domenica 20 maggio 2018

LA SCELTA DI ANSELMO BRAMBILLA: STUDIARE LA STORIA PARTENDO DALLA VITA DEI PIÙ DEBOLI di Marco Bartesaghi









MISSAGLIA 1943 – 1945. Fatti e persone da non dimenticare (1)
È il titolo dell'ultimo libro che Anselmo Brambilla ha dedicato alla storia delle fasi finali del fascismo nel nostro territorio. Lo ha scritto con Ezio Giubilo, come lui ex sindacalista CGIL, presidente dell'ANPI di Missaglia, suo paese di residenza, e dei comuni del Casatese, membro del direttivo provinciale ANPI di Lecco.


Il libro si compone di quattro capitoli.

Il primo, a giudizio di Anselmo il più approfondito e importante perché affronta un fatto fino ad ora abbastanza sconosciuto, è dedicato alla presenza in paese di tre famiglie di ebrei: i Frankel, che deportati ad Auschwitz, furono uccisi all'arrivo al campo, i Meyerhof, di cui non si conosce la sorte dopo la partenza da Missaglia, e gli Stern, che riuscirono a riparare in Svizzera scampando allo sterminio (2).

Il secondo capitolo è dedicato alla guerra.

Nel terzo si affronta il tema della resistenza, con la ricostruzione della nascita di una formazione partigiana a Missaglia, dell'eccidio di Valaperta, del rastrellamento sul San Genesio  e dell'arresto e fucilazione del gerarca fascista Roberto Farinacci (3).

Nell'ultima parte sono trascritte testimonianze su quel periodo raccolte da Ezio Giubilo tra il 2015 e il 2016.

Questo lavoro si aggiunge ad altri che Anselmo, insieme ad Alberto Magni, ha dedicato al tema della Resistenza o, come lui preferisce dire, al periodo finale del fascismo. 







L'esordio, nel 2005, è stato con il libro PARTIGIANI TRA ADDA E BRIANZA. Antifascismo e Resistenza nel Meratese. Storia della 104a Brigata S.A.P. “Citterio” (4).

“Ritengo  - dice Anselmo – che questo libro sia stato per noi  il più importante e utile, perché ci ha consentito di iniziare e approfondire il tema resistenziale con altre  ricerche alcune delle quali svolte anche da altre persone”.











 Nel 2010, 65° anniversario della Liberazione, Anselmo e Alberto hanno  redatto la mappa:  PER NON DIMENTICARE. I luoghi della Resistenza nella Brianza Meratese (5), Una cartina che permette di  rintracciare i luoghi dove alcuni episodi si sono svolti:  Monasterolo,  Rovagnate, Valaperta, ecc. Recandosi in quei posti ci si può meglio rendere conto del contributo che questo territorio ha dato al movimento di Liberazione.

“Secondo alcuni ricercatori , nella fascia che va da  Airuno a Vimercate, la Resistenza è stata quasi inesistente, ma a nostro avviso non è proprio così. Ci sono stati  fatti molto importanti, anche se meno conosciuti di quelli che avvenivano in montagna. Lì si combatteva e si moriva , nessuno nega l'importanza, ma senza i rifornimenti che partivano dalla pianura, senza le azioni di sabotaggio, quelli in montagna avrebbero avuto la vita più dura e magari avrebbero resistito di meno”.

 
I luoghi di Verderio citati nella mappa: PER NON DIMENTICARE. Sopra il cippo che ricorda l'arresto della colonna tedesca da parte dei partigiani, il 28 aprile 1945. Sotto la lapide che ricorda la famiglia Milla, deportata e assassinata ad Auschwitz.




“Anche qui c'è stata  gente – continua Anselmo nel suo racconto - che ci ha lasciato la pelle. Come  Gaetano Casiraghi,  il “Galet”, di Osnago, quello che hanno impiccato per aver tagliato un pezzo di filo di una linea telefonica posata dai nazisti. Sarà stàa onca un po al’lari  quond  l'à taia ul fil , però l’eva mia ul casu de impicàl . L'hanno lasciato lì appeso tre giorni perché tutti vedessero cosa sarebbe successo a quelli che in un modo o nell’altro creavano problemi ai nazisti. Nel punto della strada dove venne impiccato adesso c'è un cippo che lo ricorda”.










Del 2013 è il libro COMANDANTE LAZZARINI. Da capo partigiano ad agente OSS in missione nel lecchese (6).

Giacinto Lazzarini (1912 – 1990) era figlio di un “ardito” della prima guerra mondiale che, con l'avvento del fascismo, era emigrato con la famiglia  in Canada. Sorpreso in questo paese dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, Giacinto si arruolò nella Royal Canadian Air Force, dove fu  pilota e  paracadutista. Entrato a far parte del controspionaggio degli Alleati, fu prima inviato in Francia, dove collaborò con la resistenza  di quel paese, e poi in Italia. Qui diede vita, nel Varesotto, a una banda partigiana, la banda “Lazzarini”, in seguito sgominata dai tedeschi.

