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sabato 25 dicembre 2021

PORTONI A VERDERIO di Marco Bartesaghi

Le corti nei nuclei storici e le cascine distribuite sul territorio hanno costituito, fino al secondo dopoguerra e se si escludono le ville padronali, la totalità delle abitazioni di Verderio, allora diviso nei due comuni, Inferiore e Superiore (V.I, V.S).

L'accesso principale a questi edifici dalla strada contigua era un portone, il più delle volte costituito da un androne, profondo quanto l'ampiezza del fabbricato, con solaio in legno Dove l'apertura era praticata in un muro di cinta e non doveva oltrepassare il fabbricato d'abitazione, l'androne non c'era e si accedeva direttamente al cortile.

L'androne della corte detta dei Fredich (V.S,)

La corte cosiddetta "di Spirit" (V.S) di portoni ne aveva due, poichè si affacciava su due vie, Fontanile e Angolare.


Curt di Spirit, entrata da via Fontanile











Curt di Spirit, entrata da via Angolare


I portoni erano di grandi dimensioni, perché dovevano permettere l'accesso dei carri trainati da animali, spesso avevano gli spigoli protetti da paracarri (1) e in origine erano quasi sempre dotati di infissi, che permettevano la chiusura notturna.

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In italiano, con la parola "porta" si indica sia l' "apertura praticata in una parete o in una recinzione  per crearvi un passaggio" sia il "serramento che si applica all'apertura per aprirla o chiuderla a piacere" (2). Lo stesso vale per "portone", che di "porta" non è che un accrescitivo. D'ora in avanti, in questo articolo, la parola portone sarà usata sempre nel secondo significato, quello di serramento o infisso.

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I portoni di Verderio ancora in opera sono tutti in legno; sono composti da due grandi ante che si adattano quasi sempre alla forma ad arco dell'apertura;

 

Il portone di cascina Airolda è rettangolare  e lascia aperta la parte superiore arcuata.

 

in una delle due ante è ritagliata una porta, per permettere l'accesso solo pedonale quando il portone è chiuso.


Per impedire l'entrata a ospiti non desiderati, il lato interno dei portoni era dotato di vari sistemi per serrare fra loro le due ante e per fissarle al muro superiore e al pavimento, in modo da rendere difficile lo sfondamento. Venivano usati chiavistelli in metallo o sbarre di legno. Anche le porte pedonali erano dotate di sistemi di chiusura: serrature, che permettevano l'apertura con chiave anche dall'esterno, o chiavistelli che, invece, lasciavano fuori i ritardatari.





















Porte e portoni potevano essere muniti di maniglie per facilitare l'apertura e la chiusura.



Altro elemento importante è la coppia cardine e bandella, che permette il movimento dei battenti, sia dei portoni che delle porte: il cardine è un perno che rimane fermo; la bandella è un anello che entra nel cardine e permette all'anta di aprirsi e chiudersi.

 

Cardine e bandella fra portone e muro

 








Cardine e bandella fra porta e portone

Recentemente su alcuni portoni sono state installate elettroserrature ed altri congegni automatici: purtroppo non sempre si è tenuto conto del valore del manufatto su cui si stava intervenendo e l'aggiunta risulta un po' stonata.


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In compagnia di Maurizio Besana, falegname, abbiamo cercato sul territorio comunale i portoni superstiti. Non ne abbiamo trovati a Verderio ex Inferiore, né in via dei Tre Re, la strada principale del borgo, né in via Roma (già via Larga). In via dei Tre Re non abbiamo trovato neanche i cardini sugli stipiti. In via Roma qualche cardine è rimasto, ad esempio sull'arco che dà accesso al Vicolo Chiuso. Qualcuno però mi ha assicurato che molti portoni c'erano, anche se non sono rimaste tracce.

Nel territorio di Verderio ex Superiore, molti portoni esistono tuttora, alcuni sono usati regolarmente, altri saltuariamente; uno, quello della "curt Növa", in via sant'Ambrogio, c'è ancora ma, per motivi di sicurezza non è più utilizzato. Alcuni vecchi portoni sono stati recentemente sostituiti da nuovi, sempre in legno, che ho tralasciato di inserire in questa rassegna.

Per i nomi delle corti mi sono attenuto a quelli indicati da Giulio Oggioni nel suo libro "VERDERIO. La vita contadina, le corti e le cascine".


