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| Giulio Oggioni con il suo libro sulle famiglie Oggioni di Verderio |
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| Mary degli USA, la seconda in alto da sinistra, con la famiglia e il libro |
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| José Oggioni, con il libro, al raduno |
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| Raduno "Oggioni" a Espirito Santo |
Mi chiamo Marco Bartesaghi, abito a Verderio (Lecco). Di questo paese, ma non solo, mi interessa la storia. In questo blog intendo pubblicare i risultati delle ricerche che ho fatto e che farò in avvenire. Agli eventuali lettori chiedo non solo commenti e giudizi, ma anche contributi e approfondimenti. Grazie. VUOI ESSERE AVVISATO QUANDO AGGIORNO IL BLOG? MANDA UNA MAIL A: marco.bartesaghi@libero.it
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| Giulio Oggioni con il suo libro sulle famiglie Oggioni di Verderio |
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| Mary degli USA, la seconda in alto da sinistra, con la famiglia e il libro |
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| José Oggioni, con il libro, al raduno |
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| Raduno "Oggioni" a Espirito Santo |
È veramente triste vedere una villa con una storia di almeno cinquecento anni giacere, insieme al suo parco, in stato di abbandono. È quello che sta succedendo oggi a una delle due ville storiche di Verderio, la villa che fu dei marchesi Arrigoni prima e poi della famiglia Gnecchi Rusconi.
Per questo alcuni cittadini hanno pensato di richiamare l'attenzione del FAI, Fondo Ambiente Italiano, con una lettera e di farla sottoscrivere da un buon numero di persone.
Sono già state raccolte più di 400 firme.
Chi volesse ancora aderire lo può fare direttamente presso il negozio di alimentari RIva , in via Principale, o presso l'edicola-cartoleria in via Tre Re; oppure può inviare una mail a questo indirizzo: marco.bartesaghi@libero.it
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| Villa ex Arrigoni di Verderio |
| Il parco della villa come si presentava nel 2007 |
Nato nel 1950 a Palo del Colle, in provincia di Bari, si è trasferito a Milano quando aveva 5 anni …
Paolo (P) – Il Papà era già qui da un anno quando noi, io la mamma e mia sorella, l’abbiamo raggiunto, nel 1955. Quando siamo arrivati a Milano lui era un ambulante, si alzava alle quattro ogni mattina ed era sul mercato alle cinque e mezza. Qualche volta l’ho accompagnato per vedere quanta fatica facesse. Dopo cinque anni era riuscito a mettere da parte un gruzzoletto e aveva aperto un negozio di maglieria intima, camice e calze. La mamma gli dava una mano.
Papà era una bellissima persona, positiva, ottimista; molto severo, autoritario, ma anche molto gioviale. Vedevo ed ero colpito dai sacrifici drammatici che i miei genitori dovevano fare, per permettere a me e a mia sorella di studiare. Questa è stata una delle molle che mi hanno fatto pensare: “Bisogna che io restituisca qualche cosa al buon Dio, che mi ha dato tutta questa fortuna”.
Marco (M) – Si è laureato a Milano?
P – Sì, all’Università Statale, nel 1975, dopo 6 anni di medicina. Prima mi sono diplomato al liceo scientifico Alessandro Volta, dove ho avuto un professore di lettere straordinario, che sicuramente, anche se involontariamente, mi ha portato verso la scelta di iscrivermi alla facoltà di medicina. Questo professore, che è stato il miglior allievo di Giovanni Gentile, il grandissimo filosofo Giovanni Gentile, ha condotto me e i miei compagni, lungo un percorso di riflessione, fatto di studi e di racconti. Perché le sue lezioni non erano solo Seneca, piuttosto che Pascoli, che a lui piaceva tantissimo, erano anche il racconto della sua vita: dalla sua storia di partigiano che non aveva mai sparato un colpo, perché l’aveva detto subito “io non sparo”, ad altre situazioni in cui si era trovato che ci avevano commosso. Ci aveva fatto capire che qualcosa bisogna fare per le persone che vivono dove c’è ingiustizia, dove c’è sofferenza. Io e un gruppo di compagni della mia classe ci trovammo nei bagni della scuola chiedendoci “Se vogliamo combattere la sofferenza, cosa dobbiamo fare?”. La conclusione fu “Facciamo medicina”.
