lunedì 4 febbraio 2013

27 GENNAIO: GIORNO DELLA MEMORIA


16 OTTOBRE 1939: UNA NAVE PER L'ARGENTINA di Carla Deambrogi Carta, Emanuela Carta, Roberto Muzio, Marco Bartesaghi

Sono ospite della signora Fiorella Segre, nella sua casa in provincia di Varese. Intorno al tavolo della cucina, vicino alla stufa economica a legna, oltre a me e a lei ci sono suo marito Renzo Vercelli e la signora Carla Deambrogi Carta, con la figlia Emanuela e il genero Roberto Muzio.
L'incontro è stato possibile grazie alla signora Carla, amica di Renzo fin dall'infanzia: sono entrambi del 1928, hanno abitato, dalla nascita, a Milano nello stesso caseggiato, provengono da famiglie originarie della Lomellina e i loro padri erano uno tranviere e l'altro ferroviere. Una solida amicizia che in seguito ha coinvolto anche la moglie di Renzo, Fiorella., Perché la visita? Perché in questi giorni si è celebrato il "Giorno della Memoria"e ricordata la persecuzione degli ebrei, iniziata in Italia con le leggi razziali del 1938 e continuata, dopo l'8 settembre 1943, con gli arresti, la deportazione e la morte, nei campi di sterminio nazisti, di più di 8000 ebrei italiani.
Fiorella (che penso mi perdonerà, insieme a Carla, se d'ora in avanti tralascio il "signora") appartiene a una famiglia ebraica milanese. Da lei vogliamo farci raccontare come la sua famiglia reagì alla persecuzione.
Abbiamo preparato una serie di domande, per cercare di seguire un filo logico, ma fuori nevica, sul tavolo c'è la crostata, il caffè caldo e il moscato; il clima è molto amichevole e spesso si divaga. Quanto segue è ciò che sono riuscito a ricucire della lunga chiacchierata.

L'IMPATTO CON LE LEGGI RAZZIALI

Carla (C) - Dove abitavi nel 1938, al momento dell'entrata in vigore delle "leggi"?
Fiorella (F) - Abitavo a Milano, in via Cassiodoro, zona fiera. Avevo due sorelle: una maggiore e un'altra minore, nata dal secondo matrimonio di mio papà. Mia mamma è morta quando io avevo tre anni.

C - Quali furono le conseguenze delle "leggi" nella vostra famiglia?
F - Nel 1938 mia sorella maggiore, che aveva già fatto la prima e la seconda elementare in viale Monterosa, alla scuola Giulio Cesare (mi pare si chiamasse così), si doveva iscrivere alla terza; io dovevo andare in prima. Al momento dell'iscrizione, a causa delle leggi razziali, non siamo state accettate. Papà allora non ha avuto scelta, e si è dovuto rivolgere alla scuola ebraica di via Eupili.

Marco (M) - Non lo fece volentieri?
F - No. Dovette andare contro i suoi principi. Lui non è mai stato per imporre niente a nessuno, voleva che fossimo un'unica comunità, tutti. Infatti la sua seconda moglie era cattolica e il rispetto, dal punto di vista religioso, in casa nostra è stato massimo, sia da parte sua per noi, che da parte nostra per lei. C'era uno zio che ci prendeva in giro: secondo lui eravamo "la Repubblica dei soffietti" perché ognuno faceva quel che
voleva.

M - Cosa ricorda della scuola ebraica?
F - Mi ricordo solo della mia maestra, che era una bruttina con lo chignon, che mi mandava sempre a lavarle la tazza del caffè. Poi tornavo a casa con il fazzoletto sporco, perché lo avevo usato per pulire la tazza, e la mia seconda mamma mi sgridava e diceva: "Non me ne importa per la macchia di caffè, ma tu le metti il nariccio nella tazza"

Anche Carla e Renzo erano giovani studenti nel 1938. Chiediamo anche a loro, non ebrei, se e come si accorsero delle leggi razziali.

C - Mi ricordo benissimo quando hanno consegnato alle famiglie un modulo in cui bisognava scrivere le generalità e specificare anche la religione che si professava. In quella occasione mio papà aveva detto: "questo è un brutto segno". Nient'altro. Perché noi non conoscevamo famiglie ebree, non ne frequentavamo.

