lunedì 10 agosto 2026

TOMMASO FUMAGALLI, FOTOGIORNALISTA IN UCRAINA intervista di Marco Bartesaghi e Giovanna Villa

Premesse.

La chiacchierata, durata più di tre ore, da cui è stata ricavata questa intervista risale al 7 maggio scorso. Da allora sono trascorsi tre mesi, un tempo lunghissimo. Tommaso, nel frattempo, è tornato in Ucraina e chissà quante cose nuove avrebbe da raccontare. Purtroppo, me ne scuso, con lui l’ho già fatto, i miei tempi sono molto lunghi.

All’incontro, da un certo punto in poi, ha partecipato anche Giovanna, mia moglie. Per distinguere i nostri interventi ho usato i caratteri normali per Tommaso, il grassetto corsivo per Giovanna e il grassetto per me.

Nell’intervista si parla di un  “incontro di Verderio”. Il riferimento è a una serata all’oratorio di Verderio ex Inferiore, durante la quale, ad una sala affollatissima, Tommaso ha parlato del suo lavoro.

Ultima premessa, la cartina dell'Ucraina con evidenziati alcuni luoghi di cui si parla nell'intervista.


TOMMASO FUMAGALLI, FOTOGIORNALISTA IN UCRAINA






Tommaso Fumagalli è nato nel 2003 a Vimercate ed ha sempre abitato a Verderio. Sua mamma è di origine veneta. I suoi nonni vivevano in un piccolo paese in collina, vicino a Vicenza, Villa del Ferro. Ancora molto giovani si erano trasferiti a Lissone e aperto un’attività di lucidatura di mobili, attività che in seguito hanno intrapresa anche i loro figli, due dei quali fanno ancora questo mestiere. In seguito i nonni hanno aperto un maneggio di cavalli a Bellusco.


Tommaso (T) - La  mamma ha sempre vissuto in mezzo agli animali. Anche a casa qui a Verderio ce ne sono sempre stati tanti: cani, gatti, oche, conigli, capre. Al maneggio ha conosciuto mio padre, che era di Ornago. Praticamente si sono conosciuti in stalla. Una decina di anni dopo si sono sposati e siamo nati io e mia sorella.

Marco (M) - Tuo padre che lavoro fa?

È un NCC, noleggio con conducente. Ha iniziato a 14/15 anni a lavorare nell’edilizia, poi, per tanti anni, ha fatto il camionista. Poco prima del covid – il periodo meno indicato - ha deciso di mettersi in proprio e fare l’NCC e lo sta facendo da sei anni. La mamma invece è casalinga.

Dove hai frequentato le scuole?

A Verderio la scuola materna e le elementari;  le medie a Sulbiate.

A Sulbiate?

Sì, perché a Robbiate mia sorella non aveva avuto una buona esperienza, così i miei hanno deciso di mandarmi a Sulbiate.

Dopo le media mi sono iscritto a informatica all’istituto Viganò di Merate. Una scelta un po’ a caso, spinto dal fatto che molti amici andavano lì. La passione per l’informatica è venuta dopo, tanto che poi ho deciso di lavorare come programmatore. All’inizio non mi interessava molto, avrei voluto fare il calciatore.


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Giocavi bene?

Beh, sì, diciamo che ero bravo, livello medio. Verso i 12/13 anni, non ricordo di preciso, ricevetti una proposta di andare a giocare a Zingonia per l’Atalanta. Però la cosa si è evoluta male ... la strada … Zingonia …; inoltre i miei non mi hanno mai spinto tanto su quella strada. 

Rimpianti?

No, no, in realtà no. Se guardo  quello che sto facendo adesso, non rimpiango di aver detto no. 

Un mio amico è un calciatore molto bravo. È di Verderio, gioca nell’Inter; Thomas Berenbruch. Siamo cresciuti insieme.

Quindi dopo il Viganò  hai cominciato a lavorare come programmatore ...

Prima c’è stata una breve esperienza, due o tre mesi, in Università, alla facoltà di Ingegneria Informatica.

Non ti piaceva?

Più che la materia, era l’ambiente che non mi prendeva. C’era tantissimo individualismo, almeno  nella facoltà e nell’Università che avevo scelto, quella di Dalmine. Un ambiente completamente non affine a me. Quindi, dopo pochissimo, ho deciso di mollare e ho trovato lavoro come programmatore. Sarebbe stata necessaria la laurea, ma sono riuscito ad entrarci lo stesso.

Come mai?

Alle superiori era nata la passione per l’informatica, così, per i fatti miei, soprattutto nel periodo del COVID, avevo cominciato a smanettare, a fare i miei siti web, i giochini. Insomma mi ero fatto un po’ di esperienza e un portfolio personale. Così anche senza la laurea, che pure era richiesta, ho trovato  un lavoro come programmatore, come sviluppatore, a Milano. Ho lavorato lì per due anni e per un anno ho creduto che quello sarebbe stato il mio futuro, ne ero convinto ed ero contento di quello che stavo facendo. Poi però …


Aspetta. Al dopo … ci arriviamo fra un po’. Hobby?

Mi piace la musica, sono un fanatico della musica, soprattutto il rock, il blues, il metal, l’heavy metal. Suono la chitarra da qualche mese. Mi appassionano la musica e il canto, anche se non li ho mai esplorati a fondo.

La fotografia è stata un tuo hobby, prima di diventare la tua professione?

No, mai stata. La fotografia è nata nel 2023, prima di allora non ho mai avuto modo di affacciarmi al discorso fotografia.

Volontariato?

Di volontariato è stata anche la prima esperienza in Ucraina nel 2023. Prima di quella ho fatto parte della Croce Bianca di Merate, facevo il volontario in ambulanza. Ho fatto il corso e ho avuto modo di fare alcune uscite come soccorritore. 

Nel 2024 ho fatto alcune giornate di volontariato nel comune di Bellinzago Lombardo, dopo che era stato colpito da un alluvione: svuotavamo cantine e sistemavamo le case delle famiglie colpite.

***

UCRAINA

La prima volta in Ucraina sei andato come volontario. A fare cosa? non la guerra, ovviamente.

No, ovviamente no. Inizialmente sono partito con Brave to Rebuild, un’associazione ucraina che opera a Kiev e a Kharkiv  - non so se anche in altre città – e aiuta a ricostruire e a riparare le abitazioni colpite dagli attacchi.

Però, arrivato a Kiev, ho scoperto che questa associazione in inverno non lavora, così ho fatto altro, sempre in contatto con loro: per un paio di settimane ho fatto le kikimoras, delle vesti fatte a mano intrecciando stoffe, che i soldati indossano per mimetizzarsi. In inglese si chiamano “ghilli suite”.

Quando?

Tra la fine del 2023 e il 2024.

Poi sei tornato in Italia …

Sì sono tornato in Italia. A Kiev, dopo un bombardamento, ho conosciuto un ragazzo ucraino di Chernihiv, Maxim, che ha due anni meno di me. Lui aveva studiato  fotogiornalismo e già lavorava come fotogiornalista. Ai tempi non sapevo nemmeno cosa volesse dire.

Maxim era venuto a intervistare me e altri volontari. Ero curioso e lui mi ha spiegato il suo lavoro, mi ha raccontato che parlava con i poliziotti, che faceva foto di qua e di là. Certo non ero completamente ignaro di cosa fosse un giornalista, ma non conoscevo bene le dinamiche. 

Spiegalo anche a me: il fotogiornalista fa solo le fotografie o scrive anche i testi?

La parte “scritta” del fotogiornalista è scrivere le didascalie delle foto e quindi, per poterlo fare, deve recuperare le informazioni necessarie.

Poi c’è la parte di distribuzione, della vendita: si deve rivolgere alle agenzie o ai vari giornali, se il servizio non gli è stato commissionato direttamente, e proporre il proprio lavoro.

Dall’incontro con Maxim t’è venuto in mente che avresti potuto fare il suo mestiere?

Si, diciamo che ho cominciato a pensare “cavolo, potrei…”.  Mi ha incuriosito. Peraltro a Kiev mi ero portato una videocamera, una gopro, una actioncamera, per registrare quello che facevo, riprendermi e anche parlare. Ho fin qui omesso che i viaggi e le avventure mi hanno sempre affascinato. A diciotto anni ho iniziato a viaggiare da solo in Europa: sono stato in Irlanda,  in Bulgaria, in Romania; in aereo, in macchina, in treno. C’era già in me qualche tratto di giornalismo, la voglia di andare a scoprire i posti, anche se in un’altra chiave rispetto ad ora. Dove eravamo rimasti?

All’incontro con Maxim, il fotogiornalista … 

Sì, esatto. Torno dall’Ucraina ricco dell’esperienza vissuta: ero passato dallo stare seduto a una scrivania a leggere dell’Ucraina sul computer, all’essere in un ostello di Kiev a sentire le esplosioni delle bombe. Un impatto, a livello morale, molto violento; ti chiedi: “ma che realtà che è quella che ho vissuto?”; hai una nuova consapevolezza della guerra, a cui pensi continuamente, e di quello che le persone vivono a causa sua. Ho scoperto di essermi affezionato all’Ucraina.  

Però ero ancora convinto di voler fare per tutta la vita il programmatore e tornare in Ucraina solo durante le ferie.

