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sabato 16 luglio 2011

LUGLIO 1961: UNA CARTOLINA DAL MOUNT MCKINLEY (ALASKA)

Fra le cartoline della collezione di un mio zio, Orlando Simone, alcune riguardano imprese alpinistiche lecchesi e una, in particolare, fu spedita in occasione della conquista del monte McKinley (Alaska) di cui quest'anno e in questi giorni ricorre il cinquantesimo anniversario.




La cartolina, con le firme dei partecipanti alla spedizione, fu inviata al ragionier Mario Ceppi, industriale e, allora, presidente del club calcistico lecchese A.C. Lecco.









Sull'avventura lecchese al McKinley ho trovato il seguente brano alle pagine 85-86  del libro "UN SECOLO DI STORIA 1874 - 1974", pubblicato in occasione del centenario della sezione C.A.I. di Lecco 






" I Ragni avevano celebrato [...] il quindicesimo del gruppo [...] andando a conquistare il Mount McKinley, la montagna più alta del Nord-America con i suoi 6194 metri, lungo il difficilissimo lato sud, dove appariva un'ultima inviolata parete di oltre tremila metri, ricoperta di neve e di ghiaccio.
Il C.A.I. lecchese, con presidente Ferruccio Grassi, organizzava la spedizione nell'estate del 1961, dopo aver superato notevoli difficoltà finanziarie e logistiche. La spedizione "Città di Lecco"prendeva il via nei primi giorni di luglio: Riccardo Cassin, Luigi Alippi, Luigi Airoldi, Giancarlo Canali, Romano Perego ed Annibale Zucchi formavano la comitiva. "Il Giornale di Lecco" scriveva:
"Sono ventimila i chilometri che dividono la nostra città dal campo base che potrà essere raggiunto solo in aereo, non essendovi piste di avvicinamento alla zona. Dopo il viaggio in aereo da Roma a Boston, e dalla città degli Stati Uniti ad Anchorage, si proseguirà in treno fino a Talkeetma. Da Talkeetma in aereo, la comitiva si porterà al campo base fissato sul ghiacciaio Kahiltma. Presterà quest' ultimo servizio di trasbordo un piccolo velivolo condotto da un pilota molto esperto della zona, Don Scheldon. L'equipaggiamento della spedizione è di tipo himalayano"
Riccardo Cassin ha ricordato così la giornata conclusiva della spedizione del C.A.I. Lecchese in terra d'Alaska:
"Malgrado l'esiguo spazio, stanchi per l'incessante logorio delle giornate precedenti, ci addormentiamo profondamente. Ha nevicato quasi tutta la notte, ma al mattino il tempo si è messo al bello e sembra proprio voglia favorirci. Prepariamo il necessario per l'assalto finale . Ognuno sa fin troppo bene che in questa sola giornata dovrà dare tutto se stesso, senza più badare a misurare le forze, non ci sarà posto per l'incertezza e le indecisioni, saremo noi soli e la montagna; il McKinley l'unico pensiero e per tutto il resto ci sarà tempo domani. Noto che nei gesti di qualcuno c'è una certa tensione, i miei compagni, escluso Canali, sono alla prima esperienza in una spedizione così lunga e per di più in una terra lontana.C'è un po' di vento quando partiamo, ma per ora il tempo non ci preoccupa. Siamo divisi in due cordate, una con Annibale, Romano e Luigino, dietro Jach, Gigi ed io. Andiamo su deviando a sinistra per circa un centinaio di metri su rocce coperte di ghiaccio fino all'attacco di un camino che superiamo con una certa difficoltà. L'altitudine è adesso notevole e anche il semplice camminare ci costa molta fatica; prima di superare un ostacolo così impegnativo, ci fermiamo a prendere fiato e ognuno mangia scatolette di frutta sciroppata. In certi tratti la marcia è resa più faticosa dalla eterogeneità della neve che ora è durissima e a stento riusciamo a procedere con i ramponi, e subito dopo la crosta di ghiaccio  si rompe sotto il nostro peso e sprofondiamo anche oltre le ginocchia... La vetta è ormai vicina e la certezza della vittoria fa dimenticare a tutti, per un momento, la stanchezza e il freddo glaciale. Alle 23, dopo diciassette ore di salita, tutti insieme raggiungiamo la vetta del McKinley. Ci abbracciamo commossi prima ancora di esprimere con poche parole confuse la grande gioia di questo momento, poi vedo i compagni tirar fuori dai sacchi le bandierine italiana, americana, alaskana e quella di Lecco, che legate assieme, piantiamo con un chiodo nel ghiaccio a testimonianza del nostro arrivo quassù; Ma i ragazzi mi hanno voluto fare una sorpresa e lasciamo sul McKinley anche un crocifisso e una statuetta di San Nicolò, patrono di Lecco. Prima di scendere tento di scattare qualche fotografia, ma per la visibilità troppo scarsa dubito che possano riuscire. Il freddo adesso è davvero oltre lal limite della sopportazione e non ci fermiamo oltre" Era il 19 luglio 1961"

domenica 13 marzo 2011

DALLA VAL BREGAGLIA A VERDERIO. CHIACCHIERATA CON GERMANO LISIGNOLI di Marco Bartesaghi