Successivamente fu paracadutato nella zona di Lecco, ai Piani Resinelli, dove entrò in contatto con la formazione partigiana “Gruppo Rocciatori della Grigna”, guidata dall'alpinista Riccardo Cassin. Compito di Lazzarini, fino alla Liberazione, fu quello di organizzare i lanci di rifornimento alle formazioni partigiane e, insieme al radiotelegrafista “Mummolo”, anch'egli paracadutato ai Resinelli, di mantenere i contatti informativi con le forze alleate.

“Il motivo principale che ci ha spinto a scrivere un libro su questo personaggio, è che grazie a lui fu impedito il bombardamento di Merate. Una storia particolare, la sua: Lazzarini era un monarchico che ha molto partecipato alla lotta partigiana. Per la sua grande amicizia con Luigi Zappa, sindaco di Merate dal 1965 al 1975, la moglie di Lazzarini, anche lei partigiana, ha donato  l'archivio del marito al comune di Merate, che ora lo conserva in una sala a lui dedicata nel Museo Civico locale. Questo  ha facilitato il nostro lavoro, poiché  abbiamo potuto studiare senza problemi i suoi documenti. Nel libro ci  siamo poi allargati facendo la panoramica della lotta partigiana nei territori di Varese e  Lecco”. 


Anselmo ha sempre dedicato un po’ di spazio  al tema  Resistenza  anche nei libri che ha scritto su alcuni paesi della Brianza, come quello su Calco, il primo, o  quello su Rovagnate. 
***

Anselmo Brambilla
È ora di dare inizio all'intervista vera e propria, fatta di domande e risposte, ad Anselmo Brambilla. Rinvio ancora per un po' la sua presentazione, salvo dire, anche se lo si è già capito, che è uno che si occupa di ricerca storica.

Marco (M) -  Come mai hai indirizzato il tuo interesse verso la storia della Resistenza nel nostro territorio e si può dire che questo sia il tuo settore privilegiato di ricerca?

Anselmo (A)    - L’ho già accennato prima. Mi sembrava che i fatti resistenziali di questa zona, che ci sono stati e hanno avuto anche una certa rilevanza, non venissero sufficientemente presi in considerazione, valorizzati. Allora mi è venuta voglia di chiarire un po’ questo panorama .

È lo stesso motivo che mi ha spinto a fare la ricerca sui lavoratori. Si dava per scontato che questa fosse stata una zona tranquilla senza lotte operaie. Invece, all'inizio del novecento, c’erano state le lotte delle filandiere: Verderio, Sabbione; Brivio , ecc , quelle dei  muratori di Missaglia e Casatenovo. Il loro sciopero per ottenere migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali  durò circa  tre mesi  e, malgrado la loro determinazione, persero. C’è sempre stata anche qui la voglia di lottare per tentare di cambiare le cose, malgrado la cappa oscurantista della pressione religiosa  fosse più forte e soffocante che in altre parti della Lombardia. La Brianza orientale e la Bergamasca occidentale erano, a mio avviso, le zone più bigotte d’Italia.

La Resistenza è il mio settore privilegiato di ricerca? Sì, o meglio lo è stato, perché credo che ormai il filone si sia  esaurito.


(M) - Quali sono le fonti a cui avete attinto per ricostruire i fatti della resistenza del nostro territorio?
(A)-  Il Fondo Lazzarini, presso il museo civico di Merate, al quale abbiamo fatto riferimento per la ricerca su di lui. È stato un uomo che ha aiutato tutte le formazioni partigiane presenti sul territorio senza distinzione, come purtroppo succedeva, di orientamento politico. Per tutto il periodo della lotta partigiana nella distribuzione degli aiuti alleati ha mantenuto fede al motto: non mi interessa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda i topi. Dopo la guerra ha assunto invece posizioni decisamente anticomuniste: mi piacerebbe sapere come si è orientato nelle vicende della Repubblica.

Un’altra  fonte che abbiamo utilizzato, molto ricca di documentazione, è il fondo prefettura, primo e secondo versamento, dell’Archivio di Stato di Como.
Poi abbiamo esplorato gli Archivi di Stato di Varese e  Bergamo; l’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta di Como, che era nato come Istituto Comasco per la Storia del Movimento di Liberazione; il ricco archivio del Partito Comunista di Vimercate, che ora è conservato presso l’Inslmi (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia ) di Sesto San Giovanni, che ha sede nell’ex stabilimento Breda. Infine i documenti privati ottenuti da famiglie di partigiani e di ex repubblichini.