CURT DI CUSTÒNT ( via Campestre)

Vista esterna e interna:












Particolari

Sistemi di chiusura:



Coppie  cardine-bandella:



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giovedì 24 giugno 2021

"I PIEMUNTES" - LA FAMIGLIA ROSTAGNO A VERDERIO NEL RACCONTO DI ANTONELLO ROSTAGNO a cura di Marco Bartesaghi

All'estremità nord-orientale di Verderio, in via Porto d'Adda,  abita la famiglia Rostagno,  conosciuta come “i piemuntes”, perché venuta, nel lontano 1952, dal Piemonte.
Quanto segue me lo ha raccontato a voce Antonello, nipote  dei due contadini che sono all'origine di questa storia.

Mancano le fotografie dei protagonisti, che spero di poter aggiungere in un secondo tempo

Con l'aiuto di Fabrizio Oggioni ho cercato di precisare meglio l'identità delle persone citate. Il risultato lo trovate fra parentesi quadre. M.B.

"I PIEMUNTES" - LA FAMIGLIA ROSTAGNO A VERDERIO NEL RACCONTO DI ANTONELLO ROSTAGNO

Mio nonno e mia nonna erano di Entracque, in provincia di Cuneo, un paese della val di Gesso, in pieno parco dell'Argentera. Il paese si chiama così perché è ricchissimo di acqua: è attraversato da tre torrenti: uno di fianco, uno sopra e uno che gli passa in mezzo.
Il nonno, Antonio Rostagno, era nato nel 1904; la nonna, Mariuccia Quaranta, nel 1911. Come tutti gli abitanti della zona  in quel tempo, il nonno faceva il contadino e, soprattutto, il boscaiolo.
Ma in quelle valli, c'era da fare la fame, come spesso succede in montagna, dove i terreni sono in salita e d'inverno vengono (o meglio: venivano) un paio di metri di neve.

 

Entracque in una cartolina del 1953

Entracque è a due passi dalla Francia, ci si poteva andare a piedi attraverso la montagna; molti facevano contrabbando, di caffè e di zucchero; molti emigravano.
Oltre il confine le occasioni di lavoro e di ricchezza erano decisamente maggiori che in valle, così anche i nonni decisero di emigrare. Si stabilirono a Ramatuelle, vicino a Saint-Tropez, dove il nonno trovò lavoro da un  viticoltore e continuò anche a fare il boscaiolo.
Nel 1933, nacque mio papà. Lo chiamarono Pietro Germano, perché Germàn era il nome del padrone delle vigne e suo padrino di battesimo.

Per la famiglia le cose andavano relativamente bene. Quando scoppia la  guerra, però,  per gli italiani, che già erano considerati gli ultimi, la vita  diventa più difficile. Dovendo scegliere se  fare la fame in Francia o farla a casa propria, i nonni decidono  che è meglio farla a casa propria, e  ritornano in Italia, dove riprendono il lavoro di sempre mentre il papà, che di là aveva già frequentato la quarta elementare, non conoscendo una parola di italiano deve riprendere dalla terza.

Il territorio intorno ad  Entracque, fino a qualche anno fa, era ricco di caserme militari. Una sorella della nonna  conobbe un soldato, lo sposò e andò a vivere a Olginate, il paese del marito. Dopo qualche anno  fece sapere a casa che i padroni di un paese vicino vendevano terreni. Erano gli Gnecchi e il paese era Verderio Superiore.
Il nonno, che aveva sempre avuto il pallino della terra, decise di comprarla e ne comprò tanta, perché il lotto a cui era interessato gli Gnecchi non volevano dividerlo. Dovette fare un debito enorme, ma allora era più facile di adesso. All'inizio erano del nonno anche i terreni a monte della strada che porta all'Azienda Agricola Boschi. Poi li ha venduti, perché stava veramente facendo fatica, e così ha finito di pagare i debiti. Adesso la proprietà è di cinque ettari, compresa la casa.

