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lunedì 3 novembre 2025

COME BATTEVA IL TAMBURO. PICCOLA CITTÀ NON AVRAI IL MIO SCALPO un libro di Federico Bario

 




Federico Bario, il primo a destra, durante una 
manifestazione a Bologna nel settembre del 1977
Tra il 1976 e il 1977 prese forma e sostanza nel Bel Paese un movimento di giovani che non ha avuto alcun riscontro in altri paesi europei, e che ben poco condivideva con la contestazione studentesca del Sessantotto.
Il Movimento era composto da “autonomie” varie; tra queste spiccavano gli Indiani metropolitani, che contestavano e irridevano la politica dei partiti istituzionali e i gruppi storici della sinistra extra parlamentare, servendosi di modalità e codici di comunicazione semplici e veloci che davano voce ad umori, desideri e aspirazioni fino ad allora snobbati. Poesia, musica, arti visive e teatro entravano a far parte di un linguaggio proprio di una minoranza, e venivano indicati quali bisogni primari, insieme alle questioni sociali che investivano la funzione del lavoro per come era stata vissuta sino ad allora.
Una meteora, il Movimento, che si esaurì nel corso di un tempo brevissimo.
Di quei giorni e di quelle istanze fui parte attiva principalmente in quel di Lecco, piccola città lombarda circondata da montagne che scendono a lago, e dove Alessandro Manzoni ambientò il romanzo storico “I promessi sposi”**.






**Testo in quarta di copertina del nuovo libro di Federico Bario, scrittore e artista lecchese. 
Il libro, che sarà in vendita dopo il 20 novembre, verrà presentato dall'autore

Venerdì 11 dicembre
alle ore 18
al Palazzo delle Paure (Lecco)
 

sabato 29 febbraio 2020

GERMANO E FABRIZIO: DIALOGO INTORNO A UNA VECCHIA FOTOGRAFIA



Anni settanta. Maurizio Besana scatta una foto a un gruppo di amici che frequentava abitualmente il fiume Adda. Cinquant'anni dopo Germano Lisignoli e Fabrizio Oggioni la  guardano e ricordano




venerdì 28 febbraio 2020

IL MONDO IN MUSICA DI DORIANO RIVA di Marco Bartesaghi


Doriano Riva quando ha compiuto  sette anni ha ricevuto in regalo una fisarmonica. 

Doriano suona la fisarmonica in un'osteria
 
Il debutto all'oratorio di Verderio Inferiore
Ce l'ha ancora, la stessa, e non ha mai smesso di suonarla, anche adesso che di anni ne ha settanta. Più in generale, non ha mai smesso di fare musica, anche con altri strumenti, compresa la sua voce.





Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso ha dato vita, insieme ad altri ai primi complessi musicali nati a Verderio, gli "Evasi" poi diventati "Cleptomani".
 
Doriano alla festa dei suoi settant'anni  al circolo Pintupi
In questo video Doriano racconta la sua storia "musicale", che continua oggi con il complesso dei "No limit" con cui ha suonato alla festa dei suoi settant'anni che ha offerto ad amici e conoscenti al circolo Pintupi.

 
IL VIDEO


mercoledì 24 febbraio 2016

WALTER IN GIRO PER L'ITALIA AD ACCOMPAGNARE LA MUSICA di Marco Bartesaghi

Walter Riva, anni settanta








“Maledetto il giorno che ho conosciuto i PHOLAS DACTYLUS”.
 

Walter lo dice ma non lo pensa, perché la collaborazione con il complesso dei Pholas - avvenuta intorno al 1974 - , per i quali si occupava degli strumenti e degli impianti in occasione dei concerti, diede inizio per lui a un periodo di vita piuttosto entusiasmante. Lo si intuisce da come, più di quarant’anni dopo, ne parla.
Per più di due anni infatti ha girato l’Italia in lungo e in largo, al seguito di alcuni dei gruppi musicali più in voga allora e di alcuni artisti celebri ancora oggi.



Walter Riva, nato a Verderio Superiore alla “Chiesa Vecchia”, figlio di Carlo, montatore di ponteggi, e di Maria Spada, oggi ha 62 anni. Ne aveva venti nel ’74 e lavorava a Robbiate da Bosisio, una ditta di ferro battuto, quando Rinaldo Linati, un coetaneo di Trezzo d’Adda, che oggi vive in Ucraina, gli propose di fare il tecnico di palco, per il complesso in cui suonava, i Pholas Dactylus appunto, dove Rinaldo era bassista; Paolo Carelli, di Sulbiate, voce e autore dei testi; Lello, di Vimercate, chitarrista, Valentino, organista.
Batterista era Giampiero Nava, detto Peo, che in seguito ha suonato per due gruppi di Verderio, “Gli Evasi” e “I Cleptomani” (1). Scomparso recentemente, è stato ricordato su questo blog da un amico, Doriano Riva, il 29 novembre 2015.


Immagine scaricata dal Web




I Pholas hanno avuto una vita piuttosto breve ma il loro unico album, intitolato “Il concerto delle menti”, caratteristico per il testo non cantato ma recitato, è considerato uno dei più interessanti momenti del rock progressivo italiano “minore”(2).

Lasciati loro, Walter inizia a collaborare con le “Equipe 84”, grazie a Sandro Fumagalli, di Calusco d’Adda, che delle Equipe è il fonico.


Le Equipe 84. Immagine scaricata dal Web
Fu così che, nella primavera del 1974, per l’interessamento di Walter, le Equipe per una settimana fecero le prove per un concerto nel teatro dell’oratorio di Verderio Superiore. In cambio il parroco, don Giampiero Brazzelli, ottenne in regalo un concerto, che attirò un pubblico numeroso ed entusiasta.

Walter a Genova con le Equipe 84 (foto scattata da uno di loro: bravo musicista , ma come fotografo...)
 
Ingaggiato, con Sandro Fumagalli, da un paio di ditte di noleggio strumenti, la Davoli di Parma prima e la Montarbo poi, Walter lavora per numerosi musicisti. Oltre alle Equipe 84, ricorda i Dik Dik, i Camaleonti, Claudio Rocchi – che accompagna a un paio di serate a “incasso zero”, di quelle che non ti lasciano neanche i soldi della benzina per il ritorno – Marcella.

Mia Martini e Franco Battiato, di quelli che ha conosciuto,  erano i professionisti più seri, che non smettevano le prove se tutto non era in perfetto ordine.

 
Immagine scaricata dal Web


Con Battiato, che allora abitava a Milano, Walter ha lavorato in una tournée in Sicilia, nella quale  il cantante era  accompagnato dal complesso lombardo dei “Perdio”(3). Nella sua terra Battiato era già piuttosto conosciuto e quindi alle serate c’era sempre parecchia gente.


In un'altra occasione le cose non andarono altrettanto bene. Il concerto si doveva svolgere in un teatro vicino a Verona; vi si recarono con la macchina di Battiato – “una NSU Prinz arancione con tetto nero” – su cui caricarono la strumentazione: 2 minimoog (4). Risultato: pubblico meno numeroso degli organizzatori e solito problema dei soldi della benzina per il ritorno.


Come per le Equipe 84, anche nella vita di Battiato, c’è un episodio che riguarda Verderio. Egli infatti, per circa una settimana, fu ospite di Walter, che gli mise a disposizione lo spazio della sua stalla per fare le prove. Chissà se se ne ricorda. Ho provato a chiederglielo, ma non mi ha risposto.


 
Walter in Calabria
Per Walter, che in seguito ha fatto il corriere e oggi è pensionato,  questa esperienza è durata circa due anni e mezzo: “Era una vita frenetica, dove si guadagnavano dei “bei soldi” ma che non dava tregua. Dovevi preparare gli impianti e gli strumenti prima che arrivassero i musicisti, poi seguire le prove, il concerto e, alla fine, smontare caricare e, se l’appuntamento successivo era la sera dopo, magari a qualche centinaio di chilometri di distanza, partire subito, dormire in furgone a turno , arrivare e ricominciare. D’estate ci si fermava solo due o tre giorni al mese per riparare le apparecchiature guaste. A vent’anni, per un po’ di tempo lo puoi fare, ma solo per un po’di tempo.”
 

Poi ti rimangono i bei ricordi.

NOTE
(1)  Questa è la composizione della band secondo i ricordi di Walter e di Fritz, Fabrizio Oggioni. Questo è quanto ho invece trovato su Wikipedia: Paolo Carelli – voce recitante, Valentino Galbusera – tastiere, Maurizio Pancotti – pianoforte, Eleino Colledet – chitarra, Rinaldo Linati – basso, Giampiero Nava – batteria
 

(2)  Lo potete ascoltare su You Tube al seguente indirizzo:
https://www.youtube.com/watch?v=srynIegLvec&list=RDsrynIegLvec#t=18
. Sui Pholas Dactylus e su “Il concerto delle menti”, un articolo di Paolo palma sul sito onda rock: http://www.ondarock.it/italia/pholasdactylus.htm
 

(3) Sui “perdio” ho trovato notizie al seguente indirizzo: http://xoomer.virgilio.it/tbellell/perdio/history.html e un’interessante intervista a un loro componente, Titta Colleoni, a questo indirizzo: https://www.bebeap.it/7870-la-musica-e-una-cosa-seria-intervista-a-titta-colleoni.html
 

(4)    Il minimoog è un sintetizzatore monofonico analogico inventato da Robert Moog. Fu messo in commercio nel 1970 dalla Moog Music, e fu uno dei primi sintetizzatori di prezzo accessibile, leggeri, relativamente semplici da programmare e largamente disponibili sul mercato

 Marco Bartesaghi


 

domenica 29 novembre 2015

PER RICORDARE "PEO", BATTERISTA DE' "I CLEPTOMANI" di Doriano Riva











L’amicizia è un grande valore.
Quando un amico ci lascia come è stato per Peo (Giampiero Nava) succede che questo sentimento ha un valore in più. Per chi come me, questa amicizia l’ha vissuta e condivisa per un buona parte della vita, merita di essere raccontata.
Ci siamo conosciuti a 16 anni quando col gruppo rock di Verderio che si chiamava “ Gli Evasi” ( Gigi batteria, Chiari chitarra, Raffaele basso , Pippo
chitarra, Doriano organo), eravamo a Cornate a suonare, e a Peo è stato chiesto di suonare qualche pezzo con noi.
L’impressione che fece al pubblico fu fulminante,sopratutto a Gigi che vedendo sto tipo biondo capelli lunghi suonare così bene, decise di lasciare
a lui le bacchette e di proseguire facendo parte del gruppo.


