lunedì 10 agosto 2026

LE DUE LINGUE E I DUE MONDI DI GIANCARLO CONSONNI intervista di Marco Bartesaghi





 

Giancarlo Consonni è morto il 13 febbraio 2026, lasciando un grande vuoto nella cultura milanese, dove ha occupato un ruolo importante sia come urbanista che come poeta, come è stato ricordato in un convegno tenuto alla Casa della Cultura il 14 marzo, a un mese dalla sua morte.

 

Giancarlo ha vissuto l' infanzia e la  giovinezza a Verderio Inferiore, di cui ha utilizzato il dialetto per molte sue poesie, dedicate al paese, alla sua campagna e ai suoi personaggi. Oltre alle poesie in dialetto, contenute nei libri “Lumbardia” (1983), “Viridarium” (1987), “Vus” (1997), la sua vita a Verderio  ritorna nei libri in lingua italiana “Da grande voglio fare il poeta” (2013) e “Il conforto dell’ombra” (2025).

Giancarlo Consonni ha occupato un posticino anche in questo blog. Molto generosamente, ogni volta che gli ho chiesto di intervenire, lo ha fatto con simpatia e semplicità. Avevamo concordato anche un impegnativo progetto di presentazione della sua poesia, che però non ho mai realizzato, per timore di non esserne capace. Peccato.

Per questo progetto gli avevo mandato alcune domande scritte e lui mi aveva risposto. Ne era uscita questa intervista che ora vi propongo.

***

Marco (M). Hai scritto di essere bilingue dalla nascita: la lingua di tuo padre, quella del paese dove sei nato, Verderio, che chiami «milanese rurale», e quella di tua madre, l’italiano/toscano o meglio, sempre parole tue, lo «splendido pistoiese». 

Hai scritto anche che nella lingua si esprime il modo di stare al mondo, di rapportarsi con le cose e con i propri simili. Due lingue, due mondi, due modi di rapportarsi: puoi descrivere questi tuoi due mondi, magari partendo dal primo, quello del dialetto di Verderio?

Giancarlo (G). Su cosa comporti nella formazione degli individui il bilinguismo praticato fin dall’infanzia vi è ormai una vasta letteratura scientifica e non entrerò, da incompetente, in questo campo. Posso solo testimoniare della grande fortuna che ho avuto. Ma anche della condizione di ‘diverso’ in cui sono venuto a trovarmi in una comunità di dialettofoni. In quel contesto, negli anni che precedono l’arrivo della televisione, pronunciare delle parole in italiano era motivo per essere percepito come uno straniero, almeno tra i coetanei. Da lì al dileggio e all’emarginazione il passo era breve. Affrontare e superare simili difficoltà fu per me una grande scuola di vita.

L’arrivo dal gennaio 1954 della televisione cambiò radicalmente le cose, mandando a soqquadro forme mentali basate sulle chiusure che nascevano dalla lingua (forme peraltro sempre in agguato, come dimostrano gli ultimi decenni).

Nel bilinguismo opera un ascolto incrociato e una comparazione continua. Una delle prime prese di coscienza è che non tutto è traducibile da una lingua all’altra, tanto più da una lingua a un dialetto. Alla fine ci si rende conto che ogni lingua ha potenzialità specifiche (a cominciare dalla constatazione del fatto che il dialetto, mentre ha una grande presa sulle cose, assai meno si presta all’impiego di concetti astratti). Ma si tratta per lo più di un lavoro sotterraneo di cui. In generale, il parlante non ha grande consapevolezza. 

Nel mio caso il fiume carsico è riaffiorato con il distacco dalla comunità originaria, quando il dialetto, che non parlavo più correntemente da circa otto anni, è venuto a cercarmi. Sì, a cercarmi: mi scoprivo a pronunciare parole in soliloqui a mezza voce affascinato da sonorità di cui saggiavo gli anfratti come in uno scavo musicale.

Col tempo sono arrivato a comprendere che in ogni lingua opera uno specifico canto interiore, in cui si riflette un modo di stare al mondo. E che la poesia è in primo luogo il tentativo di portare in evidenza quel canto e di aderirvi. 

Così, pur nella consapevolezza della distanza, sono tornato ad abitare una lingua nel cui materiale sonoro ritrovavo l’anima di una comunità, o se si vuole la trasfigurazione di quella che era stata la concreta comunità di un tempo. Un abitare in solitudine al limite della follia, ma dove la parola assumeva una forza tale da fare rivivere un mondo e addirittura da convocare attorno alla parola poetica una comunità ideale: un teatro di uditori, per lo più persone scomparse, verso le quali avvertivo un forte vincolo di lealtà e che eleggevo, allo stesso tempo, a giudici. Nel senso che in ciò che venivo pronunciando (e che si profilava come un dire poetico) veniva chiamata in ballo una verifica di fedeltà, o, se si vuole, di rispetto per la natura intima del dialetto che tornavo a pronunciare.

