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mercoledì 18 dicembre 2024

LETTERA AL FAI PER SALVARE UNA VILLA STORICA DI VERDERIO

È veramente triste vedere una villa con una storia di almeno cinquecento anni giacere, insieme al suo parco, in stato di abbandono. È quello che sta succedendo oggi a una delle due ville storiche di Verderio, la villa che fu dei marchesi Arrigoni  prima e poi della famiglia Gnecchi Rusconi.

Per questo alcuni cittadini hanno pensato di richiamare l'attenzione del FAI,  Fondo Ambiente Italiano, con una lettera e di farla  sottoscrivere da un buon numero di persone.

Sono già state raccolte più di 400 firme.

Chi volesse ancora aderire lo può fare direttamente presso il negozio di alimentari RIva , in via Principale, o presso l'edicola-cartoleria in via Tre Re; oppure può inviare una mail a questo indirizzo: marco.bartesaghi@libero.it                                                                                                       

Villa ex Arrigoni di Verderio


LETTERA  AL FAI
Con questa lettera vogliamo sottoporre all'attenzione del FAI lo stato di degrado in cui si trova una delle due ville storiche di Verderio, ex-Verderio Superiore, quella più orientale, che chiameremo ex-Arrigoni.
Alcune notizie sull’edificio.
Nel 1512 Rainaldo Airoldi, della nobile famiglia di Robbiate, acquistò dalle monache di S.Agostino di Milano i beni che possedevano a Verderio. Alla morte di Rainaldo la proprietà passò al figlio Giovanni Battista e, in seguito, alle nipoti, Lucrezia e Caterina. Gli eredi di Caterina, il 22 marzo 1651, cedettero la loro parte, che comprendeva la villa conosciuta oggi come Villa Gnecchi, a Pietro Paolo e Giuseppe Confalonieri. A loro volta i discendenti di Lucrezia, sposata Porro, l’1 febbraio 1661, vendettero la loro parte al Marchese Emilio Arrigoni, che divenne così proprietario della villa oggetto di questa lettera. Nel 1824 questa villa, insieme agli altri possedimenti Arrigoni in territorio di Verderio, fu acquistata da Giacomo Ruscone e nel 1842, alla sua morte, fu ereditata dai suoi nipoti, i fratelli Carlo e Giuseppe Gnecchi (da allora Gnecchi Ruscone) ed è rimasta proprietà della famiglia fino agli anni sessanta del Novecento, per subire in seguito vari passaggi di proprietà.

La villa, sottoposta a vincolo monumentale (decreto legislativo 42/04 int. 10), fino a una ventina di anni fa era in buone condizioni, da allora in poi è andata via via degradandosi fino allo stato attuale di abbandono. Non avendo la possibilità di accedervi, poche sono le notizie che abbiamo sulla situazione degli interni dell’edificio. Ci risulta solo che uno dei locali più antichi, affrescato su tutte le pareti, abbia il soffitto pericolante e quindi sia sostenuto da una fitta puntellatura.
Visibile è invece il cattivo stato delle parti esterne e, soprattutto, del parco. Sono pericolanti, ad esempio, i cornicioni dell’ala orientale dello stabile, quella che si affaccia su una strada pubblica, la Stretta di Sant’Ambrogio, che per questo motivo è da anni chiusa al passaggio delle persone.
Completamente abbandonato e ridotto a una selva quasi impenetrabile è il parco, che ha un’ampiezza di circa 7700 mq ed è ricco di alberi di alto fusto.
Dopo il fallimento dell’ultimo proprietario, la villa è sottoposta ad asta giudiziaria. 
Al FAI chiediamo di valutare la possibilità di intervenire, direttamente o indirettamente, per porre rimedio a questa situazione di degrado e svilimento di un patrimonio storico a nostro avviso da tutelare e valorizzare. 

Per un intero secolo, a partire dalla metà dell’Ottocento, la famiglia Gnecchi Ruscone è stata presente sul territorio di Verderio, in particolare di Verderio Superiore, e ha avuto un ruolo fondamentale, avendo dotato il paese dei principali edifici pubblici o ad uso pubblico che ne caratterizzano ancora oggi la fisionomia: l’Asilo Giuseppina, oggi scuola materna, il cimitero, l’acquedotto Fonte Regina, la chiesa parrocchiale dei Santi Giuseppe e Floriano, la casa parrocchiale, il municipio, che comprendeva anche le aule scolastiche, l’ambulatorio e la maternità.
Essa è stata artefice di importanti interventi anche sugli edifici di sua proprietà. Alla famiglia si deve l’aspetto attuale della villa che oggi porta il suo nome, Villa Gnecchi, acquistata nel 1888 insieme a tutti gli altri beni Confalonieri. Negli anni venti del Novecento fu installata la Fontana di Nettuno, nel terreno di fronte alla villa, e realizzato, sul retro, dal limite dei giardini fino al confine con Paderno d’Adda, il parco che oggi chiamiamo “di Meleagro”.
La prima casa di Verderio di proprietà della famiglia Gnecchi, fu proprio la villa ex-Arrigoni su cui, con questa lettera, vogliamo attirare la Vostra attenzione.
L’interesse del FAI per la sorte di questo edificio potrebbe essere l’unica carta disponibile per la sua salvezza.
Confidando in una Vostra positiva risposta, ringraziamo per l’attenzione e porgiamo i nostri più distinti saluti.

Il parco della villa come si presentava nel 2007


giovedì 3 novembre 2022

FRANCESCO GNECCHI RUSCONE (1924-2022)

 

Il 20 settembre scorso, è morto a Milano l'architetto Francesco Gnecchi Ruscone. Aveva 98 anni, era figlio di Gianfranco e di Antonia Caccia Dominioni. Suo padre fu sindaco di Verderio Inferiore dall'aprile 1945 al 1960, nominato dal CLN, subito dopo la Liberazione, e in seguito a elezioni comunali dal 1946 in poi.

Francesco, nel settembre del 1943, dopo l'occupazione tedesca e la fondazione della Repubblica Sociale, aderì al movimento di Resistenza e nel 1944 entrò a far parte di "Nemo", una missione del SIM, il servizio informazioni militare del Regio Esercito. Venne arrestato, torturato e condannato a morte. Si salvò e partecipò alla liberazione di Milano.

Dopo la guerra, conseguita la laurea presso il Politecnico di Milano, iniziò la sua lunga storia di architetto, come professionista - suoi progetti sono realizzati in Italia e nel mondo - e come insegnante - al Politecnico di Milano, alla Architectural Association di Londra e a Yale, negli Stati Uniti. Il suo archivio professionale è conservato al CASVA , presso il Castello Sforzesco (una copia dell'inventario è consultabile alla biblioteca di Verderio).

Francesco Gnecchi Ruscone era legato a Verderio da un profondo legame, soprattutto con la  Bergamina, la casa che i suoi genitori avevano acquistato negli anni trenta del novecento.È stata certamente una  dimostrazione di questo legame la sua decisione di mettere a disposizione della nostra comunità la parte di documenti della sua famiglia riguardanti Verderio, che erano in suo possesso. Riconoscenza vorrebbe che l'Archivio Storico di Verderio, che queste carte conserva e che da queste carte ha acquisito gran parte del suo interesse documentale, venisse adeguatamente valorizzato.

Negli anni scorsi Francesco Gnecchi, in due occasioni, è venuto a Verderio a presentare due suoi libri. Il primo riguarda la sua esperienza partigiana e si intitola Missione "Nemo", un'operazione segreta della Resistenza militare italiana 1944-1945. 

Nell'altro, Storie di architettura, conversando con Adine Gavazzi, architetto e antropologa, Francesco, ricostruisce la  sua esperienza professionale e riflette sul mestiere di architetto.

Francesco Gnecchi Ruscone è stato un amico di questo blog.  Lo chiamava Verderio Time: un'esagerazione che però mi faceva piacere e mi incoraggiava a continuare. Chissà, forse non è troppo tardi per ringraziarlo ancora una volta.

Cliccando sull'etichetta Architetto Francesco Gnecchi Ruscone potete trovate tutti gli articoli che lo riguardano.

Marco Bartesaghi

RACCONTO DI RESISTENZA video intervista a Francesco Gnecchi Ruscone realizzata dal CASVA di Milano

Il CASVA è un istituto di documentazione di Milano che si occupa di architettura, di design e di grafica. Nel 2002  Francesco Gnecchi Ruscone, quando ha chiuso il suo studio di architettura, ha depositato al CASVA il suo archivio professionale.

In questa intervista, realizzata per "la notte degli archivi" 2020/21, Francesco Gnecchi parla della sua partecipazione alla lotta partigiana.

Potete ascoltarla al seguente indirizzo:

https://www.archivissima.it/2021/video/966-intervista-a-francesco-gnecchi-ruscone




UN CONVIVIO PER CHI AMA L'ARCHITETTURA prefazione di Giancarlo Consonni a "Storie di architettura" di Francesco Gnecchi Ruscone

Con le autorizzazioni dell'editore, Francesco Brioschi, e dell'autore, Giancarlo Consonni, che ringrazio, vi presento la prefazione al libro "Storie di architettura"  che, nel 2014, l'architetto Francesco Gnecchi Ruscone  ha scritto, in forma di conversazione, con Adine Gavazzi.



