giovedì 27 gennaio 2011
PERCHE' SCRIVERE DELLA PROPRIA VITA IN COSI' TARDA ETA' di Fausta Finzi
![]() |
| Fausta Finzi in Israele, 1977 |
Sono passati 10 anni da quando la signora Fausta Finzi ha raccontato, per la prima volta pubblicamente, la storia del suo arresto, deportazione e prigionia nel campo di Ravensbrück e quella di suo papà Edgardo deportato e ucciso ad Auschwitz..Lo aveva fatto il 27 gennaio 2001, il primo "Giorno della Memoria" in Italia, a Verderio Superiore, in una serata per ricordare la Shoa e per ricordare la famiglia Milla deportata da Verderio. Non aveva parlato direttamente, ancora non aveva trovato la forza di farlo, ma attraverso una video intervista realizzata da Jurij Razza che a Verderio Superiore svolgeva il suo Servizio Civile.
Dopo quella serata le sue testimonianze in pubblico sono state dirette, numerose e sempre molto efficaci
La vicenda della signora Fausta è descritta anche in due libri da lei scritti in collaborazione con Federico Bario e Marilinda Rocca:
"Varcare la soglia", del 2002, edizione dell'Istituto Lecchese per la Storia del Movimento di Liberazione e dell'Età Contemporanea;
"A riveder le stelle",del 2005, per la casa editrice Gaspari di Udine.
Qualche notizia su di lei si trova in questo blog, sotto l'etichetta "Giorno della Memoria" o alla data 14 gennai 2010.
Nel 2001 Fausta Finzi aveva ottant'anni; quattro anni dopo, a 84 anni, ha scritto questa riflessione sul perché solo dopo tanti anni ha deciso di raccontare la sua storia. M.B.
Dopo quella serata le sue testimonianze in pubblico sono state dirette, numerose e sempre molto efficaci
La vicenda della signora Fausta è descritta anche in due libri da lei scritti in collaborazione con Federico Bario e Marilinda Rocca:
"Varcare la soglia", del 2002, edizione dell'Istituto Lecchese per la Storia del Movimento di Liberazione e dell'Età Contemporanea;
"A riveder le stelle",del 2005, per la casa editrice Gaspari di Udine.
Qualche notizia su di lei si trova in questo blog, sotto l'etichetta "Giorno della Memoria" o alla data 14 gennai 2010.
Nel 2001 Fausta Finzi aveva ottant'anni; quattro anni dopo, a 84 anni, ha scritto questa riflessione sul perché solo dopo tanti anni ha deciso di raccontare la sua storia. M.B.
![]() |
| In riva al fiume Giordano, 1977 |
PERCHE' SCRIVERE DELLA PROPRIA VITA IN COSi' TARDA ETA'
di Fausta Finzi
![]() | |||
| pagina 1 |
La mia vicenda era quella di tante altre persone e il dubbio di ripetere qualcosa di già noto a quelli che si interessavano dell'argomento mi ha sempre dissuasa dal provarci.
E così gli anni sono passati e io sono arrivata alla veneranda età di 84 anni..." pagina 1
![]() |
| pagina 2 |
Forse è quando si rimane soli che i ricordi affollano di più la mente e che ci si concentra su di essi: possono essere ricordi recenti o lontani, ricordi felici o dolorosi, ma sono parte di noi stessi.
Non è vero che la solitudine sia una malattia, dipende da come ogni persona reagisce a questa situazione che può anche instaurarsi improvvisamente e inaspettatamente.
Anch'io mi sono trovata sola (non improvvisamente) alla morte di mio marito e la mancanza di una persona al mio fianco dopo quasi cinquant'anni di vita insieme è stato uno shock notevole, ma devo dire che superato il trauma più violento dei primi mesi che ti obbligano a far fronte a tutti i problemi di vita pratica per la perdita di una persona cara, la solitudine mi ha quasi costretto a riesaminare e ripercorrere la mia vita passata.
La solitudine bisogna saperla affrontare come qualsiasi evento della vita e non subirla come una malattia che ti aggredisce. Il ripercorrere a ritroso la propria esistenza, il cercare di ravvisare nei propri ricordi una sorta di meditazione sugli eventi..." pagina 2
![]() |
| pagina 3 |
"...che ne sono conseguiti è una occupazione della mente e della psiche , è un aiuto a meglio conoscere se stessi, a ragionare su certi comportamenti, a conoscere come il destino ha giocato nella nostra vita o le nostre scelte hanno favorito o contrastato questo destino.
Quando si comincia questo riesame è qualcosa che appassiona e sprona a continuare, in fondo è un po' come un gioco con se stessi che occupa le ore libere e obbliga la mente a lavorare su questo e quindi a superare il senso di solitudine.
La mia vita ha avuto un episodio dominante che indubbiamente è quello che mi ha marchiato, anche se solo in vecchiaia ho avuto il tempo e il coraggio di affrontarlo a fondo.
Penso però che la vita di ogni persona sia ricca di eventi, di ricordi, di esperienze: bisogna avere la voglia e la volontà di rivedere tutto questo vissuto (che può essere lungo per chi è vecchio, ma anche per un giovane può avere ricchezza di aspetti diversi a seconda dell'età), filtrarlo, decantarlo, assimilarlo attraverso gli eventi che sono seguiti e attraverso la situazione presente tramite la solitudine che aiuta questo ripasso e questa revisione. " pagina 3
Fausta Finzi
IL VECCHIO INSEDIAMENTO EBRAICO DI GOLCUV JENIKOV (Repubblica Ceca) di Beniamino Colnaghi
Ghetti, sinagoghe e cimiteri: i grandi sopravvissuti della cultura ebraica
In Boemia e Moravia gli ebrei giunsero nel X secolo. Se da un lato quindi aprirono grandi vie commerciali e furono in qualche modo nomadi, dall'altro si stabilirono nei paesi e nelle città, creando insediamenti propri. La storia di persecuzione e discriminazione, vergognosamente culminata nella Shoah, ha radici lontane e da sempre il popolo giudeo è stato oggetto di diffidenza e critiche. Durante la seconda Guerra Mondiale il sistematico annientamento nazista sterminò il 90% degli ebrei in terra ceca. Oggi le comunità ebraiche censite sono solo 10, per un totale di 3.000 persone, ma dei passati insediamenti resta ampia testimonianza nel Paese: 180 quartieri ebraici, 200 sinagoghe e 200 cimiteri.
I siti ebraici sono oggi per lo più sotto tutela come monumenti nazionali.
