giovedì 11 luglio 2013
QUALCHE CONSIGLIO PER CONOSCERE MEGLIO IL POPOLO ROM a cura di Angelo Arlati
COLOCCI A. , Gli Zingari. Storia di un popolo errante. Torino 1889
COZANNET F. Gli Zingari, miti e usanze religiose. Milano, Jaka Book 1975
FONSECA I. Seppellitemi in piedi. Sperling 1999
LIEGEOIS J. P. Rom Sinti Kalé - Zingari e viaggianti in Europa. Strasburgo 1994
WIERNICKI K. Nomadi per forza. Rusconi 1997
LEWY G. La persecuzione nazista degli zingari. Einaudi 2000
PIASERE L. Popoli delle discariche. Roma CISU 1991
PIASERE L. Comunità girovaghe, comunità zingare. Liguori ed. 1995
PIASERE L. Un mondo di mondi. L'Ancora, Napoili 1999
SORAVIA G. Dialetti degli zingari italiani. Pisa, Pacini 1977
TONG D. (a cura di) Storie e fiabe degli zingari. Guanda 1989
VAUX DE FOLETIER F. (de) Mille anni di storia degli zingari. Milano, Jaka Book 1978
Sito internet: O Vurdon "il carrozzone"
LA LINGUA DEL VIAGGIO di Angelo Arlati
"La lingua del viaggio" è il primo capitolo del saggio di Angelo Arlati intitolato "La lingua dei Rom", pubblicato sul numero 376 della "Rivista Anarchica" (dicembre 2012/gennaio 2013, n.9. anno 42). Come leggere il resto? Forse scrivendo a: arivista@tin.it o telefonando al numero 02 2896627.
Negli anni settanta, a Lecco, compravo la rivista da Giovanni Sorrenti, attore, anarchico, simpaticissimo, che non girava mai senza qualche copia da diffondere. Marco Bartesaghi
LA LINGUA DEL VIAGGIO , Angelo Arlati
“I řomani čhib si jekh but purani, pattjivali, barvali taj zorali čhib. Odoleske, ma bistren la: kon bistrel la, bistrel pes”
"La lingua rom è una lingua molto antica, nobile, ricca e forte. Perciò, non dimenticatela: chi la dimentica dimentica se stesso"
Janardhan Pathania, indiano
Il romanés o romani čhib, la lingua dei Rom, è la lingua del viaggio, poiché è la lingua di un popolo nomade che, come vedremo, si è formato sulle strade dell'India prima, del Medio Oriente poi e infine dell'Europa e si modifica a ogni nuovo contatto con le varie realtà locali.
Per molto tempo si è ritenuto il romanés un linguaggio artefatto o, peggio, un gergo della malavita. Nel 1515 Aventino, un umanista e storico bavarese diceva che era una lingua venedesa o esclavona, ossia slava. Alla fine del XVII secolo Hans Christoph Wagenseil, professore di lingue orientali ad Altdorf, sosteneva che la loro lingua era un misto di tedesco e di ebraico, scambiando per gitano un lessico yiddish. Il celebre poeta francese Pierre de Ronsard nella sua opera "La Franciade" lo considerava alla stregua di un argot e Pechon de Ruby nel 1596 accomunava i Boesmiens e la loro lingua ai pitocchi e ai mendicanti. Nel 1608 il teologo fiammingo Martin Delrio lo considerava un linguaggio fittizio ad uso furbesco, chiamato ziriguenca o girigonza. In Spagna il linguaggio dei gitani, detto kalò, era considerato alla stregua di un gergo, tanto che diversi vocabolari spacciavano per voci gitane termini della Germania, il gergo furbesco spagnolo.
Fu nella seconda metà del secolo XVIII che si cominciò a capire che i Rom parlavano una vera e propria lingua. All'inizio fu l'intuizione di un ungherese, Stefano Valyi, studente di teologia all'università di Leida in Olanda, che discorrendo con alcuni giovani malabaresi suoi compagni di studi notò che molte parole della loro lingua avevano una straordinaria somiglianza con la lingua dei Rom del suo paese. La notizia - in effetti non si trattava di una scoperta scientifica ma di una curiosità - fu pubblicata sulla Gazzetta di Vienna nel novembre del 1763. Nel 1782 il tedesco Johann Carl Cristoph Rüdiger, professore all'università di Halle, pubblicò su una rivista scientifica un articolo "Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner aus Indien" ("Sulla lingua e le origini degli zingari dall'India"), nel quale dimostrò la parentela del romanés con i linguaggi dell'India. Ma il vero "scopritore" delle origini indiane del popolo rom fu il tedesco Heinrich Moritz Gottlieb Grellmann, che può essere considerato il padre della ziganologia o romologia, come si preferisce oggi. In un libro "Die Zigeuner. Ein Historischer Versuch über die Lebensart und Verfassung, Sitten und Schicksale dieses Volkes in Europa, nebst ihrem Ursprunge" ("Gli zingari. Un tentativo storico sul modo e concezione di vita, costume e sorte di questo popolo in Europa, come pure sulle sue origini"), pubblicato a Lipsia nel 1783, egli dimostrò una volta per tutte l'origine indiana dei Rom, unendo alle analisi linguistiche anche l'indagine storica e la descrizione dei loro costumi. Da allora i tedeschi si cimentarono nell'approfondimento grammaticale e lessicale del romanés e fu ancora uno di loro, un funzionario della pubblica istruzione della Turingia Alfred Graffunder a compilare nel 1835 la prima grammatica con la formulazione sistematica delle regole morfologiche e sintattiche in un interessante lavoro intitolato "Ueber die Sprache der Zigeuner: eine grammatiche Schizze" ("La lingua degli Zingari: uno schizzo grammaticale").
I Rom hanno sempre nutrito una grande diffidenza nei confronti dei gağe (i non Rom) per cui in passato hanno cercato di mantenere "segreto" il loro linguaggio. A metà ottocento l'inglese George Borrow, l'evangelizzatore dei gitani spagnoli e grande conoscitore della loro lingua, si sentì apostrofare da una vecchia gitana con queste parole: "Cattivo che vieni in mezzo a noi e ci rubi la nostra lingua!". Oggi le cose sono cambiate e si registra una generale apertura dei Rom. I Servika Roma della Slovacchia si compiacciono se un gagio parla con loro in romanés. I Sinti piemontesi, che stanno perdendo il loro dialetto, non solo si mostrano disposti alla collaborazione nella compilazione di grammatiche e vocabolari, ma esprimono la loro gratitudine per chi li aiuta a preservare una così preziosa tradizione. I Rom balcanici abituati a una ricca letteratura in lingua non si sono mai posti problemi. È vero, però, che permangono legittimi sospetti e cautele da parte di alcuni gruppi, a causa dell'atteggiamento persecutorio riservato loro in passato. I Sinti tedeschi non dimenticano che durante il nazismo Robert Ritter e Eva Justin cercarono di imparare il romanés per facilitare l'accesso alle loro comunità e mandarli nei campi di concentramento.
Ma a parte questi casi sporadici, il dispositivo linguistico relativo al romanés, sia quello filtrato e per così dire mediato dai gage che quello direttamente espresso dai Rom, è quantitativamente rilevante e cronologicamente di lunga data. Dalle prime sporadiche raccolte di voci romane del cinquecento, come il piccolo "vocabolario" di una settantina di parole messo insieme intorno al 1515 dal bavarese Johannes Grafing su un informatore incontrato a Vienna o il campionario di tredici frasi in romanés che il viaggiatore inglese André Borde ha inserito nel suo libro "Fyrste boke of thr introduction of knowledge" ("Primo libro di introduzione alla conoscenza") pubblicato a Londra nel 1542 o il vocabolario romani - latino di una settantina di termini raccolti dallo studioso francese Joseph Scaligero inserito in appendice al libro dell'umanista olandese Bonaventura Vulcanius "De Literis et lingua Getarum sive Gotorum ... quibus accesserunt, specimina variarum lingua rum" ("Lingua e letteratura dei Geti o goti ... con in appendice elementi di varie lingue"), pubblicato a Leyda nel 1597 o le fondamentali opere dei grandi linguisti dell'Ottocento e del primo Novecento, tra cui: "Romani Chib" (1821) del boemo Anton Puchmayer; "Die Zigeuner in Europa und Asien" ("Gli zingari in Europa e Asia") in due volumi del tedesco August Friedrich Pott (1844-1845); il "Vocabulario del dialetto gitano" (1844) di Enrique Trujilio; il dizionario del dialetto kalò (1841) di George Borrow; "Etudes sur lesTchinghianés ou les Bohémiens de l'Empire ottoman" (1870) del greco Alessandro Paspati; "Czigány nyelvtan. Románo csibákero sziklaribe" (Grammatica zingara) (1888) dell'arciduca d'Austria Josef Carl Ludwig, cugino dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria; gli studi del linguista austro-sloveno Franz Miklosic e le numerose opere del tran silvano HeinrichWlislocki, nonché lo straordinario lavoro "The dialect of the Gyspies of Wales" (1926) dell'inglese John Sampson.
