lunedì 10 agosto 2026

TOMMASO FUMAGALLI, FOTOGIORNALISTA IN UCRAINA intervista di Marco Bartesaghi e Giovanna Villa

Premesse.

La chiacchierata, durata più di tre ore, da cui è stata ricavata questa intervista risale al 7 maggio scorso. Da allora sono trascorsi tre mesi, un tempo lunghissimo. Tommaso, nel frattempo, è tornato in Ucraina e chissà quante cose nuove avrebbe da raccontare. Purtroppo, me ne scuso, con lui l’ho già fatto, i miei tempi sono molto lunghi.

All’incontro, da un certo punto in poi, ha partecipato anche Giovanna, mia moglie. Per distinguere i nostri interventi ho usato i caratteri normali per Tommaso, il grassetto corsivo per Giovanna e il grassetto per me.

Nell’intervista si parla di un  “incontro di Verderio”. Il riferimento è a una serata all’oratorio di Verderio ex Inferiore, durante la quale, ad una sala affollatissima, Tommaso ha parlato del suo lavoro.

Ultima premessa, la cartina dell'Ucraina con evidenziati alcuni luoghi di cui si parla nell'intervista.


TOMMASO FUMAGALLI, FOTOGIORNALISTA IN UCRAINA






Tommaso Fumagalli è nato nel 2003 a Vimercate ed ha sempre abitato a Verderio. Sua mamma è di origine veneta. I suoi nonni vivevano in un piccolo paese in collina, vicino a Vicenza, Villa del Ferro. Ancora molto giovani si erano trasferiti a Lissone e aperto un’attività di lucidatura di mobili, attività che in seguito hanno intrapresa anche i loro figli, due dei quali fanno ancora questo mestiere. In seguito i nonni hanno aperto un maneggio di cavalli a Bellusco.


Tommaso (T) - La  mamma ha sempre vissuto in mezzo agli animali. Anche a casa qui a Verderio ce ne sono sempre stati tanti: cani, gatti, oche, conigli, capre. Al maneggio ha conosciuto mio padre, che era di Ornago. Praticamente si sono conosciuti in stalla. Una decina di anni dopo si sono sposati e siamo nati io e mia sorella.

Marco (M) - Tuo padre che lavoro fa?

È un NCC, noleggio con conducente. Ha iniziato a 14/15 anni a lavorare nell’edilizia, poi, per tanti anni, ha fatto il camionista. Poco prima del covid – il periodo meno indicato - ha deciso di mettersi in proprio e fare l’NCC e lo sta facendo da sei anni. La mamma invece è casalinga.

Dove hai frequentato le scuole?

A Verderio la scuola materna e le elementari;  le medie a Sulbiate.

A Sulbiate?

Sì, perché a Robbiate mia sorella non aveva avuto una buona esperienza, così i miei hanno deciso di mandarmi a Sulbiate.

Dopo le media mi sono iscritto a informatica all’istituto Viganò di Merate. Una scelta un po’ a caso, spinto dal fatto che molti amici andavano lì. La passione per l’informatica è venuta dopo, tanto che poi ho deciso di lavorare come programmatore. All’inizio non mi interessava molto, avrei voluto fare il calciatore.


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LA LIBERAZIONE E LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA di Danilo Villa, Sindaco di Verderio

 


Ringrazio tutti i presenti, i nostri Alpini, le Associazioni che portano l’eredità partigiana, i cittadini e i giovani. 

Oggi siamo qui per una Celebrazione che è fatta di Memoria e di Festa, non per un rito ripetitivo che rischia di sbiadirsi nel tempo.

Oggi siamo qui per alimentare una memoria viva, che segna profondamente la nostra vita ogni giorno. Il 25 Aprile non è solo una data sul calendario, ma deve essere una bussola morale per la nostra quotidianità.

Perché se noi viviamo in un Paese libero, lo dobbiamo alla Lotta di Liberazione, alla Resistenza, ai Partigiani. 

