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domenica 10 maggio 2020

25 APRILE 2020. BELLA CIAO DAL BALCONE DI FABIO E ROSI


  


Link video

 
Bella Ciao da tante finestre e tanti balconi d'Italia. Così è stato l'ultimo 25 aprile.
Fabio e Rosi l'hanno cantato e suonato dal loro balcone e mi hanno concesso di pubblicarne la registrazione. 
Nel filmatoho aggiunto qualche dipinto murale:

Parigi, 2015, fotografata da Sara

Località Moregallo, 2013

Milano, piazzale Cimitero Maggiore, 2019
Lecco, zona ospedale, 2004. Autore Afran
Lecco, via Ferriera, 2011


venerdì 8 maggio 2020

VERDERIO ALZATI!!! UNA CANZONE OFFERTA DA DORIANO E DA UN GRUPPO DI AMICI ED AMICHE




  



Doriano Riva ha scritto una canzone per incoraggiare gli abitanti di Verderio a rialzarsi  e a reagire alla brutta vicenda del coronavirus. Ha poi proposto a un gruppo di amici ed amiche di cantarla con lui, ma a distanza e di realizzare questo video.

 Hanno partecipato: Alessandra, Alessia, Alice, Cesare, Doriano, Emanuela, Fabiola, Fabio, Galdino, Gloria, Irene,Linda, Paolo, Ricky, Rosy, Sabrina, Virginia


Lo ringrazio per avermi permesso di pubblicarlo

venerdì 28 febbraio 2020

IL MONDO IN MUSICA DI DORIANO RIVA di Marco Bartesaghi


Doriano Riva quando ha compiuto  sette anni ha ricevuto in regalo una fisarmonica. 

Doriano suona la fisarmonica in un'osteria
 
Il debutto all'oratorio di Verderio Inferiore
Ce l'ha ancora, la stessa, e non ha mai smesso di suonarla, anche adesso che di anni ne ha settanta. Più in generale, non ha mai smesso di fare musica, anche con altri strumenti, compresa la sua voce.





Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso ha dato vita, insieme ad altri ai primi complessi musicali nati a Verderio, gli "Evasi" poi diventati "Cleptomani".
 
Doriano alla festa dei suoi settant'anni  al circolo Pintupi
In questo video Doriano racconta la sua storia "musicale", che continua oggi con il complesso dei "No limit" con cui ha suonato alla festa dei suoi settant'anni che ha offerto ad amici e conoscenti al circolo Pintupi.

 
IL VIDEO


mercoledì 26 febbraio 2020

PROGETTO DON ADRIANO un CD di canzoni della Santa Messa a favore di Don Adriano Valagussa

Dal novembre del 2017 Don Adriano Valagussa è missionario nella parrocchia di Palma Soriano, nella diocesi di Santiago de Cuba. È  un missionario fidei donum perché il suo impegno nasce da un accordo fra la diocesi di Milano e quella di Santiago.
Don Adriano, ordinato sacerdote  a Milano l'11 giugno 1977, è nato a Verderio Inferiore il 27 febbraio 1950.
Con Verderio ha mantenuto sempre un buon rapporto tanto che, quando nell'aprile 2019 il tetto della sua chiesa è crollato, la comunità parrocchiale si è attivata per aiutarlo, accogliendo la proposta di Doriano Riva, musicista, di trasformare in “canzoni” i “canti” solitamente eseguiti in coro durante le Sante Messe. Ne è nato un CD dalla cui vendita sono stati raccolti soldi per la parrocchia cubana di don Adriano. Per chi  volesse, è ancora possibile acquistarlo, con un'offerta di almeno 10 euro, richiedendolo a  Doriano all'indirizzo e-mail: dorianoriva@gmail.com.
Dall'iniziativa è nata anche una serata di presentazione del CD, che si è svolta all'oratorio di Verderio ex Inferiore, a cui era presente anche don Adriano, in Italia per un periodo di riposo.
Nell'ottobre del  2017, prima della partenza di don Adriano per Cuba, il quotidiano Avvenire.it aveva  pubblicato un articolo, da cui ho estratto il suo racconto di come è maturata la sua scelta di partire:

Don Valagussa: «Andare in missione a 67 anni? Un dono di Dio»
«Ho 67 anni, sono prete da 40. Mai avrei pensato, a questa età, di andare a Cuba in missione. C’è chi mi dice: "Mi spiace che vai via". E chi mi dice: "Ammiro il tuo coraggio". Ma la cosa più bella, vera e sconvolgente, che non mi stanco di ripetere a tutti, è che non c’è alcun merito e alcun progetto mio, in tutto questo. È il Signore che mi ha fatto un dono straordinario, al quale ho cercato di resistere un po’, all’inizio. È come se la mia vocazione sacerdotale mi fosse restituita in una forma nuova. È grazia data a me perché possa sovrabbondare per tutti.  
Era l’inizio del 2016 quando, ad un incontro di preti, il cardinale Scola ci disse che l’arcivescovo di Santiago de Cuba, Dionisio Guillermo García Ibáñez, chiedeva fidei donum per la sua diocesi. Lo ascoltai come un avviso fra altri, senza farci caso – ricorda don Adriano –. Il giorno che ha cambiato tutto è il 4 novembre scorso. In Duomo c’è il Giubileo diocesano del presbiterio. "Non ci vado", avevo deciso la sera prima. Ero stanco. Al mattino avevo la Messa in parrocchia, sarei arrivato tardi, mentre al pomeriggio dovevo iniziare le visite alle famiglie per Natale. All’ultimo momento cambio idea: vado. Hanno già iniziato. Faccio a tempo a confessarmi. E ad ascoltare il cardinale. Che prima parla del discepolo come missionario secondo l’Evangelii Gaudium. Poi rilancia la richiesta di monsignor Dionisio. Quelle parole sono state come una botta. Mi sono sentito un fuoco, dentro. E mi sono spaventato, sentendomi risuonare nella mente la domanda: "Perché non ci vai tu, Adriano?". Sono avanti con gli anni, non so la lingua, sto bene a Cassago, mi sono risposto. Ho resistito cinque giorni. Poi ho dato la mia disponibilità. L’allora vicario generale, monsignor Delpini, l’ha raccolta e mi ha detto: "Vai bene tu". Ora – dice il sacerdote – sto vivendo tutto questo con grande serenità. E nel segno della gratitudine. Verso la comunità di Cassago, anzitutto, che mi ha accolto otto anni fa; verso alcune famiglie e alcuni sacerdoti amici con cui ho camminato, nell’ambito di Cl, condividendo un’esperienza di preghiera e fraternità che mi ha salvato dal diventare un prete burocrate. Questa missione a Cuba non è una grazia solo per me, è un segno per tutti. Dice che il Vangelo non è una teoria e che Gesù chiama davvero, nel concreto della nostra vita. I ragazzi e i giovani, qui, ho l’impressione che ora mi guardino in modo diverso».