Germano Lisignoli abita a Verderio da quando aveva 12 anni, ora ne ha 58, classe 1952. La sua famiglia è originaria della val Bregaglia, quella che si percorre da Chiavenna per raggiungere il Maloia, e precisamente di Dasile, frazione del comune di Piuro situata, insieme a Savogno, a monte della cascata dell'Acquafraggia. Da qui con la sua famiglia è "sceso" a Verderio

" La mia famiglia è "scesa " nel 1965, ma prima di noi, nel 1955, erano "scesi" i nonni materni, Luigi Clara e Assunta Succetti con i tre figli non sposati, un maschio e due femmine che poi hanno messo su famiglia qui. Giuseppina, una delle due figlie, ha sposato un Oggioni de La Salette ed è morta in un incidente stradale, l'8 dicembre del 1978, mentre andava a Messa per la festa della Madonna. Insieme a lei fu investita anche la figlia, che però si salvò"




Tuo nonno che mestiere faceva?
Quando è venuto qui era già pensionato: era del 1901 ed era invalido di guerra. Su faceva l'agricoltore. Qui aveva preso una cascina alla Sernovella ( che è in territorio di Robbiate) e anche qualche pezzo di terra; aveva qualche mucca che allevava insieme a un suo zio, molto avanti d'età, che lo aveva seguito nel trasferimento.
"in queste prime tre foto ci sono i miei nonni materni, Luigi Clara e Assunta Succetti..."


Poi siete scesi voi..
 Sì. Dopo dieci anni mio nonno ha fatto venir qui anche le figlie già sposate: mia mamma, Dina, con mio papà , Giacinto Lisignoli e i 4 figli, e mia zia, con il marito Gino Rogantini e tre figli. Per un po' di mesi abbiamo abitato con i nonni e poi siamo venuti in questa casa, la cascina San Giuseppe, in via dei Maggioli a Verderio Superiore. Per i due generi il nonno aveva trovato un lavoro.
"in centro nonna Assunta. Dietro di lei, a destra, mia mamma Dina e, di fiancoa sinistra, mia zia Cecilia"

Che lavoro?
Muratori.
" mio papà, Giacinto Lisignoli (in centro con la cravatta) in una foto scattata a Dasile"
Come mai tuo nonno da Dasile era finito proprio alla Sernovella?
Quando aveva deciso di venir via, perché con il lavoro della terra non riuscivano più a starci dentro, ne aveva parlato con un signore che lavorava nella banca dove metteva i suoi risparmi; era uno di Lecco che aveva intrallazzi da queste parti  e sapeva che c'era quella casa in vendita e così è andata...

I terreni che coltivava quando era in montagna erano di sua proprietà?
Sì. erano suoi. Tutti lì erano proprietari: c'era la famiglia che aveva poco, la famiglia che aveva tanto , ma tutti erano proprietari.
Non c'erano anche delle cose in comune, ...  dei boschi ...?
No tutto era suddiviso: io ad esempio ho dei terreni a duemila metri di altezza, che poi è solo roccia con dentro due o tre piante.

Per comprare la casa qui tuo nonno ha dovuti vendere le proprietà che aveva?
No. Nel 1935 era andato in Africa per lavorare : allora per poter andare all'estero a lavorare si doveva essere iscritti al partito fascista: quando è scoppiata la guerra gli inglesi, visto che risultava fascista, l'avevano fatto prigioniero e alla fine della guerra gli avevano portato via tutto quello che aveva guadagnato ...

Dov'era stato in Africa?
Mi raccontava, quando ero bambino che aveva girato .....era stato in Etiopia ... si spostava come si spostava la guerra .

No, non quando era prigioniero: quando era lì a lavorare ...
Mi sembra ... o in Etiopia o in Somalia. Più probabilmente in Somalia. Sta di fatto che quando è tornato in Italia, nel '45, finita la guerra, non parlava più e ha girato da un ospedale all'altro. A casa è tornato nel 1948. Probabilmente ha ricevuto qualche indennizzo e degli arretrati di pensione ...Tornato a casa ha fatto un figlio - l'ultimo l'aveva avuto nel 1935, prima di partire per l'Africa - che è nato nel 1949.

Quando lui aveva 48 anni?
Sì. Il bambino però è morto sui 3, 4 anni. Aveva preso il "mal del grop": mi sembra che con questo nome si indicasse la difterite. Come gli è mancato questo figlio ha voluto andarsene e ha fatto di tutto per venir via.

Cosa ti ricordi di quando vivevi a Dasile?
Mi ricordo ancora tutto ... prima di venir via aiutavo in campagna; c'era da tagliare l'erba con la ranza, voltare il fieno, portare il letame nei prati, spargerlo, curare gli animali...


"Questa fotografia di abitanti di Savogno dovrebbe risalire circa al 1885, perchè il bambino a sinistra, zio di mio nonno era del 1880 o '81"
 Quanti abitanti eravate?
Dicono che nel periodo più intenso eravamo 600 abitanti tra Savogno e Dasile

Il comune era quello di Piuro?
Sì.
Dove andavate a scuola?
A Savogno c'erano le elementari. Alle altre scuole a quei tempi non andava nessuno. Dopo la quinta facevamo la sesta, la settima ... ma era sempre la quinta. Solo negli ultimi anni qualcuno "scendeva" per andare a scuola ... ricordo che un mio cugino, di due anni maggiore di me, lo avevano mandato giù per andare a scuola. Io ho fatto due anni la quinta. Quando sono arrivato qui era febbraio, ho finito la quinta e poi ho fatto le medie.