Abbiamo cambiato nome “I Cleptomani”. La nostra esperienza musicale è proseguita cambiando elementi ( Massimo e Gigi) ragazzi di Cernusco sul Naviglio. In quegli anni si facevano diversi concorsi per gruppi rock e noi eravamo spesso primi, salvo in due occasioni, a Cornate classificati secondi il pubblico contestò e a Mezzago dove, pur essendo stati eliminati dalla “giuria” il pubblico ci acclamò e la sera finale ci esibimmo con i DikDik.
La nostra esperienza durò fino al 1969.
Negli anni 70 nascevano gruppi sperimentali “rock progressivo”, Peo ne fece parte come batterista con i “Pholas Dactylus” riscuotendo un discreto successo nazionale e incidendo un Lp “Concerto delle menti”.








Negli anni a seguire ognuno ha fatto la sua strada, lavoro e passione x la musica. Con Peo ho avuto sempre un legame in più.
Nel febbraio 2002 ci siamo ritrovati con Gigi e Massimo dopo circa 30 anni a riprendere a suonare per l’amicizia e la passione x la musica. Ogni settimana ci incontravamo a suonare nella sua “sala della musica” e a Novembre dello stesso anno la “Riunion" è stata fatta nel locale che ci ha fatti conoscere al grande pubblico brianzolo al “ Canneto” di Colnago.
In seguito nel gruppo si è aggiunto un nuovo componente Silvano. Abbiamo continuato con numerosi concerti in giro x la brianza, fra questi il centro sportivo di Verderio Sup.


Invitati da Walter per una associazione benefica abbiamo suonato a novembre del 2012 all’Oratorio di Porto d’Adda


L’ultimo concerto programmato doveva essere a Luglio 2014 alla festa degli Alpini di Cornate, ma la malattia ce lo ha portato via.
Quella sera come gruppo abbiamo trovato un valido batterista, Paolo Frigerio, che ci ha permesso come Cleptomani di salutarlo e commemorarlo.







Quando ci ha lasciato con un gruppo di amici e fra questi voglio ringraziare Walter, abbiamo pensato di organizzare una serata di festa e musica con alcuni gruppi dell’epoca per ricordare e ringraziare Peo.


 
Gianpieero Nava, "Peo"

 
Presenti tutti i componenti della storia del gruppo e sopratutto il Chiari, anche lui purtroppo da poco ci ha lasciati.
Era il 22 novembre 2014 all’oratorio di Porto D’Adda.








Doriano Riva







 Per conoscere di più sui complessi di Verderio, "Gli Evasi" e "I Cleptomani", leggi l'articolo "Vennero “Gli Evasi”, e poi "I Cleptomani": i complessi musicali a Verderio". Lo trovi sul blog di Beniamino Colnaghi - Storia e storie di donne e uomini :
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/search?q=cleptomani

 

martedì 30 giugno 2015

19 LUGLIO 1980: LA MORTE IN MONTAGNA DI PINO OGGIONI di Marco Bartesaghi

Il Corno Medale, con la traccia in rosso della via Taveggia




Sabato 19 luglio 1980: Pino Oggioni affronta in solitaria la via Taveggia del Corno Medale, parete del gruppo delle Grigne. La via che ha scelto non è facile, comprende diversi passaggi impegnativi. Un sacerdote dal basso segue con il cannocchiale la sua salita, fino a quando gli sembra che abbia superato le maggiori difficoltà. Ma è proprio a questo punto che Pino precipita e muore. È stato colpito da un sasso? ha avuto un malore? La causa dell’incidente è rimasta sconosciuta.L'allarme viene dato dalla sua ragazza la sera del sabato, il corpo viene ritrovato la mattina seguente. Al fratello Fabio, allora diciannovenne, spetta il gravoso compito del riconoscimento.




Pino aveva 23 anni: era nato il 17 maggio 1957 a Verderio Superiore, in cascina Alba, dove erano nati anche i suoi genitori: il papà Giovanni, per tanti anni titolare di un officina meccanica, ora gestita dal figlio Fabio, e la mamma Luigia Villa.
Frequenta le scuole a Verderio, fino alle superiori, quando sceglie l’istituto tecnico industriale Hensemberger di Monza. In seguito si iscrive all'Università.
Intelligente, consapevole delle sue capacità, Pino mette tutto il suo impegno nelle attività che man mano lo appassionano: lo sport, la politica, la montagna, ma sono solo tre esempi.








Pratica l’atletica leggera, in un primo tempo, secondo i ricordi del fratello, come saltatore in alto, in seguito come mezzofondista. Fa parte della squadra de’ “La Torre”, di Merate e poi della SNIA di Varedo. Notizie sulla sua attività agonistica si trovano in “Verderio Giovane”, giornalino locale degli anni settanta, edito dall’omonima associazione. Si viene così a sapere che al Campionato Regionale di corsa campestre, per atleti di età non superiore ai 15 anni, svoltosi a Malgrate il 4 aprile del 1971, Pino si classifica secondo
Durante le scuole superiori, l’impegno politico prende il sopravvento: partecipa molto attivamente al movimento degli studenti dell’ Hensemberger e ne diventa il leader. All’interno della scuola fa parte del CUB (Comitato Unitario di Base) di Avanguardia Operaia, organizzazione politica di estrema sinistra, nata a Milano nel 1968 e molto attiva per tutti gli anni settanta. Nel territorio di Monza, dove Avanguardia Operaia era ben radicata, Pino è uno degli esponenti più in vista.





In una lettera pubblicata sul “Giornale di Merate” nei giorni della sua morte, i “i compagni e gli amici di Verderio” (così è firmata), fra l’altro scrivono:
 

“Parole come impegno, responsabilità, dovere che tanti hanno cancellato dal vocabolario, Pino le ha invece sempre messe in pratica, perché riteneva che questa fosse l’unica via per chi, come lui, volesse veramente cambiare la realtà nel senso del progresso sociale. Mai può essere messa in dubbio la coerenza, la legittimità della sua scelta operaista, proletaria, fatta soprattutto in virtù di una grande sete di giustizia …”
 

A facilitarlo in questo suo ruolo politico, sembra sia stata la capacità, riconosciuta anche da chi non condivide le sue posizioni, di parlare e, soprattutto di farsi ascoltare.



Così lo ricorda Ferdinando Bosisio, sindaco democristiano di Verderio Superiore, dal 1995 al 1999:
“I ricordi che ho di Pino risalgono a quando eravamo bambini. I nostri genitori erano molto amici e abbiamo fatto insieme anche alcune vacanze al mare.
Poi, abbiamo continuato a frequentarci, fino al momento della sua morte.
Era una persona affascinante, con molti interessi per i quali sapeva spendersi fino in fondo, sia che si trattasse di attività sportive (l'atletica leggera, il motocross e, infine, l'alpinismo) che di politica, la vera grande passione, credo, della sua vita.
Ai tempi delle scuole superiori io ero in seminario a Torino, lui era iscritto all'Hensemberger di Monza. Ci si vedeva solo quando tornavo per le vacanze di Natale e Pasqua e poi per quelle estive. Allora militava in Avanguardia Operaia ed era su posizioni molto radicali di critica della società, della chiesa, della politica.
Quando sono uscito dal seminario e frequentavo l'Università, facevamo spesso il viaggio insieme da Milano e tornavamo  a piedi dalla stazione di Paderno d'Adda.
Mi sembra che in questo periodo, pur mantenendosi fedele a una visione marxista rivoluzionaria, avesse assunto un atteggiamento più razionale e “politico”. Infine, negli ultimi due anni, seppur sempre impegnato politicamente, lo ricordo molto attento alla natura, all'ambiente, alla montagna.
Con lui ricordo  lunghissime discussioni, in cui sapeva dimostrare tutta la sua intelligenza, di cui era molto consapevole, e la sua capacità di essere ironico e qualche volta anche sarcastico.
Era una persona affascinante e un leader naturale. Rispetto a noi giovani del paese era quello che per primo si era reso indipendente dalla famiglia ed aveva frequentato ambienti per noi lontanissimi.
Dopo la sua morte ricordo di aver provato un forte  senso di vuoto: mi sembrava impossibile arrivare in stazione senza vederlo apparire e potergli parlare” 


Sul finire degli anni settanta, senza per questo abbandonare la politica, si avvicina alla montagna, nell’ambito di una rinnovata attenzione verso la natura e l’ambiente.
 

È forse in questo periodo che scrive il brano che la famiglia distribuirà, insieme  ad una fotografia, ad amici e parenti:
 

“Quanta felicità ho vissuto, quante cose mi ha dato la mia breve vita, la natura che tanto ho amato e che tanto amo, l'immenso contatto che ho avuto con gli altri, con tutti coloro che ho conosciuto …
Molte cose ho imparato dal rapporto con le masse , moltissime altre le ho avute dal rapporto con alcune persone, con alcuni compagni ...”

 


Non affronta l’alpinismo da sprovveduto, non si tira indietro di fronte alle crescenti difficoltà e si pone obiettivi piuttosto ambiziosi. Qualcuno giudicò un azzardo l’aver scelto di salire, da solo, quella particolare via del Medale: forse, in parte, lo fu, ma una certa dose di azzardo è insita nell’alpinismo e quanta ce ne sia stata nella scelta di Pino è difficile giudicare.