IL VIDEO

martedì 25 febbraio 2020

ME SO MIA L'INGLES tre canzoni di Doriano Riva









Nel video che vi presento Doriano Riva interpreta tre classici del Rock a modo suo e in dialetto.

"SATISFACTION", dei Rolling Stone, diventa "SE DESFESCIUM";

"MICHELLE", dei Beatles, diventa "PINCIANEL"
"GIMME SOME LOVIN", dei Spencer Davis Group, diventa "JIMMY DAC U L'OLI"


Buon ascolto



martedì 15 maggio 2018

LA PRIMAVERA È GIÀ TORNATA di Marco Bartesaghi e Roberto Muzio












                      

Un breve video con alcune fotografie, senza pretese, scattate a Verderio per salutare la primavera.



sabato 18 giugno 2016

FESTA A VERDERIO IL 7 OTTOBRE 1896: LA RAPPRESENTAZIONE DI UN’OPERA DI VITTORIO GNECCHI a cura di Marco Bartesaghi

Questo articolo è stato pubblicato, nel 1990, sulla rivista di storia locale Archivi di Lecco (N.3, anno 13, luglio – settembre1990)  ed è già apparso in questo blog il 4 gennaio 2009 diviso in due parti. Lo ripubblico ora, in un'unica soluzione, più comoda da leggere, per completare il tema di questo aggiornamento del blog ovvero il teatro nell'ambito della famiglia Gnecchi Ruscone.M.B.








Il 7 ottobre 1896 venne rappresentata, in forma privata, in un teatro appositamente allestito nella villa Gnecchi di Verderio, l’opera in due atti “Virtù d’amore”. L’autore era il compositore, allora diciannovenne, Vittorio Gnecchi, per il quale questo lavoro rappresentò l’esordio.

In un quaderno manoscritto, conservato nell’archivio parrocchiale di Verderio Superiore, è registrata la cronaca dell’avvenimento che ebbe una notevole risonanza sia sotto l’aspetto artistico, per le critiche ricevute, sia sotto l’aspetto mondano, per il carattere di festa di società che la famiglia ospite diede alla serata


La cronaca, probabilmente redatta dal comm. Francesco Gnecchi (1), padre di Vittorio e noto numismatico (o comunque da un membro della famiglia), è suddivisa in tre parti.

La prima è dedicata ai preparativi, dall’idea iniziale alla stesura del libretto e delle musiche, dalla preparazione dei costumi e delle scene all’allestimento del teatro, quindi la stampa del libretto e degli inviti, l’impianto di illuminazione, il reperimento degli alloggi per i musicisti e per gli invitati, il rifugio delle carrozze e così via,

Segue un elenco degli invitati. Il cronista, consapevole delle possibili lacune ha lasciato uno spazio bianco per le eventuali successive aggiunte.


Infine la descrizione della rappresentazione, con la sottolineatura degli applausi e delle espressioni di approvazione da parte del pubblico.

L’idea di un’operetta da rappresentare in campagna durante il periodo di villeggiatura, fu della signora Maria Rossi Bozzotti, zia dell’autore. A lei si deve anche la stesura del libretto: un azione pastorale in due atti, in cui si narra dell’amore di Aminta, giovane pastore, per Lida figlia del cieco Agasto. Aminta, dopo la vittoriosa caccia ad un feroce lupo, dichiara il suo amore. La ragazza lo respinge ma si lascia strappare una promessa: sposerà il pastore se questi le porterà la magica acqua del Monte Nero, capace di ridare la vista ad Agosto. Aminta parte implorando gli dei, il cui intervento è indispensabile alla riuscita dell’impresa, In suo soccorso interverrà “Virtù d’Amore” incutendogli fiducia nella vittoria. Sulla strada del ritorno ritrova Lida che, ormai innamorata, gli si è fatta incontro.


Una pagina del libretto "Virtù d'Amore", scritto da Maria Rossi Bozzotti e pubblicato dalla casa editrice Ricordi nel 1896

All’allestimento dell’opera, che pure era stata pensata come gioco per il periodo delle vacanze, furono chiamati a collaborare alcuni importanti personaggi del mondo della lirica.

I disegni delle scene e dei costumi furono affidati ad Adolfo Hohenstein, dal 1889 a Milano per lavorare al Teatro alla Scala e direttore artistico delle Officine Grafiche Ricordi.

Le scenografie furono realizzate da Antonio Rovescalli, dal cui studio, tra la fine del secolo e il 1926/27, uscirono gran parte delle scene per le opere di repertorio e le novità rappresentate a Milano e Roma.

Quando il giovane Gnecchi si accinse a scrivere “Virtù d’Amore” era ancora studente con i maestri Saladino, Coronaro, Serafin e Gatti.

I musicisti che componevano l’orchestra erano suoi compagni di studi; fra loro il futuro direttore Tullio Serafin, i maestri Tannini, Galeazzi e Russolo.

La critica mise in evidenza soprattutto come, con un’orchestra di pochi elementi, il compositore fosse riuscito ad ottenere una notevole ricchezza musicale.


“L’istrumentazione è fatta per orchestra d’archi con pochi altri strumenti a legno aggiunti: era facile peccare di monotonia; il Gnecchi ha saputo abilmente evitare questo scoglio, usando con opportunità dei varitimbri”. Così Giulio Ricordi sulla “Gazzetta Musicale” del 15 ottobre 1896. Dello stesso tenore furono i giudizi di Giannino Antona Traversi sulla “Vita Italiana” del 10 novembre 1896 e di “Lelio” sulla “Sera” del 13/14 ottobre dello stesso anno.

I pezzi più apprezzati furono il Preludio, la Pastorale del secondo atto, l’Intermezzo e il Valzer della “Virtù d’Amore”.

A quella di Verderio non seguirono altre rappresentazioni complete dell’opera; solo alcuni brani, in particolare la Pastorale e il Valzer, vennero eseguiti successivamente in diversi concerti.