 

(M) – Bisogna sapersi destreggiare fra varie fonti …
(A) -
La ricerca storica, a mio avviso, è un confronto continuo e mai esaustivo fra vari documenti, fra varie fonti. Sullo  stesso fatto puoi trovare diversi documenti,  magari uno in contrasto con l’altro. Intanto sai che il fatto è avvenuto, poi devi cercare di capire come è avvenuto, barcamenandoti fra le diverse versioni a volte contrastanti fra di loro.
 

Un fatto avvenuto: la rapina compiuta  da alcuni partigiani della 104° Brigata alla Cassa di Risparmio di Oggiono. Bottino 6 milioni di lire, che nel 1945 erano bei soldi. 

Motivo dichiarato: finanziare il movimento partigiano.

Conosciamo il nome degli autori, perché le Brigate Nere subito dopo la rapina li hanno inseguiti e alla fine li hanno presi. In un  primo tempo erano riusciti a scappare, liberandosi, nella zona di Montevecchia,  di alcuni sacchi di denaro, che gli inseguitori si erano fermati a raccogliere. Poi, con una certa leggerezza, avevano deciso di nascondersi parcheggiando macchina usata per la rapina in un cortile, non ricordo bene se a Robbiate o Paderno. In tal modo le Brigate Nere riuscirono a riconoscere l’auto e a risalire al proprietario. Così li beccano tutti e li portano in galera a Como. Fortunatamente per loro in carcere restano poco, solo il tempo di prendere qualche legnata,  perché alla fine di aprile c'è la Liberazione. 

Su questo fatto le versioni sono contrastanti: il comando della Brigata Partigiana locale di Oggiono  ha  sempre negato che la rapina avesse avuto lo scopo di finanziare i partigiani. Alcuni dicono che la cattura del gruppo fu dovuto alla soffiata di uno che voleva avere una parte del malloppo, ecc..  La refurtiva recuperata dalle BBNN fu riconsegnata alla banca, ma solo in parte: pare che alla fine della guerra qualcuno degli inseguiti ma, anche degli inseguitori, sia diventato molto ricco. Qualcosa gli sarà rimasto attaccato alle mani? Qualche dubbio o zona d’ombra rimane.


(M) – Le fonti orali, ovvero le testimonianze di chi ha vissuto gli avvenimenti: le hai utilizzate?
 (A) -
Sì, certo e sono molto importanti.  Però  si deve sempre confrontare il fatto che ti è stato raccontato con i documenti che lo riguardano direttamente o indirettamente  o che, almeno, si riferiscono al contesto in cui il fatto si è svolto. Se i documenti non ci sono, devi specificare che stai facendo riferimento ad una fonte orale, da prendere per  buona con molta prudenza.
Ho intervistato anche molti repubblichini. Mi hanno raccontato la loro storia, ad esempio, una comandante delle ausiliarie e  un tenente colonnello della Brigate Nere. Qualcuno degli intervistati  era irriducibile, diceva che ci voleva ancora Mussolini e cose di questo genere.
Altri invece mi dicevano:
“io mi sono arruolato nella Repubblica di Salò quando avevo 18 anni, sono venuto  su in un mondo in cui sentivo il fascista parlare, sentivo il prete parlare, poi tornavo a casa e facevo il contadino. Quando mi hanno parlato dell’amore verso la Patria tradita   cosa potevo scegliere? Certo sono stati bravi quelli che hanno avuto la capacità di scegliere bene. Però qualche attenuante ce l’avrò anch’io. Dopo ho capito di aver fatto una scelta sbagliata, ma dopo è facile per tutti capire se hai sbagliato”.
Era un modo di ragionare abbastanza condivisibile. Magari io non capisco la tua scelta però capisco anche che è difficile, in quelle condizioni, farne un’altra.

 

(M)  - Ricordo di aver letto che Nuto Revelli aveva detto che se il 26 luglio lo avessero picchiato o gli avessero sputato, forse si sarebbe trovato dalla parte “sbagliata”, dalla parte dei fascisti, quelli che sembravano essere le vittime del momento (7).
(A) - Sono stato anche all’Associazione Reduci della Repubblica di Salò, a Milano.  All’inizio, mi  hanno guardato un po’ male. Però gliel’ho detto subito: “ io sono uno con  idee di sinistra,  ma non sono venuto da voi per giudicarvi ,  sono qui solo e unicamente per cercare notizie”. 
 

