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giovedì 1 ottobre 2020

UN MONDO TRA REALTÀ E FANTASIA di Ivano Riva

Da Ivano Riva, un amico conosciuto da poco, ho ricevuto questo testo di ricordi e di fantasia che molto volentieri pubblico. M.B.

 

UN MONDO ... E FANTASIA

 ACQUA CORRENTE

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia…”
(Tratto da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni)  

 

Scorre l’Adda, scorre verso sud mantenendo fede alla direzione di quel ramo del lago. Dopo il lungo abbraccio materno e ristoratore lacustre, ora il fiume scorre placido e languido.
I Celti, popolo molto intelligente, quando per la prima volta intravvidero tra la folta vegetazione questo maestoso fiume, lo chiamarono da subito “Abdua”; da lì Adda cioè “acqua corrente”. Peccato non ci fosse uno nei paraggi che avesse fatto notar loro che ogni fiume è “acqua corrente”. Alcuni storici affermano che il termine “corrente” non è riferito allo scorrere delle acque, ma alla capacità di produrre energia elettrica che il fiume ha regalato e regala ancora alla comunità. Quindi, possiamo dire, se questa tesi è valida, che i Celti oltre che intelligenti possedevano anche il dono della preveggenza.
Lasciata Lecco, come dicevamo, il fiume non ha fretta nel suo viaggiare in pianura. È un susseguirsi di placide anse che bagnano i piedi ai monti; ogni tanto rallenta a formare lanche dormienti, infilandosi tra i canneti o lasciandosi accarezzare dalle fronde degli alberi.  

Poi, improvvisamente, a Paderno d’Adda, come se solo allora si fosse accorto di essere in ritardo all’appuntamento con il Po, il fiume si mette a correre a spron battuto lanciandosi in una lunga gola dalle sponde ripide e rocciose; monta su enormi massi lasciandoli  dietro immersi in una schiuma biancastra. È un susseguirsi di curve, controcurve e in questo frenetico andare, ansimante e caotico, non misura le forze, per ritrovarsi alla fine di questo inferno senza più energia. Ora il fiume è sfinito e chiede aiuto a gran voce.
L’Adda è fortunata, la sua richiesta di aiuto è raccolta da una comunità di persone di animo buono che qui vive da secoli. Discendenti dei Celti, queste persone hanno sviluppato un’economia e una cultura che li ha resi ancora più intelligenti dei padri. Infatti si chiamano “portensi”. Sembra un gerundio ma non lo è. Il significato di questo termine è “portatore di luce”, cioè di saggezza. Siamo a Porto d’Adda e qui il fiume si rigenera e si ristora tra sponde accoglienti. Vorrebbe fermarsi per sempre, godere di questa pace bucolica, assaporare le delizie del luogo e dimenticare il motivo del suo viaggio. Ma poi la ragione prevale sul cuore e il fiume riprende il percorso verso il Po.

 

BENVENUTI IN PARADISO

C’è una strada bianca che correndo tra campi fertili, giunge là, dove la pianura lascia il posto a una dolce valle che il fiume Adda ha scavato milioni di anni fa. La strada è affiancata da una roggia brulicante di vita palustre, e attorno sono campi di mais e grano. Qua e là si vedono i “casotti”, depositi per gli attrezzi agricoli. Si arriva da Cornate d’Adda e, dopo la cascina Brugherio, il viandante ha modo di scorgere le prime case del paese. Si giunge in paradiso passando per l’inferno.

Ebbene sì, com’è giusto che sia, il paradiso non è un diritto acquisito, lo si deve guadagnare senza cadere in tentazione. Cascina Brugherio è posta sul cammino per mettere alla prova la purezza d’animo del viandante. Tale cascina è la cartina di tornasole che misura la moralità di chi vuole arrivare alla santa soglia.

 

Sempione

Tra le floride attività commerciali di cascina Brugherio c’è il bar di Maria, luogo di sosta che regala tepore nelle fredde giornate invernali, e frescura nei lunghi e afosi pomeriggi estivi. La pulizia a dire il vero lascia molto a desiderare. La varietà delle bevande è limitata e la lingua madre della locanda non è l’italiano. Deficit, però, che vengono ampiamente compensati da una malcelata attività ludica che si svolge al piano superiore. Attività che si avvale di una lingua internazionale molto comprensibile a qualsiasi viandante. Da qui deriva la nomea della Maria alias “Maria ciapa bigul”. Capite quanto è difficile resistere alla tentazione di salire le scale che conducono al piano “nobile”? Bollenti pensieri nascono quando, sgolandosi una birra, si posano gli occhi sulle grazie della… ehm… timorata di Dio, mentre traffica dietro il bancone. Così, come un diavolo alimenta la fucina buttando sempre più carbone, la signora monta l’altrui produzione ormonale liberando dalle asole sempre più bottoni.
Punto di forza del bar sono i servizi igienici, di prima qualità e in numero tale da soddisfare ogni esigenza corporale degli avventori e, aggiungiamo, pure del circondario. Infatti nel cortile si trovano ben 7 gabinetti, uno di fianco all’altro come soldati al presentatarm. Le turche che ivi si possono trovare sono lavate non già da un’impresa delle pulizie, ma dallo scorrere dell’acqua piovana che filtra dai fori sul tetto. Infatti precario è lo svuotamento dei visceri in giornate di pioggia. Data questa peculiarità la padrona è detta anche “Maria set cess”.
Capita a persone di Porto, in gita di piacere o di lavoro che si trovino nella bassa bergamasca o magari nel varesotto, di sentirsi chiedere da dove vengano. Inutili sono i tentativi di collocare il paesello nelle vicinanze altisonanti come Trezzo, Vimercate, ecc. La gente a queste spiegazioni rimane con un’ipotetica bandierina in mano senza sapere dove collocarla sulla cartina geografica della Brianza. Ma, prima o poi, si alza dal capannello di curiosi una voce maschile che esclama perentoria “Ho capito, è dove c’è “Maria ciapabigul”.
Vasta è la popolarità di questa donna tra le fila dei maschi nostrani. Solo apprensione e stress regala invece all’altra “metà del cielo”, dove si aspetta con trepidazione il sospirato trapasso della nobildonna dandole modo di regalare i suoi diabolici servigi là, dove più sono consoni, cioè all’inferno.

