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lunedì 3 novembre 2025

IN NATURA VINCE IL PIÙ FORTE di Giorgio Buizza

Quando il telegiornale ha dato la notizia del maltempo citando esplicitamente il territorio di Verderio si è immediatamente alzato il livello di interesse per la notizia per captare dai testi e dalle immagini quali potessero essere state  le conseguenze.

Tra le diverse immagini che sono passate dallo schermo si è intravista la sagoma del grande platano ancora in piedi nella sua sagoma imponente.

Il fatto che fosse rimasto in piedi era già un bel successo; mancavano però i dettagli per i quali si è dovuto attendere il giorno successivo per poter valutare sul posto ciò che era accaduto.

Nella lotta contro il vento il grande platano, nonostante sia stato centrato in pieno dalla tromba d’aria proveniente da sud ovest, se l’è cavata con qualche “ammaccatura”. Nella parte più battuta dal vento ha perso numerosi rami di dimensioni medio-piccole, ma, tutto sommato, ha resistito bene alle sollecitazioni.

Gli interventi di manutenzione effettuati dall’Amministrazione comunale alla fine del 2017 e ripetuti nei primi giorni di gennaio del 2025 hanno probabilmente contribuito a ridurre i danni - comunque rilevanti - ma che non hanno  compromesso l’intero sistema. La perdita della chioma, il cui volume può essere stimato (vuoto per pieno) in circa 4.700 metri cubi, può essere valutata attorno al 5-7% (Fig. 1 e 2).

Fig. 1 Il platano visto da nord

        

Fig. 2 Il platano visto da sud est
È evidente la differente consistenza della chioma tra la
parte colpita dal vento e la parte più protetta.

L’albero ha superato la prova del vento: ha dimostrato di avere un apparato radicale in grado di sostenere il fusto anche in condizioni critiche; tra i numerosi rami della chioma, alcuni dei quali molto lunghi e arcuati, il vento ha avuto buon gioco ed ha fatto selezione eliminando i più deboli, lasciando un vuoto nella chioma nella parte che ha subito l’impatto diretto e violento del vento proveniente da sud-ovest.
Probabilmente solo chi ha la consuetudine e dimestichezza con il platano riesce a capire le differenza tra il prima e il dopo. La maggior parte degli osservatori, per lo più automobilisti distratti, vedono ancora l’albero come prima, non essendo mutata né l’altezza né l'ampiezza della chioma.
Il danno maggior provocato dalla tromba d’aria si è riscontrato però nel vicino Giardino del Nettuno. Qui un cedro di oltre 50 cm di diametro è stato spezzato a circa un metro da terra (Fig. 3 e 4 ); il suo cedimento ha poi causato – per il cosiddetto effetto domino – la caduta anche di altri 2 cedri vicini, sui quali il primo si è appoggiato; questi ultimi, anziché spezzarsi, si sono sradicati rovesciando la zolla con le radici.





Fig.3 e Fig.4
Il Cedro dell'Atlante spezzato dalla furia del vento.

                                                 
Il cipresso all’angolo del giardino è stato sradicato (Fig. 5), ma in  questo caso il vento ha avuto buon gioco su un albero con la chioma molto compatta, ma con poche radici; era infatti confinato nell’angolo, costretto da muretti e recinzioni. 

Fig. 5 Il cipresso radicato nell'angolo nord est del giardino
ha mostrato un apparato radicale ridotto, perché limitato
da muretti e recinzioni.


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lunedì 8 aprile 2024

SPUNTI PER LA VALORIZZAZIONE DEL PLATANO DELLA ROTONDA A VERDERIO di Giorgio Buizza

La prima volta che ho scritto qualcosa sul platano di Verderio è stato nell’ottobre 1996; da allora le foglie sono cresciute e cadute 27 volte.

A quella data il platano era ancora ubicato sul lato destro della strada che da Robbiate arriva a Verderio; la rotonda non c’era, e neppure la svolta a destra continua, le strade erano strette e; l’incrocio era regolato da un semaforo. La circonferenza del fusto, misurata allora, era di 508 cm.

1996 - prima della rotonda

Sono passati quasi trent’anni: sono cambiate le strade; è stata realizzata la rotonda che hafluidificato il transito dei veicoli, sono stati installati i fari per l’illuminazione notturna, è stata eseguita la corrente manutenzione.

Qualcuno, passando sotto il platano, si è posto la domanda: ma come avranno fatto a spostare il platano per fare la rotonda?

Per fortuna il platano non è stato spostato, anzi, grazie alla collaborazione degli Enti (Comune, Provincia) la rotonda è stata realizzata utilizzando il platano come centro e gli è stato concesso uno spazio adeguato per non compromettere l’apparato radicale se non in minima parte. L’originario progetto della rotonda è stato modificato in funzione dell’albero, fatto non comune sulle nostre strade.

2004 - inaugurazione della rotonda

Oggi la circonferenza del fusto è di 579 cm. Fatti due conti, il fusto ha incrementato il diametro mediamente di 0,84 cm/anno, conferma, se ce ne fosse bisogno, di buona vitalità.

La Provincia di Lecco, con la collaborazione del WWF e del prof. Piccamiglio ha censito i grandi alberi della provincia (863 alberi) sull’onda di un rinnovato interesse per gli alberi, la loro origine, la loro storia. La pubblicazione è del 2005. Nel corposo e dettagliato censimento compaiono 8 grandi alberi di platano con caratteri di monumentalità secondo i parametri fissati dalla Regione e applicati dalla Provincia di Lecco; oltre al platano di Verderio sono stati registrati quelli ubicati a Molteno (Municipio - morto qualche anno fa per cancro colorato), Imbersago (Villa Castelbarco), Sirtori (Villa Besana), Bulciago (Villa Taverna), Casatenovo (Villa Facchi), Merate (villa Cornaggia), Olgiate Molgora (Villa Sommi Picenardi).

Non dispongo di dati aggiornatissimi ma, avendoli esaminati tutti, mi sono convinto che i tre esemplari più significavi per dimensione, età e portamento sono quelli di Verderio, di Olgiate Molgora e di Bulciago con la differenza sostanziale che il platano di Verderio è radicato in uno spazio pubblico, gli altri sono all’interno di giardini privati, osservabili da vicino solo previa autorizzazione o solo in occasione di aperture temporanee come sono state le giornate di Primavera del FAI, svolte in anni ormai lontani.

Il platano di Verderio - n° 301 nell’elenco della Provincia di Lecco - non è mai diventato albero monumentale ai sensi della L. 10/2013. Per risultare nell’elenco ufficiale degli alberi monumentali dovrebbe essere segnalato dal Comune al competente ufficio dei Carabinieri Forestali, essere sottoposto a verifiche e misure per ottenere, se rispondente ai requisiti prefissati, il riconoscimento della monumentalità e trovare collocazione nell’elenco nazionale.