M - Non ricordate se i vostri genitori avevano percepito che agli ebrei stava succedendo qualcosa di grave?

C e Renzo -Ci si era accorti che avevano perso il lavoro nelle scuole e negli uffici. Ma quello che è successo dopo, la deportazione, lo sterminio, di quelle cose non s'era capito niente.

Fiorella Segre con il marito Renzo Vercelli


Renzo - Le leggi razziali di Mussolini erano stupide, ma alla fine erano state fatte cose pesantissime contro gli ebrei.
Io mi ricordo, che alle scuole elementari, un giorno sono entrati in aula il preside e altre persone. Hanno fatto alzare un bambino e l'hanno fatto uscire. Dopo non lo abbiamo più visto.

C - Invece nella mia scuola era ebrea la segretaria, e due maestre, la sorella della segretaria e un'altra che si chiamava Lombroso. Io avevo una compagna, Milla, che era nipote della segretaria: mi ricordo che in quinta lei non era più con noi perché, ci dissero, la sua famiglia si era trasferita in Inghilterra. Io e la mia maestra facevamo insieme la strada verso casa e un giorno le ho chiesto: "Signora, la Milla non c'è più perché
è ebrea?"
Lei non mi ha risposto subito, mi ha dato una carezza e con la testa ha fatto sì, ma senza commenti. Questa maestra non era iscritta al partito fascista e non l'ho mai vista con la divisa: mi ricordo che nei primi giorni di scuola, quando si andava a messa, le sue colleghe erano ..vicine ai bambini. Lei stava in fondo alla chiesa con quelli che non avevano la divisa: penso sia stata un'umiliazione.
Ho incontrato la mia compagna tanti anni dopo, nel 1994, a Verderio, quando è stata scoperta una lapide in memoria di tre sorelle e due fratelli Milla deportati e assassinati ad Auschwitz: erano i suoi zii.

ARGENTINA E SVIZZERA: TERRE D'ASILO ... MA NON PER TUTTI
Emanuela (E) - Torniamo a Fiorella. Altre conseguenze delle "leggi" per la tua famiglia?
F - Papà non poté più lavorare alla RAS, la società di assicurazioni. Faceva in parte questo lavoro, e in parte lavorava con il nonno che, se non sbaglio, era agente di cambio e aveva un proprio ufficio. Con lui collaborava anche il fratello di papà, lo zio Mario.

C - Per questo decideste di partire?
F - Sì, il 16 ottobre del 1939 siamo partiti per l'Argentina. Papà aveva un altro fratello, Marco, che abitava già là. Ci ha chiamato e siamo andati. Abbiamo preso l'ultima nave dall'Italia. Dopo non ne sono più partite: hanno fatto giri strani, sono dovute partire da altri posti, ma non dall'Italia.

Roberto - Dove vi siete imbarcati?
F - A Trieste, non ho ben capito perché: il 16 ottobre abbiamo preso il treno a Milano e siamo andati a Trieste.

C - Quel giorno cominciavano le scuole...
F - Sì, cominciavano le scuole, te lo avevo raccontato, vero? Eravamo emozionate: "noi andiamo in America e voi andate a scuola, ah ah ah". Mi ricordo, come fosse oggi, sia il tragitto dall'albergo al porto che il viaggio, soprattutto la tappa a Recife, in Brasile, dove la zia Miranda, la sorella di papà, era venuta al porto a salutarci. Non ricordo invece l'arrivo a Buenos Aires, cancellato totalmente.

E - Solo voi siete partiti?
F -Lo zio Mario deve essere partito una quindicina di giorni prima. La zia Miranda nel 1938...

M - Anche lei per le "leggi"?
F - Sì. Suo marito era stato licenziato dall'Eternit, la ditta dove lavorava come ingegnere capo di non so cosa.

E - -Sono stati previdenti, lungimiranti...
F - Nel 1937 papà era stato in galera, a San Vittore, perché antifascista. Anche zio Mario era politicamente molto impegnato, forse ancora di più di papà.