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giovedì 17 ottobre 2019

IL PONTE DI PADERNO IN ALCUNE CARTOLINE REALIZZATE TRA LA FINE DEL XIX E LA PRIMA METÀ DEL XX di Marco Bartesaghi

Un paio di mesi fa ho ricevuto una mail dalla signora Mariangela G. di Merate. In allegato la mail aveva  una cartolina che la signora aveva pensato, a ragione, potesse essere utile per il mio blog.

896 PADERNO - Ponte sull'Adda

Al centro della cartolina il ponte di ferro, conosciuto come  “ponte” di Paderno o di Calusco, a seconda dei punti di vista, o come ponte San Michele, il nome che dovrebbe mettere d'accordo tutti. 

In primo piano la diga di Paderno, dove un gruppo di gitanti è in posa per la fotografia.


 
896 PADERNO - Ponte sull'Adda -particolare



Ringrazio la signora Mariangela e colgo l'occasione per pubblicare altre quattro cartoline che fanno parte della mia collezione.

***

Nella prima, la diga di Paderno sembra essere ancora in fase di costruzione e quindi la cartolina dovrebbe risalire alla fine dell'ottocento.

2267 PADERNO - Il gran Ponte sull'Adda dalla Diga
Tutti i personaggi che animano la cartolina sono momentaneamente in posa per essere fotografati:gli operai, tre o quattro, sui due barconi che, accostati, sostengono un'impalcatura; il signore che forse li dirige, in piedi sulla diga, con le mani ai fianchi;


 
2267 PADERNO - Il gran Ponte sull'Adda dalla Diga -particolare 1


  i due personaggi a sinistra, sull'alzaia.

 
2267 PADERNO - Il gran Ponte sull'Adda dalla Diga -particolare2


***


Nella seconda cartolina, la diga è ancora in primo piano.

L'Adda e il Ponte di Paderno - tip CAIMI - Brivio - 1900

Nella parte sinistra dell'immagine un uomo è seduto su un muro,con le gambe penzoloni e i piedi incrociati.Porta il cappello;forse sta fumando perché, ha la mano sinistra  vicina al volto. Sta guardando verso il ponte che un treno merci sta attraversando
 



La cartolina, edita dalla tipografia Caimi di Brivio ha una data: 1900.

 ***

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martedì 11 giugno 2019

LEONARDO DA VINCI E GLI STUDI IDRAULICI. UN ITINERARIO LUNGO IL MEDIO CORSO DELL'ADDA. Tesi di laurea di Romina Villa


Questa è la tesi di laurea in “Operatore del turismo culturale” che Romina Villa ha discusso il 25 giugno 2013 all’Università degli Studi di Ferrara.
Romina - che vive a Verderio, è nata il 3 aprile 1967, è sposata con Gianfranco e ha un figlio, Gianluca, di 18 anni –  ha sempre lavorato nell'editoria,  in particolare nei settimanali femminili, prima “Gioia” e ora “Elle”.
Si è iscritta all’Università dopo i quarant’anni, potendola frequentare, continuando a lavorare, grazie alla frequenza a distanza: “Non è stato facile. Gianluca era piccolo e il mio lavoro è sempre stato molto impegnativo. L'appoggio della mia famiglia e dei miei amici è stato fondamentale”. 
A Ferrara ha trovato un corso in grado di unire la sua passione per i viaggi con le sue materie di elezione, in particolare la storia dell'arte
“Mi sono iscritta per pura passione – racconta -  poi con il tempo, confrontandomi spesso  con i compagni di corso, ho capito che la passione poteva diventare anche un lavoro. Infatti dopo la laurea ho preso il patentino di guida turistica ed oggi sto cercando di sviluppare il mio piano B. La Brianza "operosa" sta scoprendo solo in questi anni la sua vocazione per il turismo, in particolare quello culturale e sono certa che tanto avrà da dire in futuro”.
La tesi è stata l'occasione per approfondire la figura di un grande della storia che per vari periodi della sua vita ha vissuto e lavorato nei nostri territori. Un argomento che l’ha appassionata, tanto che i suoi studi su Leonardo non si sono fermati lì.
Romina è attiva anche in paese: oggi è al suo secondo mandato come presidente della giovane Proloco di Verderio. M.B.
 

La tesi di Romina Villa è qui pubblicata pressoché integralmente. Le modifiche che ho apportato sono dovute al fatto che, per le caratteristiche del blog, il testo non è suddiviso in pagine. Perciò ho tralasciato di indicarle nel sommario, non ho pubblicato l'indice analitico e ho trasformato le note  piè di pagina in note a fine testo.
Mi sono permesso anche di aggiungere al testo le prime tre fotografie. M.B.

 
LEONARDO DA VINCI E GLI STUDI IDRAULICI. UN ITINERARIO LUNGO IL MEDIO CORSO DELL'ADDA.