29-12-2017 - a sinistra, prima della potatura; a destra, dopo la potatura

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giovedì 17 ottobre 2019

23 NOVEMBRE 1963. BRUCIA LA RAFFINERIA ILSEA DEL MELGONE di Giorgio Buizza

Nel novembre del 1963 avevo 16 anni ed ero studente alle superiori; vivevo con mio fratello maggiore, Luigi, in via dei Pini, rione di Castello, al 7° piano dell’edificio denominato “la Torre”, con magnifica vista sul lago.
 

Quando udimmo lo scoppio di intensità non comune andammo istintivamente al balcone per vedere cosa fosse successo. Non era infatti uno dei soliti botti provenienti dalle cave di marna di Maggianico a cui eravamo abituati.
 

Furono sufficienti alcuni secondi di orientamento per vedere una colonna di fumo nero salire dalla zona della riva dal lago al Moregallo. Dal balcone fu facile capire che il fumo nero aveva a che fare con la raffineria ILSEA che operava in quella zona.
 

Mio fratello possedeva una macchina fotografica Zeiss a obiettivo fisso; pochi secondi per scendere le scale, salire sulla Lambretta 150 che avevamo a disposizione e rapidamente, in pochi minuti, arrivammo a Parè e poi in zona raffineria.

La lunga galleria non c’era ancora e la strada seguiva la sponda del lago. La trovammo interrotta e presidiata. Lasciammo la Lambretta a bordo strada e salimmo per qualche minuto sul versante del monte per avere un punto visuale dominante.
Effettivamente le fiamme che salivano dalla raffineria erano ancora in pieno vigore e il fumo era nero e denso. La temperatura era sensibilmente più alta del normale e la parete del monte retrostante riverberava il calore verso il lago.
Dal punto più alto raggiunto, inerpicandoci tra gli arbusti, scattammo alcune fotografie.


Incendio ILSEA 1963 - foto 1




























 
Incendio ILSEA 1963 - foto 2



 
Incendio ILSEA 1963 - foto 3




























Passata la prima fase più violenta, con le fiamme in fase di riduzione grazie anche all’opera di spegnimento attivata dal sistema antincendio, il fuoco ed il fumo calarono di intensità.
Dopo poco scendemmo sulla strada e riuscimmo a raggiungere il piazzale antistate l’ingresso della raffineria senza incontrare alcun ostacolo né alcun blocco.



 
Incendio ILSEA 1963 - foto 4

























 
Incendio ILSEA 1963 - foto 5



Incendio ILSEA 1963 - foto 6
































Scattammo ancora qualche fotografia dal basso. Sul piazzale era in azione l’autopompa dei Vigili del Fuoco.
Nell’arco di tempo di circa mezz’ora abbiamo avuto la sensazione che il peggio fosse passato e che l’incendio fosse ormai sotto controllo.



 
Incendio ILSEA 1963 - foto 7

Siamo tornati a casa con la consapevolezza di essere stati spettatori di un evento d’eccezione e di averlo documentato “in diretta” provando una certa emozione.
Le immagini di quel giorno, una volta stampate (allora ci volevano alcuni giorni) sono finite in archivio a memoria di un episodio irripetibile, significativo per la città.
Probabilmente anche a causa dell’incendio la raffineria fu sottoposta a verifiche ed accertamenti, ridusse in seguito l’attività fino a cessare definitivamente dopo non molti anni.
In quella circostanza non ci furono morti né feriti ma, come spesso succede, partirono le verifiche e i controlli su tutta l’attività. Per la salute del lago la chiusura della raffineria fu un passaggio positivo.
Chi, allora, andava a fare il bagno sulla sponda di Parè, Moregallo, Onno, (pochi disperati) usciva dall’acqua con i piedi sporchi di catrame che si depositava in piccoli frammenti sul fondo dopo aver galleggiato a lungo nell’acqua. Quel tratto di sponda era infatti poco frequentato dai bagnanti sia per l’odore acre delle esalazioni della raffineria sia per la presenza dei depositi di sostanze catramose nell’acqua e sul fondo.
L’area della raffineria fu poi occupata da una cava di inerti denominata appunto “cava di Moregallo”, materiale particolare, usato per sottofondi stradali e per strade bianche; ma questa è un’altra storia che dura ancora oggi.
Della raffineria ILSEA non è rimasta traccia sul terreno. Della cava rimangono ancora le ferite sul versante della montagna che la natura e gli uomini, nonostante gli sforzi, fanno fatica a rimarginare.


Giorgio Buizza
 

sabato 9 marzo 2019

RAFFRONTI FRA POTATURE di Giorgio Buizza



Il 30 dicembre 2017, circa un anno fa, è stata eseguita la potatura del platano di Verderio.
Insieme al platano della Villa Sommi Picenardi a Olgiate, è uno dei platani più prestigiosi della Provincia di Lecco, con oltre 32 metri di altezza e circa 30 metri di diametro di chioma; circonferenza del fusto 565 cm. Differenza non da poco: il platano di Olgiate è di proprietà privata, quello di Verderio è sulla strada pubblica, è di proprietà comunale ed è visibile da tutti in ogni momento.
L’albero è ubicato al centro di una rotonda attorno alla quale transitano migliaia di auto e autocarri ogni giorno; non è quindi un luogo sperduto tra campi e boschi.
Al termine della potatura l’albero appariva come nella immagine n° 2 cioè con la chioma molto simile alla condizione iniziale (Immagine n° 1), senza drastiche riduzioni di dimensione, senza aver effettuato tagli di grandi dimensioni, sempre deleteri e pericolosi per la salute dell’albero.



1 - Prima della potatura (da E)



2 - Dopo la potatura (da W)

Ad un osservatore poco attento l’albero sembra uguale a prima; sono invece stati asportati numerosi rami secchi, anche di grosse dimensioni, incombenti sulla strada e sono stati eliminati alcuni rami interni valutati in soprannumero o malamente indirizzati, o ricadenti nelle parti basse della chioma fino ad interferire con il passaggio dei veicoli.

