M - Come si chiamava il professore?
P - Carlo Salani, una persona straordinaria; eravamo un po’ intimoriti, ma nello stesso tempo innamorati di lui; una personalità estremamente variegata, di un’umanità che colpiva con i suoi gesti. Ci aveva fatto prendere coscienza che noi eravamo molto fortunati e tanti altri, invece, non lo erano e bisognava un po’ pareggiare i conti: era etico che chi aveva di più mettesse a disposizione qualcosa in termini di buona volontà: alcuni miei compagni andarono in Burundi, a fare un po’ di servizio civile; c’era chi andava a dare una mano, tramite la chiesa, nella periferia di Milano, o nella Bassa Milanese; c’era Mani Tese che portava i ragazzi in varie parti del mondo a fare volontariato.
M - E dopo la laurea?
P - Dopo la laurea sono entrato in un pronto soccorso, come avevo visto fare da un collega.
Mi serviva come esperienza, perché eravamo stati molto mal seguiti durante gli anni di medicina. Avevamo avuto professori forse validi professionalmente, ma certamente non validi dal punto di vista didattico e come tutor; non voglio neanche esprimere giudizi, perché non sarebbero molto eleganti, sulle persone. Sei anni di medicina trascorsi tra il panico e la noia di materie meravigliose, rese noiosissime; sei anni un po’ così, comunque importanti per sviluppare la mole di conoscenze necessarie.
Avevo il papà malato di fegato e quindi, facendo di necessità virtù, le mie attenzioni erano rivolte particolarmente a questo organo. Al terzo anno scelsi di fare la tesi di laurea in un reparto specialistico di malattie del fegato e in seguito decisi di coltivare questo interesse anche dal punto di vista chirurgico.
Non fu facile all’inizio, perché non conoscevo l’ambiente, e così andai al Fatebenefratelli. Anche lì, purtroppo, l’insegnamento e la capacità di fare da tutor, anche su una base puramente psicologica, non c’era.
La svolta avvenne durante il servizio militare, dove incontrai un bravo collega che mi mise al corrente di tante situazioni molto interessanti. Lui, anestesista intensivista, mi parlò della terapia intensiva a livelli molto alti e dell’ospedale Niguarda. Facendo servizio in aeronautica, a Milano in piazza Novelli, avevo un certo numero di notti libere. Le trascorrevo in rianimazione presso il reparto Bozza, della terapia intensiva di Niguarda, dove imparai moltissimo. Stavo in piedi fino alle due, dalle due alle sei dormivo su una poltrona o su un divano e poi tornavo in caserma presso il Comando dell’Aeronautica Militare, dove mi firmavo il permesso per poter rientrare. Me lo consentiva il Maggiore che, anche lui medico, mi dava una mano.
In questo periodo ho avuto la fortuna di vedere operare due tra i migliori chirurghi con competenze specifiche sul fegato: il professor Lino Belli, che poi è diventato mio primario e mio maestro, e il professor Piero Belinazzo. Pensai così di lasciare la terapia intensiva e l’anestesia per un percorso di chirurgo interessato, in particolare, alla chirurgia del fegato. Parlai con gli assistenti del professor Belli, perché era molto difficile parlare con lui direttamente, metteva molta paura, aveva occhi grigi che perforavano il buio.
M - Era molto anziano?
P - No, non era una persona anziana, in quegli anni, 1975, aveva meno di 50 anni, era diventato primario giovanissimo; veniva dalla grande scuola chirurgica di Padova, poi era stato al Policlinico.
Alla fine i suoi assistenti mi accolsero e capii, con molto timore, che era una squadra davvero speciale, dove si giocava ad altissimo livello. Sono stato volontario per quattro anni prima di essere assunto. Per la mia professione ho imparato non tantissimo: di più!
Facevamo di tutto: chirurgia polmonare, epatobiliare, esofagea, vascolare.
E trapianti. Era già iniziata l’epoca in cui i trapianti di rene andavano bene.
Tutto, come dicevo. In particolare la chirurgia dell’ipertensione portale, che è attinente alle gravi malattie del fegato e che nessuno faceva perché estremamente complessa. Il mio primario è stato il primo in Italia a praticare un intervento imparato a New York da un famoso chirurgo che aveva messo a punto questa tecnica. Eravamo un riferimento per tutta l’Italia.
