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martedì 15 luglio 2014

LA PESTE MANZONIANA (1630) NEI REGISTRI PARROCCHIALI DI ROBBIATE a cura di Maria Fresoli

Nei primi anni del seicento divenne parroco di Robbiate don Giorgio Spada. Egli succedeva nella guida della parrocchia a don Giacomo Spada, di cui era nipote.
Don Giorgio, oltre al ministero sacerdotale, svolgeva la funzione di “Notaio Apostolico”.
Molti sono gli scritti che egli ci ha lasciato, ed è grazie ai suoi appunti che si sono potute ricostruire, seppur sommariamente, le vicende iniziali della parrocchia di Robbiate.
Don Giorgio fu parroco per 46anni. Il suo ministero si svolse nella prima metà del seicento, nel pieno della dominazione spagnola, uno dei più travagliati e difficili periodi della storia della nostra parrocchia.
Infatti, oltre al prorompere della malvivenza e al dilagare della gran miseria tra la popolazione, sappiamo - grazie alle sue annotazioni - che il 18 settembre del 1629, il passaggio da Robbiate dei Lanzichenecchi e le conseguenti razzie delle case e delle campagne, lasciarono tra la gente una gran desolazione.
A dar manforte a queste disgrazie, nel luglio del 1630 da Milano arrivò la peste, che fece undici vittime, col conseguente panico tra gli abitanti. In quelle circostanze dolorose, il buon parroco, come possiamo leggere nel registro dei morti di quegli anni, somministrò con animo pietoso e caritatevole, i religiosi conforti ai poveri contagiati, che erano isolati in un capanno sul Monterobbio e che dopo la morte venivano sepolti nel cimitero del “Cavetto”, probabilmente una piccola cava di calce, materiale assai adatto per deporre i morti del contagio. La calce è un materiale che si trova in abbondanza sul Monterobbio, tant'è che, fino a pochi decenni fa, era in attività la cementeria Mazzoleni, proprio sopra la chiesa parrocchiale.
Il pietoso impegno di don Giorgio nei confronti dei malati non fu ben visto dai parrocchiani, i quali, sospettando che pure lui avesse contratto il morbo, lo evitarono disertando per parecchi mesi la chiesa.
La cronaca che don Giorgio Spada fece di quegli avvenimenti luttuosi è, dal punto di vista storico un'importante fonte di notizie dettagliate ed interessanti.
Evidenti sono le assonanze fra quanto lui scrive – gli untori, le crocette, ecc. - e le descrizioni di quegli eventi contenute nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Maria Fresoli
 
LA PESTE MANZONIANA (1630) NEI REGISTRI PARROCCHIALI DI ROBBIATE

 Dal LIBER MISSARUM

18 settembre 1629.
Hoggi sono calate le genti dell’Iperatore da Val Chiavena, et aloggiati in Robià 1500 cavalli, in Paderno 600, in Merà 3500 fanti: Robbiate 84
una ruina incredibile delle uve alla campagna, nelle case robbarie, capparramento de grani ai cavalli, formento. Segale, avena, orzo, fieno et paglia senza fine, et altre ruine che persona capace può immaginare.

21 settembre 1629 – giorno di S. Matteo.
Sono passati di qua 4500 fanti con più de 200 donne et figlioli. Li passaggi di questo esercito imperiale per Mantova et per Casale sono molti e molti, et ruine et danni più che più, et hanno durato per tutto il mese di ottobre.

11 novembre 1629.
A S. Martino cominciò a seguire la peste in Merate.
Gennaio e febbraio 1630.
Segue la peste in Merate, Paderno, Novate et Arlate et Imbersago.

Marzo 1630.
Segue la peste nei medesimi luoghi, fuorchè Arlate che è purgato.
 

Aprile 1630.
La peste anche a Brivio.

16 maggio 1630.
Furono unte la notte seguente, la prima volta, tutte le porte di Milano con quell’onto di peste, veleno et maleficio.


Traspare da quest’annotazione che anche nel nostro buon parroco don Giorgio Spada, s’insinuava la superstiziosa credenza del malefico veleno della peste sparso dagli “untori”:

"...s’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli.
Le nuove e tali scoperte volavano di bocca in bocca; e, come accadde più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere.
Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire..." Promessi Sposi, cap. XXXII


30 maggio 1630.
Nel giorno solenne del Corpus Domini, si è fatto la solenne processione, ha cantato la messa il curato di Verde’, ha predicato su la piazza del sig. Conte il prevosto di S. Bartholomeo; hanno accompagnata questa attione altri sacerdoti et vi sono accorsi molti dalle terre libere dalla peste.


11 giugno 1630.
E’ stato portato in processione il sacro corpo del glorioso S. Carlo, per tutte le crocette delle porte di Milano, con appurati solennissimi, poi riposto sull’altare maggiore del Duomo per otto giorni. Acciò sia questo supplicato che con i suoi meriti ottenga dalla Divina Maestà la liberatione dalla peste, per tutto il popolo.


Ed ecco ancora precisa e sintetica la descrizione di don Spada che ritroviamo più ampia in un passo dei “Promessi Sposi” :
 

“Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di convincerli... Al replicar dell’istanze, cedette egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov’eran rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, sull’altar maggiore del duomo... Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo..." Promessi Sposi, cap. XXXII


San Gerolamo soccorre gli appestati. Statue in una cappella della Via di san Gerolamo, Vercurago


Dal LIBER MORTUORUM

Luglio 1630.
Mentre godeva questa povera terra di Robiate, il favor Celeste della preservatione della peste, contagio, che serpendo havea infetto quasi tutto il Stato et la città di Milano, oltre la diaboloca inventione dell’unto composto di peste, veleno et maleficio, venne da Milano Jacomo Ajroldo, figlio del sig. Gio. Battista, che esserciva l’arte del barbiero, il quale portandovi la peste, interruppe la quiete della terra e cagionò alla sua propria casa la mortalità.
Seben da principio fece fronte d’esser sano, essendo sospetto, avenga invece che avesse duoi giorni prima rasato un suo compagno che la mattina seguente morì di peste. Tenne il fatto secreto, sinchè il malo si scoprì in lui.

Adì 2 luglio 1630.
Venne da Milano Jacomo, figlio di Gio. Battista Ajroldo del fu Antonio; giovedì alle 4 fu assalito da febbre, venerdì andò alla capanna fatta nel suo Monterobbio, et lunedì, adi 8 a hore 6 di notte, passò all’altra vita. Fu sepolto sul Cavetto, benedetto dal Rev. Maveri Cur. Di Merate Vic. For.
Era de età de anni 25, quali compiuti questo mese medesimo.

Adì 23 luglio 1630.
La sig. Claudia, figliola del sig. Giov. Battista Ajroldo, d’età de anni 18 in circa, è morta di peste, alla capanna del suo Monterobbio a hore 12 in circa, essendo stata assalita dalla febbre et doglia di capo. Sabato 20, fu confessata, nel tempo che stette alla capanna, dal M. R. Mauri Cur. Di Merà Vic. For. E puoi comunicata da me al rastello (cancello) della terra accompagnato da una guardia.
E’ stata sepolta al Cavetto, cimiterio benedetto per li appestati: posta in una cassa.

Adì 26 luglio 1630.
La sig. Camilla, moglie di Giov. Battista Ajroldo, d’età de anni 58 in circa, è morta di peste a hore 10, Fu confessata, comunicata et sepolta come sopra.

Adì 28 luglio 1630.
La sig. Cattarina, figlia del sig. Gio. Battista Ajroldo, d’età de anni 16, è morta di peste, fu confessata, comunicata et sepolta come sopra.

Adì 7 agosto 1630.
La sig. Eva Nogara Origoni, suocera del sig. Gerolamo Francesco Ajroldo, d’età de anni 75, è morta di peste. Fu confessata da me prete Girogio Spada Cur. Di Robiate, chiamato nel principio della sua agonia. Fu sepolta nel cimiterio della Cura, sotto terra sei brazza, ben chiusa in una cassa. Essendo già dodeci giorni venuta da Milano con il soddetto Gerolamo Francesco et con la peste, benchè havessero le lor bollette (lasciapassare).