SOMMARIO

Premessa
Introduzione
Cronologia della vita e delle opere di Leonardo

LEONARDO DA VINCI E LA SCIENZA. DA ARTISTA E INVENTORE A TEORICO DELLA NATURA. L’EVOLUZIONE INTELLETTUALE ATTRAVERSO L’ESPERIENZA DEI SOGGIORNI MILANESI

La lettera di presentazione al Duca di Milano
Leonardo e l’importanza dell’esperienza formativa nella bottega del Verrocchio
I rapporti con Lorenzo il Magnifico e il neoplatonismo della corte medicea
Leonardo lascia Firenze per Milano
 Milano e gli Sforza
Il difficile esordio sulla scena milanese
L’accettazione a corte e il compimento di una brillante carriera
Leonardo e Donato Bramante
Leonardo e Luca Pacioli
Leonardo e Francesco di Giorgio Martini

LEONARDO E L’ACQUA. DALLA PRATICA ALLA FORMULAZIONE TEORICA

La natura come essere vivente alla base del metodo scientifico
Gli studi idraulici nei manoscritti leonardeschi
Acqua vettore e matrice di vita
Acqua come risorsa economica e fonte di energia
Dall’ingegneria idraulica allo studio scientifico dei flussi. Il contributo di Leonardo
Esperienza e processi mentali
I risultati di Leonardo nell’ingegneria idraulica lombarda
Il secondo soggiorno milanese
Gli studi per rendere navigabile l’Adda

 
Immagine fuori testo


SULLE ORME DI LEONARDO. L’IMPRONTA DEL GENIO IN UN ITINERARIO LUNGO IL MEDIO CORSO DELL’ADDA

Il Parco Adda Nord. L’ambiente naturale e i caratteri storico-culturali
L’Ecomuseo di Leonardo
Il traghetto di Imbersago
 Il ponte in ferro di Paderno
Il Naviglio di Paderno
La chiesa di Santa Maria della Rocchetta
Le centrali idroelettriche. Bertini, Esterle, Taccani
Il villaggio operaio di Crespi
Verso Vaprio
 


Appendice. I manoscritti leonardeschi
Indice analitico
Bibliografia
Sitografia
Ringraziamenti 

***


Costruire una sintesi di questo Grande
nell’ignoranza di tanta parte di ciò che pensò
e scrisse e nella scarsezza di monografie
coscienziose, sarebbe opera vana; né io volli
tentarla.
Edmondo Solmi “Leonardo” (1923)


PREMESSA

Ernst H. Gombrich, in un saggio che dedicò a Leonardo da Vinci, scrisse: «Si dovrebbe essere Leonardo per discutere qualsiasi aspetto di Leonardo; e anche in questo caso non si arriverebbe probabilmente mai a una conclusione»(1). Parole che suonano come un ammonimento a chiunque si appresti ad affrontare l’opera vinciana, spesso fonte di dubbi e incertezze.
Leonardo è universalmente chiamato «il genio», ma nessuno come lui seppe condensare nel suo agire la vera essenza dell’essere umano, ricercando con inesauribile tenacia la verità delle cose. «Questo è il vero motivo» - ebbe a scrivere una volta Mario De Micheli - «per cui possiamo ritenerlo un contemporaneo a tutti gli effetti»(2).
Fin dalla sua prima apparizione sulla scena fiorentina, dimostrò di aver appreso la lezione del primo Rinascimento e dell’Umanesimo che aveva spalancato le porte alla visione di un uomo nuovo che ora rifiutava l’ideologia medievale e i suoi rigidi principi teologici, per andare ad occupare il centro della realtà visibile. Per Leonardo, tuttavia,l’uomo riveste un ruolo di comprimario nel complesso e mirabile sistema della natura,che egli cercherà di indagare in tutti suoi aspetti con una carica intellettuale e una meticolosità pari a pochi.
La comprensione del suo pensiero non può prescindere dallo studio dei suoi manoscritti (3). I quaderni, in cui si sono condensati gli studi di tutta una vita, testimoniano l’incursione di Leonardo in ogni campo della scienza allora conosciuta (o filosofia naturale, com’era chiamata allora) e da sempre hanno suscitato la meraviglia degli studiosi tanto quanto quella suscitata dalla sua produzione pittorica, peraltro ridotta a un numero limitato di opere. I codici leonardeschi sono un concentrato impressionante di scritti e disegni, che raccolgono non solo le riflessioni sapienti sui fenomeni da lui osservati, ma anche note che rimandano alla quotidianità, il tutto in una specie didisordine apparente, reso ancor più ostico dalla tipica scrittura speculare. Queste «stratificazioni cronologiche oltre che d’argomenti» (4) che a prima vista confondono il lettore, si fanno più chiare proseguendo la loro scoperta;testimoniano innanzitutto «l’universalità del genio leonardesco» e spianano la strada alla conoscenza di quelmetodo scientifico che egli elaborò e di cui si parlerà più approfonditamente nelle pagine che seguono. Un metodo che presupponeva un’indagine posta su differenti livelli e campi del sapere in un continuo e inevitabile confronto tra di essi.
Alla morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio 1519 ad Amboise in Francia,i manoscritti (si ritiene fossero 13mila fogli) e la biblioteca furono ereditati per via testamentaria dal discepolo e amico Francesco Melzi d’Eril (5) che li riportò in patria dove vennero gelosamente conservati nella villa di Vaprio d’Adda, vicino a Milano. Negli anni seguenti Melzi cercò di riordinare l’ingente materiale, distinguendo i fogli con lettere alfabetiche o sigle e aggiungendo personali osservazioni. Dando realtà poi ad un’intenzione mai realizzata del suo maestro, il fedele discepolo lesse e organizzò i fogli dedicati alla pittura costituendo il famoso Trattato che un amanuense trasferì nel codice Urbinate (ora Vaticano 1270).
 