Un episodio mi aveva convinto che quella sarebbe stata la mia strada: si presentò da noi un giovane affetto da una gravissima malattia epatica, che occludeva le vene di sbocco del fegato. L’intervento necessario non era stato provato che in pochissimi posti e in questo caso c’era una complessità superiore, che rendeva impossibile l’intervento consueto. Dovemmo confrontarci con un caso analogo, operato da un cardiochirurgo a Zurigo, che si era riproposto di ideare un intervento possibile in questi casi. Lo studiammo per parecchio tempo e alla fine ci decidemmo, con grande paura da parte del primario, perché non lo aveva ancora tentato nessuno: l’intervento consisteva nel collegare la vena del fegato al cuore, quindi senza un’esperienza diretta di cardiochirurgia. Andò molto bene e, se il ragazzo avesse superato i primi giorni, poi sarebbe stato definitivamente guarito.
Quando il primario uscì dalla sala operatoria confortò subito il papà e la mamma del ragazzo. La suora che aveva ascoltato queste parole, chiamò tutti gli infermieri che fecero un applauso. Mi commossi, anche se c’entravo molto poco dato che avevo tirato solo le valve, perché mi sentivo parte di una squadra particolare, che mi avrebbe permesso di dedicarmi a quella parte di chirurgia un po’ particolare, per la quale non è facile trovare un’equipe così specializzata.
M - In che anni siamo?
P - Stiamo parlando della fine degli anni settanta, inizio anni ottanta, quando cominciammo ad affrontare anche il problema del trapianto di fegato. Nel 1984 eseguimmo il primo trapianto in un povero ragazzo che venne trasferito, già morente, in elicottero dalla Sardegna. Andò male. Sapevamo che sarebbe stato molto difficile, ma piangemmo tutti, perché ci sentimmo impotenti di fronte a una malattia devastante, di fronte a questo giovane che non ce l’aveva fatta.
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Dis aliter visum: agli dei piacque diversamente, Virgilio, Eneide
23 giugno 2009 ore 12 circa
Sto attraversando di fretta uno dei tanti viali alberati del nostro grande Ospedale. Un’infermiera in camice azzurro sembra seguirmi e con voce sonora mi apostrofa: "Dottore, dottore cosa è successo 10 anni fa?”
Sento una voce chiara e squillante di un’infermiera che non mi pare di conoscere. “Dico a lei dottore, si ricorda o no cosa è successo dieci anni fa?”.
“Mi scusi, dice a me?” guardo stupito l’infermiera che mi sorride e che proprio non mi riesce di riconoscere.
Non saprei, non ricordo, che cosa è successo 10 anni fa? Forse l’Inter, la mia squadra del cuore ha vinto la “Champions League?" Sparo a caso la prima stupidaggine che mi viene in mente e la guardo incuriosito.
“Ma allora proprio non se lo ricorda, dieci anni fa cosa è successo?” con un sorriso più aperto.
“Mah! Non saprei, veramente ne sono successe tante di cose” aggiungo prudentemente.
Glielo ricordo io cosa è successo dieci anni fa: la mia mamma ha ricevuto un bel fegato e lei ha rischiato la vita in un brutto incidente!”.
In una frazione di secondo capisco e rivedo tutto: è la ricorrenza del mio incidente il 23 giugno, esattamente dieci anni dopo.
Le chiedo subito: “Ma come sta la sua mamma adesso?”
“Molto bene, molto bene, meglio di me che ho sempre un sacco di acciacchi. Le farebbe piacere rivederla?”
“Eccome! la porti in ambulatorio quando vuole, mi farà molto piacere rivederla. Ma mi scusi, in questi dieci anni perché non l’ho più rivista?”
“Dottore abbiamo avuto un po’ vergogna per la mia gaffe e ci siamo sempre fatti seguire in ambulatorio da un altro suo collega cercando di non capitare mai con lei; ma la mamma chiede sempre di lei”.
”La cosa importante è che la mamma stia bene e che il fegato funzioni bene” aggiungo sorridendole.
