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domenica 12 ottobre 2014

LA FACCIATA DELLA CHIESA DEI SANTI GIUSEPPE E FLORIANO DI VERDERIO di Elisabetta Parente, storica dell'arte




Le forme e la decorazione dell’esterno della chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano di Verderio rimandano all’architettura lombarda del XV secolo: la realizzazione in laterizio, il cui colore rosso viene esaltato dagli inserti ad intonaco e dalla presenza di marmo bianco; l’impiego congiunto di arco a tutto sesto e arco a sesto acuto; il ricorso a molteplici aperture per alleggerire le pareti murarie.
La facciata ha un profilo a spioventi interrotti e risulta suddivisa in tre parti per mezzo di semipilastri lievemente sporgenti.



La parte centrale , la più alta poiché corrisponde alla navata maggiore, ospita il portale marmoreo fortemente strombato, 






il rosone ad intelaiatura radiale, anch’esso marmoreo 







e una piccola loggia con sottili colonne dal capitello corinzio stilizzato.









Nei due corpi laterali, più bassi e corrispondenti alle navate laterali interne, trovano posto le due finestre ogivali: si tratta di due bifore, con le aperture divise da una piccola colonna in sarizzo, inquadrate da una decorazione radiale di conci rossi e bianchi, contenuta in una cornice in terracotta.






A coronamento dell’intera facciata sono posti cinque pinnacoli, i tre centrali più piccoli rispetto ai due laterali, tutti sormontati da croci in ferro battuto.
Il prospetto così impaginato richiama proprio lo stile di molte chiese milanesi realizzate da Guininforte Solari, caratterizzate da facciate che, pur richiamandosi alla robusta lingua romanica, vengono svuotate e rese più leggere grazie alla presenza di elementi di chiara ispirazione gotica come il rosone, le finestre dalla forma allungata, lo slancio in verticale dell’edificio.
Che la chiesa dei santi Giuseppe e Floriano sia una moderna realizzazione in “stile” è reso evidente da alcuni particolari decorativi che sono stati liberamente interpretati.
Nelle architetture medioevali, il ricorso a semplici archetti pensili, posti alla sommità non solo della facciata, ma di tutte le pareti esterne e, a volte, anche interne, serviva a collegare i prospetti fra loro e a dare unitarietà all’insieme.

Questo avviene anche nella chiesa di Verderio, dove una cornice di archetti a sesto acuto in terracotta su fondo bianco è presente in tutto il corpo di fabbrica, dalla facciata alla zona absidale, dalla struttura esterna della cupola allo slanciato campanile.
Proprio in facciata però questa cornice diventa elaborato sistema decorativo: nella sommità del corpo centrale due fasce d’archetti racchiudono la loggetta, facendola diventare prezioso ricamo; posta sotto le due finestre, la cornice è originale e insolito “davanzale”, sorta di piccolo brano staccato dal contesto.





Solo la libera interpretazione di gusto novecentesco poteva concepire, a decorazione della sommità dei semipilastri laterali, tre archi a tutto sesto estremamente allungati, sormontati da tre circonferenze in terracotta.







Come spesso accade , elementi decorativi presenti all’esterno di una chiesa vengono impiegati anche per la decorazione all’interno di essa.
Nella lunetta che sovrasta il portale ligneo d’accesso alla parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano è dipinto ad affresco, in campo azzurro con stelle dorate, un sole radiante giallo spento e rosso, che riporta al suo interno il motto IHS.






Il sole, figura simbolica della vita che da Cristo si irradia a tutti gli uomini, è l’elemento dominante all’interno della chiesa, interamente decorata ad affresco dal pittore milanese Ernesto Rusca, seguendo le indicazioni e i disegni forniti da Fausto Bagatti Valsecchi.




Elisabetta Parente, 2002

* Testo tratto da: Elisabetta Parente, "La chiesa dei santi Giuseppe e Floriano: la genesi architettonica e le sue opere", terzo capitolo del libro: VERDERIO, La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano 1902-2002: un secolo di storia, arte e vita religiosa.


lunedì 24 ottobre 2011

IPOTESI SU UN PERSONAGGIO INCOGNITO DELLA PALA DI GIOVANNI CANAVESIO A VERDERIO SUPERIORE. CONVERSAZIONE CON LA DOTTORESSA ELISABETTA PARENTE di Marco Bartesaghi

 Nella pala di Giovanni Canavesio dedicata alla Vergine con Bambino dell'altare maggiore della chiesa parrocchiale di Verderio Superiore, sono presenti figure di sante e di santi. Sono stati tutti identificati?
No, effettivamente nella fascia laterale a sinistra, il primo personaggio in alto non è un santo conosciuto, anzi è ipotizzabile che non sia proprio un santo.

La pala di Giovanni Canavesio della chiesa parrocchiale di Verderio Superiore. La freccia rossa indica il personaggio incognito

San Pietro
Santa Caterina d'Alessandria





Perché?
A differenza degli altri personaggi che hanno abito e simboli che li rendono facilmente riconoscibili - San Pietro tiene in mano le chiavi, San Martino dona il mantello all'ignudo, Santa Caterina con la ruota del supplizio, ecc. - questo personaggio maschile non mostra particolari segni che lo riconducano ad una iconografia nota.
 
San Martino



Puoi descriverlo?
Il  personaggio ha una veste corta e scura e porta sul capo un cappello ugualmente scuro, a falde larghe. Un tipo di abbigliamento abbastanza elegante, molto ricercato nei particolari, per esempio nel taglio delle maniche e nel collo del mantello. Ha nella mano destra una specie di stilo e nella sinistra una scatola scura all'interno, che può far pensare ad un calamaio.


Il possibile autoritratto di Giovanni Canavesio

 

Chi è ipotizzabile che sia?
Molto probabilmente si tratta dell'autoritratto dell'artista.
 
Cosa te lo fa supporre?
Fondamentalmente i motivi sono tre. Nell'antichità gli artisti, per tracciare i disegni e per abbozzare le scene sui supporti pittorici, utilizzavano strumenti più o meno appuntiti che intingevano in materie coloranti. Quindi gli oggetti che il personaggio ha in mano potrebbero essere strumenti del mestiere di pittore.
Il secondo motivo è più complesso. L'autoritratto è un genere iconografico relativamente recente, infatti si è sviluppato quando l'artista ha assunto consapevolezza del proprio valore ed ha conquistato un ruolo di spicco nella società. È però altrettanto vero che, sin dai tempi più antichi, gli artisti non hanno resistito alla tentazione di autorappresentarsi all'interno dei loro capolavori. Moltissimi sono gli esempi che si possono citare.
 
Citane almeno uno ...
Nell'Adorazione dei Magi di Sandro Botticelli, quella conosciuta come Adorazione Medici (poiché i principali personaggi rappresentati sono membri della nobile famiglia toscana), il bel giovane, posto all'estrema destra della composizione, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, è il pittore stesso.
 