Adi 11 agosto 1630.
Margarita, serva del sig. Gio. Battista Ajroldo, è morta di peste essendo stata a Milano dieci giorni fa. Fu confessata da me prete Giorgio Spada, cur. Di Robiate e sepolta al cimiterio degli appestati.

22 agosto 1630.
Joseffo, servitore de Gerolamo Francesco Ajroldo, de anni 20 è morto di peste e sepolto al Cavetto.

Adì 23 agosto 1630.
Joconda Nogara de anni 58 è morta di peste e sepellita al Cavetto.

Adì 26 agosto 1630.
Morta di peste Lucia, moglie di Battista Valtollina, detto il Guercio, d’età de anni 58.
Il sig. Gerolamo Francesco e suo figlio hebbero la peste anch’essi,
prima il figlio e poi il padre, ma guarirono.

18 dic. 1630.
Francesca e Anastasia, figlie di Battistino Ajroldo, molinaro, de
anni 3 e 6, sono morte di peste e sepolte al Cavetto.


Maria Fresoli

ALCUNI MONUMENTI RELIGIOSI IN MEMORIA DELLE VITTIME DELLA PESTE di Marco Bartesaghi

Molti segni -steli, croci, piccole cappelle – sorsero, quasi in ognuno dei paesi del nostro territorio, in ricordo delle vittime delle epidemie di peste che avevano colpito le popolazioni locali nel XVI e XVII secolo. I luoghi prescelti corrispondevano spesso a quelli che, durante le pestilenze, avevano ospitato i malati, i cosiddetti Lazzaretti, o accolto le spoglie dei defunti. 

Vi presento alcuni di questi luoghi, quelli che sono riuscito a rintracciare nei paesi più vicini a Verderio. Non è certamente un panorama completo, ma conto sul vostro aiuto per arricchirlo. Vi invito quindi a segnalarmi i monumenti che ho trascurato e di cui siete a conoscenza o, meglio ancora, ad inviarmi qualche loro immagine e qualche riga sulla loro ubicazione e la loro storia.


VERDERIO




A Verderio, è sicuramente legata alle epidemie di peste la cappella di San Rocco, situata in via Sernovella, angolo via San Rocco. Lo attesta la dedicazione al santo che fu colpito dal morbo mentre assisteva gli ammalati, ebbe la fortuna di sopravvivere e, fin dal Medioevo, è invocato dai fedeli come protettore da questo flagello.
 








La cappella, di cui non si conosce l’origine, ma presente in una stampa di fine settecento, è un piccolo edificio di forme neoclassiche, chiuso da un cancello in ferro. All’interno, sopra un piccolo altare sporgente dal muro, l’immagine del santo composta da piastrelle di ceramica.



Per saperne di più su questo edificio, puoi cercare nel blog l’articolo “SAN ROCCO”, tratto dalla tesi di laurea di Marta Cattazzo, pubblicato il 4 aprile 2010.




Restando in territorio di Verderio, pare che fosse in origine dedicata ai morti di peste anche la cappella dell’Immacolata (o della Madonna degli Angeli), in via per Cornate. Sembra infatti che nell’ottocento fosse conosciuta come Cappella dei Morti, che, al posto dell’immagine di Maria, contenesse un dipinto con le anime del purgatorio e che nelle sue vicinanze fossero stati trovati molti resti umani.
 

Per saperne di più cercate nel blog i seguenti articoli, pubblicati il 20 novembre 2009:
 

- IMMACOLATA o MADONNA DEGLI ANGELI IN VIA PER CORNATE, di Marta Cattazzo;
 

- LA NUOVA CAPPELLETTA DI VERDERIO (CRONACA DOMESTICA), di Ercole Gnecchi Ruscone, articolo scritto nel 1882 per il Giornale di Famiglia;
 

- DICEMBRE 1987:INTERVISTA A DELIA ZAMBELLI di Maurizio Oggioni e Marco Bartesaghi. Delia Zambelli, di Verderio, è l’autrice dell’attuale immagine della Madonna.


ROBBIATE

Nel suo libro “Robbiate: viaggio tra fede e umane vicende”, Maria Fresoli racconta che, dopo l’epidemia di peste del 1524, Robbiate avrebbe potuto avere una cappella dedicata a san Rocco, se la sua costruzione non fosse stata impedita dalle beghe intercorse fra i famigliari della nobildonna, Margherita Ajroldi, che aveva lasciato una somma di 50 lire allo scopo di costruire la cappella e un lazzaretto. 




Se quella voluta da Margherita non si poté fare, un’altra edicola sacra, in territorio di Robbiate la sostituisce nel compito di ricordare i morti per la peste. Si trova in via Monterobbio, sulla sinistra salendo, ed è conosciuta come "Madonnina del Cavetto", dal nome del terreno su cui sorge e che fu cimitero per le vittime del morbo. La cappellina, che conserva una statua in gesso rappresentante la Pietà, è relativamente moderna, essendo stata costruita un centinaio d'anni fa.




PADERNO D'ADDA





Oggi è, per tutti, la “chiesetta degli Alpini”, il piccolo edificio sacro a destra del ponte di Paderno d’Adda, all’imbocco della ripida discesa che porta al fiume. In origine però era “l’Oratorio di san Rocco” ed era sorto lì perché, probabilmente, luogo di sepoltura dei morti per la peste. Del resto la l’edificio era comunemente chiamato anche “Chiesina dei Morti”, tanto che con questa denominazione la indicava nel 1912 il parroco di Paderno, raccontando nel Liber Cronicus del suo nuovo altare, proveniente dalla vecchia parrocchiale di Verderio Superiore (1).


Fin dalla seconda metà del XVIII secolo la chiesa è dedicata a Maria e a Santa Elisabetta e il suo nome ufficiale è “Chiesa della Visitazione”.


CALUSCO D'ADDA

 





Una piccola chiesa sulla riva della’Adda, fu fatta costruire nel 1836 dagli abitanti di Calusco, in memoria di coloro che, rifugiatisi in questo luogo per proteggersi dalla peste del 1630, vi trovarono la morte.
 






I ruderi fra i quali gli abitanti avevano cercato riparo dalla malattia, erano quelli dell’antico convento benedettino, dedicato a san Michele, fatto costruire nel 1099 dai signori di Calusco in un loro terreno detto “dei Verghi”: il convento di Vergo.







Sopra l’altare una crocifissione con Maria che, rivolgendo lo sguardo ai fedeli, indica con la mano destra il figlio morente. Ai suoi piedi le anime del purgatorio fra le fiamme.





Il paliotto dell’altare è un quadro ad olio raffigurante una processione che si reca alla chiesetta per commemorare i morti di Vergo.




Sulla sinistra dell’altare, in un affresco, san Rocco, nel consueto abito da pellegrino e in compagnia del cane che, secondo la tradizione, gli avrebbe portato quotidianamente il cibo, durante la malattia.



In questa, come in altre immagini, ad esempio quella di Verderio di cui sopra si è parlato, il volto di san Rocco appare florido e rubicondo come certo non ci si aspetta da chi è stato vicino alla morte perché colpito dalla peste.




AICURZIO



Una cappella, meta di devozione degli abitanti del paese, sorgeva nel luogo di sepoltura dei morti per le epidemie del 1576 e del 1630.
Le loro anime, secondo la tradizione, ebbero il potere, nel 1705, di mettere in fuga le armate austro – piemontese e franco – spagnola, che si fronteggiavano in una delle battaglie per la successione al trono di Spagna.
Questo “miracolo”, il “Miracolo dei Morti”, accrebbe la devozione alla cappella, tanto che, nel 1725, al suo posto venne costruita la Chiesa dei Morti, oggi conosciuta come Santuario di Campegorino. Nel 1787 alla chiesa fu affiancato il cimitero e, nel 1905, il campanile
.





Su quest’ultimo una statua di san Rocco e una di San Sebastiano,entrambi considerati protettori dalle epidemie, ricordano forse l’antica origine dell’edificio sacro. Le immagini dei due santi sono anche dipinte ai lati dell’altare maggiore.





SULBIATE 












Una lapide ricorda a Sulbiate i morti della peste del 1630. 