Dopo questo primo lavoro Vittorio Gnecchi alternò il suo impegno fra la musica da camera e l’opera. Scrisse fra l’altro: Cassandra, 1905, la Rosiera, 1927, Missa Salisburgensi, 1933, Giuditta, 1953 (le date si riferiscono alle prime rappresentazioni.





***

La vicenda artistica di Vittorio Gnecchi è segnata dalle polemiche che seguirono ad un articolo del critico musicale Giovanni Tebaldini, apparso nel marzo del 1909 sulla “Rivista musicale italiana”. Il Tebaldini, confrontando la “Cassandra” di Gnecchi e l’”Elettra” di Richard Strauss rilevò parecchie analogie tematiche parlando di “telepatia musicale”.

Nacque tuttavia in tal modo il caso “Gnecchi – Strauss” che ebbe eco in tutto l’ambiente musicale europeo.

A fugare ogni sospetto di plagio da parte del meno famoso Gnecchi, concorrevano però le date, Cassandra era stata rappresentata nel 1905 ed Elettra nel 1908, e la testimonianza del critico Ludwig Hartman che si dichiarò a conoscenza che Gnecchi, nel 1906, donò una copia dello spartito della sua musica a Strauss.

Di plagio si parlò ancora nel 1913, dopo la rappresentazione di Cassandra a Filadelfia. La critica americana che mosse l’accusa era evidentemente all’oscuro di come la questione fosse già stata sollevata e risolta in Europa.

Più opportunamente, in seguito, la vicenda venne letta come una singolare forma di affinità artistica e di comune sensibilità, tornando così all’originale ipotesi di Tebaldini.

La carriera di Vittorio Gnecchi fu segnata, come abbiamo detto, da questa polemica. “Cassandra”, che era stata diretta per la prima volta da Arturo Toscanini, ebbe grandi difficoltà ad essere di nuovo eseguita (venne ad esempio rifiutata dal Teatro all Scala, nel timore che Strauss potesse infastidirsi). Anche la produzione successiva trovò ascolto quasi esclusivamente all’estero, in particolare in Austria.


 
Il libro di F. Balilla Pratella su Vittorio Gnecchi Russcone

 In una raccolta di scritti tratti da varie pubblicazioni dell’epoca, laconicamente intitolata “Per un musicista italiano ignorato in Italia" (2) e curato da F. Balilla Pratella , è documentata la situazione di emarginazione in cui il maestro si trovò nel suo paese.

 “Virtù d’Amore” ebbe un ruolo nella vicenda Gnecchi Strauss; nel 1932 un altro critico, Mario Barbieri, aiutandosi con tavole comparative, come già aveva fatto Tebaldini, documentò sulla “Rivista musicale italiana” una serie di analogie anche fra “Virtù d’Amore” (1896) ed Elettra (1908).

Le musiche di Vittorio Gnecchi, che morì a Milano nel 1954 all’età di 77 anni, sono in fase di riordino (3) e catalogazione presso la biblioteca del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, alla quale sono state donate dai parenti del musicista.


La rivista "Curiosità musicali" con l'articolo di Mario Barbieri su "Virtù d'Amore" ed  "Elettra"

NOTE
(1) In seguito alla pubblicazione dell’articolo (1990) ho avuto modo di confrontare le calligrafie di diversi componenti della famiglia Gnecchi. Ora sono abbastanza sicuro che non fu Francesco Gnecchi a scrivere la cronaca.

(2) F. Balilla Pratella, Luci e ombre. Per un Musicista Italiano ignorato in Italia, Roma, 1933

(3) Ricordo che questo articolo risale al 1989. Il 2 ottobre 1998 si è costituita l’ “Associazione Musicale Vittorio Gnecchi Ruscone” col compito di promuovere e diffondere la conoscenza dell’attività artistica del maestro e di conservare le sue musiche e i suoi scritti.


Marco Bartesaghi

















venerdì 17 giugno 2016

VIRTÙ D'AMORE - cronaca della rappresentazione dell'opera, avvenuta a Verderio superiore il 7 ottobre 1896

















Quella che segue è la trascrizione della cronaca della prima  rappresentazione di Virtù d'Amore, opera di Vittorio Gnecchi Ruscone, compositore delle musiche, e di Maria Rossi Bozzotti, autrice del libretto. La cornaca fu redatta da un parente di Vittorio Gnecchi, probabilmente il fratello di Vittorio, Cesare. Il testo è conservato presso l'ArchivioParrocchiale di Verderio (ex Superiore) M.B.


  


VIRTÙ D'AMORE

L’autunno 1896 a Verderio rimarrà caratterizzato dalla rappresentazione della Virtù d’Amore. La solennità che la rappresentazione assunse e il numero grande di persone che vi convennero, diedero alla festa privata l’aspetto quasi di avvenimento pubblico, perciò per tutto quanto riguarda la cronaca della serata possiamo ricorrere anche per il giornale di famiglia alle migliori pubblicazioni date da alcuni giornali essendo anche più corretto che il giudizio venga dato fuori dalla famiglia; e così riporteremo quanto scrissero in proposito Giulio Ricordi nella “Gazzetta Musicale”, Giannino Antona Traversi nella “Vita Italiana”, Sofia Bisi Albini nella “Rivista della Signorina” e G.B. Nappi nella “Perseveranza”.

Rimane la parte cronaca intorno all’operetta. La sua azione, la sua storia, che noi qui ricorderemo accennando alla parte intima e anedottica che altrimenti andrebbe perduta, Sarà questo un semplice ricordo di famiglia, conservato e se mai le prime promesse dovessero essere seguite da un brillante avvenire, queste note potranno fornire i dati per il primo capitolo della vita artistica di Vittorio Gnecchi.

Nell’autunno del 1895 era stato allestito il teatrino nel salone superiore della villa di Verderio e i ragazzi vi avevano recitato qualche commediola. Ora la zia Maria Rossi Bozzotti, che aveva passato una parte dell’autunno a Verderio, animata da quella sua ardente febbre di organizzare cose belle e nuove e artistiche e secondata dalla sua fantasia inesauribile, s’era fissata in mente di combinare per il prossimo anno, qualche originale spettacolo, nel quale ciascuno dei ragazzi potesse spiegare le sue non comuni doti artistiche. Un giorno del seguente inverno discorrendo intorno ai progetti per l’autunno, essa propose al nipote Vittorio di allestire un libretto di operetta , se egli si fosse impegnato a musicarlo, con la magra scorta dei suoi iniziati studi di contrappunto. Poiché egli aveva allora 19 anni e frequentando la terza classe liceale, non aveva ancora dedicato alla musica che esigua parte del suo tempo, e occupava le ore che poteva rubare agli studi classici più alla tecnica del pianoforte che allo studio della composizione.