Foto 1


Quindi la prima volta sei tornato a casa con l’idea di continuare il tuo lavoro e poi fare …

…  spizzichi e bocconi di Ucraina durante l'anno. La mia prima Ucraina è stata comunque un punto di rottura, mi ha aperto gli occhi su mille aspetti della vita in generale - non solo sul mio percorso lavorativo. Il contatto con la disperazione e la sofferenza ha suscitato in me domande più introspettive. Seppure a Kiev la guerra non sia vissuta come al fronte, l’esperienza delle sirene, delle esplosioni, della gente amputata che vedi in strada ti catapulta in una realtà completamente nuova e quando torni ti fai domande e ne rimani a volte anche sconvolto.

Nonostante fossi partito consapevole che là c’era la guerra, finché non la senti sulla pelle non lo capisci a pieno. 

GUERRA

Raccontami del primo impatto con la realtà della guerra.

Prima di tutto devo dire che la percezione che ne hai si modifica man mano che ti ci addentri. Mi spiego. Ci sono andato  in pullman, ovviamente, perché lo spazio aereo è chiuso. Ricordo benissimo l’istante in cui abbiamo varcato la frontiera. 

Sei andato solo?

Sì, da solo. Avevo un contatto a Kiev, con una ragazza che mia sorella aveva conosciuto in Germania, all’Erasmus. Lei mi  ha aiutato ad ambientarmi. Per il resto ero solo.

Dicevo, a prima volta che ho varcato il confine dalla Polonia, il confine più  a ovest, ero a circa mille chilometri dal fronte e quindi non in mezzo a un’apocalisse, i missili non ti piovono addosso. Ricordo però che ero al secondo piano del pullman, davanti al vetrone, guardavo in cielo e  pensavo “adesso può succedere di tutto”. Sì, può succedere di tutto anche così lontani, però poi capisci che la dinamica della guerra dipende da tanti fattori, il primo dei quali è la lontananza dal  suo centro.  Non è che appena metti un piede in Ucraina ti piovono addosso le bombe. Sono partito con l’idea che la guerra sia tutta esplosioni, gente che salta per aria. C’è sicuramente anche quello, ma in Ucraina non è dappertutto così.

Quando ti sei fatto un’idea più vicina alla realtà?

C’è voluto un po’. Tornato a casa la prima volta, per me Kiev era l’inferno: “a Kiev suonano le sirene ... ci sono stati bombardamenti... è terribile”. È vero che ci sono storie terribili anche a Kiev, la gente muore anche lì. Però è una città enorme che continua a funzionare.  Me ne sono reso conto nelle successive esperienze che ho avuto in Ucraina, quando sono stato in Donbas per quasi tutto il tempo. Lì mi sono reso conto veramente di cosa sia la guerra.

Adesso ti parlo dell’Ucraina, okay? 

Sono tornato in Ucraina altre due volte con una ONG tedesca che ho conosciuto grazie a Mattia Bidoli (1), un operatore umanitario conosciuto sui social. È fotografo, ha quarant’anni e fa l’operatore umanitario da quando ne ha 18. In più fa il mago …

Mattia Bidoli (foto dal web)

Il mago?

Sì, il mago. È stato campione mondiale di street magic, magia di strada. Tutti gli anni a Milano viene organizzata la giornata della felicità e Mattia, tutti gli anni, partecipa. Ci sono andato un anno con mia mamma. È stato bellissimo. Le foto che fa e il suo impegno umanitario mi hanno affascinato. Io avevo intenzione di tornare in Ucraina a fare il fotografo, ma anche a svolgere volontariato umanitario. Lui è stato il mio punto di riferimento. Gli ho scritto, gli ho raccontato le mie intenzioni e lui mi ha consigliato di contattare l’associazione tedesca con cui lavorava e chiedere se c’era possibilità di andare insieme in Ucraina.  L’ho fatto e mi sono proposto come documentarista, come filmaker. Avevo fatto un po’ di esperienza in Italia fotografando manifestazioni e, a Bellinzago, documentando l’alluvione. Sorprendentemente hanno accettato la mia proposta e, dopo averli conosciuti direttamente, sono partito con loro per due volte e mi sono spinto più a est nella regione di Kharkiv, che confina con la Russia e la Bielorussia, con più parti del fronte attivi nella regione.
Sei più vicino al fronte e quindi più vicini ai bombardamenti, emotivamente questa vicinanza la senti.
Ho il ricordo molto vivido di una emozione di paura dovuta a un banalissimo gesto.

Racconta.

Dovevamo raggiungere in treno Kharkiv, dove dovevano  arrivare, dalla Polonia, dei container da adibire a postazioni mediche in alcuni villaggi fuori dalla città, verso il fronte, da dove era difficile, soprattutto per gli anziani, raggiungere l’ospedale, perché le strade dei villaggi sono disastrose

Indipendentemente dalla guerra?

Sì, sì. Poi con la guerra non è più stata fatta la manutenzione, almeno vicino al fronte.
Quindi, quando arrivavano questi container noi li allestivamo a centro medico. Io riprendevo e fotografavo, ma aiutavo anche, naturalmente. 
Uno dei membri della missione era un signore di 60 anni, Misha, che vive a Yavoriv, un villaggio vicino a Leopoli, lontanissimo dal fronte, praticamente attaccato alla Polonia. Prima di partire ero in casa sua, una famiglia molto religiosa. C’è questa tradizione di mangiare sempre; la tavola è sempre imbandita con salame, formaggio, cetrioli; non c’è distinzione fra mattina e sera si mangia sempre quello, cose salate, tanta carne, tanti formaggi e tanta vodka. Mangiamo, beviamo e poi è arrivato il momento di partire. 
Eravamo seduti in macchina, io davanti, Misha dietro e mentre Marcus, un altro volontario, fa la manovra la moglie di Misha ci guarda e si fa il segno della croce. Nulla di speciale, ma  semplicemente vedere che qualcuno stesse pregando per noi  mi ha dato una botta allo stomaco: stiamo andando a fare qualcosa per cui serve pregare per far sì che si torni. È certo un’esagerazione però ho avuto una grande sensazione di paura. La stessa cosa ha fatto Misha in treno: appena il treno è partito si è fatto tante volte il segno della croce e ha iniziato a pregare … cazz… se non preghi non mi viene questa roba, però se preghi ...Ricordo che sono andato a fumare dove c’erano i soldati che andavano verso Kharkiv.  

Foto 2



Nei contatti con la popolazione ucraina, quanto è presente la guerra? Prima dicevi: “quando sei lì le cose le vedi in modo diverso”. Da lontano, sapendo che lì c’è la guerra, mi sembra che una persona non possa pensare ad altro. Non è così o sì?
 
Il discorso è che ci si abitua molto velocemente alle cose e l’umano è bravissimo, secondo me, in tutti i contesti, ad abituarsi. La guerra è diventata un’abitudine ormai, soprattutto allo stadio in cui era quando sono arrivato: nel 2024 la guerra durava già da due anni e le persone erano già più che abituate. Non si parla quasi mai di guerra; i civili, se non sei tu a chiedere, spesso e volentieri non te ne parlano. Ti parlano di quello che gli piace fare o di quello che facevano prima. Ricordo, a Kharkiv, un ragazzo, Dimitry, che mi raccontava che prima della guerra guidava le mongolfiere per la gente del posto e per i turisti e mi aveva fatto vedere dei video del suo lavoro. Quello che è difficile capire, per chi non è mai stato in guerra, è come si sentano le persone che sono rimaste lì. Riesci ad empatizzare con una persona quando capisci come lei si sente. Però di base, se non negli eventi in cui la guerra è più evidente - i bombardamenti, le distruzioni - uno vive la sua vita normalmente, va al lavoro, ha gli amici … Ovvio poi che  dipende sempre da dove sei; ci sono cose che puoi fare a Kiev e che non puoi assolutamente fare in Donbas o in certe altre zone dell’Ucraina. A Kiev ci sono ancora le discoteche che in Donbas sono inimmaginabili.

Però anche a Kiev ci sono le famiglie i cui componenti sono in guerra ...

Certo, una volta che ti metti a parlare di guerra ti rendi conto che tutti hanno una storia da raccontarti: chi combatte, chi ha il marito o il figlio o lo zio che combatte o è morto. La mobilitazione ha toccato tutto il paese e quindi anche all’ovest tanti sono andati a combattere e non sono più tornati. 

E i sentimenti nei confronti della Russia  e dei russi?

Putin nel 2022, quando l’invasione su larga scala è iniziata, ha fatto un discorso alla televisione dicendo che era una operazione speciale per demilitarizzare e denazificare l’Ucraina. Credo abbia fallito completamente, nel senso che oggi l’Ucraina è un paese molto più militarizzato e molto più “nazista”,  se si vuole metterla in quei termini, di prima. Ora la popolazione odia con tutta sé stessa i russi, per quello che hanno fatto. Forse non sarebbe così forte l’odio se fosse stata davvero una guerra lampo e non avessero sofferto così tanto. Ma la guerra è andata avanti per quattro anni e  più; in certe aree del paese, il Donbas, la guerra si protrae dal 2014. La gente, quella maggior parte che non ha nostalgia della madrepatria russa, odia i russi.