In tempi recenti, specialmente a partire dagli anni '60 del Novecento, è andata maturando nei Rom una nuova coscienza nazionale alimentata dal bisogno di affermare la propria cultura e, di riflesso, la valorizzazione del proprio linguaggio. Ne è nata una straordinaria produzione di opere linguistiche, grammatiche, dizionari, prontuari di conversazione per iniziativa soprattutto di attivisti e intellettuali rom. Si può dire che ogni gruppo etno-linguistico (almeno un centinaio) ha la propria grammatica e il proprio vocabolario. A questi si aggiungono decine di opere didattiche in lingua romani, come libri scolastici, abbecedari, manuali di matematica, opuscoli illustrati di educazione civica e sanitaria. Un contributo fondamentale all'azione politico- rivendicativa dell'intellighenzia romaní è dato dai giornali e dalle riviste in romanés, importanti mezzi di diffusione ideologica e organi delle numerose associazioni attive soprattutto nell'Europa dell'Est. Prima della guerra, in Bosnia operavano una radio e una televisione che diffondevano i loro programmi in lingua romanés. Anche in Kosovo negli anni '90 vi erano un'emittente rom, Radio Pristina, e il periodico "Khamutne Dive" (Giorno di Sole). Nella ex-Jugoslavia la rivista mensile "Krlo e Romengo" (La voce dei Rom) di Belgrado; in Slovacchia la "Romani Pjatrin" (Foglia romani) e il bimestrale "Romipen" (Identità rom); in Ungheria le riviste "Phralipe" (Fratellanza) e "Amaro drom" (La nostra via); in Grecia la rivista "Phabaj lolí" (La mela rossa); nel Burgenland la rivista bilingue romanés- tedesco "Romani Patrin" (Foglia romani) e così via.
Dalla fine degli anni '60 si registra anche la nascita di una letteratura romaní, non tanto con scopi letterari quanto di affermazione personale all'interno della comunità rom e di coscienza e rivendicazione nazionale nei confronti dei gağe . Vi è una discreta produzione narrativa, una moda diffusa per le raccolte di paramiča, fiabe e racconti, sillogi varie in cui si combinano poesia, argomenti storici e sfoghi individuali, autobiografie roboanti e celebrative di sé e della propria parentela; ma dove l'animo rom si esprime con più libertà è la poesia (i poeti spuntano dovunque come funghi).
Se si può fare un appunto è che , salvo rarissime eccezioni, la produzione romaní è esclusivamente "endografica", ripiegata su se stessa, dove il soggetto privilegiato è la propria dimensione romaní declinata nelle varie sfumature romantiche, vittimistiche, orgogliose, evocative del passato ecc. Questo carattere "autoreferenziale" dell'attività linguistica romaní si palesa in una straordinaria opera di traduzione dei massimi capolavori della letteratura europea e mondiale nei vari dialetti rom, come l'epopea di Gilgamesh, l'Iliade, l'Odissea, le Fiabe di Esopo, parti della Divina Commedia di Dante, la Medea di Euripide, l'Amleto di Shakespeare, il Romancero gitano di Federico Garcia Lorca e naturalmente il poema indiano di Ramayana, oltre a opere di letteratura infantile, come "O tinko princo" (Il PiccoloPrincipe) di Saint-Exupery e molte altre. Come sembra ovvio, queste traduzioni sono un esercizio dimostrativo delle capacità espressive del romanés e un forte messaggio di orgolgio agli stessi compatrioti Rom.
Sullo stesso piano, anche se con una valenza aggiunta di apostolato religioso, si possono collocare le numerose traduzioni della Bibbia o di parti di essa a cui si sono dedicati studiosi rom e gage. Il primo esempio è il "Vangelo di Lucca", tradotto per la prima volta in un dialetto Sinto nel 1836 da C. Frenkel, seminarista tedesco di Friedrichslohra in Turingia, seguito l'anno successivo dal "Libro di san Luca" o "Embéo e Majaró Lucas", tradotto nel dialetto kalò da George Borrow, missionario della Società Biblica Britannica. Da allora si hanno decine e decine di passi della Bibbia nei vari dialetti rom fino alla traduzione integrale in dialetto kalderaš, Budapest 2008, alla quale si aggiunge la versione completa del Corano, Serajevo 2005.
Il romanés ha un'importanza fondamentale per ricostruire e comprendere la preistoria dei Rom e il loro itinerario dall'India all'Europa. Il russo Lev Tcherenkov chiama il romanés il filo di Arianna dei Rom perché è un segno lasciato nello spazio e nel tempo che mostra le tracce del loro cammino. Di più, il romanés è il gomitolo di Arianna, poiché ci permette di ricostruire l'essenza originaria della loro storia e cultura. Il romanés è la bibbia dei rom che come un libro scritto ci racconta le loro origini, le loro vicende, la loro organizzazione socio-economica, il loro credo religioso, la loro visione della vita. La lingua dei Rom parla, a patto però che si superi l'approccio tradizionale fondato sulla semplice analisi etimologico-comparativa (traendo facili conclusioni dalla presenza in sé sic et simpliciter di un termine indiano) e si sostituisca la visione indiano-centrica che ha caratterizzato finora la ziganologia (che fa "ruotare" i rom intorno all'India con continui improbabili paragoni con gli indiani) con la visione romano-centrica (mettendo al centro i Rom e facendo ruotare intorno a loro le analogie indiane, al pari di tutte le successive analogie sussidiarie e accidentali che sono venute dopo l'esodo in Medioriente e in Europa).
Il romanés, inoltre, rappresenta il fattore principale di unità e identità del popolo rom, strumento di coesione interna e mezzo di difesa contro il mondo ostile dei gağe: : "Maškar le gağende leski čhib si le Romeski zor", in mezzo ai gağe: la lingua è la forza dei Rom. Non per niente nel Settecento le politiche assimilatrici di Carlo III di Spagna e di Maria Teresa d'Austria vedevano nella proibizione della lingua uno strumento fondamentale nel programma del loro annientamento etnico.
I Rom hanno dato un contributo sostanziale alla civiltà europea: il flamenco, lo swing manouche di Django Reinhardt, le forme di spettacolo viaggiante come il circo e i luna park. Hanno influenzato la letteratura, il teatro, la musica e l'arte, hanno preservato usi e costumi, tradizioni e fiabe dei popoli europei che altrimenti sarebbero scomparsi. Ebbene anche sotto l'aspetto linguistico il romanés non poteva non esercitare un fascino nei codici comunicativi dei gage. Tutti i gerghi furbeschi europei, infatti hanno attinto alla lingua romaní. Sono termini relativi alle persone (ciai "ragazza", gagio "sempliciotto", pal "compagno"); ad animali familiari agli ambulanti (grai "cavallo", giukel "cane", kakagna "gallina", balo "maiale"); alla malavita e alle armi (ciori "ladro, stardú "prigione", ciurin "coltello", karamaska "pistola", sciatabà "fucile", saster "arnesi da scasso", cherdì "chiavi false"); agli affari (lovi "soldi", rupin "ricco"); ai generi alimentari (bani "acqua", marok "pane", ghiralí "cacio", masa "carne", moll "vino", zeru "olio"); ai numeri (punch "cinque", desh "dieci", sced "cento").
Inoltre in diverse regioni i Rom hanno per così dire "imposto" il loro linguaggio in alcuni gerghi di mestiere per la loro indiscussa specializzazione, in particolare la lavorazione dei metalli, l'allevamento dei cavalli e la musica. È il caso del gergo dei calderai della val Soana in Piemonte, di Parre nelle valli bergamasche e di Force nel Piceno; dei mercanti di cavalli nelle fiere in Abruzzo, e del gergo "aflamencado" costituito da parole ed espressioni prese dal kaló spagnolo.
È un peccato che questa lingua puraní e patjivalí nobile e antichissima, lingua indoeuropea tra le più antiche, lingua viva e dinamica parlata da oltre 15 milioni di individui nel mondo, da circa 12 milioni in Europa e da circa 200.000 in Italia non abbia un riconoscimento giuridico, culturale e morale. In Italia, nonostante l'esistenza di una legge che tutela le minoranze linguistiche (L. 482/1999), i Rom non sono riconosciuti come minoranza linguistica in quanto non posseggono un banale requisito: la territorialità, ossia la localizzazione in un dato territorio! Eppure i Rom l'hanno un territorio: il pianeta Terra.
La storia del romanés si può dividere in tre fasi: l'età antica, quando i Rom costituivano una sola popolazione e parlavano un unico linguaggio (dall'India all'impero bizantino); l'età moderna, quando in seguito alla diaspora balcanica si costituirono numerosissimi gruppi etnolinguistici con caratteristiche culturali e linguistiche diversificate; l'età contemporanea, quando i Rom consapevoli della loro unità etnica, culturale e linguistica hanno messo in atto un movimento di unificazione e standardizzazione del loro linguaggio.
Angelo Arlati
Negli anni settanta, a Lecco, compravo la rivista da Giovanni Sorrenti, attore, anarchico, simpaticissimo, che non girava mai senza qualche copia da diffondere. Marco Bartesaghi
LA LINGUA DEL VIAGGIO , Angelo Arlati
“I řomani čhib si jekh but purani, pattjivali, barvali taj zorali čhib. Odoleske, ma bistren la: kon bistrel la, bistrel pes”
"La lingua rom è una lingua molto antica, nobile, ricca e forte. Perciò, non dimenticatela: chi la dimentica dimentica se stesso"
Janardhan Pathania, indiano
Il romanés o romani čhib, la lingua dei Rom, è la lingua del viaggio, poiché è la lingua di un popolo nomade che, come vedremo, si è formato sulle strade dell'India prima, del Medio Oriente poi e infine dell'Europa e si modifica a ogni nuovo contatto con le varie realtà locali.