L' "Adorazione Medici", opera di Sandro Botticelli
 
E il terzo motivo qual è?
La posizione che occupa questo personaggio all'interno della pala. Quando l'artista riproduceva la sua immagine in un dipinto non poteva certo sistemarsi al centro della composizione ma doveva in qualche modo "mimetizzarsi", occupando una posizione periferica. È quanto succede nella pala di Verderio, dove il misterioso personaggio si trova alla sommità della fascia laterale, in posizione lontana dallo sguardo diretto dello spettatore.

sabato 26 marzo 2011

SECONDO INCONTRO DEL CICLO: "IL MONDO DELL'ARTE E LE DONNE"

BIBLIOTECA INTERCOMUNALE DI VERDERIO
Martedì 5 aprile, ore 21
Sala Civica di Verderio Inferiore
IL MONDO DELL'ARTE E LE DONNE
secondo incontro

 Conferenza della dott.essa Elisabetta Parente su: 

"Le avanguardie di primo Novecento: Regina Cassolo e la poetica del futurismo"

domenica 13 febbraio 2011

venerdì 17 dicembre 2010

LA MADONNA CON BAMBINO DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI VERDERIO SUPERIORE di Elisabetta Parente



Nella navata sinistra della chiesa parrocchiale di Verderio Superiore, in una piccola nicchia ricavata nel muro, è custodita una scultura gotica di piccole dimensioni.
Si tratta di una Madonna con il Bambino in braccio, opera realizzata in marmo e lavorata a tutto tondo, dell'altezza di 46 centimetri.
La scultura poggia su un piedistallo, anch'esso marmoreo ma non coevo con l'opera, su cui è incisa l'iscrizione Ave Maria.
L'opera, manufatto di scuola lombarda di area lariana, è uno splendido esempio di scultura tardo medioevale, nel quale è possibile ritrovare, unitamente al permanere di forme romaniche, ricercatezze proprie della tradizione gotica.
La Vergine, ritta in piedi, è presentata frontalmente, nell'atto di sorreggere il Bambino, poggiante sul suo braccio sinistro.
Il calibro della testa, la forma cilindrica del collo, la figura saldamente ancorata al suolo sono elementi che rimandano indubbiamente al robusto e plastico stile romanico.
Alcuni dettagli, che ne ingentiliscono l'immagine, sono invece chiara testimonianza di quel gusto gotico che si era andato affermando sul finire del XIII secolo: la semplice coroncina posta sul capo a fermare il velo che ricade morbidamente sulle spalle; il fermaglio di forma quadrata che chiude il manto sul petto.
Molto bello il senso di movimento che l'artista ha saputo imprimere alla figura di Maria. Il corpo, avvolto in una veste dalle pieghe morbide e fluenti, si mostra lievemente sbilanciato verso destra, dando così l'idea dell'impegno che la madre mette nel sostenere il peso del figlio.
Fra le braccia della Vergine, il piccolo Gesù, dalle forme piene e i corti capelli ondulati, appare quasi completamente nudo, avendo solo parte delle gambe ricoperte da un drappo di stoffa. La nudità del redentore, che si viene affermando nell'arte proprio a partire dal Medioevo, vuole simboleggiare l'umanazione di Cristo e la consegna della sua umanità alla sofferenza e alla morte.
Molto spesso la raffigurazione di Gesù Bambino viene accompagnata dai simboli della Passione o della Resurrezione, quali ad esempio il grappolo d'uva, la mela o il cardellino, simboli che non sono presenti in questa statuetta.
Ritengo che l'aspetto più interessante di questo piccolo gruppo scultoreo risieda nel rapporto che si viene a stabilire fra la Vergine e Gesù.
Il piccolo sta aggrappato alla madre, una mano sul suo petto, l'altra saldamente attaccata al velo, non la guarda in viso , ma neppure si volge completamente verso lo spettatore, posa che lo porterebbe ad escludere completamente Maria dal suo spazio visivo.
La Vergine, che sorregge il figlio, posa la mano destra sul suo braccio, in segno di protezione, ma anche di spontanea ed affettuosa carezza.
Proprio in ambito gotico, derivato dalla conoscenza della scultura delle cattedrali francesi, si era venuto affermando anche in Italia, grazie all'opera dello scultore Giovanni Pisano, un nuovo modello di raffigurazione della Madonna con Bambino: non più la statica rappresentazione della Vergine che mostra ai fedeli il Redentore, ma il rapporto tenero e commosso di una madre con suo figlio.
Di questa interpretazione del tema, in chiave materna e umana, la scultura di Verderio è un chiaro esempio.

Elisabetta Parente, 2002

Questo brano è tratto da "La chiesa dei santi Giuseppe e Floriano: la genesi architettonica e le sue opere" di Elisabetta Parente, capitolo terzo del libro sulla chiesa parrocchiale di Verderio Superiore pubblicato nel 2002 in occasione del centenario della sua consacrazione.

giovedì 25 marzo 2010

"CROCIFISSIONE" NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI VERDERIO SUPERIORE di Elisabetta Parente

Questo brano è parte del capitolo intitolato La chiesa dei santi Giuseppe e Floriano: la genesi architettonica e le sue opere, scritto da Elisabetta Parente per il libro La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano 1902 - 2002: un secolo di storia, arte e vita religiosa, pubblicato dalla parrocchia di Verderio Superiore in occasione del centenario della costruzione della chiesa. Un altro brano dello stesso capitolo, relativo a L'adorazione dei pastori è stato pubblicato su questo blog il 18 dicembre 2009. Lo trovate cliccando sulle stesse etichette di questo.
m.b.







Nel transetto sinistro della chiesa, sopra la porta che immette nel corridoio della sacrestia, è posta la Crocifissione.
E' un'opera di grandi dimensioni, dipinta ad olio su tela e databile intorno alla metà del XVII secolo.
Per il modo in cui viene impiegato il colore e per l'atteggiamento imposto alle figure, ritengo la si possa considerare opera di scuola lombarda, con forti influssi di area cremonese.
Il tema della Crocifissione è tra i più rappresentati nella storia dell'arte e, nel corso dei secoli, la sua iconografia si è andata modificando, a seconda che l'artista abbia tradotto il tema in maniera più o meno corale.
Dopo il riconoscimento ufficiale del culto cristiano, da parte di Costantino, è la semplice croce a venire raffigurata e per trovare l'iconografia della Crocifissione, così come noi la conosciamo, dobbiamo attendere il VI secolo.
L'origine è orientale e il Cristo vi appare con il busto eretto, vestito con una tunica e con gli occhi aperti. E' l'immagine del Cristo "triumphans et docens", trionfante sulla morte, che insegna agli uomini la sua passione.
Solo a partire dal secolo XI si viene affermando l'immagine del Cristo "patiens", cioè il Cristo sofferente, che con il capo reclinato da un lato mostra agli uomini la natura umana della sua sofferenza e del suo dolore.
Se dal XIII secolo, sul braccio verticale della croce, ai lati del corpo di Cristo, cominciano ad essere rappresentati episodi della Passione come la Cattura o la Flagellazione, è però solo con il finire del Medioevo che il tema si volge a diventare più corale e narrativo.
Infatti agli inizi del 1400 si afferma un genere di composizione in cui le immagini a figura intera della Vergine e di san Giovanni sono disposte ai piedi della Croce, alle quali si accompagna quella della Maddalena, in genere inginocchiata, nell'atto di abbracciare il piede della Croce o di sollevare le braccia in segno di disperazione.
Questo tipo di composizione può venire "allargata" e comprendere oltre ad una dettagliata visione del paesaggio di fondo, la presenza dei due ladroni crocefissi ai lati di Cristo, il drappello dei soldati, il gruppo delle pie donne che affiancava Maria.