Oggi desidero ricordare con voi la Resistenza Partigiana insieme alla nostra Costituzione, per unire il valore storico del 25 Aprile, alla forza giuridica e morale della nostra Carta, che il prossimo 2 Giugno compie ottant’anni. 

Un anniversario che dobbiamo ricordare con grande e sincera riconoscenza. 

Sandro Pertini diceva: "Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale, stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. La Repubblica è stata conquistata con sangue e lacrime. Bisogna difenderla con l'onestà, con la rettitudine, con la coerenza"

Questo è il principale impegno morale delle Istituzioni e desidero scandirlo in cinque punti in cui si declina.

    1. Le radici della nostra libertà: il 25 aprile 1945 ha segnato la fine della dittatura e dell'occupazione. È stata l'alba della nostra Democrazia. Il 25 Aprile è la data spartiacque della nostra storia: il momento in cui l'Italia rialza la testa e sceglie il riscatto, la dignità e il coraggio. Senza la Resistenza non avremmo avuto la libertà di parola, di associazione e di voto, che oggi consideriamo scontate e forse trascuriamo. 

    2. La Costituzione come "testamento di pace": la Costituzione è il progetto di futuro che i Partigiani ci hanno consegnato: non è solo un elenco di regole, ma un patto di solidarietà. La nostra Carta è nata sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale e ottant’anni fa, i “Padri e le Madri Costituenti”, hanno trasformato il sacrificio dei Partigiani e dei Civili in norme scritte. La Costituzione è un patto vivente di convivenza civile che ci protegge da ogni deriva autoritaria. 

    3. Il legame di sangue tra Resistenza e Costituzione: Liberazione e Costituzione sono due facce della stessa medaglia: la prima ha abbattuto i muri dell'oppressione, la seconda ha costruito la casa comune in cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, senza distinzioni di sesso, razza, lingua o religione. Stessi diritti e doveri.


Voglio ricordare alcune parole di Piero Calamandrei, uno dei Padri Costituenti: "Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione." 
    4. Il ripudio della guerra come dovere attuale: In questa fase storica, sconvolta da guerre orribili, ricordiamo insieme l'Articolo 11 della nostra Carta: la nostra Repubblica "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli". Ricordare il 25 aprile oggi significa anche rinnovare un impegno attivo per la diplomazia, il dialogo e la solidarietà internazionale. I valori del 1945 devono orientare la nostra postura di oggi rispetto alle raffiche dei "venti di guerra". 
Mentre assistiamo a conflitti che straziano delle popolazioni vicine, il nostro Articolo 11 è un comandamento morale: la nostra Repubblica ripudia la guerra e anche noi dobbiamo sentirci ostinatamente impegnati ad alzare la voce per chiedere ai Governanti di ricercare una pace giusta. 
    5. La memoria come impegno civile: la libertà va "manutenuta", ogni giorno, con la partecipazione e il rispetto delle Istituzioni. 
Essere custodi della memoria significa essere, oggi più che mai, costruttori di pace e di giustizia sociale, celebrare la Liberazione non è un esercizio di retorica, ma un atto di responsabilità. 
Onorare chi ha dato la vita per la nostra libertà, significa tradurre quei valori in azioni quotidiane: accoglienza, rispetto del prossimo, difesa dei più deboli e amore per la Democrazia. 
La nostra Costituzione ci insegna che la pace non è l’assenza di guerra, ma la presenza della giustizia. 
Portiamo con noi, fuori da questa piazza, l’impegno a essere costruttori di un domani in cui la dignità umana non può essere calpestata. 
Anche noi affermiamo con Giuseppe Dossetti: che "La Resistenza fu un evento spirituale, [morale] prima che politico."  Un moto dell’anima. 

Viva il 25 Aprile, viva la Costituzione. Viva l’Italia libera e democratica.



Verderio, 25 Aprile 2026


Le immagini, dall'alto: "La liberazione di Venezia", Armando Pizzinato, 1952; "La donna e l'impiccato", Giaacomo Manzù; disegno di Renato Guttuso dedicato al massacro delle Fosse Ardeatine. 

