MISSAGLIA 1943 – 1945. Fatti e persone da non dimenticare (1)
È il titolo dell'ultimo libro che Anselmo Brambilla ha dedicato alla storia delle fasi finali del fascismo nel nostro territorio. Lo ha scritto con Ezio Giubilo, come lui ex sindacalista CGIL, presidente dell'ANPI di Missaglia, suo paese di residenza, e dei comuni del Casatese, membro del direttivo provinciale ANPI di Lecco.
Il libro si compone di quattro capitoli.
Il primo, a giudizio di Anselmo il più approfondito e importante perché affronta un fatto fino ad ora abbastanza sconosciuto, è dedicato alla presenza in paese di tre famiglie di ebrei: i Frankel, che deportati ad Auschwitz, furono uccisi all'arrivo al campo, i Meyerhof, di cui non si conosce la sorte dopo la partenza da Missaglia, e gli Stern, che riuscirono a riparare in Svizzera scampando allo sterminio (2).
Il secondo capitolo è dedicato alla guerra.
Nel terzo si affronta il tema della resistenza, con la ricostruzione della nascita di una formazione partigiana a Missaglia, dell'eccidio di Valaperta, del rastrellamento sul San Genesio e dell'arresto e fucilazione del gerarca fascista Roberto Farinacci (3).
Nell'ultima parte sono trascritte testimonianze su quel periodo raccolte da Ezio Giubilo tra il 2015 e il 2016.
Questo lavoro si aggiunge ad altri che Anselmo, insieme ad Alberto Magni, ha dedicato al tema della Resistenza o, come lui preferisce dire, al periodo finale del fascismo.
L'esordio, nel 2005, è stato con il libro PARTIGIANI TRA ADDA E BRIANZA. Antifascismo e Resistenza nel Meratese. Storia della 104a Brigata S.A.P. “Citterio” (4).
“Ritengo - dice Anselmo – che questo libro sia stato per noi il più importante e utile, perché ci ha consentito di iniziare e approfondire il tema resistenziale con altre ricerche alcune delle quali svolte anche da altre persone”.
Nel 2010, 65° anniversario della Liberazione, Anselmo e Alberto hanno redatto la mappa: PER NON DIMENTICARE. I luoghi della Resistenza nella Brianza Meratese (5), Una cartina che permette di rintracciare i luoghi dove alcuni episodi si sono svolti: Monasterolo, Rovagnate, Valaperta, ecc. Recandosi in quei posti ci si può meglio rendere conto del contributo che questo territorio ha dato al movimento di Liberazione.
“Secondo alcuni ricercatori , nella fascia che va da Airuno a Vimercate, la Resistenza è stata quasi inesistente, ma a nostro avviso non è proprio così. Ci sono stati fatti molto importanti, anche se meno conosciuti di quelli che avvenivano in montagna. Lì si combatteva e si moriva , nessuno nega l'importanza, ma senza i rifornimenti che partivano dalla pianura, senza le azioni di sabotaggio, quelli in montagna avrebbero avuto la vita più dura e magari avrebbero resistito di meno”.
“Anche qui c'è stata gente – continua Anselmo nel suo racconto - che ci ha lasciato la pelle. Come Gaetano Casiraghi, il “Galet”, di Osnago, quello che hanno impiccato per aver tagliato un pezzo di filo di una linea telefonica posata dai nazisti. Sarà stàa onca un po al’lari quond l'à taia ul fil , però l’eva mia ul casu de impicàl . L'hanno lasciato lì appeso tre giorni perché tutti vedessero cosa sarebbe successo a quelli che in un modo o nell’altro creavano problemi ai nazisti. Nel punto della strada dove venne impiccato adesso c'è un cippo che lo ricorda”.
Del 2013 è il libro COMANDANTE LAZZARINI. Da capo partigiano ad agente OSS in missione nel lecchese (6).