 
Vittorio Gnecchi Ruscone



L’idea di sua zia gli sorrise : l’accettò con entusiasmo: due giorni dopo zia Maria gli accenna la tela che lo seduce; in una notte è composta la prima scena e così, di fatto, è composto il libretto. Ma ancor prima che esso fosse terminato, le prime arie sono composte: alla primavera il lavoro è compiuto; solo l’ultima scena è terminata durante la stagione balneare a Santa Caterina; cosicché tutto fu pronto e copiato per l’esecuzione quando la nostra famiglia si riunì a Verderio per la vacanza autunnale, invitandovi pure la famiglia Rossi, la quale però per agevolare il ménage prese in affitto la villa Cassina a Paderno d’Adda e vi portò domestici, cavalli, ecc.

L’esecuzione di un’operetta di campagna è cosa tutt’altro che semplice; specialmente volendo ottenere un’esecuzione di prim’ordine, bisognava incominciare presto a pensare alle molteplici esigenze di un teatro. Il locale prima di tutto, poi gli scenari, l’illuminazione, i figurini, il vestiario, l’istruzione delle diverse parti e dei cori, l’orchestra, la stampa del libretto, dei programmi, degli inviti e gli infiniti accessori e dettagli di ogni genere.
 

A tutto il personale occorrente e al personale accessorio, ai parenti che accompagnavano i figli, a parte degli invitati, ai suonatori bisognava preparare l’alloggio. Per la sera della rappresentazione poi occorreva provvedere a riparare buon numero di carrozze e cavalli anche pel caso di pioggia.

Le preoccupazioni dunque erano molte e il tempo stringeva.
S’era alla fine di agosto e la rappresentazione si contava darla in fine di settembre. In un mese bisognava far tutto. – Zia Maria assunse la direzione artistica generale; Vittorio la parte istrumentale, mentre la parte vocale venne affidata alla signora Giulia Oddone Gavirati, la quale tosto si pose al paziente e difficile lavoro di istruire gli artisti-bambini (alcuni erano ignari di qualunque principio musicale) e vi si pose con quell’energia, quella competenza e quell’attività che tutti le riconoscono.



Maria Rossi Bozzotti


Per aiutarla i Rossi avevano condotto da Schio la signora Tolfo, ottima maestra di canto, la quale assunse e disimpegnò benissimo una parte, diciamo così, di “sostituta”. Il prof. Marazzani, che si diceva vecchio topo di palcoscenico, prese la parte del suggeritore. Vittorio Turati venne incaricato della stampa e dell’illustrazione del libretto, la cui edizione di estrema eleganza riuscì un vero gioiello. Il pittore Hohenstein, in quel tempo in gran voga perché incaricato di riformare il gusto artistico della messa in scena alla Scala, fece i bozzetti per le scene e i figurini per i costumi. Questi ultimi furono dapprima eseguiti con un’intonazione preraffaellita di gusto squisito.
 

Ma la semplice arcadica come avrebbe potuto essere intesa da un pittore primitivo esigeva delle figure sottili, slanciate, botticelliane. Sebbene tutte belle le nostre attrici, non rispondevano a quell’ideale, che era tanto facile disegnare su dei figurini. Era dunque meglio rinunciare a un’idea artisticamente deliziosa, se non fosse stato possibile seguirla alla perfezione. Perciò dopo lunghe discussioni, Hohenstein fu incaricato di rifare i 25 figurini, questa volta in stile settecentesco: così si sarebbero adattati meglio alle grazie delle nostre gentili artiste, non solo, ma anche alla musica, che l’autore aveva composto ispirandosi al carattere delle rappresentazioni pastorali che alla fine del ‘600 e nel secolo successivo si davano nelle corti italiane e francesi.

La sartoria Zampironi fu incaricata dell’esecuzione dei figurini con le migliori stoffe, le cui tinte furono scelte sapientemente da Hohenstein e dalle Signore, così da formare dei quadri di intonazione artisticamente indovinatissima. Il costume di Lyda fu fatto dalla sarta Mosca.

Lanfranconi provvide tutti i pastori di lunghe anella bionde e brune. Rancati fornì gli accessori e coprì di diamanti la Virtù d’Amore. Rovescalli fu incaricato dell’esecuzione delle scene…; ma quando si venne a concretare per queste, la faccenda era tanto cresciuta sotto mano che il teatrino del salone superiore veniva dichiarato insufficiente e si decise di fare un nuovo teatro a piano terreno nel locale detto del torchio, assai più ampio e capace, che fino allora aveva servito per giocarvi a tennis nei giorni piovosi. Bisognava costruire il palcoscenico, le scene, decorare il locale, pensare all’illuminazione, ai sedili, a tutto; ma con un po’ di buona volontà si arrivò ad ottenere che fosse curato ogni particolare, persino si provvide ad un’illuminazione elettrica provvisoria a mezzo di una locomobile facente funzionare una vecchia dinamo appartenente alla Società Edison, la quale gentilmente la prestò prima di collocarla nel museo e mandò anzi appositamente l’ingegner Clerici e l’ingegner Ettore Conti a fare l’installazione e a sorvegliare il funzionamento. Il fattore Cav. Carlo Lissoni venne incaricato di preparare gli stallazzi e nei diversi cortili e nell’arsenale vennero apprestate provvisoriamente scuderie per oltre un centinaio di cavalli e rimesse per una sessantina di carrozze. Difatti ne arrivarono effettivamente più di sessanta con 120 cavalli.

L’affare più serio erano gli alloggi per le persone, avendo dovuto ospitare per la sera della rappresentazione oltre gli artisti e i loro parenti, molti parenti nostri e amici che non avevano ville nelle vicinanze, né erano stati invitati da villeggianti della nostra Brianza. Alcuni, come il conte Venosta e la signora Dina Volpi aprirono, per l’occasione, delle ville che da anni non erano abitate.