Per molto tempo si è ritenuto il romanés un linguaggio artefatto o, peggio, un gergo della malavita. Nel 1515 Aventino, un umanista e storico bavarese diceva che era una lingua venedesa o esclavona, ossia slava. Alla fine del XVII secolo Hans Christoph Wagenseil, professore di lingue orientali ad Altdorf, sosteneva che la loro lingua era un misto di tedesco e di ebraico, scambiando per gitano un lessico yiddish. Il celebre poeta francese Pierre de Ronsard nella sua opera "La Franciade" lo considerava alla stregua di un argot e Pechon de Ruby nel 1596 accomunava i Boesmiens e la loro lingua ai pitocchi e ai mendicanti. Nel 1608 il teologo fiammingo Martin Delrio lo considerava un linguaggio fittizio ad uso furbesco, chiamato ziriguenca o girigonza. In Spagna il linguaggio dei gitani, detto kalò, era considerato alla stregua di un gergo, tanto che diversi vocabolari spacciavano per voci gitane termini della Germania, il gergo furbesco spagnolo.
Fu nella seconda metà del secolo XVIII che si cominciò a capire che i Rom parlavano una vera e propria lingua. All'inizio fu l'intuizione di un ungherese, Stefano Valyi, studente di teologia all'università di Leida in Olanda, che discorrendo con alcuni giovani malabaresi suoi compagni di studi notò che molte parole della loro lingua avevano una straordinaria somiglianza con la lingua dei Rom del suo paese. La notizia - in effetti non si trattava di una scoperta scientifica ma di una curiosità - fu pubblicata sulla Gazzetta di Vienna nel novembre del 1763. Nel 1782 il tedesco Johann Carl Cristoph Rüdiger, professore all'università di Halle, pubblicò su una rivista scientifica un articolo "Von der Sprache und Herkunft der Zigeuner aus Indien" ("Sulla lingua e le origini degli zingari dall'India"), nel quale dimostrò la parentela del romanés con i linguaggi dell'India. Ma il vero "scopritore" delle origini indiane del popolo rom fu il tedesco Heinrich Moritz Gottlieb Grellmann, che può essere considerato il padre della ziganologia o romologia, come si preferisce oggi. In un libro "Die Zigeuner. Ein Historischer Versuch über die Lebensart und Verfassung, Sitten und Schicksale dieses Volkes in Europa, nebst ihrem Ursprunge" ("Gli zingari. Un tentativo storico sul modo e concezione di vita, costume e sorte di questo popolo in Europa, come pure sulle sue origini"), pubblicato a Lipsia nel 1783, egli dimostrò una volta per tutte l'origine indiana dei Rom, unendo alle analisi linguistiche anche l'indagine storica e la descrizione dei loro costumi. Da allora i tedeschi si cimentarono nell'approfondimento grammaticale e lessicale del romanés e fu ancora uno di loro, un funzionario della pubblica istruzione della Turingia Alfred Graffunder a compilare nel 1835 la prima grammatica con la formulazione sistematica delle regole morfologiche e sintattiche in un interessante lavoro intitolato "Ueber die Sprache der Zigeuner: eine grammatiche Schizze" ("La lingua degli Zingari: uno schizzo grammaticale").
I Rom hanno sempre nutrito una grande diffidenza nei confronti dei gağe (i non Rom) per cui in passato hanno cercato di mantenere "segreto" il loro linguaggio. A metà ottocento l'inglese George Borrow, l'evangelizzatore dei gitani spagnoli e grande conoscitore della loro lingua, si sentì apostrofare da una vecchia gitana con queste parole: "Cattivo che vieni in mezzo a noi e ci rubi la nostra lingua!". Oggi le cose sono cambiate e si registra una generale apertura dei Rom. I Servika Roma della Slovacchia si compiacciono se un gagio parla con loro in romanés. I Sinti piemontesi, che stanno perdendo il loro dialetto, non solo si mostrano disposti alla collaborazione nella compilazione di grammatiche e vocabolari, ma esprimono la loro gratitudine per chi li aiuta a preservare una così preziosa tradizione. I Rom balcanici abituati a una ricca letteratura in lingua non si sono mai posti problemi. È vero, però, che permangono legittimi sospetti e cautele da parte di alcuni gruppi, a causa dell'atteggiamento persecutorio riservato loro in passato. I Sinti tedeschi non dimenticano che durante il nazismo Robert Ritter e Eva Justin cercarono di imparare il romanés per facilitare l'accesso alle loro comunità e mandarli nei campi di concentramento.
Ma a parte questi casi sporadici, il dispositivo linguistico relativo al romanés, sia quello filtrato e per così dire mediato dai gage che quello direttamente espresso dai Rom, è quantitativamente rilevante e cronologicamente di lunga data. Dalle prime sporadiche raccolte di voci romane del cinquecento, come il piccolo "vocabolario" di una settantina di parole messo insieme intorno al 1515 dal bavarese Johannes Grafing su un informatore incontrato a Vienna o il campionario di tredici frasi in romanés che il viaggiatore inglese André Borde ha inserito nel suo libro "Fyrste boke of thr introduction of knowledge" ("Primo libro di introduzione alla conoscenza") pubblicato a Londra nel 1542 o il vocabolario romani - latino di una settantina di termini raccolti dallo studioso francese Joseph Scaligero inserito in appendice al libro dell'umanista olandese Bonaventura Vulcanius "De Literis et lingua Getarum sive Gotorum ... quibus accesserunt, specimina variarum lingua rum" ("Lingua e letteratura dei Geti o goti ... con in appendice elementi di varie lingue"), pubblicato a Leyda nel 1597 o le fondamentali opere dei grandi linguisti dell'Ottocento e del primo Novecento, tra cui: "Romani Chib" (1821) del boemo Anton Puchmayer; "Die Zigeuner in Europa und Asien" ("Gli zingari in Europa e Asia") in due volumi del tedesco August Friedrich Pott (1844-1845); il "Vocabulario del dialetto gitano" (1844) di Enrique Trujilio; il dizionario del dialetto kalò (1841) di George Borrow; "Etudes sur lesTchinghianés ou les Bohémiens de l'Empire ottoman" (1870) del greco Alessandro Paspati; "Czigány nyelvtan. Románo csibákero sziklaribe" (Grammatica zingara) (1888) dell'arciduca d'Austria Josef Carl Ludwig, cugino dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria; gli studi del linguista austro-sloveno Franz Miklosic e le numerose opere del tran silvano HeinrichWlislocki, nonché lo straordinario lavoro "The dialect of the Gyspies of Wales" (1926) dell'inglese John Sampson.
In tempi recenti, specialmente a partire dagli anni '60 del Novecento, è andata maturando nei Rom una nuova coscienza nazionale alimentata dal bisogno di affermare la propria cultura e, di riflesso, la valorizzazione del proprio linguaggio. Ne è nata una straordinaria produzione di opere linguistiche, grammatiche, dizionari, prontuari di conversazione per iniziativa soprattutto di attivisti e intellettuali rom. Si può dire che ogni gruppo etno-linguistico (almeno un centinaio) ha la propria grammatica e il proprio vocabolario. A questi si aggiungono decine di opere didattiche in lingua romani, come libri scolastici, abbecedari, manuali di matematica, opuscoli illustrati di educazione civica e sanitaria. Un contributo fondamentale all'azione politico- rivendicativa dell'intellighenzia romaní è dato dai giornali e dalle riviste in romanés, importanti mezzi di diffusione ideologica e organi delle numerose associazioni attive soprattutto nell'Europa dell'Est. Prima della guerra, in Bosnia operavano una radio e una televisione che diffondevano i loro programmi in lingua romanés. Anche in Kosovo negli anni '90 vi erano un'emittente rom, Radio Pristina, e il periodico "Khamutne Dive" (Giorno di Sole). Nella ex-Jugoslavia la rivista mensile "Krlo e Romengo" (La voce dei Rom) di Belgrado; in Slovacchia la "Romani Pjatrin" (Foglia romani) e il bimestrale "Romipen" (Identità rom); in Ungheria le riviste "Phralipe" (Fratellanza) e "Amaro drom" (La nostra via); in Grecia la rivista "Phabaj lolí" (La mela rossa); nel Burgenland la rivista bilingue romanés- tedesco "Romani Patrin" (Foglia romani) e così via.
Dalla fine degli anni '60 si registra anche la nascita di una letteratura romaní, non tanto con scopi letterari quanto di affermazione personale all'interno della comunità rom e di coscienza e rivendicazione nazionale nei confronti dei gağe . Vi è una discreta produzione narrativa, una moda diffusa per le raccolte di paramiča, fiabe e racconti, sillogi varie in cui si combinano poesia, argomenti storici e sfoghi individuali, autobiografie roboanti e celebrative di sé e della propria parentela; ma dove l'animo rom si esprime con più libertà è la poesia (i poeti spuntano dovunque come funghi).
Se si può fare un appunto è che , salvo rarissime eccezioni, la produzione romaní è esclusivamente "endografica", ripiegata su se stessa, dove il soggetto privilegiato è la propria dimensione romaní declinata nelle varie sfumature romantiche, vittimistiche, orgogliose, evocative del passato ecc. Questo carattere "autoreferenziale" dell'attività linguistica romaní si palesa in una straordinaria opera di traduzione dei massimi capolavori della letteratura europea e mondiale nei vari dialetti rom, come l'epopea di Gilgamesh, l'Iliade, l'Odissea, le Fiabe di Esopo, parti della Divina Commedia di Dante, la Medea di Euripide, l'Amleto di Shakespeare, il Romancero gitano di Federico Garcia Lorca e naturalmente il poema indiano di Ramayana, oltre a opere di letteratura infantile, come "O tinko princo" (Il PiccoloPrincipe) di Saint-Exupery e molte altre. Come sembra ovvio, queste traduzioni sono un esercizio dimostrativo delle capacità espressive del romanés e un forte messaggio di orgolgio agli stessi compatrioti Rom.