È posta in una rientranza a sinistra della facciata della chiesa di S. Pietro Apostolo. 
La lapide recita: "QUI RIPOSANO I MORTI DI PESTE DI SULBIATE SUPERIORE -L'ANNO 1660"




Essa è ciò che rimane dell’antica chiesa, in luogo della quale, nel 1931, è stato costruito l’attuale edificio sacro.


BERNAREGGIO








Una colonna in pietra, sormontata da una croce, del 1630, posta su un basamento del 1819, si innalza dalla rotonda all’incrocio fra la provinciale che da Bernareggio porta a Vimercate e la strada per Villanova.
Per la sua posizione in prossimità di un incrocio, è detta “colonna compitale”, dalla parola latina compitum ( trivio o quadrivio in italiano).












È conosciuta come “colonna del Ciavel”, dal nome di chi la fece costruire, Paolo Chiavelli, per ricordare i morti nella peste del 1630.





RONCO BRIANTINO












A Ronco Briantino un piccolo tempietto ottagonale è dedicato “ai morti della Brughiera”. È stato costruito nel 1914 dove già esisteva un monumento in ricordo delle vittime dell’epidemia di peste del 1576.








All’interno un bell’affresco: la “Madonna del Carmine e le anime del Purgatorio”. Tempietto e affresco, restaurati da pochi anni, sono in perfetto stato di conservazione.




L’edificio, in una zona ancora isolata rispetto al resto del paese, è situata  in un prato ed è leggermente più in alto rispetto alla strada che conduce a Carnate. Nel prato, parallelamente alla scalinata d’accesso alla chiesa, una Via Matris Dolorosæ invita i fedeli a meditare sui dolori sofferti da Maria durante la sua vita.








NOTA
(1) Cerca in questo blog: A PADERNO D'ADDA TRE ALTARI DELLA VECCHIA CHIESA DI SAN FLORIANO DI VERDERIO SUPERIORE , giovedì 10 ottobre 2013


DOVE HO TROVATO LE NOTIZIE CONTENUTE IN QUESTO ARTICOLO


Per quanto riguarda Verderio e Ronco Briantino, ho fatto riferimento alla Tesi di Marta Cattazzo, IL LINGUAGGIO DELLE IMMAGINI VOTIVE - Analisi di pitture murali nella devozione popolare della Brianza., 2002. L’intera tesi, che analizza le immagini votive di Lomagna, Ronco Briantino, Bernareggio e Verderio, è consultabile presso la biblioteca di Verderio. Ampi stralci sono stati pubblicati nella rivista I Quaderni della Brianza, n.146, gennaio – febbraio 2003. Molte parti della tesi, riguardanti le edicola sacre di Verderio, sono pubblicate su questo blog. Le trovate sotto le etichette “Marta Cattazzo” e “Immagini sacre”.
 

Per Robbiate ringrazio Maria Fresoli e il suo libro ROBBIATE: viaggio tra fede e umane vicende.
 

Ho trovato le notizie riguardanti Paderno d’Adda  in PADERNO D’ADDA . Storie di acqua e di uomini, Autori vari, 1988, Cornate d’Adda.
 

Ho consultato inoltre i seguenti siti internet:
 

http://www.parrocchie.it/calusco/sanfedele/Calusco/Storia_Calusco.htm
 

http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Aicurzio/Santuario_di_Campegorino
 

http://it.wikipedia.org/wiki/Sulbiate
 

http://www.archiviostoricobernareggese.it/SITE/territorio/la-colonna-compitale.html

venerdì 9 maggio 2014

ROBBIATE: NOTIZIE STORICHE (seconda parte). DAL XVI AL XVII SECOLO di Maria Fresoli

Terminato il dominio degli Sforza, iniziano le lotte cruente tra Francesi e Spagnoli, per il possesso dello Stato di Milano: così quella piccola ripresa degli anni addietro, è nuovamente vanificata dalle terribili sventure che si susseguono senza sosta; si aggiungono alle già gravose tasse locali anche le straniere. Quale conseguenza di questi eventi disastrosi, arriva nel 1524 una grave pestilenza che decima gran parte della popolazione brianzola; in quella circostanza la nobildonna Margherita Ajroldi, lascia la somma di 50 lire alla comunità di Robbiate per la costruzione di un lazzareto e di una cappella, da dedicarsi a S. Rocco, ma per una questione fra gli eredi non se ne fece nulla.
Salito al potere Carlo V di Spagna, il ducato di Milano passa nelle mani del figlio Filippo II e i contadi nelle mani dei governatori spagnoli, interessati unicamente ad accapparrare, con sprezzo e disonestà, ingenti patrimoni in una terra che tanto non è loro.


San Carlo Borromeo




Salito al potere Carlo V di Spagna, il ducato di Milano passa nelle mani del figlio Filippo II e i contadi nelle mani dei governatori spagnoli, interessati unicamente ad accapparrare, con sprezzo e disonestà, ingenti patrimoni in una terra che tanto non è loro.
Da una fotunata ricerca all’Archivio di stato di Milano, si possono trarre alcune notizie sull’aspetto socio-economico del paese nel XVI° secolo; nel 1530 la popolazione di Robbiate era composta da 177 abitanti, in gran parte massari e braccianti, quasi tutti alle dipendenze dirette degli Ajroldi che detenevano gran parte delle case e terreni. E’ interessante segnalare che un certo Bertoldino Ajroldi esercitava la professione di medico e, tra il ceto medio troviamo pure un cavallante, un formaggiaio e un mastro falegname; di quell’anno abbiamo pure un elenco degli animali composto da 23 buoi e 11 mucche.
L’intero territorio si estendeva su 4209 pertiche così suddivise: 825 a campo, 1674 a vigna, 637 a ronco, 725 a bosco, 348 a brughiera.51 Le tre principali coltivazioni erano la vite, il frumento, l’avena e in minima quantità ceci, fave e fagioli che costituivano la base dell’alimentazione dei contadini.





La chiesa parrocchiale di Robbiate


Dal punto di vista educativo e morale questo secolo vede dilagare l’ignoranza, la superstizione, la corruzione: persino il comportamento di alcuni sacerdoti lascia a desiderare sotto l'aspetto morale e culturale, a Robbiate il cappellano Ambrogio Ajroldi sarà punito severamente dal Cardinale Carlo Borromeo per concubinato e altre gravi mancanze. Ed è proprio in questo clima che la maestosa figura di S. Carlo inizia un’imponente opera di riorganizzazione del clero e particolarmente delle parrocchie, servendosi delle visite pastorali per una miglior conoscenza dei problemi locali del territorio diocesano.
Dopo l’erezione della nostra parrocchia, avvenuta il 5 ottobre 1571, con le severe disposizioni del Santo, nel nostro territorio riprende più viva e più intensa la vita religiosa: i sacerdoti svolgono diligentemente i loro compiti pastorali con un comportamento più virtuoso ed esemplare, iniziando a tenere regolari registri dei battesimi, matrimoni, morti e gli elenchi dello “Stato d’Anime”.



Questi importanti registri ci danno la possibilità di avere una visione ampia e specifica della popolazione e del territorio urbano di Robbiate alla fine del XVI° secolo.
Dallo stato d’anime, compilato nel 1577 dal primo parroco Giacomo Spada, si apprende che nel paese vivevano 398 persone, distribuiti in 79 focolari (famigie) così ubicati. 54 in Robbiate, 21 in Terzuolo, 2 in Coglia, 1 in Moncucco e 1 in Duraga. Pure 79 erano gli edifici disloccati sul territorio, 51 dei quali appartenevano agli Ajroldi, la rimanenza a piccoli possidenti. Tra gli edifici è da segnalare un mulino a 4 ruote sopra l’Adda appartenente a Paolo Ajroldi. I capi
famiglia erano ancora in prevalenza massari, braccianti o servi alle dipendenze dei nobili, c’era pure un “resegotto” (taglialegna), un cavallante, un fattore e un tessitore.
Per chi ama considerarsi “Robbiatese” di antica origine, ecco i cognomi tratti da quel primo stato d’anime: Ajroldi, Bonalumi, Brambilla, Carcano, Corno, Crevenna, Crotti, Decio, Fumagalli, Mandelli, Mapelli, Perego, Spada, Villa, Viscardi.