Una signora ucraina, che conosco da molto prima della guerra, era filo russa, o meglio, filosovietica, perché, diceva, quando è caduta  l’Unione Sovietica molti sono stati peggio di prima. Io ribattevo che non c’era la libertà , non c’era questo e quest’altro. E lei “sì, sì ma quando non c’è stato più da mangiare …”. Adesso non dice più queste cose …

Sì, sì. Dipende sempre da quello che ti è successo. Ci sono posti come Bucha o Irpin che, proprio all’inizio dell’offensiva russa, hanno visto anche stupri da parte dei soldati russi che si ritiravano. Sono stato a Bucha e a Irpin, quando tutto era finito da un anno. Si può credere che le famiglie che hanno avuto dei congiunti uccisi lì possano dimenticare e, soprattutto, perdonare? Penso che quello che può portare alla pace sia la capacità di “andare oltre”, ma comprendo che sia veramente difficile; se ti hanno ucciso il figlio, li odierai per tutta la vita. C’è molto odio, alle volte anche in modo ingiustificato: li odiano tutti, ma la responsabilità della guerra è più dell’esercito e dell’amministrazione. È vero anche che il consenso per Putin da parte del popolo russo è molto alto, nonostante questa operazione speciale duri ormai da quattro anni. Per la gran parte del popolo russo non c’è voglia di ribellione. 

Dopo queste prime esperienze “temporanee”, da parte tua c’è stato il salto.

Quando sono stato in Ucraina con questa ONG, nel 2024 e nel 2025, ancora lavoravo come programmatore. Ormai, però, avevo perso tutto l’interesse per questo lavoro. Continuavo a farlo perché mi dava modo di avere uno stipendio, di avere del tempo e dei soldi da investire in questa cosa qui. Era solo una necessità, un lavoro comodo, lo potevo fare da casa, era molto flessibile. Però mi dava spazio per fare quello che volevo in forma molto limitata: solo durante le ferie, quelle due o tre settimane all’anno, al massimo quattro o cinque. L’ho sentito dire da molti fotografi di guerra che questo lavoro è un impegno per la vita, è impensabile farlo per due o tre settimane all’anno.
Quindi, il 9 maggio del 2025 ho preso la decisione di mollare il lavoro ...


Un anno fa.

Sì, sì, circa un anno fa. Già avevo fatto in Italia un po’ di esperienza. Sono entrato nel giro dei fotografi milanesi che lavorano nella cronaca. Ho fatto esperienza soprattutto con il collettivo fotografico “Cesura”, fondato da più persone, in particolare da Alex Maioli, un fotografo americano che faceva parte della Magnum, l’agenzia storica americana tra i cui fondatori c’era Robert Capa, il pioniere della fotografia di guerra. Da quella scuola è nato il collettivo Cesura, di cui fa parte un altro fotografo italiano famoso,  Gabriele Micalizzi, grande amico di Andy Rochelli, morto nel 2014, in Donbas,  ucciso da un colpo di mortaio sparato dagli ucraini. Un caso che ha avuto molta risonanza e per cui c’è ancora in atto un processo.
Nel 2025 ho incontrato il collettivo nella sua sede base a Pianello Val Tidone, in Emilia Romagna. Ho visto il laboratorio e ho conosciuto Gabriele, che mi ha spiegato un po’ tutto sul mondo della fotografia, una chiacchierata lunghissima. Mi aveva anche proposto di diventare suo assistente. Però mi sarei dovuto trasferire da lui, che però non mi poteva pagare; mille dinamiche, insomma, che mi hanno portato a dire di no. Però ho avuto modo di conoscere questo gruppo di fotografi molto rilevanti nel campo che mi interessa.
A Milano, ho conosciuto il collettivo  “Memora”, fondato nel 2023. Alcuni di loro seguono, da molti anni, la cronaca a Milano. Con questo aggancio ho potuto lavorare un bel po’ di giornate per ANSA,  Il Giorno e per l’agenzia di stampa LaPress, come fotografo di cronaca di Milano. Una bella esperienza di fotogiornalismo in Italia, prima dell’ultima Ucraina.
Mollato il lavoro come programmatore non avevo molte garanzie, come non le ho nemmeno adesso, per la verità; ho molti contatti, più conoscenze, ma è un mondo super precario; probabilmente è un lavoro morto quello del fotogiornalista, se non è morto sta per morire.

Perché?

Perché  i giornali - come tu mi insegni avendo avuto un’edicola – sono cose ormai legate al passato, uccise dall’avvento prima della televisione e poi dei socialmedia e quindi è un po’ decaduto anche il ruolo sociale del giornalista …

È in crisi la carta, però ci sono altri supporti ….

Si, certamente, però il lavoro del fotogiornalista, così come è sempre stato conosciuto sta andando a morire. Sono pochissimi quelli che, commissionati da un giornale, vengono mandati per mesi in un paese. Questa cosa non esiste quasi più. I giornali non hanno più soldi per cui è difficile che inviino i fotografi insieme ai giornalisti. Pochissimi lo fanno. 
Una via di scampo per il fotogiornalista è l’agenzia di stampa, di cui può diventare dipendente.
La buona esperienza che ho avuto in Ucraina è stata grazie al fatto che ho lavorato, e lavorerò ancora, con un’agenzia tedesca che si chiama EPA, European Press Agency ...

Sei loro dipendente?

No, no, sono collaboratore. È fotogiornalismo puro, nel senso che mando le foto e loro le vendono ai loro clienti che le pubblicano.

Ti commissionano le foto oppure sei tu che le presenti?

Dipende, nella maggior parte dei casi decidi tu: segui qualcosa, proponi il tuo lavoro e, se accettano, vieni pagato. Ovviamente non sempre accettano. Altre volte loro ti commissionano un servizio. Il 24 febbraio del 2026, l’anniversario dell’invasione su larga scala, l’agenzia mi ha chiesto di fornire una selezione di immagini sulla vita a Kramators’k, in Donbas. È un mondo dove devi stare dietro alla notizia. 
Comunque è un lavoro molto complicato da sostenere economicamente. Motivo per cui, se mi chiedono “ma tu cosa fai?” , preferisco definirmi semplicemente fotografo, con un forte interesse per il fotogiornalismo, di guerra in particolare. Però in Italia faccio anche lavori commerciali; ho un rapporto abbastanza frequente con un maneggio di Busto Arsizio dove vado a fotografare i cavalli. Faccio anche matrimoni ed altre cose, meramente per sostenermi a livello economico e finanziare i viaggi e fare i reportage. Guadagni anche dai reportage, ma non puoi vivere solo di questo ormai. Una volta era diverso.

Lasci il lavoro, hai contatti con questo mondo. Immagino che avrai dovuto convincere la tua famiglia che tutto questo si potesse fare. Questo è un aspetto che mi interessa molto.

Certo, certo. Diciamo che c’è voluto tanto tempo e, forse, non sono convinti ancora al cento per cento …

Sono rassegnati …

Si, sono più che altro rassegnati, ah, ah. Mi hai preceduto nel dire che più che una convinzione è una rassegnazione. Ad un certo punto hanno detto “cosa dobbiamo fare, non hai più quindici anni, sei maggiorenne, non smetteremo mai di essere preoccupati e di spingerti a smettere di fare questa roba ...”  – cosa non vera perché poi non mi hanno più spinto a smettere. Per loro è stato difficile accettare il fatto che lasciassi un lavoro sicuro che sarebbe potuto andare avanti all’infinito. Diecimila volte mi hanno detto di ripensarci, ma sono sempre stato saldo sulla mia decisione. Pensavo che a vent’anni, perché all’epoca avevo vent’anni, o una cosa la fai oppure andrai avanti a dirti “l’avrei dovuto fare” e sarebbe rimasta una cosa che non hai nemmeno voluto provare. Ho deciso di  buttarmi, consapevole di poterlo fare perché ho una famiglia alle spalle, dei soldi da parte e quindi di essere fortunatissimo. Ho avuto l’opportunità di fare di una mia passione il mio lavoro. Ho convinto i miei genitori o, meglio, li sto convincendo man mano.

E tua sorella?

Mia sorella è una giornalista. Scrive per Eco di Bergamo, prevalentemente di temi ambientali. Mi comprende dal lato professionale, però è mia sorella, per cui anche lei è super preoccupata.

[È arrivata Giovanna, mia moglie, che da questo momento partecipa alla chiacchierata]

Ho lasciato il lavoro a maggio del 2025 e ad agosto ho deciso di ripartire per l’Ucraina. Questa volta da solo, senza ONG,  come fotogiornalista accreditato dal Ministero della Difesa ucraino. Questo accredito, ottenuto tramite la richiesta formale di un giornale, mi permette di muovermi nel paese con tutti i diritti e sottostando a tutti i doveri di un giornalista. Ci sono regole che devi rispettare, altre che puoi “infrangere”. Il coprifuoco è in vigore in tutto il paese; a Kiev da mezzanotte fino alle sei di mattina, nel Donbas dalle nove di sera alle sei di mattina: è tutto spento, non c’è in giro nessuno, l’atmosfera è molto triste. Come giornalista puoi violare le regole del coprifuoco, perché per documentare hai bisogno di girare anche di notte.



Foto 3

Quindi torni in Ucraina in agosto 2025 come fotogiornalista...

Sì. Vado direttamente in Donbas, con molti più contatti rispetto alle prime volte, e “affitto” una persona, che nel mondo giornalistico si chiama “fixer”,  che vive sul posto. Il suo lavoro consiste nel portarti a fare le cose che gli richiedi, perché ha i contatti e conosce la lingua locale. Hai interesse a seguire e fotografare una brigata, un’unità che spara con una determinata artiglieria? Lo paghi una barca di soldi al giorno e lui ti porta, organizza l’incontro. Con lui ho avuto le prime esperienze con i militari durante il loro lavoro.