Per un periodo, intanto che veniva costruita la casa, i nonni fecero avanti e indietro da Entracque.
Una volta finita la stalla, che per il nonno era la cosa principale, si trasferirono definitivamente a Verderio. Era il 1952.  Arrivarono con un camion e tre mucche; arrivarono in quattro: il nonno, la nonna, il papà e sua sorella, Antonietta, che non aveva ancora sei anni. Adesso abita a Brivio, ma viene a Verderio quasi tutti i giorni. Arrivarono a fine agosto e a fine settembre la zia Antonietta iniziò ad andare a scuola, in prima elementare, con la maestra Pirovano. Il papà di anni ne aveva 21.
La casa era la metà di quella di adesso; fu ampliata per il matrimonio di papà. La prima parte fu costruita, se non sbaglio, dal nonno di Danilo Parolini, l'altra dal papà di Roberto Sirtori [Antonio Sirtori, 1921-1981].


Entracque, l’ho già detto, era un luogo ricchissimo di acqua: in tutto il paese, poco più grande di Robbiate, c’erano forse un’ottantina di fontane; tutti avevano già l’acqua corrente in cortile.
A Verderio invece dovevano andare a prenderla in paese, con il  carro trainato dal cavallo e le taniche da 200 litri. C’era la fila per approvvigionarsi. Fu una brutta sorpresa, loro non erano abituati.
Grazie al papà di Orazio, il nonno di Beatrice, il daziere [Renzo Fumagalli], che si impegnò a  risolvere le difficoltà burocratiche, dopo un po’ di anni dal centro del paese fino a cascina Alba fu scavato un canale e furono posati i tubi dell'acqua. Lo scavarono a mano, una cosa oggi impensabile: a lavorare c’erano il nonno, il papà, il Cúnsu [Cunsulen - Antonio Cassago 1913-1988], il papà di Gigi [Giuseppe Sala, classe 1918] e altri che non ricordo.
Allora, dal centro del paese a casa mia c’erano solo il cimitero, la cascina dei Muleta [cascina Provvidenza], il Betulino [Betulén, bettola - osteria], la cascina Isabella, la Casinéta [cascina Malpensata]. Oltre  si trovavano  la cascina di Rho [cascina Amalia] e la cascina Alba, una delle poche che aveva un pozzo.
La cascina di Rho era nello spazio dove poi è sorta la fabbrica dei caschi Nava. L’hanno abbattuta  quando avevo 11 anni. Mi ricordo che per buttarla giù vennero con un mezzo con la palla d’acciaio. Vicino alla cascina c’era una parte di prato più verde, dove c’era sempre acqua, a camminarci ti bagnavi i piedi. Il nonno andava lì ad abbeverare le mucche. Dopo la distruzione della cascina e alcuni lavori fatti sulla strada, l'acqua non c'è più stata.
Per lavare i panni  andavano alla Roggia Annoni, che adesso, purtroppo, è chiusa; un tempo ci facevano anche il bagno.

I nonni avevano sei o sette mucche e un toro. Avevano un cavallo e una falciatrice. Vendevano il latte, al lacé, che era il papà di Emilio [Arialdo Villa]; vendevano qualche vitello ogni anno e il fieno che non serviva per gli animali. Coltivavano il granoturco, più che altro per dar da mangiare alle galline,  e il grano: per  100 chili di grano avevano in cambio 70 chili di pane (oggi ti danno, al  massimo, 19-20 euro). Con questo sono riusciti a pagare il debito. Adesso sarebbe impossibile.

A lavorare con gli animali era soprattutto la nonna. Ogni tanto faceva anche il formaggio: non ho tanti ricordi, perché le mucche ci sono state finché ho avuto circa 4 anni, ma la  ricotta avvolta in uno straccio e appesa me la ricordo. Il nonno e il papà invece lavoravano la terra: soprattutto il nonno perché poi papà, quando il mondo ha cominciato a cambiare e sono arrivati i primi trattori, le prime macchine, ha trovato lavoro in fabbrica, come operaio alla Michelin, in corso Sempione a Milano. Una scelta di cui è sempre stato felice.

Sai che i piemontesi hanno sempre le nocciole in tasca? Il nonno, da buon piemontese, per prima cosa ha piantato una fila di noccioli. Poi ha piantato più di 100 alberi da frutta. Aveva tre orti.  Sapeva innestare, era bravo, un vero contadino e boscaiolo.