(M) - Che idea ti sei fatto degli uomini e delle donne che hanno partecipato al movimento di Liberazione, se si può avere un’idea in generale?
(A) –
Per quanto riguarda la Brianza, cioè il mondo contadino, l’idea è che molti erano indifferenti rispetto al cambiamento che sarebbe avvenuto dopo, o, se non proprio indifferenti, inconsapevoli.
Parlare di libertà a persone che la libertà non sapevano neanche cosa fosse è come parlare del diritto di leggere a un analfabeta. Però tutti, o almeno la stragrande maggioranza , erano stufi dell’arroganza, della cattiveria, della brutalità del fascismo della Repubblica Sociale e dell’occupante tedesco.
Ti racconto un episodio avvenuto a Rovagnate: due persone stanno vangando in un campo, adiacente alla strada uno si mette a ridere. Due fascisti che in quel momento passano in  bicicletta, pensano stia ridendo di loro; lo prendono gli danno una manica di botte e lo mandano all’ospedale tutto sciancato.
A mio avviso però la consapevolezza della società che bisognava costruire dopo la cacciata dei nazi/fascisti era di pochi, praticamente solo di quelli che tiravano le fila del movimento partigiano.
 


Don Riccardo Corti, parroco di Giovenzana, frazione di Colle Brianza

Perché ti dico questo? Perché la resistenza nelle nostre zone era stata stimolata da persone (specialmente operai delle grandi fabbriche) che venivano da Milano, Monza, ecc , e avevano una consapevolezza più marcata di quella che trovavano qua. Qui ogni contadino era un po’ un mondo a sé, non c’era grande scambio di opinioni e quindi le idee erano piuttosto chiuse.
In fabbrica invece c’era maggior consapevolezza sul fatto che  il mondo desiderato non era quello esistente e quindi bisognava lottare per finirla con il fascismo per poter costruire la società desiderata. Società futura che non tutti vedevano allo stesso modo: alcuni avevano l’obiettivo di costruire una democrazia, altri volevano una società socialista come in Unione Sovietica. 
Tutti però erano convinti che con il fascismo bisognava finirla. Tutti, cominciando molte volte dai preti, che, anche se non sempre  in modo esplicito come il don Corti a Giovenzana o don Bolis, di Calolzio
(8), erano stufi del fascismo che era diventato estremamente violento e brutale. Sul cosa costruire dopo, molti non ci pensavano neanche
.


(M) - C’è qualche personaggio che ti ha particolarmente colpito positivamente?
(A) –
Non so, forse perché sono piuttosto restio a personalizzare, sono più portato a vedere le cose in modo collettivo.  La presenza nei distaccamenti dei vari paesi di Comandanti e Partigiani che   si comportarono valorosamente e pagarono con la vita le loro scelte era molto numerosa, però al momento non saprei dirti che una serie di nomi senza indicarne uno in particolare.


(M) - Qualcuno che per  come ha agito ti è particolarmente simpatico?
(A) -
Mi prendi un po’ in contropiede … apprezzo molte persone.  Una è  Renato Andreoli, il comandante della 104 Brigata Garibaldina “Citterio” , quello che con altri quattro ha preso Farinacci. Lui era una persona che mi  piaceva sentire parlare, perché non era di quelli che “mi o fa, mi so nà, l’ ó ciapà, ó fa chi , ó fa la”
Non dava l’impressione di voler dire  che era “lui” che aveva fatto, ma che “anche” lui aveva dato il suo contributo. Mi piaceva, mi era congeniale. Quando gli parlavi, adesso è morto, riuscivi a capire non solo il fatto d’armi, anche quello che ci stava dietro. Per lui  la resistenza era  stata importante perché aveva fatto  incontrare e parlare liberamente persone fra loro diverse, persone che non  dicevano sempre di sì. Questa secondo lui era stata la Resistenza.


(M) – E personaggi negativi, sempre in campo antifascista?
(A)  - È difficile citarne uno, ce ne sono stati tanti. Uno è stato un tale di Brivio … detto “il Rosso”. Dalle solite fonti che si definiscono anonime pare sia diventato partigiano per ammazzare ( o far ammazzare) un po’ di persone, con cui aveva dei conti in sospeso. Lo chiamavano il rosso, perché si diceva comunista, ma probabilmente non sapeva neanche cosa volesse dire essere comunista. A detta di quelli che me ne hanno parlato era un tipo estremamente pericoloso .

(M) - L’hai conosciuto?

(A)  - Sì, anni fa, era uno che tirava fuori le frasi perché le aveva sentite dire, ma senza ragionare su quello che stava dicendo. 

Persone negative ne ho conosciute parecchie, come quelli che avevano fatto tutto loro; quelli che in due  ne avevano circondati 26. Ma anche questo fa parte, purtroppo, del contesto storico di quel drammatico periodo.