3a e 3b Tree climber al lavoro

La potatura, finalizzata a garantire la sicurezza del transito e la buona conservazione dell’albero, ha impegnato 4 operatori climber per una intera giornata con l’ausilio di una piattaforma aerea. Sono stati asportati circa 10 q.li di materiale legnoso, verde e secco.




















































4-5-6-7 Tree climber alla ricerca dei rami da tagliare
 
Secondo un pensiero fortemente radicato e diffuso, derivante dal tempo in cui la potatura era una delle poche possibilità di ricuperare legna per scaldare la casa, molti sono convinti che la potatura sia un modo per rinforzare l’albero.
Non è vero.
Precisiamo che stiamo trattando di alberi ornamentali, non di alberi da frutto. Per questi ultimi la potatura serve a selezionare i frutti per averne meno ma di migliore qualità e dimensioni. Le piante da frutto, infatti, dopo trenta anni di produzione, sono considerati vecchi e vengono sostituiti.
Nonostante gli sforzi dei tecnici più competenti e avveduti e delle imprese più serie e preparate, permane la tendenza a privare le piante di tutte le ramificazioni terminali, con i rami segati in posizione più o meno mediana, grande quantità di legname da smaltire o da bruciare, apertura di grandi ferite che devono essere poi rimarginate, privazione di tutte le gemme già formate nella stagione precedente e eliminazione di buona parte delle riserve accumulate, invito ai parassiti ad entrare e a fare danni irreparabili.
Tutto ciò per l’albero non è una condizione favorevole né utile, ma fonte di stress perché si devono utilizzare molte energie per rifare tutto da capo in tempi brevi, quando a primavera i germogli dovrebbero essere pronti a germogliare e invece devono essere rielaborati da capo.
Le prime foglie di un albero potato in modo eccessivo e scorretto compaiono alcune settimane più tardi rispetto al normale ciclo vitale, perciò l’albero è costretto a svolgere un lavoro stressante e ritardato quando potrebbe invece iniziare da subito l’azione di cattura della C02 e l’azione fotosintetica con l’effetto collaterale di rilasciare ossigeno.
Le due cose non sono di secondaria importanza perché oltre agli alberi non ci sono altre entità al mondo in grado di svolgere queste funzioni e, viste le condizioni ambientali dei tempi nostri, l’attività degli alberi dovrebbe essere potenziata anziché castrata da potature inutili o eccessive.

Nella foto n° 2 si vede il platano, a potatura conclusa, la sera del 29.12.2017; la giornata si è chiusa con uno spettacolare tramonto che ha consentito di apprezzare, oltre le forme, anche i colori (ma questo è solo un dettaglio). Pochi sono in grado di riconoscere che l’albero è stato potato, anzi, potato correttamente. Qualcuno si sarà certamente lamentato perché la potatura non viene ben percepita.

Si viene poi colti da un senso di tristezza nel vedere eseguire le potature di alberi belli, vigorosi, sani con le modalità che predispongono l’albero a formare situazioni di criticità future, ad ammalarsi, ad accogliere parassiti di varia natura e a restare senza foglie per le prime settimane della prossima stagione.
Siamo tutti immersi in aria inquinata, subiamo limitazioni alla circolazione, al riscaldamento, ecc. ma, nonostante tutto questo, ci permettiamo di sprecare foglie, germogli, parti di chiome degli alberi che avrebbero la possibilità di riequilibrare, almeno in parte, le emissioni nocive soprattutto di CO2 ma anche di catturare le polveri sottili, il pulviscolo di varia natura, e di ridurre le ondate di calore estivo con ombra e frescura all’interno delle zone edificate.
Nelle due foto seguenti sono rappresentati due esempi di potature fatte senza criterio e con poco rispetto per la fisiologia dell’albero







8-9 Platani privati della parte più periferica e più importante della chioma

I raffronti possono continuare anche con altre specie presenti e frequenti nelle nostre strade urbane. Nelle due foto seguenti si vede un ippocastano, di proprietà privata, lasciato allo sviluppo spontaneo e quasi “dimenticato” ripreso in inverno e in estate. Si può dire sia più largo che alto, tanto la chioma si è distribuita spazialmente, regolata dalle leggi della natura, dal patrimonio genetico della specie e dalle condizioni ambientali specifiche di quel luogo. I giardinieri non ci mettono mani e motosega da decenni e questo è, per lui e per tutti noi, una fortuna.
 



10-11 Portamento naturale di ippocastano cresciuto in assenza di interventi correttivi

Questo albero ha subìto le medesime sollecitazioni di vento e bufera degli altri alberi della città, ma non ha fatto una piega, non si è spezzato un ramo, alla faccia di chi consiglierebbe una drastica potatura per (presunte) ragioni di sicurezza.
Pur essendo confinato in uno spazio piuttosto modesto, ma sufficiente per le sue esigenze, ha prodotto un apparato radicale talmente ampio da potersi mantenere in piedi nonostante il vento e da poterlo alimentare per la produzione dei numerosissimi fiori primaverili e di tutto il fogliame di cui si riveste nella stagione estiva.
L’amministrazione pubblica, invece, pensa di gestire il patrimonio arboricolo riducendo periodicamente le chiome come mostrano le immagini seguenti; i posteri accerteranno che gli alberi sono diventati insicuri e pericolosi per la pubblica incolumità ed avranno fondati motivi per abbatterli.




12-13 Potatura drastica e dannosa su ippocastani




A questo punto sorge spontanea la domanda: si possono fare potature decenti che garantiscano la sicurezza e non penalizzino la salute dell’albero?
Dopo aver descritto il platano di Verderio indichiamo un altro bell’esempio, sempre in ambito urbano, per un albero secolare di olmo.
L’albero, attorno al quale sono state eseguite opere per la riorganizzazione del parcheggio pubblico, è stato assoggettato a potatura che ha comportato il sacrificio di qualche ramo debole, di qualche ramo cariato, o in soprannumero, ma ha conservato la gran parte dei rami, degli apici e delle gemme. A primavera potrà riprendere a vegetare immediatamente e ci farà compagnia per molti anni ancora.


14  Razionale potatura su un albero centenario di olmo
Lecco, 10 febbraio 2019                Giorgio Buizza – dottore agronomo



lunedì 19 novembre 2018

"LA SALETTE" SCOMPARSA. UN INTERVENTO DEL DOTT. GIORGIO BUIZZA, AGRONOMO

Il 15 settembre scorso, aggiornando il blog, avevo segnalato ed espresso il mio rammarico per la scomparsa alla vista dei passanti della cascina "La Salette". Sull'argomento ho ricevuto l'articolo che ora vi presento dal dott. Giorgio Buizza, agronomo e, per dirla tutta, anche mio cognato.
Spero che anche altri, in sintonia o no con noi, intervengano. Tutti i contributi verrano pubblicati, purché siano corredati da firme riconoscibili(almeno nome e cognome)e non contengano insulti. 
Buona lettura.  M.B.