 
Immagine fuori testo




La dispersione dei manoscritti cominciò inesorabile dopo la sua morte avvenuta nel 1570, quando gli eredi non compresero il valore di quei documenti e ne permisero l’asportazione sistematica dalla soffitta della villa, dove erano stati nel frattempo relegati. La vicenda dei codici è complessa, a tratti avvincente, e merita una trattazione a parte. Per più di due secoli, chiunque entrò in possesso dei manoscritti, cercò di riordinarli secondo criteri discutibili, ritagliando e assemblando arbitrariamente i fogli, costituendo raccolte ex novo suddivise per argomento. Si stima che almeno metà dei
manoscritti siano andati perduti durante i vari passaggi di mano, tra una nazione e l’altra dell’Europa. Oggi si conservano circa 6000 fogli. Le collezioni più consistenti si trovano in Italia, Francia, Inghilterra, Spagna e Stati Uniti (6).
Tornando infine all’incertezza e ai dubbi espressi all’inizio di questa riflessione, appare saggio rivolgersi proprio a Leonardo per cominciare a dipanare la matassa. Egli scrisse:
«Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende se non è una cosa per volta.Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa essere piena di varie lettere, ma non conoscerai in questo tempo,che lettere sieno, né che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado a grado, altrimenti fia impossibile pervenire alla sua altezza. E così dico a te, il quale la natura volge a quest’arte, se vogli avere vera notizia delle forme delle cose, comincerai alle particule di quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la diligenza, che la prestezza» (7).
La conoscenza si raggiunge facendo piccoli passi, uno dietro l’altro. E senza fretta.



INTRODUZIONE

La riscoperta dell’opera di Leonardo da Vinci ebbe inizio nel XIX secolo, quando i suoi quaderni - o meglio, ciò che rimaneva di tutto il materiale ereditato da Francesco Melzi dopo la sua dispersione - rivide la luce dopo secoli di oblio. Dalle polverose collezioni private i manoscritti vinciani presero la via delle grandi istituzioni culturali pubbliche, come i musei, le biblioteche nazionali e gli archivi di Stato, che da allora promuovono lo studio e la divulgazione della sua opera.
Nell’odierno immaginario collettivo Leonardo da Vinci continua ad occupare un posto di primaria importanza; nonostante la storiografia recente abbia ridimensionato il suo contributo di inventore e di scienziato, sbriciolando luoghi comuni nati più dalla leggenda che da certezze storiche, la sua popolarità non conosce battute d’arresto.
Dei seimila fogli manoscritti che sono pervenuti a noi, gli studiosi ne hanno studiato ogni riga e analizzato ogni disegno, mettendo a confronto l’opera di Leonardo con quella dei suoi contemporanei; eppure l’estrema complessità del suo pensiero, unita alla scarsità di notizie certe, generano continue revisioni e nuove ipotesi da parte della critica, costretta a esprimersi su di lui sempre con molte riserve.
Per il mondo scientifico quindi Leonardo da Vinci rimane una sfida e una fonte di probabili sorprese; nel 1967, la casuale scoperta di nuovi manoscritti presso la Biblioteca Nacional di Madrid ha da allora nutrito la speranza di ritrovare altro materiale, che potrebbe – ancora una volta – rimettere in discussione le tesi finora affermate e svelare l’incerto. Per il grande pubblico, Leonardo rimane una superstar, il   genio unico e inarrivabile. E l’artista che ha dipinto il quadro più famoso di tutti i tempi.
 

Leonardo e Milano. Nelle pagine che seguono si è deciso di analizzare l’evoluzione del pensiero scientifico di Leonardo alla luce delle sue esperienze di vita e di lavoro in Lombardia come tecnico e ingegnere, prima al servizio di Ludovico il Moro (1482-1499) poi come celebrato artista presso la corte francese a Milano (1506-1513). Questi due lunghi soggiorni, che messi insieme corrispondono a più di un terzo della sua esistenza, vedono la sua lenta e difficoltosa trasformazione da inventore e ingegnere praticante a teorico della scienza.
L’analisi della sua evoluzione intellettuale ci offre l’occasione per mettere in luce un lato di Leonardo meno noto, o, se vogliamo, quello debole. E’ difficile – ad esempio -immaginarsi il genio per eccellenza in difficoltà, nel tentativo di farsi notare alla corte sforzesca o intento a colmare le sue carenze di formazione con studi tardivi. La storiografia recente ci ha restituito un Leonardo diverso, forse più “umano” ma proprio per questo, più straordinario. Curiosità scientifica e tensione intellettuale uniche gli hanno permesso di oltrepassare dei confini come nessun altro prima di lui aveva saputo fare.
 

Leonardo e l’acqua. La progressione delle sue conoscenze e il passaggio dalla pratica alla teoria scientifica si può ravvisare con chiarezza negli appunti e nei disegni che trattano il tema delle acque. L’acqua, in tutti i suoi significati, fu insieme alla pittura,l’argomento di studio prediletto da Leonardo. Per comprendere meglio il suo approccio alla scienza ci si è domandati in queste pagine cosa hanno significato per lui l’elemento acqua con le leggi fisiche e meccaniche che da essa derivano, seguendo quell’intreccio tra invenzioni ingegneristiche e teorie sul moto dei fluidi che, come un filo conduttore, attraverserà tutto l’arco della sua carriera.
 

 
Immagine fuori testo


Leonardo e l’Adda. Acqua significa fiume e fiume significa Adda. E’ la storia di un incontro vissuto soprattutto durante il secondo soggiorno milanese, quando per un periodo Leonardo fu ospite a Vaprio d’Adda presso la villa del nobile Girolamo Melzi, padre dell’allievo prediletto Francesco. Nei territori abduani si dice che questo fiume sia “femmina”, ed è proprio nel tratto tra Lecco e Vaprio (quello – per intenderci -frequentato e studiato da Leonardo) che l’Adda manifesta i tratti “femminili”, perché come una donna, ora è placida, ma un attimo dopo diventa capricciosa; così le sue acque tranquille nel giro di pochi chilometri si fanno turbolente e si vorrebbero imbrigliare e domare, come anche Leonardo progettò di fare.
Egli rimase affascinato da questo fiume e dalla natura che lo circonda. Ne furono contagiate sia la sua arte sia la sua scienza. Oggi è possibile rivivere le sue sensazioni percorrendo un itinerario – esclusivamente ciclo-pedonale – che segue il corso del fiume, a sud del lago di Lecco e prosegue per poco meno di trenta chilometri in un ambiente naturale di selvaggia bellezza, tra gli echi della presenza di Leonardo e le opere che l’uomo ha saputo fare dopo di lui seguendo il suo esempio, per sfruttare il fiume senza danneggiare l’ambiente circostante. Una vera fortuna questa, se si pensa a quanto siano state antropizzate queste zone.