UN CONVIVIO PER CHI AMA L'ARCHITETTURA

di Giancarlo Consonni

Introduzione a Francesco Gnecchi Ruscone, Storie di architettura, 2014

Storie di architettura è un libro inusuale e per certi versi controcorrente. Lo percorre una felicità aurorale, mattutina, che è tutt’uno con un modo di disporsi nel mondo. A cominciare dal fare bene il proprio mestiere, cogliendo ogni occasione per portare a miglior espressione le potenzialità ricevute in dono. E, se in fatto di architettura Francesco Gnecchi Ruscone ha dimostrato tutto il suo valore di progettista, allo stesso tempo ha saputo muoversi su un orizzonte assai ampio dando forma e sostanza, con determinazione e fiuto sicuro, al progetto di una vita. Un modo di essere della ευδαιμονία (eudaimonìa). Non a caso la parola compare a un certo punto in queste conversazioni, a suggello di ciò che il libro lascia prima intravedere e alla fine esplicita a tutto tondo. 

Il racconto ha un procedere rapsodico, ben sollecitato in forma conviviale da Adine Gavazzi, che qui combina le sue capacità di ricercatrice con quelle di maieuta. Di formazione architetto, la curatrice del volume ha alle spalle un percorso che l’ha portata a studiare in chiave antropologica le civiltà precolombiane con risultati di grande rilievo. Una passione per l’avventura intellettuale e umana che può spiegare come questa singolare figura di architetto antropologo sia stata attratta dalle esperienze e dagli incontri di cui è costellata la vita del suo interlocutore. 

Essere architetti è certamente un privilegio. Abbiamo completato cicli di studi appassionanti su temi che hanno a che vedere con la bellezza e godiamo del lusso di offrire i nostri servizi a gente che ce li richiede in un momento felice di speranza [...]. 

Questo passaggio, come diversi altri di Storie di architettura, rivela come tra Adine e Francesco si sia stabilito un patto tacito. Il loro conversare sulla terrazza di Largo Richini 4 a Milano non si è svolto solo di fronte a un capolavoro – l’Ospedale Maggiore di Filarete – ma idealmente anche al cospetto di due ampie compagini: quella degli appassionati di architettura e quella di coloro che si avvicinano all’architettura da neofiti. Rendendo palpabile il pubblico a cui si rivolge, il libro rivela così il suo intento. Non è solo una testimonianza sul lavoro sapiente e appassionato di un progettista di vaglia che ha operato per oltre mezzo secolo: è un tentativo di dar vita a un convivio, a uno spazio ideale nel quale ragionare insieme - soprattutto con i (potenziali) lettori più giovani - sulle buone pratiche. Un modo per chiamare a convegno chi è interessato al concreto operare per il bene comune, in particolare a rendere l’ambiente fisico abitabile, bello e fecondo per gli individui e la società. 

Francesco Gnecchi Ruscone ha sempre diffidato delle costruzioni teoriche poste aprioristicamente a guidare il fare. È cresciuto nutrendosi dell’esperienza diretta, cercando di trarre insegnamenti dai risultati, quelli conseguiti dai migliori architetti come quelli pazientemente conquistati in prima persona. Questa disponibilità a imparare in lui è tutt’uno con una spiccata propensione didattica. Ne ho avuto conferma quando da studente, nel 1964-65, ebbi modo di vederlo all’opera tra gli assistenti di Ernesto Nathan Rogers, nel corso di Elementi di composizione al Politecnico di Milano. 

Eppure, lui che di energie a insegnare ne ha spese, a conti fatti è stato un antiaccademico. Evidentemente non gli si confaceva l’aria di chiuso delle conventicole, le schiere adoranti e i tristi rituali delle accademie: quelle spiagge desolate in cui si arenano le migliori intenzioni, quando la fame di consenso prevale sul prendere rischi in campo aperto. E Francesco Gnecchi Ruscone di rischi ne ha presi, per curiosità e tensione etica; e anche per il gusto di mettersi continuamente alla prova nel perseguire «virtute e canoscenza» (in chiara continuità con il suo impegno nella Resistenza). Il suo tenersi alla larga dalle liturgie accademiche, non ha impedito che, anche lontano dall’università, egli continuasse a mettere a disposizione a chiunque fosse interessato le competenze accumulate nel suo lavoro in patria e in giro per il mondo. È questa stessa disponibilità del resto che lo ha portato a fornire un contributo prezioso nella difficile fase costitutiva della Scuola di Architettura di Algeri.

Francesco Gnecchi Ruscone e Adine Gavazzi presentano il libro a Verderio (27/2/2015)

Fare di un libro un ideale convivio passa inevitabilmente anche attraverso la ricerca di una sintonia. Sintomatico il modo in cui il lettore viene messo a contatto con l’emozione provata dal protagonista nell’intraprendere la sua prima esperienza progettuale: quell’esercizio di immaginazione, condiviso con il committente, che assume i caratteri di un sogno ad occhi aperti, a cui anche chi legge è invitato a partecipare. Ma l’emozione non si spegne: si rinnova nella restituzione di ogni momento importante: di pagina in pagina è tenuta viva come una fiammella. 

E non si tratta solo di un artificio retorico. Episodi, incontri, traiettorie, intersezioni, successi e fallimenti, scontri e sinergie possono essere riproposti in modo coinvolgente perché sono stati vissuti dal protagonista a tutto campo: hanno una portata culturale e umana, oltre che professionale. Così condividiamo i timori e l’ebbrezza per lo schiudersi di una prospettiva, per una sfida che sollecita a mobilitare tutte le energie di cui si dispone e a rinvenirne di nuove nel compiersi della prova. Il senso di felicità che da tutto questo traspare è tutt’altro che a buon mercato: ha il suo contrappeso nelle difficoltà che, in imprese piccole e grandi, si sono dovute superare e persino nello sgomento provato di fonte a prove di grande portata, come quella che ha visto il protagonista lavorare a fianco di Adriano Olivetti nella ricerca di un habitat civile per gli abitanti dei Sassi di Matera

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sabato 25 dicembre 2021

NOTIZIE SU ALCUNI FALEGNAMI DI VERDERIO SUPERIORE DEL XIX E XX SECOLO di Marco Bartesaghi


"4 luglio pagato al Giulio fa legname per giornate 17, per la sedia (di) cuoro e il tellaro di una finestra in cuoro e altri fatturi per lartare - 34". 

Parrocchia di Verderio Sup. L'accenno al falegname "Giulio" in un bilancio parrocchiale del 1814

Questo è il più vecchio accenno ad un falegname che sono riuscito a trovare nell'archivio della parrocchia di San Giuseppe e Floriano, ex Verderio Superiore. È conservato fra i bilanci redatti dalla fabbriceria della chiesa, in un foglio intitolato "Spese fatte per la chiesa del lano 1814" (1).
Penso che con la parola "cuoro" si intendesse parlare del "coro" e che "lartare" stia per "l'altare".
Il nome, Giulio, è un po' poco per stabilire l'identità del personaggio, ma per ora mi devo accontentare.
  

***

Scorrendo gli altri documenti contenuti nello stesso fascicolo, il successivo falegname che vi appare è Giuseppe Viganò, nato il 5 giugno 1828 a Verderio Superiore, figlio di Carlo e Angela Villa. Abitava in Corte Nuova, in via sant'Ambrogio, e aveva sposato Giuseppa Pirovano.
Fra le carte della fabbriceria lo si incontra più volte e per un buon numero di anni. Per i lavori svolti  nel 1883, l'anno prima della sua morte, aveva presentato questo conto:
 

 "Conto della parocchia dell'anno 1883
Riparazione fatte a due banche                    1  40
Riparato il balcone del coro                        00  70
Riparati i vetri nella tribuna                         01  20
Misse una lastra di vetro  nello stasone      01  50
Misse un vetro (2) nel confessionalio          00  30
n.2 lastremesse sullefineste innalto            02  50
                                                               ______
                                                   totale    07 .60


Parrocchia di Verderio Sup. Il conto presentato dal falegname Giuseppe Viganò nel 1883


Anche il figlio di Giuseppe, Luigi, era falegname e come tale compare nel ruolo dei contribuenti alle tasse comunali del comune di Verderio Superiore del 1906, dove è chiamato a pagare una cifra di 4 lire (2). Era nato nel 1860, aveva sposato Erminia Robbiati, proveniente dalla "curt del legnamée", in via Principale. È morto nel 1922.

 

Comune di Verderio Sup. Le tasse comunali pagate da Luigi Viganò, falegname, nel 1906

 

Era figlio di Luigi Stucchi, anch'egli falegname, nato a Osnago l'8 ottobre 1808 da Giovanni Antonio e Serafina Ronco. Luigi si era trasferito a Verderio Superiore probabilmente nel 1837, dopo aver sposato una donna di qui, Orsola Teresa Sala, figlia di Ambrogio e di Angela Comi. Dei lavori di falegnameria di Luigi Stucchi non ho trovato traccia.