Lanzichenecchi
All’inizio del ‘600 si profilano, dal punto di vista economico, ancora anni difficili per la popolazione: infatti una serie di violente grandinate si abbatte su tutto il territorio briantino, portando la totale distruzione delle colture. In una supplica del 1602, la comunità di Robbiate chiede alle autorità il permesso “de reparar case e reimpiantar viti per  mortalità de tempeste de doi anni passati”. Più avanti a complicar le cose sono le numerose bande di malviventi che si aggirano a derubare case e chiese e, con la calata dei Lanzichenecchi, si propaga nuovamente una violenta epidemia di
peste; di tutti questi eventi abbiamo trovato in don Giorgio Spada 2° parroco e notaio apostolico un cronista d’eccezione che, attraverso le sue dettagliate annotazioni nei vari registri parrocchiali, che presenteremo in un'altra occasione, ci fornisce un’ampia visuale sulla situazione.


La peste a Milano nel 1630

giovedì 13 febbraio 2014

ROBBIATE: NOTIZIE STORICHE (prima parte) di Maria Fresoli


Il testo che segue è tratto dal libro "ROBBIATE. Viaggio tra fede e umane vicende a cura di Maria Fresoli", in parte già pubblicato su questo blog e rintracciabile sotto le etichette Robbiate e Maria Fresoli.
Il brano iniziale, fra virgolette, è stato scritto da don Alessandro Villa (1816-1889), parroco di Robbiate dal 1848, e fa parte di un opuscolo, da lui scritto, intitolato "Di Robbiate e specialmente della Beata Vergine del Pianto". M.B.


ROBBIATE: notizie storiche

 
Stemmi di Robbiate - Codice Cremosano 1600

 
“La Brianza che in altre parti brilla per avventura di più attillata eleganza, e coi limpidi laghetti, coi cristallini ruscelli, coi dolci clivi, coi simmetrici viali tappezzati di verdura, inghirlandati di fiori, sfoggia una, direi quasi, signorile e molle leggiadrìa; in questo estremo lembo che costeggia l’Adda avvallata in profonda dirupata gola, è senza meno più maestosa, più varia, più ricca di fantastiche scene. Il suolo qui ondeggia con tante ripiegature, e con sì multiforme accidenze, che ne risulta un contrapposto di gajo e di cupo, di domestico e di selvaggio, di soave e di terribile, e con ciò, quell’effetto magico che col chiaroscuro delle tinte sa dare al quadro la maestrìa del pennello. Né per godere di siffatti magnifici spettacoli t’è d’uopo arrampicarti con lena affannata sopra l’ardua vetta di qualche monte , ma dovunque tu muovi il piede, una nuova e vaga prospettiva ti dà innanzi, e talvolta si di repente, che par quasi l’improvviso calarsi di una magica cortina a’ tuoi sguardi. Che se poi appena appena ti elevi sopra una prominenza, una lieve balza, un ciglio di sporgente ripa, è un incanto che ti rapisce e t’inebria questa quasi gioconda danza di poggi ridenti, di pampinose colline che ti si affaccia, e dietro di esse i cocuzzoli pur verdeggianti di più erti monti, e dietro di loro ancora di grado in grado , a guisa di maestosa immensa cornice, la curva frastagliata cresta di più eccelse montagne, di aeree rupi; e di qua un’indefinita veduta marina, ove lo sguardo si spazia e si perde; e di là una vasta multiforme pianura e, quasi dissi, costellata di allegre ville, di paesetti ameni, di campanili scintillanti, su cui sfuggendo lo sguardo, si slancia a raggiungere nel più remoto perplesso orizzonte, lontanissime città, che ravvisi al più fitto spesseggiare come di candide strisce, di lucenti punti. Ma, quando l’occhio, invaghito di queste sì amene prospettive, si avvalla giù giù per gli opachi burroni, e per la selvaggia scoscesa sponda che ci sta ai piedi, siamo colti come da un dolce brivido in vedere in quella quasi voragine l’Adda rubesta che si agita, mugghia, spumeggia, rompendo tra gli anfratti di catolli enormi e di cornuti massi le impetuose onde, e quasi riottosa urtando il calone che la costringe a dare una parte delle sue acque mansuefatte al grandioso naviglio per cui procede con bifido corso, e l’occhio la segue via via ne’ suoi bizzarri serpeggiamenti per molti chilometri.
Spettacoli sempre vaghi: ma se poi contemplati o in qualche mattino primaverile, quando alla parte orientale vedi dapprima spuntar quasi una candida benda, e quella dilatandosi, in breve tratto farsi vermiglia, e la vermiglia traslocar tosto in dorata; poi da quel grambo di cangiante luce balzare incoronato di vivi lampi il sole che allora





".... la mondana cera
Più a suo modo tempera e suggella"
Dante Parad


ovvero negli autunnali tramonti, quando la sfera fiammante del sole, che tremolando parve indugiare sull’estremo orizzonte, calata dietro ai monti, più non lascia vedere che quasi un vasto riverbero d’un lontano immenso incendio, e intorno intorno d’infuocate frangie scintillano listate le più vicine nubi, e dietro queste, altre di purpurea luce risplendenti, ed altre ancora che a strisce, a svolazzi, a pennellate screziando il cielo con continue metamorfosi in mille guise si cangiano d’iridi meravigliose: oh allora l’estatico spettatore non può a meno d’inalzare un inno a Lui che 





"Quanto per mente o per occhio si gira
Con tanto ordine fè, ch'esser non puote
senza gustar di Lui chi ciò rimira"
Dante Parad


In mezzo a sì magnifico pompeggiar di natura e si può dire al centro ed allo sbocco di questi naturali teatri, sotto la più benigna guardatura di cielo, in  ubertoso suolo sta il nostro Robbiate. Ma perché troppo appiccicato alle faldi del suo Monterobbio, e quasi appiattato all’ombra de’suoi balsamici vigneti, perciò è forse de’ meno vistosi e spiccanti tra i villaggi del dintorno.
Se però possiamo a buon diritto esaltare la privilegiata ubicazione del nostro paesetto, e con essa parimenti la vivace e insieme dolce indole dei suoi svegli ed attivi abitanti; non così possiamo farci belli di avite glorie, né accattar vanti tra i fasti della storia. Non giova farsi illusione; povera e piena d’incertezze e di lacune è la nostra cronaca paesana. Non mancarono certo nel nostro paesetto illustri famiglie: e fra le altre primeggia ne’più antichi nostri documenti e nelle nostre più rilevanti fondazioni il nome di una che a’ nostri tempi vediam ritallire più che mai vigorosa, e l’antico stemma fregiare di nuovi militari onori. Contuttociò i nostri annali non danno che frammenti scuciti e cenni isolati, ben lungi dal fornir materia ad un’attendibile monografia. Non sappiamo pure se Robbiate abbia dato il nome al felice colle su cui si addossa, o se lo abbia da esso ricevuto, come sembra più verosimile. Sopra il suo vertice troviamo tracce di vetusto fabbricato; ma nessuno sa leggere in quei ruderi se ivi sorgesse qualche asilo consacrato a pie meditazioni, ovvero, come sembra indicare il nome del sottoposto ispido bosco (1), qualche castellaccio o propugnacolo nelle ringhiose fazioni del medio-evo. – Aneddoti popolari e fantastici, racconti di orge feudali nelle ampie sale a giganteschi focolari, cozzi di guerrieri tremendi in armature di ferro, scorazzanti sui bruni palafreni, e nelle notturne danze i trabocchetti che allo scatto di recondite suste ingojavano e cincischiavano con roteanti e affilate lame giù per le orrende cisterne le miserande vittime di feroci odii e di sfrenate libidini; e dagli antri sotterranei le udite lugubri strida (erano le leggende che fanciulli con attonite orecchie udimmo nelle veglie invernali) ci fanno intravedere che qui pure si fecero sentire i suprusi, le tristizie e le prepotenze dell’età di ferro. Ma nulla di determinato e di preciso, e sempre fra le scompigliate fila di vaghe tradizioni, il tessuto di romantiche fole. A vero dire, le nostre tradizioni sono tronche ed incerte, e per poco che ci facciamo addietro, per noi ci troviamo a tempi antistorici, chè sono dall’epoca del glorioso San Carlo le nostre memorie ci offrono alcun che di certo e di preciso.
Da quell’epoca infatti data la fondazione della nostra Parochia, quando Robbiate con  Terzuolo, altra terricciuola che, di breve tratto staccata, gli sta a mezzogiorno, segregandosi dal vicino Paderno, si costituì in una sola indipendente Parochia, trasformando in Chiesa Parochiale un antico Oratorio dedicato a s. Alessandro M. che perciò fu assunto come titolare".
(2)