La lettura dell’appello di Marco Bartesaghi per ottenere il ripristino della visuale su “la Salette” è stimolante ed offre lo spunto per sviluppare alcune considerazioni sulla cultura e sulla tutela del paesaggio, oggetto ancora non del tutto identificato e per alcuni ancora evanescente, ma che i Padri Costituenti e lungimiranti hanno pensato bene di inserire nella nostra Costituzione.
La cascina Salette è un esempio di “paesaggio agrario” che dovrebbe avere la stessa dignità del paesaggio urbano, del paesaggio montano e del paesaggio costiero.
Dentro una situazione evolutasi nel corso dei secoli per effetto delle caratteristiche naturali e con l’apporto di numerose generazioni di operatoori, può capitare che l’inserimento di elementi nuovi costituisca una deturpazione del paesaggio preesistente: esempi eclatanti e purtroppo frequenti sono il complesso residenziale costruito sulla costa del mare, dentro uno scenario naturale e altamente suggestivo, oppure l’apertura di un fronte di cava che sventra una montagna e ne cambia completamente i connotati, o la torre del ripetitore che svetta sulla cresta di una montagna, una batteria di pale eoliche….. Sono casi clamorosi che danno origine a proteste spesso inascoltate e che fortunatamente sono sempre meno frequenti.
Ci sono però anche elementi molto meno dirompenti che, per effetto della loro frequenza e ripetitività, contribuiscono a deturpare e a mortificare il paesaggio che per centinaia di anni è rimasto intonso fino a caratterizzare un sito e il suo contorno.
Una siepe ed una recinzione metallica possono essere elementi di alterazione di un paesaggio alla stregua di una nuova strada o di un nuovo viadotto, non in quanto elementi distruttivi quanto elementi di nascondimento di oggetti o di una visuale, di cui la collettività ha potuto finora godere.
La storia e la cultura della nostra agricoltura non ha mai previsto la recinzione metallica attorno al podere; nessun vecchio agricoltore ha mai pensato di recintarsi l’azienda agricola; i confini erano costituiti dai fossi, dalle strade campestri, dai filari di alberi: questi oggetti erano sufficienti a delimitare le proprietà senza bisogno di aggiungere oggetti artificiali, reti, paletti, cancellate.


Foto di Gabriele Aldeghi

Il restauro edilizio della Cascina Salette, ben progettato e ben eseguito, ha restituito un edificio in disuso alla piena e aggiornata utilizzazione: non più stalle inattive, fienili, magazzini, abitazioni poco igieniche, ma appartamenti civili, confortevoli, dotati di tutti la moderna tecnologia.
I campi attorno alla cascina, aree squisitamente agricole, appezzamenti coltivati, non hanno cambiato destinazione: hanno mantenuto i caratteri dell’attività agricola e del paesaggio agrario, proprio quello che ha motivato un certo tipo di intervento sull’edificio.
Perché dunque nascondere tutto e recintare? Come si è potuto autorizzare un intervento tanto dirompente e alterante? Quali sono stati i parametri utilizzati dalla commissione di esperti del paesaggio che hanno dato l’assenso a tale modificazione?
La rete metallica al perimetro della proprietà non fa parte della cultura agricola né del suo paesaggio, ma serve a poco anche per tenere lontani gli eventuali ladri. I vecchi agricoltori recintavano, per necessità di protezione, lo spazio dedicato all’orto, per salvaguardare oltre che la verdura e la frutta i polli razzolanti e gli animali dell’allevamento famigliare.  Questo spazio era di solito localizzato nelle immediate vicinanze della cascina, di facile controllo nei confronti di possibili intrusioni dei ladri di polli o della volpe.
Non aveva senso fare una recinzione lontana 100 metri perché, a quella distanza dalla cascina, qualunque accesso estraneo era tollerato e non destava preoccupazioni, salvo giungere in prossimità della cascina dove l’intruso avrebbe potuto essere riconosciuto e fermato.
La siepe di conifere esotiche realizzata a ridosso della recinzione, con alberi di alto fusto (Cupressocyparis leylandii) è, in termini di paesaggio, un intervento di forte impatto negativo e, per di più, contrario alle norme: secondo il codice della strada gli alberi d’alto fusto possono essere piantati ad una distanza dal ciglio stradale pari almeno all’altezza dell’albero a maturità.
Oltre a ciò che si può visionare direttamente sul posto, non conoscendo la documentazione di progetto, non si possono fare considerazioni fondate e cogenti, ma semplici supposizioni.
Si può dunque immaginare che le attenzioni paesaggistiche delle commissioni varie e della Soprintendenza siano andate a verificare volumi, aperture, pendenze del tetto, sagome dei camini, colori delle facciate, disegno dei serramenti, rispetto materico, ecc. fino al minimo dettaglio per quanto riguarda l’edificio, ma non abbiano neppure considerato che piantare una siepe e una recinzione lungo la strada pubblica avrebbe voluto dire nascondere alla collettività il risultato (interessante) del restauro dell’edificio
.

Foto di Gabriele Aldeghi
La siepe di cupressacee è destinata a crescere molti metri; tenerla a bada per contenerla ad una altezza accettabile sarà sicuramente costosissimo; dopo qualche iniziale impegno si rinuncerà a tenere la siepe entro l’altezza giusta, quella che consenta di delimitare la proprietà lasciando però in vista La Salette, inserita nel suo contesto agricolo, perciò la siepe diventerà un ostacolo e una barriera visuale.
Il piacevole edificio dall’architettura particolare ed esclusiva, interessante sotto l’aspetto storico ed architettonico, sarà tolto alla vista di coloro che transitano sulla strada da e per Verderio. La collettività perderà la memoria di un elemento paesaggistico unico e irripetibile.
Se questo è il risultato dello sforzo e dell’impegno dei numerosi tecnici che hanno visionato il progetto di restauro per autorizzarne l’attuazione, si può dire che l’esito non soddisfa, significa che il tempo trascorso ad esaminare pratiche e progetti, o il tempo dedicato alle carte, alle relazioni, alle autorizzazioni e ai timbri non è impiegato nel migliore dei modi. Significa che le norme vanno interpretate ed applicate in modo coerente e con il supporto di conoscenza e di riferimenti culturali non facilmente reperibili sul mercato.
E’ anche con i dettagli che un progetto si qualifica. La installazione di una siepe formata da alberi d’alto fusto, appartenenti a specie esotiche, destinata a formare una barriera impenetrabile, non certo ai ladri o ai malintenzionati, ma allo sguardo del passante e del turista e di coloro che amano il bello e godono anche di un semplice sguardo su una proprietà altrui, è in evidente contraddizione con le norme di tutela del paesaggio e con la finalità di riqualificazione che ha dato forma e sostanza al progetto edilizio.
Come si diceva, forse il dettaglio della siepe con recinzione non è neppure stata oggetto di valutazione paesaggistica; nessuno ci ha pensato. Se così fosse, prendendo visione del risultato concreto, potrebbero esserci oggi motivi per imporre alla proprietà la modifica di quanto è stato installato, riconducendo tutto ad una dimensione accettabile. Non si tratta di spostare la siepe di conifere esotiche alla distanza prevista dal codice della strada, ma di ripensare alla scelta della siepe utilizzando specie locali di dimensioni idonee a lasciare libera la visuale sulla Cascina e sul territorio circostante
Il paesaggio attorno alla Salette, secondo la Costituzione, non è di proprietà dei soli residenti che possono godere della loro privacy e della loro nicchia privata. Il paesaggio è un bene collettivo cioè di tutti; tutti i passanti hanno il diritto di essere suggestionati da una visione inaspettata, da una cascina decorata a righe orizzontali, da una struttura modernizzata, ma storicamente correlata al territorio che la circonda.
 