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lunedì 21 novembre 2016

50° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DEL GRUPPO A.N.M.I. DI BRIVIO - "G.M. GIAN ANTONIO GNECCHI RUSCONE"



27 Novembre 2016

50° anniversario di fondazione del gruppo ANMI Brivio - “G.M. Gianantonio Gnecchi Ruscone”

Programma della manifestazione:

  • Ore 9:30 ritrovo presso il monumento ai Caduti del Mare sul lungo Adda
  • Alzabandiera
  • Deposizione corona di alloro ai Caduti del Mare
  • Breve discorso del Presidente ANMI Brivio focalizzato sul 50° anniversario
  • Breve discorso del sig. Sindaco e possibilmente delle altre autorità civili e militari
  • Ore 10:30 circa trasferimento in corteo alla Parrocchia.
  • Ore 11:00 – 12:00 celebrazione della SS. Messa con particolare riferimento alla Patrona Santa Barbara
  • Ore 12:00 trasferimento alla sala civica Comunale dove si terrà una esposizione di alcuni significativi modelli navali, e un rinfresco per gli ospiti con distribuzione di un calendario commemorativo del 50° ANMI Brivio

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Il gruppo di Brivio dell'Associazione Marinai d'Italia è dedicato alla guardiamarina Gian Antonio Gnecchi Ruscone, imbarcato sull'incrociatore Zara e disperso in mare dopo l'affondamento della sua nave, nella battaglia di Matapan del 28-29 marzo 1941.
Gian Antonio era figlio di Alessandro Gnecchi Ruscone, che a Verderio era possidente terriero e podestà negli anni della seconda guerra mondiale.
A Gian Antonio Gnecchi è dedicata un'aula della scuola primaria di Verderio.

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La commemorazione di domenica 26 novembre, comprende una mostra di modelli navali. Fra i modelli che esporrà il verderiese Enrico Colombo, una delle sue ultime realizzazioni: uno spaccato dell'incrociatore Zara.
Vi presento alcune fotografie del modello, finito e in fase di costruzione.




Sezione dell'incrociatore Zara - modello finito



















































Su Enrico Colombo, in questo blog potete trovare anche gli articoli:

UN CANTIERE NAVALE IN MANSARDA: http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/2015/03/un-cantiere-navale-in-mansarda-di-marco.html

IL PIROSCAFO "SAVOIA", L'ULTIMA OPERA DI ENRICO COLOMBO: http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/2016/02/il-piroscafo-savoia-lultima-opera-di.html




RICORDO DI GIAN ANTONIO GNECCHI RUSCONE GUARDIAMARINA IMBARCATO SULL’INCROCIATORE ZARA E SCOMPARSO IN MARE DURANTE LA BATTAGLIA DI CAPO MATAPAN (28/29 Marzo 1941) di Carlo Gnecchi Ruscone

“ ….. Lo ricordo a Verderio: bello, biondo, con un pull-over a trecce e la pipa in bocca ……”

INDICE

- Profilo ufficiale di Gian Antonio Gnecchi Ruscone
- Corrispondenza tra le famiglie Gnecchi Ruscone e Lechi
- Notizie e ricordi di Alessandra Fumagalli Romario Gavazzi
- Notizie e ricordi di Luca Gnecchi Ruscone
- APPENDICI



GIAN ANTONIO GNECCHI RUSCONE – Guardiamarina

Il 25 Gennaio 2016 ho ricevuto dal signor Pierluigi Ciminago, presidente dell’A.N.M.I  (Associazione Nazionale Marinai d’Italia)di Brivio la seguente mail:

Buonasera sig. Carlo, come le dissi al telefono mi servirebbero quante più informazioni possibile sul suo cugino Gian Antonio deceduto il 29 Marzo 1941 nella battaglia di capo Matapan dove era imbarcato sull’incrociatore Zara.
Come le dicevo quest’anno celebriamo il 50° dell’Associazione intitolata a: “G.M. GianAntonio Gnecchi Ruscone”, […], e la sua presenza alle celebrazioni sarebbe graditissima.
La terrò al corrente del nostro programma.
Cordiali saluti,
Pierluigi Ciminago
Presidente A.N.M.I. Brivio

Colgo  così l’occasione per cercare di ricostruire la figura del mio cugino Aspirante Guardia Marina Gian Antonio Gnecchi Ruscone


A tutt’oggi non possediamo alcuna notizia utile, a parte quelle ufficiali, a tracciare il profilo della personalità di Gian Antonio Gnecchi Ruscone, la cui vita fu stroncata a solo 23 anni, nel pieno della giovinezza. Non conosciamo le motivazioni della sua scelta, certamente anomala in una famiglia lombarda di forti tradizioni legate alla montagna, di richiedere, fin da giovanissimo, l’ammissione al Concorso per l’arruolamento nell’Accademia Navale della Marina Militare di Livorno per diventare Ufficiale. Personalmente non avevo alcuna sua notizia se non quella del suo ricordo sulla lapide della Cappella di famiglia del cimitero di Verderio, e quindi ho ritenuto utile fare una ricerca perché la sua figura non cascasse nell’oblio e fosse ricordato almeno negli archivi della famiglia.


Poiché nel 2017 ricorrerà il centenario della sua nascita,
riteniamo doveroso ricordarlo con questa breve ricerca storica
che si prefigge di ricostruire gli avvenimenti da lui vissuti,
sia attraverso alcune testimonianze e ricordi dei suoi famigliari,
sia anche fornendo qualche notizia inedita della quale siamo
venuti recentemente a conoscenza in modo assolutamente casuale.

Gian Antonio, chiamato in famiglia “Giango”, nato il 12.06.1917, dopo l’Accademia in Marina, richiamato nella seconda guerra mondiale, fu Aspirante Guardiamarina, imbarcato sull’Incrociatore Zara, partecipò alla battaglia navale di Capo Matapan (28/29 Marzo 1941) e con l’affondamento della nave, venne dato per “disperso”. Una targa ricorda l’ufficiale di Marina nella cappella della famiglia Gnecchi Ruscone nel cimitero di Verderio Superiore.



NOTIZIE STORICHE
 

E’ stato scritto di tutto e di più sulla battaglia di Capo Matapan, ed anche notizie contraddittorie,
Esiste un’amplissima letteratura al proposito per cui cercherò di farne qui un succinto riassunto:

La battaglia di Capo Matapan (Grecia) venne combattuta tra il 28 ed il 29 marzo 1941 nelle acque a sud del Peloponneso, tra una squadra navale della Regia Marina italiana e la Mediterranean Fleet britannica.
La flotta inglese era dotata di radar che consentiva di localizzare le navi nemiche, gli italiani ne erano privi.
Inoltre la nostra Marina non aveva alcun tempestivo ed efficace appoggio aereo essendo priva di navi portaerei, gli inglesi, fin dal marzo 1941 avevano decrittato il nostro Codice di trasmissione dati ed erano così in grado di conoscere in anticipo i movimenti della nostra Marina.
La battaglia, conclusasi con una netta vittoria britannica, evidenziò l'inadeguatezza della Regia Marina ai combattimenti notturni e consegnò temporaneamente alla Royal Navy il dominio del Mediterraneo, infliggendo gravi perdite, soprattutto materiali, alla Regia Marina e condizionandone le future capacità offensive.
Capo Matapan viene ricordata come la più grande sconfitta di tutta la storia della nostra Marina.



CORRISPONDENZA RELATIVA ALLA RICERCA DEL GUARDIAMARINA GIAN ANTONIO GNECCHI RUSCONE DISPERSO

Dalla documentazione qui sotto riportata risulterebbe che Gian Antonio era l’unico ufficiale che non aveva mai messo piede su una nave prima del suo imbarco sullo Zara, il che è quantomeno anomalo perché tutto l’equipaggio era formato da ufficiali e marinai di lungo corso, così come sempre avviene in caso di guerra. Da alcune voci non documentate venne anche riferito che G.A. Gnecchi fosse partito in sostituzione di altro marinaio che doveva imbarcarsi sullo Zara ma che all’ultimo momento era stato impossibilitato a partire per cause imprecisate.

Durante uno scambio di corrispondenza di carattere storico, intercorsa a fine 2012 tra l’autore della presente ricerca, Carlo Gnecchi Ruscone e il Conte Piero Lechi, in data 27/12/2012 ho ricevuto la seguente lettera che viene qui di seguito riprodotta.


1 -LETTERA DEL CONTE PIERO LECHI A CARLO GNECCHI RUSCONE


Lettera 1 - Riproduzione parziale della lettera del signor Piero Lechi al signor Carlo Gnecchi Ruscone

Trascrizione della lettera 1:

Caro Carlo
grazie per tutto il materiale che mi hai fatto avere, per me molto prezioso.
leggerò con molto piacere le memorie del tempo di guerra.
Spero di poterti mandare fra un po’ di tempo un riassunto di quello che ho scritto io sugli anni 30 e 40 del 900.
Come ti avevo promesso ti invio alcuni documenti che sono sicuro ti faranno molto piacere: fotogopie che sono nel nostro archivio e precisamente:
1 – 27.09.1928 Peppo Gnecchi a mio papà Fausto (prima lettera di una lunga serie)
2 – 6.09.1929 Alessandro Gnecchi
3 – 25.121940 Anita Gnecchi Jacob a mio papà
4 – Natale 1940 – Epifania 1941 lettera di mio padre al capitano di Vascello marchese Luigi Corsi che aveva sposato Teresa Fè d’Ostiani cugina dei miei genitori
5 – 13.01.1941 Luigi Corsi a mio padre
6 – 25.01.1941 Anita Gnecchi Jakob a mio padre
7 – senza data: superstiti dello Zara (in quel periodo mio padre era presidente dell Croce Rossa di Brescia, probabilmente aveva ricevuto il documento attraverso la CRI)
8 – 3.04.1941 Peppo Gnecchi a mio padre
9 – 5.04.1941 Alfredo Fè d’Ostiani (padre di Teresa a mio padre)
10 – 21.05.1941 Alfredo Fè d’Ostiani a mia mamma
11 – 24.05.1941 peppo Gnecchi Ruscone a mio papà 8la cui ultima lettera a mio padre sarà in data 9.9.1965)
Mi sembra molto bella quella del comandante Corsi per i giudizi che da sul vosro cugino.
Inoltre spedisco per te e per tuo cugino Francesco il libretto scritto da mio padre sulla carica di Aquila Cavalleria a Paradiso ol 4 novembre 1918.
[…]
Ti faccio i più cari auguri di Natale e per il nuovo anno
Piero



Il Dott.ing. conte Piero Lechi, appartenente alla nobile famiglia bresciana che nei secoli si è contraddistinta, oltre che per l’impegno civile e militare, anche per la raffinata attitudine al collezionismo d’arte è mancato il 4/9/213 a 83 anni.