Un altro da me conosciuto anni fa, di professione trasportatore, si era messo in combutta con tale “Nibal”, un fascista maresciallo delle Brigate Nere di Merate, quello che ha partecipato all’incendio della frazione di Vallaperta. “Nibal” pare rubasse gomme per autocarri e altri pezzi di ricambio ai fascisti, e le consegnasse  al suo socio da nascondere.

L’accordo era che, finita la guerra, il socio avrebbe nascosto “Nibal” finché non fosse passata la buriana, poi si sarebbero spartiti il malloppo. Invece dicono le voci, tante voci (se sùna la campanela va bé, ma se sùna ul campanùn …), finita la guerra il “socio” l’ha denunciato. I partigiani hanno preso Nibal e l'hanno giustiziato in modo atroce: legandolo dietro ad un autocarro  e trascinandolo sulla strada fino alla morte.


(M) – Le ombre nella storia della Resistenza sono innegabili. C’è chi su queste ombre ci ha marciato e ci marcia, chi le usa per denigrare tutto il movimento partigiano e chi trae la conclusione che fascismo e antifascismo siano uguali. Tu cosa ne pensi?

(A) -  Le zone d’ombra fanno parte di ogni azione umana, perché è l’uomo che è in ombra. Nei momenti tragici si accentuano le zone d’ombra in alcune persone  e quelle di luce in altre. Con  tutte gli spropositi che si possono raccontare della Resistenza, non si può negare che essa sia stata un momento di luce in un buio panorama di violenza e repressione nazi/fascista. Pensare che senza di essa l’Italia sarebbe stata migliore è  follia allo stato puro.

Denigrare la Resistenza è un esercizio molto facile. Come quando si legge il Libro Nero del Vaticano o quello del Comunismo: se vai a cercare la parte brutta la trovi sempre. Bisogna vedere però, nel contesto anche le parti belle, le parti generose. Quelli che hanno combattuto in montagna, rischiando e lasciandoci la pelle,e  quelli che qui in pianura la rischiavano  andando a fare un sabotaggio o producendo un manifesto contro i fascisti.

La Resistenza è stato un fatto importante, con zone di luce e con zone di ombra. Ma  c'è un dato di fatto fondamentale, che ci dovrebbe mettere tutti d’accordo: se fascisti e nazisti non fossero stati cacciati e non fosse  nata  la democrazia probabilmente questo blog non avrebbe avuto la possibilità di esistere. 


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martedì 15 maggio 2018

LA PRIMAVERA È GIÀ TORNATA di Marco Bartesaghi e Roberto Muzio












                      

Un breve video con alcune fotografie, senza pretese, scattate a Verderio per salutare la primavera.



LA "ROUTE" DEL CANAVESIO di Giovanna Villa

La vacanza che io e Giovanna, mia moglie, abbiamo fatto l'estate scorsa (agosto 2017) ha avuto qualcosa a che fare con Verderio. Abbiamo infatti percorso, quasi sempre a piedi, un itinerario fra i luoghi che conservano molte delle opere del pittore Giovanni Canavesio, quello che ha dipinto la pala conservata nella parrocchia di San Giuseppe e Floriano di Verderio.

 


Il polittico di Giovanni Canavesio, della chiesa parrocchiale dei Saanti Giuseppe e Floriano di Verderio


Un trekking quindi, ma che noi preferiamo chiamare Route, termine francese traducibile in “Strada”, che per gli Scout indica solitamente un cammino di più giorni, effettuato con zaino in spalla, con pernottamenti in tenda e un tema che cerca di dare un senso unitario all'itinerario.
La nostra è stata quindi la “Route del Canavesio”. Avremmo dovuto vedere molte delle opere di Canavesio, ma come capirete dal racconto di Giovanna, per un motivo o l'altro non tutte le visite previste sono state poi realizzate. Pazienza: dello spirito scout fa parte anche l'idea che non sia  tanto importante la meta raggiunta, quanto la strada percorsa. Oltre a questa giustificazione ce n' è un'altra: cosa si può pretendere da due giovani scout di 64 e 61 anni? M.B.



 LA "ROUTE" DEL CANAVESIO diario di Giovanna Villa

VACANZE 2017
Piccola premessa:Questo è stato un anno molto impegnativo ed esisteva la possibilità che non riuscissimo a fare le nostre vacanze estive per cui visto che siamo partiti siamo particolarmente contenti.
 

Cosa faremo in queste vacanze? Ideona di Marco, naturalmente: Route del Canavesio.
Canavesio? Chi era costui?
 

Giovanni Canavesio di Pinerolo, 1450-1500 più o meno, dati poco certi, è il pittore che ha realizzato la pala d’altare della parrocchiale di S. Giuseppe e S. Floriano a Verderio.
 

Per ora tutto quello che so del programma vacanze è questo. Non ho voluto sapere nulla in anticipo e quindi, sarà tutta una sorpresa. 