14 ottobre 2018
 

Giorgio Buizza


sabato 16 settembre 2017

IL PLATANO MONUMENTALE DI VERDERIO di Giorgio Buizza


IL PLATANO

Il platano è una specie arborea molto comune e molto diffusa in Lombardia e nella pianura padana, ma ha una grande adattabilità ai suoli e ai climi ed è quindi diffuso a tutte le latitudini.
Questa specie è stata utilizzata, per la sua rapida crescita, per la sua adattabilità, per la sua forma tendenzialmente globosa, sia per delimitare le proprietà rurali e gli appezzamenti, ma è stata impiegata in passato anche lungo le principali strade nazionali per produrre ombra a beneficio dei viandanti (almeno fino a quando è stato possibile piantare alberi lungo le strade). Le strade si sono poi dovute allargare per l’aumento del traffico e in sostituzione dei filari di platani sono state dislocate un’infinità di tabelloni pubblicitari e sono stese corsie di asfalto, lasciando le strade in pieno sole.


Platano nei pressi di Cascina Bergamina, Verderio

I contadini della pianura, fino al secolo scorso, utilizzavano il platano per delimitare gli appezzamenti e per produrre legname a ciclo breve, 3 – 4 anni, ceduando periodicamente le ceppaie, adattando la coltivazione alla disponibilità dell’attrezzatura che era solitamente una roncola o un mannarino, attrezzi che funzionavano a “braccia”.
I grandi alberi non erano ben visti dai contadini perché producevano troppa ombra sulle coltivazioni che davano alla fine, per colpa degli alberi, produzioni inferiori. Erano invece piantati dai proprietari della terra che ne curavano lo sviluppo per ottenere, con il legname prodotto nel ciclo lungo, una integrazione al reddito e una biomassa utile per il riscaldamento delle case padronali.
Il film “l’albero degli zoccoli” racconta la vita difficile di un contadino liquidato brutalmente dal padrone per aver tagliato un albero per soddisfare un esigenza primaria in un contesto di estrema povertà, cioè fare gli zoccoli per i suoi bambini.
Il platano ha buona confidenza con l’acqua, tanto che il suo rapido sviluppo è legato alla presenza di una falda superficiale, di un fosso, di un fiume. Cresce bene anche sulle sponde dei laghi dove costituisce spesso un carattere distintivo del paesaggio.
Le radici non devono stare sommerse, ma devono potere trovare terreno fresco e umido a pochi metri di profondità. In queste condizioni il platano ha un rapido accrescimento sia in altezza che in diametro del fusto.


COME RICONOSCERE UM PLATANO

Il carattere più evidente è la squamatura della corteccia che si sfalda, con l’invecchiamento, formando placche di cellule corticali morte che poco alla volta si staccano dal fusto principale.
Il fusto del platano, in condizioni normali e di buona vigoria, presenta macchie brune (le parti prossime al distacco), macchie verdastre e grigie (le parti che stanno invecchiando e che si staccheranno dopo alcuni mesi) macchie giallastre o molto chiare formate dalla corteccia nuova, appena scoperta per il distacco delle placche più vecchie. Il tutto forma un disegno molto simile alla tuta mimetica.
 

Un altro albero della Cascina Bergamina, Verderio



Guardando più in alto, il carattere distintivo del platano è rappresentato dai fiori e dai frutti che si trovano quasi sempre nelle parti terminali dei rametti. Quello che si nota di più sono le infruttescenze (insieme di frutti) a forma di pallina di 3-3,5 cm di diametro, rugose, verdastre se acerbe, poi marroni a maturità, che rimangono sull’albero per tutto l’inverno, anche dopo la caduta delle foglie, sfaldandosi poi e liberando i singoli acheni (frutti) quando si forma la nuova vegetazione in primavera.
I fiori sono unisessuali; quelli femminili sono piccole palline picciolate di colore rossastro che accolgono il polline proveniente dai fiori maschili sovrastanti, che sono piccole infiorescenze di colore giallo.
 




Il platano si riconosce poi dalle foglie, palmato-lobate a 3 5 lobi, con inserzione alterna sul rametto, decidue, mediamente coriacee, che raggiungono dimensioni di 25 cm.
I botanici hanno individuato due specie originarie: il platanus orientalis originario del medio oriente e dell’Asia; il platanus occidentalis originario del nord America. Le due specie sono molto simili e molto vicine geneticamente perciò con la vicinanza in vivaio e col passare del tempo si sono incrociate tra loro.
Con molta probabilità i platani presenti nei nostri giardini e tutte le attuali produzioni vivaistiche sono tutti ibridi che vengono denominati platanus acerifolia o platanus hispanica.


 IL PLATANO MONUMENTALE DI VERDERIO

Il platano della Rotonda di Verderio è tra i pochi platani monumentali contenuti nell’elenco degli Alberi monumentali della Provincia di Lecco; tra questi è l’unico radicato in uno spazio aperto, pubblico, sempre accessibile. Tutti gli altri platani (elencati nella nota in calce) fanno parte del patrimonio arboreo di Ville private o visitabili solo occasionalmente.




I parametri dimensionali del Platano di Verderio, misurati nel 2016, sono:

  • Altezza m 34,50.
  • Circonferenza del fusto (misurato a 1,30 da terra) cm 550 pari a un diametro di cm 175.
  • Diametro medio della proiezione della chioma 30 m circa.
Le origini del platano di Verderio, al momento, non sono note: non si sa quando è stato piantato né da chi, perché in quella posizione, come è stato allevato. Si deduce che, nonostante sia stato esposto ai molti rischi derivanti dalla sua posizione sul bordo di una strada, non ha mai subito gravi incidenti o gravi manomissioni. Probabilmente in gioventù ha subìto alcune potature, anche di una certa entità, ma la sua buona salute e la buona disponibilità idrica gli hanno consentito di rimediare alle ferite causate dai tagli e riprendere a vegetare vigorosamente mantenendo una sagoma quasi naturale evitando il formarsi di cavità e marciumi del legno.





Prima che, per sveltire la circolazione dei veicoli, fosse realizzata la rotonda (a cura della Provincia di Lecco – 2004) l’incrocio tra via S. Ambrogio, via per Paderno e via dei Prati era regolato da un semaforo.

 
L'assetto stradale prima della costruzione della rotonda


Il Platano era sul lato destro della strada proveniente da Paderno, molto vicino al limite della strada e al semaforo. In Largo della Battaglia c’erano alcune zone asfaltate, ma gli spazi di parcheggio erano relativamente ristretti mentre erano prevalenti le superfici a prato.
 