Giacinto Lazzarini (1912 – 1990) era figlio di un “ardito” della prima guerra mondiale che, con l'avvento del fascismo, era emigrato con la famiglia in Canada. Sorpreso in questo paese dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, Giacinto si arruolò nella Royal Canadian Air Force, dove fu pilota e paracadutista. Entrato a far parte del controspionaggio degli Alleati, fu prima inviato in Francia, dove collaborò con la resistenza di quel paese, e poi in Italia. Qui diede vita, nel Varesotto, a una banda partigiana, la banda “Lazzarini”, in seguito sgominata dai tedeschi.
Successivamente fu paracadutato nella zona di Lecco, ai Piani Resinelli, dove entrò in contatto con la formazione partigiana “Gruppo Rocciatori della Grigna”, guidata dall'alpinista Riccardo Cassin. Compito di Lazzarini, fino alla Liberazione, fu quello di organizzare i lanci di rifornimento alle formazioni partigiane e, insieme al radiotelegrafista “Mummolo”, anch'egli paracadutato ai Resinelli, di mantenere i contatti informativi con le forze alleate.
“Il motivo principale che ci ha spinto a scrivere un libro su questo personaggio, è che grazie a lui fu impedito il bombardamento di Merate. Una storia particolare, la sua: Lazzarini era un monarchico che ha molto partecipato alla lotta partigiana. Per la sua grande amicizia con Luigi Zappa, sindaco di Merate dal 1965 al 1975, la moglie di Lazzarini, anche lei partigiana, ha donato l'archivio del marito al comune di Merate, che ora lo conserva in una sala a lui dedicata nel Museo Civico locale. Questo ha facilitato il nostro lavoro, poiché abbiamo potuto studiare senza problemi i suoi documenti. Nel libro ci siamo poi allargati facendo la panoramica della lotta partigiana nei territori di Varese e Lecco”.
Anselmo ha sempre dedicato un po’ di spazio al tema Resistenza anche nei libri che ha scritto su alcuni paesi della Brianza, come quello su Calco, il primo, o quello su Rovagnate.
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| Anselmo Brambilla |
Marco (M) - Come mai hai indirizzato il tuo interesse verso la storia della Resistenza nel nostro territorio e si può dire che questo sia il tuo settore privilegiato di ricerca?
Anselmo (A) - L’ho già accennato prima. Mi sembrava che i fatti resistenziali di questa zona, che ci sono stati e hanno avuto anche una certa rilevanza, non venissero sufficientemente presi in considerazione, valorizzati. Allora mi è venuta voglia di chiarire un po’ questo panorama .
È lo stesso motivo che mi ha spinto a fare la ricerca sui lavoratori. Si dava per scontato che questa fosse stata una zona tranquilla senza lotte operaie. Invece, all'inizio del novecento, c’erano state le lotte delle filandiere: Verderio, Sabbione; Brivio , ecc , quelle dei muratori di Missaglia e Casatenovo. Il loro sciopero per ottenere migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali durò circa tre mesi e, malgrado la loro determinazione, persero. C’è sempre stata anche qui la voglia di lottare per tentare di cambiare le cose, malgrado la cappa oscurantista della pressione religiosa fosse più forte e soffocante che in altre parti della Lombardia. La Brianza orientale e la Bergamasca occidentale erano, a mio avviso, le zone più bigotte d’Italia.
La Resistenza è il mio settore privilegiato di ricerca? Sì, o meglio lo è stato, perché credo che ormai il filone si sia esaurito.
(M) - Quali sono le fonti a cui avete attinto per ricostruire i fatti della resistenza del nostro territorio?
(A)- Il Fondo Lazzarini, presso il museo civico di Merate, al quale abbiamo fatto riferimento per la ricerca su di lui. È stato un uomo che ha aiutato tutte le formazioni partigiane presenti sul territorio senza distinzione, come purtroppo succedeva, di orientamento politico. Per tutto il periodo della lotta partigiana nella distribuzione degli aiuti alleati ha mantenuto fede al motto: non mi interessa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda i topi. Dopo la guerra ha assunto invece posizioni decisamente anticomuniste: mi piacerebbe sapere come si è orientato nelle vicende della Repubblica.