* * *
Nella Crocifissione di Verderio, il tema è trattato in maniera intima ed essenziale, essendo presenti nella composizione i protagonisti in senso stretto.
Alla destra di Cristo appare la Vergine, gli occhi dolenti levati verso il figlio, le mani giunte, serrate al petto, in segno di dolore più che di preghiera. Spesso gli artisti hanno idealizzato la figura di Maria, raffigurandola sempre giovane, in qualsiasi episodio della Passione di Cristo; qui, invece, la Vergine appare invecchiata, il volto un po' gonfio, segnato da linee d' espressione che si fanno evidenti ai lati della bocca.


MARIA

Dall'altro lato della croce, è rappresentato Giovanni, "il discepolo caro a Gesù".
Giovane e biondo, l'apostolo Giovanni appare chiuso nel proprio dolore, la figura curva in avanti, gli occhi bassi rivolti al terreno.

GIOVANNI

Ai piedi della croce, posta di profilo, la lunga chioma di capelli chiari sciolta sulle spalle, Maria Maddalena avvolge con le braccia il piede della croce, tenendo in una mano un panno, presenza che sembra voler alludere a un altro episodio evangelico, che la vede protagonista: durante il banchetto a casa del Fariseo, Maddalena, nota per la sua vita dissoluta, si getta a terra ai piedi di Gesù e gli asciuga con i capelli i piedi che aveva bagnato con le sue lacrime per poi cospargerli d'unguento.

MARIA MADDALENA

Perno visivo e cromatico della composizione sono la croce e il corpo di Cristo.
La croce è posta in diagonale, con il braccio destro che si perde nell'oscurità, in modo da suggerire il senso della profondità, quel senso della spazialità determinato anche dalla disposizione delle figure.
Dal punto di vista cromatico, la tavolozza impiegata è scurissima, rialzata da pochi e sapienti tocchi di luce: il cartiglio, posto in cima alla croce, con l'inscrizione INRI, cioè "Iesus Nazarenus Rex Iudeorum"; la corona di spine, che cinge la testa di Gesù, dalla quale si sprigionano piccole fiammelle luminose; il corpo livido e freddo, di un biancore quasi irreale, del Cristo.
C'è un particolare insolito in quest'opera: il Redentore appare crocifisso per mezzo di quattro chiodi, due per le mani e due per i piedi, mentre già a partire dalla fine del XIII secolo gli artisti, nel trattare questo tema, ricorrevano ad un solo chiodo per i due piedi, che venivano così dipinti sovrapposti, per rafforzare l'impressione di volume.
E' indubbio che l'artista che ha realizzato quest'opera ha voluto darle un taglio raccolto, ben lontano da qualsiasi tipo di rappresentazione corale; non solo non è presente la folla, ma la composizione è anche priva di una seppur minima ambientazione, in modo tale che la nostra attenzione sia tutta rivolta ai personaggi.
Nell'opera il dolore è rappresentato in forma trattenuta, vissuto con pudore dai singoli, chiusi nella propria sofferenza, senza che fra loro si instauri comunicazione o dialogo.
Questo patetismo controllato e di misura non impedisce all'artista di dare una forma piena alle figure, tratteggiate in maniera larga (si veda, per esempio, la Maddalena), né tanto meno di ricorrere a certi preziosismi cromatici.
Interessante è l'impiego del colore rosso, che l'artista mette in campo in tre note molto differenti: rosso caldo è il manto che ricopre la veste scura di Giovanni; rosso magenta , dalle sfumature quasi viola, è la veste della Maddalena; rosa carico, aranciato, è il colore della veste di Maria, avvolta in un manto blu.

Elisabetta Parente, 2002

venerdì 18 dicembre 2009

L'ADORAZIONE DEI PASTORI NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI VERDERIO SUPERIORE di Elisabetta Parente

Questo brano è parte del capitolo intitolato La chiesa dei santi Giuseppe e Floriano: la genesi architettonica e le sue opere, scritto da Elisabetta Parente per il libro La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano 1902 - 2002: un secolo di storia, arte e vita religiosa, pubblicato dalla parrocchia di Verderio Superiore in occasione del centenario della costruzione della chiesa.
m.b.







Di discrete dimensioni è il bel dipinto inserito nella cappella, a destra dell'altare, di san Giuseppe, uno dei santi a cui è dedicata la chiesa.
Si tratta di un'opera ad olio, eseguita su tavola, databile intorno alla seconda metà del XVI secolo.
Nell'archivio parrocchiale vi è un documento che riguarda la visita pastorale dell'arcivescovo di Milano Andrea Carlo Ferrari, compiuta nel 1905: in esso viene citata quest'opera, definita "di molto pregio, per essere stata dipinta da Pellegrino Tibaldi (1527 - 1596) al tempo di san Carlo Borromeo".
Il dipinto rappresenta l'Adorazione di Gesù da parte dei pastori, traendo spunto dalla descrizione del Vangelo di san Luca. Questo soggetto presenta forti legami tematici con la Natività e l'Adorazione dei Magi: i tre temi, infatti, mostrano molte similitudini iconografiche e il ripetersi degli stessi elementi, come per esempio la capanna, la mangiatoia, il bue e l'asino.
Nella tavola di Verderio, non si può non ammirare come la scena, complessa ed orchestrata a più livelli, sia composta con sapienza.


In primo piano, nel livello più vicino allo spettatore, trova posto la Sacra Famiglia.
Giuseppe e Maria sono inginocchiati per terra: il padre mostra i simboli del lungo cammino da poco interrotto (il piede calzato posto in evidenza, il bastone stretto in una mano); la madre, con le mani giunte, è raccolta in preghiera.
Entrambi sono in adorazione del piccolo Gesù, posto per terra, tra le due figure.
Se nell'antichità Gesù era raffigurato invariabilmente sdraiato dentro una mangiatoia, è a partire dal XV secolo che appare questa importante variante; il bambino è deposto per terra, a volte su un semplice lenzuolo, come in quest'opera, a volte su un lembo del manto della Vergine, secondo un'iconografia di origine fiamminga, comunque sul nudo suolo per simboleggiare l'umiltà e la natura umana di Cristo.
A chiudere la scena, quasi ad isolare in maggior raccoglimento i protagonisti, vi sono il bue e l'asino, resi con abilissimo naturalismo.
Alle spalle della Sacra Famiglia si apre la capanna, più una citazione del luogo in cui è avvenuta la nascita che non ambiente atto ad ospitare l'evento descritto.
E' interessante notare quanto sia diverso il significato attribuito alle "rovine" presenti nell'opera. L'architettura che ha protetto la nascita del Redentore è poco più di un rudimentale riparo: la copertura del tetto è rotta in più punti, le mura appaiono solcate da numerose crepe. Proprio in queste spaccature però si insinuano e fioriscono, puntando verso il cielo, arbusti e ramoscelli verdi. Lo stato della capanna vuole quindi testimoniare come in quel luogo tanto semplice ha visto la luce, attraverso la nascita di Gesù, il nuovo corso della storia e la redenzione di tutto il genere umano.
Alle spalle della Vergine appare invece, bene in evidenza, una colonna spezzata posta su un alto basamento. Elemento rappresentativo dell'architettura classica, la colonna in rovina è stata spesso utilizzata dagli artisti come simbolo di lutto e di morte. E' molto frequente incontrare, raffigurati nella Natività o nell'Adorazione, templi romani o architetture classiche erosi e in disfacimento, senza che nessun tipo di vegetazione li ricopra.