Josefov, la Praga ebraica
E' una sorta di città nella città. Quella che appare oggi è il frutto di sostanziali rimaneggiamenti operati tra il 1893 e il 1913, ai quali sopravvissero solo alcune testimonianze di lunghi secoli di presenza ebraica a Praga. Ciò nonostante, i monumenti fin qui tramandati costituiscono uno tra i nuclei meglio conservati di tutta Europa. Cuore di Josefov è la Sinagoga Vecchio-Nuova, la più antica in attività in Europa, cui se ne affiancano molte altre, tutte in stili architettonici diversi, magnificamente restaurate e custodi di pregevoli collezioni. La città con le sue sinagoghe fa parte dell'area del Museo Ebraico di Praga, il cui patrimonio artistico e culturale è unico al mondo, a cominciare dall'Antico Cimitero Ebraico, che risale alla prima metà del XV secolo e conta 12.000 lapidi gotiche, rinascimentali e barocche.
![]() |
| Foto n.1 - Vecchio cimitero ebraico di Praga |
Non solo Praga
La città di Pilsen vanta due sinagoghe, tra cui la seconda per grandezza in Europa e due cimiteri ebraici, uno antico e l'altro nuovo. Altri siti ebraici si incontrano fuori città, lungo la cosiddetta Strada Ebraica che attraversa l'intera regione di Pilsen. Tra tutti quelli censiti in Europa, il quartiere ebraico di Trebic è il meglio conservato in assoluto. Pregevole complesso urbano, sotto l'effige Unesco, è il quartiere di Zamosti che si distende tra il fiume Jihlavka e la collina Hradek. Un percorso didattico conduce lungo le due vie principali e attraversa vicoli, vicoletti e portici coperti. In agosto il villaggio è preso d'assalto per lo Shamayim, importante festival di cultura ebraica.
Tra il XVI e il XIX secolo, centro spirituale, culturale e politico degli ebrei della Moravia fu Mikulov, sede dei rabbini provinciali. Oggi sopravvivono una novantina di edifici tra Rinascimento e Barocco: abitazioni ma anche una scuola, una casa delle anime e persino una cisterna per i bagni rituali.
Altri siti ebraici si rintracciano un po' in tutto il Paese, a Brno, Hermanuv Mestec, Holesov, Jicin, Kolin, Polna, Rakovnik, Velke Mezirici.
L'insediamento ebraico su cui intendo soffermarmi in questo articolo, perché ne conosco la storia e ne ho visitato i luoghi più significatici, è quello che insiste a Golcuv Jenikov, piccolo paese di 2700 anime, situato nella splendida regione denominata Vysocina, la quale, grazie ad un'ottima conservazione del paesaggio e del territorio, è fra gli ambienti naturali più belli d'Europa.
Il primo insediamento di una comunità ebraica in questo paese si presume sia avvenuto nel XII secolo. Il dato non è comunque certo perché negli anni 1784, 1808 e 1871 sono scoppiati diversi incendi che hanno distrutto parecchia documentazione archiviata nella biblioteca e negli archivi custoditi dagli ebrei locali. Il primo documento scritto tuttora conservato presso il Museo Ebraico di Praga risale al 1654 e contiene un elenco di dieci nomi di ebrei maggiorenni, numero minimo indispensabile, secondo la legge di quel tempo, a formulare l'istanza per la costruzione della Sinagoga a Golguv Jenikov. Un dato certo è quello che gli ebrei di GJ, a differenza del ghetto classico, costruirono il loro quartiere secondo criteri urbanistici "di tipo aperto", ossia un ghetto non delimitato da muri o recinzioni, formato da stradine strette e case basse senza giardino.
![]() |
| Foto n.2 - Golcuv Jenikov. Anno 1914, strada di accesso al quartiere ebraico |
Gli edifici più importanti costruiti nel Ghetto furono la Sinagoga, inizialmente realizzata in legno nel 1659, la scuola che risale 1797, il cimitero del XIV secolo, la Mikveh (o Mikvah), risalente al 1745, è un bagno rituale ebraico usato a scopo di purificazione. Al numero civico 188 del Ghetto si trovava un importante edificio che nel XVIII secolo ospitò il centro di discussione e insegnamento del Talmud e fu sede dell'Università del Rabbino Aron Kornfeld.
Sulla piazza, confinante con il quartiere ebraico, si affacciavano alcune botteghe, tra cui, la più frequentata era quella del macellaio, che uccideva gli animali con il rito tradizionale ebraico. Presso i negozi di proprietà degli ebrei si rifornivano anche i cristiani e i non credenti, soprattutto per acquistare caffè, tè, spezie e merce pregiata. Il servizio era apprezzato per la professionalità dei titolari e per l'ottimo trattamento riservato ai clienti, che venivano omaggiati di piccoli regali durante le festività religiose più importanti.
Un altro documento presente negli archivi conferma l'insediamento della comunità ebraica a GJ. Nel 1681, anno in cui si sviluppò in Boemia l'ennesima grande epidemia di peste, che colpì gran parte d'Europa, gli ebrei di Golcuv, per paura di essere contagiati, si rifugiarono nei boschi vicino a Rimovice, dove costruirono casupole di legno denominate Budky, che diedero successivamente luogo alla nascita di un paese che ancora oggi si chiama Budka.
Terminato il periodo della pestilenza, gli ebrei ritornarono a GJ ma ebbero una brutta sorpresa: il Comune li obbligò a ricomprare le loro case precedentemente abbandonate, pretendendo che la comunità ebraica donasse al paese una ciotola ricoperta d'oro.
Nel 1724 la comunità ebraica contava 27 famiglie, mentre nel 1847 le famiglie salirono a ben 100, pari a 613 persone, un quarto dei residenti totali di Golcuv. Nel 19° secolo vi fu un vero e proprio boom economico e demografico delle comunità ebraiche presenti in Boemia e Moravia che generò un miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione ceca.
![]() |
| Foto n.3 - A sinistra E. Roth, sindaco ebreo di Golcuv nel 1919. Al centro e a destra due rabbini a capo della comunità ebraica nel XIX secolo. |
La Rivoluzione indipendentista e liberale del 1848, poi repressa dall'Impero, portò comunque maggiori opportunità civili, religiose e economiche alle popolazioni boeme. Gli ebrei utilizzarono al massimo la libertà acquisita, investendo soprattutto in attività commerciali e nell'istruzione dei loro giovani. Si stima che gli studenti ebrei furono oltre il 18% degli studenti cechi nelle Università, nonostante siano stati solamente il 2,5% della popolazione boema.