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mercoledì 5 giugno 2019

SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA ROCCHETTA - UNA VISITA GUIDATA DA FIORENZO MANDELLI di Marco Bartesaghi
















2 giugno 2019, Festa della Repubblica. 
Fiorenzo Mandelli, il protagonista dell’articolo che sto impaginando, sarà insignito oggi del titolo di Cavaliere della Repubblica, per il suo impegno a favore del santuario della Madonna della Rocchetta. Penso sia un riconoscimento meritato e lo applaudo con molto piacere. M.B.






SANTUARIO DELLA MADONNA DELLA ROCCHETTA - UNA VISITA GUIDATA DA FIORENZO MANDELLI

Il Santuario della Madonna della Rocchetta




l Santuario della Madonna della Rocchetta è senz'altro uno dei luoghi più notevoli che si trovano lungo il corso del fiume Adda. Come lo si raggiunge? Percorrendo l'alzaia, per circa tre chilometri  partendo dal ponte di Paderno; dal cimitero di Porto d'Adda, scendendo per la strada a ciottoli che arriva proprio  ai piedi della scalinata che sale alla chiesa; dal mulino di Paderno d'Adda, imboccando la strada a ciottoli che conduce al fiume e prendendo a destra, dopo qualche decina di metri, il sentiero  che attraversa i boschi e passa dall'acquedotto di Paderno d'Adda. Queste le tre possibilità che conosco.
Il santuario è aperto tutti i sabati e tutte le domeniche. Ma anche negli altri giorni della settimana è facile trovarlo aperto. Per maggiore sicurezza basta telefonare a Fiorenzo Mandelli e chiedere informazioni.

 
Fiorenzo Mandelli

E Fiorenzo è sempre disponibile ad accompagnarvi nella visita e a raccontarvi tutto quello che sa del luogo e dei suoi dintorni.
Quello che segue è il racconto che ci ha fatto durante l'ultima visita:
 

“La nostra chiesa è costruita sui resti di una torre di controllo. Un dottore di Milano, di nome  Bertrando, un benestante che aveva dato un’ingente somma per la costruzione  del Duomo di Milano, aveva  voluto costruire  per sé un luogo sacro. Così, sulle fondamenta di una preesistente torre di controllo, ha fatto edificare questa chiesa e l’ha data ai frati agostiniani. Era l’anno 1386, lo stesso della fondazione del Duomo: sono gemelli”.
 

“Il lunedì di Pasqua – Pasquetta - è la festa del santuario. Tradizionalmente viene celebrata la messa con molti sacerdoti.  Un tempo, al momento dell’Elevazione, dal piazzale esterno partiva un segnale di fumo, in seguito al quale, dall’altra parte del fiume, venivano sparati tre colpi. Era un avviso. Chi era nei dintorni, magari nei terreni a lavorare, sapeva che doveva inginocchiarsi perché era il momento più solenne della Messa”.
 

“Qui siamo al confine fra tante province: la scalinata è provincia di Lecco, qui – ossia la chiesa – ora è  Monza Brianza, prima era Milano, oltre l’Adda è Bergamo.
Questo  santuario, che è stato costruito ancor prima di quello della Madonna del Bosco, era oggetto di molta devozione.  Tanti anni fa la gente, nel periodo estivo, non andava al mare o in montagna: veniva lungo il fiume, il luogo dove passavano le barche. Il fiume era la vita, poiché dava lavoro,  dava da mangiare. Per questo motivo qui c’era tanta devozione, anche se non è una cattedrale, è una chiesa piccolina, costruita con i sassi. Però, se guardate sull’altare, ci sono tante grazie ricevute.”


La visita all’interno del santuario inizia con la descrizione del Crocifisso posto sulla parete destra. È un crocifisso inconsueto che Fiorenzo ci presenta così:
 

“ Al posto del corpo sofferente del Cristo vediamo i fiori, le stelle, la luna. Come mai non ci sono i chiodi nei piedi e nelle mani? IL Cristo, indipendentemente dal colore della pelle delle persone o dalla religione di provenienza , abbraccia tutti. Dunque il significato di questo  Crocifisso, che può anche non piacere,  è la nostra vita. Che poi essa abbia un inizio e una fine, questo vale per tutti noi. Per il credente però muore il corpo e non l’anima”. 

 
Il Crocifisso del Santuario della madonna della Rocchetta
“Se dovessimo parlare tra di noi della vita e della morte –continua proponendoci alcune sue idee molto personali -  ci sediamo e ne discutiamo. Ma ai bambini piccoli non parlo della morte. È la loro vita che va avanti, è la mia vita che invece va a finire. Gliene parlerò quando sarà il momento opportuno. Mi capita di vedere nel periodo pasquale alcuni genitori o nonni che obbligano i bambini a baciare il Cristo morto. Ma se hanno paura perché li devi obbligare? Aspetta un momentino, gliene parlerai quando sarà il momento. Questo Crocifisso rappresenta la vita, non la morte”.

Le pareti a sinistra dell’entrata della chiesa sono addobbate con rami spinosi di robinia, ritorti per fargli assumere particolari forme e intrecciati con fili di lana rossi, in parte ancora avvolti a formare una matassa.