Era un tipo abbastanza solitario; andava al bar a bere un liquore assurdo, che non so se esiste ancora, il mandorlato; andava a messa a Natale. Per il resto non usciva mai di casa,  anche se aveva amici. Appena arrivati a Verderio si era presentato da loro Tugnin [Antonio Colombo 1917-2005]. Era uno che portava sempre un guanto perché aveva una mano offesa.  Era nato a cascina Alba, ma abitava a Paderno d'Adda con la moglie, una signora bresciana. Quando i nonni sono arrivati a Verderio, Tugnin s'è presentato e, con una gentilezza estrema, gli ha detto: “se avete bisogno di qualcosa chiedete”. All'inizio i nonni avevano fatto molta fatica a comunicare con gli altri, perché tutti parlavano in dialetto e loro non lo capivano, la nonna  parlava addirittura francese. Tugnin era uno dei pochi che parlava italiano. Era un comunista sfegatato. Secondo lui il più buon vino che potevi trovare era quello del circolo di Paderno: era il più buon vino d'Italia, non ce n'erano di migliori.
 

Avevano anche altri amici. Ricordo che c'era Giuvanin di Géta [Giovanni Battista Motta 1905-1996]; c'era “il Gianni” [Gianni Villa 1942-2020], che quando ero piccolo mi aveva insegnato a barare a briscola: a Paderno abitava vicino al Tugnin e anche lui era nato a cascina Alba. Alla domenica la mamma di Gianni, la moglie di Tugnin e “la Rusina” venivano a giocare a briscola con la nonna e si fermavano tutto il pomeriggio.

I rapporti della mia famiglia  con Entracque non si sono mai interrotti. Ogni anno i nonni tornavano almeno una volta al paese e quando sono morti, sono stati sepolti là, perché era sempre stato un loro desiderio.

Papà e mamma si sono sposati nel 1966, un anno prima che nascessi io, il loro unico figlio. La mamma si chiama Renata Lucia Tomasoni,  è di origine bergamasca, della val Seriana, di una frazione di Clusone. Quando ha conosciuto papà abitava  già a Porto d'Adda, poco lontano da casa nostra, in quella cascina che si trova sulla destra, prima di arrivare a Porto. Era l'ultima di una fila di fratelli, muratori che dalla val Seriana erano spessissimo in trasferta a Milano: così decisero di avvicinarsi e costruirono la cascina. Anche loro avevano qualche mucca e qualche capra. Erano una famiglia numerosissima: quando ci si trovava a mangiare si era sempre in sessanta, settanta persone: era bellissimo.
In valle la mamma lavorava come operaia e poi aiutava in casa perché aveva da lavare per tutti quei fratelli.  Anche dopo sposata ha fatto l'operaia, prima da Vertemati, una fabbrica di divani vicino alla cascina La Salette,  poi da Bertolotti e alla Last. Quando la nonna, sua mamma, ha cominciato a non star bene lei è stata a casa per assisterla. Però i suoi fratelli l'hanno assunta come dipendente, così ha potuto maturare la pensione.
Il papà è morto  nel 2010, quando aveva 77 anni.

Morti i nonni, i miei vecchi per anni hanno fatto lavorare la terra ad altri: mettevano il granoturco o il grano; hanno provato anche con la soia. A fine anno il saldo era sempre negativo: meno 2000 euro circa. Una cosa assurda!
Ho pensato per anni su come coltivare quella terra, ma fare il contadino adesso è come fare l'industriale e con 5 ettari di terra non lo fai: un trattore, anche usato, vale di più di tutta la terra che abbiamo. Forse se avessi ereditato l'attrezzatura qualche cosa sarei riuscito a fare, partire da zero, invece,  è una cosa da pazzi.

Ho pensato di coltivare la paulonia,  una pianta che si usa soprattutto in nautica perché il suo legno  ha la caratteristica di bere pochissimo; una pianta che cresce velocemente, ma ha bisogno di molta lavorazione, perché ogni volta che gemma devi togliergli le gemme, non deve avere i nodi eccetera. Per coltivarla però hai bisogno di un impianto di irrigazione che ci metti 10 anni  a ripagare.

Da un sacco di anni faccio il gelatiere: prima la gelateria era mia, adesso lavoro in una gelateria di un'altra persona.

Però ho intenzione in qualche modo di riavvicinarmi alla terra, perché in fondo è la mia vita.
Coltivo zafferano per diletto. Lo zafferano è una piantaccia, se solo gli lasci il terreno asciutto cresce dappertutto.
Ho provato ad allevare lumache, andava anche bene, ma in pratica è come se avessi aperto un ristorante per ratti e topi. Hanno capito che c'era tanto da mangiare ed è stata un'invasione. Trovavo tutti i gusci rosicchiati.