Sullo stesso piano, anche se con una valenza aggiunta di apostolato religioso, si possono collocare le numerose traduzioni della Bibbia o di parti di essa a cui si sono dedicati studiosi rom e gage. Il primo esempio è il "Vangelo di Lucca", tradotto per la prima volta in un dialetto Sinto nel 1836 da C. Frenkel, seminarista tedesco di Friedrichslohra in Turingia, seguito l'anno successivo dal "Libro di san Luca" o "Embéo e Majaró Lucas", tradotto nel dialetto kalò da George Borrow, missionario della Società Biblica Britannica. Da allora si hanno decine e decine di passi della Bibbia nei vari dialetti rom fino alla traduzione integrale in dialetto kalderaš, Budapest 2008, alla quale si aggiunge la versione completa del Corano, Serajevo 2005.
Il romanés ha un'importanza fondamentale per ricostruire e comprendere la preistoria dei Rom e il loro itinerario dall'India all'Europa. Il russo Lev Tcherenkov chiama il romanés il filo di Arianna dei Rom perché è un segno lasciato nello spazio e nel tempo che mostra le tracce del loro cammino. Di più, il romanés è il gomitolo di Arianna, poiché ci permette di ricostruire l'essenza originaria della loro storia e cultura. Il romanés è la bibbia dei rom che come un libro scritto ci racconta le loro origini, le loro vicende, la loro organizzazione socio-economica, il loro credo religioso, la loro visione della vita. La lingua dei Rom parla, a patto però che si superi l'approccio tradizionale fondato sulla semplice analisi etimologico-comparativa (traendo facili conclusioni dalla presenza in sé sic et simpliciter di un termine indiano) e si sostituisca la visione indiano-centrica che ha caratterizzato finora la ziganologia (che fa "ruotare" i rom intorno all'India con continui improbabili paragoni con gli indiani) con la visione romano-centrica (mettendo al centro i Rom e facendo ruotare intorno a loro le analogie indiane, al pari di tutte le successive analogie sussidiarie e accidentali che sono venute dopo l'esodo in Medioriente e in Europa).
Il romanés, inoltre, rappresenta il fattore principale di unità e identità del popolo rom, strumento di coesione interna e mezzo di difesa contro il mondo ostile dei gağe: : "Maškar le gağende leski čhib si le Romeski zor", in mezzo ai gağe: la lingua è la forza dei Rom. Non per niente nel Settecento le politiche assimilatrici di Carlo III di Spagna e di Maria Teresa d'Austria vedevano nella proibizione della lingua uno strumento fondamentale nel programma del loro annientamento etnico.
I Rom hanno dato un contributo sostanziale alla civiltà europea: il flamenco, lo swing manouche di Django Reinhardt, le forme di spettacolo viaggiante come il circo e i luna park. Hanno influenzato la letteratura, il teatro, la musica e l'arte, hanno preservato usi e costumi, tradizioni e fiabe dei popoli europei che altrimenti sarebbero scomparsi. Ebbene anche sotto l'aspetto linguistico il romanés non poteva non esercitare un fascino nei codici comunicativi dei gage. Tutti i gerghi furbeschi europei, infatti hanno attinto alla lingua romaní. Sono termini relativi alle persone (ciai "ragazza", gagio "sempliciotto", pal "compagno"); ad animali familiari agli ambulanti (grai "cavallo", giukel "cane", kakagna "gallina", balo "maiale"); alla malavita e alle armi (ciori "ladro, stardú "prigione", ciurin "coltello", karamaska "pistola", sciatabà "fucile", saster "arnesi da scasso", cherdì "chiavi false"); agli affari (lovi "soldi", rupin "ricco"); ai generi alimentari (bani "acqua", marok "pane", ghiralí "cacio", masa "carne", moll "vino", zeru "olio"); ai numeri (punch "cinque", desh "dieci", sced "cento").
Inoltre in diverse regioni i Rom hanno per così dire "imposto" il loro linguaggio in alcuni gerghi di mestiere per la loro indiscussa specializzazione, in particolare la lavorazione dei metalli, l'allevamento dei cavalli e la musica. È il caso del gergo dei calderai della val Soana in Piemonte, di Parre nelle valli bergamasche e di Force nel Piceno; dei mercanti di cavalli nelle fiere in Abruzzo, e del gergo "aflamencado" costituito da parole ed espressioni prese dal kaló spagnolo.
È un peccato che questa lingua puraní e patjivalí nobile e antichissima, lingua indoeuropea tra le più antiche, lingua viva e dinamica parlata da oltre 15 milioni di individui nel mondo, da circa 12 milioni in Europa e da circa 200.000 in Italia non abbia un riconoscimento giuridico, culturale e morale. In Italia, nonostante l'esistenza di una legge che tutela le minoranze linguistiche (L. 482/1999), i Rom non sono riconosciuti come minoranza linguistica in quanto non posseggono un banale requisito: la territorialità, ossia la localizzazione in un dato territorio! Eppure i Rom l'hanno un territorio: il pianeta Terra.
La storia del romanés si può dividere in tre fasi: l'età antica, quando i Rom costituivano una sola popolazione e parlavano un unico linguaggio (dall'India all'impero bizantino); l'età moderna, quando in seguito alla diaspora balcanica si costituirono numerosissimi gruppi etnolinguistici con caratteristiche culturali e linguistiche diversificate; l'età contemporanea, quando i Rom consapevoli della loro unità etnica, culturale e linguistica hanno messo in atto un movimento di unificazione e standardizzazione del loro linguaggio.
Angelo Arlati
LA PIÙ ANTICA RAPPRESENTAZIONE ICONOGRAFICA DEGLI ZINGARI. Maestro del Medio Reno 1417 - 1419. Articolo di Angelo Arlati
Articolo di Angelo Arlati, pubblicato dalla rivista ROM - SINTO, n. 15 novembre 2012
"Correndo l'anno di Cristo 1417 ecco che cominciano ad apparire uomini brutti, neri e cotti dal sole. Indossano vesti sudice e sono lesti nel rubare, soprattutto le donne. Commerciano cavalli, ma la maggior di loro va a piedi. Le donne cavalcano giumenti con i loro bambini". Così il geografo e orientalista tedesco Sebastiano Münster in una pagina della sua "Cosmographia Universalis", Basilea 1545, descrive i primi zingari giunti in Germania all'inizio del XV secolo.
Proprio in quegli anni una famiglia di zingari viene ritratta in un'opera di un anonimo artista tedesco che costituisce verosimilmente la più antica rappresentazione iconografica di un gruppo zingaro. L'opera è la Crocifissione del cosiddetto Maestro del Medio Reno datata 1417 - 1419. Si tratta di una pala d'altare proveniente dalla chiesa di S. Pietro di Francoforte ed ora conservata alla Städelsches Kunstinstitut della medesima città.
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| MAESTRO DEL MEDIO RENO - Crocifissione 1417 - 1419 - Städelsches Kunstistitut Francoforte. Nel cerchio rosso la famiglia di zingari. |
Il gruppo occupa una piccola sezione nell'angolo destro superiore del quadro. Vi si scorge una figura di donna a cavallo dai caratteri iconografici tipicamente zigani. Ha carnagione scura (v. descrizione di Münster) che contrasta con i visi chiari dei personaggi femminili, quali la Madonna, le Pie donne, la Veronica; ha in testa un foulard tipico delle donne zingare attuali da cui esce una ciocca di capelli corvini (v. Journal d'un Bourgeois de Paris, 1427: "le donne avevano i capelli neri come la coda di un cavallo");ma soprattutto porta gli orecchini a forma di un grande anello (Cronica di Bologna, 1422: "et poi portavano le anella a le orechie"), sconosciuti alla moda dell'epoca e presenti nelle opere artistiche solo nei paggi dei re Magi; indossa una camicia ed è avvolta in un ampio mantello nel quale trova posto un bambino. Al suo fianco cavalca un uomo di cui si intravede solo la testa con un ampio cappello a punta a larghe tese..
L'iconografia ci mostra l'abbigliamento femminile originario, semplice ed essenziale, che è giunto quasi intatto fino a noi: una camicia, un foulard, una veste lunga, gli orecchini. Da notare però che qui il copricalo della donna è un semplice panno di stoffa (l'odierno diklo, segno delle donne onorate e sposate). Si trasforma nel corso del Quattrocento in un turbante di stoffe arrotolate e nel cinquecento in un copricapo intrecciato di vimini a forma circolare (bern).
Il gruppo colpisce per un'altra particolarità: a differenza degli altri personaggi che gravitano e per così dire convergono attorno al Calvario, i nostri si muovono in direzione opposta, indifferenti a ciò che accade, anzi è come se stessero fuggendo. Qui l'artista ha forse voluto inserire il tema della maledizione divina, secondo cui gli zingari sarebbero stati condannati al nomadismo per colpa di un fabbro zingaro che avrebbe forgiato i chiodi per crocifiggere Gesù (v. Giovanni Aventino in Annales Boiarum, 1522). Se così fosse sarebbe una conferma dell'arcaicità del racconto.