Sotto la chioma del platano era posizionata la stele in granito, sormontata dalla croce, a ricordo della Battaglia di Verderio avvenuta il 28.04.1799 che vide contrapposte l'armata austriaca, comandata dal generale barone Vukassovich, e l'armata francese, alla cui testa trovavasi il generale Sérrurier. 




 
Il platano al centro della rotonda e la stele della Battaglia di Verderio sulla sinistra

 
Una seconda lapide, più recente, anch’essa murata in Largo della Battaglia ricorda la deportazione da Verderio ad Auschwitz dei componenti della Famiglia Milla, uccisi - perché ebrei - l’11.12.1943.

Il Platano era sicuramente presente alla deportazione dei Milla; non si sa se fosse già presente anche alla battaglia di Verderio: probabilmente no.
 

Per verificarne con maggiore precisione l’età bisognerebbe praticate un piccolo forellino di 2/3 mm per una lunghezza pari almeno al raggio cioè di almeno 85 cm.  Anziché effettuare una indagine invasiva, con qualche rischio di infezione, è preferire continuare a fantasticare sulla sua età e sulle sue origini.
 

Nonostante le numerose ricerche d’archivio, non si hanno immagini del platano giovane o giovanissimo: si possono quindi fare solo delle supposizioni in base alle sue dimensioni. 

E’ certo che dal 1996 al 2016 la circonferenza del fusto è aumentata di 42 cm corrispondenti a un incremento medio di diametro di circa cm 0,67 all’anno. Sembra nulla ma, tradotto in peso, l’incremento annuale distribuito su tronco e rami, corrisponde a qualche quintale di legna che ogni anno si accumula sottraendo grandi quantità di CO2 dalla nostra aria inquinata; con il progressivo sviluppo si incrementa anche la monumentalità del soggetto.
Considerate le dimensioni e con qualche larga approssimazione si può datare la nascita del Platano all’inizio del 900. Potrebbe dunque avere 120 -130 anni.
 

Trattandosi di un albero tra i più comuni e consueti del territorio lombardo nessuno ha pensato di annotare e documentare la sua presenza; ora, viste le dimensioni raggiunte e la sua ubicazione, il platano è diventato un’attrattiva e un punto di riferimento nel paesaggio della Brianza ed anche un richiamo di grande interesse botanico, paesaggistico e culturale.
 

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domenica 2 aprile 2017

GRANDE È LA TERRA, POCHI I GIARDINIERI di Giorgio Buizza

Questo articolo, che Giorgio Buizza mi ha gentilmente permesso di postare sul blog, è stato pubblicato nell'ultimo numero della rivista del parco di Monza: il Parco, la Villa, quaderno n. 8, giugno 2016.
L'autore ha già collaborato con il blog in diverse occasioni. Potete trovare i suoi interventi sotto l'etichetta che porta il suo nome.
Concludo questa brevissima presentazione facendo notare  che nel presente articolo, dovendo con una fotografia fare un esempio di "albero grande e bello", Buizza ha scelto il platano di Verderio. M.B.





GRANDE È LA TERRA, POCHI I GIARDINIERI di Giorgio Buizza 

Le immagini della scuola giardinaggio di Versailles sono tratte da: Traité de la Culture
Fruitière – Masson et C.ie Editeurs - Paris 1900 Troisième édition
PREMESSA
 

Secondo il grande progetto della Creazione (Genesi 2, 15-16) siamo stati posti dentro il Giardino di Eden per esserne custodi e per vivere felici. Ciascuno è chiamato a dare il proprio apporto di custodia del giardino e a rispettare ciò che ha attorno, usarne con giudizio, trarne benefici e soddisfazioni, coltivarlo per ricavarne buoni frutti. Nella lingua persiana arcaica giardino e paradiso erano la stessa cosa. Sappiamo che non è andata così, che il nostro mondo attuale è ben diverso dal Giardino prefigurato dalla Bibbia. Abbiamo però il compito, oltre che di coltivare il nostro mondo, ciascuno per la parte che gli compete, di giocare il nostro modesto ruolo di giardinieri disponendo piante e fiori sul terrazzo, coltivando il nostro piccolo spazio verde privato con alberi e cespugli, oppure, per chi lo fa di professione, di occuparsi anche del verde comune e di custodire una parte della creazione che porta in sé, in forme più evidenti, i caratteri della naturalità e che meglio può prefigurare il Paradiso.


IL GIARDINIERE: UNA FIGURA COMPLESSA E ORMAI PIUTTOSTO RARA

Nel linguaggio corrente il giardiniere è quella persona, solitamente maschio, con le mani callose, con residui di terra sotto le scarpe e sui pantaloni, quasi sempre col cappello, abbronzato, poco espansivo, anzi piuttosto burbero, con le sue idee precise che difficilmente è disposto a confrontare o a modificare perché le ritiene frutto di una lunga esperienza che garantisce da sola il buon risultato della prestazione.
Secondo un profilo tradizionale il giardiniere è l’uomo di fiducia, il custode della casa, il tutto-fare che bada sì ai fiori, alle aiuole, al taglio dell’erba, alla potatura della siepe e dei cespugli, alla raccolta delle foglie, alla gestione dell’orto, ma al quale si affida anche la vigilanza della casa, la riparazione del muretto, la pulizia dei canali di gronda, lo spurgo dei pozzetti, la sistemazione della staccionata, il campo da tennis, la sistemazione degli impianti, gli interventi in casi di emergenza.
In verità sono pochi coloro che, disponendo di una grande proprietà, possono assumere un dipendente che svolga tutte le mansioni sopra elencate. L’uomo di fiducia, dove esiste, svolge oggi un compito di custodia e sorveglianza, confinato in guardiola o in portineria, senza calli sulle mani, con un abbigliamento civile, ordinato, pulito, in grado di maneggiare i meccanismi complessi della gestione impiantistica: citofoni, videosorveglianza, distribuzione della posta, rapporti coi fornitori.