La nostra casa era ricolma: la mamma-grande aveva gentilmente offerto tutte le sue stanze disponibili, come pure zio Ercole nella sua villa di Paderno. Allo stesso scopo servì la casa Cassina di Paderno dove furono alloggiati un certo numero di giovinotti. Anche a questa bisogna era dunque provveduto. Per i professori d’orchestra (che si fermarono una settimana perché le prime prove si fecero a Milano) coristi, scenografi, ecc. furono preparati aloggi in case di contadini, dove mediante imbiancatura e acquisti di mobili più necessari alla pulizia, si prepararono delle stanzette convenienti. La loro [table-d’hotes] era all’osteria Motta.

Il lavoro di preparazione andava fervendo sempre più di giorno in giorno: le lettere, i telegrammi non si contavano più: messi speciali erano inviati di ora in ora a Milano; incaricati diversi arrivavano ogni giorno: sarti, calzolai, parrucchieri, tappezzieri, artisti, illuminatori, elettricisti, pittori, stampatori ecc. ecc. un pandemonio e frattanto proseguivano attivamente le prove, al piano prima, poi colla piccola orchestra di 14 professori. Fra questi tutti eccellenti sebbene giovanissimi, è notevole ricordare che, sotto la direzione dell’autore, suonavano il M. Tullio Serafin (allora diciottenne) al pianoforte, il M. Russolo all’harmonium, il M. Tannini (ora direttore d’orchestra) 1° violino; Vescovi 2° violino; il Prof. ….. viola (che fu poi prima viola della Scala); il Prof. Galeazzi (che fu poi primo cello alla Scala) cello; Francesco Sessa uno dei contrabbassi, ecc.

Il tenore Cannonieri fu scritturato per cantare nei cori, unico professionista sul palcoscenico.


Ed ecco il programma indicante la distribuzione delle parti:Personaggi
Virtù d’Amore (figura simbolica), S.na Elisabetta Oddone
Lida, pastorella, S.na Sandra Rossi
Dafne, pastorella, S.na Pia Gnecchi
Flora, pastorella, S.na Giuseppina Regalia
Clori, pastorella, S.na Maria Ballerini
Amarilli, pastorella, S.na Valentina Bozzotti
Iª pastorella, Donna Costanza Bagatti Valsecchi
IIªpastorella, Miss Jessie Mason
IIIª pastorella, S.na Anna Maria Bozzotti
Agasto, vecchio pastore cieco, padre di Lida, Sig. Alessandro Rossi
Aminta, pastore, Conte Giuseppe Visconti di Modrone
Elpino, pastore, Cesare Gnecchi
Mirillo, pastore, Carlo Baulini
Tirsi, pastore, S.na Carla Gnecchi
Ciro, pastore, Cesare Rossi
Melibeo, pastore, Francesco Rossi
I° pastore, Giuseppino Baslino
II° pastore, Don Alessandro Casati
III° pastore, Don Pier Fausto Bagatti
Valsecchi
Cori di pastori e pastorelle.

 


Dallo spartito  per pianoforte e canto, edita a Berlino, probabilmente nel 1943, dalla casa editrice Capitol Verlag, è reperibile presso la biblioteca della Fondazione Ugo e Olga Levi di Venezia, collocazione LEVI C.1144.
Fra gli ospiti della nostra casa, oltre alle famiglie Rossi e Bozzotti, la duchessa Ida Visconti con Giuseppe e Guido, Remigia Ponti Spilateri, Maria Ballerini, S.na Gilda Tolfo, la sig.ra Oddone, Prof. Marazzani, Paolo Maesani, Fausto Bagatti Valsecchi, Emilio Silvestri, Gino Durini, Manfredi Olivia.

Una questione lungamente discussa fu quella dell’accesso al teatro, del passaggio cioè dalle sale dove il pubblico sarebbe stato prima radunato, al locale della rappresentazione lontanissimo e parecchi metri più basso. Il passaggio esterno era da escludere per il timore di un tempo cattivo o semplicemente per la temperatura che poteva essere fredda; il passaggio interno si poteva pure fare in più modi, ma erano tutti passaggi per così dire semirustici che occorreva convenientemente decorare per l’occasione. Vittorio ebbe l’idea di aprire una porta nel muro fra il torchio e l’ingresso esterno alla cappella, porta che avrebbe permesso di scendere dalla lunga scalinata che da appunto accesso alla chiesa per chi vi giunge dalla strada. Si adottò definitivamente questo progetto, decidendo di fabbricare un corridoio tutto tappezzato di rosso, sotto al palcoscenico, per giungere alla platea, perché la porta d’accesso si trovava ad essere appunto dietro il palcoscenico.

La scala lunga più di 50 gradini tutta coperta da un tappeto rosso e decorata a guisa di un pergolato da piante di bambù da ambo i lati, fra i cui rami brillavano lampadine elettriche, riuscì di un effetto fantastico. Per giungere dalle sale si dovevano percorrere tre corridoi e scendere da un’altra scaletta: tutti questi passaggi furono coperti di tappeti e le pareti adornate di tende antiche.


Illuminazione a braccioli con candele. L’ambiente del torchio dovette essere trasformato perché eccetto il soffitto esso è rustico. Tutto il pavimento per quasi 30 metri di lunghezza, fu coperto dal tappeto del ridotto della Scala (con grande allarme e molti reclami da parte dei giovani cantanti e della loro direttrice Signora Oddone perché avrebbe assai attutito l’acustica. Ma si ebbe il cattivo gusto di dare più peso ai piedi degli spettatori, - e il tappeto rimase) le pareti furono pure decorate con bambù e altre piante. Dai quattro balconi pendevano quattro magnifiche tende antiche prestate da Fausto Bagatti. Il fondo della sala fu coperto da una grande tenda rossa. Da ciascun lato dei muri due file di poltrone da giardino, nel centro tutte sedie rosse con cuscini rossi.

Tutta la decorazione del palcoscenico (dall’apertura di 7 metri) sollevato un metro e mezzo da terra, fu fatta in damasco rosso. Il velario fu il primo dei velari in velluto rosso a frange d’oro, che vennero poi adottati da tutti i teatri in sostituzione dei vecchi sipari.

Ma l’innovazione più importante fu quella introdotta nella struttura del palcoscenico, da Rovescalli: a Verderio furono per la prima volta eseguite le scene a completo panorama senza quinte, ottenendo tale effetto che l’inverno successivo il medesimo metodo fi adottato dallo stesso Rovescalli per la prima scena del Tristano alla Scala e dopo d’allora non fu più abbandonato nei grandi teatri.