I suoi funerali si svolsero nella chiesa di San Giuseppe e Floriano. Celebrò la funzione il parroco, don Giampiero Brazzelli, che, racconta Nando Bosisio, seppur da lontano, mai aveva cessato di interessarsi di lui e delle sue scelte. Il sacerdote, pur considerando negativo il “massimalismo” di Pino e non tacendo la lontananza delle  reciproche posizioni, lo descrisse come ragazzo buono e generoso.
 

La chiesa era gremita, ma molti attesero la bara sul sagrato. Al cimitero, dopo la sepoltura, i suoi “compagni” lo salutarono intonando l’ “Internazionale”.

Marco Bartesaghi

Per scrivere di Pino, che io non ho conosciuto, ho parlato con il fratello Fabio, con l'amico e confidente Flavio Crippa, insegnante all'Hensemberger, con Ferdinando Bosisio e Marina Ravot, una ragazza con la quale Pino aveva condiviso una parte della sua vita. Ho poi consultato i giornali locali pubblicati nei giorni della sua morte: il "Giornale di Lecco", dove nell'editoriale il direttore Marco Calvetti esprime perplessità sulla scelta di Pino di affrontare da solo quella via, il "Corriere di Lecco",  "Il Resegone", la "Provincia di Lecco", il "Giornale di Merate".
Ho ricavato l'impressione che sulla sua breve  vita ci sia molto da raccontare. Questo articolo perciò non può che essere considerato un primo ricordo, semplice e modesto, in occasione del trentacinquesimo anniversario della sua morte.















lunedì 22 dicembre 2014

1977: DA VERDERIO ALL'INDIA. IL VIAGGIO DI "PEPPINO" PONZONI E GERMANO LISIGNOLI di Marco Bartesaghi

L’India è stata  meta, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, di migliaia di occidentali, alla ricerca di stimoli e significati per la propria vita, che ritenevano di non poter più ricevere nelle società capitaliste e consumiste in cui erano nati e vissuti e che, magari, in precedenza si erano illusi di poterle cambiare radicalmente con l’azione di movimenti politici poi ripiegatisi su se stessi.
 

A qualcuno, che aveva intrapreso il viaggio per scopi più prosaici, poteva capitare lo stesso di trovare il “maestro” in grado di dare una svolta alla sua vita. È successo a Peppino, Giuseppe Ponzoni, che per motivi “romantici”, nel novembre del 1977, è partito da Verderio con Germano Lisignoli, e, una volta arrivato in India …
 

 
"Peppino" con Fabrizio Oggioni (Fritz)


Ma è meglio sentirlo narrare da lui.
 

Questo racconto sarebbe dovuto essere un’intervista “a tre”, con  Peppino e Germano a rispondere e io a fare domande. Non è stato possibile trovarci, perché il primo non abita più a Verderio e quindi ho sentito lui con Skype e, in seguito, Germano di persona.
Il racconto di Peppino scorre così bene, che le domande che mi ero preparato mi sono rimaste in tasca e solo saltuariamente l’ho interrotto per qualche chiarimento.
Sentiamolo:


Peppino (P) - Io non avevo mai pensato di andare in India. Ne avevo sentito parlare, sapevo di ragazzi, di giovani che ci andavano, ma non era nelle mie mete.
In quel periodo vivevo, già da due o tre anni, in Sicilia dove, con degli amici, avevo acquistato una casa e un po’ di  terra e messo in piedi una “comune".
Improvvisamente però la situazione era cambiata: la ragazza con la quale stavo, che mi aveva semi-lasciato, per non dire lasciato, era partita per l'India, dove c’era già suo fratello.
Siccome non avevo ancora abbandonato le speranze di tornare con lei, decisi di partire anch'io e di cercare di ricucire il  rapporto.
A Verderio, anche dopo la partenza per la Sicilia,  avevo mantenuto i contatti con una “compagnia”, con la quale si andava a ballare, si scendeva all’Adda, si facevano altre cose. Un gruppo abbastanza unito, che comprendeva anche Germano.
Quando io tornai  dalla Sicilia dicendo: “Vado in India” Germano disse: “Vengo anch'io”.

Marco (M) - È stato l'unico ad offrirsi?

P - Sì, è stato l'unico che ha osato, diciamo così …

 
La "compagnia di Verderio" all'Adda. Peppino è quello in prima fila con occhiali e fascia (foto Maurizio Besana)



M - Quanti anni avevate?
P - Lui non lo so, penso sia della mia età o più giovane di qualche anno … Era il '77, io sono del '52, quindi avevo 25 anni [anche Germano è del 1952 N. d. R.] .

M – Parliamo un attimo della “comune”. Cosa facevate?

P - Coltivavamo la terra, ma in realtà non ne avevamo a sufficienza per vivere. Oltre a quello, perciò, facevo il forestale (i famigerati forestali del sud, ma io mi impegnavo): ero assunto a chiamata, su un anno lavoravo tre o quattro mesi. Nella zona in cui vivevo c'erano tanti boschi, contrariamente a quello che si pensa della Sicilia, per cui eravamo in giro a fare manutenzione, a fare tagliafuochi, pulire, eccetera. Vicino alla nostra casa c'era un amico, che aveva acquistato un'altra proprietà, che lavorava la pelle : ci aveva insegnato a lavorarla, per cui, nei periodi morti, facevamo dell'artigianato che poi andavamo a vendere a Palermo .

M - In che paese abitavate?
P - A Piazza Armerina, dove c'è la “Villa del Casale”, sei stato?

M - Sì.

P - All'epoca era proprio un paese tipico siciliano molto particolare, isolato. Ci sono stato un paio di anni fa, è completamente trasformato, mi ha un po' deluso: va bé … 

M - Nostalgia …

P - Sì, difatti. Io allora facevo quello: facevo l'hippy.

M -E Germano?

P - Forse lavorava già all'ospedale, sinceramente non mi ricordo, non te lo so dire …

Insomma abbiamo raccolto armi e bagagli e siamo partiti.
In India, allora, si andava via terra, era il periodo del “magic bus”. Siamo partiti da Verderio e siamo arrivati a Brindisi in autostop, dove abbiamo preso il traghetto fino a a Igoumenitsa, in Grecia. Da qui, in autobus, siamo arrivati ad Atene, la prima vera tappa. Il viaggio via terra era un viaggio a tappe, un po' come le carovane, solo che al posto di fermarti nelle oasi ti fermavi nelle città di interscambio.

M – Avevate qualche compagno di viaggio?

P - Abbiamo trovato qualcuno ad Atene. Fin dall'inizio abbiamo scoperto - e strada facendo, è diventato una costante - che c'era un flusso molto grande di persone che viaggiava. Negli alberghi o nei ristoranti trovavi ragazzi occidentali -  alcuni italiani, tanti stranieri - con i quali t’intendevi parlando l'inglese ma con cui riuscivi a farti capire anche aldilà delle parole. Si faceva amicizia, ci si scambiava notizie sugli itinerari di viaggio, le cose pratiche: che autobus prendere, quale treno, eccetera 

M - Erano tutti diretti in India?

P - Sì, sì ...in quel periodo sì. Poi, nel corso del viaggio alcuni decidevano di fermarsi prima,  oppure qualcuno si fermava in Turchia, o in Afghanistan, per un mese.
In Iran in quel tempo c'era lo Scià e quindi non era proprio il caso di fermarsi perché ti blindavano. Era un periodo molto trasgressivo e la polizia dello Scià era molto rigida verso le persone dirette in India

M - Non è che dopo siano migliorati tanto ...

P - Sì, però erano pesanti, molto pesanti ...

M - Ad Atene quanto vi siete fermati?

P - Due o tre giorni. Da lì bisognava andare ad Istanbul in treno, e non è che ci fossero i trasporti giornalieri o ad orari molto precisi, era tutto molto orientale. Alla frontiera Greco turca succedeva come nei film di guerra: staccavano i vagoni e ti lasciavano lì, in una terra di nessuno, di notte al freddo al buio, per delle ore, senza sapere cosa succedesse. Alla mattina, quando gli girava arrivavano i gendarmi e le guardie di frontiera, e cominciavano le perquisizioni in cerca di droga, di armi di tutto. Poi si ripartiva. Era il  primo battesimo di frontiera.

Istanbul, era una città bellissima – lo è ancora oggi, ma nel ‘77 lo era di più -  e cominciavamo a sentire l’oriente, a respirarne l’aria .Ci siamo fermati qualche giorno in più del solito.
Alloggiavamo in alberghetti, ostelli. Eravamo abbastanza economici nel viaggio, non scialavamo. Non dormivamo in strada con il sacco a pelo, però non andavamo nei cinque stelle, per capirci.

A Istanbul dovevamo fare il visto per l’Iran. Ogni paese lo richiedeva. Quando arrivavi in un paese, dovevi cercare l’ambasciata o il consolato di quello successivo e richiedere visto, e poi aspettare il che ti arrivasse. Nel frattempo organizzavi la tappa successiva.
A Istanbul avevamo scoperto che per andare a Teheran, in Iran, c’era un treno alla settimana. Mi sarebbe piaciuto tantissimo prenderlo, perché a un certo punto lo staccavano e lo mettevano su un traghetto, tipo Villa San Giovanni- Messina, e per quasi un giorno si navigava su un lago immenso. Purtroppo l'avevamo perso: partiva il mercoledì, me lo ricordo ancora, e le nostre pratiche erano state pronte solo il giovedì.
Abbiamo dovuto prendere un autobus , e che autobus!
Dopo un giorno, un giorno e mezzo o due, non mi ricordo, siamo arrivati a Erzurum, ai piedi del monte Ararat, il luogo  dove sarebbe approdata l’Arca di Noè. Un freddo barbino – cazzo - faceva un freddo …. Tra l’altro lì nelle bettole, negli alberghi e nei ristoranti del posto c’era tutta un’aria strana, un buio, tutti i narghilè; era inverno, saremo stati a novembre. La cosa buffa di questi alberghi è che, se volevi scaldarti, dovevi comprarti la legna, come extra, e accendere la stufa che avevi in camera, insomma ti dovevi dare da fare.
Cominciavamo a scoprire anche i cibi. Ad esempio il “ciapà”, delle specie di piadine, un pane arabo, che trovi dappertutto, dalla Turchia in poi. Cambia nome ma è sempre quello: acqua e farina e poi lo mettono in forno, ognuno il suo tipo di forno.