Il messaggio sotteso è, come nella tavola di Verderio, evidente: i resti dell'architettura classica servono ad affermare la fine del mondo pagano, mentre le pietre in rovina della capanna, simbolo di una povertà densa di futuro segnano l'avvento del mondo cristiano.
Ad adorare il Cristo, appena nato, sono accorsi i pastori. Gli umili della terra, prima ancora dei re, si presentano, a destra e a sinistra della capanna, a rendere omaggio a Gesù. Secondo la leggenda, anche i pastori, come più tardi i Magi, portarono doni al bambino: uova, latte e un agnello i cui piedi, come anticipazione della crocifissione, erano legati l'un l'altro.


Nella nostra opera i pastori non recano doni e la nostra attenzione viene totalmente catturata dalla bellezza dei loro volti, quasi ritratti dal vero e dalla solenne semplicità dei loro gesti.
In alto, nell'estremità sinistra del quadro, si affacciano sulla scena, posati su dense nubi rosate, gli angeli, coloro che hanno dato ai pastori la lieta notizia della nascita del Salvatore. Sebbene queste figure angeliche siano suggerite proprio dalla narrazione evangelica, è pur vero che solo un artista del XVI secolo poteva rappresentare un concerto celeste con tale trasporto e verità d'immagine, arricchito dalla visione degli splendidi strumenti musicali.



Infine, posta fra cielo e terra, distesa fra il coro angelico e le figure dei pastori, si apre una bella veduta paesaggistica. Di semplice orchestrazione, mostra poche piante, alcune più vicine, altre più lontane ed un semplice casolare, la campagna con i sentieri percorsi dai pastori.
Nella tavola di Verderio è rappresentato l'evento lieto della nascita di Gesù e dell'adorazione, senza che nessun elemento, più o meno scoperto, venga a prefigurare il futuro e doloroso destino del Cristo, come molto spesso accade invece nelle opere del tardo Cinquecento, dove i simboli della Passione trovano posto vicino alla figura di Cristo bambino.
Anche se l'attribuzione a Pellegrino Tibaldi, grande maestro attivo nella Milano della Controriforma, caratterizzata dall'azione di san Carlo Borromeo, non è dato certo, lo stile con cui è stata eseguita la tavola mostra indubbiamente la mano di un artista di grande finezza esecutiva.
L'opera si inserisce nel filone della pittura tardo manierista.
Le figure, che sono tracciate con un disegno preciso ed accurato, sono piacevolmente ricercate nei volti e rivestite di morbidi panneggi, i cui dettagli sono estremamente curati. Si vedano, per esempio, la camicia ed il mantello, appena intravisto e fermato al collo, del pastore posto all'estrema sinistra del quadro.
L'intonazione gradevole dell'opera viene completata dall'attenta ricerca cromatica.
I colori, dati per velature sovrapposte, sono preziosamente accordato fra loro: splendido l'accostamento di veste verde, sopravveste rosa, manto dalla calda tonalità gialla di Giuseppe, così come è notevole, di un colore quasi trasparente, la veste rosata della Vergine.

ELISABETTA PARENTE


venerdì 25 settembre 2009

IL POLITTICO CON MADONNA E SANTI DI GIOVANNI CANAVESIO NELLA CHIESA DI VERDERIO SUPERIORE di Elisabetta Parente - SECONDA PARTE




La prima parte di questo articolo è stata pubblicata nel blog il 20 settembre 2009. La trovi cliccando sulle etichette Giovanni Canavesio o Elisabetta Parente


Da un'analisi attenta di questa pala è possibile rilevare, oltre alle scelte legate al genere, i motivi stilistici ed iconografici propri della pittura del Canavesio.
I personaggi che la popolano si stagliano su un fondo di oro zecchino che, se tende a ridurre ogni effetto volumetrico, permette ai colori di risaltare nella loro pienezza.
I quattro santi a figura intera poggiano su un piano leggermente inclinato che fa pensare ad una sorta di palcoscenico costruito.
In altre opere del Canavesio, quali per esempio il polittico della Galleria Sabauda di Torino o quello di Pigna dedicato a San Michele Arcangelo, questo piano d'appoggio è costituito invece da terreno, cioè da un piano naturale, tanto da lasciare intravvedere alle spalle di alcuni santi un masso o uno spuntone di roccia.
I visi sia femminili che maschili, per quanto poco espressivi e tratteggiati senza particolare maestria, mostrano chiaramente la ricerca da parte del pittore di movenze nobili ed eleganti: volti ovali, allungati e dal mento appuntito, dagli incarnati pallidi, un po' esangui, caratterizzati da sopracciglia ben marcate ed occhi a mezzaluna, nasi dritti, labbra piccole e serrate.
I capelli e le barbe sono rese attraverso marcate pennellate parallele ed ondulate, ma è soprattutto nel modo di trattare le mani che è possibile riconoscere i modi del Canavesio: mani sottili ed affusolate, dalle dita molto lunghe e piuttosto unite, che si stringono però saldamente intorno agli oggetti.
Un'attenzione particolare deve essere rivolta anche ai panneggi e alle vesti dei personaggi.
I mantelli e le tuniche cadono ampi dalle spalle dei santi, quasi a circondare e racchiuderne la figura, ma le pieghe che descrivono nel cadere sono secche, dure, bloccate in un disegno geometrico, che fa pensare più che alla morbidezza del panno alla rigidità di una materia che una volta modellata non perde più la forma assunta.
Si guardino la scura veste di San Gregorio, i manti del Battista, di San Pietro e dello stesso Arcangelo Michele, che avvolto nel rosso manto dalle pieghe parallele, blocca con un piede e trafigge con la lancia una di quelle creature demoniache prodotte dalla fantasia medioevale, delle quali il Canavesio ci dà un saggio nel Giudizio Universale affrescato a Briga.
Se l'uso dell'oro sullo sfondo può riferirsi alla persistente e mai interrotta tradizione gotica, il gusto per la ricchezza dei tessuti, che pur nasce dalla stessa tradizione, è da considerarsi quanto mai congeniale al Canavesio e connaturato alla sua opera.
La ricercata stoffa della corta veste di San Dalmazio o dei mantelli riccamente lavorati dei Dottori della Chiesa, la sontuosa tunica della Madonna, resa ancora più preziosa dall'impiego dell'oro, sono un chiaro esempio di tale gusto che il pittore pinerolese espresse sia nelle opere ad affresco che nei polittici.
L'uso dei damaschi e tessuti ricamati per le vesti di Maria o dei santi o per i potenti che dirigono una situazione è da ascriversi alla volontà di sottolineare un certo tipo di maestà o regalità, aggiungendo inoltre un tocco di maggiore eleganza e ricercatezza ad ogni scena.
Sebbene molti critici abbiano sottolineato la maggior bravura di questo artista nella resa degli affreschi a discapito della pittura su tavola, rilevando inoltre una perdita di freschezza ed una certa routine nella sua produzione finale (10), è necessario constatare che è proprio nelle opere finali, e precisamente in questa pala e nel polittico di Pigna del 1500, che Canavesio sperimenta una nuova concezione dei volumi e dello spazio.
Si confronti il polittico di Verderio con quello della Galleria Sabauda di Torino, realizzato dal Canavesio nel 1491 (fig. 3).