L'attenzione dell'artista, rivolta quasi esclusivamente alla donna (l'uomo è solo abbozzato) ci dice che fu soprattutto l'aspetto e l'abbigliamento esotico delle donne a colpire gli osservatori del tempo. Inoltre la presenza del bambino è un altro tocco magistrale di questo straordinario pittore non solo sul piano realistico ma soprattutto religioso-simbolico, poiché quello della zingara col bambino non solo sarà uno dei temi più frequenti nella storia dell'arte, ma si rivestirà di sacralità nella rappresentazione della maternità (Il soldato e la zingara di Giorgione; La zingarella del Correggio; Maternità zingara di Amedeo Modigliani); plasmerà la scena della Fuga in Egitto di numerosi artiti (Andrea Ansaldo, Gian Giacomo Barbelli, Simone Cantarini, Anton Maria Vassallo, Des Remaux, Guercino, Giovanni Battista Passeri, Francesco Del Pedro) fino alla raffigurazione di vere e proprie Madonne zingare (La Madonna col bambino ovvero La zingarella di Tiziano; La Madonna zingara di Joso Bužan, la Vierge Tzigane di Otto Müller, ecc).
Ci riempie quindi di stupore la precocità di questo artista renano che in pochi centimetri di tela ci restituisce una straordinaria istantanea di un gruppo zingaro di 6 secoli fa e una sintesi storico-culturale degli zingari, al pari dei migliori antichi cronisti e molto meglio di tante opere del giorno d'oggi prive di interesse e destituite di fondamento. In particolare ci fa riflettere come gli zingari fin dal loro arrivo entrino a far parte della cultura e della storia europea ed è un monito alla maggioranza dei critici d'arte che tendono ad ignorare questo importante "tema" artistico, facendo un grave torto, proprio loro, a pittori come Bosch, Bruegel, Caravaggio, La Tour, Leonardo, Giorgione, Boccaccino, Tiziano, Carreggio, Guercino, Hals, Magnasco, Callot, Rembrandt, Manet, Matisse, , Renoir, Corot, Courbet, Dongen, Bouguereau, Teniers, Williamson, Gemito, Longhi, Piazzetta, Kubin, Poliakoff, Campigli, Modigliani, Dalì, Lautrech, Rousseaux, Van Gogh, Doré, Picasso e a centinaia di altri grandissimi artisti che hanno ritenuto degne di essere elevate ad arte le istanze del popolo rom
Il gruppo colpisce per un'altra particolarità: a differenza degli altri personaggi che gravitano e per così dire convergono attorno al Calvario, i nostri si muovono in direzione opposta, indifferenti a ciò che accade, anzi è come se stessero fuggendo. Qui l'artista ha forse voluto inserire il tema della maledizione divina, secondo cui gli zingari sarebbero stati condannati al nomadismo per colpa di un fabbro zingaro che avrebbe forgiato i chiodi per crocifiggere Gesù (v. Giovanni Aventino in Annales Boiarum, 1522). Se così fosse sarebbe una conferma dell'arcaicità del racconto.
L'attenzione dell'artista, rivolta quasi esclusivamente alla donna (l'uomo è solo abbozzato) ci dice che fu soprattutto l'aspetto e l'abbigliamento esotico delle donne a colpire gli osservatori del tempo. Inoltre la presenza del bambino è un altro tocco magistrale di questo straordinario pittore non solo sul piano realistico ma soprattutto religioso-simbolico, poiché quello della zingara col bambino non solo sarà uno dei temi più frequenti nella storia dell'arte, ma si rivestirà di sacralità nella rappresentazione della maternità (Il soldato e la zingara di Giorgione; La zingarella del Correggio; Maternità zingara di Amedeo Modigliani); plasmerà la scena della Fuga in Egitto di numerosi artiti (Andrea Ansaldo, Gian Giacomo Barbelli, Simone Cantarini, Anton Maria Vassallo, Des Remaux, Guercino, Giovanni Battista Passeri, Francesco Del Pedro) fino alla raffigurazione di vere e proprie Madonne zingare (La Madonna col bambino ovvero La zingarella di Tiziano; La Madonna zingara di Joso Bužan, la Vierge Tzigane di Otto Müller, ecc).
Ci riempie quindi di stupore la precocità di questo artista renano che in pochi centimetri di tela ci restituisce una straordinaria istantanea di un gruppo zingaro di 6 secoli fa e una sintesi storico-culturale degli zingari, al pari dei migliori antichi cronisti e molto meglio di tante opere del giorno d'oggi prive di interesse e destituite di fondamento. In particolare ci fa riflettere come gli zingari fin dal loro arrivo entrino a far parte della cultura e della storia europea ed è un monito alla maggioranza dei critici d'arte che tendono ad ignorare questo importante "tema" artistico, facendo un grave torto, proprio loro, a pittori come Bosch, Bruegel, Caravaggio, La Tour, Leonardo, Giorgione, Boccaccino, Tiziano, Carreggio, Guercino, Hals, Magnasco, Callot, Rembrandt, Manet, Matisse, , Renoir, Corot, Courbet, Dongen, Bouguereau, Teniers, Williamson, Gemito, Longhi, Piazzetta, Kubin, Poliakoff, Campigli, Modigliani, Dalì, Lautrech, Rousseaux, Van Gogh, Doré, Picasso e a centinaia di altri grandissimi artisti che hanno ritenuto degne di essere elevate ad arte le istanze del popolo rom
L'EVOLUZIONE DEL COPRICAPO
Inizio secolo XV: il semplice fazzoletto
Metà secolo XV: turbante di fasce arrotolate
Inizio secolo XVI: armatura circolare di vimini
Secolo XX: foulard
Angelo Arlati
venerdì 21 giugno 2013
SUL CALCIO FEMMINILE A VERDERIO INFERIORE, UN AGGIORNAMENTO DI DENISE MOTTA
Denise Motta mi ha inviato alcune fotografie in suo possesso, relative al calcio femminile di Verderio Inferiore, utili per coprire alcune lacune del'articolo "Vent'anni e più di calcio femminile a Verderio Inferiore", pubblicato su questo blog il 10 maggio scorso.
Le immagini riguardano la prima mitica partita, dalla quale tutto ebbe origine. Secondo Denny, essa fu giocata sul campo dell'oratorio, durante il Palio delle Contrade, il 19 settembre 1982, data ritrovata sul retro di una fotografia. Tale data è di due anni posteriore rispetto a quella che avevo indicato nell'articolo.
La partita fu giocata fra la squadra delle azzurre e quella delle gialle. Vinse quest'ultima, nella quale giocava anche Denny (per questo, probabilmente, mi ha mandato le foto).
Grazie a Denny è possibile completare con i nomi le immagini dell due squadre. La ringrazio per la collaborazione. M.B.
IN BASSO DA SX: FLORA MOTTA, RAFFAELLA FUMAGALLI FIGLIA DI ORAZIO, ROMINA BARELLI, LAURA ORIGO, ADELE MOGLIE DI DORIANO, ALBERTA POZZONI.
Le immagini riguardano la prima mitica partita, dalla quale tutto ebbe origine. Secondo Denny, essa fu giocata sul campo dell'oratorio, durante il Palio delle Contrade, il 19 settembre 1982, data ritrovata sul retro di una fotografia. Tale data è di due anni posteriore rispetto a quella che avevo indicato nell'articolo.
La partita fu giocata fra la squadra delle azzurre e quella delle gialle. Vinse quest'ultima, nella quale giocava anche Denny (per questo, probabilmente, mi ha mandato le foto).
Grazie a Denny è possibile completare con i nomi le immagini dell due squadre. La ringrazio per la collaborazione. M.B.
LA SQUADRA GIALLA
FORMAZIONE DA SX IN PIEDI: DENISE MOTTA, NATALIA BURBELLO, GIGLIOLA NEGRI, VILLA PIERANGELO ALLENATORE, RITA FAZIO, SIMONA ORDIGO, RACHELE SUOCERA DI MATTEO ARLATI, CAMILLA MOTTA, JOZELINE QUINTERIOIN BASSO DA SX: FLORA MOTTA, RAFFAELLA FUMAGALLI FIGLIA DI ORAZIO, ROMINA BARELLI, LAURA ORIGO, ADELE MOGLIE DI DORIANO, ALBERTA POZZONI.
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| La squadra azzurra con le annotazioni di Desise Motta |
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| Denny, a destra, in un confronto di testa con un'avversaria. |
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| Le gialle, vincitrici, esultano. |
giovedì 20 giugno 2013
ROCK A VERDERIO: "LA NUOVA ESPERIENZA". INTERVISTA A FABIO OGGIONI di Marco Bartesaghi
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| Fabio oggi (Foto Denise Motta) |
Pochi a Verderio non sanno chi sia Fabio Oggioni, classe '61, meccanico ("sempre quel lavoro, purtroppo"). Molti conoscono anche la sua voce, che non risparmia se deve esprimere le sue passioni, soprattutto quelle politiche. Qualcuno in meno sa, però, che questa voce gli è servita, insieme alla chitarra, per fare "rock"negli anni settanta/ottanta dello scorso secolo con un complesso, "La Nuova Esperienza", nato per iniziativa sua e di "Pancho", amico di un paio d'anni più vecchio, vicino di casa.
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| (Foto Denise Motta) |
Marco (M) -Quando dove e come hai imparato a suonare la chitarra?
Fabio (F) - Sono autodidatta, ho cominciato quando avevo 13 o 14 anni, con una chitarra, mi sembra, che aveva comprato mio fratello ma che non aveva mai usato: lui prendeva le robe ma poi non andava avanti. Compravo, come tutti, quei librettini con gli accordi - tre accordi - e ho cominciato così. Maestri zero. La musica era la musica pop degli anni settanta: Genesis , Jethro Tull, ...