La Sinagoga
La Sinagoga rappresentava il centro del quartiere ebraico. Gli ebrei si ritrovavano in quest'edificio non solo per la preghiera, ma anche per festeggiare le ricorrenze religiose e per assumere decisioni importanti riguardanti la loro comunità. Il primo documento scritto che testimonia l'esistenza della Sinagoga risale al 1659. Inizialmente venne costruita interamente in legno, compreso il tetto, e realizzata secondo le regole di una costruzione ebraica, che permettevano di differenziarla dagli edifici religiosi di altre fedi. Durante gli anni la Sinagoga fu danneggiata da alcuni incendi di cui l'ultimo, avvenuto alle ore 2.30 del 21 maggio 1871, la distrusse quasi completamente. Gli ebrei decisero quindi di costruirne una in muratura, su progetto dell'arch. J. Spidil, che venne inaugurata il 16 settembre 1873 in occasione di una importante festa religiosa.
L'interno è molto sobrio: nel corridoio d'ingresso è presente un piccolo lavandino per permettere ai fedeli di risciacquare le mani prima di entrare e il pavimento della sala di preghiera è ribassato di un gradino, soddisfacendo così la parola del Talmud 130, testo sacro dell'ebraismo: "Dalle profondità Ti chiamo, Signore". La Sinagoga rimase aperta alle funzioni religiose fino al 1942 quando i nazisti imposero la chiusura e deportarono gli ebrei locali. Dopo gli anni della guerra la gestione dell'edificio religioso venne affidata, in un primo momento, alla comunità cristiana, la quale decise di posizionare all'interno un altare con la Croce, e successivamente alla chiesa evangelica ceca.
Negli anni '60 ci fu anche il solito amministratore locale buontempone che propose di trasformare l'edificio ormai in disuso in un centro culturale con annesso cinema e biblioteca. Per fortuna la Soprintendenza di Pardubice si oppose e del progetto non se ne fece nulla. La potente comunità ebraica di Praga si impegnò a trasferire la gestione della Sinagoga al Museo ebraico. Nel 1993 è stata completamente ristrutturata a spese degli ebrei praghesi ed ora è a disposizione del Museo Ebraico di Praga.
![]() |
| Foto n. 4 - La Sinagoga |
![]() |
| Foto n.5 - Interno della Sinagoga |
La scuola
Inizialmente i bambini ebrei frequentavano la scuola pubblica del paese. A seguito del boom economico e demografico, nel 1797 la comunità ebraica di Golcuv costruì una scuola elementare, per la cui realizzazione e funzionamento si sobbarcò tutti i costi. Il primo insegnante si chiamava Giuda Steiner. L'insegnamento della scuola fu di ottima qualità grazie a maestri capaci e preparati, tanto è vero che alcuni alunni provenivano da famiglie cattoliche e benestanti del luogo. Nel 1859 venne ristrutturata e ampliata.
Nell'anno scolastico 1907/08, a causa di forti migrazioni di famiglie ebree verso Praga e Vienna, il numero dei bambini che frequentavano la scuola si ridusse a 13 unità, dato che indusse i responsabili della comunità ebraica a chiudere la scuola.
Inizialmente i bambini ebrei frequentavano la scuola pubblica del paese. A seguito del boom economico e demografico, nel 1797 la comunità ebraica di Golcuv costruì una scuola elementare, per la cui realizzazione e funzionamento si sobbarcò tutti i costi. Il primo insegnante si chiamava Giuda Steiner. L'insegnamento della scuola fu di ottima qualità grazie a maestri capaci e preparati, tanto è vero che alcuni alunni provenivano da famiglie cattoliche e benestanti del luogo. Nel 1859 venne ristrutturata e ampliata.
Nell'anno scolastico 1907/08, a causa di forti migrazioni di famiglie ebree verso Praga e Vienna, il numero dei bambini che frequentavano la scuola si ridusse a 13 unità, dato che indusse i responsabili della comunità ebraica a chiudere la scuola.
![]() |
| Foto n.7 - Il cimitero ebraico |
Il cimitero ebraico
Vi sono fonti documentali che attestano che il cimitero ebraico di Golcuv Jenikov risalga al 14° secolo. Si estende su una superficie di 7.336 mq ed è recintato da un muro di pietre alto due metri. Nel 1872 fu costruito un piccolo edificio contenente la sala per onoranze funebri, tuttora esistente.
Le lapidi più antiche, realizzate in pietra chiara, si trovano nella parte orientale del cimitero e si stima siano databili intorno al 16° secolo. Originariamente le sepolture avvenivano in direzione da est a ovest. Il più antico epitaffio ancora oggi leggibile su un monumento funebre risale all'inizio del XVIII secolo e cita testualmente: "Abramo del villaggio è morto il 20 settembre 1705" . Il cippo è decorato con una Stella di David e un piccolo rilievo floreale al centro.
Difatti, il cimitero locale è famoso per le sue lapidi in stile barocco del tardo seicento, decorate con graziosi rilievi. Alcune di esse sono smussate e aggraziate da capitelli decorativi o da gusci di chiocciola e da vari tipi di ornamenti. Ad esempio il simbolo della brocca, presente su alcuni monumenti, rappresenta l'appartenenza al ceppo storico dei Leviti, al quale apparteneva la famiglia Milrath. Un altro simbolo molto frequente sui monumenti funebri è quello del leone che rappresentava la tribù di Yehuda Lev, nome molto comune nel Medioevo.
Purtroppo, molte scritte sulle steli di pietra e tantissimi tra gli epitaffi più antichi sono oggi in gran parte illeggibili, a causa dell'utilizzo di una pietra poco resistente alle intemperie ed all'assenza di manutenzione e restauro.
Molto pregiate sono le tombe in marmo risalenti al periodo fine ottocento/primo novecento, di fattura semplice e con finiture ad arco o ondulate. Agli inizi del '900, le tombe di defunti di religione ebraica non erano poi molto diverse da quelle dei cristiani. Ad esempio, sulla tomba della famiglia Offer, ebrei residenti a Golcuv, era stata posta anche la fotografia in bianco e nero di Bertha e Samuel Offer.
Dalla seconda metà dell'800, a seguito di alcune riforme introdotte dall'Impero tedesco, le iscrizioni funebri sui monumenti sono espresse in due lingue, quella ebraica e quella tedesca. Più tardi gli epitaffi in lingua tedesca saranno la maggioranza, in quanto si sentì l'influenza delle riforme introdotte dalla Monarchia Asburgica. A seguito di tali riforme il tedesco diventò la lingua ufficiale delle comunità ebraiche su tutto il territorio della Monarchia. Nonostante ciò, su alcune tombe del cimitero compaiono scritte in lingua ceca: la più vecchia, risalente al 1862, riguarda un epitaffio di quattro righe scolpito sulla tomba di Ysrael. Di grande rilevanza e interesse sono le tombe a forma di sarcofago. La leggenda narra che lì riposino i resti di alcuni Rabbini medievali. In un sarcofago si presume si trovino i resti di Aron Maimonides, successore di Mosè Maimon, filosofo ebreo, matematico, astronomo e famoso medico alla corte di un sultano d'Egitto. Lo stesso Aron esercitò la scienza medica e filosofica presso lo stesso sultano.