“Il santuario è circondato da boschi di robinia, una pianta spinosa con cui sono state fatte queste corone che formano l’albero della vita. Il rosso – dei fili – rappresenta il sangue, ma rappresenta anche l’amore. Il santuario si chiama Rocchetta, perché è su una rocca, e questa matassa, che viene usata in tessitura per fare le maglie, è un rocchetto. Il filo è ciò che ci tiene tutti insieme, ci tiene uniti. Qualcuno mi chiede: <>.  Gli spiego che nell’arco della vita la nostra strada non è sempre piacevole a volte troviamo difficoltà, che però si possono superare. Così dico: <>. Qui c'è chi intravvede un pesce, chi una barca: il santuario si trova vicino al fiume, quindi  all’acqua. Addirittura, se girato, qualcuno vede uno scudo: l’Adda è sempre stato un confine fra lo stato veneto e quello milanese. In questo contesto di luogo sacro, è stata creata questa opera con materiale del posto"






Lungo l’alzaia, sia arrivando da Lecco che da Milano,  si trovano dei simboli segnavia, una freccia o una cintura. Qual è il loro significato?

“Sono i segnali del Cammino di Sant’Agostino, di cui il Santuario della Rocchetta fa parte. La cintura ricorda la Madonna della Cintura a cui Agostino era particolarmente devoto. Sua mamma, Monica, che poi è diventata  santa, pregava sempre la Madonna. Alla fine Lei  le è apparsa, si è tolta la cintura e gliel’ha data affinché l’indossasse.
Monica pregava la Madonna soprattutto per suo figlio Agostino, che si è convertito a 33 anni e da giovane non era per niente un santo. Ai ragazzi delle scuole dico che era un po’ un birichino, in realtà era un donnaiolo”.

 

Il Cammino di Sant’Agostino è un  percorso che, nel nome del santo dottore della chiesa tocca vari santuari mariani disegnando idealmente, una rosa stilizzata le cui radici sono in Africa, nei luoghi della gioventù del santo, il gambo unisce le città di Monza, Milano, Pavia e Genova, le foglie si estendono verso est e ovest , lungo le province di Monza e Brianza, Milano, Varese e Bergamo.
In Brianza il Cammino inizia e finisce  a Monza, è lungo 415 chilometri e tocca 25 santuari. Il Santuario della Madonna  della Rocchetta lo si raggiunge il 14° giorno di cammino, nella tappa di circa 32 Km che inizia da Madonna del Bosco  e termina al Santuario della Madonna del Lazzaretto a Ornago.


***

Terminata la descrizione dell’interno del santuario, ci avviamo verso la cisterna tardo-romana.
“Qui, fino a qualche anno fa, era tutto bosco. A un certo punto, proprio al centro, il terreno ha cominciato a cedere. Il parco Adda Nord, che ha messo gran parte della cifra, e i comuni di Paderno e Cornate hanno stanziato 240 mila euro per finanziare il lavoro di due archeologhe che hanno portato alla luce la cisterna. Io ho avuto il piacere di seguire la loro ricerca giorno per giorno”.


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lunedì 3 giugno 2019

COSTRUZIONE PONTE SULL'ADDA A IMBERSAGO - 1900

Ho acquistato queste fotografie qualche anno fa al mercatino dell'antiquariato di Imbersago. La didascalia su ognuna delle foto è: "Costruzione ponte sull'Adda a Imbersago - 1900". Successivamente, allo stesso mercatino, ho trovato una copia della terza fotografia in cui è specificato che il ponte fu costruito nel settembre del 1900.
Purtroppo, non avendo trovato niente sulla stampa locale dell'epoca, non ho altre informazioni riguardanti questa esercitazione militare. Se qualcuno trovasse altre  notizie me le faccia avere. Grazie, M.B. 












lunedì 13 ottobre 2014

LA FUNZIONE DELL'ARCO NELLA COSTRUZIONE DEI PONTI, Ezio Colnaghi, ingegnere

L’”arco” rappresenta l’elemento architettonico e strutturale forse più importante dell'intera storia dell’architettura, per la versatilità delle sue forme e prestazioni  e per essere diffuso, in maniera più o meno costante, tra tutte le epoche storiche e le diverse zone  del pianeta Terra.

Da un punto di vista strutturale l’arco sostituisce la cosiddetta “architrave” (elemento con andamento “rettilineo") dove questa non permette di realizzare luci elevate  fra gli appoggi situati alle estremità di una struttura: sia quando – appunto-  si vuole realizzare tale struttura di collegamento con materiali costruttivi (quali mattoni e pietre naturali, ad esempio) che per loro natura non possono resistere a forze di “trazione” e di “flessione” se realizzati con forme rettilinee, sia  quando si deve sopperire  all’utilizzo dei  materiali da costruzione “primigeni” (quale il legno per esempio)  che possiedono sì una certa resistenza a trazione ma che  per come si trovano in natura  (con alberi di forma rettilinea e di limitata lunghezza )  non permettono  di  realizzare strutture di grandi luci, come  per  il tipico caso di un ponte che permetta di unire le sponde opposte di un fiume. E, infine, quando i carichi da sopportare diventano elevati,  e quindi tali da mettere in crisi, anche per luci piccole, le architravi rettilinee realizzate con materiali  comunque  poco resistenti .
Come tante altre scoperte e invenzioni dell’Uomo, anche l’arco è stato quindi scoperto, o meglio inventato spinti probabilmente da un specifica necessità.
Volendo approfondire un poco l’aspetto statico,  l’arco (anche nelle sue forme “ibride“ di contrafforte e arco rampante)  permette anche di trasferire i carichi sopportati ai punti di appoggio terminali sotto  forma di forze “verticali” (dette anche “assiali”) piuttosto che di “taglio” o a flessione.  Questo tipo di carico verticale è molto più facilmente sopportabile(rispetto agli altri tipi di carico indicati)  dai materiali “poveri” da costruzione quali le pietre naturali,  i mattoni e il legno che sono stati per lungo tempo  i materiali  che costituivano i pilastri sui quali l’arco appoggia.
Il corretto funzionamento statico dell’arco è legato quindi al contatto diretto tra i vari “conci” che lo compongono, che trasferiscono per “attrito” lo sforzo derivante dai carichi che devono sopportare  ai conci vicini, fino all’elemento strutturale verticale (il “pilastro”) che a sua volta lo trasferisce poi al terreno attraverso le opportune “fondazioni”.
Per essere certi  che il contatto fra i vari conci ci sia e non venga meno (con il conseguente drammatico  crollo dell’intero arco), la “chiave” dell’arco ha solitamente una forma conica ed è più grande dei singoli conci, in modo che può essere “forzata” alla chiusura dell’arco, la cui costruzione si realizza con due semiarchi (sostenuti provvisoriamente da ”centine” di supporto) partendo ognuno dai pilastri di estremità fin verso il centro, appunto verso  la “chiave di volta” dell’arco stesso .