A questo punto c’è da fare uno stacco. C’è una grande differenza fra la guerra a Kiev o a Kharkiv e la guerra in Donbas. L’Ucraina è un paese piatto, piattissimo – però se lo dici agli ucraini si incazzano perché per loro non è piatto – e quindi è una paese difficile per combattere, perché non c’è niente dietro cui nascondersi. Per questo è diventata una guerra di trincea. Per il fatto che è molto piatto hai una visibilità di campo molto ampia, soprattutto in estate. Nel Donbas, se guardi verso il fronte, vedi sempre delle colonnone di fumo. Questa è già sicuramente una differenza rispetto all'occidente lontano. Poi c’è una quantità indescrivibile di militari, i posti di blocco, che ci sono in tutto il paese, lì sono molto più rigidi, ti fermano, ti controllano, ti chiedono. Il sentore della guerra è molto più intenso, senti che ti stai avvicinando a dove è veramente combattuta. Tutto questo ti mette in uno stato di allerta diverso.

Questa è una guerra super tecnologica, esiste un’applicazione che si chiama Air Alert, fatta dal governo ucraino. In sostanza è una mappa dell’Ucraina, divisa per regioni, alcune colorate di rosso e altre no. Quando una regione si colora di rosso vuol dire che è iniziato l’allarme e, se tu sei lì, senti la sirena che suona. Cosa significa? Significa che è stato rilevato un potenziale attacco. Un esempio: a Belgorod, una regione della Russia, si alzano in volo quattro caccia bombardieri, che hanno raggio di azione di 1000 km e quindi, potenzialmente, potrebbero arrivare fino a Kiev, quindi a Kiev suona l’allarme. Se c’è l'allarme non è detto che succeda per forza qualcosa e non è neanche sicuro, però, che non succeda niente. Nel Donbas è completamente diverso, come è abbastanza banale da intuire: vicino al fronte il nemico ha molte più armi che può utilizzare e, soprattutto, il tempo che hai per reagire è quasi inesistente. Se sei a Kiev, anche se parte un missile dalla Crimea, prima che arrivi ci vuole il suo tempo. Quando suona l'allarme il comportamento consigliato, a Kiev, come dappertutto, è di andare in un bunker – a Kiev nel metrò – e stare lì ad aspettare che l’allarme finisca. Capisci che quando la sirena suona più e più volte al giorno, uno o vive come un topo o, dopo un po’, non ascolta neanche più la sirena, sa che questa è la vita e può capitare. Cambia anche durata dei vari allarmi: a Kiev, di giorno, durano sedici, diciassette minuti; in Donbas anche tre ore, è un costante allarme, a tutte le ore, non c’è distinzione di mattina, sera, pomeriggio, notte,  se sei in centro o fuori.
C’è anche da sfatare il mito che i russi attacchino solo i civili. Non è vero. Anche se lo fanno, è certo e lo posso testimoniare anche con le mie foto.

Che attaccano obbiettivi che sono solo civili?

Capita, sicuramente

Per sbaglio o apposta?

Questo non lo posso sapere. Il mio lavoro arriva a mostrare le conseguenze, le intenzioni non le posso sapere. 
Posso testimoniare il fatto che vengono anche attaccati obbiettivi completamente civili. Per quale ragione? Magari semplicemente per spaventare la popolazione.
In Donbas molti bombardamenti mirano a obbiettivi militari ma su edifici dove ci sono anche i civili. Del resto in Donbas i soldati sono dappertutto, quindi potenzialmente tutto è obbiettivo militare.  Stanno nelle cantine dei condomini e devono vivere lì perché il fronte è a quindici chilometri. C’è una logistica della guerra, si devono stipare le munizioni e i mezzi; ci sono i mezzi nascosti sotto il benzinaio distrutto. Si cerca di non farlo vedere, soprattutto in Donbas dove c’è una componente di filorussi a cui basta fare una telefonata per dire “ho visto che lì c’è un carro armato”.  

Foto 4



Questo giustifica i bombardamenti dove ci sono i civili? Bombarderesti un edificio dove sai che sono nascosti soldati e magari mille munizioni e sopra questi soldati ci sono tre famiglie di cinque persone? Lo bombarderesti? Non lo so, però è così, la realtà è questa. 
L’allerta è costante. In più ora ci sono i droni. Dal 2023 hanno imparato a metterci le bombe sopra e a inventare tecniche per inseguirti. Ci sono droni collegati a cavetti di fibra ottica, cavetti sottilissimi, che possono arrivare fino a 40 Km. Li ho visti con i miei occhi, li ho anche fotografati, ci sono anche esplosi vicini. Sono un po’ delicati, perché basta che si impiglino  e perdono il segnale. Poi ci sono gli FPV (First Person View), pilotati da un operatore che, con degli occhiali, vede quello che vede il drone. Questi arrivano a quindici, venti chilometri di distanza.
Nella città di  Kramators’k, in Donbas, nell’agosto del ‘25, quando ci ho vissuto per la prima volta, i droni non erano ancora il problema principale; quando me ne sono andato arrivavano quasi tutti i giorni. Sono super letali, perché se una bomba cade ma non sei lì in quel momento te la cavi, invece il drone ti insegue; la bomba ha una potenza molto maggiore di quella del drone, ma questo è più preciso.

***

SOTTO LE BOMBE


Ricordi il primo bombardamento a cui hai assistito da vicino?

Ero a  Kramators’k. Con un fotografo francese, Pierre Crom, che lavora in Ucraina dal 2014,  avevamo deciso di girare insieme per qualche giorno. Una mattina mi ha proposto di andare in un villaggio molto pericoloso, a soli 10 Km dal fronte. Magari c’era qualcosa di interessante da fotografare, qualcuno rimasto lì a vivere nascosto. Il concetto di fronte in Ucraina è molto ibrido, si parla più di “kill zone”, letteralmente “zona della morte”, profonda quindici chilometri, la zona in cui è facile che tu possa finire morto. Kramators’k e Slov'jans'k ci rientrano; questo villaggio dove stavamo andando ancora di più. Siamo partiti con la mia macchina, che avevo noleggiato in Polonia e poi comprato (sono proprietario di una Ford Focus in Polonia! una macchina scassata che però, per quello che devo fare, va benissimo). Guidavo io; arriviamo in questo posto  già molto distrutto, perché tempo prima era stato occupato dai russi. Era devastato, ma ancora veniva colpito perché c’erano soldati che vi si nascondevano. Eppure c’era gente che ancora ci viveva. Quindi arriviamo, parcheggio la macchina sotto gli alberi per nasconderla dai droni e iniziamo a scattare un po' di foto alle case distrutte e alle poche persone che passavano. Ad un certo punto Pierre mi dice “io vado verso di là, sposta la macchina”. Mi ricordo benissimo la scena: sto guidando pianissimo, a passo d’uomo, a finestrino abbassato; lui è cinquanta metri avanti a me; sto facendo una curva; sento il suono e vedo un missile che sta cadendo dietro di lui: “voom, bubum”; poi ne cadono altri due. Ho parcheggiato, sono sceso e sono andato da Pierre. Stava bene. Riesco ancora a visualizzare e sentire la bomba che cade. 
Poi siamo andati dove era caduta; c’erano colonnoni di fumo nero; un palazzo era mezzo distrutto; il fuoco bruciava gli appartamenti; alcuni militari e anche dei civili uscivano da sotto il palazzo.  Nessuno, a parte due poliziotti, era ancora accorso, perché eraq appena successo. Una signora viene tirata fuori illesa. Poi ci spostiamo su un altro palazzo. È crollato.  Entriamo in una cantina con altri due ragazzi, non soldati, civili. Loro si infilano dentro e iniziano a urlare per verificare se ci fossero persone; qualcuno risponde. Ci infiliamo dentro e vediamo che una parte della cantina è crollata e un uomo è sepolto a metà, è ancora vivo. Nei pochi minuti che siamo stati lì arrivano altri due colpi, fortissimi, che fanno tremare tutto. Ho pensato: “adesso siamo fottuti, qui crolla tutto”. Siamo stati lì ancora dieci o quindici minuti e poi Pierre mi fa “andiamocene, perché qui è pericolosissimo”. Mentre ce ne andiamo si è fermata una macchina. Gli abbiamo detto di chiamare un’ambulanza o la polizia, perché c’era una persona lì sotto e solo due persone che spostavano i sassi a mano. Questa è la prima esperienza di  bombardamento in Donbas.

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In quali città del Donbas sei stato?

Prima a Slov'jans'k, poi a  Kramators’k, due città importanti nella storia, iniziata nel 2014, dai separatisti, che la Russia ha poi finanziato ed aiutato. Città molto rilevanti che fanno parte di quello spicchio di Donbas, circa il venti per cento del territorio, che gli ucraini ancora controllano. Una roccaforte. 