Vi sono fonti documentali che attestano che il cimitero ebraico di Golcuv Jenikov risalga al 14° secolo. Si estende su una superficie di 7.336 mq ed è recintato da un muro di pietre alto due metri. Nel 1872 fu costruito un piccolo edificio contenente la sala per onoranze funebri, tuttora esistente.
Le lapidi più antiche, realizzate in pietra chiara, si trovano nella parte orientale del cimitero e si stima siano databili intorno al 16° secolo. Originariamente le sepolture avvenivano in direzione da est a ovest. Il più antico epitaffio ancora oggi leggibile su un monumento funebre risale all'inizio del XVIII secolo e cita testualmente: "Abramo del villaggio è morto il 20 settembre 1705" . Il cippo è decorato con una Stella di David e un piccolo rilievo floreale al centro.
Difatti, il cimitero locale è famoso per le sue lapidi in stile barocco del tardo seicento, decorate con graziosi rilievi. Alcune di esse sono smussate e aggraziate da capitelli decorativi o da gusci di chiocciola e da vari tipi di ornamenti. Ad esempio il simbolo della brocca, presente su alcuni monumenti, rappresenta l'appartenenza al ceppo storico dei Leviti, al quale apparteneva la famiglia Milrath. Un altro simbolo molto frequente sui monumenti funebri è quello del leone che rappresentava la tribù di Yehuda Lev, nome molto comune nel Medioevo.
Purtroppo, molte scritte sulle steli di pietra e tantissimi tra gli epitaffi più antichi sono oggi in gran parte illeggibili, a causa dell'utilizzo di una pietra poco resistente alle intemperie ed all'assenza di manutenzione e restauro.
Molto pregiate sono le tombe in marmo risalenti al periodo fine ottocento/primo novecento, di fattura semplice e con finiture ad arco o ondulate. Agli inizi del '900, le tombe di defunti di religione ebraica non erano poi molto diverse da quelle dei cristiani. Ad esempio, sulla tomba della famiglia Offer, ebrei residenti a Golcuv, era stata posta anche la fotografia in bianco e nero di Bertha e Samuel Offer.
Dalla seconda metà dell'800, a seguito di alcune riforme introdotte dall'Impero tedesco, le iscrizioni funebri sui monumenti sono espresse in due lingue, quella ebraica e quella tedesca. Più tardi gli epitaffi in lingua tedesca saranno la maggioranza, in quanto si sentì l'influenza delle riforme introdotte dalla Monarchia Asburgica. A seguito di tali riforme il tedesco diventò la lingua ufficiale delle comunità ebraiche su tutto il territorio della Monarchia. Nonostante ciò, su alcune tombe del cimitero compaiono scritte in lingua ceca: la più vecchia, risalente al 1862, riguarda un epitaffio di quattro righe scolpito sulla tomba di Ysrael. Di grande rilevanza e interesse sono le tombe a forma di sarcofago. La leggenda narra che lì riposino i resti di alcuni Rabbini medievali. In un sarcofago si presume si trovino i resti di Aron Maimonides, successore di Mosè Maimon, filosofo ebreo, matematico, astronomo e famoso medico alla corte di un sultano d'Egitto. Lo stesso Aron esercitò la scienza medica e filosofica presso lo stesso sultano.
![]() |
| Foto n.8 - Pregiate tombe barocche (XVII secolo) |
La deportazione
Un drammatico capitolo della storia del cimitero ebraico riguarda la testimonianza di Josef Johanides che aveva la sua casetta nelle vicinanze del piccolo cimitero: "Il 12 aprile del 1942 tutta la comunità ebraica sta lentamente arrivando al cimitero ebraico in piccoli gruppi. Il loro viso è triste e molti di loro hanno le lacrime agli occhi. Stanno venendo a salutare i loro antenati che riposano in questa terra. Sanno già che a breve sarebbe arrivata loro, dal quartier generale nazista di Kolin, la convocazione per la deportazione. Tornando presso le loro case, gli ebrei si interrogano su quale fosse il luogo dove sarebbero state deposte le loro ossa. Chi e quando si sarebbe ricordato di loro?".
Il 9 giugno dello stesso anno vengono caricati sui camion diretti alla stazione di Kolin e deportati a Terezin, campo di prigionia a nord di Praga. Il più vecchio degli ebrei ha 87 anni, il più giovane solo 8. La gran parte ha proseguito verso i campi di concentramento della Polonia, e nessuno di loro è ritornato a casa. Solo cinque ebrei di Golcuv si sono salvati perché sono rimasti al campo di prigionia di Terezin.
Altrettanto tragico sguardo ebbe il gestore del cimitero, Jarmil Ronovskij, cinquant'anni più tardi. Domenica 17 gennaio 1993 ha scoperto, durante un sopralluogo periodico, un grave atto sacrilego che ha causato l'estirpazione di 62 tombe, sette delle quali rotte a metà. Chi avrà potuto commettere un'azione simile, si è chiesta la comunità del paese? Sarà stata dettata da un antico odio contro gli ebrei o da un atto generato da stupidità e ignoranza? Da allora il cimitero ebraico rimane chiuso al pubblico ed il cancello è sbarrato da una vistosa catena in ferro.
La Mikveh o Mikvah
La Mikve è il luogo dove veniva svolto il bagno rituale ebraico, luogo essenziale di qualsiasi ghetto.
Questo edificio, fino al 1745, si trovava sotto la chiusa di un piccolo laghetto, tuttora esistente a GJ. A causa di un forte temporale, che causò un alluvione e lo straripamento dell'acqua del lago, fu distrutto. Quando venne costruito l'edificio che ospitò la scuola, la Mikveh venne aggregata a tale edificio. I locali interni erano divisi in due parti: il primo conteneva la caldaia che serviva a riscaldare l'acqua, il secondo le vasche di legno all'interno delle quali avveniva il bagno purificatore. L'acqua proveniva dal pozzo adiacente la struttura, mentre lo scarico veniva deviato nel ruscello che scorreva accanto.
Ringrazio mia moglie Katerina che mi ha supportato pazientemente nella traduzione dei testi scritti in lingua ceca.
Beniamino Colnaghi, 2010
Un drammatico capitolo della storia del cimitero ebraico riguarda la testimonianza di Josef Johanides che aveva la sua casetta nelle vicinanze del piccolo cimitero: "Il 12 aprile del 1942 tutta la comunità ebraica sta lentamente arrivando al cimitero ebraico in piccoli gruppi. Il loro viso è triste e molti di loro hanno le lacrime agli occhi. Stanno venendo a salutare i loro antenati che riposano in questa terra. Sanno già che a breve sarebbe arrivata loro, dal quartier generale nazista di Kolin, la convocazione per la deportazione. Tornando presso le loro case, gli ebrei si interrogano su quale fosse il luogo dove sarebbero state deposte le loro ossa. Chi e quando si sarebbe ricordato di loro?".