M - Erano impegnati in che modo?
F - Si occupavano di politica, erano antifascisti e di sinistra. Come non lo so, io avevo solo sei, sette anni. So che in casa nostra di fascista non c'era stato proprio nessuno. Comunque si erano resi conto che la situazione era grave e, dati i loro precedenti, temevano che sarebbero stati fra i primi ad essere colpiti. Quando poi io e mia sorella non siamo state accettate a scuola, non hanno più esitato.
Essere riusciti ad andar via è stata una fortuna immensa. Per ciascuno di noi la partenza ha rappresentato un cambio radicale di ogni progetto di vita. Poi l'Argentina è stata meravigliosa ci siamo trovati benissimo ...

Renzo - Non c'era ancora Peron ...
F - Non c'era ancora Peron, chiaro ...Le difficoltà sono sorte dopo: quando torni in Europa, con i titoli di studio argentini, con la tua prima esperienza di lavoro in Argentina ... te guarden insci...

Fiorella Segre con l'amica Carla Deambrogi Carta


M - I vostri parenti rimasti in Italia come se la cavarono?
F -Il nonno Michele, il papà di papà, aveva una casa ad Albavilla, tra Como e Lecco. Era un "sacramento di uno" che non sarebbe mai stato zitto davanti a niente e a nessuno e quindi era in pericolo. Allora il Franceschin, il suo giardiniere, l'ha preso in spalla, perché il nonno aveva la lussazione dell'anca ed era claudicante, e lo ha portato in Svizzera, dove si è salvato Mentre il nonno era in Svizzera il Franceschin gli ha anche salvato la casa, con tutto quello che c'era dentro.
Le altre due sorelle di papà abitavano a Roma e si salvarono restando nascoste in un convento. Una di loro era sposata con l'avvocato Battaglia, non ebreo, che non so per quanto tempo era stato in galera in quanto antifascista.

C - Tu sei parente di Liliana Segre, reduce di Auschwitz e autrice di diverse memorie sulla sua esperienza. In Argentina eravate informati sulla sua sorte e su quella dei suoi famigliari?
F - Liliana è figlia di un primo cugino di papà, ma noi a quel tempo non ci conoscevamo. L'ho conosciuta solo dopo che ha reso la sua testimonianza. Lei, come tanti altri, non ha raccontato subito la sua esperienza: sono dovuti trascorrere circa quarant'anni prima che, spronata dall'insistenza di alcune amiche della comunità ebraica, si decidesse a farlo.
Le sue prime testimonianze erano un po' ripetitive, anche un po' noiose, poi è diventata bravissima.
Da Milano dove viveva con suo papà - anche la sua mamma è morta quando lei era bambina - si erano trasferiti a Stresa (o ad Arona, non ricordo) ospiti in casa di qualcuno. Da lì suo padre è riuscito a mettersi d'accordo con un contrabbandiere che li ha accompagnati fino al confine con la Svizzera dove, però, i doganieri svizzeri li hanno fermati e riconsegnati alla polizia italiana. Sono finiti prima in galera a Como, poi a Varese e poi a San Vittore. Da San Vittore sono partiti per Auschwitz, dove il padre è stato subito mandato alla camera a gas. Lei si è salvata perché, già piuttosto alta, non fu considerata una bambina quale in effetti era, ma mandata al lavoro in una fabbrica di munizioni. Ha preso parte all'evacuazione del campo ed è tornata a piedi in Italia, unica superstite della sua famiglia.

Renzo - Io a Liliana contesto una sola cosa. Lei afferma che quando li trasferirono da San Vittore al binario 21della Stazione Centrale, dove partivano i treni, gli ebrei transitarono fra l'indifferenza dei milanesi. Quale indifferenza? Io questo glielo contesto: io giravo per Milano, andavo a scuola ma non si sapeva mica niente, non mettevano mica fuori i manifesti. Anche mio papà che lavorava in ferrovia, alla Stazione Centrale non si è accorto di niente. Sapevano che c'erano quelli che andavano in Germania per lavorare. Ecco: li hanno fatti passare per persone che dovevano andare a lavorare in Germania.
Carla - Anche un mio zio che lavorava in stazione alla spedizione dei bagagli, quindi nel sotterraneo, non ha mai capito niente.