     


Nomenclatura dell'arco: (1) chiave di volta; (2) cuneo;  (3) estradosso; (4) piedritto; (5) intradosso; (6) freccia; (7) corda o interasse; (8) rinfianco.


Solo di sfuggita, ricordiamo che l’evoluzione “tridimensionale” dell’arco è la base della costruzione delle “cupole” e delle “volte”, che in pratica non sono che tanti archi diretti in tutte e tre le dimensioni spaziali.
Con la scoperta (o l’invenzione) di materiali da costruzione ancora più resistenti e duraturi del legno e delle pietre naturali - -materiali come l’acciaio, il “calcestruzzo armato” (“c.a.”) il “c.a. precompresso” e anche il legno “lamellare”- ., nel tempo si sono potuti superare i limiti dimensioni delle architravi rettilinee  prima realizzate con i materiali da costruzione più “poveri”.  Ma l’arco è rimasto sempre  un elemento architettonico e strutturale comunque importante, e ha anzi sfruttato i nuovi materiali più resistenti per raggiungere luci ancora maggiori e forme architettoniche sempre  più ardite.
Guardandoci intorno troveremo  facilmente diversi e diffusi usi e tipi dell’arco strutturale, ma sicuramente quella che è più appariscente è quella dell’arco che realizza le campate dei vari ponti.




 
Ponte ferroviario tra Cisano Bergamasco e Pontida



E senza andare troppo lontano, diversi ponti ferroviari , stradali  e di servizio attraversano l’Adda tra Lecco e Trezzo sull’Adda , anche con caratteristiche costruttive e strutturali molto differenti  tra loro.


Robbiate

Il Azzone Visconti di Lecco (ponte Vecchio), il Ponte in ferro di Paderno e il Ponte stradale (non dell’Autostrada) di Trezzo sono 3 ponti  che rappresentano ciascuno  una diversa e classica tipologia costruttiva dell’arco strutturale.

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Il Ponte Vecchio di Lecco è realizzato in pietrame  (costruito nel 1300), ha dimensioni massicce e campate di luce piuttosto limitata, soprattutto per i carichi importanti, tra cui la corrente dell’Adda che esce dal lago, che deve sopportare.


 
Ponte Azzone Visconti, o ponte Vecchio, di Lecco. Foto tratta da "Il lago di Lecco", Aloisio Bonfanti (a cura di)



Questo ponte ha una particolare caratteristica architettonica/strutturale: le 11 arcate (campate) da cui oggi è composto sono tutte di ampiezza diversa…


Il ponte Azzone Visconti in un rilievo del 1962

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Nel  celebre Ponte di Ferro di Paderno d’Adda, progettato da un ingegnere collega di Eiffel (della famosa Torre parigina) e realizzato a fine del 1800, la struttura dell’arco è realizzata con elementi in ferro.  In questo caso  l’arco è caricato non da un carico “uniformemente distribuito” lungo la sua arcata ma da 8 carichi “concentrati” portati da dei pilastri secondari che, al loro volta, sorreggono la  sovrastante ferrovia e strada carrabile.



Ponte di Paderno d'Adda




Progetto originale del Ponte di Paderno d'Adda (tratto da: Il viadotto di Paderno sull'Adda 1889 - 1999)

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Il ponte stradale di Trezzo  è realizzato con struttura in “calcestruzzo armato precompresso”, che gli ha permesso di raggiungere una forma molto più sinuosa e quasi rettilinea, quindi con un arco molto  “ribassato” (cioè poco accentuato), anche su una luce di campata molto lunga.




Ponte "stradale" di Trezzo d'Adda  


La maggior parte degli archi (con la totalità di quelli in muratura e pietre) sono situati “al di sotto” dei carichi che devono sopportare. Esistono però anche archi che sono situati “al di sopra”  dei carichi da portare, e  che risultano quindi “appesi” all’arco. Anche per questa tipologia abbiamo un esempio vicino, il ponte stradale sull’Adda di Brivio, realizzato con struttura mista in calcestruzzo armato e ferro/acciaio.


Ponte di Brivio

Qui lo schema strutturale generale è piuttosto complesso, ma la funzione dell’arco è sempre quella di riportare i carichi della struttura sui piedritti (piloni immersi nel fiume) nella maniera più “verticale” possibile.

Ezio Colnaghi







mercoledì 16 aprile 2014

DIPINTI DI ANGELO GASPANI SU UNA CASUPOLA IN RIVA ALL'ADDA di Marco Bartesaghi







Percorrendo la riva bergamasca dell’Adda, all’altezza di Suisio, si trova una cava, ora abbandonata, che conserva ancora alcune strutture di quando era in attività.