Ho allevato cani per un sacco di anni, cani da show, da expo.  Ho allevato weimaraner e bassotti a pelo lungo. Se potessi e avessi le energie sarei pieno di animali: cani, capre pecore, alpaca asini. Anche le galline  di razza particolare mi piacciono.


 

Antonello Rostagno con alcuni weimaraner...

 

 ... e con un bassotto a pelo lungo.

 

o due pecore, Oscar e Mario. Due anni fa ho dovuto tagliare tanta di quell'erba che ho deciso che bisognava trovare il modo di tagliarla senza dover fare tutto quel lavoro. Allora ho portato a casa Oscar e Mario che ci pensano loro: ho messo in pensione la falciatrice a filo e ho preso quella "a pelo", Oscar e Mario appunto. Devi dargli solo un po' di fieno in inverno, che non apprezzano molto, ma piuttosto che morire di fame lo mangiano.

Prima o poi avrò un asino, anzi due.

Oscar e Mario al lavoro


* Racconto orale di Antonello Rostagno, registrato nel marzo del 2021. Salvo le ultime tre, le fotografie di questo articolo sono di Denise Motta.

venerdì 28 febbraio 2020

UNA FOTO, ORMAI IMPOSSIBILE, SCATTATA DA MAURIZIO BESANA NELLA PRIMA METÀ DEGLI ANNI SETTANTA

Maurizio Besana in una recente fotografia



















Maurizio Besana è in primo luogo un falegname, ma da sempre ha fatto fotografie, scattandole, sviluppandole e stampandole in proprio, quando ancora si usavano le pellicole.



Molte delle immagini da lui realizzate hanno avuto come soggetto Verderio e molte ora non possono più essere rifatte perché il soggetto è del tutto cambiato.





Quella che vi presenta è stata ripresa dalla corte dove abita, conosciuta come "curt del legnamée", del falegname (non lui, un suo predecessore) o "curt del murnée", del mugnaio.


Dirimpetto all'androne d'entrata si vede  l'arco ribassato dell'accesso alla "curt di Lau", un edificio che è stato abbattuto negli anni ottanta del novecento. Sullo sfondo, aldilà del muretto e del cancello,  le piante nascondono l'asilo Giuseppina Gnecchi.



In primo piano l'entrata della "curt del legnamée" o del "Murnée"; aldilà della strada l'entrata dell "curt di Lau"


Questa  è invece la fotografia scattata oggi più o meno dalla stessa posizione. 
La "curt di Lau" è stata sostituita da un moderno edificio.
Un'altra differenza che si può notare è l'acciottolato in primissimo piano: ancora integro nella foto degli anni settanta, con tante chiazze di cemento in quella di oggi.





martedì 25 febbraio 2020

PARACARRI di Marco Bartesaghi

Con il prefisso para iniziano tante parole che danno il nome a oggetti molto umili, ma assai preziosi, che si  assumono il compito di prendere su di sé i fastidi, le “botte”, i colpi che, in loro assenza, sarebbero destinati ad altri: il parafulmine si becca la scarica altrimenti destinata alla casa; il parabrezza e il paraorecchie  ci proteggono dalle insidie del vento e poi il parastinchi, il parabordo, il parabrace, il parafango, il paraurti. ll paraocchi è un caso un po’ particolare: è un oggetto reale quello usato per non far imbizzarrire i cavalli; non lo è invece quello che usiamo quando decidiamo di non voler vedere ciò che è impossibile non vedere.
 

Il paracarro l'ho lasciato per ultimo perché gli voglio dedicare il resto di questo articolo, ponendo l’attenzione su  quegli esemplari che si trovano a Verderio.
Il vocabolario Treccani, in versione online, descrive i  tipi di paracarro in base alla loro funzione.
 

Il primo è quello che si trova ai bordi delle strade, soprattutto extraurbane,  e serve  ad  impedire alle macchine  - in passato ai carri - di invadere le banchine laterali.

Via Contadini Verderesi, ex Strada per Paderno
A Verderio ce n’è una lunga fila sul lato ovest della via Contadini Verderesi, quella che porta a Paderno d’Adda; due file molto più brevi, composte da elementi di diverse dimensioni, sull’ultimo tratto del viale che porta a cascina Bergamina; quattro sulla strada consorziale per cascina Airolda, in corrispondenza della svolta ad angolo retto che  immette sul rettilineo diretto alla cascina. Possiamo far rientrare in questa categoria anche i paracarri che, in piazza Gnecchi, separano il parcheggio dalla striscia riservata ai pedoni.