IN ARGENTINA UNA NUOVA VITA

F - Siamo arrivati a Buenos Aires il 6 novembre del 1939. La scuola cominciava a marzo. Per i primi mesi abbiamo avuto lezioni di spagnolo a casa, da una signorina che doveva farci arrivare al punto dove erano arrivati gli altri bambini. Devo dire che non ho mai avuto problemi a scuola, Ho avuto insegnanti bravissime che non hanno mai fatto beh, né perché fossimo straniere né perché di un'altra religione. No, niente non ce ne siamo neanche accorte.

Roberto - Ha dei ricordi ancora vivi di quel primo periodo?
F - Alcuni vivissimi. Ad esempio della nostra prima abitazione a Buenos Aires: una pensione in centro, con uno scalone enorme e un corrimano spettacoloso, su cui una pazza delle mie sorelle veniva giù scivolando dal terzo piano e io dicevo: "Quella s'ammazza". E mi ricordo che aspettavamo che arrivasse papà e lo vedevamo da su, dal terzo piano. Lì abbiamo abitato solo un mesetto, perché poi abbiamo avuto una casa, però me lo ricordo benissimo ... sono cose strane i ricordi. Di prima ancora della partenza non mi dimenticherò mai di quando papà è tornato da San Vittore: eravamo a giocare in piazzale Giulio Cesare quando è arrivata la donna di servizio gridando: "signora, signora è arrivato il signore". Ed è comparso papà, con i capelli - che erano ricci come i miei -lunghi, non aveva potuto tagliarli per quaranta giorni, o non so quanto sia stato via. Mi ricordo anche quando facevamo a piedi da via Berengario fino a via Eupili, alla scuola ebraica, al mattino presto...tabaccare eh

M - Come si chiamava di nome suo papà?
F - Manfredo, si chiamava Manfredo Segre.

C - Segre è il nome di un fiume vero?
F - Sì,un fiume in Spagna. Infatti i Segre sembra siano venuti dalla Spagna e una volta in Italia si siano divisi, un po' in Piemonte e un po' nel mantovano. Il generale Segre che ha partecipato alla breccia di Porta Pia era uno zio di papà.

E - Quando siete partiti per l'Argentina, pensavate di fermarvi là finché le cose si fossero sistemate e poi ritornare o eravate partiti già con l'idea di restare?
F - Con l'idea di restare: una famiglia di cinque figli (veramente eravamo ancora in quattro, perché l'ultima è nata là) se fa un trasferimento del genere lo fa per sempre.

E - Quindi avete dovuto rifarvi una vita ...
F - Certo, ed eravamo partiti senza una lira. Potevamo portare tante cose che c'erano in casa, ma soldi no. Allora, a noi bambine hanno fatto vestiti, cappotti e robe del genere "in crescenza", in modo cioè che durassero il più possibile. Io, che di statura ero la più piccola, me li sono portati per 5 anni. Sempre le stesse cose: non ne potevo più.

E - Che lavoro aveva trovato tuo papà?
F - Ha lavorato ancora nel campo assicurativo, prima come impiegato poi, quando si è fatto una certa clientela, ha aperto un suo ufficio di broker. Trovare lavoro non era difficile in quel periodo, ma neanche facile, facile. Mi ricordo ancora il giorno in cui è tornato a casa e ci ha detto che l'aveva trovato.

Roberto - A Buenos Aires conoscevate altre famiglie di ebrei fuggite dall'Italia?
F - Con noi c'erano i Morpurgo, i Pavia (dopo la guerra). Poi c'era Arrigo Levi, il giornalista. Lui ha qualche anno più di me; erano due fratelli e tre sorelle e abitavano a"Palermo", mentre noi a "Cavagita", due diversi quartieri della città. Una cosa che ci aveva impressionati moltissimo era stato sapere che lui aveva partecipato come volontario, nel 1948, alla prima guerra arabo - israeliana.

Roberto - quindi eravate ben inseriti nella vita della città ....
F - Sì, papà era diventato un punto di riferimento per quelli che arrivavano dall'Italia: era un gioioso, un cordiale. Tanti giovani erano spesso a casa nostra. Aveva anche cinque figlie, quindi è chiaro che ce n'era sempre di gente: fra cugini e amici e persone che venivano a parlare con Manfredo Segre.