“Il fegato funziona benissimo” risponde l’infermiera e con chiaro accento milanese fa un cenno con la mano per abbozzare una carezza e aggiunge “grazie doctor, siete tutti meravigliosi”.
Rivedo molte immagini del mio incidente e mi sforzo di ricordare i dettagli della gaffe a cui sta alludendo l’infermiera.
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| Il dottor Aseni, seduto, con una parte della sua equipe. Fra le mani un testo del professor Thomas Starzl, pioniere dei trapianti |
| Fabio Oggioni in versione musicista |
Questa risposta alla domanda: "quale impatto ha avuto la guerra sulla sua vita di ragazza e di Suora?" fu proposta la sera del 18 dicembre del 2008 a Suor Emerenziana Molteni (nel secolo Angela) nata a Guanzate nel 1924, delle "Operaie della Santa Casa di Nazareth" e fa parte delle numerose "testimonianze orali" raccolte nella tesi di laurea di Paola Galuppini sulle "Religiose bresciane tra guerra e Resistenza" col Professor Giorgio Vecchio all'Università di Parma (aa 2008-2009).
La vivida testimonianza di suor Emerenziana potrà offrire qualche ulteriore spunto alle ricerche, come pure a livello della storia locale di Rogeno (Lc), con le sue due vittime, il lavoro significativo di Roberta Frigerio "Rogeno e il suo territorio 1943-1945" voluto dall'Amministrazione comunale e pubblicato da Cattaneo, Lecco 2006.
Domenica 19 settembre del '43 quando l'armistizio era appena conosciuto dagli italiani, dieci militari caddero per la ferocia nazifascista nella valletta dell’Aldriga in riva al Lago Superiore nel comune di Curtatone (Mn).
1. Arisi Giuseppe, 10/10/1912, 31 anni, n. Brignano Gera d’Adda (Bg)
2. Bianchi Giuseppe, 21/01/1916, 27 anni, n. Caravaggio (Bg)
3. Binda Luigi, 28/10/1923, 20 anni, n. Rogeno (Lc)
4. Colombi Mario, 29/09/1916, 27 anni, n. Salerano sul Lambro (Lo)
5. Colombo Bruno, 24/01/1916, 27 anni, n. Lurago d’Erba (Co)
6. Corradini Mario, 17/03/192, 19 anni, n. Canneto sull’Oglio (Mn)
7. Corti Angelo, 19/06/1908, 35 anni, n. Rogeno (Lc)
8. Passoni Attilio, 21/02/1924, 19 anni, n. Monza (M B)
9. Pecchenini Luigi, 22/02/1924, 19 anni, n. Pagazzano (Bg)
10. Rimoldi Francesco, 27/01/1924, 19 anni, n. Guanzate (Co).
Come si può vedere, anche se le province attuali sono più numerose di quelle dell’epoca, questi dieci giovani rappresentano quasi mezza Lombardia: storie ed età diverse e purtroppo, stando alle commemorazioni dell'80°, poco ricordate.
Qui la sintesi che nella bibliografia non poteva comprendere il nuovo libro che di seguito andiamo a presentare
https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/Episodio_di_Curtatone.pdf
Una feroce rappresaglia, tra le prime delle tante che insanguinarono l’Italia fino all’aprile del 1945, si svolse di nascosto in un terreno quasi paludoso anche se pochi terrorizzati, richiamati dagli spari, riuscirono a vedere qualcosa.
Carlo Benfatti ha ripercorso gli eventi e il contesto di quei drammatici giorni, grazie a una lunga ricerca di documenti disponibili soprattutto d'archivi militari, e alle voci dei testimoni. Nel volume, che offre una ricca documentazione fotografica, troviamo anche la memoria popolare del tragico evento, con le celebrazioni che negli anni hanno accompagnato la ricorrenza ma non solo: anche poesie, canzoni, e addirittura un docufilm contribuiscono a tenere vivo un ricordo doloroso ma fondamentale del Novecento.
La pubblicazione è stata meritoriamente patrocinata dagli Enti Locali Provincia e Comune di Mantova oltre che città di Curtatone, assieme ad ANPI, Associazione Mutilati e invalidi e Istituto di storia contemporanea sempre mantovani. Notando il fatto che la sola vittima di Canneto sull’Oglio fosse mantovana, dovremmo concludere che la memoria dei più sia stata persa? Speriamo di no e per questo ci permettiamo di guardare alle prossime agende.