Figura 3. TORINO
GALLERIA SABAUDA: POLITTICO CON MADONNA E SANTI (1491)

Anche nell'opera torinese, di dimensioni ridotte rispetto a quella di Verderio e composta da soli sedici scomparti, sono rappresentati la Madonna con Bambino, i Santi e i Dottori della Chiesa.
La Madonna siede eretta e un po' rigida su di un semplice trono ligneo di piccole dimensioni, che pur mostrandosi concavo nella parte superiore dello schienale, non riesce a suggerire il senso dello spazio né ad accogliere la figura della Vergine.
La Madonna ed il Bambino benedicente, entrambi con lo sguardo rivolto verso i fedeli e l'espressione lievemente sorridente, appaiono come due figure sovrapposte alla struttura del trono.
La Vergine della pala di Verderio, dal busto lungo e sottile, volge il capo, elegantemente inclinato, verso il Cristo che, con il movimento delle gambe, sembra voler scendere dal grembo materno.
La posa di entrambi è meno statuaria e, pur rispettando i canoni della formale eleganza, tende a suggerire una sottile tendenza dinamica (interessante l'incontro dei due sguardi), ma è soprattutto il trono a differenziare questa rappresentazione da quella di Torino.
Il trono, di chiara ispirazione rinascimentale, con cornici aggettanti ornate d'ovuli e dentelli, fregiato di cornucopie, con angeli musicanti e frontone, è impostato prospetticamente: il pittore ne spinge la struttura in profondità, cercando in questo modo di imprimervi la percezione del rilievo, ma non riuscendo a vincere la spinta dell'oro di fondo che riporta tutto in primo piano.
E' in altri scomparti comunque che si rivela appieno la nuova sensibilità spaziale ed atmosferica del Canavesio e precisamente nella Deposizione di Cristo dalla Croce e nelle scene della Vita di Maria che compongono la predella.
Continuando nella lettura a raffronto dei due polittici, quello del 1491 vede raffigurato, nel riquadro cuspidato con fregio a traforo, posto centralmente nella fascia superiore, l'episodio della Crocifissione.
Il crocefisso con il corpo nudo del Cristo occupa, com'è d'obbligo, il centro della scena; ai due lati, simmetricamente disposte, le figure dolenti della Madonna e di San Giovanni che, rivolte verso lo spettatore , vogliono suggerire la riflessione sul fondamentale atto che, svoltosi nel passato, viene ora rappresentato; alle loro spalle le mura merlate della città di Gerusalemme, i cui due rossi torrioni laterali inquadrano e racchiudono la scena; ad incombere su tutto il cielo realizzato in oro.
Le figure umane sono sproporzionatamente grandi rispetto al fondale architettonico e tutta la scena appare chiusa e compressa all'interno del limitato riquadro.
Ben diversa è la scena che vediamo rappresentata nella tavola centrale del registro superiore del polittico di Verderio, una scena più affollata e colta nel suo svolgersi (fig. 4).


Figura 4. VERDERIO SUPERIORE
LA DEPOSIZIONE (particolare)

Il Cristo sta per essere deposto dalla croce ed il suo corpo pende verso la Madonna, che tende le braccia al figlio ed è sorretta alla vita da Maria di Cleofe; La Maddalena , i cui lunghi capelli biondi spiccano sciolti sul rosso mantello, mentre con l'altra indica il Cristo.
Tutte le figure definite nei singoli ruoli, sono intimamente raccolte in circolo intorno alla croce ed alle loro spalle si apre un ampio e stupendo paesaggio naturale in cui si distinguono una città fortificata, turrita e dalle mura bianche, e più in lontananza, sulla cresta di uno sperone di roccia, un castello.
Il cielo sopra i personaggi ha ancora i toni scuri della notte, ma all'orizzonte si intravede la pallida luce del giorno che sta sopraggiungendo a rischiare il paesaggio un po' sfuocato ed ancora avvolto nella bruma.
Mai prima d'ora, in nessuno dei suoi polittici il Canavesio aveva sfondato una scena spingendosi al di là del primo piano: l'interesse si era sempre concentrato sui personaggi, rigorosamente posti in tale piano e tutto ciò che stava alle loro spalle di naturale, come i rozzi spuntoni di roccia, o di costruito, come i profili di città o le cinte murarie merlate e turrite, fungeva da piatto fondale, da limite invalicabile entro il quale doveva svolgersi l'episodio rappresentato.
Nella Deposizione di Verderio le figure hanno acquistato una salda dimensione corporea perché la spessa linea che prima contornava le figure canavesiane, una sorta di orlatura che isolando i corpi li privava di ogni senso plastico, facendoli apparire come immagini ritagliate sullo sfondo, viene qui riassorbita nel disegno, un disegno più articolato che permette di intuire, al di sotto delle masse colorate delle vesti, le forme ed i volumi dei corpi.
Inoltre tra le figure ed il paesaggio si è venuto a stabilire un rapporto dinamico, fatto di compenetrazione e di sottili corrispondenze: la scena è narrata nel suo svolgersi in un ambiente reale, i cui contorni sfumati e le raccolte zone d'ombra alternate a zone fiocamente illuminate sembrano accogliere ed amplificare la drammaticità dell'atto che si sta compiendo e la tensione dei personaggi che vi prendono parte.
Il nuovo interesse che Giovanni Canavesio dimostra nei confronti del paesaggio ci conduce nell'ambito dei rapporti fra la pittura ligure e la corrente pittorica lombarda, che nel corso del Quattrocento vide attivi molti dei suoi esponenti nei principali centri della Liguria.
Nella produzione finale del Canavesio il gusto per lo spazio ampio che si stende fino all'orizzonte, la ricercata densità atmosferica, la fisionomia del paesaggio, roccioso ma ricco di acque ed orlato da montagne un po' corrose, i cui contorni si perdono in lontananza tra i avpori misti di terra ed aria sono vedute che ci richiamano alla mente le grandi interpretazioni naturalistiche del grande maestro lombardo Vincenzo Foppa.
Il Foppa lavora molto in Liguria, soggiornandovi per due lunghi periodi ed eseguendo importanti lavori, quali gli affreschi per la Cappella di San Giovanni nel Duomo di Genova, commissionatigli dalla Confraternita di San Giovanni nel 1461 e portati a termine dieci anni dopo, diverse ancone su commissione di importanti famiglie come gli Spinola o i Doria, il monumentale polittico del 1490, realizzato con la collaborazione di Ludovico Brea, per il vescovo di Savona, Giuliano Della Rovere, il futuro papa Giulio II, tutte opere di grande valore e fama che esercitarono una forte influenza sui pittori locali.