Parlami del tuo lavoro in Donbas …

Prima ti racconto un episodio. Una volta, con il mio fixer, sono stato nella regione di Kharkiv a seguire, nella notte, la 3°Brigata in un “punto di stabilizzazione”, una sorta di ospedale da campo dove ai soldati feriti vengono dati i primi soccorsi, prima di portarli nell’ospedale vero e proprio che è molto più lontano. Non so dove fosse precisamente il posto, perché non ero tenuto a saperlo. Eravamo in una foresta a soli dieci chilometri dal fronte, perché la “stabilizzazione” deve essere fatta il più presto possibile. Era un labirinto scavato sottoterra, un’opera di ingegneria incredibile.  
C’era anche il Wi-Fi. Ricordo un ragazzo, uno dei medici, seduto su una carrozzina che aspettava che arrivassero i feriti o una chiamata , che stava guardando una partita di calcio, a dieci chilometri dal fronte. Anche sotto questo aspetto la guerra è molto tecnologica. 
Ho passato una notte lunghissima a fotografare soldati feriti.

E poi?
 
Poi sto realizzando un progetto. Sto facendo un lavoro sulla generazione Z, giovani ragazzi e ragazze che sono sempre rimasti in Donbas. Ho intervistato un sacco di giovani e fatto tanti ritratti, raccontando di questa generazione fantasma, costretta a scappare, abbandonare i sogni, la casa. Sembra facile, se lo vedi da lontano, ma non lo è quando sei costretto dalla situazione ad andartene, anche se eri contento di vivere lì, avevi tutto lì. 
Quando sono arrivato in agosto ho avuto l’idea di realizzare questo progetto, che ancora sta andando avanti e mi permette di conoscere molte persone. 

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Una delle partecipanti si chiama Varia, una delle prime che ho intervistato, conosciuta attraverso Claudio Locatelli,  un giornalista molto famoso in Italia. 
Dopo che ero tornato dall’ospedale da campo sottoterra, avevo programmato di seguire un’unità che recupera i cadaveri di soldati, sia russi che ucraini, senza distinzione. Sarei dovuto andare a fotografare l’arrivo dei camion e il gruppo che poi procede ad analizzarli. Ho contattato Varia per l’intervista e le ho detto “oggi devo fare questa cosa, devo andare con loro… non so se vuoi venire, è una cosa un po’ così”; mi ha risposto “va bene, vengo”. Non ci eravamo ancora mai visti. Aveva, ed ha, 19 anni; minutissima ma super “cazzuta”. Ci portano su una collinetta. Arriva un camion con refrigeratore. Aprono il cassone. È pieno di sacchi bianchi o neri, con dentro i cadaveri. Odore terribile, anche perché era estate. Iniziano a tirare fuori i corpi, a stenderli sul prato, li aprono: nove russi e un ucraino. Guardo Varia, è così compiaciuta. Lei ha un odio terribile contro i russi. Le chiedo, “Come ti senti?” “Io non provo niente, per me è giusto che abbiano fatto quella fine”
Non posso dire lo stesso, non sono ucraino, sono solo un giornalista, certo che sai che tutti i soldati, da entrambe le parti si aspettano che qualcosa del genere gli possa succedere. È stato terribile, anche per l’atmosfera, ma ero lì per lavorare, anche quella è stata un’esperienza.

Terribile come la prima volta, non ricordo bene quando sia stato, che ho visto il cadavere di un civile  appena ucciso in un bombardamento. Devo dire che solo raramente ho avuto la reazione di rimanere sconvolto.  Magari ti torna in mente quando, a casa, riguardi le fotografie. Ma quando sei sul posto ... sarà l'adrenalina, sarà che sei lì a lavorare...

Giovanna (G): è un distacco necessario, che ti protegge.

Sì, sì, è un distacco che devi prendere, che è anche difficile da prendere. Altre volte devi invece provare ad immergerti in questo orrore, per riuscire a comunicare con le persone, per comprendere le loro storie.

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Il “distacco” lo puoi benissimo vedere anche fra la gente. Anche nel Donbas vedi quanto la gente si è abituata alla situazione. Non è che uno passa e ride, ovviamente, però la gente cammina sul marciapiede per andare a fare la spesa e guarda con indifferenza a quello che è lì, steso per terra,  morto e che stanno portando via. Capita. Son cose che ti fanno pensare, ti fanno ragionare. Ricordo che mia madre, che sentii al telefono prima di andare a fotografare il recupero dei cadaveri, mi disse, super preoccupata, “ma non pensi che questo sia un po’ troppo?” e io  “mamma, è la guerra”. Nella guerra c’è anche la morte. Però non c’è solo quello e con le mie foto cerco di farlo capire.

La nostra generazione ha sentito parlare della guerra dai  genitori, dai nonni. È strano che adesso sei tu, che hai ventitré anni, quindi cinquanta meno di me, che ce la racconti.

Vorrei che non fosse così.

Noi siamo vissuti credendo che una guerra non ci sarebbe più stata, quantomeno in Europa. Invece...

Sì, però voi avete vissuto la Jugoslavia?

Sì, ma l’abbiamo vissuta, in modo più distaccato.

Questo anche i miei genitori me lo hanno detto. Io dico, ma cazzo la Jugoslavia era appena di là dall’Adriatico ...

Sì. Pensavamo: siamo qui al mare, dall’altra parte c’è la guerra e non ci accorgiamo minimamente … Fra l’altro noi eravamo andati in vacanza in Jugoslavia qualche anno prima, nel 1986 ...
 
Quando già Tito era morto … 
 
Tornati da quella lunga vacanza, era durata più di un mese, non facevamo ancora gli edicolanti, avevamo pensato: ma guarda come vivono bene tra musulmani, cristiani cattolici e ortodossi. E poi, poco dopo pensa cosa è successo. Non avevamo capito niente. Però l’abbiamo vissuta con molto distacco. 

Un mio vicino di casa mi diceva che lui ha vissuto molto più intensamente il disastro di Chernobyl, perché, ad esempio, lui ha adottato un bambino bielorusso... 

Chernobyl ti aveva toccato in prima persona, perché, a un certo punto, non potevi mangiare le verdure dell’orto, non potevi bere il latte …

Certo …

Era una cosa successa lontano, ma che aveva avuto ripercussioni sulla vita di tutti i giorni.

***

EMOZIONI


Parliamo delle emozioni. 
I costi affettivi. Abbiamo già parlato della famiglia, poi ci sono gli amici, i legami sentimentali.

Diciamo che questa è la parte più dura.
Per quanto riguarda la famiglia la difficoltà è più per loro che per me. Per loro significa salutarmi all’aeroporto e incrociare le dita, sperando di potermi venire a prendere all’aereo quando torno. I miei genitori hanno la sfortuna di doverlo fare. Per certi versi questa mia scelta mi ha fatto legare molto di più a loro. Sono cresciuto in una famiglia vecchia maniera, dove c’era il lavoro, la serietà, anche la freddezza, alcune volte. Questa cosa ci ha dato modo di dare più spazio alle emozioni, alle conversazioni. Insomma, ci sono anche lati positivi che si possono trarre da tutta questa storia, per quanto riguarda la famiglia.  
Ti racconto un fatto, abbastanza recente. Quando sono ripartito per il Donbas, a metà novembre, non avevo stabilito un tempo per la permanenza là. Torno? Sì torno. Quando? Boh, vediamo cosa succede, quanto tempo sarà necessario per fare le mie cose. Per loro è difficile accettare che me ne vada, ancor più difficile è non sapere quando torno. Quindi parto a novembre, dicendo che sarei potuto tornare dopo Natale. Avevano fatto un po’ di storie “dai, almeno a Natale!?”, ma avevano accettato abbastanza bene. Poi però, il 22 o il 23 dicembre, mi arriva una video chiamata da mia sorella – dietro di lei c’erano i miei genitori – che mi dice “Ci abbiamo pensato e secondo noi sarebbe corretto che il Natale lo passassi con la famiglia”. Ero a Kramators’k, erano le sei di sera, era già buio. È nata una discussione, anche un po’ accesa. Alla fine mi sono veramente incazzato e ho detto “sapete cosa faccio? Parto ora!”, ho fatto le valige alle sette di sera e sono partito. Sono andato a Kiev, di notte, pericolosissimo: tutte le luci spente, da solo, a manetta. Mentre uscivo dal Donbas, in mezzo alla strada c’era un  carroarmato  che aveva fatto un incidente con un altro mezzo militare che si era ribaltato. Ho dovuto inchiodare all’ultimo per evitarli. Non è che potevo dirgli “dovevate mettere il triangolo”. Nevicava anche. Alle tre e mezza di mattina ero a Kiev e il giorno dopo in Italia. Incazzato: “avete visto?”. A quel punto hanno capito, mi hanno detto che non volevano che facessi una cosa così pericolosa. Abbiamo fatto un discorso sulla mia vita, sulle mie intenzioni, sul fatto che ormai era diventato un lavoro; stavo lavorando per due agenzie, l’EPA e un’altra californiana.
Ero riuscito, negli ultimi mesi, ad avere anche uno stipendio buono, con cui riuscivo a vivere.  Hanno cominciato a vedere che le mie foto giravano il mondo, che erano state pubblicate su giornali importanti, il Guardian, The Times, Financial Times, “il manifesto”, ANSA, che erano apparse su la BBC, su Al Jazira. Ciò li ha aiutati a capire che questo ormai è il mio lavoro.