Un’altra fonte che abbiamo utilizzato, molto ricca di documentazione, è il fondo prefettura, primo e secondo versamento, dell’Archivio di Stato di Como.
Poi abbiamo esplorato gli Archivi di Stato di Varese e Bergamo; l’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta di Como, che era nato come Istituto Comasco per la Storia del Movimento di Liberazione; il ricco archivio del Partito Comunista di Vimercate, che ora è conservato presso l’Inslmi (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia ) di Sesto San Giovanni, che ha sede nell’ex stabilimento Breda. Infine i documenti privati ottenuti da famiglie di partigiani e di ex repubblichini.
(M) – Bisogna sapersi destreggiare fra varie fonti …
(A) - La ricerca storica, a mio avviso, è un confronto continuo e mai esaustivo fra vari documenti, fra varie fonti. Sullo stesso fatto puoi trovare diversi documenti, magari uno in contrasto con l’altro. Intanto sai che il fatto è avvenuto, poi devi cercare di capire come è avvenuto, barcamenandoti fra le diverse versioni a volte contrastanti fra di loro.
Un fatto avvenuto: la rapina compiuta da alcuni partigiani della 104° Brigata alla Cassa di Risparmio di Oggiono. Bottino 6 milioni di lire, che nel 1945 erano bei soldi.
Motivo dichiarato: finanziare il movimento partigiano.
Conosciamo il nome degli autori, perché le Brigate Nere subito dopo la rapina li hanno inseguiti e alla fine li hanno presi. In un primo tempo erano riusciti a scappare, liberandosi, nella zona di Montevecchia, di alcuni sacchi di denaro, che gli inseguitori si erano fermati a raccogliere. Poi, con una certa leggerezza, avevano deciso di nascondersi parcheggiando macchina usata per la rapina in un cortile, non ricordo bene se a Robbiate o Paderno. In tal modo le Brigate Nere riuscirono a riconoscere l’auto e a risalire al proprietario. Così li beccano tutti e li portano in galera a Como. Fortunatamente per loro in carcere restano poco, solo il tempo di prendere qualche legnata, perché alla fine di aprile c'è la Liberazione.
Su questo fatto le versioni sono contrastanti: il comando della Brigata Partigiana locale di Oggiono ha sempre negato che la rapina avesse avuto lo scopo di finanziare i partigiani. Alcuni dicono che la cattura del gruppo fu dovuto alla soffiata di uno che voleva avere una parte del malloppo, ecc.. La refurtiva recuperata dalle BBNN fu riconsegnata alla banca, ma solo in parte: pare che alla fine della guerra qualcuno degli inseguiti ma, anche degli inseguitori, sia diventato molto ricco. Qualcosa gli sarà rimasto attaccato alle mani? Qualche dubbio o zona d’ombra rimane.
(M) – Le fonti orali, ovvero le testimonianze di chi ha vissuto gli avvenimenti: le hai utilizzate?
(A) - Sì, certo e sono molto importanti. Però si deve sempre confrontare il fatto che ti è stato raccontato con i documenti che lo riguardano direttamente o indirettamente o che, almeno, si riferiscono al contesto in cui il fatto si è svolto. Se i documenti non ci sono, devi specificare che stai facendo riferimento ad una fonte orale, da prendere per buona con molta prudenza.
Ho intervistato anche molti repubblichini. Mi hanno raccontato la loro storia, ad esempio, una comandante delle ausiliarie e un tenente colonnello della Brigate Nere. Qualcuno degli intervistati era irriducibile, diceva che ci voleva ancora Mussolini e cose di questo genere.
Altri invece mi dicevano: “io mi sono arruolato nella Repubblica di Salò quando avevo 18 anni, sono venuto su in un mondo in cui sentivo il fascista parlare, sentivo il prete parlare, poi tornavo a casa e facevo il contadino. Quando mi hanno parlato dell’amore verso la Patria tradita cosa potevo scegliere? Certo sono stati bravi quelli che hanno avuto la capacità di scegliere bene. Però qualche attenuante ce l’avrò anch’io. Dopo ho capito di aver fatto una scelta sbagliata, ma dopo è facile per tutti capire se hai sbagliato”.