Il 9 giugno dello stesso anno vengono caricati sui camion diretti alla stazione di Kolin e deportati a Terezin, campo di prigionia a nord di Praga. Il più vecchio degli ebrei ha 87 anni, il più giovane solo 8. La gran parte ha proseguito verso i campi di concentramento della Polonia, e nessuno di loro è ritornato a casa. Solo cinque ebrei di Golcuv si sono salvati perché sono rimasti al campo di prigionia di Terezin.
Altrettanto tragico sguardo ebbe il gestore del cimitero, Jarmil Ronovskij, cinquant'anni più tardi. Domenica 17 gennaio 1993 ha scoperto, durante un sopralluogo periodico, un grave atto sacrilego che ha causato l'estirpazione di 62 tombe, sette delle quali rotte a metà. Chi avrà potuto commettere un'azione simile, si è chiesta la comunità del paese? Sarà stata dettata da un antico odio contro gli ebrei o da un atto generato da stupidità e ignoranza? Da allora il cimitero ebraico rimane chiuso al pubblico ed il cancello è sbarrato da una vistosa catena in ferro.
La Mikveh o Mikvah
La Mikve è il luogo dove veniva svolto il bagno rituale ebraico, luogo essenziale di qualsiasi ghetto.
Questo edificio, fino al 1745, si trovava sotto la chiusa di un piccolo laghetto, tuttora esistente a GJ. A causa di un forte temporale, che causò un alluvione e lo straripamento dell'acqua del lago, fu distrutto. Quando venne costruito l'edificio che ospitò la scuola, la Mikveh venne aggregata a tale edificio. I locali interni erano divisi in due parti: il primo conteneva la caldaia che serviva a riscaldare l'acqua, il secondo le vasche di legno all'interno delle quali avveniva il bagno purificatore. L'acqua proveniva dal pozzo adiacente la struttura, mentre lo scarico veniva deviato nel ruscello che scorreva accanto.
Ringrazio mia moglie Katerina che mi ha supportato pazientemente nella traduzione dei testi scritti in lingua ceca.
Beniamino Colnaghi, 2010
venerdì 14 gennaio 2011
CARTOLINE -4 -Municipio e viale Rimembranze
In questa bella cartolina, di cui possiedo solo una copia fotografica, appare il municipio di Verderio Superiore che fu costruito nel 1910 e che per molti anni fu anche sede delle aule scolastiche, situate nel sottotetto e servite dalle finestre rotonde.

Oltre al municipio, l'immagine comprende tanti particolari che meritano attenzione.
Sulla sinistra dell'immagine il viale delle Rimembranze, fiancheggiato da due file di platani ora scomparse. Le piante della fila destra sono state sostituite da tigli, periodicamente vittime di selvagge potature.

Lo spazio del municipio era ancora delimitato dalla recinzione in ferro battuto requisita durante la seconda guerra mondiale.

Nell'angolo destro dell'immagine la fontana e l'edicola con la lapide che ricorda che in quel punto l'acqua dell'acquedotto Fonte Regina fu portata nel 1898.

Nel cortile era presente una palma. Non era l'unica pianta di questo tipo in paese. Un'altra era piantata di fronte a Villa Gnecchi e forse altre ancora erano presenti in altri punti.
DEFINITIVAMENTE CANCELLATA L'IMMAGINE DI SANT'ANTONIO ABATE IN VIA FONTANILE 6
I lavori di ristrutturazione in atto in via Fontanile 5 hanno provocato la definitiva cancellazione dell'immagine di S.Antonio Abate presente su un muro della corte.
L'immagine, come si vede anche da questa fotografia, era già molto deteriorata ma la sua perdita definitiva è comunque un vero peccato.
Una scheda sull'immagine di Sant'Antonio è stata pubblicata su questo blog il 26 luglio 2009. La potete trovare sotto le etichette "immagini sacre" e "Marta Cattazzo".
IMMAGINE DELLA MADONNA SULL'ANGOLO DI VIA FONTANILE di Marta Cattazzo
LOCALITA' : Verderio Superiore
UBICAZIONE: incrocio tra via Fontanile e via Principale.
ICONOGRAFIA: Madonna dell'aiuto in piazza (attualmente Madonna del Rosario).
COLLOCAZIONE: muro ad angolo, da terra cm 156
DIMENSIONI: cm 65x153![]() |
| Immagine originale, foto "anni venti ", Carla Stucchi |
![]() | |||
| Immagine ridipinta (foto2002) |
![]() | |
| Ignoto, Madonna dell'aiuto, affresco Cattedrale di Monza, databile intorno al 1330 |
![]() |
| Ignoto, Madonna dell'aiuto, tempera, Verderio Sup. immagine originale |
DESCRIZIONE
Come per altri paesi, le edicole sacre che venivano situate in posti visibili al centro del borgo, erano spesso denominate con l'appellativo Madonna dell'aiuto, poiché si trattava di un punto di riferimento ben preciso per tutta la popolazione. La rappresentazione schematica non era rigida, infatti a volte presentava la Vergine in piedi, come in questo caso, altre volte inveceera seduta in trono (fig. 1). Sempre tuttavia è in atto di tenere in braccio e presentare il Figlio, quasi a sottolineare che l‟intercessione presso Dio avviene mediante anche il piccolo Gesù. La Madonna di Verderio sul braccio sinistro sostiene il Bambino mentre su quello destro regge la corona del rosario.
La signora Carla Stucchi mi ha gentilmente procurato una foto ormai d‟epoca raffigurante edicola sacra originale; il confronto è inevitabile. C‟è da dire innanzitutto che l'autore del primo dipinto era un pittore e decoratore di professione, seppur l'immagine fotografica sia sfuocata, si coglie una certa delicatezza nella fattura dell'abito e del manto bianco dalle voluminose pieghe. La stessa posa della Vergine non appare rigida come nella seconda versione, bensì composta come appena scesa in soccorso all'invocazione dei fedeli.
L'immagine dipinta dal pittore autodidatta Garzotti ha mantenuto i colori delicati precedenti, tuttavia è più fredda. Nella parte inferiore, ormai non più visibile, vi era dipinto il paese di Verderio Superiore a rappresentare la protezione che la Vergine dava ai verderiesi e contemporaneamente l'invito rivolto a tutti i fedeli di recitare il rosario
Come per altri paesi, le edicole sacre che venivano situate in posti visibili al centro del borgo, erano spesso denominate con l'appellativo Madonna dell'aiuto, poiché si trattava di un punto di riferimento ben preciso per tutta la popolazione. La rappresentazione schematica non era rigida, infatti a volte presentava la Vergine in piedi, come in questo caso, altre volte inveceera seduta in trono (fig. 1). Sempre tuttavia è in atto di tenere in braccio e presentare il Figlio, quasi a sottolineare che l‟intercessione presso Dio avviene mediante anche il piccolo Gesù. La Madonna di Verderio sul braccio sinistro sostiene il Bambino mentre su quello destro regge la corona del rosario.