DAL X AL XV SECOLO
Si trova per la prima volta il nome di Robbiate in una pergamena con più di mille anni e precisamente dell’anno 966, custodita all’Archivio di Stato di Milano. Questo prezioso manoscritto tratta di un contratto di permuta tra Adalgiso, custode e presbitero della Chiesa plebana di Brivio e Arioaldo, abitante nel “vico et fundo Robiate” (3)




 
Particolare della pergamena dell'anno 966 custodita all'Archivio di Stato di Milano. In evidenza il nome di Robbiatee denominazione di terreni


Adalgiso da in permuta ad Arioaldo una casa e una vigna detta “Vigna Chiusa”, ricevendone in cambio un’altra casa e due campi chiamati “La Nava” e “Il Longo”.

Analizzando la pergamena, è con vivo interesse che si nota come la denominazione del paese e dei terreni sia rimasta inalterata sino ai giorni nostri. Ed avendo ormai sfiorato l’argomento dei toponomi, è bene approfondire un po’ il discorso, nel limite del possibile, il significato del nome “Robbiate”.

E’ opinione comune che esso derivi da “Orobi”, antica popolazione preromana, stanziatasi su quella fascia di territorio che andava dal Ticino all’Oglio; ma per ulteriori particolari ci affidiamo alle versioni di esperti in toponomastica: Gerhard Rohlfs, nel suo “Studien zur Romanischen Namenkude”, lo fa derivare dal gentilizio romano “Rubius”; Dante Olivieri invece, nel “Dizionario di Toponomastica Lombarda”, vuole che il paese abbia preso il nome dal Monterobbio che lo sovrasta e che, sempre secondo l’Olivieri, avrebbe il significato di “Monte Rubeo” cioè “rosso”. Quest’ultima definizione  sembra essere la più attendibile, se si considera il colore del terreno argilloso della collina; non solo, ma in alcuni manoscritti antichi è citata proprio come “mons rubeus”.

Nel 966 Robbiate faceva parte con Brivio e tutta quanta la sua Pieve alla corte regia d’Almenno che, a sua volta, era sotto il dominio di Attone conte di Lecco. Da due secoli era finita la Dominazione Longobarda e da uno quella Franca e, in tutta la Brianza, erano sorti in quel periodo numerosi castelli, posti a difesa contro le scorrerie dei popoli barbari, in special modo gli Ungari. Anche Robbiate, a scopo difensivo e in posizione strategica, ebbe sulla cima del Monterobbio una fortezza. Giovanni Dozio nel suo “Cartolario Briantino” asserisce che, in quell’epoca, il castello era di proprietà di certo Radaldo: questo nome infatti compare nella pergamena quale proprietario di beni confinanti.

Robbiate era dunque un “vicus et fundus”, cioè un grosso appezzamento di terreno con l’insediamento di nuclei abitativi, a volte fortificati, facente parte della Pieve di Brivio: a sua volta la Pieve era l’insieme di un determinato distretto rurale dove aveva sede una chiesa battesimale.
In quel periodo, la sola occupazione era l’attività agricola e i fondi erano lavorati dai fittabili che vivevano in casupole, con tetti in paglia, attorno alla “domus”(casa del padrone), e coltivavano la vite, la segale e il miglio. Circa le origini degli abitanti si può affermare che la loro discendenza era legata alla stirpe longobarda e, i nomi dei personaggi che compaiono nell’atto di permuta, come Arioaldo, Redaldo, Adalgiso, Sandolfo ecc. sono di chiara derivanza germanica.

A portarci nell XI secolo è un’altra pergamena datata 30 giugno 1018; si tratta ancora di una permuta, stipulata nel castello di Brivio, tra Olderico, sacerdote della chiesa plebana che cambia alcuni beni per conto della chiesa di S. Maria di Robbiate e Meleso di Paderno. L’atto fu rogato alla presenza di un messo d’Ariberto, potente vescovo di Milano e sottoscritto da “Bergumperti e Teudoaldi de vico Robiate” come testimoni (4). Gli eventi più significativi di quel secolo iniziarono proprio nell’anno 1018, con l’elezione di Ariberto d’Intimiano ad arcivescovo che, spentasi la discendenza dei conti di Lecco, prese nelle mani, oltre al potere ecclesiastico, anche quello politico, infeudando gran parte del territorio diocesano. Per capire “la vocazione” di taluni prelati del tempo, conviene rifarsi alle descrizioni dei costumi del clero, nel secolo undecimo, che il Beato Andrea da Vallombrosa ci ha lasciato:

“In quei giorni il ministero ecclesiastico era da così gravi errori sedotto ch’era una eccezione il prelato che risiedesse nella sede stabilita. Alcuni, infatti, vagavano qua e là con cani e uccelli da richiamo e si occupavano solo di cacce proibite. Altri frequentavano le taverne o erano cattivi fattori o empi usurai; e pressochè tutti passavano ignomigniosamente la vita con pubbliche mogli o concubine; tutti cercavano il proprio tornaconto e non la gloria di Cristo; tutti, cosa che senza lagrime non può essere detta né ascoltata, erano fradici di Simonia. Infatti non si poteva ottenere alcuna carica - dalla più bassa alla più alta - se non a contanti e nello stesso modo in cui si trattino le pecore al mercato. E il male peggiore – tra tutti i mali – era che non si trovava chi alzasse una voce di protesta e si opponesse a tanta iniquità, giacchè coloro ch’erano stimati pastori d’anime, essi stessi erano lupi rapaci”.
Non si sa con certezza se Robbiate fu sotto il diretto dominio di Ariberto, ma la vicinanza del nostro paese con Merate, sicuro feudo del battagliero vescovo, lo fa supporre. Tuttavia Robbiate fu sicuramente dominato dal potere ecclesiastico, infatti più avanti, in una bolla del 1148, il pontefice Eugenio III, conferma il possesso del “Castrum de Robiate cum pertinentis suis” (castello di Robbiate e suo territorio) al Monastero Maggiore di Milano (5).

 
Bolla pontificia del 1148 che conferma il posseso del castello di Robbiate al Monastero Maggiore di Milano.



“Sulla cima dell’Orobio, che a levante è lambito dall’Adda, fu già in andati tempi un castello, di cui restano ancora all’ingiro i fondamenti: è da credere edificato un de’ primi del medio evo, essendo in sito giocondato da tenta limpidezza di cielo e con vaghi prospetti offerti qua e là dai piani a mezzodì e dalle colline e dall’adda e dai monti più lontani: nel 1148 il monastero maggiore di S. Maurizio possedevalo con annessi non so quali poderi” (6).

Ma ciò rendeva problematiche le condizioni di vita degli abitanti dei villaggi, era che queste proprietà ecclesiali venivano solitamente subinfeudate a potenti famigli: nel caso di Robbiate agli Ajroldi.
Erano dunque i poveri contadini sottomessi al signorotto del paese che esercitava ogni sorta di soprusi, pretendendo l’assoluta obbedienza in cambio di un pezzetto di terra da coltivare. Oltre al pagamento d’ingenti tasse, egli pretendeva la consegna dei raccolti e tutto ciò che serviva alla sua casa; in più aveva la facoltà di applicare la giustizia, di emanare bandi, e il diritto delle armi; ma la pretesa più ignobile era lo “jus primae noctis”: a quel tempo messo in atto sicuramente anche a Robbiate.