Piazza Gnecchi Ruscone

Piazza Gnecchi Ruscone

I paracarri fin qui citati sono dei bei paracarri, ricavati da vari tipi di granito, disegnati, scolpiti  e sagomati con cura.

Quelli su via dei Contadini risalgono al 1864, quando il conte Confalonieri si offri di alzare, rettificare ed allargare, a sue spese , la strada preesistente.  Alti circa un metro, in granito, hanno forma cilindrica ma terminano con una calotta semisferica, sotto la quale, per una decina di centimetri, il diametro del cilindro è un po’ più ampio e ha l'aspetto di un anello.
Un tempo erano più numerosi e  disposti su entrambi i lati della strada. In  seguito alcuni sono stati utilizzati per altri scopi, come quelli che impediscono l’accesso delle macchine sul sagrato della chiesa dei santi Giuseppe e Floriano e dal retro della chiesa a via Papa Giovanni XXIII.



Sagrato della chiesa dei santi Giuseppe e Floriano


Paracarri con catena che limitano l'accesso a via papa Giovanni XXIII


Quella di ostacolare il passaggio dei carri, allora, e delle auto oggi è una seconda funzione attribuita ai paracarri e descritta dal vocabolario. La svolgevano, tendendo una catena, anche i due elementi posti all’inizio della salita a ciotoli che porta alla villa ex Arrigoni.


Villa ex Arrigoni
Altri paracarri già in via Contadini sono invece finiti in mano a privati e alcuni di essi sono  stati utilizzati, ad esempio, per delimitare un orto.

Sono belli anche gli ultimi quattro paracarri che si trovano sulla strada per la  Bergamina, in granito  a grana rosa, terminano con un tronco di cono a gradini e una sfera tagliata circa a tre quarti.


Cascina Bergamina
Anche se più semplici, fanno la loro bella figura anche i paracarri sulla strada per l'Airolda. Penso che il loro scopo fosse quello di evitare che i carri provenienti dalla cascina finissero nel fossato dopo aver affrontato la curva.


Strada per cascina Airolda

Ma la funzione che più di tutte giustifica il nome “paracarro” è quella così descritta dal vocabolario Treccani: “ i paracarri erano anche disposti nelle strade dei vecchi centri abitati, lungo i basamenti di edifici importanti ai lati di passi carrai, per proteggere le murature dagli urti dei carri”.
 

Di questi a Verderio ce ne sono molti, sparsi su tutto il territorio, molto diversi fra loro, messi a guardia anche di edifici non importanti. .

Due, imponenti, si trovano ai lati dell'entrata della cascina Bergamina. Molto grandi, hanno forma complessa  e terminano in alto con una sfera quasi completa. Ricordano una pedina, un po' tozza, degli scacchi. Furono acquistati negli anni trenta del novecento da Gianfranco Gnecchi Ruscone perché i due piccoli paracarri, ancor oggi presenti sugli angoli del portale, non erano sufficienti a proteggerlo dai grandi carri che, molto carichi, entravano  in cascina. 

Entrata di Cascina Bergamina
Quasi tutti i portali delle corti  di Verderio sono dotati, agli angoli, di paracarri di diversa forma e di diverso materiale, più o meno “eleganti”. Eccone alcuni esempi.

Via Sant'Ambrogio

















Via Angolare

Piazza Roma

Via Roma


Angolo tra via Piave e viale Rimembranze





















Poi ci sono i paracarri che non riparano  gli spigoli dei portali ma i muri iN corrispondenza delle curve nelle vie del centro storico, soprattutto in via Angolare – come sembra ovvio - e in via Campestre
 

Quasi sempre sono semplici sassi non lavorati, grandi ciotoli raccolti e adoperati così come sono stati trovati e come il ghiacciaio li aveva depositati durante il suo cammino dalle Alpi alla valle dell'Adda. 

Via Angolare

Angolo tra via Angolare e via Campestre

Di uno in particolare, in via Angolare, penso di conoscere il suo punto di partenza: essendo verde penso sia di “serpentino” e, se non sbaglio, il serpentino che si trova da queste parti arriva dalla val Malenco.