M - A Buenos Aires c'era una comunità ebraica?
F - Sì, notevole

M - E voi la frequentavate?
F - Papà sì, era uno che cercava, personalmente, di essere un po' osservante. Ma non ci imponeva niente: chi voleva andare con lui andava, chi non voleva stava a casa. Poi le figlie della seconda moglie erano cattoliche, erano battezzate e avevano fatto la comunione. Ma neanche loro erano osservanti.

Mentre trascrivevo la registrazione della chiacchierata, arrivato a questo punto ho fatto una pausa, e collegatomi a internet ho inserito "Manfredo Segre" nella pagina di Google. Ho scoperto così due notizie che durante l'intervista non erano affiorate.
La prima bella: il rifugio "Italia", vicino al lago Laguna Negra, a Bariloche in Patagonia è dedicato a Manfredo Segre.




Il Rifugio Italia dedicato a Manfredo Segre. Ho scaricato questa fotografia dal seguente indirizzo: http://picasaweb.google.com/lh/photo/X93FNE__J6PqPBojKx06Sw


La seconda triste: la sua morte è avvenuta in un incidente aereo in Africa, nel 1967.
Chiedo a Fiorella qualche notizia in più:
F - Manfredo Segre e stato fondatore,  anzi "IL"fondatore della sezione argentina del CAI. Il rifugio al Cerro Negro a Bariloche, progettato dall'architetto Osvaldo Bidinos, é stato fatto da noi, la sua famiglia, col contributo di amici e conoscenti amanti della montagna, e in particolare del CAI (Club Alpino Italiano) e del CAB (Club Andino Bariloche). Papà era la persona di riferimento per molti alpinisti italiani impegnati in Argentina. Ricordo in particolare Carlo Mauri (Bigio), Walter Bonatti, Ardito Desio e Mario Fantin, fotografo di tante spedizioni.
Il papà è morto il 5 marzo 1967 per a Monrovia (Liberia), per un atterraggio fuori pista dell'aereo di linea che lo riportava a Buenos Aires
.


LA SCUOLA, IL LAVORO, IL RITORNO IN ITALIA

F - A Bueno Aires ho fatto le elementari, partendo dalla seconda, le medie, che là duravano cinque  anni, il liceo artistico e l'accademia di belle arti, con la specializzazione nel settore arredamento.

C - Poi hai cominciato a lavorare?
F - Sì, all'Editoriale Abril, che si può considerare, per importanza, la mondadori sudamericana. Il proprietario era Cesare Civita, amico e compagno di scuola di papà, come noi partito dall'Italia in seguito alle leggi del '38. Da giovane aveva lavorato in Mondadori e quindi aveva un' esperienza eccezionale. L'Editoriale Abril aveva sedi a Buenos Aires, San Paolo, Città del Messico, Caracas. Vi lavorava un grosso gruppo di disegnatori e artisti molto simpatici e bravi, fra cui Faustinelli, Hugo Pratt, Destuet, Casal e lo scrittore e giornalista A. Ongaro. Eravamo molto affiatati. Nel mio ufficio arrivavano i disegni originali dei vari autori, che il capo ufficio poi sceglieva per la pubblicazione . Mi piaceva così tanto tutto quello che aveva a che fare con l'arte che nel mio lavoro mi ci tuffavo letteralmente.

C - Poi però hai lasciato Buenos Aires ...
F -Sì, la zia Miranda si era trasferita da Pernambuco a San Paolo: sono andata a trovarla e sono rimasta ad abitare con lei. Ho lavorato per sette anni per la Knoll International, una ditta americana di arredamento d'interni, con sedi un po'ovunque, anche in Italia.

E -Che ruolo avevi nell'azienda?
F - Facevo parte dell'uficio progetti di arredamento. Il posto più bello dove, in quel periodo,  ero stata mandata per lavoro era Belo Horizonte, capitale dello stato brasiliano del Minas Gerais, nel mezzo della zona mineraria del Brasile.

M - Poi è tornata in Italia?
F - Sì, a un certo punto mi hanno chiesto se volevo venire a Milano a lavorare per loro: "sì, subito ho risposto, e sono venuta a Milano.