C'erano le "multiclasse"?
C'erano due  o tre classi, non mi ricordo bene.  Le prime due le ho fatte in una casa vicino alla teleferica, poi nel sessanta hanno fatto le aule dove adesso c'è il rifugio
I maestri ? abitavano anche loro in paese?
Sì. Arrivavano a settembre e andavano via a giugno, a parte le vacanze di Natale di Pasqua.

C'era un unico parroco per i due paesi?
Sì, però mio nonno si ricordava che quando lui era giovane c'era il parroco anche a Dasile.
"Nella parte bassa di questa cartolina si vede, in primo piano, Dasile. Nella  parte alta si vede il fondo valle con le case di Borgonuovo di Piuro e il corso del fiume Mera"
 
Fra i due paesi c'era un buon rapporto, o era, tanto per intenderci, come fra Verderio Superiore e Verderio Inferiore?
No, no, non andavano d'accordo: attraversato il ponte sul torrente c'era la frontiera e, per tanta gente che c'è su, questa frontiera c'è ancora adesso. Anche se magari a Piuro abitano insieme, quando sono su ci sono quelli di Dasile e quelli di Savogno. Soprattutto per quelli di Savogno che sono tosti!! Mia madre era di Savogno e mio padre di Dasile: quando andavano a morosa dovevano stare attenti.
"Savogno visto dalla mulatiera che lo congiunge con Dasile"
 Allora i tuoi nonni hanno scelto di venire a Verderio perché così gli sembrava di essere a casa?
E pensare che in linea d'aria ci saranno al massimo 500 metri di distanza. Lavoravano insieme, perché le vigne erano in basso per tutti, salivano dalla stessa strada. Eppure...  E cambia anche il dialetto, non è totalmente diverso, però cambia:.l'accento soprattutto ma anche alcune parole.

Erano tutti agricoltori?
Si. Quasi tutti avevano uva, castagne, che erano uno dei piatti base, patate, ortaggi. Allevavano le vacche e quindi facevano il formaggio,il burro: erano poveri però a nessuno mancava il mangiare, a parte il pane che non sempre c'era.
Negli ultimi anni però quasi tutti gli uomini andavano in Svizzera, dove  facevano i manovali o i muratori. Andavano via la domenica sera e tornavano la sera del sabato.
"due foto di mio papà al lavoro in Svizzera per la costruzione di una diga
 


Che strada facevano?
Scendevano a valle e da lì andavano al  confine

Ma anche salendo, oltre Savogno e Dasile, si può andare in Svizzera, vero? Si faceva contrabbando?
Sì tanti lo facevano:  oltre ad andare in Svizzera a lavorare ogni tanto facevano un viaggetto per comprare il sale, la farina bianca, la farina per la polenta ...

Cioè compravano le cose della vita normale, non da rivendere?
No, portavano fuori le sigarette, le vendevano  e i soldi che guadagnavano li usavano per comprare la farina e le altre cose  necessarie per vivere.
Si correvano dei pericoli o era un'attività tollerata?
E morta anche gente per fare il contrabbando. Perché giravano più che altro d'inverno, con ghiaccio, neve ...e stanchezza. Lo zio di mio cugino Adriano, ad esempio,è morto che  aveva solo vent'anni . C'erano sette o otto uomini quella notte, uno davanti che tagliava il pezzo di ghiaccio col "segurin" per fare il posto dove mettere il piede. Lui era giovane probabilmente il sonno, la stanchezza ... pam   è partito, avrà fatto 500 metri di volo .... Poi è stato un casino, per evitare la denuncia per contrabbando s'è messo di mezzo il prete e così è stato messo tutto a tacere.
Un parente di mia madre, invece, lo hanno preso e da quel momento, tra la paura e lo shock, ha avuto un po' di problemi. Probabilmente quando li portavano dentro  li menavano anche, così lui s'è beccato un mezzo esaurimento nervoso e si faceva delle storie: "mi prendono ... non mi prendono"
Durante la guerra i sentieri dei contrabbandieri non sono stati utilizzati come vie di fuga verso la Svizzera?
Non lo so, non penso. So che ci sono state delle storie fra partigiani e tedeschi, che sono state  ammazzate anche delle persone; hanno bruciato delle stalle perché pensavano che dessero asilo a partigiani ... però come via di fuga non ho mai sentito ...

Che strada si deve fare per arrivare in Svizzera?
Si deve salire fino al lago dell'Acquafraggia, poi si va al passo Turbin e appena di là di questo passo c'è la Svizzera. Se no c'è il sentiero che va a un altro passo, il Passo di Lei.
Quando siete venuti via voi già in tanti avevano lasciato la montagna?
No, la mia è stata una delle prime famiglie, forse la prima, a parte mio nonno. Dopo tre mesi ne sono partite ancora un paio e nel giro di tre anni, fra il 1965 e il 1968 i due paesi si sono svuotati.