Al fine della miglior comprensione del grado di parentela dei vari soggetti della famiglia Gnecchi Ruscone citati nelle seguenti lettere, si ritiene utile unire il seguente Pro-Memoria:
I tre fratelli maschi figli di Giuseppe Gnecchi e Giuseppina Turati sono i seguenti:


FRANCESCO (1° di 10 fratelli) dal quale discende il ramo di Verderio

ERCOLE (4° fratello) dal quale discende il ramo di Paderno d’Adda

ANTONIO (9° fratello) dal quale discende il ramo di Cologne Bresciano

Figli maschi di Antonio:
1) Alessandro (Sandro) padre di GianAntonio
2) Giuseppe (Peppo) zio di GianAntonio.
Peppo Gnecchi e sua moglie Anita non avranno figli
e considereranno il nipote GianAntonio come il proprio erede



2 - LETTERA DI FAUSTO LECHI AL COMANDANTE LUIGI CORSI

Lettera scritta tra il Natale 1940 e l’epifania 1941 dal conte Fausto Lechi (1892 – 1979) di Brescia, indirizzata al Capitano di vascello marchese Luigi Corsi, comandante ell’incrociatore Zara. Fa parte dell’equipaggio il guardiamarina Gian Antonio Gnecchi Ruscone (1917 – 1941), figlio terzogenito di Alessandro Gnecchi Ruscone e di Anita Jacob (1), di cui Lechi chiede notizie.
La moglie del conte Fausto Lechi era la contessa Paolina Bettoni Cazzago (1898 – 1986); vogliamo qui ricordare Sandro Bettoni Cazzago, fratello di Paolina, che comandò il Savoia Cavalleria alla carica di Isbuscenskij il 24.08.1942.
La moglie del Capitano di Vascello Luigi Corsi (1898 – 1941) era Teresa (detta Resy)dei conti Fè d’Ostiani (m. il 06.02.1945). Teresa era figlia del conte Alfredo e di Amalia dei conti Casana. I Fè d’Ostiani sono una famiglia di Brescia residente a Roma. I Corsi sono una nobile famiglia di Savona. Resy Fè d’Ostiani era cugina del conte Fausto Lechi



Carissimo cugino,
noi ci siamo visti purtroppo ben poco nella vita e mi auguro che l’avvenire mi conceda di trovarmi qualche volta insieme, ma di te ho sempre un ottimo ricordo  e spesse volte notizie dac Alfredo Fè che con tanto piacere vediamo di frequente tra noi.
So che tu hai la fortuna e l’onore di comandare in questi momenti una bellissima nave ed è per tale tuo incarico che oggi ti scrivo.
Miei amici milanesi, i signori Gnecchi, hanno il figliolo Antonio guardiamarina imbarcato sullo Zara.
Essi sono ben contenti che egli si trovi ai tuoi ordini tanto più che egli scrive di trovarsi bene e, sapendo della nostra parentela, mi hanno pregato di informarmi presso di te se anche i suoi superiori sono altrettanto soddisfatti di lui, come si comporta e come compie il suo dovere; in poche parole desiderano conoscere tutte quelle notizie che le mamme in questi momenti amano avere dei loro figlioli.
Poiché immagino quali e grandi occupazioni tu avrai in questi giorni non voglio che tu mi risponda subito: fai  pure con tuo

comodo ma sappi che una tua lettera con sue notizie mi farà  molto piacere perché noi siamo orgogliosi dei nostri parenti marinai.
Nello stesso tempo sono lieto di fare un favore ai miei amici Gnecchi.
Quando scrivi a Resi ti prego di ricordarmi a lei insieme a mia moglie Paolina.



3 -LETTERA DEL COMANDANTE LUIGI CORSI A FAUSTO LECHI


 Lettera in due pagine scritta dal comandante Luigi Corsi Fausto Lechi

Trascrizione della lettera 3:

R. Incrociatore Zara
IL COMANDANTE
Bordo, 13 gennaio 1941 – XIX
 

Carissimo cugino,
sono molto contento di poterti dare ottime notizie del giovane Antonio Gnecchi, di cui ti interessi. Per quanto al suo imbarco mancasse di qualsiasi precedente esperienza marinaresca ha saputo rapidamente ambientarsi ed affiatarsi coi compagni. 

È intelligente e volonteroso e quindi riuscirà certamente. tanto io che gli ufficiali da cui dipende direttamente siamo contenti di lui. È destinato alle artiglierie e più precisamente agli apparecchi per la direzione del tiro telemetro e personale relativo, oltre si intende i servizi  di guardia generali.
Ti ringrazio per i buoni auguri per il 1941, che deve essere l’anno della vittoria, e lo sarà – noi siamo tutti molto fieri della fiducia che il Paese ha in noi e molto compresi di quello che da noi aspetta. – Il compito è duro e non sempre appariscente [?], ma abbiamo volontà e fede di essere all’altezza dell’ora e contiamo fermamente che la conclusione lo dimostrerà. – Spero anch’io che a guerra conclusa avremo occasione di vederci più spesso, intanto ricambio di cuore, anche da parte di Resy i più cordiali auguri e saluti, lieto di questa occasione di riprendere i contatti.
Gigi Corsi




4 - LETTERA DI ANITA GNECCHI, MOGLIE DI SANDRO GNECCHI E MAMMA DI GIAN ANTONIO, A FAUSTO LECHI




Lettera di Anita Gnecchi Jacob, mamma di Gian Antonio, a Fausto Lechi

Trascrizione lettera 4:

Milano 25 gennaio 1941
Caro Conte Lechi,
sono stata per alcuni giorni assente da Milano per cui rispondo in ritardo alla sua gentilissima.
Non può credere quanto piacere mi abbia fatto la lettera del comandante suo cugino: a rendere meno dura la lontananza tutto giova e questa è stata una grande consolazione, che devo a lei e alla sua squisita gentilezza e di cui le sono, con mio marito, profondamente grata.
Le ritorno la lettera e le rinnovo i più sentiti ringraziamenti, mentre saluto lei e famiglia ben cordialmente.
Anita Gnecchi Jacob



5 - SUPERSTITI DELLO "ZARA"

Lettera senza data con nomi di alcuni superstiti dello "Zara"

Superstiti dello “Zara” recuperati dalla nave ospedale “Gradisca”
Marò s.v. BOBICCHIO Giuliano matr. 4710 (ricoverato Marinferm Messina)
Marò scelto PERDOLINI Onorato matr88570   Deposito C.R.E.R. Messina
Marò s.v. SEROLI Miscrolavo matr 97202                    “                 ”                  “
Marò s.v. VENUSO Vincenzo matr. 99619                    “                  “                  “
Cann. Art. BANI Ernesto matr. 14381                           “                  “                  “
All. [?] LAZZETTI Stenio matr. 54778                          "                  “                  “
Cann O. BALANZONI Vittorio matr. 55943                  “                  “                  “
Cann. A. PETRAZZUOLO Sabatino matr. 1620            “                  “                  “
 

Purtroppo non posso comunicare nulla alla famiglia dell’aspirante Gnecchi, perché mancano ancora gli elenchi dei prigionieri, e dei morti. ti unisco l’elenco degli otto superstiti, semplici marinai, raccolti dalla nave Gradisca e sbarcati a Messina.
Questi naufraghi furono tutti interrogati a Messina  e lasciarono delle deposizioni che io ho ma purtroppo non è fatto cenno del Gnecchi. In ogni modo la famiglia potrà rivolgersi direttamente a questi marinai chiedendo del loro congiunto, perché avrebbero potuto benissimo vederlo al momento ell’affondamento e anche di poi. I detti marinai sono ora alla loro casa, ma dirigendo le lettere all’indirizzo del deposito C.R.E.R. di Messina e aggiungendo il grado e la specialità, nonché il numero di matricola segnato sull’elenco, la corrispondenza verrà loro inoltrata.
Pare che i prigionieri del “Zara” siano stati trasportati dal nemico ad Atene dove in questo momento regna molto traffico ed è difficile sapere qualche cosa di veramente esatto a tramite nostro. Ma la C.R. e il vaticano potrebbero qualche cosa. Dì alla famiglia che posso accertare che tutti gli uomini della nave Z. si sono comportati da eroi e che non hanno abbandonato la nave che quando questa era perduta.
Piango la grave perdita, ma i nostri marinai hanno scritto una pagina di purissimo valore. Confido molti siano i prigionieri e tra questi spero l’Aspirante Gnecchi.