La signora Carla Stucchi mi ha gentilmente procurato una foto ormai d‟epoca raffigurante edicola sacra originale; il confronto è inevitabile. C‟è da dire innanzitutto che l'autore del primo dipinto era un pittore e decoratore di professione, seppur l'immagine fotografica sia sfuocata, si coglie una certa delicatezza nella fattura dell'abito e del manto bianco dalle voluminose pieghe. La stessa posa della Vergine non appare rigida come nella seconda versione, bensì composta come appena scesa in soccorso all'invocazione dei fedeli.
L'immagine dipinta dal pittore autodidatta Garzotti ha mantenuto i colori delicati precedenti, tuttavia è più fredda. Nella parte inferiore, ormai non più visibile, vi era dipinto il paese di Verderio Superiore a rappresentare la protezione che la Vergine dava ai verderiesi e contemporaneamente l'invito rivolto a tutti i fedeli di recitare il rosario
![]() |
| Fotografia - cartolina degli anni '20 con visibile l'edicola originale (foto gentilmente concessa dalla signora Carla Stucchi) |
DATI STORICI INERENTI
La palazzina in questione era di proprietà Gnecchi; successivamente l'edificio fu acquistato dalla famiglia Sala, la quale vi introdusse un negozio che fungeva da osteria, macelleria e generi alimentari.
Mi riferisce la signora Carla Stucchi, moglie del macellaio, che l'immagine originale fu fatta eseguire proprio dalla famiglia Gnecchi, intono ai primi anni del Novecento da un pittore di Milano che era stato chiamato in Villa Gnecchi a restaurare la “Sala del Concerto”.
La figura della Madonna era sempre in piedi col Bambino sulle braccia; a lei vi accorrevano tutte le persone del paese, in particolare si rivolgevano con richieste e preghiere madri, giovani partorienti e donne anziane.
Un dato importante che ricorda la signora Carla è la firma dell'autore che compariva sul lato sinistro in basso del dipinto.
Fino agli anni '60 circa, e finché il traffico della strada principale lo permetteva, alla mattina vi stazionava la processione per recitare i litanéi. La luce posta in alto era sempre accesa in segno di devozione da parte di tutti i paesani e come punto di riferimento durante la notte.
Fino all'inizio degli anni '80 si era occupata di fornire l'elettricità la famiglia Sala; dopo la vendita dei locali finì anche l'illuminazione. Attualmente si occupa della manutenzione il signor Anacleto Mapelli, l'anziano fiorista del paese.
La palazzina in questione era di proprietà Gnecchi; successivamente l'edificio fu acquistato dalla famiglia Sala, la quale vi introdusse un negozio che fungeva da osteria, macelleria e generi alimentari.
Mi riferisce la signora Carla Stucchi, moglie del macellaio, che l'immagine originale fu fatta eseguire proprio dalla famiglia Gnecchi, intono ai primi anni del Novecento da un pittore di Milano che era stato chiamato in Villa Gnecchi a restaurare la “Sala del Concerto”.
La figura della Madonna era sempre in piedi col Bambino sulle braccia; a lei vi accorrevano tutte le persone del paese, in particolare si rivolgevano con richieste e preghiere madri, giovani partorienti e donne anziane.
Un dato importante che ricorda la signora Carla è la firma dell'autore che compariva sul lato sinistro in basso del dipinto.
Fino agli anni '60 circa, e finché il traffico della strada principale lo permetteva, alla mattina vi stazionava la processione per recitare i litanéi. La luce posta in alto era sempre accesa in segno di devozione da parte di tutti i paesani e come punto di riferimento durante la notte.
Fino all'inizio degli anni '80 si era occupata di fornire l'elettricità la famiglia Sala; dopo la vendita dei locali finì anche l'illuminazione. Attualmente si occupa della manutenzione il signor Anacleto Mapelli, l'anziano fiorista del paese.
![]() | |
| Visione attuale dell'incrocio di via Principale e via Fontanile (foto 2002) |
Marta Cattazzo, 2002
mercoledì 12 gennaio 2011
DON GIORGIO SPADA di Maria Fresoli
Alla morte di don Giacomo Spada, gli successe, don Giorgio Spada, suo nipote, che oltre al ministero sacerdotale svolgeva la funzione di "Notaio Apostolico". Molti sono gli scritti lasciati da questo parroco, ed è grazie ai suoi appunti che si è potuto ricostruire, seppur sommariamente, le vicende iniziali della parrocchia.
Da una lettera dello stesso don Giorgio ai superiori, si apprende che all'epoca, la povera gente, per guarire i mali corporali, si rivolgeva sovente ai "guaritori" per "farsi segnare il male": pratica questa che incorreva, a quei tempi, nella scomunica. Ecco uno di questi casi (1):
Da una lettera dello stesso don Giorgio ai superiori, si apprende che all'epoca, la povera gente, per guarire i mali corporali, si rivolgeva sovente ai "guaritori" per "farsi segnare il male": pratica questa che incorreva, a quei tempi, nella scomunica. Ecco uno di questi casi (1):
"Ili.mo e Molto Rev.mo Mons. Colendissimo.
Essendo una persona di mia cura aggravata dal mal che s'addimanda "vago", se lo fece segnar in questo modo:
pigliando un ramo di salvia con acqua santa e facendoli sopra il segno della croce dicendo:"in nomine Patris etc..." Hora con questa mia, prego Vs Ill.ma et Rev.ma che dichiari se questa persona inferma, per non haver dinontiato in tempi debiti chi gli ha fatto tal segno, sii incorsa nella censura della scomunica, et se incorsa, vogli dignarsi che sii liberata; ne essendo questa mia per altro, li bacio le sacrate mani, pregandoli di continuo da Nostro Signor ogni contento.
Di Robiate li 27 ottobre 1604.
Divoto Servo
Pre' Giorgio Spada
Cur. di Robiate."
Il povero ammalato, invitato in seguito dal Vicario Foraneo, svelò il nome del suo guaritore, evitando cosi la scomunica, ma gli fu imposta ugualmente una salutare penitenza.
Nella visita pastorale del Cardinale Federico Borromeo del 12 agosto 1610, la chiesa si presentava sempre ad una sola navata, sul fianco a nord della quale si aprivano la cappella della Madonna e quella del Battistero. Sullo stesso lato, una porticina immetteva dal transetto alla sacrestia, ampia quanto la cappella della Madonna.