Le amicizie

Mi ha sempre dato un po’ fastidio che tante persone, anche tanti amici, quando tornavo mi chiedevano “come è andata?”. I più terribili erano quelli che mi chiedevano come era andata la vacanza, l'avventura, il viaggio. Tanti miei amici hanno capito cosa faccio solo quando sono venuti a sentirmi alla serata di Verderio. Forse perché è difficile spiegare, far capire cosa fa effettivamente un fotografo di guerra, a cosa serve. 
Mattia, un amico, operatore umanitario di Torino, dice “io non parlo mai con le persone a cui sono legato del mio lavoro”. Mi ha detto questa frase bellissima: “è facilissimo dare delle etichette alle persone ed è difficilissimo toglierle. Se tu hai una scatola e ti metti dentro, non potrai mai diventare più  grosso della scatola, e io non voglio essere Mattia il fotografo di guerra, l’operatore umanitario. Io sono Mattia che fa tantissime cose e la gente non deve vedere me solo come il fotografo di guerra”.

Però succede sempre di essere etichettato per quello che fai e non per quello che sei.
 
Sì, sì, è chiaro. È molto difficile parlare di queste cose – e così ritorno al discorso degli amici.  A volte, per contrastare tutto quello che hai visto, hai bisogno di parlare, di buttare fuori, raccontare quello che hai dentro. Ma quando parli di guerra è difficile trovare qualcuno che ti ascolti incuriosito. Ti dicono “ah, ma è brutto, hai paura?”, cose abbastanza banali. Non riuscirò mai a raccontare tutto e bene, probabilmente, perché tante cose devi viverle. Per questo mi sono creato il mio mondo di fotografi, che fanno le stesse robe che faccio io e se parli ti capiscono. Ci parli per ore, spieghi e sai che chi hai di fronte ha presente quello che dici.  

Tu hai il dono di saper raccontare  …

Ti ringrazio ma penso di aver tantissima strada da fare in merito a questo

Traspare la passione e anche una sorta di delicatezza quando racconti le cose che hai visto e vissuto.

Grazie

Però … non metterti nei pericoli …

Eh, eh, la mamma o, meglio, la nonna.

Mia nonna è sempre stata super contro alla mia scelta, soprattutto perché avevo mollato il lavoro. Tutte le volte mi chiede se ho guadagnato. Quando la vedo le faccio vedere le fotografie. Alla fine mi saluta e mi dice “stai attento a tornare a casa in macchina”. Per fare la strada da Ornago a Verderio? Nonna, con tutto quello che ti ho appena fatto vedere!

Per quanto riguarda gli amici, mi sono reso conto che cresci dieci volte più velocemente. Da una parte è un pregio, da un’altra un difetto, perché ti bruci tantissime tappe. Perdi anche la leggerezza della vita, che una persona di diciotto, vent’anni dovrebbe avere. La spensieratezza. Ho perso interesse per la maggior parte delle cose per cui una persona di vent’anni dovrebbe avere interesse. Ballare, divertirmi, fare la vacanza al mare … penso che con quei soldi piuttosto vado in Ucraina. Ho completamente perso interesse.

Però cerca di trovare un equilibrio.  

E sì, su questo abbiamo fatto un discorso con Mattia e altri fotografi che mi hanno detto “non lasciarti definire dalla guerra, tu non sei solo quello”. Però è difficile dividere le cose, dire quando sono lì sono lì, quando sono qui sono qui. 

Dividere è difficile però devi avere degli spazi  per riuscire a recuperare.

Sì, di tranquillità. In questo periodo va un po’ meglio. Ma in realtà è sempre andato bene, non ho mai avuto troppe ripercussioni per quello che ho visto o fatto, aldilà del rapporto appunto con gli amici. Tanti sono cambiati.

Beh, fa parte della vita

Ne avrai trovati altri  …

Sì, sì certo, quello è già successo, con la mia cricca di fotografi.

Un’altra emozione: la gioia, che penso sia abbastanza difficile da provare in guerra.

Bah, la gioia. Ti posso raccontare questo aneddoto sulla  gioia. Una delle ultime cose che ho fatto in Donbas è stato seguire una missione pericolosissima, a tre chilometri dal fronte, per portare droni a dei soldati nascosti, che li avevano finiti da quaranta giorni. Erano le quattro e mezza di mattina, ancora notte, nevicava. Ho anche guidato il quad, il soldato mi ha lasciato il posto ed è stato dietro con il fucile. A metà missione siamo dovuti tornare indietro. Sono tornato a Kramators’k, che non è un posto sicuro ma rispetto a quello lo è, con Mykola, un soldato di un’altra brigata che fa il fotografo. A un certo punto lui mi ha detto: “quanto è bello essere vivi”, me l’ha detto con una gioia. Gli ho risposto: “davvero, cavolo”.  
Quello è stato proprio un momento di estrema gioia, una liberazione totale dall’ansia: “che bello, siamo vivi, siamo vivi”.

È emozionante sentirti. Parlami del dolore.

Il dolore, il dolore mio personale?

L’emozione del dolore, perché anche questa è un’emozione, seppur negativa …

Sicuramente una delle esperienze in cui ho provato dolore, non fisico, morale e anche un certo grado di difficoltà nel continuare a fare il mio lavoro è stato l’episodio - ne ho parlato nella serata – di un bombardamento in cui è morta una signora, poi estratta dalle macerie e il cui corpo è stato messo fuori dal suo palazzo. Vedere l’estrazione di una persona senza vita è già straziante, ma il peggio è stato assistere all’arrivo dei famigliari, la figlia e la nipote. Sono arrivate un po’ incredule; tutti, intorno, hanno cominciato a vociferare dicendo che lei era la figlia e così via. Noi siamo a pochi metri dal corpo, un pompiere le sta aspettando di fianco al sacco nero. Si avvicinano, il pompiere apre il sacco e quando vedono la faccia, urlano e iniziano a piangere, si accasciano sul corpo. Le ho nel mirino della macchina fotografica e ho le lacrime agli occhi. È stato pesante. Vedere il cadavere è brutto, ma non lo conosci non c’è un rapporto, distogli lo sguardo. Invece assistere al dolore dei parenti … quello è stato uno dei momenti più duri.

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Anche la morte di Danilo, un amico, è stata un dolore. Aveva la mia età, uno enorme, tutto tatuato, quasi da invidiare. Non te lo aspetti e poi ti chiamano e ti dicono “Danilo è morto”. Cosa dici? Non ci credi.

Poi ti sembra che tutto diventi routine. Senti le bombe e dici “questa non è niente”, non ci vai. Magari è di notte stai per andare a dormire. Invece quella volta sentiamo che c’è stato un bombardamento, andiamo, era poco fuori Kramators’k, verso il fronte. Arriviamo lì. Ci rendiamo conto che la situazione è brutta perché ci sono i soccorritori, i pompieri, gli infermieri e i militari - tante volte anche i militari aiutano - che puntano le torce sulle macerie e quindi c’è qualcuno sotto. Ero con altri tre fotografi. Avevamo presupposto che ci fossero dei morti ma non li avevamo ancora visti. Ad un certo punto vedo, a un metro da me, un ragazzo mezzo carbonizzato che spunta dalle macerie. Quasi arrabbiato – non so perché abbia avuto quella reazione – ho detto agli altri “oh, ma non avete visto qua?”; si sono girati e hanno detto “oh, cazzo”. Poi abbiamo scoperto che erano tre fratelli, due di diciannove anni e uno di otto. È stato doloroso vedere i corpi, soprattutto del bambino, rannicchiati, uccisi, dormivano. È stato terribile, soprattutto il ritorno a casa. È in quel momento che ti rendi conto di quanto la guerra sia insensata. Siamo stati in cucina a fumare senza dire una parola. Ad un certo punto il giornalista ucraino ha detto “a me non interessa se è una donna, un bambino o un uomo. Io li voglio tutti morti”. E lì ti rendi conto che è una ruota che gira, che non finirà mai, è l’odio che produce odio. 
L’emozione del dolore è sicuramente quella più ricca di episodi.

L paura?

Beh, anche la paura  è una bella sezione, che fa testa a testa con il dolore.  Sì, di paura ne ho avuta tanta. Un episodio l’ho già raccontato quando ho parlato del mio primo bombardamento, quando ero con Mattia. 
Altre paure, forse ancora più terribile, le ho provate con i droni. Cominci a sentire il ronzio, non sai dove sia ma sai che ti potrebbe seguire. Una volta eravamo in quattro intorno a un albero e continuavamo a girare come delle trottole perché sentivamo iiiiiiiiii e non capivamo  dove fosse. In mezzo a un campo, intorno a un albero. Ho avuto tanta paura.

Un’altra volta mi ha salvato il fatto che stessi fumando … bisogna fumare, fa bene fumare, ah, ah ...

                                                                           
                                                                                    
I fumatori trovano sempre una scusa.

Ero in cucina, verso le sette di sera. Ero in casa da solo e stavo sistemando le foto al computer. Tranquillissimo, con un filo di musica sotto, una birretta – un evento raro avere una birra in Dombass, perché lì non vendono alcool, c’è tutto un giro losco per poter comprare una birra. 
Ci sono dei droni che sembrano aeroplanini, con la bomba attaccata; fanno il rumore di un motorino,  ma prima di colpire spengono il motore, così uno non si accorge che arrivano. Ho sentito solo il botto finale e tutti i vetri del condominio che crollavano. Mi sono alzato di scatto, ho urlato non so cosa e sono corso in corridoio. Rientrato in cucina ho capito che, avendo lasciato le finestre aperte perché stavo fumando, i miei vetri non erano scoppiati. 

Quanto è grande un drone?