6 - LETTERA DI PEPPO (GIUSEPPE) GNECCHI A FAUSTO LECHI

Lettera di Peppo (Giuseppe) Gnecchi a Fausto Lechi

Trascrizione lettera 6:

Cologne Bresciano 3 aprile 1941
Carissimo Fausto,
forse lo saprai già, ad ogni modo credo bene di comunicarti con piacere la notizia che circola a Milano e cioè che la persona

che ti interessa è in salvo. Finora non sono che voci ma è già qualche cosa!
Di mio nipote invece niente.
Ricordami con Anna alla tua Signora e credimi tuo aff.mo Peppo Gnecchi



7 - LETTERA DI ALFREDO FÈ D'OSTIANI A FAUSTO LECHI



Lettera di Alfredo Fè d’Ostiani a Fausto Lechi
Trascrizione lettera 7:

Torino 5 -4 –‘41
Caro Fausto,
Ti rispondo a volta di corriere, per ringraziare tutti voi e te, in modo speciale, per l’affettuosa premura che, già dimostratami altra volta, anche in questa hai voluto palesarmi. Grazie di avermi comunicato la notizia che circola a Milano.
Qui pure degli amici dicono di avere udito dalla radio di 2 giorni or sono, che il comandante lo Zara era stato raccolto. Per ora non abbiamo alcuna notizia ufficiale, ed Andrea nostro, che ora si trova al Ministero della Marina, e per di più alla Direzione Movimento Ufficiali, ci ha telefonato che occorreranno (nel migliore dei casi) non meno di 10 giorni ancora per conoscere esattamente il nome dei salvati.
Destino! Molti naufraghi hanno perso la vita, colpiti dall’aviazione che piombò sulle navi […], mentre lavoravano al salvataggio e che dovettero interromperlo.
Resy (che ti è molto riconoscente) era a Pallanza: Amalia ed io andammo a prenderla e la portammo qui per assisterla in questo grave frangente. Speriamo in Dio! Il bravo Gigi, che proprio il 2 compiva 43 anni, avrebbe avuto la promozionem ad Ammiraglio fra 6 mesi. I figli suoi sono a Moncalieri e li sentimmo ieri.
Non posso dirti nulla del giovane Gnecchi; so solo che era adorato dai genitori, che Resy conobbe pochi mesi or sono a Spezia.
Quanti dolori in questa disgraziata guerra! Addio caro Fausto, tante cose a Paolina, a tua Madre a tutti i tuoi fratelli.
Grazie delle tue parole. aff. Alfredo



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sabato 24 settembre 2016

1866 - 1875 NOTE DI CACCIA DI ANTONIO GNECCHI RUSCONE di Marco Bartesaghi











Tra il 1866 e il 1875, Antonio Gnecchi Ruscone tenne nota, in un piccolo fascicolo, degli uccelli uccisi da sé e dal fratello Ercole, nelle loro frequenti battute di caccia. Il fascicolo, cm 14 X cm 18, di carta azzurrina, ma con copertina rossa, legato con un filo di cotone, ha le pagine numerate da 1 a 18, a partire dalla terza facciata; è intitolato: “Nota degli uccelli presi da Ercole ed Antonio Gnecchi ed Annotazioni” e ora appartiene al signor Alberto Gavazzi, di cui Antonio era bisnonno.
Il teatro delle imprese venatorie dei due fratelli è soprattutto il territorio di Verderio, ove essi trascorrevano le vacanze estive, nella villa che la loro famiglia aveva ereditato da Giacomo Ruscone e che in precedenza era stata di proprietà dei marchesi Arrigoni. Per alcune prede uccise altrove il cronista specifica il luogo; nel testo è anche annotata, quando capita, la presenza di altre persone.








Eccone la trascrizione:


“Nota degli uccelli presi da Ercole ed Antonio Gnecchi ed Annotazioni” di Antonio Gnecchi.
 



Pagina 1

1866
Anno 1°

Presi dall’Ercole
 
Collo schioppo presi (1)
6 Passere
 
Colla civetta (2)
11 Pettirossi
 
Col solo vischio
1 Stellino
 
Totale 18 uccelli


Annotazioni
(1) Il 1866 fu primo anno che Ercole adoperò lo schioppo. Aveva 16 anni, ma non aveva la licenza di caccia, e le prime passere furono prese nel giardino di Verderio collo schioppo dell’Eugenio.
(2) Andavamo a civetta collo zio Carlo.
 


 
Pettirosso, Oasi le Foppe, Trezzo d'Adda, Foto Fabio Oggioni (F.O.)


 ***







 Pagina 2
  
1867
Anno II°
Uccelli presi dall’Ercole collo schioppo
4 Passere (1)    3 Stelline     1 Fringuello    1 Saltimpalo
1 Pettirosso
 
Colla civetta
3 Cinciallegre (2)    2 Pettirossi    1 Codirosso    1 Reatino
1 Tuino
 
Uccelli presi colla gabbia nascosta
17 Passere
 
Uccelli presi colla tagliuola
1 Passero
 
Totale 36

Annotazioni
(1) Due passere furono prese con una sola schioppettata
(2) Una cinciallegra la demmo al Peppello Dubini che la tiene in gabbia.



Pagina 3

1868
Anno III°
Uccelli presi dall’Ercole col fucile (1)
57 Passeri    3 Dardanelli    8 Capineri    3 Saltimpali
4 Codilunghi    7 Codirossi    3 Rampichini    3 Tordine
1 Cardellino     3 Cinciallegre     2 Fringuelli    1Pettirosso
8 Stelline    6 Allodole    1 Tordo    1 Galgetta (?)
 
Uccelli presi da Antonio col fucile (2)
7 Stellini
 
Colla tagliuola
2 Passeri
Totale 120

Annotazioni
(1) Fu il primo anno il (sic) cui l’Ercole prese la licenza di caccia. In quest’anno andammo un po’ a caccia a Carugo, dove andammo collo zio Carlo e la zia Amalia.
(2) Fu il primo anno che adoperai lo schioppo, e solamente negli ultimi dì della vacanza. La prima schioppettata fu giusta e presi uno stellino, che fu poi imbalsamato. Avevo 11 anni.




 
Rampichino, Oasi le Foppe, Trezzo d'Adda, foto F.O.

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I FRATELLI ERCOLE E ANTONIO GNECCHI RUSCONE
 

Ercole e Antonio erano, rispettivamente, il secondo e il quinto figlio di Giuseppe Gnecchi Ruscone (Milano, 1817 – 1893) e di Giuseppina Turati (Busto Arsizio, 1826– Verderio, 1899).

Ercole Gnecchi Ruscone


 Ercole nasce l’8 giugno 1850 a Milano, dove muore il 2 dicembre 1931.
Impegnato, come il fratello maggiore Francesco, nell’industria serica, di cui gli Gnecchi Ruscone erano fra i protagonisti in Italia, entra nel mondo della finanza quando, nel 1878, la famiglia decide di interrompere la gestione diretta delle proprie attività industriali e di sciogliere la ditta “Figli di Antonio Giuseppe Gnecchi”.
Appassionato di numismatica, si dedica soprattutto allo studio e alla collezione di monete medioevali ed è autore di diversi libri sull’argomento. Con Francesco, anch’egli cultore di questa disciplina, è fra i fondatori, nel 1888, della Rivista Italiana di Numismatica e, nel 1892, della Società Numismatica Italiana. Tra il 1902 e il 1903 Ercole vende la sua collezione di monete, mettendola all’asta presso L&L Hamburger, numismatici di Francoforte.
Nel 1878 sposa Maria Sessa, figlia dell’imprenditore Carlo Sessa, da cui avrà sei figli.
A Paderno d’Adda, dove dal padre aveva ereditato Villa Giglio, è sindaco dal 1898 al 1905.
Legato da forte amicizia con don Carlo San Martino (Milano, 1844 – 1919), è suo stretto collaboratore sia nel circolo Alessandro Manzoni, che il sacerdote fondò nel 1882, che nel Pio Istituto Pei Figli della Provvidenza. Di questa istituzione educativa, fondata da don Carlo nel 1885, Ercole fu presidente del consiglio di amministrazione dalla sua fondazione al 1910.



 
Antonio Gnecchi Ruscone



 Antonio nasce a Milano l’11 febbraio 1857 e muore, sempre a Milano, il 29 novembre 1937.
Si dedica alla conduzione dei fondi agricoli della famiglia, quello di Becchignano, di proprietà della madre, e quello di Cologne Bresciano, del padre, che in seguito alla morte dei genitori riceverà in eredità.
Dal padre eredita anche una parte dei beni di Verderio, fra cui la villa ex-Arrigoni, che frequenterà soprattutto negli ultimi anni di vita e che, dopo la sua morte, passerà al figlio Alessandro.
Il 24 maggio 1881 sposa Caterina Rossi, figlia di Alessandro Rossi, industriale della lana di Schio (Lanerossi), da cui avrà quattro figli.