La povera gente sopportava tutto ciò con umiltà e rassegnazione, consapevole che una ribellione sarebbe solo servita a scatenare crudeli rappresaglie: troppe erano le bocche da sfamare, e quel poco di terra assegnatole, in cambio dei più umili servigi era l’unica fonte di sostentamento. Se anche lo spirito di rivolta affiorava giustamente negli animi di questi poveretti, l’idea di essere privati anche di quel poco, bastava a reprimere ogni tentativo d’opposizione (7).

“ Ma la nostra ribellione in che consisteva? Nel domandare che le mogli e le figlie fossero nostre, né obbligate di oscene primizie al feudatario; che potessimo macinare il grano e cuocere il pane anche altrove che al molino e al forno del padrone, il quale esigeva una tassa esuberant; che potessimo scacciare le lepri e i conigli dal seminato”
Terminato il periodo del potere ecclesiastico, venne Federico Barbarossa a seminare distruzione e a imporre altri gravosi tributi; ma quest’oppressione portò il popolo alla riscossa e, nell’abbazia di Pontida, si giurò la Lega Lombarda che sconfisse Federico a Legnano, assicurando la libertà ai Comuni Lombardi.

Nell’anno 1348 un tal Pietro da Robbiate fece parte del consiglio della Provvisioni, che approvò gli “Statuti di Milano” rimasti in vigore fino al 1700. Gli statuti erano un elenco di norme legislative che pesavano, come sempre, sui poveri e favorivano naturalmente i potenti.
Più tardi ci furono i Torriani contro i Visconti, i Guelfi contro i Ghibellini, ma il diritto era sempre dalla parte del più forte, finchè i Brianzoli, stanchi di quelle continue lotte, demolirono numerosi castelli, tra i quali quelli di Merate, Sabbioncello e forse (il “forse” è d’obbligo poiché nessuna notizia è pervenuta in proposito) anche quello di Robbiate.

Ma nonostante la distruzione di quei rifugi di prepotenza, il diritto d’armi e di giudizio rimase saldamente nelle mani del feudatario. Tuttavia nei villaggi si ebbe un notevole sviluppo edilizio: le case si costruivano in pietre e mattoni con copertura in coppi, l’una accanto all’altra, il più delle volte attorno ad un pozzo, formando così le prime “corti” nelle quali abitavano massari e pigionanti. Queste masserie erano di propietà dei benestanti che v’insediavano più nuclei familiari imparentati tra di loro, fino a raggiungere 30 e più persone, ai quali davano in dotazione dalle 150 alle 200 pertiche da coltivare: naturalmente a vanga e zappa.

 
Antico edificio perimetrale del cortile "La Badalasca"


 
"La Badalasca" - antichi elementi decorativi



Così tra una guerra e l’altra, si giunge all’anno 1374, ed è proprio in quest’anno che i Visconti concedono finalmente a tutti gli abitanti di Robbiate (professi ghibellini), ogni sorta di immunità e privilegi, per essere stato il popolo schierato dalla loro parte nella guerra contro i Torriani. Questi privilegi furono confermati, nuovamente, nel 1450 da Francesco Sforza e nel 1467 dalla moglie Bianca Maria, subentratagli al potere dopo la sua morte. Queste ulteriori riconferme, erano dovute al coraggio dimostrato dai Brianzoli nelle lotte contro i Veneziani, aspramente combattute in tutti i territori a ridosso dell’Adda, si legge infatti nel bando (8):

“...nobiles, massaris, fictabilibus, reddituaris, molendinaris, mezzadris, colonis et laboratoribus tam praesentibus quam futuribus et dictorum bonorum ut supra immunes et exsemptos ab omnibus et singulis, condicijs, taxsis, dacijs, impositionibus et oneribus… Homines ipsos in guerra dominationis Venetorum, contra comunitatem Mediolani, pro augmento status nostri, fuisse fideles et obedientes”.

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 NOTE
(1) Si chiama il bosco del “Castellazzo”
(2) Don Alessandro Villa, "Di Robbiate e specialmente della beata vergine del Pianto", pag 11-17
(3) Archivio di Stato di Milano (A.S.M.) - fondo Ajroldi, cart.4 fasc. 5
(4) G. Dozio, "Il cartolario Brigantino" pag. 57-58
(5) Vedasi la bolla presso A. Muratori
(6) G. Dozio "Brivio e sua Pieve" pag. 184
(7) C. Cantù, "Brianza Storie Minori"
(8) A.S.M. - Fondo Ajroldi

mercoledì 18 aprile 2012

DI ROBBIATE E SPECIALMENTE DEL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DEL PIANTO di DON ALESSANDRO VILLA . Brani scelti a cura di Maria Fresoli

Nel 1848  don Alessandro Villa, nato a Robbiate il 23 marzo 1816 e al tempo coadiutore nella nostra parrocchia, diventa parroco di Robbiate.
Questo sacerdote, assai versato nelle scienze letterarie, ha lasciato numerosi Memoriali ed una bellissima pubblicazione sulla storia della Beata Vergine del Pianto, ricca di suggestive descrizioni, che rivela la sua anima poetica.
Don Villa diede avvio, all’inizio del 1873, al completamento del Santuario. Per tale opera furono spese 3.868 lire, tremila delle quali ricavate dalla vendita di un antico pizzo che ornava un camice custodito nel santuario.
Il prezioso merletto era stato donato due secoli prima (all’inizio dell’erezione) dalla contessa Visconti Borromeo, moglie del conte Corio. Nel settembre dello stesso anno, al termine dei lavori, don Alessandro diede alle stampe l'opuscoletto: "DI ROBBIATE E SPECIALMENTE DEL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DEL PIANTO scritto di propria mano, in cui raccontò in modo mirabile le origini della nostra chiesina, e che qui riproponiamo parzialmente (1).
Maria Fresoli




Don Alessandro Villa
DI ROBBIATE
e specialmente
DEL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE
DEL PIANTO
Notizie

...Adunque fra Robbiate e Terzuolo, con piccola divergenza verso ponente e quasi equidistanza dalle due terre sopra un muricciolo di cinta eravi una semplice immagine della Vergine Madre rappresentata all’atto che teneva in grembo la salma divina diGesù Cristo pur mo calata dalla croce, e ciò in mezzo a due altre figure, cioè da un lato l'effigie di S.Carlo, e dall'altra quella di S.Francesco.