Era un modo di ragionare abbastanza condivisibile. Magari io non capisco la tua scelta però capisco anche che è difficile, in quelle condizioni, farne un’altra.
(M) - Ricordo di aver letto che Nuto Revelli aveva detto che se il 26 luglio lo avessero picchiato o gli avessero sputato, forse si sarebbe trovato dalla parte “sbagliata”, dalla parte dei fascisti, quelli che sembravano essere le vittime del momento (7).
(A) - Sono stato anche all’Associazione Reduci della Repubblica di Salò, a Milano. All’inizio, mi hanno guardato un po’ male. Però gliel’ho detto subito: “ io sono uno con idee di sinistra, ma non sono venuto da voi per giudicarvi , sono qui solo e unicamente per cercare notizie”.
(M) - Che idea ti sei fatto degli uomini e delle donne che hanno partecipato al movimento di Liberazione, se si può avere un’idea in generale?
(A) – Per quanto riguarda la Brianza, cioè il mondo contadino, l’idea è che molti erano indifferenti rispetto al cambiamento che sarebbe avvenuto dopo, o, se non proprio indifferenti, inconsapevoli.
Parlare di libertà a persone che la libertà non sapevano neanche cosa fosse è come parlare del diritto di leggere a un analfabeta. Però tutti, o almeno la stragrande maggioranza , erano stufi dell’arroganza, della cattiveria, della brutalità del fascismo della Repubblica Sociale e dell’occupante tedesco.
Ti racconto un episodio avvenuto a Rovagnate: due persone stanno vangando in un campo, adiacente alla strada uno si mette a ridere. Due fascisti che in quel momento passano in bicicletta, pensano stia ridendo di loro; lo prendono gli danno una manica di botte e lo mandano all’ospedale tutto sciancato.
A mio avviso però la consapevolezza della società che bisognava costruire dopo la cacciata dei nazi/fascisti era di pochi, praticamente solo di quelli che tiravano le fila del movimento partigiano.
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| Don Riccardo Corti, parroco di Giovenzana, frazione di Colle Brianza |
Perché ti dico questo? Perché la resistenza nelle nostre zone era stata stimolata da persone (specialmente operai delle grandi fabbriche) che venivano da Milano, Monza, ecc , e avevano una consapevolezza più marcata di quella che trovavano qua. Qui ogni contadino era un po’ un mondo a sé, non c’era grande scambio di opinioni e quindi le idee erano piuttosto chiuse.
In fabbrica invece c’era maggior consapevolezza sul fatto che il mondo desiderato non era quello esistente e quindi bisognava lottare per finirla con il fascismo per poter costruire la società desiderata. Società futura che non tutti vedevano allo stesso modo: alcuni avevano l’obiettivo di costruire una democrazia, altri volevano una società socialista come in Unione Sovietica.
Tutti però erano convinti che con il fascismo bisognava finirla. Tutti, cominciando molte volte dai preti, che, anche se non sempre in modo esplicito come il don Corti a Giovenzana o don Bolis, di Calolzio (8), erano stufi del fascismo che era diventato estremamente violento e brutale. Sul cosa costruire dopo, molti non ci pensavano neanche.
(M) - C’è qualche personaggio che ti ha particolarmente colpito positivamente?
(A) – Non so, forse perché sono piuttosto restio a personalizzare, sono più portato a vedere le cose in modo collettivo. La presenza nei distaccamenti dei vari paesi di Comandanti e Partigiani che si comportarono valorosamente e pagarono con la vita le loro scelte era molto numerosa, però al momento non saprei dirti che una serie di nomi senza indicarne uno in particolare.
(M) - Qualcuno che per come ha agito ti è particolarmente simpatico?
(A) - Mi prendi un po’ in contropiede … apprezzo molte persone. Una è Renato Andreoli, il comandante della 104 Brigata Garibaldina “Citterio” , quello che con altri quattro ha preso Farinacci. Lui era una persona che mi piaceva sentire parlare, perché non era di quelli che “mi o fa, mi so nà, l’ ó ciapà, ó fa chi , ó fa la” .