Mercoledì 16 agosto
Si parte da casa a piedi con zaino in spalla:  ore 6.18 treno da Paderno D’Adda
Zaini preparati cercando di portare l’essenziale per i primi dieci giorni.
Poi, Dio volendo, faremo qualche giorno al mare e il necessario per questo secondo periodo l’abbiamo infilato in un borsone e consegnato ad un nostro cliente che passa l’estate in Liguria per conservarcelo fino al nostro arrivo.


Verderio 16 agosto 2017, alba

Partiti da Paderno, arriviamo a Milano Porta Garibaldi ma dobbiamo andare in stazione  Centrale. Primo contrattempo: in metrò la fermata di Centrale è chiusa nella nostra direzione. Si deve passare oltre, scendere alla fermata successiva e tornare indietro.
Facciamo i biglietti che nei giorni scorsi non siamo riusciti a fare perché non abbiamo trovato una biglietteria aperta e online siamo troppo poco pratici.
Destinazione La Brigue, nostro punto di partenza per il Tour. Previsto cambio treno e sosta a Torino.
Ancora la tecnologia non ci favorisce: troviamo le obliteratrici non funzionanti ( 2 su 3) e al treno il portellone si apre solo a metà. Marco sale ma quando sto per salire mi si chiude del tutto addosso, riesco comunque a salire ma giunge immediatamente il controllore che mi sgrida abbastanza violentemente: quando si sente suonare un dlin dlon non si deve salire perché loro stanno provando la chiusura e apertura. Io replico che non ho sentito il campanello e lei si altera ulteriormente perché è impossibile che non abbia sentito … va beh, mi prendo l’ulteriore rimprovero ma io dicevo di non averlo sentito e non che non fosse stato suonato. Comunque si parte, niente di grave.


A Torino, prima delusione. Galleria Sabauda chiusa, eran aperta ieri, ferragosto, e chiusa oggi, no comment. Lì era prevista la prima tappa Canavesio; in questa pinacoteca è presente un polittico antecedente all’opera di Verderio.


Il polittico del Canavesio, conservato alla Galleria Sabauda di Torino, che non siamo riusciti a vedere.Proviene, probabilmente, dalla chiesa di Notre Dame des Fontaines di Briga.
Ci aggiriamo per Torino senza meta. È  molto piacevole. 



Poi torniamo in stazione,  mangiamo i nostri panini e prendiamo il treno per Cuneo. A Cuneo di corsa  si prende trenino per Ventimiglia. Scendiamo a La Brigue. 




Inizia l’avventura.
Ci dirigiamo verso il paesino e lo visitiamo



La Brigue, è stata una cittadina italiana fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando è passata alla Francia








Attendiamo l'apertura dei negozi per acquistare il pane: 2 baguette naturalmente, siamo in Francia!






Imbocchiamo rue Canavesio e cerchiamo il sentiero che ci porterà a Notre Dame des Fontaines.

Percorso più lungo e faticoso del previsto o perlomeno del ricordo che ne avevo. Sappiamo già che non riusciremo a visitarla perché già chiusa stasera e domani aprirà troppo tardi: secondo appuntamento con Canavesio mancato.
 




Arrivati scopriamo che non c’è acqua. Niente fontana anche se Marco giura che l’altra volta c’era … fra l’altro il luogo si chiama Notre Dame des Fontaines ma la “fontaine” non c’è: ingannevole.

Cerca che ti cerca troviamo una piccola sorgente, un po’ scomoda da raggiungere ma che ci offre acqua bevibile. Riempiamo le bottiglie, montiamo tenda, cuciniamo abbondante pasta che ci servirà anche per la cena di domani, ceniamo sui “tavoloni dei giganti”… altissimi e massicci.
 








Poi nanna dopo aver fatto conoscenza con un rospone immenso.


 ***

Giovedì 17 agosto
 

Sveglia ore 5. Smontiamo e sistemiamo gli zaini.

  

È troppo presto, come previsto, per visitare la chiesa di Notre Dame, completamente affresacta da Canavesio. Non ci resta che ricordare quello che avevamo visto qualche anno fa.






Prima di partire Marco va alla sorgente per fare il rifornimento d’acqua necessario per la giornata ma, amara sorpresa, la sorgente non butta più, completamente asciutta. Aiuto!!!

Non possiamo fare a meno dell’acqua, cambiamo leggermente itinerario: invece di imboccare subito il sentiero andiamo sulla strada asfaltata fino a Bens, piccolo agglomerato di case, dove speriamo di trovarla. Fortunatamente lungo la strada, che è circondata da lussureggianti orti, troviamo, nonostante l’ora mattutina, una signora a cui chiediamo dove trovare dell’acqua da bere; naturalmente nel perfetto francese ...  ossia a gesti). Lei, gentilissima ci fa riempire tutte le nostre bottiglie, bottigliette e tanichetta. 4 litri e mezzo, dovremo farcela bastare.