Affresco "Madonna del Pianto" - Conservato presso l'Oratorio
Maschile.
Chi fosse l'autore del dipinto e per cui ordine venisse eseguito e in qual anno, precisamente non consta; ma è certo che il muricciolo su cui sorgeva la sua immagine allorché si segnalò la sua venerazione, formava parte del recinto che chiudeva la vigna del conte Carlo Corio, allora R.Feudatario di questa comunità di Robbiate, senatore ed uno de’ sessanta Decurioni di Milano. Questo fondo medesimo ancora sotto il nome di "Vigna Chiusa" è ora posseduto dalla nobile casa Fumagalli. Il dipinto per sé non aveva alcun pregio d'arte che lo rendesse insigne; ma sbiadito lavoro di volgare pennello, formava col rozzo contorno a mattoni una semplice campestre cappelletta.
Ma non è la magnificenza dell'arte né la sontuosità dell'ornato, sibbene la fede del divoti e l'arcano beneplacito di Dio che possono render miracolosa un'immagine. Il perché non deve far sorpresa se dapprima alcuni pochi, spinti da particolare ispirazione si recassero a pregare alla solitaria cappelletta la Madre delle grazie; quindi lieti dell'ottenuta mercé si facessero per riconoscenza, preconizzatori dello speciale favore con cui d'innanzi a quell'immagine la Regina del cielo esaudiva i preganti; con ciò se ne diffondesse la fama, crescesse l'accorrere de’ divoti, se ne rinfocolasse la pietà, e la preghiera animata di maggior fiducia, diventando più efficace, diventasse altresì alla sua volta, fornite più potente di più estesa devozione.
Imperocchè (lo notiam di passata) è questo il gran vantaggio del Santuari e, se oso così dire, il segreto di loro viva efficacia: in essi la viva memoria del tanto prodigio operato, la profonda impressione che riceviamo da que’luoghi, da quelle pietre, da quelle immagini da que’trofei, da que’tanti monumenti che ci schierano alla mente i tanti che colà pregarono e furono esauditi, ci risveglia la fede, ci dilata il cuore, ci solleva a speranza, e quindi ci mette nella miglior disposizione a prorompere in quella preghiera che fa a Dio una tenera violenza...
Tornando alla piccola Cappelletta che formò il primo nucleo del nostro Santuario, si trova che fu negli anni 1669 e 1670 che si segnalarono le più frequenti e straordinarie grazie quivi compartite per intercessione di Maria SS. invocata alla sua Immagine del Pianto. E quantunque siamo ben persuasi che, dove manchi il suggello e l'autorità della Chiesa non si può dare un valore di assolutì miracoli e fatti comunque ci sembrino prodigiosi e d'altronde constatati: ciò nulla ostante l'animo è commosso a religiosa ammirazione in leggere le tante memorie di strepitose guarigioni in quel tempo, di cui ebbe a tesserne un lungo catalogo il pio rettore della Parrocchia, in allora Filippo Micheli; catalogo steso col candore della più intima persuasione, e colla franchezza di chi non teme smentita, precisando i fatti, esponendo le circostanze, indicando i nomi tanto delle persone graziate, come de’ molti testimoni oculari.
La contemporaneità del relatore, de’ fatti, de’ testimoni, la coincidenza di tanti singolari casi, in così breve periodo di tempo se non bastano a quel pieno assenso che costituisce la fede, sono più che sufficienti a quella pia credenza che sostiene la fiducia. Evvi poi un fatto indubitato che emerge per così dire dal seno di tutti gli altri e di cui per avventura fu causa o conseguenza; voglio dire la fidente devozione, la pia ressa, l'accorrere da tutti questi contorni, ed anche da luoghi lontani, alla miracolosa Cappelletta tanto che in breve tempo, cioè nell'anno stesso 1669, si ebbe a raccogliere in spontanee offerte la somma di lire tremila; somma abbastanza considerevole se si abbia riguardo al tempo ed al relativo valore del numerario.
Queste straordinarie offerte determinarono il parroco ed il popolo di Robbiate ad incarnare un'idea che forse già da tempo covava negli animi, cioè di far sorgere un tempio al culto di Maria Vergine dove trovavasi l'umile tabernacoletto. Dissi che una tal idea forse già da tempo dominava negli animi; perché, infatti, troviamo che il succitato conte Senatore Carlo Corio, partecipando col Comune alla molta devozione verso la benedetta Effigie, nella sua morte aveva disposto che volendo la comunità fabbricare una Chiesa in quel luogo, fossero tenuti i suoi eredi a dare tutto il sito bisognevole.
Valendosi perciò di tal disposizione, col fondo delle già fatte offerte, e speranzosi di sempre maggiori, attesa la crescente affluenza del devoti, i parrocchiani si accinsero alla grande impresa con quel sacro entusiasmo, che non conosce i freddi calcoli dell'umana prudenza, ma tutto spera ed ardisce perché nel proprio magnanimo sentimento ascolta una voce di Dio.
A questa nobile ispirazione si devono tutte quelle grandi fondazioni, tutti que’giganteschi Santuari, che colle loro moli colossali, colle vaste cupole, colle numerose guglie slanciatesi al cielo, contano i secoli, e tuttavia ci lasciano attoniti, e (diciamolo ancora) tarpano l'orgoglio alla generazione stessa che ha traforato il Cenisio, e tagliato l'istmo di Suez.
Ebbero adunque da un architetto, certamente del più distinti di quell'età, il disegno di un tempio che ci lascia tanto più dolenti che sia rimasto incompiuto, quanto più ne ammiriamo la peregrinità del concetto, l'euritmia delle parti e l'eleganza della forma. Chi guardi lo schizzo iconografico, che, trovato nell'archivio domestico della nobile Casa Fumagalli, per la costei cortesia possiamo presentare, vedrà come l'ampio coro, il presbiterio di forma ellitica, e l'ottagonale navata, si riunivano mediante acconce articolazioni in un vago e maestoso corpo di Chiesa.
L'architettura in que’tempi era certamente sul declino, e dalla sublime semplicità a cui l'avevano portata i geni dell'età precedente, già degenerava in quelle esagerazioni e in quelli artifiziamenti capricciosi che noi conosciamo sotto il nome di stile barocco Ma non è la magnificenza dell'arte né la sontuosità dell'ornato, sibbene la fede del divoti e l'arcano beneplacito di Dio che possono render miracolosa un'immagine. Il perché non deve far sorpresa se dapprima alcuni pochi, spinti da particolare ispirazione si recassero a pregare alla solitaria cappelletta la Madre delle grazie; quindi lieti dell'ottenuta mercé si facessero per riconoscenza, preconizzatori dello speciale favore con cui d'innanzi a quell'immagine la Regina del cielo esaudiva i preganti; con ciò se ne diffondesse la fama, crescesse l'accorrere de’ divoti, se ne rinfocolasse la pietà, e la preghiera animata di maggior fiducia, diventando più efficace, diventasse altresì alla sua volta, fornite più potente di più estesa devozione.
Imperocchè (lo notiam di passata) è questo il gran vantaggio del Santuari e, se oso così dire, il segreto di loro viva efficacia: in essi la viva memoria del tanto prodigio operato, la profonda impressione che riceviamo da que’luoghi, da quelle pietre, da quelle immagini da que’trofei, da que’tanti monumenti che ci schierano alla mente i tanti che colà pregarono  e furono esauditi, ci risveglia la fede, ci dilata il cuore, ci solleva a speranza, e quindi ci mette nella miglior disposizione a prorompere in quella preghiera che fa a Dio una tenera violenza...
Tornando alla piccola Cappelletta che formò il primo nucleo del nostro Santuario, si trova che fu negli anni 1669 e 1670 che si segnalarono le più frequenti e straordinarie grazie quivi compartite per intercessione di Maria SS. invocata alla sua Immagine del Pianto. E quantunque siamo ben persuasi che, dove manchi il suggello e l'autorità della Chiesa non si può dare un valore di assolutì miracoli e fatti comunque ci sembrino prodigiosi e d'altronde constatati: ciò nulla ostante l'animo è commosso a religiosa ammirazione in leggere le tante memorie di strepitose guarigioni in quel tempo, di cui ebbe a tesserne un lungo catalogo il pio rettore della Parrocchia, in allora Filippo Micheli; catalogo steso col candore della più intima persuasione, e colla franchezza di chi non teme smentita, precisando i fatti, esponendo le circostanze, indicando i nomi tanto delle persone graziate, come de’ molti testimoni oculari.
La contemporaneità del relatore, de’ fatti, de’ testimoni, la coincidenza di tanti singolari casi, in così breve periodo di tempo se non bastano a quel pieno assenso che costituisce la fede, sono più che sufficienti a quella pia credenza che sostiene la fiducia. Evvi poi un fatto indubitato che emerge per così dire dal seno di tutti gli altri e di cui per avventura fu causa o conseguenza; voglio dire la fidente devozione, la pia ressa, l'accorrere da tutti questi contorni, ed anche da luoghi lontani, alla miracolosa Cappelletta tanto che in breve tempo, cioè nell'anno stesso 1669, si ebbe a raccogliere in spontanee offerte la somma di lire tremila; somma abbastanza considerevole se si abbia riguardo al tempo ed al relativo valore del numerario.
Queste straordinarie offerte determinarono il parroco ed il popolo di Robbiate ad incarnare un'idea che forse già da tempo covava negli animi, cioè di far sorgere un tempio al culto di Maria Vergine dove trovavasi l'umile tabernacoletto. Dissi che una tal idea forse già da tempo dominava negli animi; perché, infatti, troviamo che il succitato conte Senatore Carlo Corio, partecipando col Comune alla molta devozione verso la enedetta Effigie, nella sua morte aveva disposto che volendo la comunità fabbricare una Chiesa in quel luogo, fossero tenuti i suoi eredi a dare tutto il sito bisognevole.
Valendosi perciò di tal disposizione, col fondo delle già fatte offerte, e speranzosi di sempre maggiori, attesa la crescente affluenza del devoti, i parrocchiani si accinsero alla grande impresa con quel sacro entusiasmo, che non conosce i freddi calcoli dell'umana prudenza, ma tutto spera ed ardisce perché nel proprio magnanimo sentimento ascolta una voce di Dio.
A questa nobile ispirazione si devono tutte quelle grandi fondazioni, tutti que’giganteschi Santuari, che colle loro moli colossali, colle vaste cupole, colle numerose guglie slanciatesi al cielo, contano i secoli, e tuttavia ci lasciano attoniti, e (diciamolo ancora) tarpano l'orgoglio alla generazione stessa che ha traforato il Cenisio, e tagliato l'istmo di Suez.
Ebbero adunque da un architetto, certamente del più distinti di quell'età, il disegno di un tempio che ci lascia tanto più dolenti che sia rimasto incompiuto, quanto più ne ammiriamo la peregrinità del concetto, l'euritmia delle parti e l'eleganza della forma.
Chi guardi lo schizzo iconografico, che, trovato nell'archivio domestico della nobile Casa Fumagalli, per la costei cortesia possiamo presentare, vedrà come l'ampio coro, il presbiterio di forma ellitica, e l'ottagonale navata, si riunivano mediante acconce articolazioni in un vago e maestoso corpo di Chiesa.
L'architettura in que’tempi era certamente sul declino, e dalla sublime semplicità a cui l'avevano portata i geni dell'età precedente, già degenerava in quelle esagerazioni e in quelli artifiziamenti capricciosi che noi conosciamo sotto il nome di stile barocco.