Fra queste, all’entrata, una casupola, già, probabilmente, sede del custode, sulle cui pareti Angelo Gaspani, pittore di Capriate-San Gervasio, morto nel 2011, eseguì quattro dipinti:






Una natività;




una crocifissione; 




la cupola di San Pietro, sormontata dalle effigi di quattro papi: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II;


tre medaglioni, con due ritratti femminili e uno maschile, e due angeli pronti a scoccare delle frecce.









La firma nella cornice e i pennelli disegnati sullo sfondo nero,   fanno supporre che il volto maschile  sia un autoritratto dell'artista.













Questi alcuni particolari:


 





Le immagini furono realizzate nel 1997 Altre pitture murali dello stesso autore si incontrano su entrambe le rive del fiume.






Le più vicine alla nostra casupola sono una Monna Lisa, nell’area della stessa cava, nascosta parzialmente dalla vegetazione,
















e una madre con bambino, sulla parete di un edificio ad uso idraulico, in un’area recintata che si incontra poco dopo la cava, andando in direzione di Capriate.











Angelo Gaspani, nato a San Gervasio nel 1941 e morto nel 2011, era figlio d’arte. Il padre Pietro, pittore, decoratore e restauratore, insieme a due fratelli, aveva eseguito decorazioni e restauri in diversi edifici civili e religiosi,sia in territorio di Bergamo che di Milano.
                                                                                               


Angelo Gaspani mentre dipinge la Crocifissione (Archivio Telesforo Gaspani)

 
Angelo Gaspani nei pressi della casetta dipinta (Arch. T. Gaspani)



Angelo, che aveva studiato alla scuola Andrea Fantoni di Bergamo, dipingeva sia a olio che a tempera. Nel 1973 aveva esposto per la prima volta le sue opere in una mostra personale, alla quale ne seguirono molte altre negli anni successivi.












Pittore è anche il fratello maggiore di Angelo, Telesforo Davide Gaspani, che ringrazio di cuore per avermi fornito le notizie e alcune immagini per questo articolo.
A San Gervasio, ogni sabato pomeriggio dalle ore 15 alle ore 19, Telesforo tiene aperto il “Ritrovo Artistico”, in via Bergamo 16, dove sono esposte le sue opere.
Profondo conoscitore dell’ Adda, grazie ad una assidua e appassionata frequentazione ha documentato, con la fotografia, il disegno e la pittura, gli aspetti più caratteristici e nascosti del fiume.


Marco Bartesaghi

 














venerdì 14 settembre 2012

IL FURORE DELL'ADDA E LA PACE DEL NAVIGLIO . Fotografie di Giorgio Oggioni e di Marco Bartesaghi

"Quale contrasto tra il Naviglio a destra, dove l'acqua scorre così placida e piana, accarezzando e pettinando le alghe che si rizzano oscillanti dal fondo, ignare affatto della guerra che succede all'imbocco; 





e il fiume a sinistra che freme e mugge buttandosi giù all'impazzata da salto a salto, tra scoglio e scoglio, formando un mare di gorghi e spume! 






E' mi pareva di vedere da una parte il gran mondo , col suo fracasso, colle sue ire, co' suoi tumulti, colle sue guerre; dall'altra il filosofo, l'asceta che tranquillo, silenzioso, appartato dal mondo, pensa, prega, lavora. 



Là quanto vi ha di ciò che più appare, di ciò che più mena rumore, ma si risolve in una massa di spume; qui invece quanto vi ha di più modesto, di più oblato o spregiato, ma che infine approda a vero bene e a tutto vantaggio dell'umanità. 




Quante impressioni, quanti pensieri lungo il solitario cammino! È una impressione di terrore quella che ti producono i repentini silenzi e i repentini fragori, alternati coll'alternarsi delle rupi che ti nascondono e ti allontanano il fiume, e degli avvallamenti che te lo avvicinano e te lo rendono visibile di nuovo. 


O ti porti in cima ai rialzi, o ti affacci agli scogli di quella barriera come ad altrettante finestre, ogni volta è uno spettacolo nuovo, ogni volta una sorpresa. Ora è un salto, un gorgo, un mare di spume; 




ora un rudere ciclopico che sfida nel mezzo della corrente la furia delle onde; qui una torre quadrata di roccia, ritta sulla sponda, che obbliga il fiume a deviare; costì un pezzo di frana che si stacca, o una catasta di massi già caduti, un crepaccio, una caverna. 



Quante volte vedo l'Adda che tra scoglio e scoglio si divide in ruscelli, i quali folleggiando, serpeggiano e giocano a nascondersi per ritrovarsi ben tosto e rifondersi insieme! Qui lo spettacolo dura lungo tempo; ma vario sempre, stucchevole non mai; sicché tu arrivi senza avvedertene all'ultima conca, dove il Naviglio, nemico delle querele, trovando che l'Adda ha cessato di essere attaccabrighe e turbolenta, 



ad essa ritorna, così che le acque, insieme di nuovo confuse, proseguono la loro via coll'incesso (1) di fiume regolare e maestoso."
 

Antonio Stoppani,
da "Il Bel Paese"
serata XXXIII (2), paragrafo 15: "Il Reno a Sciaffusa e l'Adda a Paderno"


NOTE:
(1) Incesso: modo di camminare
(2) Il "Bel Paese" è una raccolta di racconti di Antonio Stoppani  (Lecco1824/ Milano 1891), sui viaggi, o come lui preferisce definirle, le "corse di pochi giorni, sempre in Italia" intraprese per i suoi studi di geologia e paleontologia. I racconti erano rivolti ai nipoti, alle loro mamme e ai loro babbi, riuniti di sera per ascoltare lo zio scienziato. Per questo i capitoli del libro si chiamano "serate".