Però il legame è rimasto?
Per un po' di tempo no: per due o tre anni nessuno tornava su né il sabato e la domenica, né d'estate. Infatti in quel periodo hanno fatto razzia nelle case, portato via la roba e spaccato tutto,proprio perché non andava più su nessuno ... Entravano nelle case per trovare roba antica, roba vecchia. Anche a me hanno portato via un paio di fucili e l'orologio a pendolo.
Poi?
Poi, un po' alla volta, abbiamo cominciato a ritornare, a partire dal 1970 - '71 I primi anni ogni tanto, più di rado, anche perché nelle case non c'erano le comodità di adesso. Mancava anche la luce, bisognava usare le candele. Poi pian panino tutti si sono un po' attrezzati  e hanno cominciato a ristrutturare.  È stata ripristinata la teleferica e adesso si sta facendo anche la strada.

La strada: pensi possa essere un bene?
Egoisticamente sì, può essere anche un bene perché sto diventando vecchio e non giovane, se voglio arrivarci fino a una certa età .... Per il resto non so fino a che punto sia un bene perché poi la strada si porta dietro tante cose. E tante cose sono già cambiate: prima si potevano ristrutturare solo le case d'abitazione; adesso ormai danno il permesso di tirar fuori una casa da qualsiasi rudere, domani daranno il permesso anche di partir da zero ed edificare. Vedremo
"Mia mamma, io e mia sorella nella cascina dei nonni alla Sernovella"
Com'è stato l'impatto con Verderio? Nessun problema?
Per me è stato un problema.

Perché?
Ero tremendo.
Allora eri tu il problema ...
A scuola avevo 4 in condotta. I primi anni è stato così, rifiutavo tutte le storie: aver vissuto la, con tutti i parenti e trovarmi qui  in un posto con tutta una storia diversa, con le macchine...

E già, le macchine non esistevano nella vita di tutti i giorni. Scendevate spesso a Piuro?
No. Qualche volta a trovare i parenti o una volta al mese per il mercato. La teleferica allora funzionava tutti i giorni e portava il pane fresco. A Savogno c'era un negozio di alimentari. Era su due piani: sotto faceva da bar, osteria, vendeva gli alcolici; sopra gli alimentari.
Quando hai cominciato ad accettare la nuova situazione?
Dopo le scuole medie. Pian piano,frequentando  le compagnie del paese....
Cosa hai fatto dopo le scuole medie?
Ho lavorato per otto anni come tipografo, ma ho dovuto smettere perché il contato con il piombo mi creava problemi. Poi,a 25 anni sono partito per l'India.
Parliamone brevemente, approfondiremo l'argomento in un'altra occasione. Come è nata l'idea di partire?
In quel periodo conoscevo i Pholax  Dactylus, un complesso musicale che faceva una musica particolare e che aveva avuto anche un certo successo. Uno di loro, il chitarrista mi aveva dato un opuscolo con un Guru indiano. Allora avevo la passione di dipingere e avevo pensato di modellare il Guru con la creta: la figura di questo personaggio e dell'India mi ha attratto e ho cominciato a pensare di partire .Sono partito in ottobre del 1977, con Peppino, un altro abitante di Verderio. Abbiamo raggiunto l'India, fra varie avventure, in nave, treno e pullman. La ci siamo divisi e io ho girato per il paese per un po' di mesi. Sono tornato in aprile del 1978.
Non avevi più il lavoro ?
Per qualche mese ho fatto lavori saltuari e per un anno e mezzo il muratore. Poi nel 1980 ho iniziato a lavorare in ospedale, prima svolgendo vari servizi e poi facendo l'autista, che faccio ancora adesso..
E l'India?
Ci sono tornato nel1982 e da allora quasi ogni anno, anche più di una volta all'anno.
Ne riparleremo.
Marco Bartesaghi

DASILE SOTTO LA NEVE fotografie di Germano Lisignoli







DA VERDERIO ALLA VAL BREGAGLIA. LA SCELTA DI LUIGI FRIGERIO di Marco Bartesaghi

Luigi Frigerio, "Ciccio", ha 53 anni; fino a 36 ha vissuto a Verderio Superiore dove è nato.
Dopo aver lavorato in fabbrica per 7 anni come tornitore ha fatto la prima scelta "controcorrente": ha trovato lavoro presso l'impresa edile di Antonio Sala e per vent'anni ha fatto il muratore. Molti l'avevano sconsigliato ma la fabbrica gli stava stretta, aveva bisogno di un mestiere all'aria aperta, un lavoro forse più duro ma in cui si sentisse più libero.




Nel 1992, quando Antonio Sala è andato in pensione, Ciccio si è trovato ancora una volta nella necessità di dover scegliere e, ancora una volta, la sua è stata una scelta drastica...
Sì, avrei potuto continuare a fare il muratore - lo sapevo fare bene - andare avanti con il solito tram - tram ...

Invece?
Invece ho deciso di realizzare un sogno, un progetto a cui pensavo ormai da anni e che avevo costruito piano piano nella mia testa: andare vivere in montagna, a Dasile in val Bregaglia.

Perché a Dasile?
Ci ero andato per la prima volta quando avevo 15 anni, insieme a Germano. Eravamo saliti di notte; non si arrivava mai. Lui mi diceva "quando senti il rumore dell'acqua vuol dire che siamo arrivati". Io l'acqua la sentivo ma ancora non si arrivava. Il giorno dopo, quando ci siamo alzati, mi sono guardato intorno e ho detto: "Mai più, qui non ci vengo più".
Non è andata così...
No, Ci sono tornato un sacco di volte, nei fine settimana, d'estate , d'inverno. E ho cominciato a pensare come sarebbe stato vivere sempre lì.