Ciò che invece fu pure eseguito a Verderio con suggestivo effetto di verità, ma che non poté essere ripetuto in teatri di grandi dimensioni per ragioni tecniche, fu il cielo a volta. Tale innovazione consisteva in una enorme cappa celeste (armatura in legno coperta di tela) che si estendeva al di là del panorama dal quale distava circa 50 cm. La illuminavano intensamente lampadine disposte tutt’intorno, dietro al panorama stesso.

Così le piante, i cespugli, le montagne si distaccavano sull’azzurro omogeneo del cielo.


L’effetto poi del tramonto, alla fine del primo atto e al principio del secondo, ottenuto con lampadine di vari colori graduate col grande commutatore a tastiera del Teatro alla Scala, espressamente fatto impiantare, fu straordinario di verità e di poesia.

Non mancarono gli effetti di luce all’apparizione di Virtù d’Amore, all’uscita di Aminta dalla grotta, ecc. Fu l’ingegner Clerici in persona, in cima a una scala, che eseguiva le irradiazioni luminose. Dietro al palcoscenico, allo stesso livello di questo, fu preparato un salotto come foyer per gli artisti.

Sotto a questo e nella sala attigua si improvvisarono con paraventi un gabinetto di toilette e dei camerini, sebbene gli artisti (che erano 22) si sarebbero vestiti nelle loro stanze. Il loro accesso al palcoscenico doveva avvenire dal passaggio interno che conduce alla cantina e prosegue per le scuderie.

Dal 20 al 25 di settembre si diramarono gli inviti in stampa per la rappresentazione fissata per il 7 ottobre.

All’antiprova generale coi costumi assistette il Comm. Giulio Ricordi che rimase incantato dalla buona riuscita dello spettacolo: la prova del suo entusiasmo ci viene dal suo articolo nel giornale la “Gazzetta Musicale”. Alla prova generale furono invitati, oltre alla famiglia , i contadini, il personale di servizio, la Contessa Cecilia Lurani e Franco da Venezia. A quasi tutte le prove assistette il M. Saladino che era venuto a villeggiare a Cernusco.

E finalmente spuntò anche la vigilia di questo giorno, una splendida che faceva bene presagire anche pel domani: e venne anche il domani. La casa era tutta preparata pel ricevimento che doveva precedere e pel ballo che avrebbe seguito la rappresentazione con relativa cena: e siccome ai numerosi inquilini di Verderio (solo la casa principale ospitava 52 persone) non rimaneva più disponibile la sala da pranzo, già disposta per la cena , si supplì riducendo a sala da pranzo lo studio di papà ove il pranzo di 40 coperti (i più intimi erano stati invitati a pranzo dai parenti), riuscì anzi ammiratissimo disposto come fu a tavolini di 4 persone. Per illuminazione, un candelabro su ogni tavolino.

Ecco il menù:


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mercoledì 24 febbraio 2016

WALTER IN GIRO PER L'ITALIA AD ACCOMPAGNARE LA MUSICA di Marco Bartesaghi

Walter Riva, anni settanta








“Maledetto il giorno che ho conosciuto i PHOLAS DACTYLUS”.
 

Walter lo dice ma non lo pensa, perché la collaborazione con il complesso dei Pholas - avvenuta intorno al 1974 - , per i quali si occupava degli strumenti e degli impianti in occasione dei concerti, diede inizio per lui a un periodo di vita piuttosto entusiasmante. Lo si intuisce da come, più di quarant’anni dopo, ne parla.
Per più di due anni infatti ha girato l’Italia in lungo e in largo, al seguito di alcuni dei gruppi musicali più in voga allora e di alcuni artisti celebri ancora oggi.



Walter Riva, nato a Verderio Superiore alla “Chiesa Vecchia”, figlio di Carlo, montatore di ponteggi, e di Maria Spada, oggi ha 62 anni. Ne aveva venti nel ’74 e lavorava a Robbiate da Bosisio, una ditta di ferro battuto, quando Rinaldo Linati, un coetaneo di Trezzo d’Adda, che oggi vive in Ucraina, gli propose di fare il tecnico di palco, per il complesso in cui suonava, i Pholas Dactylus appunto, dove Rinaldo era bassista; Paolo Carelli, di Sulbiate, voce e autore dei testi; Lello, di Vimercate, chitarrista, Valentino, organista.
Batterista era Giampiero Nava, detto Peo, che in seguito ha suonato per due gruppi di Verderio, “Gli Evasi” e “I Cleptomani” (1). Scomparso recentemente, è stato ricordato su questo blog da un amico, Doriano Riva, il 29 novembre 2015.


Immagine scaricata dal Web




I Pholas hanno avuto una vita piuttosto breve ma il loro unico album, intitolato “Il concerto delle menti”, caratteristico per il testo non cantato ma recitato, è considerato uno dei più interessanti momenti del rock progressivo italiano “minore”(2).

Lasciati loro, Walter inizia a collaborare con le “Equipe 84”, grazie a Sandro Fumagalli, di Calusco d’Adda, che delle Equipe è il fonico.


Le Equipe 84. Immagine scaricata dal Web
Fu così che, nella primavera del 1974, per l’interessamento di Walter, le Equipe per una settimana fecero le prove per un concerto nel teatro dell’oratorio di Verderio Superiore. In cambio il parroco, don Giampiero Brazzelli, ottenne in regalo un concerto, che attirò un pubblico numeroso ed entusiasta.

Walter a Genova con le Equipe 84 (foto scattata da uno di loro: bravo musicista , ma come fotografo...)
 
Ingaggiato, con Sandro Fumagalli, da un paio di ditte di noleggio strumenti, la Davoli di Parma prima e la Montarbo poi, Walter lavora per numerosi musicisti. Oltre alle Equipe 84, ricorda i Dik Dik, i Camaleonti, Claudio Rocchi – che accompagna a un paio di serate a “incasso zero”, di quelle che non ti lasciano neanche i soldi della benzina per il ritorno – Marcella.

Mia Martini e Franco Battiato, di quelli che ha conosciuto,  erano i professionisti più seri, che non smettevano le prove se tutto non era in perfetto ordine.