M - Quando?
F - Dunque, quando noi ci siamo sposati, nel settanta, saranno stati dieci anni che lavoravo in Italia ...quindi ..
M - Quindi nel 1960?
F - Intorno al sessanta, non mi faccia dire date perché non ce la faccio.

C - Hai già detto che ti sei sposata nel settanta ...
F - Sì e abbiamo avuto una figlia, Paola, che adesso è in attesa del primo figlio.


F - Io non penso che la mia sia una storia interessante. Quando sono successe queste cose ero una bambina di sette anni, come facevo ad accorgermi della loro gravità? Ci avevano portato alla scuola ebraica: e allora? ..... Dovevamo partire per l'Argentina: vabbeh, un posto come un altro; poi eravamo una famiglia grande, c'era sempre tanta gente in casa. Molto più scioccante era stato il fatto di avere avuto una nuova mamma, questa sì era stato una cosa difficile da accettare. Io la campagna razziale, se devo dire la verità l'ho sentita dopo, con la scuola di mia figlia.

M - Con la scuola di sua figlia? Negli anni settanta? Si spieghi ...
F - Quando è nata Paola la mamma di Renzo mi ha detto : "per favore battezzala, non sia mai detto che succeda di nuovo qualcosa". Io sono stata d'accordo: "non c'è problema" - ho pensato - "quando sarà grande deciderà lei cosa vuol fare". Per questo stesso ragionamento, quando l'abbiamo iscritta a scuola abbiamo richiesto l'esenzione dalla religione.
Sennonché Paola aveva una maestra di CL, Comunione e Liberazione, che siccome aveva chiesto l'esenzione, invece di farle fare qualcosa di alternativo, la mandava fuori dalla classe . Inoltre le faceva delle scenate assurde perché non andava a messa. Una volta mi disse che, con una mamma, aveva organizzato una serata apposta per risolvere il mio problema. "Il mio problema? Avete sbagliato perché io di problemi non ne ho. Vi saluto" e me ne sono andata.

Roberto - Avete cambiato scuola?
F - Certo. E lei, per fortuna, l'ho incontrata in strada una sola volta, se no l'ammazzavo...
Renzo - State tranquilli: normalmente sono tre o quattro persone al giorno che ammazzerebbe
F - Ma sai cosa ci aveva costretto a fare? Abbiamo dovuto iscrivere Paola alla scuola steineriana, e quindi ogni mattina, da San Felice dove abitavamo, dovevamo portarla in via Visconti di Modrone, in centro Milano. Fino alla seconda liceo siamo dovuti uscire di casa alle sette ogni mattina per essere a scuola in tempo, e avevo la scuola davanti a casa. Una volta quella maestra mi aveva chiesto: "Perché la sua famiglia è andata in Argentina?" Così, per turismo: era una tipa molto preparata.

M - Qual è oggi il suo rapporto con l'ebraismo?
F - Sono socia della Comunità, che in un certo periodo mi ha appoggiato moltissimo per una pratica che avevamo in corso, ma non sono particolarmente attiva. Conosco un sacco di gente. Ero molto vicina a Paola Sereni Rosenzweig per un lungo periodo preside della scuola ebraica, che mi ha visto per una vita. Un'associazione ebraica che mi è molto simpatica è il Keren Kayemeth che si occupa , in Israele, della forestazione e dell'uso razionale delle risorse idriche, problemi vitali per quel paese. Questa associazione ha anche una sezione italiana con la quale mi piacerebbe collaborare più attivamente. L'anno scorso sono venuti e hanno piantato un ulivo vicino al cippo dei caduti di Vergiate.
Quest'anno, per il Giorno della Memoria, volevamo fare qualcosa di più significativo, però non siamo riusciti perché le insegnanti avevano già un programma tanto vasto che non c'è stato spazio per questa iniziativa. Lo faremo in un'altra giornata, non è necessario che tutto si faccia il 27 gennaio.

