondata nel 1917, l'"Artiglio" fu coinvolta dall'esplosione del relitto e inghiottita dal mare. Gran parte dei membri dell'equipaggio persero la vita. 

 

Alberto Gianni, capo palombaro di "Artiglio 1"

Fra loro il capo palombaro Alberto Gianni, che in questo filmato viene ricordato dal nipote Massimo Borghesi.

 

Massimo Borghesi, nipote di Alberto Gianni

 

venerdì 22 aprile 2022

LE POESIE DI ALBERTO MOTTA di Alberto e Denise Motta e Marco Bartesaghi

  

Indirizzo you tube del filmato: Le poesie di Alberto Motta:

https://www.youtube.com/watch?v=t14zTfh_ghU



Sono passati poco più di 10 anni da quando per la prima volta ho incontrato Alberto, e per la prima volta ho visto i suoi dipinti e letto le sue poesie. Le "visioni" che lo avevano assalito all'età di 25 anni, cambiandogli la vita, lo accompagnano ancora. Ho l'impressione però che con loro, oggi, conviva più serenamente e le accetti come un rapporto diretto, privilegiato e intenso con Dio, che proprio attraverso le "visioni" è presente nella sua vita e nella sua arte: nella sua stanza completamente dipinta, nelle sue tele, nelle sue poesie.
Proprio nella sua stanza l'ho incontrato di nuovo, insieme a sua cugina Denise, per leggere la selezione di sue poesie che vi presentiamo nel filmato.

Trovate l'intervista ad Alberto cliccando su:

https://bartesaghiverderiostoria.blogspot.com/2012/01/alberto-motta-albi-dipinti-e-poesie.html 

 

LE POESIE DI ALBERTO MOTTA: i testi

 


LA POESIA

Per tutto questo tempo
non ho mai saputo quale era
il mio scopo, mi dibattevo come
animale ferito e sognavo un giorno di
fare qualcosa di importante, ora mi rendo
conto che ho trovato qualcosa che
silenziosamente irrompe nelle
vite altrui e come un terremoto
sradica le convinzioni più salde:
la poesia


***


IMBALSAMATO


Ti dono il mio cuore
come si dona un bene
prezioso, sperando che
tu l’accetti come pegno
del mio amore, imbalsamato
su questa seggiola a scrivere
per non morire


***


ANORMALITÀ

Per ogni quadratino un colore
questa è la colonna sonora
della mia vita, un castello pieno
di sorprese e amore:
 qui in questo luogo,
 sento l’arpa e la cetra,
sento cantare gli angeli
e raggiungo cose che mai avrei pensato,
 solitario e felice come un uomo
che ha raggiunto il suo scopo
annego in questa dolce anormalità  
estratto vivo dalle macerie


***


BRIANZA

Cerco qualcosa che mi colpisca
e non mi accorgo che la normalità
di questa vita, tra le trame scure
di questo cielo, mi regala quell’oasi
di tranquillità e pace che ho
sempre sognato, seduto qui a goder
l’aurora, oppure il meriggio, incastonato
come un diamante in questa selva
chiamata Brianza


***


ASPETTO

Aspetto con ansia il mio
sole che mi dirige verso
l’aurora, seduto qui a goder
dell’altrui mondo, fino a quando
tu non deciderai che sarà
venuto il giorno, che io torni
alla casa madre, vestito
di madre perla


***


BILANCIA

C’è sempre qualcosa che
bilancia la gioia con un po’
di tristezza, c’è sempre
qualcosa che non rende
completa la felicità, come
se dovessimo patire per
gioire e gioire per soffrire


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