LA PASSIONE PER LA CACCIA

Se con il fratello maggiore, Francesco, Ercole condivide la passione per la numismatica, con il minore, Antonio, condivide – “in grado superlativo”, specifica lui stesso – quella per la caccia.
La coltivano fin da bambini, insidiando i passeri, sul terrazzo della casa di Milano, prima utilizzando una scopa, poi cercando di attirarli in una gabbietta con semi di miglio per esca o di schiacciarli sotto un mattone azionato da una cordicella. Hanno però qualche successo solo quando si affidano a piccole tagliole, che modificano, dopo aver fatto le prime vittime, allo scopo di mantenere in vita le prede catturate.
Il passo successivo, nella loro esperienza venatoria, è la caccia ai pettirossi con la civetta. Questa serviva da richiamo: i pettirossi sentendola avrebbero dovuto avvicinarsi, posarsi sulle aste su cui era  spalmato il vischio e rimanere appiccicate. Antonio ed Ercole  praticavano  questo tipo di caccia durante le vacanze a Verderio, accompagnati da un contadino- cacciatore.  Un corteo di spettatori, composto da famigliari, amici e qualche domestico, li seguiva, osservava  da lontano le loro operazioni e occupava i periodi di attesa, spesso assai lunghi, recitando il rosario.



 


I primi tentativi con un fucile li fanno nel giardino della villa di Verderio, di nascosto dai genitori ma con la complicità del “fattore”, che si presta a caricare l’arma: un vecchio fucile dello “zio Giovanni” con  “quella bella canna bresciana luccicante, quei belli acciarini alla romana, quella selvaggina scolpita ad intaglio sul calcio …”. Ercole spara, Antonio ha il ruolo di “bracco”: i passeri, che sono il bersaglio, se ne vanno incolumi mentre è la guancia del cacciatore a subire dolorosamente le conseguenze della sua inesperienza. Proprio quando decidono che un ulteriore insuccesso avrebbe significato l’abbandono della carriera venatoria, colpiscono la preda: “fummo cacciatori”, scrive con enfasi Ercole, ricordando questo primo successo.
In un negozio di antiquariato di Milano, comprano il loro primo fucile: una vecchia arma ad avancarica, con canna “lazzarina”, che ha un difetto che la rende assai pericolosa: un’ampia saldatura nelle vicinanze della culotta, sfuggita all’esame superficiale cui l’hanno sottoposta i due sprovveduti al momento dell’acquisto.


Una foto attuale del giardino della prima villa di Verderio che fu della famiglia Gnecchi, quella che in precedenza era stata dei Marchesi Arrigoni

Non hanno ancora l’età per prendere la licenza; Ercole, il più grande, spara perciò i primi colpi in spazi privati: i vigneti della filanda di Turro e, durante le vacanze, il giardino della casa di Verderio. Qui passano ore e ore, tanto al sole che sotto la pioggia, attendendo che gli uccelli si fermino su alcuni grossi gelsi, per potergli sparare. Le loro vittime sono perlopiù passeri. Quando si azzarderanno ad uscire dal giardino per andare a sparare nel bosco, accompagnati dal guardaboschi Caneti, festeggeranno la loro prima beccaccia.
Dopo il primo fucile, ne seguì uno a doppia canna. Poi entrambi si dotarono di un’arma a retrocarica Lefancheux ed in seguito di una a percussione centrale 5].


DICEMBRE 1879: UNA GIORNATA DI CACCIA SUL LAGO DI MANTOVA 

Divenuti cacciatori esperti, Ercole e Antonio, oltre alla consueta attività in Brianza, partecipano a battute di caccia in luoghi più lontani. Nel “Giornale di Famiglia” il resoconto di una di queste, svoltasi sui laghi di Mantova, è affidato alla penna di Ercole 6]



A Mantova il diritto di caccia (come quello di pesca e di raccolta delle canne) sui tre laghi che circondano la città - Superiore, Inferiore e “di mezzo” - veniva appaltato dal Comune, che ne era proprietario, a un privato, che, a sua volta, lo affittava a una società di cacciatori, che ne diventava detentrice esclusiva: solo i suoi soci potevano praticare la caccia sui laghi e la regola era fatta rispettare da un assiduo servizio di sorveglianza.
La società, periodicamente, organizzava battute di caccia a “rastrello” – “a restello”, nel testo di Gnecchi - alle quali era permesso ai soci invitare alcuni amici.
Il 21 dicembre 1879 Ercole e Antonio ricevono da Gino Dolcini, loro amico mantovano, l’invito a partecipare ad uno di questi eventi, portandosi 4 fucili e molte cartucce con pallini n.6.


Mantova, dal suo lago
La decisione di accettare l’invito, la partenza, la presentazione agli altri cacciatori e la descrizione della notte antecedente l’ avventura occupano la prima parte del racconto. Dopodiché Ercole ne descrive lo svolgimento.
Ogni cacciatore aveva a disposizione una piccola barca, con la quale doveva disporsi lungo un’unica fila, nella posizione stabilita da un sorteggio. All’ordine del “capo caccia”, le due barche alle estremità della fila si muovevano, seguite dalle altre, costeggiando le rive, verso destra e verso sinistra. La selvaggina veniva così costretta in una sacca ad U, che si trasformava in una ad O, quando il capo caccia, giudicando sufficientemente abbondante la messe raccolta, ordinava la “chiusa”. Le barche cominciavano allora  a muoversi verso il centro, restringendo il cerchio fino a un diametro di un centinaio di metri .A questo punto gli uccelli si levavano contemporaneamente in volo, passando sopra i fucili spianati dei cacciatori, che ne facevano strage. Un’alternativa consisteva nello spingere la selvaggina contro una riva, piuttosto che chiuderla nel cerchio in mezzo al lago.
Durante lo svolgimento della caccia, ogni partecipante doveva ubbidire meticolosamente ad alcune regole, pena l’allontanamento immediato: doveva sparare solo sul suo lato sinistro, per evitare le contestazioni su chi avesse colpito la preda; era vietato sparare a filo d’acqua, per non colpirsi a vicenda; le barche dovevano stare, fra loro, a distanza di un tiro di fucile; al capo caccia era dovuta obbedienza assoluta. Due carabinieri al seguito delle barche, verificavano il corretto comportamento dei partecipanti.
Durante la giornata descritta furono effettuate 6 chiuse, tre al mattino e tre dopo la pausa colazione.
Oltre alle folaghe, le più numerose, nelle “chiuse” si trovavano anatre, garganelli e altri “selvatici” non specificati.
 

 
Folaghe, fiume Adda, foto mia (e si vede)


Nelle pause fra una chiusa e l’altra i cacciatori sparavano a degli uccelli, conosciuti a Mantova con il nome di fisolini, e, dalle nostre parti, secondo Ercole, che però non ne sembra molto sicuro, come taratole: piccole anatre che passano la maggior parte del tempo sott’acqua, tanto che Gnecchi le definisce come un anello di congiunzione fra gli uccelli e i pesci. Per colpirle il cacciatore, che le aveva viste immergersi, doveva stare pronto con il fucile puntato verso il punto da cui presumibilmente sarebbero riemerse.
L’abbigliamento dei cacciatori mantovani: giacche di lana con pelliccia interna; berrette di pelliccia che scendevano ai lati per coprire le orecchie e il collo; stivali di feltro molto grosso, che coprivano tutta la gamba; altri, in alternativa, toglievano le scarpe e infilavano i piedi in sacchi di lana e di pelliccia.
Le barche erano colme di paglia di fieno. I cacciatori vi si infilavano e poi si coprivano con ampi mantelli.
La giornata di caccia ebbe esito scarso, a giudizio dei partecipanti mantovani. Eccellente invece secondo i fratelli Gnecchi, abituati a ben più scarsi bottini in Brianza, dove, già allora, capitava di tornare la sera senza neanche una preda.



GARE DI TIRO AL VOLO A MILANO E VERDERIO
 

Oltre alla caccia vera e propria, i fratelli Gnecchi si dedicavano allo sport del tiro al volo, partecipando a gare di tiro al piccione e alla quaglia. Era attivo soprattutto Antonio, il cui nome è presente più volte, negli anni ottanta e novanta dell’ottocento, nei resoconti delle gare, pubblicati dalla rivista “Caccia e corse”.
 

 
Minuta dell'articolo per il "Giornale di Famiglia", conservata presso l'Archivio Storico di Verderio


Il Giornale di Famiglia, riporta la cronaca di una gara di tiro al piccione, organizzata da Francesco Sessa, il primo febbraio del 1880, a Milano, nel giardino di villa Cosmo, poco fuori Porta Genova.
La manifestazione comprendeva una partita di tiro “ai piccione Mezzanotte”, un marchingegno, precursore del moderno piattello, che prendeva nome dal suo inventore, Luigi Mezzanotte.
Si trattava di una piccola girandola di latta a quattro bracci - “elice” - con un foro al centro, nel quale far passare la punta di un perno. Quando questo veniva fatto ruotare dallo strappo di una corda, che in precedenza gli era stata avvolta intorno con molti giri, l’elice prendeva il volo, diventando bersaglio per i tiratori partecipanti alla gara. L’utilizzo di questo strumento permetteva di salvare la vita di un considerevole numero di piccioni e di risparmiare molto denaro nell’organizzazione delle gare.
 

 
Pubblicità del "piccione Mezzanotte" sulla rivista "La Caccia", 10 agosto 1881


 
Ercole, cronista della giornata, non trascura un fatto di costume, riconducibile, mi sembra, all’arte di “imbucarsi”: all’esterno del perimetro di gara, quindi del parco della villa, si era radunato un gran numero di cacciatori che sparava ai piccioni sfuggiti ai concorrenti, i quali si lamentavano perché su di loro piovevano pallini, anche a forte velocità 7].