Diciotto anni fa, a 36 anni, "Ciccio" cambia di nuovo vita, ancor più drasticamente di quando aveva deciso di fare il muratore. Acquista un rustico a Dasile....
Un rustico? Un rudere! Gli amici che lo vedevano dicevano ch'ero matto. Ma loro vedevano solo quello che c'era. Io vedevo quello che sarebbe diventato, perché avevo già tutto nella testa: i locali, il tetto, tutto...Così ho cominciato a metterlo a posto. Quando avevo bisogno di consigli, andavo da Antonio, il vecchio datore di lavoro.




Ma eri disoccupato...
Sì, ma a Savogno mi si offrì l'occasione di gestire il crotto. Era un locale di proprietà di un consorzio. Sono diventato socio e ho chiesto e ottenuto di diventare il gestore.

Te l'hanno concesso anche se eri un "forestiero"?
Non tutti erano d'accordo. Io poi avevo capelli e barba lunghissimi. Dopo però, anche quelli che all'inizio erano contrari hanno cambiato idea: per tutti ero diventato "il milanese" che gestiva il crotto. A farmi accettare ha contato molto l'andare con il pulman allo stadio a vedere l'Inter.

Quindi abitavi a Dasile e lavoravi a Savogno. Restavi lì tutto l'anno?
Sì. D'estate c'erano una cinquantina di famiglie in tutto fra i due paesi. La vecchia scuola del paese veniva utilizzata come colonia estiva per gruppi di ragazzi belgi.

E dopo l'estate?
In autunno e primavera nei fine settimana - ma non negli altri giorni - c'era ancora qualcuno.

E d'inverno?
In inverno quasi nessuno. Facevo dei lavori da muratore nelle case dei due paesi. Lavoravo fin verso le tre del pomeriggio e poi tornavo a casa. Leggevo, sentivo la radio. Non c'era neanche la luce: usavo le lampade a gas da campeggio. Andavo a letto verso mezzanotte.

Ti piaceva?
Stavo bene. Mi piaceva il rapporto con la natura. Magari in una giornata vedevi solo uno stambecco, o quattro o cinque cervi in una volta sola

Non hai mai pensato di "tornare indietro"?
Il primo o il secondo inverno ha cominciato a nevicare e non smetteva mai. Non ne potevo più di tutto quel bianco: sono venuto a Verderio e mi sono fermato qui per un mese. Poi sono tornato su. Ho vissuto così per i primi tre anni

Poi?
Il comune aveva un progetto per trasformare la vecchia scuola in un rifugio. Quando cominciarono i lavori avevo come clienti del crotto i muratori dell'impresa. Avevo imparato a fare da mangiare e me la cavavo bene.
Per la gestione del rifugio il comune aveva indetto una gara. Un gruppo di ragazzi del paese che aveva deciso di partecipare mi chiese se mi interessava. C'ho pensato un po' e poi ho detto di sì. Abbiamo vinto.
Poi ho cominciato ad avere qualche problema di salute e ho dovuto smettere di lavorare lì. Ora abito a Piuro ma quando riesco salgo ancora a Dasile. Questa è la mia vita.

Foto "d'epoca"a Dasile: il primo da sinistra è Germano Lisignoli; vicino a lui Luigi Frigerio, "Ciccio"





martedì 8 marzo 2011

CASE DI SAVOGNO













DUE STRADE PER SAVOGNO E DASILE

Savogno e Dasile si possono raggiungere da Borgonuovo, frazione di Piuro ai piedi delle cascate dell’Acquafraggia.






Il percorso più semplice percorre una bella mulattiera gradinata, che in un’ora e trenta circa, e un dislivello di 627 metri arriva a Savogno, da dove, mantenendosi più o meno in quota si raggiunge Dasile.








Un po’ più difficile, ma affascinante per i giochi d’acqua che vi si possono ammirare, il sentiero che sale a fianco della cascata.









sabato 25 settembre 2010

CECILIA AL "TOR DE GEANTS" IN VAL D'AOSTA

 Dal 12 al 19 settembre si è svolta in Val d'Aosta la prima edizione del "Tor de Gèants", una corsa in montagna che si sviluppa su un percorso di 330 Km, con un dislivello positivo di 24000 metri e un tempo massimo di percorrenza consentito di 150 ore. Cecilia Bellotto, di Verderio Superiore, ha partecipato alla gara. Le ho chiesto di rispondere a qualche domanda: molto gentilmente ha acconsentito. Grazie. M.B.




Ciao Marco,
oggi interrompo un po' prima i miei doveri lavorativi, ottima scusa la tua mail per fermarmi un attimo e, rispondendo alle tue domande, riassaporare le emozioni delle giornate vissute la scorsa settimana sulle Alte Vie della Val d'Aosta, impegnata nel Giro dei Giganti , il Tor de Gèants, alla sua prima edizione assoluta, prima che entrerà nella storia del trail, nella storia della regione Val d'Aosta, nella storia di tutti gli atleti che hanno partecipato, di chi ha mollato all'inizio o dopo la metà, di chi ha tagliato il traguardo per primo o per ultimo, dei mille 