Possiamo tentare di definire un profilo più aggiornato di giardiniere.
Anche per i piccoli giardini condominiali, la cura del verde è oggi generalmente affidata ad una impresa, più o meno specializzata, che può cambiare ogni pochi anni, che segue un mansionario o un capitolato d’appalto (quando c’è) che spesso si limita a stabilire il numero degli sfalci annuali e il numero di passaggi per la raccolta delle foglie. Quando va bene è responsabile anche dell’annaffiatura del giardino attraverso un impianto automatizzato da programmare ad inizio stagione e da controllare periodicamente o su chiamata.
Si potrebbe pensare che in mancanza di giardinieri tradizionali singoli e rustici, ci si possa avvalere dei giardinieri organizzati, cioè di imprese specializzate nella costruzione e manutenzione dei giardini. Purtroppo non è così.
Chi si è trovato a lavorare con le imprese deve riconoscere che, salvo rare eccezioni, la squadra operativa fa capo ad un (forse) giardiniere attorno a cui si muovono altri operatori che svolgono mansioni ripetitive e di bassa professionalità (uno sul tosaerba, uno col decespugliatore, due con gli attrezzi manuali). Durante l’inverno si abbandonano i rasaerba e i decespugliatori sostituiti dalla motosega e dal tagliasiepi per effettuare le potature. Chi usava gli attrezzi manuali in estate continua ad utilizzarli per raccogliere foglie cadute, per alimentare  la cippatrice, per caricare ramaglie.
Non è infrequente che la squadra di giardinieri sia guidata da un ex operaio metalmeccanico, rimasto disoccupato, o da un giovane neo diplomato che non avendo trovato altro sbocco, ha fatto un modesto investimento in attrezzature e, con tanta buona volontà, si è buttato sul mercato alla ricerca di un suo piccolo spazio, con tanta fatica e con magre soddisfazioni dovendo competere con altri disperati di pari livello.
Anche costoro rientrano nella categoria dei giardinieri.
Mentre altre categorie puntano e competono sulla qualità del proprio prodotto o della propria prestazione, nel settore del giardinaggio ci si accontenta del lavoro rutinario, generico, minimale, dequalificato: si sa che solitamente il committente non ha le competenze per valutare la qualità di un lavoro o di una prestazione, non va a verificare se il decespugliatore ha provocato danni agli alberi, se la potatura è fatta nel rispetto della salute dell’albero. In fondo son capaci tutti di piantare un albero: basta fare un buco metterci la zolla e richiudere; per potare un albero bastano una scala e un segaccio; per seminare un tappeto erboso basta comperare un sacchetto di buon seme al supermercato.
Sulla figura del giardiniere scontiamo un deficit culturale che comprende tutto il problema della gestione degli spazi verdi che, a partire dagli enti  pubblici, sono sempre messi in coda, godono di modesti o scarsi finanziamenti, non richiedono professionalità specifiche, ci si arrangia con quello che c’è alla ricerca del massimo ribasso.


Un giardiniere comunale davanti al suo
Municipio (…in Francia).

Anche se il territorio lombardo è caratterizzato dalle Ville di delizia con ampi parchi di antica formazione e con giardini ricchi di grandi alberi, testimoni della buona gestione del passato, il mestiere del giardiniere è andato progressivamente perdendo smalto col passare delle generazioni.
Nella maggior parte dei comuni piccoli e medi il servizio giardini va a rimorchio dell’ufficio strade o della manutenzione dei fabbricati; il responsabile dell’ufficio giardini è spesso un geometra o un ingegnere con scarse conoscenze di biologia, di arboricoltura, di vivaismo, di allevamento vegetale. Nessuno però si preoccupa di metterlo in condizioni di acquisire queste competenze mediante corsi, convegni, approfondimenti, incentivi; si preferisce mantenere un basso profilo del servizio e, alla lunga, lasciare andare alla malora il poco verde urbano rimasto. Alla fine i risultati si vedono e spesso si fa ricorso ai volontari e alle loro associazioni che dimostrano una encomiabile buona volontà a cui spesso non corrisponde una adeguata capacità e competenza.


GIARDINIERE: UNA PROFESSIONE DAI CONTORNI INDEFINITI

Quando parliamo di giardinieri possiamo avere in mente figure quali L. Villoresi al Parco di Monza, A. Le Notre a Versailles, J. Graefer a Caserta, persone che per le loro qualità e per i risultati acquisiti sono rimasti nella storia.
Usiamo lo stesso termine per figure più quotidiane quali gli addetti alla manutenzione del verde che tagliano l’erba nel giardino condominiale o nella rotonda spartitraffico del Comune.
Il rischio della confusione è evidente ma, anche volendo, non è facile mettere ordine.
Nelle pagine che seguono, non trovando altro modo per distinguere le due figure, userò il termine con la iniziale maiuscola (Giardiniere) per indicare colui che il suo mestiere lo sa fare bene perché dotato di competenze, esperienze, dinamismo, capacità di aggiornamento, e userò il termine con la iniziale minuscola (giardiniere) per indicare l’operaio che pur maneggiando con competenza gli attrezzi del mestiere non ha maturato esperienze adeguate, tratta le piante come il capomastro tratta i mattoni, non ha avuto un maestro, non ha l’umiltà di riconoscere che c’è ancora molto da imparare.
I nostri vecchi Giardinieri, alle dipendenze di famiglie facoltose o di enti pubblici, erano molto probabilmente figli d’arte; si tramandavano il mestiere di generazione in generazione, e acquisivano capacità e competenze sul campo, sotto la guida di capi anziani esperti; pochi di loro potevano vantare titoli di studio quali diplomi e lauree, ma le capacità e la maturità professionale erano acquisite poco alla volta attraverso l’esercizio, l’emulazione e il maturare dell’esperienza.
Pare che questa categoria si sia estinta o stia per estinguersi lasciando nulla in eredità  alle nuove generazioni. Ci saranno dunque sul mercato tanti giardinieri e sempre meno Giardinieri.
Anche nel giardinaggio la qualità richiede specializzazione. Il problema sta proprio nel conciliare una visione globale e complessiva delle dinamiche legate al mondo vegetale e al giardino con i necessari approfondimenti specialistici.
Il giardiniere è solo un esecutore che realizza idee e progetti pensati da altri; il Giardiniere, date le sue competenze in materia di vegetazione, è in grado di ideare nuove soluzioni e di dar vita a nuovi progetti e nuovi paesaggi. Il giardiniere usa essenzialmente il trattorino e la motosega; il Giardiniere usa spesso le forbici, ma utilizza anche tecnologie sofisticate, usa il PC, è in grado di eseguire una endoterapia o un trattamento antiparassitario efficace e rispettoso dell’ambiente.