Figura 5.
VISITA AD ELISABETTA
(particolare della predella)


La pittura lombarda si imponeva all'attenzione dei pittori liguri non solo per lo studiato realismo dei paesaggi naturali e per la rigorosa impostazione spaziale degli ambienti costruiti, ma anche per lo spiccato senso della narratività che si sprigionava dalle storie rappresentate, tutte componenti che in qualche misura possiamo trovare nella predella del polittico di Verderio.
Il Canavesio vi raffigurava alcuni momenti della vita della madonna: l'incontro con Elisabetta (fig. 5), il presepio, l'adorazione dei Magi che, più grande degli altri riquadri, occupa la posizione centrale (fig.6), la presentazione al tempio (fig.7) ed infine la fuga in Egitto.


Figura 6.
L'ADORAZIONE DEI RE MAGI
(particolare della predella)



Figura 7.
LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO
(particolare della predella)

In ogni singolo episodio il pittore, incurante delle limitate dimensioni dei riquadri, si impegna al massimo nell'approfondimento degli sapzi: i piani si moltiplicano ed i paesaggi, con rocce, sentieri e painte, lasciando intravedere monti e paesi lontani, si spingono fino allo sfondo del cielo; le architetture si fanno più articolate e complesse e gli ambienti interni sono costruiti secondo una prospettiva più rigida e profonda rispetto a quanto si poteva vedere nelle sue precedenti opere.
Il senso dello spazio è ricercato non solo attraverso un uso più attento della luce e dei colori, dove effetti di luce e di ombra si alternano così come i colori chiari e brillanti a quelli scuri e profondi, ma anche attraverso la disposizione delle figure che compongono le scene.
Tutte le figure, pur presentandosi un po' tozze ed appesantite, sono saldamente inserite negli ambienti e ne descrivono lo "sviluppo" in più direzioni: Elisabetta è raffigurata più in alto ristetto a Maria, suggerendo così il dislivello del sentiero sul quale si sono incontrate, un sentiero in salita che anticipa in primo piano l'ineroicante paesaggio dipinto sullo sfondo; all'interno del tempio, rappresentato da una fuga di arcate che vanno a collegarsi all'abside posto alle spalle del saggio, il volume dell'altare su cui è raffigurato Gesù è reso esplicito dalla posizione di Maria e del saggio e da quella di Giuseppe che, girando le spalle allo spettatore, sempba giungere in quel mentre.
Più affollato il riquadro centrale con l'adorazione dei Magi, dove un'architettura un po' ingenua, realizzata in mattoni, accoglie ed isola la Sacra Famiglia: i Magi sono giunti ed uno di essi è inginocchiato davanti a Gesù, mentre un corteo di uomini ed animali ancora in cammino si snoda attraverso lo stretto sentiero racchiuso tra il dosso della montagna ed una parete rocciosa ingentilita da qualche macchia d'erba.
Come nella fuga in Egitto, la scena principale si svolge in primo piano, in un ambiente visto da vicino, ma l'attenzione dello spettatore è egualmente catturata dai personaggi e dagli oggetti che trovano posto sullo sfondo, in una successione articolata di piani dove architetture e paesaggi non hanno più la sola funzione di cornice.
Alla luce irreale e preziosa delle aureole d'oro applicato fa da contrappunto il colore un po' cupo ma ricercatamente naturale del cielo che, percorso dalle nubi, rischiara di tenue luce ogni singola scena.
Sia nella Crocefissione che nella predella Canavesio ha voluto narrare i singoli episodi nell'atto del loro compiersi, contestualizzandoli in un ambiente e sviluppando una relazione fra le figure, non più mute immagini poste le une accanto alle altre, pur continuando amantenere desto quel gusto per i particolari, quello spirito analitico che gli permette di soffermarsi a descrivere la ricchezza di tessuti delle vesti dei Re Magi o dei finimenti delle loro cavalcature.


Figura 8. PIGNA (Imperia)
POLITTICO DI SAN MICHELE ARCANGELO (1500)

Questa nuova concezione dello spazio e della narrazione della scena è una conquista che Giovanni Canavesio rende esplicita nelle sue ultime realizzazioni, come è possibile rilevare anche nel polittico di Pigna dedicato a San Michele Arcangelo del 1500, quasi certamente la sua ultima opera (fig.8).
Nella predella di questo polittico, composta anch'essa da cinque riquadri, ritroviamo ambienti ed aperture spaziali analoghi a quanto abbiamo visto nel polittico di Verderio.
Si vedano il riquadro centrale, raffigurante il Cristo risorto dal Sepolcro, dove il pittore limita l'uso dell'oro alla sola tenda, raffinatamente disegnata ad arabeschi, posta dietro la figura di Gesù, mentre alle spalle della Vergine e del Battista si aprono due profondi paesaggi (fig.9), oppure il riquadro che chiude la predella a destra, in cui il Canavesio si impegna nell'ancor più complessa scena della Strage degli Innocenti, riproducendo con grande senso drammatico la folla concitata.


Figura 9. PIGNA (Imperia)
CRISTO RISORTO DAL SEPOLCRO
(particolare della predella)


Rimane comunque importante sottolineare che l'ansia di costruire lo spazio secondo le ormai diffuse ed imperanti regole della prospettiva avvinse Giovanni Canavesio che sperimentò nuovi ambienti e più complesse disposizioni di immagini, arrivando a realizzare brani come la Deposizione della pala di Verderio, ma quest'ansia non lo proiettò mai al di fuori della tradizione gotica trecentesca nella quale si era formato e a cui restò sempre profondamente legato.
Questo limite rappresenta la peculiarità e la forza dell'operato di Giovanni Canavesio che alle soglie del Cinquecento, pur mantenendo l'anima del pittore cortese trecentesco, studia e raggiunge, anche se talvolta un po'ingenuamente, l'unità della composizione.
L'interesse per il grande polittico esposto nella chiesa di Verderio Superiore consiste proprio nella stimolante convivenza di due mondi artistici, quello gotico sontuosamente lineare e quello rinascimentale prospettico, nel tentativo dell'artista di accostarli ma soprattutto mantenerli vivi nella stessa opera, offrendo così allo spettatore la luminescenza degli sfondi d'oro, l'elegante movenza delle figure, la raffinata ricchezza dei tessuti e vesti, contemporaneamente alla ricerca di spazi prospettivamente costruiti, di paesaggi ampi ed aperti, dell'atmosferica veridicità dei cieli blu.