 
Immagine scaricata dal Web


Con Battiato, che allora abitava a Milano, Walter ha lavorato in una tournée in Sicilia, nella quale  il cantante era  accompagnato dal complesso lombardo dei “Perdio”(3). Nella sua terra Battiato era già piuttosto conosciuto e quindi alle serate c’era sempre parecchia gente.


In un'altra occasione le cose non andarono altrettanto bene. Il concerto si doveva svolgere in un teatro vicino a Verona; vi si recarono con la macchina di Battiato – “una NSU Prinz arancione con tetto nero” – su cui caricarono la strumentazione: 2 minimoog (4). Risultato: pubblico meno numeroso degli organizzatori e solito problema dei soldi della benzina per il ritorno.


Come per le Equipe 84, anche nella vita di Battiato, c’è un episodio che riguarda Verderio. Egli infatti, per circa una settimana, fu ospite di Walter, che gli mise a disposizione lo spazio della sua stalla per fare le prove. Chissà se se ne ricorda. Ho provato a chiederglielo, ma non mi ha risposto.


 
Walter in Calabria
Per Walter, che in seguito ha fatto il corriere e oggi è pensionato,  questa esperienza è durata circa due anni e mezzo: “Era una vita frenetica, dove si guadagnavano dei “bei soldi” ma che non dava tregua. Dovevi preparare gli impianti e gli strumenti prima che arrivassero i musicisti, poi seguire le prove, il concerto e, alla fine, smontare caricare e, se l’appuntamento successivo era la sera dopo, magari a qualche centinaio di chilometri di distanza, partire subito, dormire in furgone a turno , arrivare e ricominciare. D’estate ci si fermava solo due o tre giorni al mese per riparare le apparecchiature guaste. A vent’anni, per un po’ di tempo lo puoi fare, ma solo per un po’di tempo.”
 

Poi ti rimangono i bei ricordi.

NOTE
(1)  Questa è la composizione della band secondo i ricordi di Walter e di Fritz, Fabrizio Oggioni. Questo è quanto ho invece trovato su Wikipedia: Paolo Carelli – voce recitante, Valentino Galbusera – tastiere, Maurizio Pancotti – pianoforte, Eleino Colledet – chitarra, Rinaldo Linati – basso, Giampiero Nava – batteria
 

(2)  Lo potete ascoltare su You Tube al seguente indirizzo:
https://www.youtube.com/watch?v=srynIegLvec&list=RDsrynIegLvec#t=18
. Sui Pholas Dactylus e su “Il concerto delle menti”, un articolo di Paolo palma sul sito onda rock: http://www.ondarock.it/italia/pholasdactylus.htm
 

(3) Sui “perdio” ho trovato notizie al seguente indirizzo: http://xoomer.virgilio.it/tbellell/perdio/history.html e un’interessante intervista a un loro componente, Titta Colleoni, a questo indirizzo: https://www.bebeap.it/7870-la-musica-e-una-cosa-seria-intervista-a-titta-colleoni.html
 

(4)    Il minimoog è un sintetizzatore monofonico analogico inventato da Robert Moog. Fu messo in commercio nel 1970 dalla Moog Music, e fu uno dei primi sintetizzatori di prezzo accessibile, leggeri, relativamente semplici da programmare e largamente disponibili sul mercato

 Marco Bartesaghi


 

domenica 29 novembre 2015

PER RICORDARE "PEO", BATTERISTA DE' "I CLEPTOMANI" di Doriano Riva











L’amicizia è un grande valore.
Quando un amico ci lascia come è stato per Peo (Giampiero Nava) succede che questo sentimento ha un valore in più. Per chi come me, questa amicizia l’ha vissuta e condivisa per un buona parte della vita, merita di essere raccontata.
Ci siamo conosciuti a 16 anni quando col gruppo rock di Verderio che si chiamava “ Gli Evasi” ( Gigi batteria, Chiari chitarra, Raffaele basso , Pippo
chitarra, Doriano organo), eravamo a Cornate a suonare, e a Peo è stato chiesto di suonare qualche pezzo con noi.
L’impressione che fece al pubblico fu fulminante,sopratutto a Gigi che vedendo sto tipo biondo capelli lunghi suonare così bene, decise di lasciare
a lui le bacchette e di proseguire facendo parte del gruppo.


Abbiamo cambiato nome “I Cleptomani”. La nostra esperienza musicale è proseguita cambiando elementi ( Massimo e Gigi) ragazzi di Cernusco sul Naviglio. In quegli anni si facevano diversi concorsi per gruppi rock e noi eravamo spesso primi, salvo in due occasioni, a Cornate classificati secondi il pubblico contestò e a Mezzago dove, pur essendo stati eliminati dalla “giuria” il pubblico ci acclamò e la sera finale ci esibimmo con i DikDik.
La nostra esperienza durò fino al 1969.
Negli anni 70 nascevano gruppi sperimentali “rock progressivo”, Peo ne fece parte come batterista con i “Pholas Dactylus” riscuotendo un discreto successo nazionale e incidendo un Lp “Concerto delle menti”.








Negli anni a seguire ognuno ha fatto la sua strada, lavoro e passione x la musica. Con Peo ho avuto sempre un legame in più.
Nel febbraio 2002 ci siamo ritrovati con Gigi e Massimo dopo circa 30 anni a riprendere a suonare per l’amicizia e la passione x la musica. Ogni settimana ci incontravamo a suonare nella sua “sala della musica” e a Novembre dello stesso anno la “Riunion" è stata fatta nel locale che ci ha fatti conoscere al grande pubblico brianzolo al “ Canneto” di Colnago.
In seguito nel gruppo si è aggiunto un nuovo componente Silvano. Abbiamo continuato con numerosi concerti in giro x la brianza, fra questi il centro sportivo di Verderio Sup.


Invitati da Walter per una associazione benefica abbiamo suonato a novembre del 2012 all’Oratorio di Porto d’Adda


L’ultimo concerto programmato doveva essere a Luglio 2014 alla festa degli Alpini di Cornate, ma la malattia ce lo ha portato via.
Quella sera come gruppo abbiamo trovato un valido batterista, Paolo Frigerio, che ci ha permesso come Cleptomani di salutarlo e commemorarlo.







Quando ci ha lasciato con un gruppo di amici e fra questi voglio ringraziare Walter, abbiamo pensato di organizzare una serata di festa e musica con alcuni gruppi dell’epoca per ricordare e ringraziare Peo.