 
Peppino, il terzo da destra, quando lavorava come tecnico per il complesso Equipe 84

 

M – Riuscivate a entrare in relazione con la gente dei luoghi dove arrivavate?
P – Dipende. Sul percorso trovavi personaggi che avevano a che fare con gli occidentali e con loro si riusciva a parlare, a dialogare. Però non era il popolo locale, erano … i ruffiani, passami il termine, quelli che vivevano sul turismo e quindi  … non c’era questo grande incontro. Percepivi i costumi, la cultura, i modi di fare, ma era tutto mediato dal denaro, capisci?
Quando andavi in giro vedevi le persone del popolo ma non parlavi, non dialogavi.  Andavi dal fruttivendolo compravi la frutta, a gesti capivi, cercavi di entrare in sintonia per quel poco che potevi.
Da Erzurum, con un  altro autobus siamo arrivati alla frontiera con l'Iran, e poi, di notte, a Teheran, una città caotica molto occidentalizzata, perché lo Scià era partner degli Stati Uniti e quindi spingeva molto sull'occidentalizzazione della nazione. Si percepiva un'aria meno morbida, più spigolosa, un po' più mirata al dollaro, non so come dire, c'era un'altra atmosfera rispetto alle città precedenti. E poi la polizia dello Scià vedeva di malocchio questo flusso di persone come noi.

M - Avete avuto qualche brutta esperienza?
P - No, non abbiamo avuto alcuna brutta esperienza, però percepivi di non essere il benvenuto. Quando avevi a che fare con la polizia (ad esempio per il visto) eri trattato malissimo. Non ti sentivi accolto. Per questa atmosfera, che non ci piaceva, e per l'albergo molto brutto, ci siamo fermati solo un paio di giorni.
Siamo partiti in treno. Erano organizzatissimi:ti davano il biglietto, il posto. Un po', come la Freccia Rossa adesso, per capirci. Erano all'avanguardia.
Siamo arrivati a nord dell'Iran, a Mashad, che è una città santa per l'Islamismo, non come La Mecca, però è anch'essa molto importante. C'erano degli Ayatollah, delle scuole coraniche. Anche lì ci siamo fermati poco, abbiamo fatto il visto per l'Afghanistan e siamo partiti.
Alla frontiera, prima di uscire dall'Iran, ti facevano passare per un percorso obbligato, dei corridoi come nei supermarket, dove, in alcune vetrine, erano esposti tutti i nascondigli possibili e immaginabili  usati per nascondere hascisc.


M - A sì? Te li facevano vedere per farti capire che non c'era scampo?
P - Sì, esatto. Della serie: “Sappiamo tutto!”. C’era il tubetto del dentifricio vuoto, il sapone tagliato, scavato e riempito, i libri con la copertina in pelle, i tacchi delle scarpe, i doppifondi delle valigie. Di tutto, veramente.



 
Peppino a sinistra in una foto scattata da Maurizio Besana



M - E se ne inventavi  uno nuovo ti davano un premio?
P – Eh eh, forse … Finito il  percorso uscivi e c'era la terra di nessuno, quasi un chilometro di deserto che dovevi percorrere a piedi, con i tuoi bagagli, fino ad arrivare in Afghanistan.
Percorrendo l’ultimo metro di questo chilometro, mi era  sembrato di passare una barriera invisibile, che però c'era ed era molto percepibile, e la mia sensazione, quasi a pelle, era stata: “Questo è il confine fra occidente e oriente”. 


M - Quindi l'Iran era ancora occidente?
P - Per la mia percezione sì. L'Iran, come anche la Turchia, la Grecia, erano già paesi orientali, però il vero confine, per me, è stato lì: il passaggio in Afghanistan.


M - Il mondo diverso cominciava lì ..
P - Sì, un altro mondo iniziava da lì. Che poi è stata la mia esperienza perché lì, per me, era iniziato veramente un altro mondo.
A questo posto di frontiera abbiamo pasteggiato fumacchiato, bevuto, insomma, ci siamo riposati. Poi abbiamo preso un pulmino, tipo i Ducato grandi, quelli che trasportano i passeggeri, da una quindicina di posti. Solo che quello era pieno all'inverosimile, c'erano  tutti gli afgani sul tetto. Saremo stati cinquanta persone.


M - Su un furgone da quindici?
P - Da venti, esagera


M - Più i bagagli?
P - Più i bagagli. Dovevamo arrivare a Herat, dove c'era, o c'è, il contingente italiano, 170 chilometri di strada dritta nel deserto.
Su questa strada dritta ho avuto un incidente molto grave.
Un camion che ci stava superando, rientrando dal sorpasso - dato che il nostro autista, non so perché, non ha rallentato per facilitarlo - ci ha buttato fuori strada. C'era un sorta di scarpatina, perché la strada era rialzata, e l'autobus si è rotolato su se stesso e io mi sono trovato praticamente tutti i pesi addosso … non so cosa mi sia successo. So che mi sono venuti tutti addosso. Per di più  ero vicino al finestrino: nel rotolare ho picchiato la testa contro il vetro, ho perso conoscenza e mi sono svegliato un tot di tempo dopo in un bagno di sangue. Fortunatamente non mi sono rotto la testa però ero quasi “scalpato”.


M - Quando ti sei svegliato eravate ancora sul posto dell'incidente?
P - Sì, mi sono svegliato lì e la fortuna è stata che Germano fosse con me…

M - Lui non si era fatto niente?
P - Mi ero fatto male solo io e un afgano, che era sul tetto e si era rotto il bacino. Comunque mi sono svegliato, con un male della miseria. È stata un'esperienza molto forte perché, in quel frangente, ho vissuto la morte. Sai quando leggi di gente che muore che vede, che sente, che bla, bla, bla.  A modo mio ho vissuto un'esperienza del genere poi però sono tornato indietro. 


M - Quanto tempo sei rimasto incosciente?
P - Penso per tanto tempo, però non lo so.
Dopo è arrivato un altro autobus; l'hanno obbligato a fermarsi, mi hanno caricato e dopo più di un'ora siamo arrivati all'ospedale di Herat. Mi hanno dato la morfina, mi hanno cucito e mi hanno tenuto lì per un po' di giorni. Germano veniva a trovarmi, mi aiutava, comprava le medicine, perché lì non è che ti ricoverano, come in Italia, e poi sei coperto. Eri in balia di te stesso.
Sono stato ricoverato per una settimana o due, non ricordo di preciso. Però il desiderio di tornare a casa non mi è mai venuto, ero deciso a proseguire. Era stato un incidente grave però mi dicevo: “No, no, non torno. Vado avanti ancora un po' e poi decido”. Non perché pensassi ancora alla mia fidanzata, o ex fidanzata: ci pensavo ancora, ma la decisione di continuare il viaggio era legata a quello che avevo vissuto durante l'incidente: questo mi aveva dato delle dimensioni, delle comprensioni che mi avevano colpito e che mi inducevano ad andare avanti. Quindi ho continuato, Germano mi ha aiutato e siamo arrivati  a Kabul.


M - Quindi l'obiettivo della fidanzata da riconquistare rimaneva, ma era subentrato  qualcos'altro?
P - Sì, dopo l'incidente,senza un motivo logico, avvertivo l'esigenza, l'impulso di continuare. Non era logico, perché la logica suggeriva: “Tornatene a casa e ringrazia che sei ancora vivo”.

M – La tua famiglia sapeva dell'incidente?
P – No. Anche perché all'epoca c'erano pochi telefoni (ovviamente non c'erano i cellulari). Ogni tanto, in albergo, ne trovavi uno che funzionava e allora telefonavi. Ma era complicato perché non si prendeva la linea facilmente, bisognava passare dall'operatore e costava una fucilata.
Allora mandavi notizie a casa scrivendo di tanto in tanto. E potevi anche riceverne utilizzando le caselle postali, il fermo posta. Quando arrivavi nelle città, andavi con il passaporto alla posta centrale e chiedevi: “C'è posta per me?” Loro controllavano e ti davano quello che ti era arrivato. Era il modo per comunicare, all'antica …

M - Siamo arrivati in Afghanistan, tre settimane di sosta forzata …e poi? Quando sei ripartito eri  guarito?
P - Stavo meglio, però a Herat mi avevano solo cucito.
A Kabul, sono andato all'ospedale militare americano, l'unico esistente, dove mi hanno tolto una sacca di sangue che si era formata tra il cranio e lo scalpo: mi sembrava di avere una boule dell'acqua calda in testa, che faceva blub, blub  … blub, blub. Mi hanno dato anche gli antibiotici che non c'erano a Herat.
Però non avevano la macchina dei raggi X, per cui sono dovuto arrivare in Pakistan, a Peshawar, per fare la prima radiografia e avere la conferma che non c'erano fratture. Avevo anche perso gli occhiali, che ho dovuto rifare. A Delhi mi hanno tolto i punti, dopo circa un mese dall'incidente.
Dopo Kabul, siamo passanti in Pakistan, prima a Peshawar e poi a Lahore, all’altra estremità del paese. Lì abbiamo fatto il visto e finalmente siamo arrivati in India, in Punjab, ad Amritsar, dove c’è il tempio d’oro dei Sikh. Ci siamo fermati un paio di giorni e poi siamo andati a Delhi.
Abbiamo lasciato il bagaglio all’ambasciata. Erano gentili, all’epoca. Praticamente facevano un po’ da deposito dei bagagli per gli italiani che erano in giro. Viaggiavi con un sacco di roba, perché lungo il tragitto faceva molto freddo. Quando arrivavi, per non buttarla via, la lasciavi all’ambasciata e la riprendevi quando ritornavi in Italia.
A Delhi io e Germano ci siamo divisi: mi pare che lui sia andato a Varanasi (Banares), nord est dell’India. Io invece avevo trovato una lettera di Allison, la mia morosa, che era in Sri Lanka, che allora si chiamava Ceylon.
Ci siamo separati, perché ci andava bene così, non per rancore o chissà che cosa.