ELISABETTA PARENTE

NOTE

(10) Si veda oltre ai già citati saggi della Brizio e di Castelnuovi, quello di Giovanni Romano, Giovanni Canavesio, in "Dizionario biografico degli italiani", Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1974, p. 728 - 731.


domenica 20 settembre 2009

IL POLITTICO CON MADONNA E SANTI DI GIOVANNI CANAVESIO NELLA CHIESA DI VERDERIO SUPERIORE di Elisabetta Parente - PRIMA PARTE



Questa è la prima parte di un articolo scritto da Elisabetta Parente e pubblicato nella rivista
Archivi di Lecco, Anno XV, N.2, APRILE - GIUGNO 1992. In seguito l'articolo è stato pubblicato in un volumetto a cura della Biblioteca Intercomunale di Verderio.


La pala che orna l'altar maggiore della chiesa parrocchiale dei Santi Giuseppe e Floriano di Verderio Superiore è opera di Giovanni Canavesio.
Sulla vita di questo pittore si hanno pochi dati certi: non se ne conosce con certezza neppure la data di nascita che viene approssimativamente fatta risalire intorno agli anni Trenta del 1400, deducendola dai pochi documenti che si hanno su di lui.
Esiste nell'Archivio Comunale di Pinerolo, città di nascita di questo artista, un documento del 1450 in cui si fa riferimento a "Magister Johannes canavexii pinctor", abitante ed attivo in quella città.
Due documenti, scoperti nella sezione notarile dell'Archivio di Stato di Genova ed entrambi datati 28 gennaio 1472, lo vedono operante in Albenga.
Nel primo di questi il Canavesio si impegna ad eseguire in grande polittico dedicato a San Giovanni, commissionatogli da Michele de Mora per la città di Oristano in Sardegna; il secondo il contratto per la fornitura della tavola del suddetto polittico, ad opera del falegname Domenico Gastaldo, documento dal quale si può dedurre che "Giovanni Canavesio non era quindi maestro falegname e intagliatore, come la maggior parte dei pittori liguri di questo secolo" (1).
E' solo dal 1480 in poi che le notizie sul suo conto si infittiscono e grazie alle opere firmate e datate risulta più agevole ricostruire i suoi spostamenti, che interessano soprattutto la Liguria occidentale e l'entroterra nizzardo.
Nel 1482 Giovanni Canavesio esegue gli affreschi della cappella di San Bernardo a Pigna, in cima alla valle del Nervia, affreschi nei quali sono rappresentati i Dottori della Chiesa, gli Evangelisti, le Storie della Passione ed il Giudizio Finale; nella sala capitolare del Convento dei Domenicani a Taggia affrescata una Crocefissione datata quello stesso anno, opera non firmata ma senza alcun dubbio sua.
Sarebbe stato firmato e datato 1487 l'affresco, purtroppo oggi perduto, che il pittore eseguì nella chiesa parrocchiale di San Siro a Virle, raffigurante il marchese Brianzo di Romagnano e la moglie Eleonora in preghiera.
Del 1491 è il polittico con la Madonna e i Santi conservato oggi nella Galleria Sabauda di Torino, proveniente probabilmente dalla chiesa di Nostra Signora del Fontano a Briga Marittima, dove il Canavesio affrescò il monumentale ciclo con le Storie della Vita di Gesù ed il Giudizio Finale: la firma e la data, 12 ottobre 1492, sono pervenute a noi tramite un'iscrizione del XVI secolo che ripete quella originale.
Alla fine del secolo si situano le due ultime opere del pittore pinerolese: del 1499 è il grande polittico del quale ci occuperemo diffusamente in questo scritto, mentre datato 1500 il polittico dedicato a San Michele Arcangelo, eseguito per la parrocchiale di Pigna.
Molto numerose sono anche le opere attribuite a questo artista (2), la cui arte sia di frescante che di pittore fu variamente interpretata dalla critica.
Nel corso degli anni infatti gli storici dell'arte hanno valutato la figura e l'attività di Giovanni Canavesio in modo molto diverso, spesso contrastante, dipingendolo ora come un maestro innovatore della tradizione, ora come uno sterile mestierante.
Se il merito di aver citato per primo il nome di Giovanni Canavesio spetta a Federico Alizei, che in un testo del 1875 si occupò, anche se brevemente, delle origini della pittura dell'artista piemontese individuandovi un chiaro influsso germanico (3), è a Siegfried Weber che si deve la prima analisi puntuale dellopera di Canavesio (4).
Lo studioso tedesco, che considerò questo artista come l'iniziatore della scuola pittorica piemontese, si interrogò sul senso del realismo che anima molti personaggi canavesiani ed ebbe modo di rilevare, oltre alle influenze nordico-tedesche, i legami di questo autore con il pittore nizzardo Ludovico Brea.
La migliore conoscenza delle manifestazioni pittoriche della prima metà del Quattrocento e l'attento studio dell'opera di Giovanni Jaquerio, i cui affreschi nella chiesa di S. Antonio di Ranverso vennero scoperti solo nel 1914, mutarono sensibilmente le interpretazioni sulla pittura piemontese.
La critica venne delineando una netta separazione fra le due metà del secolo XV: la prima metà che, in coincidenza con la dominazione di Amedeo VIII, vide il fiorire della civiltà artistica e culturale a cui fece seguito, sul finire del secolo e contemporaneamente alla decadenza del ducato, un periodo di evidente isterilimento e impoverimento della creatività artistica, periodo in cui è da situarsi l'attività del Canavesio.
Augusto Cavallari Murat, sostenendo la tesi di un più alto livello artistico raggiunto dalla pittura goticheggiante piemontese nella prima metà del Quattrocento, arriva a definire la fine del secolo come una "fase di disorientamento" in cui "Giovanni Canavesio ...rappresenta sostanzialmente.. il punto di arrivo e di esaurimento della tradizione neogotica della quale mantiene gli schemi iconografici ma non lo spirito" (5).
Qualche anno più tardi Anna Maria Brizio, capovolgendo completamente il giudizio del Weber, definì il Canavesio un "piccolo maestro" che "volgarizza, da buon mestierante popolare qual era, tutt'un repertorio prediletto di immagineria sacra, stereotipandola" (6).
Negli studi successivi dedicati alla pittura ligure-piemontese è possibile invece rilevare giudizi meno drastici sull'opera di Giovanni Canavesio, la cui attività veniva scandagliata con accuratezza e soprattutto considerata un tassello importante per meglio conoscere e comprendere le vicende pittoriche di una regione storico-geografica che, dall'incontro di componenti culturali di origine molto diversa (toscane, lombarde, provenzali), seppe crearsi un personale linguaggio artistico (7).