M - Da solo?
F - Sì, sì, da solo. Mi ricordo di aver consumato un giradischi, di quelli con la puntina.
Per imparare un pezzo, ad esempio uno di Santana - ta, ta, ta tarata - , ne sentivi due righe
poi spostavi indietro la puntina di due righe e provavi, una volta, due volte e avanti finché era uguale. Purtroppo non so più dove sia quel disco lì, se no vedevi che è consumato ... gli manca un millimetro. D'altronde non c'era il digitale e quindi si faceva così, se no come cacchio facevi?
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| Fabio ieri |
Giovanna (G) -Non seguivi uno spartito: sentivi e rifacevi ...
F - Sì, sì, ma io tuttora faccio così. Anche ieri sera ho avuto una querelle con quelli con cui suono adesso, che sanno tutti leggere la musica, il più sfigato sono io. Siccome stavamo facendo una canzone che ho imparato io, e loro non sapevano, dovevo spiegargli. Però non riuscivo a dire: è un SI, è un DO, devi passare da un SI a un DO eccetera. No, dicevo: "Cazzo, vai su di una corda e ti sposti in la di tre barrette". E tutti si mettevano a ridere e non capivano; e io: "Cristu, l'è facil: te ve so e te se spöstet". Ecco io sono rimasto quello. Però al nostro livello funziona anche così.
M - Che musica ascoltavi allora?
F - Beatles, Emerson Lake and Palmer, Santana, Genesis. Di italiano niente, a parte Guccini che ero costretto. Battisti lo sto sentendo solo adesso.
M - E dei chitarristi chi ascoltavi in particolare?
F - Santana, quello dei Deep Purple, ...
M - Dicevi prima che non hai avuto maestri ...
F - No, però andando avanti ho cercato dei punti di riferimento. C'era un chitarrista di Mezzago bravo, faceva parte del complesso "Suono logico", che esiste ancora. Andavo a sentirlo, per osservare la tecnica, per vedere come muoveva le dita e così via. Loro erano i nostri fratelli maggiori, "quelli bravi".
M - E invece chi erano i Pholas Dactylus? (1)
F - Un gruppo di Sulbiate.
M - Bravi?
F - Sì, ed erano abbastanza famosi. "Gli Evasi" (2), un altro complesso di Verderio, quello di Pippo, Doriano, Chiarino ...facevano riferimento a loro: i "Pholas Dactylus" erano per "Gli Evasi" quello che i "Suono Logico" erano per noi.
M - C'era rivalità fra voi e "Gli Evasi"?
F - No, loro erano più vecchi: mi ricordo che quando ero piccolino suonavano nel rustico, dove adesso c'è il centro sportivo. Io, da casa mia, alzavo un po' la tapparella e li sentivo. Quando hanno smesso, noi neanche ci sognavamo di suonare. Erano maggiori di noi ma, a parer mio, dopo eravamo diventati più bravi noi.
1974/'75: NASCE "LA NUOVA ESPERIENZA"
M - Quando e ad opera di chi è nata LNE, La Nuova Esperienza?
F - Abbiamo iniziato a suonare, mi pare, nel 1974, '75. L'idea è nata da me e da "Pancho", Antonio Panzeri, quello dell' "Ideal Caffè " (3). Avevamo i tipici sogni dei bambini: "potremmo fare questo e quest'altro, sarebbe bello...". Forse avevamo già la mente da imprenditori, lui del "caffè" io della meccanica, dovevamo fare impresa.
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| Pancho (Foto Gabriele Aldeghi) |
M - Però in due non si fa un complesso ...
F - Abbiamo contattato Marco Motta, che studiava pianoforte e aveva intenzione di comprare una tastiera.
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| Marco, a destra, e Fabio |
M - E per la batteria?
F -Eravamo diventati amici di un complesso di Paderno d'Adda, il gruppo di Franco Stella. Loro ci hanno indicato Claudio Stucchi, che ha portato la sua batteria nella cantina di casa mia.
Due chitarre, che poi uno doveva adattarsi a fare il basso, una batteria e una tastiera : basta ghe serem ...i Beatles!!
All'inizio, inizio, inizio - questo è uno scoop! - io suonavo il basso, che ci aveva prestato il complesso di Paderno, nell'amplificatore da chitarra; Pancho suonava la chitarra. Dopo poche settimane io mi sono rotto le balle e ho detto "suono io la chitarra", anche perché ero più bravo di Pancho ...
M - Posso scriverlo o ...
F - Sì, sì scrivilo pure perché è la verità.
M - Che musica facevate?
F - Abbiamo cominciato con il liscio. Ci sarebbe piaciuto fare il Boogie, ma il nostro spirito imprenditoriale ci diceva che per fare cassa bisognava fare il liscio: se non paghiamo gli strumenti come facciamo ad andare avanti? E così nel giro di un anno o due avevamo comprato un minimo di impianto.
M - Come avete fatto?
F - Claudio, il batterista ha venduto la moto, aveva il Primavera. Poi abbiamo fatto un po' di debiti, saldati con le prime "paghe". Avevamo comprato robe vecchie strumenti di 10 anni prima; delle casse che facevano pena e che avevamo pitturato con le vernici delle automobili: una pastrugnata. Poi con una stoffa molto elastica, comprata da mia mamma, all'Isam o all'Imec (4), le avevo ricoperte.
I PRIMI CONCERTI
M - Riassumiamo la prima formazione, quella delle origini ...
F - Sì, te la dico anche con i soprannomi: io, Fabio detto "Pomito", perché dicevano che cominciavo già a perdere i capelli; Antonio, "Pancho"; Claudio detto "Negro", per il colore dei capelli, o "Lastra" perché era magro; Marco, non aveva un soprannome.
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| La prima formazione de "La Nuova Esperienza". Da sinistra, a parte il cane, Antonio "Pancho", Marco, Fabio "Pomito", Claudio "Negro" o "Lastra" |
M - E il look?
F - Io, Marco e Pancho vestivamo normale. Anche Salini, che è arrivato poco dopo e l'era un bagaj de l'uratori
Rosi (R) - Salini soprattutto, ma anche un po' Marco erano uomini da "polo".
F - L'unico eccentrico era Claudio, che si vestiva da Punk o da Dark. Si metteva i giubbetti americani tutti gonfi, con i pantaloni larghi e le tasche larghe. Una volta è venuto con una catena con attaccata una sveglia, da comodino, con le due campane sopra ...
M - Dove provavate?
F - All'inizio a casa mia. Dopo la morte di Pino, mio fratello, ci siamo trasferiti a casa di Pancho.
M - Parliamo dei primi concerti
F - Le prime volte che abbiamo suonato in pubblico lo abbiamo fatto al ristorante "da Remo" (5), portando gli strumenti a mano perché è proprio davanti alla mia officina (che allora era di mio papà e del suo socio). Abbiamo suonato qualche pomeriggio.
M - All'aperto?
F - No, sotto la bocciofila. C'erano lì quattro pensionati ...
M - Quattro pensionati mezzi addormentati al tavolino ...
F - Poi abbiamo fatto una serata, un martedì che era scoperto, alla festa dell'Unità al Parco di Nettuno, anche lì portando gli strumenti a mano.
Ma il debutto vero e proprio è stato a Romentino, vicino a Novara, nel ristorante di un cliente di Pancho, un cenone dell'ultimo dell'anno.
M - Quanti anni avevate?
F - Io 16, Pancho due in più, 18.
M - Come è andata?
F - Bene, perché eravamo impavidi, incoscienti, senza gna un po' de pagüra. Il repertorio era, si e no di 15 o 16 canzoni. Dopo due ore le avevamo già fatte tutte. Ci hanno cercato la quadriglia cos'è?. Abbiamo fatto qualche pezzo di rock: ballavano anche quello come fosse un liscio. È andata bene anche perché dopo un po' noi eravamo stanchi, ma loro ubriachi. Poi eravamo giovani e non se la sentivano di trattarci male. E ci avevano pagato anche poco ...
M - Ti ricordi quanto?
F - Io no ma Pancho lo sa di sicuro.
M - Come vi chiamavate?
F - Da subito ci siamo chiamati "La Nuova Esperienza".. perché per noi suonare era, appunto, un'esperienza nuova.
INVESTIMENTI E AVVICENDAMENTI
F -Dopo quella prima volta, ci capitava di suonare spesso e quindi ci siamo fatti la strumentazione, l'impianto luci, il furgone. Arrivavamo come dei professionisti, montavamo, suonavamo e via ...
Prima di avere il nostro furgone usavamo quello di Pancho, ed era una vitaccia. Lui tornava dal lavoro alle sette di sera, scaricavamo il caffè, caricavamo gli strumenti, partivamo, installavamo, suonavamo, smontavamo, caricavamo, tornavamo indietro, scaricavamo gli strumenti e rimettevamo su il caffè. Perché avevamo vent'anni e i debiti da pagare, se no due o tre sere di fila di 'sta vita ci avrebbe stroncato.
M - Quindi avete comprato un furgone?
F - Sì. Un furgone vecchissimo, dalla Teletra: color carta di zucchero, un disastro. L'ho tirato insieme in officina, lavorandoci il sabato e la domenica: o fa sö de chi ustiat! Non è moltissimo che l'ho buttato, saranno dieci anni. Quando il ragno, arrivato per portarlo via, ha preso la cabina è restato giù tutto il resto: pensa te cuma serem in gir!