 
Gianpieero Nava, "Peo"

 
Presenti tutti i componenti della storia del gruppo e sopratutto il Chiari, anche lui purtroppo da poco ci ha lasciati.
Era il 22 novembre 2014 all’oratorio di Porto D’Adda.








Doriano Riva







 Per conoscere di più sui complessi di Verderio, "Gli Evasi" e "I Cleptomani", leggi l'articolo "Vennero “Gli Evasi”, e poi "I Cleptomani": i complessi musicali a Verderio". Lo trovi sul blog di Beniamino Colnaghi - Storia e storie di donne e uomini :
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/search?q=cleptomani

 

lunedì 29 giugno 2015

1969: IL CORO ALPINO LECCHESE CANTA "LA LEGGENDA DELLA GRIGNA"



"La Leggenda della Grigna"

tratta dal disco a 33 giri "Su pei monti ..."

del CORO ALPINO LECCHESE

26 novembre 1969





***

giovedì 2 aprile 2015

MANTOVA, MAGGIO 2008: FESTIVAL DELLA MUSICA di Marco Bartesaghi



Il filmato contiene una serie di fotografie scattate il 25 maggio 2008 al Festival della Musica di Mantova.
La musica del filmato non è in alcun modo collegata ai musicisti ritratti nelle fotografie.M.B.


venerdì 18 aprile 2014

27 marzo 2014. MARCO IANNELLI, MUSICOLOGO, INTERVISTATO DA "CORRIERE NAZIONALE", SU VITTORIO GNECCHI RUSCONE E IL CASO CASSANDRA .





Marco Iannelli, musicologo e compositore , è uno  studioso della musica  di Vittorio Gnecchi Rusconi ed è  autore del libro "Il caso Cassandra", la vicenda che, nei primi anni del novecento, coinvolse il musicista italiano e il più celebre Richard Strauss.








Il 27 marzo scorso, il "Corriere Nazionale" online, ha intervistato Iannelli su questi argomenti.

Puoi ascoltare l'intervista cliccando sul sebuente indirizzo:


http://corrierenazionale.it/cultura/news-2014-03-27-12-42-22-strauss_plagiario_il_caso_cassandra_una_spy_story_musicale-26206/

sabato 8 marzo 2014

ORRIBILE DELITTO DI VERDERIO. DUE DONNE BARBARAMENTE ASSASSINATE. Versi del cantastorie Domenico Scotuzzi. Musica e voce di Fabio Oggioni

La sera del 26 marzo 1913, a Verderio Inferiore, furono accoltellate Luigia Sottocornola e la sua domestica, Francesca Pochintesta. L'assassino, prima di allontanarsi, diede fuoco alla casa.
Questo duplice assassinio, che fu uno dei fatti di sangue più crudeli di quell'anno, suscitò, non solo in paese, molto scalpore e il asuo ricordo fu tramandato anche attraverso l'opera dei cantastorie.
Per saperne di più sul delitto leggi il post successivo a questo.

Domenico Scotuzzi. Archivio A.I.C.A /De Antiquis





Uno di loro, Domenico Scotuzzi, scrisse i versi che vi presento e che l'amico Fabio Oggioni (1) ha musicato ed ha accettato di interpretare. Il testo risale a poco dopo il delitto: il foglio non contiene una data, ma dalle parole della penultima strofa si capisce che è stato scritto prima del processo (agosto 1914) e prima che il colpevole ammettesse di non avere complici (28 maggio 1913).






Fabio Oggioni










PUOI ASCOLTARE LA CANZONE CLICCANDO SUL SEGUENTE INDIRIZZO YOU TUBE:

http://www.youtube.com/watch?v=v0brrePdFq8


O CERCANDO IN :
bartesaghivideostory











Sentite o buona gente il gran delitto
Commesso da un birbante un dì a Verderio,
Ed ora l’assassin piange pentito
Nella prigion il caso suo ben serio,
Or la giustizia scoperto ha già il mister
E l’assassino e complici andranno prigionier.

Un giorno verso sera l’assassino
Sotto mentite spoglie d’impiegato,
Si presentò alle donne in quel Villino
E falsi documenti ha presentato,
e a quelle donne lui franco gli parlò
E un memorandum falso dell’Orobia presentò.

Diffatti incominciò la discussione
Ed un contratto volle stipulare,
E per darsi maggior forza e più ragione
Carta da bollo lui mandò a comprare
Da un contadino che bene l’osservò
Ed il birbante il viso con cura mascherò.

Appena l’assassino fu sicuro
Che i contadini non potean sentire,
Levò un coltello, e con lo sguardo oscuro
Quelle due donne cominciò a colpire,
E per la prima la padrona assassinò
La serva poi raggiunse3, ed ella pur scannò.

Dopo compiuta la carneficina
Con gran cinismo si mise a frugare
Fra i mobili, le stanze e la cucina
Tutti i gioielli volle ancor rubare,
Mentre le vittime del suo brutal livor
Forse ancora in vita chiamavano il Signor.



Disegno di Fabio Oggioni




Dopo , il malvagio senza alcun pensiero
Per far sparire le prove del misfatto
E chiudere il delitto in un mistero
La Villa di Verderio ha incendiato,
La fiamma immane ad un tratto divampò
E le due donne uccise ancor carbonizzò.

I contadini accorsi con premura
Ne spensero l’incendio e tra il rottame
Trovarono la prova ben sicura
Del gran delitto commesso dall’infame,
E la Giustizia sul luogo si portò
E con scrupolosa cura l’inchiesta incominciò.

Venne prima arrestato un suo parente
Credendo che lui fosse l’uccisore,
Ma poi riconosciuto innocente
Dai Delegati e dal Procuratore,
Ed or contento si trova in libertà
Lieto che il malfattore punito alfin sarà.

Or l’assassino trovasi inquisito
E i complici saran certo arrestati
I barbari autor di quel delitto
Dalla Giustizia saran ben condannati,
Nel duro carcere dovran certo espiar
La colpa del delitto che voller consumar.

Ed or giovani tutti che ascoltate
Non vi lasciate indurre a tentazione
La roba altrui sempre rispettate,
Questo è il dover di tutte le persone,
La vita è sacra a tutti o miei lettor
Ed il delitto piomba tutti nel disonor.

NOTA
(1) Su questo blog trovi un'intervista a Fabio Oggioni, intitolata: Rock a Verderio: "La Nuova Esperienza". E' stata pubblicata il 20 giugno 2013 e la trovi sotto l'etichetta musica.