M - Ognuno aveva una sua strada da fare …
P - Sì, Germano aveva in mente delle cose, io delle altre, ci andava bene così. Ci siamo rivisti a Verderio.
Da Delhi sono andato prima a Bombay e poi a Goa, dove sono arrivato per le feste di Natale e del primo dell'anno, circa due mesi dopo la partenza da Verderio.
A Goa era il periodo Hippy e c’erano party su party, per le feste di Natale, per il primo dell’anno, ... bastava trovare una festa come scusa per fare un party.
Da lì, con altre tappe, passando per un posto che si chiama Appi, a sud est di Goa, ho raggiunto il fratello della mia fidanzata a Pondicherry, che era stata una colonia francese – come Goa era stata una colonia portoghese – e che si trova a sud di Madras



 
Peppino con il papà, dopo il ritorno dall'India


 

M - Tutti posti che fanno parte dell’India?
P - Sì, che fanno  parte dell’India, ma dove si respira “un’aria” particolare. Come in Italia, se vai in Alto Adige non respiri l’aria italiana, a Goa si respira ancora l’aria portoghese, anche se ci sono gli indiani ed è India. Lo stesso a Pondicherry, che è India ma si respira  l’aria della Francia: i poliziotti con le divise alla francese, le case fatte in un certo modo, i cibi, eccetera … E lì abitava il fratello di Allison, George, che frequentava l’asrham di Aurobindo

M - Cos' è di preciso un’asrham?
P - È un luogo dove si presume che ci sia una persona che abbia degli insegnamenti da darti, un maestro, un guru. La cosa che più gli si avvicina, qui in occidente, è il convento, o il monastero. Ma in un monastero l’abate, per quanto ne so io, fa sì un po’ da padre spirituale, ma, più che altro, mantiene la disciplina, fa rispettare la regola.
In un asrham invece lo scopo non è tanto di vivere lì e concedersi il tempo per riflettere e contemplare, ma è quello seguire gli insegnamenti  di un maestro vero e proprio che ti istruisce e ti dà le indicazioni per la tua vita.

M – Chiunque poteva accedere a questi asrham?
P - Ad alcuni sì, ad altri no. In questo sì. Anche perché Aurobindo, il maestro, aveva avuto come prima discepola una francese ed aveva quindi un’apertura maggiore verso gli occidentali.
A Pondicherry sono stato ospite di George, che aveva una casa, e ho frequentato anch'io l'asrham. Poi è arrivata da Ceylon una lettera di Allison, che diceva di aver preso l’epatite. L'abbiamo raggiunta per curarla e, quando è migliorata, siamo tornati tutti e tre a Pondicherry.
La loro madre  voleva che la figlia tornasse in Italia e aveva mandato due biglietti aerei Madras – Bombay. George non voleva tornare a casa e quindi, fino a Bombay, l'ho accompagnata io ed è tornata in Italia.
Eravamo a marzo ed avevo finito i soldi.

M - Quanti ne avevi alla partenza?
P - Ero partito con 360 dollari. Non erano tanti neanche allora. Un dollaro valeva forse 600 e qualcosa lire.

M - Comunque eri rimasto senza.
P – Sì, però non ti ho detto che prima di partire avevo incontrato un amico della compagnia, un amico anche di Germano, che era stato in India ed era stato a Pune.

M - Uno di Verderio?
P - Di Trezzo. Giorgio, che chiamavamo “Underground”, perché parlava sempre di underground, perché quello era il momento dell’underground: Carlo Silvestro, Angelo Quattrocchi, Allen Ginsberg, Jerry Rubin, quella tendenza lì. E lui ci aveva detto sono stato in India, un posto bellissimo, un maestro, un asrham qua, là, su e giù. Io ero un po’ restio: da un lato mi attirava dall’altro avevo fatto degli incontri con dei discepoli occidentali di questo maestro e mi avevano un po’ irritato, per cui ero prevenuto.
Però, avevo finito i soldi e “Underground”, in una lettera, mi diceva  di essere a Goa e che se fossi passato me li avrebbe prestato lui. Così vado a Goa, lo incontro, e mi dice: “Sì, i soldi ce li ho, ma a Pune”.
Va bene, andiamo a Pune. Qui incontro tanti amici che avevo in Italia, che non sapevo fossero lì. Gente che avevo conosciuto in Sicilia, e in altre parti. Una sorpresa. per me.
Dopo qualche giorno ho conosciuto il maestro che guidava questo asrham. All’epoca si chiamava Bhagwan Shree Rajneesh. In Italia i suoi seguaci erano noti come la setta degli arancioni. Sono rimasto affascinato e sono diventato un arancione.

M – Quando sei tornato in Italia?
P – Mi sono fermato a Pune per  un mese, un mese e mezzo. Verso maggio, sempre via terra, facendo il viaggio all’incontrario, sono ritornato in Italia. Questa volta però, in Grecia non ho preso il traghetto: ho fatto l’autostop, sono passato da Tarvisio. Faceva un freddo becco, mamma mia, io ero vestito leggerissimo da India. A casa i miei mi hanno accolto  a braccia aperte ed è finito il primo viaggio in India.


M – Come sono stati i tuoi rapporti successivi con questo paese?
P - Di amore e di odio. Odio perché è un paese che non ha mezze misure, o lo ami o lo odi. A momenti era odioso, a momenti amorevole.
Sono stato molto attratto da questo posto, aldilà dall’essere un discepolo di un maestro, tanto da aver trasferito il mio luogo di vita dall’Italia all’India. Stavo in India sei, sette mesi poi tornavo in Italia, lavoravo due o tre mesi e poi tornavo là.

M - Per quanti anni?
P - È andata avanti così almeno fino al novanta, novantacinque. In varie modalità, non  sempre nello stesso modo e per lassi di tempo a volte più lunghi, a volte più corti. Però c’è sempre stato un filo diretto.

M – Parlami degli insegnamenti del tuo maestro.
P – No, adesso finiamola qui. Sono piuttosto stanco. Facciamo un'altra puntata.

M – D'accordo. Ma la fidanzata che fine ha fatto? È rimasta ex?
P - Sì’, dopo che ci siamo visti a Ceylon era chiaro che non … anch’io ero … non rassegnato  ma dicevo va bé, senti … anche perché erano quattro mesi che giravo l’India, ne avevo fatte di esperienze, mi erano successe tante di quelle cose ...  t’é capì?

1977. IL PRIMO VIAGGIO IN INDIA DI GERMANO LISIGNOLI di Marco Bartesaghi

Chi ha letto l'articolo precedente ha lasciato Germano Lisignoli a Delhi, dove, partito da Verderio,  era arrivato via terra, con il suo compagno di viaggio "Peppino" Ponzoni. A Delhi i due si erano  separati e Germano .... 


Germano Lisignoli oggi



Comincio la chiacchierata con Germano Lisignoli, chiedendogli se si ritrova nel racconto che del loro viaggio in India, nel 1977, mi ha fatto Peppino (Giuseppe Ponzoni).
“Sì, - mi risponde - in generale” Pensa però che il suo compagno di viaggio non abbia un ricordo reale di quello che successe dopo l'incidente in cui rimasero coinvolti entrando in Afghanistan, che per Peppino ebbe gravi conseguenze.

Questi, infatti, mi aveva detto che, dopo l'incidente, si erano fermati a Herat, in Afghanistan, per una quindicina di giorni. Germano ricorda invece un periodo molto più breve.
Quando gli chiedo se le condizioni di Peppino fossero molto gravi, mi dice che il giorno dopo l'incidente, quando andò a trovarlo, aveva un testone "così" – e con le due braccia forma un uovo intorno alla propria testa -, con un'enorme bolla di sangue ed era tutto blu.
In quell'ospedale, dove gli avevano fatto le prime cure, si fermarono però non più di due o tre giorni. Poi lui decise di caricare il compagno ferito  su un pullman e portarlo a Kandahar, la seconda città del paese, e solo in seguito all'ospedale militare americano di Kabul.





Germano Lisignoli ... ieri

A Kabul, in una stanza d'albergo, svegliandosi una mattina (alla sera erano soli) sentirono parlare italiano. Erano tre ragazzi e una ragazza brianzoli. Con loro proseguirono il viaggio fino a Peshawar, in Pakistan, con un pulmino Westfalia, e poi fino a Delhi, ma con i mezzi pubblici, poiché in India non si poteva entrare con un proprio automezzo.

A questo punto devo chiedere a Germano come mai, quando Peppino sale a Verderio dalla Sicilia e dice agli amici: “Vado in India a seguire la mia morosa”, lui si fa avanti e dice: “Vengo anch'io”.
Mi risponde che da tempo aveva in mente di andare in India; due amici di Mezzago, prima uno poi l'altro, erano già partiti. Avendo un lavoro da tipografo, non li aveva potuti seguire. Ma quando la decisione è più matura, decide di licenziarsi, e aspettare l'occasione opportuna. Peppino gliela fornisce. 

Il viaggio con Peppino dura fino a Dheli. Qui i due amici decidono di seguire ognuno una propria strada ideale, che qualche volta, però, passa per gli stessi luoghi. Non si vedranno più fino al ritorno a Verderio.




Questo e i seguenti disegni sono stati eseguiti da Germano durante il viaggio in India e tinteggiati dopo il ritorno in Italia

Germano prosegue il viaggio con il gruppo di italiani e raggiunge Goa, dove si ferma per tre settimane.