MA NOI DI VERDERIO CI CHIAMIAMO VERDERESI O VERDERIESI? di Marco Bartesaghi

 



Noi abitanti di Verderio ci chiamiamo verderesi o verderiesi? Mi sembra che la questione sia aperta e che le opinioni, tra di noi, siano abbastanza diverse. 

Ho pensato così di porre la domanda a una persona autorevole, il signor Mario Cannella, lessicografo, curatore del vocabolario della lingua italiana Zingarelli.


Questa la domanda:

“Noi abitanti di Verderio ci chiamiamo VERDERIESI, come pensa una delle fazioni in campo, o VERDERESI, come pensa l’altra?”.


Questa la risposta:

“Userei il termine VERDERIESE che tiene conto della sillaba finale, mentre per esempio gli abitanti di Ambivere si chiamano per lo stesso motivo AMBIVERESI”

LE DUE LINGUE E I DUE MONDI DI GIANCARLO CONSONNI intervista di Marco Bartesaghi





 

Giancarlo Consonni è morto il 13 febbraio 2026, lasciando un grande vuoto nella cultura milanese, dove ha occupato un ruolo importante sia come urbanista che come poeta, come è stato ricordato in un convegno tenuto alla Casa della Cultura il 14 marzo, a un mese dalla sua morte.

 

Giancarlo ha vissuto l' infanzia e la  giovinezza a Verderio Inferiore, di cui ha utilizzato il dialetto per molte sue poesie, dedicate al paese, alla sua campagna e ai suoi personaggi. Oltre alle poesie in dialetto, contenute nei libri “Lumbardia” (1983), “Viridarium” (1987), “Vus” (1997), la sua vita a Verderio  ritorna nei libri in lingua italiana “Da grande voglio fare il poeta” (2013) e “Il conforto dell’ombra” (2025).

Giancarlo Consonni ha occupato un posticino anche in questo blog. Molto generosamente, ogni volta che gli ho chiesto di intervenire, lo ha fatto con simpatia e semplicità. Avevamo concordato anche un impegnativo progetto di presentazione della sua poesia, che però non ho mai realizzato, per timore di non esserne capace. Peccato.

Per questo progetto gli avevo mandato alcune domande scritte e lui mi aveva risposto. Ne era uscita questa intervista che ora vi propongo.

***

Marco (M). Hai scritto di essere bilingue dalla nascita: la lingua di tuo padre, quella del paese dove sei nato, Verderio, che chiami «milanese rurale», e quella di tua madre, l’italiano/toscano o meglio, sempre parole tue, lo «splendido pistoiese». 

Hai scritto anche che nella lingua si esprime il modo di stare al mondo, di rapportarsi con le cose e con i propri simili. Due lingue, due mondi, due modi di rapportarsi: puoi descrivere questi tuoi due mondi, magari partendo dal primo, quello del dialetto di Verderio?

Giancarlo (G). Su cosa comporti nella formazione degli individui il bilinguismo praticato fin dall’infanzia vi è ormai una vasta letteratura scientifica e non entrerò, da incompetente, in questo campo. Posso solo testimoniare della grande fortuna che ho avuto. Ma anche della condizione di ‘diverso’ in cui sono venuto a trovarmi in una comunità di dialettofoni. In quel contesto, negli anni che precedono l’arrivo della televisione, pronunciare delle parole in italiano era motivo per essere percepito come uno straniero, almeno tra i coetanei. Da lì al dileggio e all’emarginazione il passo era breve. Affrontare e superare simili difficoltà fu per me una grande scuola di vita.

L’arrivo dal gennaio 1954 della televisione cambiò radicalmente le cose, mandando a soqquadro forme mentali basate sulle chiusure che nascevano dalla lingua (forme peraltro sempre in agguato, come dimostrano gli ultimi decenni).