***

Il 12 settembre 1881 gli Gnecchi furono promotori, a Verderio, di una gara di tiro alla quaglia, organizzata per raccogliere fondi da mettere a disposizione per la costruzione dell’Asilo di Paderno d’Adda.
In origine, per questo scopo, si era pensato a una “Gran Fiera di Beneficenza”, che avrebbe coinvolto tutta la popolazione. La siccità, che aveva imperversato in quell’anno, aveva sconsigliato però di gravare sulle tasche, già misere, dei contadini e di optare per la gara di tiro, che avrebbe coinvolto “signori”, i cui portafogli erano meno sensibili alle condizioni meteorologiche.
Si iscrissero Francesco, Giuseppe e Rodolfo Sessa; Battista e Felice Vittadini; Alessandro Gallavresi; Alessandro Vanotti; Perego D. Antonio; Ercole e Antonio Gnecchi.
Battista Vittadini si aggiudicò la gara di tiro a 3 quaglie, Felice Vittadini quella “Americana”. A Francesco Sessa andò il “premio della maggioranza relativa”, forse per la terza gara in programma: “poules libere con passeri”.
La manifestazione durò dalle ore 12½ alle 16½ e fruttò all’erigendo asilo un contributo di £350, comprensivo del ricavato di una lotteria di duecento numeri, venduti al prezzo di una lira cadauno.
Sia ai vincitori delle gare che a quelli della lotteria, furono assegnati, come premi, oggetti d’arte 8].



LE IDEE DI ANTONIO GNECCHI RUSCONE SU COME AFFRONTARE I PROBLEMI DELLA CACCIA

Antonio Gnecchi Ruscone




Oltre a praticare assiduamente la caccia, non solo in pianura, ma anche in montagna, dove, in particolare, insegue il camoscio e il gallo cedrone, Antonio Gnecchi si interessa ai problemi ad essa connessi e interviene con sue proposte alle discussioni, in corso negli anni ottanta dell’ottocento. Queste si concentravano sulla necessità, per il Regno d’Italia, di giungere ad una nuova legislazione, che superasse la frammentarietà ereditata dal passato e cercasse, per quanto possibile, di mettere d’accordo gli interessi contrapposti degli agricoltori e dei cacciatori.
Possiamo conoscere le posizioni di Antonio da un articolo che nel 1881 scrisse per il giornale “Caccia” (o “La caccia”), ma che finì sul “Giornale di Famiglia” perché, dice, “prevenuto dal Congresso dei Cacciatori” 9].




Il testo prende le mosse dalla constatazione che andare a caccia, già allora, non era più come una volta, quando i cacciatori tornavano sempre a casa con carichi invidiabili e non con il carniere vuoto, come capitava spesso ai tempi in cui egli scriveva.
Le cause di tanta differenza?
Certamente la diminuzione dei boschi e l’aumento delle aree coltivate, ma, dice lui saggiamente, “è meglio lasciar che si lamentino i cacciatori” piuttosto “che periscano di fame tanti poveri diavoli”.
Un altro fattore che rendeva più difficoltosa la caccia rispetto al passato era il gran numero di chi vi si dedicava: “ora ne incontri uno ad ogni passo”. E anche i contadini facevano la loro parte: “di buonissima ora, assieme alla vanga si portano un arnese che chiamano fucile, e se, durante il lavoro, capita qualcosa, certo non se lo lasciano fuggire”.
Scartata come ridicola l’asserzione che fra le cause dell’impoverimento della selvaggina si dovesse includere il perfezionamento degli strumenti della caccia, Antonio si concentra su quelli che sono per lui i motivi principali di tale fenomeno: l’imbecillità delle persone, la legge vigente e la poca sorveglianza sui cacciatori da parte delle guardie preposte.



Il primo aspetto, quello dell’imbecillità, lo affronta con due stringati ma efficaci esempi:
“Se, arrivate in maggio, pongo poco, cinque coppie di quaglie, si lascian tutte quante nidificare ne avrete al minimum alla fine di Agosto 250, quindi una ogni 400 m.q. Se invece, come sempre succede, l’avidità di guadagno e l’egoismo di taluni fanno sì che di 5 coppie ne rimangan una o nessuna vedrete come non si sarà fatto altro che avere il minor numero di selvaggina possibile. Lo stesso avviene in quei luoghi dove taluni imbecilli hanno il coraggio di tirare ad una pernice sul nido e di farsi colle uova una buona frittata”.
Nel resto dell’articolo Antonio, dopo aver esposto alcuni criteri generali, elenca le norme da lui concepite che, a suo avviso, inserite in una nuova legge e rigorosamente applicate, “in meno di una mezza dozzina d’anni” avrebbero permesso di conseguire i due principali obbiettivi: “i cacciatori si divertirebbero a loro piacimento e gli agricoltori non avrebbero più a lamentarsi”.
È possibile, si domanda, dividere nettamente gli uccelli utili all’agricoltura - gli insettivori - da proteggere, da quelli dannosi - i granivori - cacciabili? È molto difficile, afferma, perché quasi sempre gli uccelli sono sia insettivori che granivori. Perciò ritiene che una legge che voglia accontentare sia gli agricoltori che i cacciatori - “Cerere e Diana” – non si debba basare sulla distinzione fra specie di cui è permessa la caccia e altre di cui è vietata, bensì su criteri più generali – “i grandi principi” – e debba prendere le mosse dall’assioma che “gli uccelli sono benefici all’agricoltura”.
Queste, per punti, le sue proposte:
  

1-proibizione dell’uso di reti, fino a che non si fosse verificato un notevole aumento della popolazione di uccelli. Comunque, dopo la fine della proibizione, si sarebbe dovuto tenere molto alto il prezzo della licenza per il loro uso. Perpetua invece la proibizione di lacci, archetti, ecc. Per i trasgressori multa di lire 500 e proibizione a vita di cacciare in qualsiasi modo.
 

 2-In tutte le province del Regno permessa la caccia con il fucile, dal 15 agosto all’1 marzo.
   

 3- Multe salatissime e divieto perpetuo di caccia a chi la praticasse nei periodi proibiti e a chi tenesse in casa uccelli da richiamo, reti o fucili senza avere la licenza dell’anno precedente. Divieto perenne di svolgere il loro commercio ai pollaioli che detenessero e vendessero uccelli in tempo di caccia non permessa. Diritto dei sindaci di sporgere denuncia per le violazioni di cui sopra.
 

 4-Concessione ai carabinieri e alle guardie [guardia caccia?] di trattenere buona parte delle contravvenzioni emesse.
 

 5- Porto d’armi solo per le armi da difesa e non per quelle da caccia.
 

 6- Diritto dei proprietari di impedire qualsiasi tipo di caccia sui propri terreni. Multa di lire 20, riscossa dai proprietari, e ritiro degli arnesi di caccia per i trasgressori muniti di licenza. Multa presumibilmente più elevata, ma nel testo non è chiaro, per quelli che ne fossero sprovvisti.
 

Non sono riuscito a trovare notizie sulla partecipazione di Antonio Gnecchi Ruscone alle attività delle associazioni venatorie nel corso della sua vita. Questo articolo del “Giornale di Famiglia” lascia però supporre che questa partecipazione ci sia stata e sia stata piuttosto attiva.

CACCIA E COLLEZIONISMO ORNITOLOGICO: GIUSEPPE GNECCHI RUSCONE E  IL CONTE ERCOLE TURATI

Fin dai primi decenni nel XIX secolo, ma con una lunga coda anche nel ventesimo, si sviluppò un vivo interesse per il collezionismo ornitologico fra personaggi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia imprenditoriale, accomunati anche dalla passione per la caccia.

Giuseppe Gnecchi Ruscone
Giuseppe Gnecchi Ruscone (Milano, 1885 – Cologne Bresciano, 1966), figlio di Antonio, realizzò nel corso della sua vita una collezione di circa 400 uccelli, la maggior parte dei quali cacciati da lui stesso e perlopiù provenienti dal nord Italia.
La collezione è ora conservata dal Civico Museo di Storia Naturale di Brescia, al quale Giuseppe la donò insieme ad una preziosa serie di volumi illustrati di storia naturale 10].




L’interesse di Giuseppe Gnecchi per l’ornitologia si espresse anche attraverso numerosi articoli apparsi, nel corso degli anni, sulla Rivista Ornitologica Italiana e con la pubblicazione, insieme a Edgardo Moltoni, dell’opera in quattro volumi Gli uccelli dell’Africa Orientale Italiana 11].


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Era zio di Ercole e Antonio Gnecchi Ruscone, in quanto fratello della loro mamma Giuseppina, il conte Ercole Turati (Busto Arsizio, 1829 – Milano, 1881), industriale cotoniero, l’uomo che formò la più ricca collezione d’uccelli mai raccolta in Italia e una delle più importanti al mondo.
Iniziò la sua collezione all’età di quattordici anni, destinando in un primo tempo alla conservazione solo le prede delle sue battute di caccia, e la arricchì nel corso della sua vita anche con l’acquisto di esemplari provenienti da tutto il mondo e l’acquisizione di intere collezioni: alla sua morte la raccolta constava di più di 22.000 esemplari.