Goa era la metà dei freak provenienti da tutto il mondo e i party, di cui parla anche Peppino, erano  feste, che si facevano una volta al mese, nelle notti di luna piena, durante le quali un gruppo musicale occidentale suonava: “Goa era una zona dell'India piuttosto libera. Arrivavi, affittavi una casa sul mare e poi stavi lì quanto volevi. Si fumava, si beveva, si faceva quello che si voleva”.

 




Da Goa torna a Delhi e poi va, per una decina di giorni, in Rajasthan.
In seguito si sposta a nord di Delhi dove conosce dei Sadu, persone definibili come monaci, appartenenti a varie scuole, a varie sette. Molti di loro vivono nelle foreste, in posti isolati, qualcuno da eremita; altri invece vivono in asrham. Germano ne incontra diversi, si avvicina a loro, ma capisce che quella non è la storia che sta cercando.




Tornato a Dheli, trova un ragazzo di Torino, che gli dice di aver incontrato il suo amico di Mezzago a Benares. Vorrebbe raggiungerlo ma … ahimè, sono finiti i soldi, la liquidazione di 500 mila lire che aveva preso licenziandosi.
Deve tornare a casa. All'ambasciata di Delhi gli pagano il viaggio in treno fino in Pakistan. In questo modo, con il biglietto pagato da un paese all'altro, da ambasciata a ambasciata, insieme a un ragazzo di Verona, ritorna a casa. Il percorso non può però essere lo stesso dell'andata: dall'Afghanistan non si può più passare, perché  è scoppiata la guerra con l'Unione Sovietica. Dal Pakistan, in treno, con un itinerario più a sud, devono entrare direttamente in Iran.


 

Fine del primo viaggio.
Non ho ben capito ancora cosa l'avesse spinto verso l'India. Gli chiedo di raccontarmelo.
Mi parla di un opuscolo, capitatogli fra le mani qualche tempo prima della partenza, in cui si parlava di un guru. Germano, che non sapeva niente di queste cose, di India, di induismo e via dicendo, rimane colpito da quanto legge e vuole approfondire (con l'argilla, lui che si diletta di pittura e scultura, modella anche una statuetta di una divinità riprodotta nel fascicolo).




Nel primo viaggio, ha trovato lo spirito che andava cercando, ma non un maestro a cui affidarsi. Pensa però di aver chiuso definitivamente con questa esperienza.
Invece, dopo quattro anni, riparte (in aereo) e questa volta con un obiettivo preciso.
Ma qui comincia un'altra storia che spero Germano voglia raccontarci in un'altra puntata.




Marco Bartesaghi



giovedì 20 giugno 2013

ROCK A VERDERIO: "LA NUOVA ESPERIENZA". INTERVISTA A FABIO OGGIONI di Marco Bartesaghi

Fabio oggi  (Foto Denise Motta)


Pochi a Verderio non sanno chi sia Fabio Oggioni, classe '61, meccanico ("sempre quel lavoro, purtroppo"). Molti conoscono anche la sua voce, che non risparmia se deve esprimere le sue passioni, soprattutto quelle politiche. Qualcuno in meno sa, però, che questa voce gli è servita, insieme alla chitarra, per fare "rock"negli anni settanta/ottanta dello scorso secolo con un complesso, "La Nuova Esperienza", nato per iniziativa sua e di "Pancho", amico di un paio d'anni più vecchio, vicino di casa.



(Foto Denise Motta)
Intervistare Fabio è uno spasso, un po' perché lo facciamo, io e Giovanna mia moglie, dopo aver cenato a casa sua con Rosi, sua moglie, e la signora Carla, sua suocera; ma, soprattutto, perché lui non fa neanche finta di essere modesto e la sua parlata, metà in italiano e metà in dialetto, è come sempre vulcanica e ricca di espressioni, diciamo così, "schiette", che non possono essere tagliate salvo perdere il gusto del discorso. Mi tocca quindi, decidendo di lasciarle, avvertire che la lettura da parte dei bambini è meglio sia accompagnata da persona adulta.


Marco (M) -Quando dove e come hai imparato a suonare la chitarra?
Fabio (F) - Sono autodidatta, ho cominciato quando avevo 13 o 14 anni, con una chitarra, mi sembra, che aveva comprato mio fratello ma che non aveva mai usato: lui prendeva le robe ma poi non andava avanti. Compravo, come tutti, quei librettini con gli accordi - tre accordi - e ho cominciato così. Maestri zero. La musica era la musica pop degli anni settanta: Genesis , Jethro Tull, ...
 

M - Da solo?
F - Sì, sì, da solo. Mi ricordo di  aver consumato un giradischi, di quelli con la puntina.
Per imparare un pezzo, ad esempio uno di Santana - ta, ta, ta tarata - , ne sentivi due righe
poi spostavi indietro la puntina di due righe e provavi, una volta, due volte e avanti finché era uguale. Purtroppo non so più dove sia quel disco lì, se no vedevi che è consumato ... gli manca un millimetro. D'altronde non c'era il digitale e quindi si faceva così, se no come cacchio facevi?
 

 
Fabio ieri


Giovanna (G) -Non seguivi uno spartito: sentivi e rifacevi ...
F - Sì, sì, ma io tuttora faccio così. Anche ieri sera ho avuto una querelle con quelli con cui suono adesso, che sanno tutti leggere la musica, il più sfigato sono io. Siccome stavamo facendo una canzone che ho imparato io, e loro non sapevano, dovevo spiegargli. Però non riuscivo a dire: è un SI, è un DO, devi passare da un SI a un DO eccetera. No, dicevo: "Cazzo, vai su di una corda e ti sposti in la di tre barrette". E tutti si mettevano a ridere e non capivano; e io: "Cristu, l'è facil: te ve so e te se spöstet". Ecco io sono rimasto quello. Però al nostro livello funziona anche così.
 

M - Che musica ascoltavi allora?
F - Beatles, Emerson Lake and Palmer, Santana, Genesis. Di italiano niente, a parte Guccini che ero costretto. Battisti lo sto sentendo solo adesso.
 

M - E dei chitarristi chi ascoltavi in particolare?
F - Santana, quello dei Deep Purple, ...

M - Dicevi prima che non hai avuto maestri ...
F - No, però andando avanti ho cercato dei punti di riferimento. C'era un chitarrista di Mezzago bravo, faceva parte del complesso "Suono logico", che esiste ancora. Andavo a sentirlo, per osservare la tecnica, per vedere come muoveva le dita e così via. Loro erano i nostri fratelli maggiori, "quelli bravi".
 

M - E invece chi erano i Pholas Dactylus? (1)
F - Un gruppo di Sulbiate.
 

M - Bravi?
F - Sì, ed erano abbastanza famosi. "Gli Evasi" (2), un altro complesso di Verderio, quello di Pippo, Doriano, Chiarino ...facevano riferimento a loro: i "Pholas Dactylus" erano per "Gli Evasi" quello che i "Suono Logico" erano per noi.
 

M - C'era rivalità fra voi e "Gli Evasi"?
F - No, loro erano più vecchi: mi ricordo che quando ero piccolino suonavano nel rustico, dove adesso c'è il centro sportivo. Io, da casa mia, alzavo un po' la tapparella e li sentivo. Quando hanno smesso, noi neanche ci sognavamo di suonare. Erano maggiori di noi ma, a parer mio, dopo eravamo diventati più bravi noi.
 

1974/'75: NASCE "LA NUOVA ESPERIENZA"
M - Quando e ad opera di chi è nata LNE, La Nuova Esperienza?
F - Abbiamo iniziato a suonare, mi pare, nel 1974, '75. L'idea è nata da me e da "Pancho", Antonio Panzeri, quello dell' "Ideal Caffè " (3). Avevamo i tipici sogni dei bambini: "potremmo fare questo e quest'altro, sarebbe bello...". Forse avevamo già la mente da imprenditori, lui del "caffè" io della meccanica, dovevamo fare impresa.


Pancho (Foto Gabriele Aldeghi)

 

M - Però in due non si fa un complesso ...
F - Abbiamo contattato Marco Motta, che studiava pianoforte e aveva intenzione di comprare una tastiera.





 
Marco, a destra, e Fabio


M - E per la batteria?
F -Eravamo diventati amici di un complesso di Paderno d'Adda, il gruppo di Franco Stella. Loro ci hanno indicato Claudio Stucchi, che ha portato la sua batteria nella cantina di casa mia.
Due chitarre, che poi uno doveva adattarsi a fare il basso, una batteria e una tastiera : basta ghe serem ...i Beatles!!
All'inizio, inizio, inizio - questo è uno scoop! - io suonavo il basso, che ci aveva prestato il complesso di Paderno, nell'amplificatore da chitarra; Pancho suonava la chitarra. Dopo poche settimane io mi sono rotto le balle e ho detto "suono io la chitarra", anche perché ero più bravo di Pancho ...
 

M - Posso scriverlo o ...
F - Sì, sì scrivilo pure perché è la verità.
 

M - Che musica facevate?
F - Abbiamo cominciato con il liscio. Ci sarebbe piaciuto fare il Boogie, ma il nostro spirito imprenditoriale ci diceva che per fare cassa bisognava fare il liscio: se non paghiamo gli strumenti come facciamo ad andare avanti? E così nel giro di un anno o due avevamo comprato un minimo di impianto.
 

M - Come avete fatto?
F - Claudio, il batterista ha venduto la moto, aveva il Primavera. Poi abbiamo fatto un po' di debiti, saldati con le prime "paghe". Avevamo comprato robe vecchie strumenti di 10 anni prima; delle casse che facevano pena e che avevamo pitturato con le vernici delle automobili: una pastrugnata. Poi con una stoffa molto elastica, comprata da mia mamma, all'Isam o all'Imec (4), le avevo ricoperte.

I PRIMI CONCERTI
M - Riassumiamo la prima formazione, quella delle origini ...
F - Sì, te la dico anche con i soprannomi: io, Fabio detto "Pomito", perché dicevano che cominciavo già a perdere i capelli; Antonio, "Pancho"; Claudio detto "Negro", per il colore dei capelli, o "Lastra" perché era magro; Marco, non aveva un soprannome. 