Nel bilinguismo opera un ascolto incrociato e una comparazione continua. Una delle prime prese di coscienza è che non tutto è traducibile da una lingua all’altra, tanto più da una lingua a un dialetto. Alla fine ci si rende conto che ogni lingua ha potenzialità specifiche (a cominciare dalla constatazione del fatto che il dialetto, mentre ha una grande presa sulle cose, assai meno si presta all’impiego di concetti astratti). Ma si tratta per lo più di un lavoro sotterraneo di cui. In generale, il parlante non ha grande consapevolezza. 

Nel mio caso il fiume carsico è riaffiorato con il distacco dalla comunità originaria, quando il dialetto, che non parlavo più correntemente da circa otto anni, è venuto a cercarmi. Sì, a cercarmi: mi scoprivo a pronunciare parole in soliloqui a mezza voce affascinato da sonorità di cui saggiavo gli anfratti come in uno scavo musicale.

Col tempo sono arrivato a comprendere che in ogni lingua opera uno specifico canto interiore, in cui si riflette un modo di stare al mondo. E che la poesia è in primo luogo il tentativo di portare in evidenza quel canto e di aderirvi. 

Così, pur nella consapevolezza della distanza, sono tornato ad abitare una lingua nel cui materiale sonoro ritrovavo l’anima di una comunità, o se si vuole la trasfigurazione di quella che era stata la concreta comunità di un tempo. Un abitare in solitudine al limite della follia, ma dove la parola assumeva una forza tale da fare rivivere un mondo e addirittura da convocare attorno alla parola poetica una comunità ideale: un teatro di uditori, per lo più persone scomparse, verso le quali avvertivo un forte vincolo di lealtà e che eleggevo, allo stesso tempo, a giudici. Nel senso che in ciò che venivo pronunciando (e che si profilava come un dire poetico) veniva chiamata in ballo una verifica di fedeltà, o, se si vuole, di rispetto per la natura intima del dialetto che tornavo a pronunciare.

Tutto questo avveniva in una fase storica, gli anni settanta del novecento, in cui in Brianza, e non solo, il dialetto andava incontro a una fase di declino irreversibile. Così, senza che me ne rendessi pienamente conto, quella poesia che mi trovavo a pronunciare è venuta ad assumere i contorni di quello che in musica si chiama “oratorio”. 


M.  C’è poi l’altro mondo, quello dell’italiano/toscano…

G.  Qui, per quanto riguarda la mia esperienza, la questione del canto è venuta in evidenza ancor prima, soprattutto quando verso i 14 anni trascorsi un periodo di vacanza a Pistoia. Passavo le giornate come inebetito dalla bellezza di quella lingua. 

Alla soglia dei trent’anni mi resi conto che non si trattava tanto di maggiore o minore ricchezza espressiva della lingua rispetto al dialetto. Ma di straordinarie potenzialità specifiche. Il dialetto di Verderio mi chiamava alle sue escursioni fortissime, veri e propri ossimori: cupezza e fulgore, cavernosità e solarità, pesantezza e levità, lentezza e fulmineità. Per non dire del rapporto vertiginoso con il silenzio.

L’italiano mi portava sulle ali della sua cantabilità e allo stesso tempo mi incantava con la sua misura civile.


M.  Bilingue è anche la tua poesia , che quindi esprime due mondi poetici diversi. Mi sembra che una prima differenza sia temporale: in dialetto la poesia della memoria, della vita passata; in italiano quella dell’attimo presente, colto e fermato in un'istantanea (hai scritto anche che l’italiano/ toscano è stata per te la lingua dell’incanto).

G. Quello che chiamo canto interiore corrisponde anche a una sorta di ‘duca’ nel senso dantesco di guida. Detto altrimenti, in ogni lingua opera un magistero. Diventare allievi di una lingua è come scegliere di avere come insegnanti tutti coloro che quella lingua hanno parlato trasformandola, facendola diventare quella che è: un patrimonio immenso che vive grazie al fatto che in essa è incamerata parte della loro umanità. 

Il dono incommensurabile che è una lingua chiede a ciascuno di noi di continuarne la vicenda offrendole sostanza vitale. Sostanza che altro non è se non la risposta di ognuno di noi all’aspirazione a un significato e a un senso e alla loro condivisione. 