Ercole Turati in un ritratto ad olio
Ercole Turati ebbe cura di dare carattere scientifico alla sua raccolta, cercando la collaborazione dei maggiori studiosi d’Italia e del mondo.
Sostenitore, fra i primi in Italia, delle tesi di Darwin, non si limitò a conservare i due esemplari classici per ogni specie - maschio e femmina - ma , affinché potesse essere il più possibile documentata la variabilità, raccolse anche esemplari giovani, i pulcini le uova oltre a soggetti  caratterizzati da varie anomalie. Ad esempio, la serie rappresentante il merlo comune (merula volgari) era composta da non meno di 50 esemplari 12].
Dopo la sua morte, avvenuta il 30 agosto 1881, i figli Emilio 13] e Vittorio donarono la collezione al Comune di Milano perché la destinasse al Museo Civico di Storia Naturale 









Della donazione, così scriveva, non nascondendo il suo entusiasmo, Antonio Stoppani, direttore del museo dal 1882 al 1891, in un opuscolo intitolato: “Sulla necessità di un ampliamento del Museo Civico di Storia Naturale di Milano” 14]:“Ma il colmo del suo attuale ingrandimento lo toccò d’un salto il Civico Museo nel 1884, quando fu decisa dal Consiglio Comunale l’accettazione della splendida Collezione ornitologica Turati. Si disputa ancora, se questa raccolta, la quale dicesi costata all’illustre collettore un milione di lire, pareggi soltanto o superi quella famosissima del museo di Londra. Per numero non saprei; ma per  bellezza e freschezza di esemplari, la supera certamente. Basti dire intanto che questa collezione conta in oggi circa 22 mila esemplari, rappresentanti 8000 specie; quattro quinti delle specie  conosciute! Aggiungi 600 scheletri, intercalati a fianco delle rispettive specie imbalsamate, poi 600 pelli ancora da montarsi …”






Per poter accogliere la Collezione Turati, l’ampliamento della vecchia sede, in Palazzo Dugnani, a cui accennava Stoppani non sarebbe però stato sufficiente. L’Amministrazione Comunale, rinunciò quindi al progetto da tempo in discussione e optò per la costruzione del nuovo edificio nei giardini di via Palestro.

Particolare della facciata del Civico Museo di Storia Naturale di Milano, con l'insegna dedicata alla Raccolta Turati
Della raccolta Turati rimangono ora poche centinaia di pezzi. Gli altri bruciarono nell’agosto del 1943, nell’incendio provocato dal bombardamento del museo.

Civico Museo di Storia Naturale di Milano. Busto in bronzo del Conte Ercole Turati, realizzato dallo scultore Francesco Confalonieri (1850 - 1925), inaugurato il 18 aprile 1898.

APPENDICE: FRANCESCO GNECCHI RUSCONE, IL FRATELLO “NON-CACCIATORE”






Per il numero di dicembre del 1878 del “Giornale di Famiglia”, Ercole Gnecchi chiede al fratello Francesco di collaborare con un articolo sulla caccia 15].
Francesco non se la sente e risponde con una lettera in cui spiega che, pur capendo la passione della caccia negli altri, non l’ha mai provata in sé; chiede allora ad Ercole di accontentarsi di alcuni disegni, realizzati negli anni addietro, copiandoli qua e là da diverse riviste illustrate.
Racconta poi di alcune disavventure capitategli nelle poche esperienze di caccia vissute proprio con il fratello: quando lo seguì dalle parti della Chiesa di Verderio superiore alla ricerca  di “quel famoso uccello che era stato veduto chissà da chi” e si ritrovò con la faccia nel fango e gli abiti completamente imbrattati, o quando, “alla cava”, stette, sempre con Ercole, tre ore sotto la pioggia in attesa di una lepre che non si fece vedere; e, ancora, quando sparò, unico colpo della sua vita diretto verso esseri viventi, ad almeno un centinaio di passeri appollaiati su un grande gelso, e non ne colpì nemmeno uno.
Conclude che la caccia, per lui, non è che un “barbarissimo divertimento”.




Questi alcuni dei suoi disegni.



- Là, copriti per bene il collo e le orecchie, ... guardati bene di non stancarti troppo, di non prender freddo, di non bagnarti i piedi e soprattutto ... portami tanta selvaggina!



- Decisamente ho avuto torto a prender meco il cane di mio nipote; ha tutta l'aria di sapere che il suo padrone è il mio erede ...


- Vuoi ammazzare una lepre? ... Niente di più facile ... le spalle così ...la mano qua ... si mira là ... tac! ...
- Ma dimmi papà, non ci vuole anche la lepre? ...


- Ah! Poveretto me! Ho dimenticato a casa le cartucce ...

NOTE
Attenzione! I numeri fra parentesi tonde contenuti nel fascicolo di Gnecchi, si riferiscono alle sue annotazioni "a piè" di ogni pagina del fascicolo. Fra parentesi quadre e in nero i numeri delle note a fine testo compilate da me.

1] Nel testo, alcune somme sono errate: fra parentesi quadre e in rosso le somme esatte.

2] Così nel testo: forse intendeva scrivere cinciallegre.

3] Cifra cassata nel testo.

4] Nella pagina 18 era previsto un indice del fascicolo che però non risulta compilato.

5] Le notizie sulle prime esperienze di caccia sono tratte da due articoli scritti da Ercole Gnecchi Ruscone per il “Giornale di Famiglia”:
 - Memorie di caccia, fasc. 369, 9 maggio 1875;
 - La passione per la caccia, fascicoli 660 – 661, 28/11 e 5/12 1880. La minuta dell'articolo  è conservata presso l'Archivio Storico di Verderio, faldone 44, n. 56/5

Il Giornale di Famiglia era una pubblicazione interna alla famiglia Gnecchi Ruscone, tenuta in vita dal 1868 agli inizi del novecento. Conteneva cronache familiari, articoli d'arte, letteratura e scienza, racconti, storielle comiche e giochi enigmistici. Compilato a mano, su fogli formato 16X23 cm, aveva cadenza settimanale.

6] Giornale di Famiglia, Ercole Gnecchi, Una Caccia sul Lago di Mantova, fascicoli 613 bis – 614, 4 /1 e 11/1 1880.  La minuta dell'articolo è conservata presso l'Archivio Storico di Verderio, faldone 45, n.59/44.

7] Giornale di Famiglia, Ercole Gnecchi,Tiro al piccione alla Villa Cosmo, fascicolo 618, 1880. La minuta dell'articolo è conservata presso l'Archivio Storico di Verderio, faldone 45, n. 59/29.

8] Giornale di Famiglia, Ercole Gnecchi, Tiro alla quaglia – cronaca domestica, fascicolo 702, 1881. La minuta dell'articolo è conservata presso l'Archivio Storico di Verderio, faldone 43, n.16. 
Nell'Archivio Storico di Verderio anche la minuta dell'articolo: Dall'album di un tiratore, Antonio Gnecchi, faldone 45, n. 59/3.

9] Giornale di Famiglia, Antonio Gnecchi, A proposito del Congresso dei Cacciatori, fascicolo 719, 1882.  La minuta dell'articolo è conservata presso l'Archivio Storico di Verderio, faldone 44, n.56/7. 

Nell'ottobre del 1881 si svolse a Milano il 1° Congresso Cinegetico Italiano.

10] Edgardo Moltoni, Giuseppe Gnecchi Ruscone  (1885 – 1966), Natura – Rivista di scienze naturali edita dalla Società Italiana di Scienze Naturali e dal Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Volume LVIII, anno 1967.

11] E. Moltoni – G. Gnecchi Ruscone, Gli Uccelli dell'Africa Orientale Italiana, Milano, Volume 1: 1940; 2: 1942; 3: 1944; 4: 1956.

12] Commemorazione scientifica del Conte Ercole Turati fatta dal prof. Giacinto Martorelli direttore della raccolta ornitologica Turati nel Museo Civico di Storia naturale di Milano - Addì 17 aprile 1898, Milano, 1898.

La raccolta ornitologica Turati – Il dono che rese Milano più internazionale, mostra presso il Civico Museo di Storia Naturale, Milano, 30 aprile – 22 giugno 2014.

13] Emilio Turati (Orsenigo, 1858 - Gardone Riviera, 1938), figlio di Ercole, fu un importante lepidotterologo e collezionista di farfalle. Anche il fratello di Ercole, Ernesto, si dedicò a studi naturalistici, concentrandosi soprattutto sullo studio dei coleotteri. Anche la sua collezione, come quella di Ercole, fu donata al Civico Museo di Storia Naturale di Milano.

14] Antonio Stoppani, Sulla necessità di un ampliamento del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Milano 1888.


15] Giornale di Famiglia, Francesco Gnecchi Ruscone (Cecco), La caccia – schizzi a penna, fascicolo 558, 1878.  La minuta dell'articolo, senza i disegni, è conservata presso l'Archivio Storico di Verderio, faldone 44, n. 56/9.



Grazie al signor Alberto Gavazzi, che mi ha messo a disposizione l'opuscolo sulla caccia compilato dal suo bisnonno Antonio ,  al signor Carlo Gnecchi Ruscone, che mi ha permesso di consultare i fascicoli riguardanti la caccia del "Giornale di Famiglia", ai signori  Pierluigi Melzi e Fabio Oggioni che mi hanno lasciato pubblicare le loro fotografie.
Marco Bartesaghi




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