Comunque alla fine avevamo proprio tutto, persino la pedana per piazzare la batteria. Tutte cose che in parte ci costruivamo noi, con l'aiuto di qualche amico esperto: le luci, il mixer.
M - Fin qui sempre il liscio e sempre voi quattro?
F - Quasi subito si era aggiunto Alfredo Salini, "Fred", di Paderno d'Adda. Suonava la fisarmonica, lo strumento che nel liscio significa il salto di qualità. Lui lo nega, ma i primi tempi se la tirava un po': siccome era l'unico che sapeva la musica, si faceva pagare la benzina come se fosse stato un professionista esterno. Poi ha capito che non era il caso ...
Un ultimo dell'anno, Claudio, il batterista, a cui il liscio non piaceva, ci ha dato buca. Per l'emergenza siamo dovuti andare a prenderne uno a contratto. Era bravissimo, senza sapere le canzoni le suonava tutte e ci ha salvato il culo.
Claudio è stato sostituito da "Francone", Franco Crippa, di Cornate, quello che 4 anni fa è venuto a rompermi le balle per farmi ricominciare a suonare. Con lui siamo andati avanti un po' di anni ma, per il suo lavoro, che lo teneva, e lo tiene, occupato tutto il giorno, ha dovuto mollare il gruppo.
È subentrato Lorenzo Nava di Aicurzio, che è stato con noi fino quasi alla fine. Negli ultimi tempi, quando eravamo un po' scazzati, lui, che era quello che aveva ancora più stimoli, ci ha mandato a cagare e dopo poco il gruppo s'è sciolto.
La cosa curiosa è che, quando ho ricominciato a suonare, quattro anni fa, il batterista era Francone, che poi ha lasciato e a sostituirlo è arrivato Lorenzo ... Per due volte la stessa storia ...
Carlo Mapelli, chitarra accompagnamento e voce solista, è entrato nel gruppo nel 1980.
R - Avevate anche il mixerista, Lucia Zoia.
F - Sì, prima Lucia Zoia, bravissima, e poi Mariano Scubla.
Cesare Mapelli , "Lucifero", appassionato di elettronica ha costruito un mixer - luci, così abbiamo comparato i fari e le piantane e ci siamo fatti l'impianto luci.
Per un microperiodo ha suonato con noi Mauro Caldirola. Il problema era che lui, che studiava al conservatorio, era anni luce più bravo di noi. Parlava di sedicesimi e noi figurati
Una volta abbiamo suonato con due chitarre e due batterie: era arrivato Marco Tancini, per qualche mese, e Fabio Motta.
IL LISCIO PER FARE CASSA, IL ROCK PER PASSIONE
F - Dopo il debutto a Novara abbiamo cominciato a fare diverse serate, una quindicina all'anno: suonavamo alle sagre di paese, ai cenoni di capodanno alle feste de "L'Unità", ma anche alle Feste dell'Amicizia, quelle della Democrazia Cristiana, soprattutto nella bergamasca.
M - Per le Feste dell'Amicizia cambiavate repertorio?
F - No, non facevamo "Bandiera Rossa" alla fine: l'unica cosa che cambiava era quella.
Però c'è stato anche un giallo: un anno, per la terza volta di fila, dovevamo cantare alla Festa dell'Amicizia di Ponte San Pietro. Quando siamo arrivati c'era già un altro gruppo che stava preparando il palco e gli strumenti. Siamo restati di merda. Siccome Antonio era il moroso della figlia di un organizzatore, che era poi quello che ci chiamava a suonare, siamo andati a chiedergli spiegazioni: hanno parlato di un disguido, di un errore. Dopo un po' di tempo è saltato fuori che qualcuno era andato a dirgli che eravamo comunisti e quindi è finita così.
M - In queste occasioni suonavate il liscio, immagino. Vi pagavano bene?
F - Figures! Alla Festa de l'Unità di Verderio ci davano, mi pare, 200.000 lire, che scendevano subito a 150 perché passava il "Cereda" e 50 mila lire diventavano sottoscrizione. Dimel prima, te me na de centcinquanta e basta ... Non eravamo grandi affaristi, soprattutto io. Quando dovevamo prendere i soldi andava Pancho, che ci sapeva fare un po' di più, era il ragioniere del gruppo. Ancora oggi ha una latta del caffè con dentro tutti i foglietti con i bilanci e le spese; lu 'l segnava tut: comprato un jack, comprata una spina.
Quando abbiamo finito di pagare i debiti abbiamo abbandonato il liscio e fatto solo rock.
M - Cantavate in inglese? Come ve la cavavate con la lingua?
F -. Eh, eh un dramma. I primi tempi, alle Feste de "L'Unità", ogni tanto facevamo qualche pezzo di boogie woogie. Per cantare in inglese ascoltavamo i dischi e quello che sentivamo dicevamo: "uan badaluba balan den bu ciulli fruli onoluli". Fasevem insce.
Questa cosa è durata anche dopo, anche quando c'era Lucia Zoia al mixer, che aveva studiato lingue e quand la me senteva cantà la se desperava, puerina, perché dicevamo di quelle stravaccate...
M - Chi di voi cantava?
F - Tutti, meno il batterista. L'unico che se la cavava un po' con l'inglese era Pancho: almeno lui capiva se stava dicendo capra o cavolo.
Da un certo punto in poi Carlino era il cantante ufficiale: lui in inglese era il peggiore. Lucia gli scriveva le parole come le doveva dire, ma non c'era verso. C'era una canzone Dei Raindow che diceva "since yuo be gone": lui la faceva diventare "sergiu de com". La gente che capiva qualcosa chissà cosa diceva.
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| Pancho alla Fiesta Nica (Foto Gabriele Aldeghi) |
M - Oltre ai pezzi di gruppi già affermati, le cover, a un certo punto avete cominciato a suonare canzoni composte da voi. Come preparavate i testi? Come veniva fuori la musica?
F - SOL, ta.ta.ta tata, passaggio in SI prum prum: questo era il nostro linguaggio. Però venivano fuori delle belle cose che avevano un loro perché. Oggi, anche dopo tanti anni penso che non fossimo stupidi
G- Ma come funzionava , tu facevi la musica qualcun altro scriveva le parole, viceversa ... come?.
F -Guarda, sempre per essere modesto, la musica la facevo quasi tutta io, quasi tutta, e i testi un po' io un po' gli altri.
G - Tu trovavi un motivo e poi...
F -Con la chitarra è più facile (con il pianoforte sarebbe ancora meglio), perché si presta meglio a fare sia la melodia che il solo; con il basso è più difficile . Scrivevamo un testo e poi cominciavamo con la musica. Certo non quadrava subito tutto: la musica è un po' matematica e quindi, anche a pastrugnare, le parole devi farcele star dentro. Allora inserivi una parola, ne cambiavi due finché tutto si metteva a posto.
Ogni canzone era più o meno cosi: brano, stacco, ritornello. La lavoravi come un prefabbricato, o come un Lego: prendevi un pezzo di qua, lo spostavi dall'altra parte, li invertivi e così via.
M - Prendevate le mosse sempre da un testo..
F - No, per certe canzoni veniva l'idea musicale e dopo ci mettevi le parole. Anche Pancho scriveva diversi testi.
UN CONCERTO A FAVORE DELL'OSPEDALE DI MERATE
M - Raccontami adesso di qualche concerto "memorabile": so, ad esempio, di uno che avete fatto a favore dell'ospedale di Merate.
F - L'iniziativa è nata così. Tutti gli anni, in primavera, portavamo gli strumenti nel prato di Pancho e provavamo le canzoni imparate durante l'inverno. Un anno, sarà stato l' '80 o l' '81, prima che andassi a militare, abbiamo pensato di fare una sottoscrizione per l'ospedale di Merate (non mi ricordo a chi sia venuta l'idea). Agli amici di Verderio Superiore e Inferiore, invitati alle prove, abbiamo fatto la proposta: La Nuova Esperienza sarebbe stata la promotrice e loro avrebbero dovuto collaborare. Tutti hanno aderito, e in seguito lo hanno fatto anche i vecchi del circolo San Giuseppe..
Abbiamo suonato dietro la COOP di Verderio Inferiore e, alla fine sono state raccolte 1.750.000 lire, mi ricordo come se fosse adesso
M - Che avete dato all'ospedale di Merate?
F - Sì. L'ospedale ha comprato un eco tomografo, che non ha mai lavorato un giorno, è rimasto in magazzino: non ha mai funzionato una volta!
M - Come mai?
F - Questo non lo so, però è uno scandalo
M - Come fai a saperlo?
F - Me lo ha detto, da poco, uno che lavora all'ospedale.
IN UNA "COMPILATION" DI RADIO POPOLARE E IN CONCERTO A PIAZZA DELLA LOGGIA A BRESCIA
F - A un certo punto avevamo conosciuto un giornalista di Radio Popolare, Edgardo Pellegrini, che ci aveva preso in simpatia. Era venuto a sentirci a Verderio, e ci aveva fatto suonare a Pioltello. Grazie a lui una nostra canzone, Azania, è entrata in una compilation di Radio Popolare, un'audiocassetta in cui c'era anche Miriam Macheba (6). Abbiamo avuto i nostri momenti di gloria!
M - Azania, che canzone era?
F - Era un pezzo lunghissimo, una decina di minuti, sull'Apartheid in Sudafrica. L'avevamo scritta quando i comuni di Verderio avevano dato la cittadinanza onoraria al Vescovo Desmond Tutu e a Nelson Mandela.