Dal milanese-rurale di Verderio e dall’italiano nella parlata pistoiese ho avuto specifici insegnamenti e specifici inviti e spinte a prendere la parola nel teatro della poesia.


M. Due mondi poetici che però non si sono sovrapposti: da 1973 al 1993 le tue poesie sono state in dialetto (le raccolte Lumbardia 1983; Viridarium 1987 e Vûs 1993); poi –«senza alcuna intenzione meditata» – hai iniziato a scrivere versi in italiano. Non ci sarà un ritorno, non ti capiterà più di scrivere versi in dialetto?

G. Quella della poesia in dialetto è per me un’esperienza conclusa. Per ora mi sembra di escludere un mio ritorno al dialetto.


M. Il dialetto è una lingua orale, ma tu la scrivi: ti sei dato o fai riferimento a un sistema di regole?

G. La scrittura di una lingua orale è un problema che ha sicuramente una risposta scientifica da parte dei linguisti. Io l’ho affrontata di getto, oltretutto senza riferimenti. Nel senso che la poesia in dialetto non era tra i miei interessi. Resta per me la difficoltà di mettere su carta suoni singolari, come quelli che stanno a metà strada fra la i e la e.


M. Ognuno di noi ha in memoria un proprio vocabolario della lingua di cui fa comunemente uso, e fa ricorso a un vocabolario esterno per le parole sconosciute o incerte. Il tuo vocabolario di dialetto di Verderio Inferiore l’hai tutto “in memoria” o ne hai anche uno esterno, che ti sei scritto da solo?

G. Nel mio caso la fonte pressoché esclusiva è la memoria. A un certo punto però ho preso a frequentare il Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (5 volumi, Milano 1839-56). Ma in questo caso l’interesse prevalente era per i contenuti storico-antropologici di quest’opera straordinaria.


M. Tu traduci le tue poesie e nei tuoi libri le presenti con il testo in italiano a fronte. È solo uno strumento per facilitare la lettura o la traduzione è essa stessa una poesia che potrebbe avere una sua vita autonoma?

G. La traduzione non può che essere opera di poesia. Dove hai due ‘guide’, in dialogo tra loro.




 

venerdì 31 luglio 2026

NOTA SUL DIALETTO DI VERDERIO INFERIORE di Giancarlo Consonni

«I borghi più popolosi della Brianza presentano quello stesso fenomeno glossico che si osserva nelle grandi città, cioè a dire la diversità di pronuncia e di voci da contrada a contrada». Così Francesco Cherubini (Saggio d’osservazioni sul dialetto brianzolo nel Vocabolario Milanese Italiano, 1839). Il dialetto di Verderio Inferiore - piccolo paese di meno di 2.000 abitanti, al confine fra la province di Lecco e Milano, a un paio di chilometri dall’Adda - non si sottrae questa regola. 

«Ciò che mal si comprende - osserva sempre il Cherubini - è come [...] le variazioni introduttesi nel dialetto cittadinesco non abbiano messo radice in questi colli». Con questo lo studioso segnala il progressivo allontanarsi da un ceppo comune dovuto al diverso grado di contaminazione con l’italiano, in città evidentemente più accentuata che in campagna. Basti pensare che Carlo Porta usa ancora un termine come olter (altro), destinato a permanere nelle campagne, mentre nel milanese urbano diventa ben presto alter. La distanza fra il dialetto di Milano-città e quello rurale di Verderio sta appunto nella dominanza in quest'ultimo di suoni cupi (ö,û) e nella tendenza della "i" a trasformarsi in un suono tra la "i" e la "e" (nelle poesie di Consonni indicato con "i"). Più che mai lingua di un luogo specifico, il dialetto di Verderio si distingue per una sonorità fortemente ritmica e insieme cantilenante, capace di escursioni notevoli che vanno dalla cupezza delle vocali alla lievità delle terminazioni consonantiche.

I libri di poesie di Giancarlo Consonni in dialetto di Verderio Inferiore