Una volta si adattava l’altezza dell’albero
alle attrezzature disponibili.
Oggi per conservare gli alberi il giardiniere
impiega attrezzature sofisticate e
di grandi dimensioni
Potremmo tentare di definire cosa non è un Giardiniere: non è un architetto, non è un botanico, non è un ingegnere, non è un pedologo/geologo, non è un paesaggista,non è un taglialegna, non è un filosofo né un poeta.  Forse, se dotato di una buona dose di umiltà, è un miscuglio organizzato di tutto ciò al punto che: ama la vita e in particolare quella delle piante e dei fiori, opera per la sopravvivenza delle piante, anche le più scassate e le più acciaccate almeno quando rappresentano un ricordo, un pezzo di storia, una vicenda o un luogo o un avvenimento particolare;  sa usare le mani e non ha timore di immergerle nell’acqua e nella terra perché gli alberi e i cespugli non sono fatti solo di fiori e colori ma sono organismi viventi con le radici nel terreno e con le foglie all’aria che hanno bisogno di luce e di acqua in misura appropriata; conosce profondamente il mondo vegetale e le sue correlazioni con l’ambiente e utilizza queste conoscenze per abbinare la salute delle piante alle condizioni climatiche e al tipo di substrato; ha il gusto del bello, delle forme armoniose, dei piacevoli accostamenti di colore, delle scenografie emozionanti; è in grado di tradurre in schizzi e disegni le sue intuizioni cioè di predisporre un progetto comprensibile dal committente e da chi dovrà poi attuarlo; si orienta con competenza nel ciclo annuale della vegetazione organizzando la successione delle fioriture in modo da garantire alternanze e successioni di colori, di forme, di paesaggi nel corso dell’anno; dispone di una rete di rapporti con i diversi settori del mercato; sceglie oculatamente i fornitori di piante; si avvale degli specialisti nei momenti in cui si presentano problemi particolari o che richiedono attrezzature specifiche; è in grado di distinguere una fornitura di alberi di prima scelta rispetto ad una fornitura di piante di scarto e, in tal caso, è capace di respingerle al fornitore.



Classici attrezzi manuali del giardiniere.



Nella maggior parte dei casi il Giardiniere, pur bravo, non può vantare opere compiute perché un giardino è vivo, incompiuto e in divenire, l’esito dello sviluppo di un albero spesso è riconoscibile in un tempo che va oltre la vita stessa del giardiniere e, quando l’albero è diventato magnifico, nessuno si ricorda più il nome di chi l’ha piantato e curato nei primi anni di vita, presupposto per una maturità gloriosa e affascinante.
I giardinieri, pur bravi quasi mai passano alla storia, ma scivolano nell’oblio, anche perché il progetto del giardino ben difficilmente viene documentato alla pari del progetto dell’edificio, inoltre il giardino subisce una evoluzione e un cambiamento dovuto ai cicli biologici e alle vicende naturali raramente rispettose del solo progetto originario. E’ proprio la capacità di inserirsi con umiltà, competenza e armonia in una storia già iniziata che qualifica il Giardiniere che dà il suo contributo alla causa e alla storia comune aggiungendo frammenti di bellezza al quadro già pensato e iniziato da altri e che altri ancora saranno chiamati a prolungare.




ANCHE I GIARDINIERI HANNO I LORO PROBLEMI 

Il Giardiniere sa che l’albero è fatto di radici, fusto, rami e foglie e si preoccupa, pensando al futuro dell’albero, della quantità di terreno indispensabile per accogliere le radici, dello spazio entro cui i rami potranno svilupparsi, dell’altezza che l’albero sarà in grado di raggiungere nella sua età matura. Spesso è costretto, in base a progetti pensati da altri, a piantare alberi in siti inospitali, con poca terra, con poco spazio, con poche o nulle prospettive di sopravvivenza. Diventa corresponsabile, suo malgrado, di un lavoro malfatto e di uno spreco di risorse.
I manutentori del verde ereditano alberi che sono il risultato di cure eseguite da chi ha operato in precedenza: a volte l’eredità è preziosa, altre volte è il risultato di manipolazioni pesanti e inappropriate (potature drastiche per adeguare l’albero allo spazio disponibile, conoscenze biologiche approssimative, consuetudine del tipo "si è sempre fatto così”, riduzione dello spazio al suolo per allargare la strada o il marciapiede o per installare tubazioni di vario genere).
Un tempo era anche più facile sostituire gli alberi in città; la disponibilità di spazi liberi lo consentiva, la sostituzione era vissuta come un fatto normale; oggi non è più così perché molto spesso, dove per sopraggiunte esigenze si tolgono i vecchi alberi, non ci sono più le condizioni idonee per ripiantarne altri nuovi, perciò un vecchio albero (o un intero filare) tagliato è spesso perso per sempre. A volte il giardiniere viene investito della responsabilità di provvedere al taglio definitivo di un albero malandato e insicuro, e deve quindi compiere l’atto finale di una vicenda a cui non ha preso parte.
Mentre i cittadini più accorti invocano un incremento del verde per ragioni di benessere, salute, paesaggio – i cosiddetti servizi ecosistemici - gli alberi vecchi, anziché suscitare rispetto, attenzione, affezione, evidenziano sempre maggiori criticità.



Un albero grande e bello è frutto
 delle leggi della natura e della capacità
 di generazioni successive di bravi Giardinieri.
[Questo è "il platano" di Verderio NdR]


Un Giardiniere sa riconoscere l’energia residua di un albero anche dalla vitalità con cui rimargina eventuali ferite, dalla forma e dal numero delle gemme, dalla lunghezza e dallo spessore dei rametti, dalla quantità di fiori e dei frutti che produce. Una diagnosi seria, a volte, ha bisogno di un periodo di osservazione di alcune stagioni successive; non sempre il committente è disposto a rinviare la decisione in attesa che la diagnosi sia completa; nel dubbio è solitamente l’albero a farne le spese.
Il Giardiniere ama la vita pertanto la conserva, anche negli alberi, il più a lungo possibile, sia per rispetto di colui (o coloro) che molti anni prima ha deciso di piantare quell’albero, sia per il valore dell’albero in sé, come espressione di una vita sua particolare, diversa da quella degli umani, ma sempre strettamente ad essa correlata, sia perché l’albero – in particolare l’albero vecchio – è in grado di ospitare uccelli, rapaci, roditori e tanti altri ospiti che possono arricchire la biodiversità dell’ambiente urbano. Tutti gli organismi senescenti (animali, umani, vegetali) hanno un ritmo diverso, più lento, più stanco; il vecchio albero – come il vecchio nonno - è in grado di raccontare, con la sua sola presenza, una pezzo di storia di quella città, di quel quartiere, delle persone che lì sono vissute.


Operatori climber eseguono lavori di
potatura su una grande conifera senza
l’impiego di piattaforme aeree


L’evoluzione della strumentazione, come in tutti i campi, è un dato oggettivo: le piattaforme aeree e la motosega sono strumenti che, se impiegati con oculatezza, possono offrire buoni servizi e contribuire a garantire la salute e la longevità degli alberi; se usate in modo inappropriato possono fare disastri. Ne è un esempio la cimatura delle conifere eseguita nella illusione di rendere l’albero più sicuro. In tempi passati, senza piattaforma e senza

Attrezzatura per la cura endoterapica di
un albero.
 
Il giardiniere applica e utilizza sofisticate
attrezzature per la verifica di stabilità
di un albero mediante polling test.
motosega, era molto più difficile fare la cimatura delle conifere perché costava molta fatica e qualche rischio anche per i più bravi; oggi un qualunque operatore con i piedi sulla piattaforma arriva facilmente all’altezza desiderata e, con la motosega, impiega pochi secondi a rovinare irreparabilmente un albero e un paesaggio.

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