Paracarro in "serpentino in via Angolare


Marco Bartesaghi


lunedì 19 novembre 2018

"LA SALETTE" SCOMPARSA. UN INTERVENTO DEL DOTT. GIORGIO BUIZZA, AGRONOMO

Il 15 settembre scorso, aggiornando il blog, avevo segnalato ed espresso il mio rammarico per la scomparsa alla vista dei passanti della cascina "La Salette". Sull'argomento ho ricevuto l'articolo che ora vi presento dal dott. Giorgio Buizza, agronomo e, per dirla tutta, anche mio cognato.
Spero che anche altri, in sintonia o no con noi, intervengano. Tutti i contributi verrano pubblicati, purché siano corredati da firme riconoscibili(almeno nome e cognome)e non contengano insulti. 
Buona lettura.  M.B.



La lettura dell’appello di Marco Bartesaghi per ottenere il ripristino della visuale su “la Salette” è stimolante ed offre lo spunto per sviluppare alcune considerazioni sulla cultura e sulla tutela del paesaggio, oggetto ancora non del tutto identificato e per alcuni ancora evanescente, ma che i Padri Costituenti e lungimiranti hanno pensato bene di inserire nella nostra Costituzione.
La cascina Salette è un esempio di “paesaggio agrario” che dovrebbe avere la stessa dignità del paesaggio urbano, del paesaggio montano e del paesaggio costiero.
Dentro una situazione evolutasi nel corso dei secoli per effetto delle caratteristiche naturali e con l’apporto di numerose generazioni di operatoori, può capitare che l’inserimento di elementi nuovi costituisca una deturpazione del paesaggio preesistente: esempi eclatanti e purtroppo frequenti sono il complesso residenziale costruito sulla costa del mare, dentro uno scenario naturale e altamente suggestivo, oppure l’apertura di un fronte di cava che sventra una montagna e ne cambia completamente i connotati, o la torre del ripetitore che svetta sulla cresta di una montagna, una batteria di pale eoliche….. Sono casi clamorosi che danno origine a proteste spesso inascoltate e che fortunatamente sono sempre meno frequenti.
Ci sono però anche elementi molto meno dirompenti che, per effetto della loro frequenza e ripetitività, contribuiscono a deturpare e a mortificare il paesaggio che per centinaia di anni è rimasto intonso fino a caratterizzare un sito e il suo contorno.
Una siepe ed una recinzione metallica possono essere elementi di alterazione di un paesaggio alla stregua di una nuova strada o di un nuovo viadotto, non in quanto elementi distruttivi quanto elementi di nascondimento di oggetti o di una visuale, di cui la collettività ha potuto finora godere.
La storia e la cultura della nostra agricoltura non ha mai previsto la recinzione metallica attorno al podere; nessun vecchio agricoltore ha mai pensato di recintarsi l’azienda agricola; i confini erano costituiti dai fossi, dalle strade campestri, dai filari di alberi: questi oggetti erano sufficienti a delimitare le proprietà senza bisogno di aggiungere oggetti artificiali, reti, paletti, cancellate.