Non vi era ancora il campanile e una sola campana stava appesa sul frontespizio della facciata, al lato sinistro della porta maggiore. La lunghezza del sacro edificio era di circa 15 metri, la larghezza di m.7,20 e l'altezza di m.9,60. All'esterno, lungo i fianchi e davanti alla facciata, vi era il cimitero, completamente recintato da mura, in cui trovavano sepoltura i parrocchiani compresi i parroci; alcuni nobili invece, come gli Ajroldi, avevano il sepolcro all'interno della
chiesa, presso l'altare della Madonna.
Il nobile Marcello Ajroldi, nel 1617, lasciò nel suo testamento una cospicua somma per l'edificazione di una nuova cappella da dedicarsi a S.Carlo e S.Francesco, dirimpetto a quella del Rosario: l'opera fu iniziata nove anni dopo e terminata completamente nel 1676.
Gli anni successivi col formarsi di squadracce, capeggiate da un prepotente signorotto, i paesi della Pieve di Brivio, furono teatro di una lunga serie di omicidi, razzie e atti vandalici anche la nostra chiesa fu profanata da un grave furto sacrilego, avvenuto il 31 maggio 1629. Ecco come don Giorgio descrisse quell'avvenimento:
Nella visita pastorale del Cardinale Federico Borromeo del 12 agosto 1610, la chiesa si presentava sempre ad una sola navata, sul fianco a nord della quale si aprivano la cappella della Madonna e quella del Battistero. Sullo stesso lato, una porticina immetteva dal transetto alla sacrestia, ampia quanto la cappella della Madonna.
Non vi era ancora il campanile e una sola campana stava appesa sul frontespizio della facciata, al lato sinistro della porta maggiore. La lunghezza del sacro edificio era di circa 15 metri, la larghezza di m.7,20 e l'altezza di m.9,60. All'esterno, lungo i fianchi e davanti alla facciata, vi era il cimitero, completamente recintato da mura, in cui trovavano sepoltura i parrocchiani compresi i parroci; alcuni nobili invece, come gli Ajroldi, avevano il sepolcro all'interno della
chiesa, presso l'altare della Madonna.
![]() |
| Planimetria della chiesa del 1626. |
Gli anni successivi col formarsi di squadracce, capeggiate da un prepotente signorotto, i paesi della Pieve di Brivio, furono teatro di una lunga serie di omicidi, razzie e atti vandalici anche la nostra chiesa fu profanata da un grave furto sacrilego, avvenuto il 31 maggio 1629. Ecco come don Giorgio descrisse quell'avvenimento:
"Questa notte, venendo il sabato, li ladri infami et sacrileghi hanno dato l'assalto alla mia povera chiesa: tentato di romper il muro sotto il finestrolo del campanile, di levar la pietra della suola della porta grande, trivellato attorno alla serratura del'istessa porta, et alla fine (altra disgrazia) hanno rotto sotto la finestra del Battistero et incastrato nel finestrolo del Sacrario e rotto quel tavolato, sono entrati in sacristia, hanno rotto il garbusello di quella casetta, nella quale si conservano le offerte et limosine del Corpus Domini et della chiesa, et il turibolo et navicella et altre cose.
Hanno levato tutti i danari che erano fuori della bussola, in alcune scatolette, et portato via la stessa bussola che aveva dentro certe quantità de monete de offerte e tutta la qual somma de denari può esser, secondo il calcolo fatto da Gio.Angelo Bonino, che aveva il maneggio, de lire ottanta in circa. Et cosi la povera chiesa è restata spogliata de tutta la sua possibilità de danari. La Maestà Divina perô ci ha favoriti che non hanno molestato niun altra cosa, purchè d'aver preso giù d'un cerario una candela, della quale, accesa alle lampade, si sono serviti in questa loro maledetta attione...
Questo è successo in tempo che in Pieve era allogiata una compagnia del conte Fabritio Mariani, la cui gran parte è de ladri, assassini, marioli et taglia borse. Ma in particolare una liga de tre o quattro alloqgiati in questa terra, che con vanto raccontano, per quanto vien detto, vari assassinamenti fatti da loro in diversi luochi".(2)
Se consideriamo che i 46 anni di ministero di don Giorgio trascorsero nel pieno periodo della dominazione spagnola, con tutte le conseguenze che questo malgoverno porto sul piano sociale ed economico, e logico supporre che uest'arco di tempo fu tra i piu travagliati e difficili della storia della nostra parrocchia.
Infatti, oltre al prorompere della malvivenza e al dilagare della gran miseria tra la popolazione, sempre per mano di don Spada, sappiamo che il 18 settembre del 1629, il passaggio da Robbiate dei Lanzichenecchi e le conseguenti razzie da parte loro delle case e delle campagne, lasciarono tra la gente una gran desolazione.
A dar manforte a queste disgrazie, nel luglio del 1630 da Milano arrivò la peste che fece undici vittime, col onseguente panico tra gli abitanti. In quelle circostanze dolorose, il buon parroco, come possiamo leggere nel registro dei morti di quegli anni, somministrò con animo pietoso e caritatevole, i religiosi conforti ai poveri contagiati, che erano isolati in un capanno sul Monterobbio e dopo la monte sepolti nel cimitero del "Cavetto" (3).
Il pietoso compito di don Giorgio non fu ben visto dai parrocchiani, che sospettando il parroco di aver pure lui contratto il morbo, lo evitarono disertando per parecchi mesi la chiesa.
NOTE
(1) A.P.R - cart. n.4
(2) A.P.R. - "Liber Missarum".
(3) "Il cavetto" era la denominazione di un terreno sul Monterobbio a circa 150 m. dall'imbocco
dell'attuale Via Monterobbio a mano sinistra.
(2) A.P.R. - "Liber Missarum".
(3) "Il cavetto" era la denominazione di un terreno sul Monterobbio a circa 150 m. dall'imbocco
dell'attuale Via Monterobbio a mano sinistra.
Questo testo è tratto dal libro "Robbiate tra fede e umane vicende", scritto da Maria Fresoli ed edito dalla parrocchia di Robbiate nel 2003. Altri brani tratti dallo stesso libro sono stati publicati su questo blog il 23/3, il 20/5 e l'8/10 del 2010.
CRONACHE DEL XVII SECOLO DI DON GIORGIO SPADA, CURATO DI ROBBIATE a cura di Maria Fresoli
Archivio Parrocchiale di Robbiate.
Liber Missarum - 1608-1649 - Don Giorgio Spada 2° curato.
9 agosto 1621 - Questa notte precedente tempesta non mai più vista così crudele et tuoni e folgori spaventosissimi.
10 dicembre 1621 - Questa notte precedente si è udito gran tuono con folgori e baliori.