Pellegrini, mi sembra, ci aveva trovato l'ingaggio anche per un concerto a Brescia, in Piazza della Loggia, per il Partito Comunista Marxista Leninista: tre canzoni e poi è arrivato il diluvio universale.
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| Concerto di LNE in piazza della Loggia a Brescia. Alle spalle del gruppo il mitico furgone "carta di zucchero". |
M - Brescia, una piazza importante ...
F - Abbiamo suonato anche a Milano, in zona Arena, per una grande Festa de "l'Unità": avremo preso 300 mila lire e ne avremo spese 350 per noleggiare l'impianto. Per far vedere che eravamo bravi abbiamo suonato in perdita.
CONTRO GLI ORDIGNI E LE CENTRALI NUCLEARI.
F -Poi abbiamo fatto delle iniziative contro i missili nucleari: un concerto a Verderio Superiore, dietro le scuole, e l'altro a Verderio Inferiore. Avevamo costruito un missile con i bidoni di caffè incastrati fra loro e un cono in punta e l'avevamo appoggiato sul palco. Sul tema avevamo anche scritto una canzone, intitolata Pershing 2, il nome dei missili atomici americani.
M - Io ricordo anche un'iniziativa contro le centrali nucleari .
F - Sì, nel parcheggio del Circolo San Giuseppe, in occasione del referendum abrogativo del 1987.
VILLA GALLAVRESI PER LA PRIMA VOLTA APERTA AL PUBBLICO. È "LA FIESTA NICA" IN SOSTEGNO AL POPOLO DEL NICARAGUA
M - E la festa Nica?
F - Quella era stata una cosa più strutturata, a cui il complesso aveva aderito. L'iniziativa era stata preceduta da gruppi di studio, con Sandro Origo, sulla situazione creatasi in Nicaragua dopo la vittoria del Fronte Sandinista. La Nuova Esperienza ha partecipato con un concerto.
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| Fiesta Nica (Foto Gabriele Aldeghi) |
R - La festa si era tenuta in villa Gallavresi. Non era ancora stata ristrutturata e per la prima volta veniva aperta al pubblico.
F - Oltre al nostro, c'era stato un concerto di pianoforte di Mauro Caldirola. Avevamo noleggiato un pianoforte a coda e l'avevamo messo in un locale con i camini
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| Nella foto pubblicata da Verderio Oggi (giugno 1987), l'ingresso di Villa Gallavresi, non ancora sede del Municipio, adobbata per la "Fiesta Nica" |
M - Quelli che poi sono scomparsi?
R- Sì. Avevamo creato un bell'ambiente, con tutte le candele accese. Vendevamo anche del materiale che ci aveva fornito il gruppo missionario di Ornago.
VERSO LA FINE DELL' "ESPERIENZA"
F - La "Fiesta Nica" è stato l'ultimo battito di cuore di quello che restava del complesso ...
M - Come finisce "La Nuova Esperienza": per stanchezza, per scazzi, perché?
F - Soprattutto per stanchezza. C'è stato un periodo che, per riuscire a diventare bravini, provavamo tre sere alla settimana. Lavoravamo molto ed era una gran fatica, non avevamo neanche il tempo per andare a morosa, sunavem semper. Due o tre prove poi la domenica in giro.
LNE è finita anche perché è finito l'entusiasmo, la voglia di inventare cose nuove. Però sentiamo la versione di Rosi, che forse è quella più giusta.
R - A un certo punto davano la colpa alle donne che il complesso si era disfatto, io ho sempre sostenuto che non fosse vero. D'altra parte c'erano altre cose che cominciavano a interessare: Antonio, ad esempio, si era messo a fare Karate e, in seguito, si è dedicato anche al trial. Quindi ha abbandonato la musica.
M -Quando vi siete sciolti?
F -Mi sembra nell'89.
R - Sei sicuro? Nel '91 avete suonato ancora, al nostro matrimonio ...
M - Non avete litigato però?
F - No, litigato no. Lorenzo è andato via un po' incazzato. Però siamo restati sempre in buoni rapporti, tant'è che adesso suoniamo ancora insieme. Proprio ieri sera gli ho detto: "te Lorenzo te stacà la spina". Ha ribadito che eravamo noi che volevamo suicidarci e non aveva voluto saltare dal ponte insieme. Infatti lui, a parte qualche sosta, è andato sempre avanti a suonare.
M - Dopo La Nuova Esperienza, come è continuato il tuo rapporto con la musica?
F - Ho interrotto fino al 1995, ho suonato per un anno, ho smesso ancora e ripreso nel 2009 con il complesso "La Ciurma", dove, casualmente, dopo trent'anni ci siamo trovati ancora io "Fred" e Lorenzo
M - E cosa fate?
F - Tutte cover. Però mi piacerebbe, visto che adesso siamo in tre, riproporre le nostre canzoni. L'ho accennato a Lorenzo. Potremmo prenderne in mano una e suonarla: con gli strumenti di adesso e noi che siamo tecnicamente più bravi, potrebbe uscire una buona cosa. Anche per le registrazioni oggi è tutto più semplice e di miglior qualità: riesci a farlo perfino con la macchina fotografica.
M - Quindi pensate di riprendere le vostre canzoni e magari registrarle?
F (7)- Non si sa mai, non è da escludere. Certo non è che ci si creda più tanto alle cose che allora cantavamo con entusiasmo, però ....
NOTE
(1) http://www.ondarock.it/italia/pholasdactylus.htm
(2) Sul complesso de' Gli Evasi" puoi leggere "Vennero "Gli Evasi", e poi "I Cleptomani": i complessi musicali a Verderio", .in:
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012_06_01_archive.html
(3) Ditta di torrefazione e importazione caffè, in via San Rocco 1, Verderio Superiore
(4) Aziende tessili, rispettivamente di Verderio Superiore e Paderno d'Adda
(5) Ristorante, specializzato in cucina mantovana, in via Sernovella 26, a Verderio Superiore
(6) http://it.wikipedia.org/wiki/Miriam_Makeba
(7) Fabio, oltre ad aggiustare le macchine, suonare la chitarra, andare in montagna, dipingere ad acquerello, è fotografo naturalista, dedito soprattutto alla ripresa di uccelli. Puoi veder le sue immagini al seguente indirizzo:
http://birdphotobrianza.blogspot.it/
Marco Bartesaghi
ALCUNE CANZONI DE' "LA NUOVA ESPERIENZA"
Puoi ascoltare su You Tube una prima serie di canzoni scritte, musicate e cantate da "La Nuova Esperienza. Mi auguro in futuro di poterne pubblicare altre.
Ogni canzone è preceduta da un brevissimo estratto del testo, fatto da me, senza il parere degli autori: spero di non aver tradito il loro pensiero.
Per sentire le canzoni cerca su
http://www.youtube.com/user/bartesaghivideostory,
oppure clicca sul sul titolo sotto l'immagine.
Buon ascolto. M.B.
PERSHING 2
TU CHE TUTTO DECIDI
ESPERIENZA
AZANIA
ABISSI
Ogni canzone è preceduta da un brevissimo estratto del testo, fatto da me, senza il parere degli autori: spero di non aver tradito il loro pensiero.
Per sentire le canzoni cerca su
http://www.youtube.com/user/bartesaghivideostory,
oppure clicca sul sul titolo sotto l'immagine.
Buon ascolto. M.B.
NUCLEARE
"Di che colore sono i fiori, di che colore è la realtà , di che colore è
l'erba. Fuori forse il sole abbronzerà Dodici anni e non lo so . Di che
colore sono i sogni, papà cos'è l'amore. Un computerper giocare, vorrei correre e saltare. Nucleare voglia di scappare, nucleare voglia di morire. Ma dove vai se dentro un bunker sei. Ma non lo sai il mondo fuori è impossibile, ma non lo sai il mondo fuori è invivibile."
"NUCLEARE" La Nuova Esperinza
PERSHING 2
"Ho perso il mondo alla fermata di un tram e non lo troverò mai più. Ne
mille macchine ne mille di voi ci aiuteranno mai più. Mai come ora
l'egoismo ha sopraffatto la razionalità che fino ad ora l'avrei creduta parte esclusiva dell'umanità. Con quattro pazzi che comandano, noi che futuro avremo mai?"
"PERSHING 2" La Nuova Esperienza
TU CHE TUTTO DECIDI
"Tu che tutto decidi, il destino, il destino di tutti i mondi ... Tu che tutto decidi, con che diritto ti senti di portare avanti lo sbaglio che è di tanti? Se veramente tu esisti, con quale coraggio hai la forza di guardarti attorno, con quale pretesa, con quale diritto trasformi la vita nella morte in un giorno?"
"TU CHE TUTTO DECIDI" La Nuova Esperienza
ESPERIENZA
"Esperienza col furgone, alle sette ci si vede già sul palco l'atmosfera con davanti la balera. Ma la gente che ti sente ha solo il ballo nella mente. Che emozione ci può dare? Non ci basta certamente. E ti senti un po' jukebox, e ti senti un po' showman."
Canzone autobiografia di LNE, segna il passaggio dal liscio al Rock
Canzone autobiografia di LNE, segna il passaggio dal liscio al Rock
"ESPERIENZA" La Nuova Esperienza
AZANIA
"Uno stato che fa gli affari suoi sulla pelle nera: ma che colpa ha un uomo se chiede libertà".
Dedicata al tema dell'apartheid in Sudafrica.
Dedicata al tema dell'apartheid in Sudafrica.
"AZANIA" La Nuova Esperienza
ABISSI
"Tu non lo sai ma le donne ti sanno incantare, tu non lo sai ma le donne ci sanno fare"
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