volontari che erano impegnati giorno e notte a prestare assistenza e soccorso, dei tanti amici e famigliari che in live da casa seguivano tappa per tappa i loro concorrenti, di chi è riuscito a vederli passare all'alba, al tramonto , sotto il sole, in fondo alla valle o in cima ad uno dei 25 colli, innamorandosi così un po' anche loro della corsa in montagna. L'hanno descritta come la corsa più dura mai organizzata in Italia, il giro della Val d'Aosta lungo 332,538 chilometri, 24.000 metri di dislivello positivo e altrettanti in negativo, che per molte ragioni sono ben più difficili delle salite. 150 h il tempo massimo per portare a termine la prova, vince chi impiega meno tempo gestendosi i riposi e le fermate ai ristori. Per me era il primo endurance trail a cui con riverenza e tanti timori mi avvicinavo. Il tracciato è splendito, concatena le Alte Vie 2 e 1 della Valle d'Aosta: si parte da Coumayer e con l'Alta Via 2 si raggiunge Donnas, il punto più basso a 300 m, poi è l'Alta Via 1 che ti riporta a Coumayer. Detto così sembra facile. In realtà per farlo si scavalcano 25 colli sopra i duemila metri, il più alto è il Col Loson, a 3298 metri, il mio preferito l'Entrelor , o il Malatrà ,difficile scegliere. Si passa vicino ai quattro 



giganti delle Alpi, i nostri 4000: il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Gran Paradiso ed il Cervino. Ma non posso dimenticare la vista sul Mon Velan o il ghiacciaio del Rutor,ricordi di trascorse vette scialpinistiche. Si attraversano i Parchi Naturali del Gran Paradiso e del Del Mont Avic, 30 laghi alpini, 34 sono i comuni coinvolti, 7 le basi vita (Valgrisanche, Cogne, Donnas, Gressoney, Valtournanche, Ollomont e Coumayer), 43 i punti ristoro. Centinaia i volontari, molte guide alpine, gestiori di rifugi ed alpeggi, soccorso alpino e primo soccorso, persone speciali di cui ho ammirato la  preparazione e la disponibilità. Erano lì per noi, in cambio solo la nostra infinita riconoscenza, e un po' anche per l'Alta Via e per la rivalutazione delle loro montagne. Questo trail è stato oltre che una manifestazione sportiva agonistica unica , anche un potente mezzo di promozione turistica per il territorio valdostano e per tutti i comuni coinvolti. La regione ci ha creduto  molto, ha stanziato fondi decisamente straordinari rispetto a quelli che normalmente destina alle associazioni che organizzano trail o gare sportive anche di una certa rilevanza, cogliendol'occasione per impegnare tutte le valli nella manutenzione dei sentieri e nel rinnovo e completamento della segnaletica. Sino ad ora le Alte Vie valdostane si perdevano, la 2 terminava a Chardonney, sotto la Finestra di



Champorcher, la 1 partiva da Gressoney. Adesso sono state unite in un unico titanico anello, utilizzando sentieri percorsi solo per aggiungere villaggi isolati e ruderi dimenticati. Hanno aggiunto tutto il tracciato che da Donnas porta a Gressoney, lambendo il territorio biellese. E se è vero che le nostre strade asfaltate si distruggono più passano macchine, e adesso ne passano veramente troppe, per i sentieri vale il contrario, più sono percorsi più diventano visibili, semplici, percorribili da tutti. E così ciascuno dei 310 atleti partiti da Courmayer certamente voleva compierel'impresa della sua vita, vivere l'emozione di fare il giro delle Alte Vie con le proprie forze, una grande prova agonistica e personale; ma insieme ha contribuito a ridisegnare con tracce indelebili un percorso nella storia e nelle montagne della Valle d'Aosta. Io ero con loro, quella Domenica mattina 12 Settembre alle h.10 nella piazza Abbé Henry di Coumayer. Ero con loro a tagliare il mio traguardo il Sabato successivoall'una di notte. 



Come mai hai deciso di partecipare?
L'idea è nata in una piccola enoteca. Lo so, detta così suona quasi che ero un po' sbronza e quindi non potevo prendere decisioni sagge. In realtà sono completamente astemia e in enoteca sono gli altri che bevono anche il mio bicchiere. Ci ritroviamo spesso lì con alcuni amici frequentatori del parco di Monza, lì si allenano con costanza e vantano traguardi e risultati che per me sono e resteranno irraggiungibili. Lì si parla di allenamenti, ma anche di progetti piccoli e grandi. C'era Marco, mio compagno, Flaminio e Davide, credo fosse oramai più di sei mesi fa. Con loro l'estate 2009 avevamo organizzato in completa autonomia uno splendido viaggio in mountain bike in Ladakh, il Paese degli alti Valichi nell'India del Nord, abbiamo percorso la Spiti Valley, la Manali-Leh e poi lo Zanskar fino a Padum, scavalcando passi oltre i 5000 metri d'altezza. Proprio quei territori diventati quest'estate tristemente famosi perché devastati da tante alluvioni e dal passaggio di monsoni. C'era la voglia di darsi un nuovo obiettivo e Marco ha messo sul tavolo una paginetta stampata da internet, poche righe che riassumevano il Tor de Geant. Lasciandoci quella sera ci siamo detti: va bene pensiamoci e poi vediamo. La mattina successiva sono arrivata in ditta un po' prima e ho formalizzato, già emozionata, la mia iscrizione via internet. Marco e gli altri sono rimasti spiazzati, ma dopo poco anche loro figuravano tra i primi 50 iscritti nel sito del Tor. E trascinato a ruota un altro amico di Milano, Vittorio. Nessuno di noi aveva mai partecipato a nulla del genere, certo tutti sportivi, tutti amanti della corsa su strada e in montagna, alcuni da anni partecipano a skyrace, io la novellina che si lascia coinvolgere in un attimo, avrò alle spalle sì e no una decina di skyrace ma tanti, troppi bei ricordi e forti emozioni. Una gara del genere non poteva che aggiungerne tanti altri, ci è voluto veramente poco per convincermi.