 
La prima formazione de "La Nuova Esperienza". Da sinistra, a parte il cane, Antonio "Pancho", Marco, Fabio "Pomito", Claudio "Negro" o "Lastra"


M - E il look?
F - Io, Marco e Pancho vestivamo normale. Anche Salini, che è arrivato poco dopo e l'era un bagaj de l'uratori
Rosi (R) - Salini soprattutto, ma anche un po' Marco erano uomini da "polo".
F - L'unico eccentrico era Claudio, che si vestiva da Punk o da Dark. Si metteva i giubbetti americani tutti gonfi, con i pantaloni larghi e le tasche larghe. Una volta è venuto con una catena con attaccata una sveglia, da comodino, con le due campane sopra ...
 

M - Dove provavate?
F - All'inizio a casa mia. Dopo la morte di Pino, mio fratello, ci siamo trasferiti a casa di Pancho.
 

M - Parliamo dei primi concerti
F - Le prime volte che abbiamo suonato in pubblico lo abbiamo fatto al ristorante "da Remo" (5), portando gli strumenti a mano perché è proprio davanti alla mia officina (che allora era di mio papà e del suo socio). Abbiamo suonato qualche pomeriggio.
 

M - All'aperto?
F - No, sotto la bocciofila. C'erano lì quattro pensionati ...
 

M - Quattro pensionati mezzi addormentati al tavolino ...
 

F - Poi abbiamo fatto una serata, un martedì che era scoperto, alla festa dell'Unità al Parco di Nettuno, anche lì portando gli strumenti a mano.
Ma il debutto vero e proprio è stato a Romentino, vicino a Novara, nel ristorante di un cliente di Pancho, un cenone dell'ultimo dell'anno.
 




M - Quanti anni avevate?
F - Io 16, Pancho due in più, 18.
 

M - Come è andata?
F - Bene, perché eravamo impavidi, incoscienti, senza gna un po' de pagüra. Il repertorio era, si e no di 15 o 16 canzoni. Dopo due ore le avevamo già fatte tutte. Ci hanno cercato la quadriglia    cos'è?. Abbiamo fatto qualche pezzo di rock: ballavano anche quello come fosse un liscio. È andata bene anche perché dopo un po' noi eravamo stanchi, ma loro ubriachi. Poi eravamo giovani e non se la sentivano di trattarci male. E ci avevano pagato anche poco ...
 

M - Ti ricordi quanto?
F - Io no ma Pancho lo sa di sicuro.

M - Come vi chiamavate?
F - Da subito ci siamo chiamati "La Nuova Esperienza".. perché per noi suonare era, appunto, un'esperienza nuova.

INVESTIMENTI E AVVICENDAMENTI
F -Dopo quella prima volta, ci capitava di suonare spesso e quindi ci siamo fatti la strumentazione, l'impianto luci, il furgone. Arrivavamo come dei professionisti, montavamo, suonavamo e via ...
Prima di avere il nostro furgone usavamo quello di Pancho, ed era una vitaccia. Lui tornava dal lavoro alle sette di sera, scaricavamo il caffè, caricavamo gli strumenti, partivamo, installavamo, suonavamo, smontavamo, caricavamo, tornavamo indietro, scaricavamo gli strumenti e rimettevamo su il caffè. Perché avevamo vent'anni e i debiti da pagare, se no due o tre sere di fila di 'sta vita ci avrebbe stroncato.
 

M - Quindi avete comprato un furgone?
F - Sì. Un furgone vecchissimo, dalla Teletra: color carta di zucchero, un disastro. L'ho tirato insieme in officina, lavorandoci il sabato e la domenica: o fa sö de chi ustiat! Non è moltissimo che l'ho buttato, saranno dieci anni. Quando il ragno, arrivato per portarlo via, ha preso la cabina è restato giù tutto il resto: pensa te cuma serem in gir!
Comunque alla fine avevamo proprio tutto, persino la pedana per piazzare la batteria. Tutte cose che in parte ci costruivamo noi, con l'aiuto di qualche amico esperto: le luci, il mixer.
 

M - Fin qui sempre il liscio e sempre voi quattro?
F - Quasi subito si era aggiunto Alfredo Salini, "Fred", di Paderno d'Adda. Suonava la fisarmonica, lo strumento che nel liscio significa il salto di qualità. Lui lo nega, ma i primi tempi se la tirava un po': siccome era l'unico che sapeva la musica, si faceva pagare la benzina come se fosse stato un professionista esterno. Poi ha capito che non era il caso ...
 

Un ultimo dell'anno, Claudio, il batterista, a cui il liscio non piaceva, ci ha dato buca. Per l'emergenza siamo dovuti andare a prenderne uno a contratto. Era bravissimo, senza sapere le canzoni le suonava tutte e ci ha salvato il culo.
 

Claudio è stato sostituito da "Francone", Franco Crippa, di Cornate, quello che 4 anni fa è venuto a rompermi le balle per farmi ricominciare a suonare. Con lui siamo andati avanti un po' di anni ma, per il suo lavoro, che lo teneva, e lo tiene, occupato tutto il giorno, ha dovuto mollare il gruppo.
 

È subentrato Lorenzo Nava di Aicurzio, che è stato con noi fino quasi alla fine. Negli ultimi tempi, quando eravamo un po' scazzati, lui, che era quello che aveva ancora più stimoli, ci ha mandato a cagare e dopo poco il gruppo s'è sciolto.
 

La cosa curiosa è che, quando ho ricominciato a suonare, quattro anni fa, il batterista era Francone, che poi ha lasciato e a sostituirlo è arrivato Lorenzo ... Per due volte la stessa storia ...
Carlo Mapelli, chitarra accompagnamento e voce solista, è entrato nel gruppo nel 1980.



 



R - Avevate anche il mixerista, Lucia Zoia.
F - Sì, prima Lucia Zoia, bravissima, e poi Mariano Scubla.
Cesare Mapelli , "Lucifero", appassionato di elettronica ha costruito un mixer - luci, così abbiamo comparato i fari e le piantane e ci siamo fatti l'impianto luci.
Per un microperiodo ha suonato con noi Mauro Caldirola.  Il problema era che lui, che studiava al conservatorio, era anni luce più bravo di noi. Parlava di sedicesimi e noi figurati
Una volta abbiamo suonato con due chitarre e due batterie: era arrivato Marco Tancini, per qualche mese, e Fabio Motta.

IL LISCIO PER FARE CASSA, IL ROCK PER PASSIONE

F - Dopo il debutto a Novara abbiamo cominciato a fare diverse serate, una quindicina all'anno: suonavamo alle sagre di paese, ai cenoni di capodanno alle feste de "L'Unità", ma anche alle Feste dell'Amicizia, quelle della Democrazia Cristiana, soprattutto nella bergamasca.
 

M - Per le Feste dell'Amicizia cambiavate repertorio?
F - No, non facevamo "Bandiera Rossa" alla fine: l'unica cosa che cambiava era quella.
 

Però c'è stato anche un giallo: un anno, per la terza volta di fila, dovevamo cantare alla Festa dell'Amicizia di Ponte San Pietro. Quando siamo arrivati c'era già un altro gruppo che stava preparando il palco e gli strumenti. Siamo restati di merda. Siccome Antonio era il moroso della figlia di un organizzatore, che era poi quello che ci chiamava a suonare, siamo andati a chiedergli spiegazioni: hanno parlato di un disguido, di un errore. Dopo un po' di tempo è saltato fuori che qualcuno era andato a dirgli che eravamo comunisti e quindi è finita così.
 

M - In queste occasioni suonavate il liscio, immagino. Vi pagavano bene?
F - Figures! Alla Festa de l'Unità di Verderio ci davano, mi pare, 200.000 lire, che scendevano subito a 150 perché passava il "Cereda" e 50 mila lire diventavano sottoscrizione. Dimel prima, te me na de centcinquanta e basta ... Non eravamo grandi affaristi, soprattutto io. Quando dovevamo prendere i soldi andava Pancho, che ci sapeva fare un po' di più, era il ragioniere del gruppo. Ancora oggi ha una latta del caffè con dentro tutti i foglietti con i bilanci e le spese; lu 'l segnava tut: comprato un jack, comprata una spina.
Quando abbiamo finito di pagare i debiti abbiamo abbandonato il liscio e fatto solo rock.

M - Cantavate in inglese? Come ve la cavavate con la lingua?
F -. Eh, eh un dramma. I primi tempi, alle Feste de "L'Unità", ogni tanto facevamo qualche pezzo di boogie woogie. Per cantare in inglese ascoltavamo i dischi e quello che sentivamo dicevamo: "uan badaluba balan den bu ciulli fruli onoluli". Fasevem insce.
Questa cosa è durata anche dopo, anche quando c'era Lucia Zoia al mixer, che aveva studiato lingue e quand la me senteva cantà la se desperava, puerina, perché dicevamo di quelle stravaccate...
 

M - Chi di voi cantava?
F - Tutti, meno il batterista. L'unico che se la cavava un po' con l'inglese era Pancho: almeno lui capiva se stava dicendo capra o cavolo.
Da un certo punto in poi Carlino era il cantante ufficiale: lui in inglese era il peggiore. Lucia gli scriveva le parole come le doveva dire, ma non c'era verso. C'era una canzone Dei Raindow che diceva "since yuo be gone": lui la faceva diventare "sergiu de com". La gente che capiva qualcosa chissà cosa diceva.



 
Pancho alla Fiesta Nica (Foto Gabriele Aldeghi)



M  - Oltre ai pezzi di gruppi già affermati, le cover, a un certo punto avete cominciato a suonare canzoni composte da voi. Come preparavate i testi? Come veniva fuori la musica?
F - SOL, ta.ta.ta tata, passaggio in SI prum prum: questo era il nostro linguaggio. Però venivano fuori delle belle cose che avevano un loro perché. Oggi, anche dopo tanti anni penso che non fossimo stupidi
 

G- Ma come funzionava , tu facevi la musica qualcun altro scriveva le parole,  viceversa ... come?.
F -Guarda, sempre per essere modesto, la musica la facevo quasi tutta io, quasi tutta, e i testi un po' io un po' gli altri.
 