Progetto originario dell’altare
(archivio privato Brugnatelli)
Ma fortunatamente questa viziatura, a riguardo del nostro tempio, si limitò agli ornati ed agli accessori, ritenendo nel complesso le maestose curve e le semplici lenee di uno stile abbastanza puro. Presentato il disegno all'approvazione dell'ecclesiastica Autorità, e quindi da quella avuta l'opportuna facoltà di costruire la bramata Chiesa; come da Rescritto Curiale 28 Aprile 1670, si diedero i parrocchiani all'esecuzione con si unanime concorso di opera, con sì mirabile fervore di anime, con sì pertinaci sforzi e generosità di sacrifici, che in poco più di un anno, cioè alla fine del 1671, avevano già eretta e fornita quella parte della Chiesa che finora esistette col suo altare alzato precisamente intorno alla venerata effigie, fabbricato a mattoni e stucco, ma riccamente adornato di fregi a rilievo, di colonnette quali lisce, quali a spira anzi a chiocciola, di graziose cariatidi, e di simulacri in plastica rappresentanti angioletti cogli emblemi della Passione di nostro Signore.
Per sopperire all'ingente spesa ebbero ricorso a straordinaria questua, che con licenza ottenuta dalla Curia Arcivescovile il 16 luglio dello stesso anno 1670 praticarono nelle circonvicine Pievi.
Condotta così a termine una parte del magnifico fabbricato, cioè il coro ed il presbiterio, nell'impotenza di sostenere le ingenti spese che richiedeva il compimento del grandioso disegno, s'avvisarono di rimetterlo a più propizi tempi, e frattanto eretto interìnale anti-tempio, in forma di capanna, valersene come chiesa provvisoria, di cui infatti chiesero dall'Autorità ecclesiastica, la benedizione e la facoltà di esercitarvi i divini uffici.
Così sullo scorcio del 1671 veniva benedetta la nuova chiesa dal M.R.Parroco di Merate, allora Vicario Foraneo della Pieve, Francesco Maria Lezzeno, che dedicata al dolori di M.V., giustamente intitolavasi "`Del Pianto" e cominciavasi a celebrarvisi la Santa Messa e le altre divine ufficiature,con quanto gaudio e tripudio del popolo di Robbiate, ognuno può immaginarlo.
Vagheggiava lieto quel popolo una bella parte della Chiesa sorta quasi per incanto, e non dubitava che l'addentellato chiarirebbe presto altre robuste braccia, altri che generosi subentrerebbero all'opera a darvi il compimento.
Così esprime il rapporto dì visita fatta dal Vicario Foraneo per ordine della Veneranda Curia Arcivescovile 10 ottobre 1671: "con tal rapidità e facilità questa parte fu costruita che ci lascia sperare al più presto la costruzione del rimanente” L'augurio fu pio, ma purtroppo non fu veridico.
Frattanto abbisognando la novella Chiesa di un custode, quindi palesatasi subito la convenienza di contiguo casino ove abitasse un Sacerdote che vi celebrasse la Santa Messa e la sorvegliasse, così nel 1672 si diè opera a tal costruzione e la si eseguì con tale alacrità, con tale ardore di pietà, che le donne gareggiavano cogli uomini nelle fatiche e nel trasporto degli stessi materiali, avendo guida, ad eccitamento, ad esempio la contessa Visconti Borromea, moglie del conte Francesco Corio, dama d'insigne pietà, ed animata dal più caldo zelo pel Santuario di Maria, alla cui munificenza sembra doversi quanto di più preziose suppellettile essa ebbe nel suo principio.
Rendiamo colla più viva compiacenza questo omaggio al sesso devoto e gentile, che non abdicò mai il suo bel primato nel culto della Vergine Madre, ed anche negli attuali restauri ebbe una degna rappresentanza nelle zelanti cure di esimia Signora.
Tal fu l'origine di questa Chiesa, che per oltre duecento anni rimase tronca ed incompleta, come una maestosa figura profilata da insigne pittore, che non abbia potuto colorarne che il capo, la cui venustà lascia più vivo il desiderio del torso e delle altri parti mancanti.
Della qual mancanza non fu già causa (come correvan voce) un ripicco di blasonica albagia, per cui due nobili case, già mosse da caldo zelo e cooperatrici generose, ruppero subitamente in discordia, e mentre ognuna voleva l'esclusivo diritto d'imprimervi il proprio stemma, incocciatesi, lasciarono la fabbrica in asso. E' questa a quanto pare, un'ingegnosa invenzione con cui un capo formoso che finisce in coda di pesce, e forse il bel aneddoto attecchì tanto più, quanto che, accagionandone un araldico  rabuffo, risparmiava al nostro orgoglio l'umiliante confessione di una meschina impotenza, e, quel che più è amaro, di un'ignava noncuranza succeduta al fervido entusiasmo dei nostri avi.
Ma ciò che è più da dolersi, si è che sopravvenne, non ha guari, tale circostanza che rese impossibile per sempre l'attuazione del primitivo disegno. Ciò fu la costruzione del tronco di strada regia militare, che il Governo Austriaco fece tracciare ed eseguire dal Porto d'Imbersago, dirigendoci verso Vimercate. Fosse indolenza dei nostri che non reclamarono, fosse inflessibilità di cui bilancia una devota aspirazione, non potevano aver gran peso; fatto è che la nuova strada passando a randa a randa dell'antico fabbricato, anzi radendolo diagonalmente, e per isbieco, fu come un fermo perpetuo al compimento della chiesa nella forma cominciata.




Progetto originale del Santuario
Fu perciò che l'Amministrazione Comunale, trovandosi coartata come un letto di Procuste, e pur volendo in qualche modo conchiudere in forma decorosa il Santuario, assistita dall'opera graziosa e dal fecondo, versatile, squisito ingegno di ancor giovane architetto, retrotrasse l'altare rinnovellato a più elegante forma, e così usufruttando per presbiterio una parte dell'antico sproporzionato coro, esso presbiterio venne a costituire come il centro e la navata della Chiesa, a cui s'annestò, come si potè meglio un acconcio e grazioso vestibolo. Tutto poi l'edificio venne restaurato, intonacato, raffazzonato nell'esterno, abbellito nell'interno. Si è fatto quello che fu possibile, non quello che si sarebbe desiderato.
Ma se torni a qualche incremento della gloria di Maria SS., anche il poco ci parrà assai...”

Don Alessandro Villa



Altare attuale

 NOTE
(1) Questo testo è tratto dal libro "Robbiate tra fede e umane vicende", scritto da Maria Fresoli ed edito dalla parrocchia di Robbiate nel 2003. Altri brani tratti dallo stesso libro sono stati pubblicati su questo blog: li trovi sotto le etichette Maria Fresoli Codara e Robbiate