Quale obiettivo ti eri prefissa?
Obiettivo dalla prima all'ultima tappa: arrivare al traguardo, rispettando tutti i cancelli stabiliti da regolamento, e arrivare in salute e in forma sia fisica che mentale. La gara più lunga che avevo affrontato a Luglioanche come preparazione , il Grand Trail Valdigne (87km, 5000 m di dislivello) mi aveva insegnato qualche cosa: dopo 50 km in cui mi era sembrato di volare, ho pagato le conseguenze di discese troppo veloci e salite su terreni bagnati dal forte temporale, e ho tagliato il traguardo su una gamba sola, sorretta da un bastoncino di un amico che mi ha trovato zoppicante nella notte mentre in più di tre ore cercavo di percorrere l'ultima infinita discesa, la discesa più dolorosa della mia vita. Per una settimana due piedi e due gambe che sembravano zamponi, poi la diagnosi: tenosinovite alla loggia tibiale anteriore e posteriore di entrambe le gambe. E così costretta al riposo per un mese, una sofferenza per chi è abituato ogni giorno a praticare sport, diventa una cosa di cui non puoi proprio fare a meno, come per molti la tazzina di caffé al bar o la sigaretta dopo mangiato. Dopo questo stop forzato mi sono promessa che non avrei mai più superato il limite, e che se il mio corpo mandava segnali avrei saputo ascoltarli e rispettarli. E così ho fatto, forse ho chiuso un occhio negli ultimi trenta km ignorando un po' di dolori e buttando giù un paio di antinfiammatori, ma oramai ero arrivata.




Come ti sei preparata?
La preparazione è la parte più bella di qualsiasi gara. Te lo potranno confermare tanti runner che vedo correre per Verderio alle ore del giorno più svariate, c'è chi lo fa per svago, per salute, per dimagrire. Ma chi lo fa per preparare una gara, magari una maratona, e vuole migliorarsi o raggiungere un obiettivo, anche modesto, normalmente segue delle tabelle. E così ho seguito più o meno delle tabelle che prevedevano una preparazione di 4 mesi, con 3 "lavori" principali e 2-3 sedute opzionali. E poi alla domenica qualche gara di Skyrace: il Trofeo Gherardi in val Taleggio, la Resegup che da Lecco ci ha portato in un attimo in cima al Resegone, la Valmalenco-Valposchiavo che ripercorre le antiche tracce dei contrabbandieri, l'Ultramarathon del Ticino, il Trail sul Monte Soglio. Ma gli allenamenti che ricordo di più sono le ripetute sul San Genesio all'alba o le discese dal Cornizzolo dopo il tramonto, la "Direttissima" illuminata solo dalla luce della pila frontale , mentre cerco di imparare la giusta tecnica di impiego dei bastoncini, non senza devastanti cadute.
Lavorando di giorno e per tante ore lo spazio e il tempo per allenarmi durante la settimana sono sempre in orari un po' anomali, presto la mattina o tardi la sera, ma questo regala anche panorami, colori, silenzi ed emozioni che pochi conoscono . I week end poi sono ottimi per gli lunghi e i doppi lunghi e ho la fortuna che partendo da casa in un attimo mi ritrovo sull'Adda, ottimo terreno di allenamento. In agosto poi sono andata a provare il percorso in tappe, è stata la mia vacanza. Il tempo era pessimo, e così siamo stati costretti più volte a rinunciare ai colli più alti o a bivaccare per l'impossibilità di proseguire per troppa neve. Ma quasi tutto
il tracciato in un modo o nell'altro l'avevo provato, l'ultima tappa che mi rimaneva , quella da Valtournanche a Ollomont, l'ho provata la domenica prima della partenza, quando a Verderio correvate tutti o quasi per quella corsa che una volta era la Sgambada Verderiese e che certamente l'anno prossimo tornerà ad esserlo. L'ho corsa sin da quando ero piccina, questo era il primo anno che non c'ero, ma si trattava di una causa di forza maggiore.