Foto di Gabriele Aldeghi

Il restauro edilizio della Cascina Salette, ben progettato e ben eseguito, ha restituito un edificio in disuso alla piena e aggiornata utilizzazione: non più stalle inattive, fienili, magazzini, abitazioni poco igieniche, ma appartamenti civili, confortevoli, dotati di tutti la moderna tecnologia.
I campi attorno alla cascina, aree squisitamente agricole, appezzamenti coltivati, non hanno cambiato destinazione: hanno mantenuto i caratteri dell’attività agricola e del paesaggio agrario, proprio quello che ha motivato un certo tipo di intervento sull’edificio.
Perché dunque nascondere tutto e recintare? Come si è potuto autorizzare un intervento tanto dirompente e alterante? Quali sono stati i parametri utilizzati dalla commissione di esperti del paesaggio che hanno dato l’assenso a tale modificazione?
La rete metallica al perimetro della proprietà non fa parte della cultura agricola né del suo paesaggio, ma serve a poco anche per tenere lontani gli eventuali ladri. I vecchi agricoltori recintavano, per necessità di protezione, lo spazio dedicato all’orto, per salvaguardare oltre che la verdura e la frutta i polli razzolanti e gli animali dell’allevamento famigliare.  Questo spazio era di solito localizzato nelle immediate vicinanze della cascina, di facile controllo nei confronti di possibili intrusioni dei ladri di polli o della volpe.
Non aveva senso fare una recinzione lontana 100 metri perché, a quella distanza dalla cascina, qualunque accesso estraneo era tollerato e non destava preoccupazioni, salvo giungere in prossimità della cascina dove l’intruso avrebbe potuto essere riconosciuto e fermato.
La siepe di conifere esotiche realizzata a ridosso della recinzione, con alberi di alto fusto (Cupressocyparis leylandii) è, in termini di paesaggio, un intervento di forte impatto negativo e, per di più, contrario alle norme: secondo il codice della strada gli alberi d’alto fusto possono essere piantati ad una distanza dal ciglio stradale pari almeno all’altezza dell’albero a maturità.
Oltre a ciò che si può visionare direttamente sul posto, non conoscendo la documentazione di progetto, non si possono fare considerazioni fondate e cogenti, ma semplici supposizioni.
Si può dunque immaginare che le attenzioni paesaggistiche delle commissioni varie e della Soprintendenza siano andate a verificare volumi, aperture, pendenze del tetto, sagome dei camini, colori delle facciate, disegno dei serramenti, rispetto materico, ecc. fino al minimo dettaglio per quanto riguarda l’edificio, ma non abbiano neppure considerato che piantare una siepe e una recinzione lungo la strada pubblica avrebbe voluto dire nascondere alla collettività il risultato (interessante) del restauro dell’edificio
.

Foto di Gabriele Aldeghi
La siepe di cupressacee è destinata a crescere molti metri; tenerla a bada per contenerla ad una altezza accettabile sarà sicuramente costosissimo; dopo qualche iniziale impegno si rinuncerà a tenere la siepe entro l’altezza giusta, quella che consenta di delimitare la proprietà lasciando però in vista La Salette, inserita nel suo contesto agricolo, perciò la siepe diventerà un ostacolo e una barriera visuale.
Il piacevole edificio dall’architettura particolare ed esclusiva, interessante sotto l’aspetto storico ed architettonico, sarà tolto alla vista di coloro che transitano sulla strada da e per Verderio. La collettività perderà la memoria di un elemento paesaggistico unico e irripetibile.
Se questo è il risultato dello sforzo e dell’impegno dei numerosi tecnici che hanno visionato il progetto di restauro per autorizzarne l’attuazione, si può dire che l’esito non soddisfa, significa che il tempo trascorso ad esaminare pratiche e progetti, o il tempo dedicato alle carte, alle relazioni, alle autorizzazioni e ai timbri non è impiegato nel migliore dei modi. Significa che le norme vanno interpretate ed applicate in modo coerente e con il supporto di conoscenza e di riferimenti culturali non facilmente reperibili sul mercato.
E’ anche con i dettagli che un progetto si qualifica. La installazione di una siepe formata da alberi d’alto fusto, appartenenti a specie esotiche, destinata a formare una barriera impenetrabile, non certo ai ladri o ai malintenzionati, ma allo sguardo del passante e del turista e di coloro che amano il bello e godono anche di un semplice sguardo su una proprietà altrui, è in evidente contraddizione con le norme di tutela del paesaggio e con la finalità di riqualificazione che ha dato forma e sostanza al progetto edilizio.
Come si diceva, forse il dettaglio della siepe con recinzione non è neppure stata oggetto di valutazione paesaggistica; nessuno ci ha pensato. Se così fosse, prendendo visione del risultato concreto, potrebbero esserci oggi motivi per imporre alla proprietà la modifica di quanto è stato installato, riconducendo tutto ad una dimensione accettabile. Non si tratta di spostare la siepe di conifere esotiche alla distanza prevista dal codice della strada, ma di ripensare alla scelta della siepe utilizzando specie locali di dimensioni idonee a lasciare libera la visuale sulla Cascina e sul territorio circostante
Il paesaggio attorno alla Salette, secondo la Costituzione, non è di proprietà dei soli residenti che possono godere della loro privacy e della loro nicchia privata. Il paesaggio è un bene collettivo cioè di tutti; tutti i passanti hanno il diritto di essere suggestionati da una visione inaspettata, da una cascina decorata a righe orizzontali, da una struttura modernizzata, ma storicamente correlata al territorio che la circonda.
 

14 ottobre 2018
 

Giorgio Buizza