Figura 1. VERDERIO SUPERIORE
CHIESA PARROCCHIALE
POLITTICO CON MADONNA E SANTI (1499)

Dopo la necessaria delineazione biografico-critica dell'autore, veniamo all'opera che di lui tratteremo, il polittico custodito oggi nella chiesa di Verderio Superiore (fig. 1).
Questa grande pala d'altare, realizzata a tempera e raffigurante la Vergine in trono, porta due importanti iscrizioni.
Nel cartiglio, situato ai piedi della Madonna e sovrapposto alla base del trono, è chiaramente leggibile la firma del pittore: PRESBIT JOHES CANAVESI PINXIT seguita dal monogramma.
Il fatto che Canavesio fosse "presbiter", cioè sacerdote, era già documentato nel 1472, come è chiaramente specificato nei due atti notarili di Albenga dei quali abbiamo già avuto modo di parlare, ma rispetto ad altre opere eseguite che recano la sua firma qui non è specificata l'indicazione della città natale del pittore.
La seconda iscrizione che si legge nella zona inferiore del polittico, sottostante la predella, è di grande importanza perché vi sono indicate la data e la provenienza dell'opera:
ANNO - DNI - MCCCCLXXXXVIIIJ + DIE + VIGESIMA - MENSIS - MARTII + AD HONOREM -DEI -ET - GLORIOSAE - VIRGINIS - MARIAE - AC - SANCTI - DALMATII + COMUNITAS - PORNAXI - FIERI - FECIT - HOC - OPUS + REGENTE - DNO - PRESB. - LABARO - BONANATO - RECTORE - DICTI - LOCI. (8)
Questo polittico, portato a termine il 20 marzo 1499, fu eseguito quindi per la chiesa di Pornassio, comune nell'alta valle dell'Arroscia, presso Colle di Nava e solo alla fine del secolo XIX, acquisito dalla famiglia Gnecchi Ruscone, venne da questa donato alla parrocchiale di Verderio.
L'opera, articolata in ben trentuno scomparti, raffigura nella parte mediana in posizione d'onore la Vergine con il Figlio assisa in trono, coronata da un'aureola d'oro in cui si possono leggere le prime parole dell'Ave Maria (fig. 2).


Figura 2
MADONNA IN TRONO
(particolare)


Ai suoi lati, coronate da baldacchini in legno dorato, campeggiano le figure intere di quattro santi, San Dalmazio ( la pala è dedicata oltre che alla Vergine, a questo santo, come viene detto nell'iscrizione) e Giovanni Battista a destra, l'Arcangelo Michele e San Pietro a sinistra, come risulta, oltre che dalle caratteristiche delle varie figure, dai nomi scritti nelle rispettive aureole.
Superiormente a questa fascia, nella cimassa, trovano posto le mezze figure dei Dottori della Chiesa: Sant'Ambrogio e Sant'Agostino a sinistra, San Girolamo e San Gregorio a destra.
Nella cuspide, alla sommità dell'opera, sono contenute in dimensione minore le figure, sempre a mezzo busto, di quattro sante: Sant'Agata, Santa Lucia, Santa Marta e Santa Caterina.
Fra le due coppie di sante, superiormente al pannello della Vergine, è posta la seconda composizione principale dell'opera: coronata, come la sottostante, da baldacchino vi è la Deposizione di Cristo dalla Croce, un tema che ricorre con frequenza nelle opere di Canavesio.
Questo insieme di quattordici scomparti è legato al fondo da una predella composta da piccoli quadri rappresentanti le scene della vita della Vergine: la visita ad Elisabetta, il Presepio, l'Adorazione dei Magi, la Presentazione al Tempio, la Fuga in Egitto.
Ai due estremi della predella sono situate le figure dei profeti Isaia e David.
A chiudere lateralmente l'opera sono due fasce verticali contenente le figure intere di diversi santi, cinque per lato.
Questo polittico fu smembrato ed è possibile supporre che, nella ricostruzione, alcuni scomparti delle cornici laterali siano stati spostati, perché qualche figura si presenta alquanto insolitamente voltata di spalle rispetto alla Vergine, cioè al centro della composizione.
L'imponente cornice che inquadra gli scomparti non è integralmente originale e appare in diversi punti rifatta, ma il disegno d'insieme dell'opera, di raffigurazione e intelaiatura lignea, si inserisce perfettamente nella corrente della pittura devozionale ligure del Quattrocento, riproponendone rispettosamente gli articolati schemi costruttivi:
" (...) gli atti notarili relativi all'esecuzione di opere d'arte sacra prescrivono quasi senza eccezioni polittici divisi in più campi e dotati di predella e di cuspidi, l'uso estensivo delle dorature e delle aureole rilevate in pastiglia, il ricorso a materiale di prima scelta e l'impegno da parte del pittore a dare il meglio di se stesso" (9).


(1) Zeno Birolli, Due documenti inediti sull'attività del pittore Giovanni Canavesio, "Arte lombarda", IX, 1, 1964, pp. 163
(2) Per avere un quadro inventariale abbastanza completo delle opere di Giovanni Canavesio si veda il repertorio biografico che accompagna il saggio di Gian Vittorio Castelnuovi, "Il Quattrocento e il primo Cinquecento", in La pittura a Genova e in Liguria, Genova, Sagep Editrice, 1970, vol. I, pag. 152
(3) Federico Alizei, Notizie dei professori del disegno in Liguria dalla fondazione dell'Accademia, Genova, tip. Sambolino, 1864, vol. I, pag. 323
(4) Siegfried Weber, Die Begrunder der Piemonteser Melerschule im XV und zu Beginn des XVI Fahrhunderst, Strasburgo, 1911, . 720.
(5) Augusto Cavallari Murat, Considerazioni sulla pittura piemontese verso la metà del secolo XV, "Bollettino storico- bibliografico subalpino", II n.s., 1-2, gennaio-luglio 1936, pag. 78.
(6) Anna Maria Brizio, La pittura in Piemonte dall'età romanica al Cinquecento, Torino, Paravia, 1942, pag. 40.
(7) Si vedano i seguenti saggi: Elena Brezzi Rossetti, Precisazioni sull'opera di Giovanni Canavesio: revisioni critiche, "Bollettino della società piemontese di archeologia e belle arti", XVIII n.s., 1964, . 35 -36; Zeno Birolli,
(8) "il 20 marzo dell'anno del Signore 1499, la comunità di Pornassio fece realizzare quest'opera ad onore di Dio e della gloriosa Vergine Maria e di San Dalmazio, durante il sacerdozio di Lazzaro Bonanati guida spirituale di questo luogo".
(9) Mauro Natale, "La pittura in Liguria nel Quattrocento, La pittura in Italia. Il Quattrocento, Milano, Electa, 1987, tomo I, pag. 15.

lunedì 27 luglio 2009

PARLASCO UN BORGO DIPINTO di Elisabetta Parente




SABATO 25 LUGLIO ALLE ORE 12,00

PRESSO IL MUNICIPIO DI PARLASCO
(VALSASSINA)


ELISABETTA PARENTE


PRESENTA IL LIBRO

PARLASCO Un borgo dipinto