Il peso aumenta e cominciamo la salita su una mulattiera non sempre bella. Finché arriviamo in punto in cui attraversiamo un allevamento di pecore e capre. Ahimè siamo circondati da cani abbaianti e ringhianti.




Una mezza dozzina di cani da pastore bellissimi ma arrabbiati. Stanno facendo il loro lavoro, ci vedono come pericolo ma noi dobbiamo solo passare. Non appare nessun pastore, pian piano mantenendoci tranquilli oltrepassiamo il loro raggio d’azione.

La mulattiera si trasforma in un bel sentiero e saliamo, saliamo, saliamo … con un po’ di fatica ma non troppo per ora. Ci fermiamo in un tratto panoramico per un break con barretta cereali e polase rigenerante(!?!).






L’ultimo tratto per giungere alla carreggiata militare è proprio duro, molto, molto faticoso.
Ci arriviamo e scopriamo che su questa sterrata passa di tutto: biciclette, moto, fuoristrada, gipponi, quad di tutte le dimensioni. Son rumorose e impolveranti.






Verso le 14.00 arriviamo al passo del Tanarello, 2040m, e ci fermiamo a pranzare e riposare.  Poi, ultimo strappetto dopo sali e scendi, sali e scendi, raggiungiamo la cima del monte Saccarello, 2201 m.
 




 
La cima del monte Saccarello. m.2201



Bella vista sia sul versante francese che su quello italiano. 








Continuiamo fino ad un’altra cima con una grande statua del Cristo Redentore (non molto bella) e poi ci dirigiamo verso il rifugio Sanremo, meta per la notte.
Lungo la strada incontriamo una bella e grande casa con una comitiva di ragazzini in bicicletta. Osiamo chiedere se hanno dell’acqua da darci e fortunatamente ce ne possono dare una bottiglia da un litro e mezzo. Qui in giro non ci sono né fonti né altro per cui, grazie a Dio, ce ne regalano un po’ .


 
Il rifugio Sanremo


Arriviamo al rifugio. È  chiuso. Ci sistemiamo fuori, su un piccolo pianoro di fianco all’edificio. Comincia a tirare un vento freddo. Ci laviamo, cambiamo e indossiamo tutto ciò che abbiamo a disposizione per affrontare la notte che si prospetta fredda.
 




Montiamo la tenda, mangiamo sfruttando la luce dell’ultimo sole e vediamo passare un paio di camosci (ci pare).
 




Cala il sole e comincia il grande concerto di campanacci delle bellissime mucche bianche che pascolano li vicino. Ci godiamo la stellata magnifica  e andiamo a dormire nella speranza che anche i nostri vicini bovini si addormentino. I campanacci invece non ci abbandonano mai , continuano a suonare per tutta la notte. Abbiamo scoperto che le mucche non dormono di notte! Beh, un po’ noi dormiamo comunque, quando la stanchezza prende il sopravvento.


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lunedì 14 maggio 2018

UNA SERIE DI FRANCOBOLLI DEL PRINCIPATO DI MONACO DEDICATA A GIOVANNI CANAVESIO di Marco Bartesaghi

Il 12 aprile 1972 il Principato di Monaco ha emesso una serie di francobolli dedicata alla  “Conservazione dei monumenti”. La serie si compone di cinque pezzi del valore facciale di Franchi 0,30 – 0,50 – 0,90 – 1,40 – 2,00.
Sui cinque francobolli sono rappresentate altrettante scene della passione di Cristo, tratte dagli affreschi realizzati dal pittore Giovanni Canavesio intorno al 1492 nella chiesa di Notre Dame des Fontaines di La Brigue, in Francia.





Gesù nell'orto dei Getsemani




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Gesù viene schernito e percosso
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Gesù, caricato della Croce, sale il Calvario
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Gesù muore in Croce

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Gesù rosorge dalla morte.




mercoledì 20 settembre 2017

IL BLOG HA BISOGNO DI UNA PAUSA


Carissimi amici,
in questo periodo ho difficoltà a dedicare al blog il tempo necessario per aggiornarlo con regolarità.
Per questo motivo ho deciso di prendere una pausa almeno fino a Natale.
Un cordiale saluto, Marco Bartesaghi