Quello lì non tanto, alla fine ha fatto un buchetto. Una cosa super rudimentale, fatta con il polistirolo, super economica. Poi ci sono gli shahed iraniani, grandissimi, alti quasi tre metri. Sono quelli che hanno ucciso quei tre ragazzi. Se fosse stato uno di questi probabilmente non sarei qui.

I missili sono la cosa che temo di più. Mi fanno una paura terribile. Fanno un rumore che ti rimane dentro.  Anche qui in Italia lo sento, quando passa un aereo. Cccccc e poi baummmm quando colpisce. 
Quando cadono vicini, di notte, vedi un flash di luce. Dormivo vicino alla finestra – cosa sbagliatissima – e a volte mi capitava di svegliarmi ed essere  accecato. Poi senti il rumore dello scoppio e tutto trema. Comunque se lo senti va bene, vuol dire che non era su di te.

La rabbia…

La rabbia dell’indifferenza; la rabbia dell’aprire Instragram, aprire il telefono e sentire la gente lontana che non è minimamente interessata e magari tu sei tornato e hai visto il cadavere di un bambino di otto anni; quelli che mettono su istagramm le foto delle bottiglie in discoteca un po’ ti fanno rabbia. Cosa serve di più per far capire cosa sta succedendo? Cosa bisogna fare? So che il mio lavoro non fermerà nessuna guerra, però almeno ho fatto la mia parte. Una fotografa molto famosa diceva: “noi siamo lo specchio della politica”, nel senso che mostriamo le conseguenze delle scelte dei politici. Ma non basta, perché siamo insensibili ormai, vediamo tutto sul telefono e passiamo dalla pubblicità degli orologi ai bambini schiacciati a Gaza e non ci rendiamo più conto che è vero. 

Hai ragione, però capisco anche queste persone, fra cui mi ci metto. È un’autodifesa, non è  cattiveria d’animo o un’indifferenza voluta. È  proprio dire “ok, è così, ci conviviamo”. Trovi delle scusanti , dici “io cosa posso farci?”, vado alla manifestazione faccio questa cosa ma poi. E quindi te ne vai a fare la vacanza e fai altre cose.

Ho fatto più serate ai Pintupi  su un reportage che ho fatto in Serbia. Alla fine di una di queste serate una signora mi ha chiesto: “ma scusa, noi cosa possiamo fare effettivamente” e io le ho risposto, citando un giornalista che conosco: “Per risolvere la guerra non serve che tu vada là. Basta che  nella tua bolla, nella tua vita di cittadino comune, non ti arrabbi per le banalità, che tu non prenda le cose troppo sul serio. Vivi una vita contenta, saluta la gente che passa, non dar peso alle cose stupide. Sii riconoscente, sii felice. Riconoscente anche della fortuna che hai. Questo basta e avanza”. Se tutti fossimo così non ci sarebbe nessuna guerra o comunque ci sarebbe molto più aiuto verso gli altri.

Posso farti una domanda in quanto donna? Tu, in quella serata, hai detto che spesso le donne prendono in mano lavori prettamente “maschili”, come succedeva qui durante la seconda guerra mondiale. Ma c’è anche un ruolo più diretto nella guerra, come le partigiane che avevano un ruolo durante la Resistenza?

Tante donne aiutano in mille modi diversi la causa. Le ho viste nell’esperienza che ho avuto a fare le mimetiche di cui vi dicevo. Sono tante le donne che fanno questi intrecci, lo fanno dal 2022 e continuano a farlo adesso.
Molte donne sono nell’esercito. Ho seguito un addestramento di soldati per la medicina avanzata e l’estrazione di feriti. L’istruttrice era una donna. 
Tante donne sono “combat medic”, medici nell’esercito. In un punto di stabilizzazione, con il battaglione Azov, che è abbastanza famoso, un medico era una signora di una sessantina d’anni, similissima a mia mamma solo con i capelli rossi, simpaticissima. Il suo nome di battaglia era Kbitka, che in ucraino significa fiore. 

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Molte donne sono Ufficiali di Stampa, sono le persone con cui ti interfacci prima di avere un rapporto diretto con una brigata e che mantengono, all’interno della brigata, le relazioni con i giornalisti. Nella 93° Brigata uno degli ufficiali di stampa era Irina, una signora grandissima, alta più di due metri, enorme nella sua tuta mimetica … non ci stava neanche in macchina. 
Ci sono anche tantissime donne che combattono.

La delusione

La delusione è forse unita alla rabbia. La delusione è che non c’è un effettiva risposta da parte di chi non è lì. 
Delusione è anche che il mio lavoro non è considerato come dovrebbe essere, perché ormai tutti fanno le foto e quindi a cosa serve? Una volta era un lavoro di elite, dove venivi pagato molto bene, ora tutti hanno una macchina fotografica.

L’amicizia, se si può considerare un’emozione.

Ho creato legami bellissimi con molte persone, con tanti giovani, perché ho fatto quel servizio sulla generazione Z, e con le loro famiglie, perché sono stato tante volte a casa loro. Ho imparato a suonare la chitarra in Donbas con una ragazza che fa parte del progetto, una famiglia squisita, che non vuole assolutamente andarsene da Kramators’k , che amano tantissimo. La gente si chiede: perché non se ne vanno? È facile da dire sul divano di casa, dove la guerra è in televisione e se la spegni la guerra finisce. Comunque ho fatto un sacco di amicizie ed è bellissimo. Sai che loro sono sempre lì e non sono mai fuori pericolo. Spero di non ricevere mai più una chiamata come quella per Danilo, soprattutto per persone a cui mi sono affezionato.

Magari le persone che dicono “ma perché non se ne vanno da lì” sono le stesse che dicono “madonna, ma questi immigrati che vengono qui …”.

È vero, è vero. Però è veramente molto apprezzabile che ci siano anche tante persone che, pur non essendo mai state lì, si interessano, è veramente una delle cose più belle, perché dici “tu hai capito veramente il senso di quello che sta succedendo”. Il lavoro che ho scelto arriva fino a un certo punto e puoi cambiare le cose fino a un certo punto. Pochissimo, meno di una mezza goccia nel mare. Però sono molto contento che quella sera a Verderio siamo riusciti a fare una raccolta di fondi per dare un po’ di soldi alle persone che fanno le evacuazioni  di civili dal fronte. Per me questo è il miglior traguardo che potevo raggiungere, aldilà anche delle foto pubblicate sulle testate internazionali.  

Nel mio lavoro non sei sempre il benvenuto. C’è gente che ti odia quasi. A volte ci hanno urlato contro. Abbiamo avuto un’esperienza con dei filorussi in un posto vicinissimo al fronte. Siamo rimasti lì poche ore. Ad un certo punto ci passano sopra la testa dei colpi di artiglieria, sentiamo gli scoppi e iniziamo a correre verso le colonne di fumo che si alzano. Una casa è stata colpita e abbiamo avuto un incontro ravvicinato e abbastanza sgradevole con dei filorussi – sono bombardati dai russi ma pensano … boh, chissà cosa pensano -  che ci hanno inseguito, uno si è anche picchiato con un fotografo. Ci urlavano “siete delle spie”, perché collegavano il fatto di essere stati bombardati al fatto che noi, un minuto dopo, eravamo arrivati. Hanno pensato che noi avessimo mandato la posizione per poi fare le fotografie. Come faccio a spiegargli che eravamo lì per caso e che il colpo ci era passato sopra?
Poi, lo stesso che si era picchiato, ci ha aiutato a caricare nel baule della mia macchina un ferito che, a manetta, abbiamo portato a Kramators’k in un ospedale. Solo lì la sorella ci ha detto grazie.

Comprendo però che sono quattro anni che quelle persone vedono giornalisti che li fotografano, che fotografano le loro case distrutte, la loro disperazione e cosa è cambiato? Non so nemmeno io se credo che il mio lavoro possa servire a cambiare qualcosa, a far finire la guerra. Una volta poteva succedere. Penso alla guerra in Vietnam. C’è la foto famosissima di Nick Út, la foto si chiama Napalm Girl, dove si vede una ragazzina che corre tutta bruciata con i soldati dietro. 

Napalm girl (foto dal web)

Dopo che questa foto ha girato su tutti i giornali degli Stati Uniti, la gente ha cominciato a pensare “ma cosa stanno facendo i nostri soldati?”. Ci sono fotografie che hanno effettivamente cambiato la storia. Un altro esempio, proprio in Ucraina, all’inizio della guerra, a Bucha. Le fotografie di una strada lunghissima, piena di carri armati distrutti e le donne torturate, denudate. C’era la foto di una donna con il figlio, tutti e due morti, legati con lo scotch e con in mezzo una granata. Robe da fuori di testa. Queste fotografie sono storia. Sono importantissime. 
Massacro di Bucha (foto dal web)


Dopo la serata a Verderio una persona ha detto che forse non era necessario mostrare i morti. Mi dispiace, non sono contento - come potrei esserlo? – di mostrare queste cose, ma se si parla di guerra, cosa vuoi che ti faccia vedere? C’è anche altro, come s’è visto, in Ucraina, ma l’effetto più diretto della guerra purtroppo rimangono i morti.


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Da noi c’è il tabù della morte, non se ne può parlare, non si deve vedere. Quando eravamo bambini, se moriva un parente lo andavi a vedere. Adesso c’è una sorta di protezione estrema e la morte non è considerata “adatta”. 