G - Tu trovavi un motivo e poi...
F -Con la chitarra è più facile (con il pianoforte sarebbe ancora meglio), perché si presta meglio a fare sia la melodia che il solo; con il basso è più difficile . Scrivevamo un testo e  poi cominciavamo con la musica. Certo non quadrava subito tutto: la musica è un po' matematica e quindi, anche a pastrugnare, le parole devi farcele star dentro. Allora inserivi una parola, ne cambiavi due finché tutto si metteva a posto.
Ogni canzone era più o meno cosi: brano, stacco, ritornello. La lavoravi come un prefabbricato, o come un Lego: prendevi un pezzo di qua, lo spostavi dall'altra parte, li invertivi e così via.
 

M - Prendevate le mosse  sempre da un testo..
F - No, per certe canzoni veniva l'idea musicale e dopo ci mettevi le parole. Anche Pancho scriveva diversi testi.
 

UN CONCERTO A FAVORE DELL'OSPEDALE DI MERATE
M  - Raccontami adesso di qualche concerto "memorabile": so, ad esempio, di uno che avete fatto a favore dell'ospedale di Merate.
F - L'iniziativa è nata così. Tutti gli anni, in primavera, portavamo gli strumenti nel prato di Pancho e provavamo le canzoni imparate durante l'inverno. Un anno, sarà stato l' '80 o l' '81, prima che andassi a militare, abbiamo pensato di fare una sottoscrizione per l'ospedale di Merate (non mi ricordo a chi sia venuta l'idea). Agli amici di Verderio Superiore e Inferiore, invitati alle prove, abbiamo fatto la proposta: La Nuova Esperienza sarebbe stata la promotrice e loro avrebbero dovuto collaborare. Tutti hanno aderito, e in seguito lo hanno fatto anche i vecchi del circolo San Giuseppe..
Abbiamo suonato dietro la COOP di Verderio Inferiore e, alla fine sono state raccolte 1.750.000 lire, mi ricordo come se fosse adesso
 

M - Che avete dato all'ospedale di Merate?
F - Sì. L'ospedale ha comprato un eco tomografo, che non ha mai lavorato un giorno, è rimasto in magazzino: non ha mai funzionato una volta!
 

M - Come mai?
F - Questo non lo so, però è uno scandalo
 

M - Come fai a saperlo?
F - Me lo ha detto, da poco, uno che lavora all'ospedale.
 

IN UNA "COMPILATION" DI RADIO POPOLARE E IN CONCERTO A PIAZZA DELLA LOGGIA A BRESCIA
F - A un certo punto avevamo conosciuto un giornalista di Radio Popolare, Edgardo Pellegrini, che ci aveva preso in simpatia. Era venuto a sentirci a Verderio, e ci aveva fatto suonare a Pioltello. Grazie a lui una nostra canzone, Azania, è entrata in una compilation di Radio Popolare, un'audiocassetta in cui c'era anche Miriam Macheba (6). Abbiamo avuto i nostri momenti di gloria!



 
Il giornalino "Verderio Oggi" (aprile 1986) dà notizia della cittadinanza onoraria a Nelson Mandela e a Desmond Tutu. Per l'occasione LNE scrisse la canzone Azania, dedicata alla lotta anti apartheid.


M - Azania, che canzone era?
F - Era un pezzo lunghissimo, una decina di minuti, sull'Apartheid in Sudafrica. L'avevamo scritta quando i comuni di Verderio avevano dato la cittadinanza onoraria al Vescovo Desmond Tutu e a Nelson Mandela.
Pellegrini, mi sembra, ci aveva trovato l'ingaggio anche per un concerto a Brescia, in Piazza della Loggia, per il Partito Comunista Marxista Leninista: tre canzoni e poi è arrivato il diluvio universale.
 

 
Concerto di LNE in piazza della Loggia a Brescia. Alle spalle del gruppo il mitico furgone "carta di zucchero".


M - Brescia, una piazza importante ...
F - Abbiamo suonato anche a Milano, in zona Arena, per una grande Festa de "l'Unità": avremo preso 300 mila lire e ne avremo spese 350 per noleggiare l'impianto. Per far vedere che eravamo bravi abbiamo suonato in perdita.
 

CONTRO GLI ORDIGNI E LE CENTRALI NUCLEARI.
F -Poi abbiamo fatto delle iniziative contro i missili nucleari: un concerto a Verderio Superiore, dietro le scuole, e l'altro a Verderio Inferiore. Avevamo costruito un missile con i bidoni di caffè incastrati fra loro e un cono in punta e l'avevamo appoggiato sul palco. Sul tema avevamo anche scritto una canzone, intitolata Pershing 2, il nome dei missili atomici americani.
 

M - Io ricordo anche un'iniziativa contro le centrali nucleari .
F - Sì, nel parcheggio del Circolo San Giuseppe, in occasione del referendum abrogativo del 1987.

VILLA GALLAVRESI PER LA PRIMA VOLTA APERTA AL PUBBLICO. È "LA FIESTA NICA" IN SOSTEGNO AL POPOLO DEL NICARAGUA
M - E la festa Nica?
F - Quella era stata una cosa più strutturata, a cui il complesso aveva aderito. L'iniziativa era stata preceduta da gruppi di studio, con Sandro Origo, sulla situazione creatasi in Nicaragua dopo la vittoria del Fronte Sandinista. La Nuova Esperienza ha partecipato con un concerto.
 


Fiesta Nica (Foto Gabriele Aldeghi)


R - La festa si era tenuta in villa Gallavresi. Non era ancora stata ristrutturata e per la prima volta veniva aperta al pubblico.
F - Oltre al nostro, c'era stato un concerto di pianoforte di Mauro Caldirola. Avevamo noleggiato un pianoforte a coda e l'avevamo messo in un locale con i camini
 

 
Nella foto pubblicata da Verderio Oggi (giugno 1987), l'ingresso di Villa Gallavresi, non ancora sede del Municipio, adobbata per la "Fiesta Nica"



M - Quelli che poi sono scomparsi?
R- Sì. Avevamo creato un bell'ambiente, con tutte le candele accese. Vendevamo anche del materiale che ci aveva fornito il gruppo missionario di Ornago.
 

VERSO LA FINE DELL' "ESPERIENZA"
F - La "Fiesta Nica" è stato l'ultimo battito di cuore di quello che restava del complesso ...
 

M - Come finisce "La Nuova Esperienza": per stanchezza, per scazzi, perché?
F - Soprattutto per stanchezza. C'è stato un periodo che, per riuscire a diventare bravini, provavamo tre sere alla settimana. Lavoravamo molto ed era una gran fatica, non avevamo neanche il tempo per andare a morosa, sunavem semper. Due o tre prove poi la domenica in giro.
LNE è finita anche perché è finito l'entusiasmo, la voglia di inventare cose nuove. Però sentiamo la versione di Rosi, che forse è quella più giusta.
R - A un certo punto davano la colpa alle donne che il complesso si era disfatto, io ho sempre sostenuto che non fosse vero. D'altra parte c'erano altre cose che cominciavano a interessare: Antonio, ad esempio, si era messo a fare Karate e, in seguito, si è dedicato anche al trial. Quindi ha abbandonato la musica.
M -Quando vi siete sciolti?
F -Mi sembra nell'89.
R - Sei sicuro? Nel '91 avete suonato ancora, al nostro matrimonio ...
 

M - Non avete litigato però?
F - No, litigato no. Lorenzo è andato via un po' incazzato. Però siamo restati sempre in buoni rapporti, tant'è che adesso suoniamo ancora insieme. Proprio ieri sera gli ho detto: "te Lorenzo te stacà la spina". Ha ribadito che eravamo noi che volevamo suicidarci e non aveva voluto saltare dal ponte insieme. Infatti lui, a parte qualche sosta, è andato sempre avanti a suonare.
 

M - Dopo La Nuova Esperienza, come è continuato il tuo rapporto con la musica?
F - Ho interrotto fino al 1995, ho suonato per un anno, ho smesso ancora e ripreso nel 2009 con il complesso "La Ciurma", dove, casualmente, dopo trent'anni ci siamo trovati ancora io "Fred" e Lorenzo
 

M - E cosa fate?
F  - Tutte cover. Però mi piacerebbe, visto che adesso siamo in tre, riproporre le nostre canzoni. L'ho accennato a Lorenzo. Potremmo prenderne in mano una e suonarla: con gli strumenti di adesso e noi che siamo tecnicamente più bravi, potrebbe uscire una buona cosa. Anche per le registrazioni oggi è tutto più semplice e di miglior qualità: riesci a farlo perfino con la macchina fotografica.
 

M - Quindi pensate di riprendere le vostre canzoni e magari registrarle?
F (7)- Non si sa mai, non è da escludere. Certo non è che ci si creda più tanto alle cose che allora cantavamo con entusiasmo, però ....



NOTE

(1) http://www.ondarock.it/italia/pholasdactylus.htm
(2) Sul complesso de' Gli Evasi" puoi leggere "Vennero "Gli Evasi", e poi "I Cleptomani": i complessi musicali a Verderio", .in:
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012_06_01_archive.html
(3) Ditta di torrefazione e importazione caffè, in via San Rocco 1, Verderio Superiore
(4) Aziende tessili, rispettivamente di Verderio Superiore e Paderno d'Adda
(5) Ristorante, specializzato in cucina mantovana, in via Sernovella 26, a Verderio Superiore
(6) http://it.wikipedia.org/wiki/Miriam_Makeba



(7) Fabio, oltre ad aggiustare le macchine, suonare la chitarra, andare in montagna, dipingere ad acquerello, è fotografo naturalista, dedito soprattutto alla ripresa di uccelli. Puoi veder le sue immagini al seguente indirizzo:
http://birdphotobrianza.blogspot.it/






Marco Bartesaghi