Il disegno è di Sara Bartesaghi

martedì 19 settembre 2017



 LABORATORI DI DISEGNO E PITTURA

Insegnante Elena Mutinelli

durata OTTOBRE/ MAGGIO

 Orari lezioni:

tutti i martedì e i venerdì ore dalle 9,30 alle 11,30


pacchetto da 12 lezioni   3 ottobre/ 22 dicembre   |   pacchetto da 24 lezioni   3 ottobre/ 22 dicembre

pacchetto da 20 lezioni 9 gennaio/ 25 maggio   |   pacchetto da 40 lezioni 9 gennaio/ 25 maggio 


per informazioni corsi info@elenamutinelli.eu



http://www.elenamutinelli.eu/index_file/Page1360.htm



news mostre

http://www.elenamutinelli.eu/index_file/Page1133.htm

LA NUOVA IMMAGINE DELLA MADONNA ALL'ANGOLO FRA VIA FONTANILE E VIA PRINCIPALE






Era maturata nel 2015, nel gruppo Pensionati di Verderio, l’idea di porre rimedio al cattivo stato di conservazione dell’immagine della Madonna, posta all’angolo fra via Fontanile e via Principale.
Raccolti i fondi necessari, attraverso una sottoscrizione popolare, è stato affidato l’incarico a due pittrici locali, Beatrice Fumagalli e Gigliola Negri, già autrici, in paese, delle decorazioni esterne e interne dell’Aia, delle facciate della “curt növa”, in piazza Annoni, e di una casa di via dei Tre Re, della Madonna della cappella funebre della famiglia Annoni.




Per la Madonna di via Fontanile tre erano le possibilità d’intervento fra cui scegliere:  

restaurare la Madonna ancora  presente, o dipingerne una nuova, sul muro;

 
L'immagine esistente sul muro


recuperare l’immagine esistente, un dipinto, su tavola di legno, di un abitante di Verderio, ora defunto, che negli anni ottanta del novecento aveva messo mano, con poca perizia, a diverse immagini sacre del paese; 


La Madonna dell'Aiuto dipinta su tavola di legno tra il 1985 e il 1990

dipingerla su un  supporto diverso e poi applicarla nella sua sede. 


Escluse la prima, perché facilmente attaccabile dall’umidità del terreno e soggetta alle sollecitazioni meccaniche in caso di importanti lavori di ristrutturazione dello stabile, e la seconda poiché il supporto in legno non è adatto ad essere esposto alle intemperie, ,  Beatrice e Gigliola hanno proposto ai loro committenti, che hanno accettato, la terza soluzione: 

“ …realizzeremmo il nuovo dipinto della Madonna dell'Aiuto su un pannello in resina con “l'anima” a nido d'ape in alluminio indeformabile, sul quale si procede applicando lo strato di intonaco di base, per poi procedere con il ciclo completo di pittura.
Questo pannello può essere sagomato perfettamente per lo spazio interno alla cornice e potrà essere murato o direttamente alla parete oppure applicato con delle zanche”.


 
La fotografia che Gigliola e Bea hanno preso come riferimento

Una fotografia della Madonna preesistente, risalente probabilmente al 1920, è stata  il loro punto di riferimento per  la nuova immagine. Così, in una relazione tecnica, la descrivono:
 

“Rappresenta la Vergine in piedi con il bambino Gesù in braccio e nella mano destra il Rosario. Questa immagine ci mostra una figura della Vergine estremamente aggraziata e “morbida” pur mantenendo una certa semplicità di insieme.
Il manto bianco sembra avvolgere in parte il bambino, per poi appoggiarsi a terra in un drappeggio vaporoso.
Presumibilmente lo sfondo del dipinto rappresentava le campagne di Verderio…”
 







































































Beatrice e Gigliola si sono occupate anche del recupero della cornice, asportando gli strati di vernice che negli anni si erano accumulati, per poi riprodurre lo strato più profondo, probabilmente quello originario.

Lo stato della cornice prima del restauro
Completata e messa in opera nello scorso mese di agosto, la nuova versione della Madonna dell’Aiuto è stata benedetta il 17 settembre 2017.




In questa operazione di recupero di un significativo angolo del paese , caro soprattutto ai verderiesi  devoti a Maria, un ruolo fondamentale è stato ricoperto da Giulio Oggioni. Sollecitato ad occuparsene, come ha più volte sottolineato, da molti concittadini, soprattutto anziani, ha, come sempre, messo in campo tutta la sua passione, la sua  caparbietà, in una parola: la sua faccia, permettendo di ottenere questo risultato che, altrimenti, difficilmente sarebbe stato raggiunto.



Marco Bartesaghi

Su Beatrice e Gigliola e il loro lavoro di decorattici cerca in questo blog:

http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/2014/09/beatrice-fumagalli-e-gigliola-negri_13.html

Su l'immagine della Madonna dell'Aiuto di Verderio vedi l'estratto della tesi di laurea di Marta Cattazzo:

http://bartesaghiverderiostoria.blogspot.it/2011/01/immagine-della-madonna-sullangolo-di.html