Che è un’assurdità perché è l’unica cosa certa della vita, in guerra soprattutto. È incredibile come lì si ironizzi proprio sulla morte. Ho un esempio, terribile da dire, che uno pensa “ma tu sei uno svitato,  un fulminato, fuori di testa”, ma vi posso dire che lì è la normalità sdrammatizzare sui morti. 
Nel posto dove era successo di quella signora che era stata tirata fuori ed erano arrivate la figlia e la nipote, eravamo tornati anche la notte. Il quartiere era stato quasi distrutto e c’erano stati altri morti. Quando siamo arrivati  i pompieri stavano estraendo una persona da una finestra e, un po’ dietro, abbiamo visto due poliziotti che con un sacco bianco camminavano nell’erba e quindi abbiamo pensato che stessero portando via una persona e li abbiamo seguiti. Arriviamo alla macchina dei poliziotti; loro vedono che siamo giornalisti, aprono il sacco per farci fotografare. Il cadavere nel sacco non era riconoscibile, c’era solo un pezzo carbonizzato di spina dorsale, non si capiva niente. Torno dal giornalista ucraino, che di solito gira con me, e quando gli faccio vedere la foto dice “salsiccia, grill”. Come fai ha dire una cosa del genere? Però, capisci che è assurdo, ma è un modo per sdrammatizzare la situazione.  Anche questa è la realtà.

Non sono stufi di guerra?

Oh, non ce la fanno più. Soprattutto in Donbas. I soldati hanno ancora voglia di combattere, ma i civili, anche quelli molto legati alla patria, si chiedono “quando finisce ‘sta roba? Basta, trovate una soluzione, una qualsiasi”. Non credo, personalmente, che il Donbas verrà mai ceduto alla Russia. A meno che se lo prendano con la forza. Non credo però che a questo punto ce la possano fare. Se mai ci dovesse essere una battaglia a  Kramators’k e Slov'jans'k durerebbe dieci anni. Hanno impiegato anni a prendere città grandi un terzo.

Anche i russi saranno provati …

Ma certo, è morta un sacco di gente …

Alla fine, fra le emozioni, ho messo anche l’amore, non so se ne vuoi parlare.

Guarda, c’è stato anche quello, peraltro con Varia, la ragazza diciannovenne di cui parlavamo prima. La prima volta che ci siamo visti è stato al recupero cadaveri, un appuntamento di gala. Diciamo che ci siamo molto legati. Questa storia, però, rientra anche nell’ambito dell’emozione della delusione. La guerra amplifica un po’ tutte le emozioni: la paura, l’amore, l’odio, la felicità, è tutto un po’ amplificato. Ti affezioni alle persone molto in fretta perché capisci che si è tutti nella stessa merda. 

Vuoi vivere le emozioni in modo consistente, perché hai paura, dopo, di non avere più l’occasione?

Esatto è verissimo. Ci piacevamo reciprocamente ma poi la storia è finita perché viviamo due vite completamente diverse: lei è lì, io faccio il giornalista, sono in Italia, non parliamo la stessa lingua. Sì, parlavamo in inglese, ma a livello di comprensione è comunque un problema. Lei vuole una persona con cui può parlare la sua lingua. Quindi poi è finita in niente; siamo ancora amicissimi, perché lei è parte del progetto. 
C’è anche l’amore in guerra, sì ho provato anche quello.  
Ricordo che, forse il giorno dopo che lei mi aveva detto che fra noi non sarebbe potuto funzionare, stavo andando a fare un giro a Slov'jans', verso un laghetto che c’è lì. Era il mese di agosto ed era un po’ meno pericoloso di adesso che il fronte è a soli 15 chilometri. In questo laghetto in estate si può fare il bagno e io l’avevo fatto anche con lei, con i suoni dell’artiglieria e dei droni come sottofondo. Quindi stavo andando lì e mentre scendevo le scale, triste e arrabbiato, ho sentito il ronzio di un drone. Mi sono messo a correre giù dalle scale e mi sono accucciato, proprio come un essere miserabile, in un angolo ad aspettare che questo coso esplodesse. Lì accucciato ho pensato “ma io cosa ci sto a fare in questo posto? Me ne devo andare”. Un momento di super demoralizzazione. È stato tutto un insieme: la delusione di lei, il lavoro che è difficile vendere, la famiglia che ti spinge a tornare, un insieme di cose. Un momento di crollo totale. Capita. È capitato più volte. 

Ma poi t’è passata. Adesso quando torni là?

È un punto di domanda, nel senso che, forse ho un lavoro “commerciale”, che devo fare a Kiev a metà giugno. È un forse, perché mi devono dare ancora conferma, però se così fosse  a metà giugno sono lì e ci starò penso per un po’, perché voglio vedere altri posti, altri fronti, altre zone. Se quel lavoro va in porto sono bei soldi e quindi posso fermarmi tranquillamente per un po’ di tempo. Altrimenti sto pensando ad altri posti che mi interessano, perché non voglio essere il “fotogiornalista dell’Ucraina”. Nulla di sicuro, sto cercando contatti. Mi interesserebbe molto l'Afghanistan, il 15 agosto sono cinque anni che i talebani sono tornati. Vorrei seguire la situazione delle donne che vivono nascoste e continuano a studiare, quelle che rompono le regole. Anche il Libano mi interessa molto, la Cisgiordania. Poi dipende anche dalle opportunità lavorative. Siccome non è una vacanza, ma un lavoro, devi riuscire a sostenerti.

Puoi anche rivolgerti a un’agenzia dire che hai  questo progetto?

In un mondo come quello di quarant'anni fa, dove l’editoria aveva un altro peso, i giornalisti facevano così. La testata che riteneva interessante il tuo progetto ti dava una cifra per stare un mese, un mese e mezzo in Afghanistan, ad esempio. Ora chi ti dà quei soldi? Già buono se fai il lavoro, lo proponi e qualcuno poi te lo compra. Ho un amico caro, Carlo Cozzoli, un fotogiornalista del collettivo Memora, che ha seguito la guerra in Myanmar, poi quella in Ucraina dal 2022 ed è stato in Nigeria recentemente a seguire il gruppo terroristico Boko Haram che uccide i cristiani. Insomma, ha fatto un sacco di esperienze. In Myanmar è andato senza un lavoro commissionato; il volo gli era costato circa mille/milleduecento euro. È andato, ha fatto la storia e poi l’ha proposta. Grazie a Dio è riuscito a venderla a un giornale tedesco, Stern, ed è riuscito a rientrare  bene nel badget.  L’Espresso, la rivista italiana, gli ha offerto 600 euro. Fanno sempre così danno a tutti 600 euro. Magari ne hai spesi 3000 solo per andare ma loro ti danno quello. E in più, magari, ti chiedono l’esclusiva, così non puoi rivenderlo e tu rimani come un ciuccio.

Bel mondo anche quello lì.

Sì, bel mondo di “merda”. È un mondo duro. È il motivo per cui quando sono qui faccio mille altri lavori. Mi capita anche di fare i matrimoni. Domani, dopodomani e domenica sono a Busto Arsizio a fotografare gare di cavalli, ambiente completamente diverso. Sono lì che odio tutti, non voglio vedere nessuno. Non mi piace l’ambiente. I cavalli sono bellissimi, non ho niente contro di loro. Però è un ambiente dove la gente ha ancor più la puzza sotto il naso, è terribile. Un mondo dove devi dimostrare agli altri che hai più soldi. Il cavallo è  la scusa. Lo faccio perché guadagno.

Però tu con i cavalli hai dimestichezza, giusto?

Perché i mie nonni avevano un maneggio?

Sì. Ci vai a cavallo? 

Ho provato da bambino. Sono caduto una volta. Basta. 

Stiamo parlando da tre ore e nove minuti. Grazie.

Grazie a voi. Queste, per tornare al discorso di prima, sono le cose che mi piacciono. Quando c’è gente che si interessa io impazzisco, sono contento.

Sei bravo, racconti bene, dovresti andare in qualche scuola ...

Sono andato, sia al Viganò di Merate che al Banfi di Vimercate. Il fatto è che in tutte due le occasioni erano molto piccoli, prima seconda e terza, mischiati a qualcuno di quarta e quinta. Al Viganò era stato più bello perché c’erano tutte le classi nell’auditorium, circa duecento studenti. Al Banfi erano classi di 15 o 16 persone, la maggior parte di prima e seconda, quindi è stato un po’ così. Sì l’ho fatto, però è un riscontro diverso.

La serata a Verderio è stata molto bella.

Sono stato troppo lungo, lo so, lo dico perché lo so. Il problema è che ho talmente tante cose da dire e poi non avevo fatto una bella scaletta. Cioè, me l’ero fatta ma non l’ho rispettata.
L’Ucraina è nel mio cuore e ci sarà per sempre, è stata l’esperienza che mi ha fatto sbocciare. Torno sicuramente in Ucraina al 110% , però voglio vedere anche altro.

NOTE

(1) Mattia Bidoli in arte Flip, è un prestigiatore professionista, campione del mondo di Street magic nel 2015. Da oltre tredici anni porta la sua magia in giro per ospedali, orfanotrofi, campi profughi, carceri, zone di guerra come inviato di associazioni non governative. 

https://www.macrolibrarsi.it/autori/_mattia-bidoli-mago-flip.php

Le fotografie numerate da 1 a 10 sono state scattate da Tommaso Fumagalli.

Marco Bartesaghi e Giovanna Villa




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