28 maggio1626 - Memoria di una grande tempesta, no grossa ma molta e il dì seguente brina contra l'uva e tutti i grani.
1629 - A S. Martino cominciò a scoprirsi la peste in Merate.
7 aprile 1635 - Il povero Padre Daniel Herba da Galbiato è stato amazzato con 4 archibugiate in Cura di Paderno: tra Robiate et Imbresago, andando a Brivio a pigliar li olei santi, accompagnato solo da duoi garzonetti di Terzolo datigli da me, essendo venuto solo da Paderno a cavallo. L'imboscata era fatta nel bosco del sig. Gio. Ant. Ajroldo, fatta in poco di siepe con ginestre.
8 giugno 1642 - Tempesta grave in Merà et nel suo circuito, principalmente sopra la terra, poi in Novate, Cernuschio, Robiate et Paderno.
3 Settembre 1642 - Tempesta hoggi 3 volte, da dopo hora nona, sino il doppo l'Ave Maria; da Merà in su e da Robià in su: molte terre rovinate.
10 ottobre 1642 - Questa mattina a giorno chiaro, si è visto sopra il Monterobbio un splendore in forma quasi di cometa.
20 dicembre 1642 - Tuoni, lampi e piogge gagliarde e copiose con impetuosi venti.
15 aprile 1643 - a Merate l'Ufficio per quel messer Antonio, amazzato con il Rev. Gio. Batt. Calco sacerdote.
14 febbraro 1644 - Neve nuova ma umida, sopra la vecchia che alla campagna è più di un brazzo.
9 maggio 1645 - A S. Marcellino alla festa della Madonna del riccio.
15 maggio 1645 - Ohimè, tempesta all'hora del vespero, quasi un'hora, però senza vento: rovinato perciò Robiate. Nel circuito: Novate, Merate, Pagnano.
28 febraro 1646 - Messa a nome de quei duoi che vanno a Loretto e Roma.
31 maggio 1646 - Terremoto questa mattina a hora una avanti giorno.
7 giugno 1646 - Tempesta nel paese, cioè verso S. Rocco, Mombello, Lomeda: Sartirana toccata in parte.
11 giugno 1646 - Tempesta come sopra, ma peggio, poi più che più alla Santa, Desio, Meda, Barlassina. A Varese, tempesta si dice di peso de libre tre l'una. Rotti a migliaia e migliaia i coppi.
2 luglio 1647 - A Merate, per l'Ufficio (da morto) del Tentorino, amazzato hieri sera dal prete Bughino, suo cognato, con un'archibugiata.
4 novembre 1647 - Cominciò il dì di S. Carlo a piovere, il dì seguente venne come un diluvio, li altri duoi con tuoni e tempesta, benché il da acqua si sia sentito giorno e notte con baleni.
1 marzo 1648 - Questa notte sono stati levati tutti e tre i battenti delle Campane di Merate perché doveva predicar un Somaschino, esclusi i Cappuccini a quali toccava.
Maria Fresoli, 2010
Disegni di Sara Bartesaghi.
Liber Missarum - 1608-1649 - Don Giorgio Spada 2° curato.
9 agosto 1621 - Questa notte precedente tempesta non mai più vista così crudele et tuoni e folgori spaventosissimi.
10 dicembre 1621 - Questa notte precedente si è udito gran tuono con folgori e baliori.
![]() |
| "...si è udito gran tuono con folgori e baliori." |
28 maggio1626 - Memoria di una grande tempesta, no grossa ma molta e il dì seguente brina contra l'uva e tutti i grani.
1629 - A S. Martino cominciò a scoprirsi la peste in Merate.
7 aprile 1635 - Il povero Padre Daniel Herba da Galbiato è stato amazzato con 4 archibugiate in Cura di Paderno: tra Robiate et Imbresago, andando a Brivio a pigliar li olei santi, accompagnato solo da duoi garzonetti di Terzolo datigli da me, essendo venuto solo da Paderno a cavallo. L'imboscata era fatta nel bosco del sig. Gio. Ant. Ajroldo, fatta in poco di siepe con ginestre.
8 giugno 1642 - Tempesta grave in Merà et nel suo circuito, principalmente sopra la terra, poi in Novate, Cernuschio, Robiate et Paderno.
3 Settembre 1642 - Tempesta hoggi 3 volte, da dopo hora nona, sino il doppo l'Ave Maria; da Merà in su e da Robià in su: molte terre rovinate.
![]() |
| "...èstato ammazzato con 4 archibugiate in cura di Paderno..." |
10 ottobre 1642 - Questa mattina a giorno chiaro, si è visto sopra il Monterobbio un splendore in forma quasi di cometa.
20 dicembre 1642 - Tuoni, lampi e piogge gagliarde e copiose con impetuosi venti.
15 aprile 1643 - a Merate l'Ufficio per quel messer Antonio, amazzato con il Rev. Gio. Batt. Calco sacerdote.
14 febbraro 1644 - Neve nuova ma umida, sopra la vecchia che alla campagna è più di un brazzo.
9 maggio 1645 - A S. Marcellino alla festa della Madonna del riccio.
![]() |
| "Neve nuova ma umida..." |
15 maggio 1645 - Ohimè, tempesta all'hora del vespero, quasi un'hora, però senza vento: rovinato perciò Robiate. Nel circuito: Novate, Merate, Pagnano.
28 febraro 1646 - Messa a nome de quei duoi che vanno a Loretto e Roma.
31 maggio 1646 - Terremoto questa mattina a hora una avanti giorno.
7 giugno 1646 - Tempesta nel paese, cioè verso S. Rocco, Mombello, Lomeda: Sartirana toccata in parte.
11 giugno 1646 - Tempesta come sopra, ma peggio, poi più che più alla Santa, Desio, Meda, Barlassina. A Varese, tempesta si dice di peso de libre tre l'una. Rotti a migliaia e migliaia i coppi.
2 luglio 1647 - A Merate, per l'Ufficio (da morto) del Tentorino, amazzato hieri sera dal prete Bughino, suo cognato, con un'archibugiata.
4 novembre 1647 - Cominciò il dì di S. Carlo a piovere, il dì seguente venne come un diluvio, li altri duoi con tuoni e tempesta, benché il da acqua si sia sentito giorno e notte con baleni.
![]() |
| "... venne come un diluvio....con tuoni e tempesta" |
1 marzo 1648 - Questa notte sono stati levati tutti e tre i battenti delle Campane di Merate perché doveva predicar un Somaschino, esclusi i Cappuccini a quali toccava.
Maria Fresoli, 2010
Disegni di Sara Bartesaghi.
Etichette:
Maria Fresoli Codara,
Robbiate,
Sara Bartesaghi
Iscriviti a:
Post (Atom)




