Come si svolge la gara ( di corsa, camminando, come ci si riposa, come ci si nutre, come ci si orienta, quali sono i controlli)?
La gara la fanno tutta di corsa solo quelli che poi si piazzano nelle prime posizioni, , gli altri camminano veloci in salita e corrono chi più chi meno veloce in discesa. Bisogna gestirsi i riposi nelle basi vita, dove si può mangiare e dormire quanto si vuole, sempre rispettando però i limiti dei cancelli orari. Fuori dalle basi vita da regolamento si può dormire solo due ore, in realtà i rifugi, persino un bed and brakfast e una tenda dell'infermeria ci hanno accolto anche per più ore. Certamente nutrizione e riposo sono due punti critici di questa gara, quelli che fanno la differenza. Bisogna essere in grado di mandare giù tra le 6.000 e le 8.000 calorie al giorno, e lo devi fare con alimenti che digerisci velocemente pur ingurgitandoli tra un ristoro e l'altro, se non che addirittura in movimento. Non facile per una come me che a cena finisce sempre inevitabilmente per ultima. Il riposo poi è la carta che ti fa perdere o vincere: il primo, l'altoatesino Ulrich Gross, è arrivato mercoledì sera dopo 80 ore e mezza, dormendo 2 h e mezza in microsonni. Tanti più umani si sono ritirati convinti di poter arrivare al traguardo dormendo si e no un'ora e mezzo al giorno, salvo poi crollare congelati tra i licheni ed alzarsi la mattina dopo bagnati ed infreddoliti. Una gara insomma da gestire, sicuramente il fatto di aver percorso in agosto il tracciato mi ha aiutato a non compiere errori madornali, ero partita con un programma che definiva partenze ed arrivi, punti e durata delle soste. Più o meno sono riuscita a rispettarlo, per alcuni problemi abbiamo ritardato l'arrivo ad Ollomont e trascorso l'ultima notte quasi insonne. Il giorno successivo mi accorgevo io stessa di non avere lucidità mentale e dovevo cercare dappertutto le forze per proseguire. Il mio cellulare, acceso solo l'ultimo giorno giunti alla base vita di Ollomont, ha scaricato alcuni bellissimi messaggi di persone che mi seguivano da casa e tifavano per me, mia zia , mia cugina, sono arrivati al momento giusto e mi hanno dato una marcia in più per proseguire. Sicuramente la deprivazione di sonno è una delle difficoltà maggiori della gara, soprattutto considerando che più sport si pratica maggiore dovrebbe essere anche il riposo.


 
Momento (o momenti più belli)?
Tre i momenti più belli: il primo la discesa dal Col Fenetre su Rhemes Notre Dame, svalichiamo al buio, siamo in tre, io , Marco e Vittorio, tre piccole torce nella notte che scivolano a valle. Lì sotto a distanza intravedo due figure, sono lì che mi aspettano lo so, questa è sempre stata la nostra valle. Quando ero piccola e fino ai miei sedici anni mio padre insieme con sei colleghi avevano in affitto una piccola baita a 2300 metri di altezza, in località Tumel, si chiamava la Baita dei Sette Nani. Mancava tutto, il gas, la luce, l'acqua. Bisognava inventarseli. Portare le taniche e scaldare l'acqua di giorno, andare a dormire al calare delle tenebre. Qui ho i ricordi delle mie vacanze più belle. E mio papà e mia mamma sapevo che non potevano che aspettarmi lì, infreddoliti ed avvolti nelle loro giacche a vento perché erano solo le sei e mezza del mattino. Emozionati più di noi, li ritroveremo poi al traguardo, all'una di notte.
Il secondo il tramonto che ha riempito di rossi, poi di aranci e poi di rosa la Val d'Aosta mentre risalivo da Donnas verso il Rifugio Coda, lo avevo alle spalle ma non potevo non fermarmi in continuazione per guardarlo, toglieva il fiato. E arrivati poco prima del rifuglio, sul Col Carisey, le mille luci di Biella che riempivano l'altro lato della valle, un presepe aspettato a fine estate.
Il terzo la corsa per arrivare in cima al Col Malatrà prima del buio, attaccarsi alle corde, sporgere il muso dall'altra parte, verso la Val Ferret, e trovarsi all'improvviso davanti un Monte Bianco vestito di rosso, immenso. Non può non venirti una gran voglia di corregli incontro, anche seoramai hai già percorso più di 315 km.




Valeva la pena? Lo rifaresti?
Valeva la pena... certamente! sono contentissima di averlo fatto, di averlo portato a termine, di essere tra quel 40 % degli atleti che sono riusciti a prendere l'ultima medaglia, quella di Coumayer. Ne conservo una per ogni base vita conquistata. Lo rifarei? rifarei certamente il Tor se lo trasformassero in una gara a tappe. Fatto così, in un'unica tappa, non si può gustare interamente la bellezza del giro proposto. Io per fortuna l'avevo già percorso d'estate, salvo pochi tratti, e quindi quello che mi sono persa in piena notte lo conoscevo. Ma tanta gente, anche tanti atleti stranieri che magari non torneranno più in Val d'Aosta, non possono dire di aver visto ed assaporato la bellezza delle nostre Alte Vie. Secondo me avrebbe più senso organizzare 6 o 7 tappe e sommare i singoli tempi, lasciando la possibilità ad esempio di partire da una base vita alle quattro della mattina ed arrivare fino alle 22 di sera. In questo modo si eviterebbe che persone stanche si aggirino nella notte in posti che possono diventare pericolosi. Quest'anno è andata sicuramente bene, il meteo è stato splendido, ma se le condizioni fossero diventate quelle che io ho trovato a metà agosto con le scarpette da ginnastica a 3000 metri d'altezza e con tre notti insonni alle spalle è veramente troppo facile che qualcuno si faccia del male. La gara non la fermerebbero, perché questa è la gara dei "giganti", e gli atleti devono essere preparati ad affrontare qualsiasi condizione metereologica. Gara a tappe o severa selezione alla partenza, mi verrebbe quasi da richiedere un test psicologico-attitudinale. Ho visto persone deambulare troppo pericolosamente nella notte e non tutti sapevano quanto la montagna può diventare severa e seriamente pericolosa.