Tutto questo avveniva in una fase storica, gli anni settanta del novecento, in cui in Brianza, e non solo, il dialetto andava incontro a una fase di declino irreversibile. Così, senza che me ne rendessi pienamente conto, quella poesia che mi trovavo a pronunciare è venuta ad assumere i contorni di quello che in musica si chiama “oratorio”. 


M.  C’è poi l’altro mondo, quello dell’italiano/toscano…

G.  Qui, per quanto riguarda la mia esperienza, la questione del canto è venuta in evidenza ancor prima, soprattutto quando verso i 14 anni trascorsi un periodo di vacanza a Pistoia. Passavo le giornate come inebetito dalla bellezza di quella lingua. 

Alla soglia dei trent’anni mi resi conto che non si trattava tanto di maggiore o minore ricchezza espressiva della lingua rispetto al dialetto. Ma di straordinarie potenzialità specifiche. Il dialetto di Verderio mi chiamava alle sue escursioni fortissime, veri e propri ossimori: cupezza e fulgore, cavernosità e solarità, pesantezza e levità, lentezza e fulmineità. Per non dire del rapporto vertiginoso con il silenzio.

L’italiano mi portava sulle ali della sua cantabilità e allo stesso tempo mi incantava con la sua misura civile.


M.  Bilingue è anche la tua poesia , che quindi esprime due mondi poetici diversi. Mi sembra che una prima differenza sia temporale: in dialetto la poesia della memoria, della vita passata; in italiano quella dell’attimo presente, colto e fermato in un'istantanea (hai scritto anche che l’italiano/ toscano è stata per te la lingua dell’incanto).

G. Quello che chiamo canto interiore corrisponde anche a una sorta di ‘duca’ nel senso dantesco di guida. Detto altrimenti, in ogni lingua opera un magistero. Diventare allievi di una lingua è come scegliere di avere come insegnanti tutti coloro che quella lingua hanno parlato trasformandola, facendola diventare quella che è: un patrimonio immenso che vive grazie al fatto che in essa è incamerata parte della loro umanità. 

Il dono incommensurabile che è una lingua chiede a ciascuno di noi di continuarne la vicenda offrendole sostanza vitale. Sostanza che altro non è se non la risposta di ognuno di noi all’aspirazione a un significato e a un senso e alla loro condivisione. 

Dal milanese-rurale di Verderio e dall’italiano nella parlata pistoiese ho avuto specifici insegnamenti e specifici inviti e spinte a prendere la parola nel teatro della poesia.


M. Due mondi poetici che però non si sono sovrapposti: da 1973 al 1993 le tue poesie sono state in dialetto (le raccolte Lumbardia 1983; Viridarium 1987 e Vûs 1993); poi –«senza alcuna intenzione meditata» – hai iniziato a scrivere versi in italiano. Non ci sarà un ritorno, non ti capiterà più di scrivere versi in dialetto?

G. Quella della poesia in dialetto è per me un’esperienza conclusa. Per ora mi sembra di escludere un mio ritorno al dialetto.


M. Il dialetto è una lingua orale, ma tu la scrivi: ti sei dato o fai riferimento a un sistema di regole?

G. La scrittura di una lingua orale è un problema che ha sicuramente una risposta scientifica da parte dei linguisti. Io l’ho affrontata di getto, oltretutto senza riferimenti. Nel senso che la poesia in dialetto non era tra i miei interessi. Resta per me la difficoltà di mettere su carta suoni singolari, come quelli che stanno a metà strada fra la i e la e.


M. Ognuno di noi ha in memoria un proprio vocabolario della lingua di cui fa comunemente uso, e fa ricorso a un vocabolario esterno per le parole sconosciute o incerte. Il tuo vocabolario di dialetto di Verderio Inferiore l’hai tutto “in memoria” o ne hai anche uno esterno, che ti sei scritto da solo?

G. Nel mio caso la fonte pressoché esclusiva è la memoria. A un certo punto però ho preso a frequentare il Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (5 volumi, Milano 1839-56). Ma in questo caso l’interesse prevalente era per i contenuti storico-antropologici di quest’opera straordinaria.


M. Tu traduci le tue poesie e nei tuoi libri le presenti con il testo in italiano a fronte. È solo uno strumento per facilitare la lettura o la traduzione è essa stessa una poesia che potrebbe avere una sua vita autonoma?

G. La traduzione non può che essere opera di poesia. Dove hai due ‘guide’, in dialogo tra loro.




 

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