Non dava l’impressione di voler dire che era “lui” che aveva fatto, ma che “anche” lui aveva dato il suo contributo. Mi piaceva, mi era congeniale. Quando gli parlavi, adesso è morto, riuscivi a capire non solo il fatto d’armi, anche quello che ci stava dietro. Per lui la resistenza era stata importante perché aveva fatto incontrare e parlare liberamente persone fra loro diverse, persone che non dicevano sempre di sì. Questa secondo lui era stata la Resistenza.
(M) – E personaggi negativi, sempre in campo antifascista?
(A) - È difficile citarne uno, ce ne sono stati tanti. Uno è stato un tale di Brivio … detto “il Rosso”. Dalle solite fonti che si definiscono anonime pare sia diventato partigiano per ammazzare ( o far ammazzare) un po’ di persone, con cui aveva dei conti in sospeso. Lo chiamavano il rosso, perché si diceva comunista, ma probabilmente non sapeva neanche cosa volesse dire essere comunista. A detta di quelli che me ne hanno parlato era un tipo estremamente pericoloso .
(M) - L’hai conosciuto?
(A) - Sì, anni fa, era uno che tirava fuori le frasi perché le aveva sentite dire, ma senza ragionare su quello che stava dicendo.
Persone negative ne ho conosciute parecchie, come quelli che avevano fatto tutto loro; quelli che in due ne avevano circondati 26. Ma anche questo fa parte, purtroppo, del contesto storico di quel drammatico periodo.
Un altro da me conosciuto anni fa, di professione trasportatore, si era messo in combutta con tale “Nibal”, un fascista maresciallo delle Brigate Nere di Merate, quello che ha partecipato all’incendio della frazione di Vallaperta. “Nibal” pare rubasse gomme per autocarri e altri pezzi di ricambio ai fascisti, e le consegnasse al suo socio da nascondere.
L’accordo era che, finita la guerra, il socio avrebbe nascosto “Nibal” finché non fosse passata la buriana, poi si sarebbero spartiti il malloppo. Invece dicono le voci, tante voci (se sùna la campanela va bé, ma se sùna ul campanùn …), finita la guerra il “socio” l’ha denunciato. I partigiani hanno preso Nibal e l'hanno giustiziato in modo atroce: legandolo dietro ad un autocarro e trascinandolo sulla strada fino alla morte.
(M) – Le ombre nella storia della Resistenza sono innegabili. C’è chi su queste ombre ci ha marciato e ci marcia, chi le usa per denigrare tutto il movimento partigiano e chi trae la conclusione che fascismo e antifascismo siano uguali. Tu cosa ne pensi?
(A) - Le zone d’ombra fanno parte di ogni azione umana, perché è l’uomo che è in ombra. Nei momenti tragici si accentuano le zone d’ombra in alcune persone e quelle di luce in altre. Con tutte gli spropositi che si possono raccontare della Resistenza, non si può negare che essa sia stata un momento di luce in un buio panorama di violenza e repressione nazi/fascista. Pensare che senza di essa l’Italia sarebbe stata migliore è follia allo stato puro.
Denigrare la Resistenza è un esercizio molto facile. Come quando si legge il Libro Nero del Vaticano o quello del Comunismo: se vai a cercare la parte brutta la trovi sempre. Bisogna vedere però, nel contesto anche le parti belle, le parti generose. Quelli che hanno combattuto in montagna, rischiando e lasciandoci la pelle,e quelli che qui in pianura la rischiavano andando a fare un sabotaggio o producendo un manifesto contro i fascisti.
La Resistenza è stato un fatto importante, con zone di luce e con zone di ombra. Ma c'è un dato di fatto fondamentale, che ci dovrebbe mettere tutti d’accordo: se fascisti e nazisti non fossero stati cacciati e non fosse nata la democrazia probabilmente questo blog non avrebbe avuto la possibilità di esistere.
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