Per la collocazione del cippo di Memoria di questi dieci martiri conviene guardare ai prossimi 19 settembre di sabato del 2026 e della domenica del 2027 in quanto il Comune dove si svolse la strage non ebbe caduti per cui si attiene alla doverosa cerimonia fissa sulla data del 19 settembre.
Per comodità indichiamo il punto esatto del monumento che non corrisponde al luogo delle fucilazioni
facendo presente che non è possibile fermarsi al bordo della trafficatissima SS10 e, nemmeno, attraversare a piedi se non a 200 e passa metri di distanza. Complesso molto noto che si raggiunge da quella strada è l'Antichissimo Santuario della Beata Vergine delle Grazie, divenuto meta internazionale da 50 anni dei "madonnari", comunemente quanto erroneamente associato al capoluogo. Altro e ben più grande monumento nelle vicinanze, degno di considerazione, è quello nazionale ai caduti delle guerre d'Indipendenza con le indicazioni delle diverse università italiane dalle cui aule erano partiti i giovani volontari.
Importante sarebbe fare le commemorazioni nei singoli paesi e città. IL sito web del comune di Cinisello Balsamo contiene la storia di Luigi Pecchenini che vi si era trasferito. A Monza solo lo scorso anno colsi l'occasione per presentare il libro in biblioteca e fummo confortati dalla presenza di un pronipote di Attilio Passoni.
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| Il professor Benfatti accoglie gentilmente e volentieri fa da guida fino alla riva paludosa della valletta dell'eccidio |
Carlo Benfatti, "I Martiri dell'Aldriga - Storia e memorie di un eccidio nazista"
Sometti, Mantova 2023, pp. 208 | cm 15x21 illustrato
euro 15,00
978-88-7495-897-9
Claudio Consonni - claudio@consonni.info
Erano gli anni bui del fascismo. La famiglia di mia madre viveva a Verderio Superiore in via S.Ambrogio.
Come quasi tutti in paese, anche i miei nonni erano contadini e, come quasi tutti, conducevano una vita di miseria e di stenti, biecamente sfruttati dai feudatari locali.
La sudditanza e la povertà erano aggravate dalla spietata repressione fascista.
Fu inevitabile che i più coraggiosi si ribellassero. Mio nonno e i suoi figli cominciarono a prendere coscienza degli ideali del socialismo; in particolare lo zio Giuseppe rifiutò sempre la condizione di servo.
Le sue idee attirarono su di lui l’odio dei delatori del regime e più di una volta i familiari di mia madre furono costretti a cercare rifugio in chiesa. Ben presto le persecuzioni si fecero più pesanti, finché una sera, mentre mio zio, tornando dal lavoro in bicicletta, attraversava un ponte sull’Adda nel bergamasco, gli squadristi fascisti lo fermarono piegandolo sotto i colpi di manganello. Stavano per gettarlo dal ponte, quando una donna, che aveva assistito impotente al pestaggio, ebbe la forza di fermarli, implorandoli di risparmiarlo.
Lo abbandonarono così, tramortito dalle botte e quasi incapace di muoversi. Facendo appello alle sue ultime forze riuscì a trascinarsi verso casa, ma da quella batosta non si risollevò mai più: il suo spirito indomito si spense nel 1943, in piena guerra, dopo lunghe e strazianti sofferenze. Lucido, in punto di morte chiamò il nipote, Carlo Viganò e gli disse: “Muoio per mano dei fascisti, combatti con tutte le forze questo infame regime, in nome della democrazia”.
Anche mia madre corse non pochi rischi, in quanto fu la cuoca del nucleo partigiano della zona, che si radunava in uno dei locali oggi sede del Comune di Verderio Superiore.
Anche a loro dobbiamo la nostra libertà.
Carlo Viganò fu partigiano e fece parte di quel manipolo che arrestò la colonna di tedeschi all’incrocio per Paderno, dove oggi un cippo ricorda l’evento.
Testimonianza di Angela Oggioni, raccolta da Sandro Acquati e pubblicata sul n.7 di Cronaca Nostra, ottobre del 1995.