M - Un' ultima domanda: Israele?
F - Non ci sono mai stata. In compenso ci è andata Paola, in un Kibbutz, per un mese: è tornata entusiasta. È andata con un'amica: due ragazze di diciotto anni che partono per lavorare in un Kibbutz in Israele, con le racchette da tennis, un beautycase enorme e due valige mostruose: hanno ritardato l'aereo per controllare i loro bagagli. Le hanno lasciate andare solo quando Paola ha detto che sua mamma era ebrea. Si erano
fatte crescere le unghie, belle smaltate e sai cosa dovevano fare? Gli innesti, non ricordo se sui mango o sui pompelmi. Con le loro mani belle curate, dovevano avvolgere l'innesto nel letame e fare un bel pacchettino, ah, ah, ah. Comunque sono tornate entusiaste.

IL BLOG VA IN VACANZA. ARRIVEDERCI

Carissimi,
il 12 gennaio scorso questo blog ha compiuto 4 anni. In questo periodo è stato aggiornato regolarmente ogni due o tre settimane, per un totale di 451 post. Quando qualche minuto fa ho iniziato a scrivere questa lettera, era stato visitato 57750 volte.
Sono stati quattro anni intensi, impegnativi e  interessanti. Ho ricevuto incoraggiamenti e consigli molto utili; fondamentale è stato l'aiuto di diversi collaboratori, che hanno scritto direttamente gli articoli pubblicati o hanno fornito informazioni e spunti di ricerca.Li ringrazio e li invito a continuare ad aiutarmi e, se possono, a trovare altre persone disposte a dare una mano.
Ora però......



... ho deciso di abbassare la saracinesca e di fare una sosta.Mi serve per produrre, con un po' di calma, nuovo materiale da pubblicare e non riesco a farlo mantenendo il ritmo tenuto finora. Questa "vacanza" durerà circa fino a fine aprile 2013. Un cordiale saluto Marco Bartesaghi


* Disegno di Sara Bartesaghi

SARACINESCHE DIPINTE A GENOVA di Marco Bartesaghi

Le saracinesche chiuse mettono meno tristezza ... se sono dipinte. Come queste fotografate a Genova nell'agosto scorso.































martedì 8 gennaio 2013

VENDITORE O VENDITRICE AMBULANTE - MASCIADER O MASCIADRA di Anselmo Brambilla


Arrivavano con una grossa cesta colma di  biancheria, gomitoli  di lana colorata, spolette di filo per cucire, aghi e quant'altro utile per la donna. Solitamente venivano da lontano. Mi ricordo di una che chiamavano la Mantovana, presumo venisse da quella città o provincia, pare arrivasse con il treno ad Olgiate e poi a piedi con la grossa cesta in testa girasse tutte le case del paese, prima di spostarsi in un altro posto, accontentandosi sovente, per risparmiare, di alloggi e sistemazioni logistiche di fortuna.
Questo per tutta l'estate poi in inverno se ne tornava al suo paese, per ricomparire l'estate successiva. Noi la chiamavamo semplicemente "la sciura cun la cavogna in coo"  la signora con in testa una cesta.

Anselmo Brambilla


* Disegno è di Sara Bartesaghi

"NANDO DI PULET", MIO PAPA' di Fabrizio Oggioni


Fabrizio Oggioni


Mio papà si chiamava Ferdinando Oggioni, ma tutti lo conoscevano, e molti ancora lo ricordano, come "Nando di Pulèt", essendo, Pulèt, il soprannome del ramo degli Oggioni di Verderio Superiore che abitava alla "Curt Növa", in via sant'Ambrogio.
Era nato il 4 settembre 1916 da Gerolamo e da Luigia Oggioni. Per quel che mi ricordo, ha sempre fatto il muratore.
Chiamato al servizio di leva con la classe del 1916, è congedato nel 1936, per essere richiamato, una prima volta il 17 maggio 1937 e poi il 14 settembre del 1939, nel 7° Reggimento Artiglieria.
Il 20 dicembre 1940 si imbarca a Bari sul piroscafo Gallia e il giorno dopo giunge e Durazzo, in Albania, dove viene trasferito al 13° Reggimento Artiglieria Guardia a Frontiera. Ha l'incarico di cuciniere.
Queste fotografie che lo ritraggono con i suoi commilitoni sono fra le poche cose che di lui mi sono rimaste: non è tanto alto e, dalle immagini, sembra un tipo allegro e di compagnia.

Fotografie scattate in Albania. Un'altra serie di immagini a fine articolo

L'11 settembre 1943 il suo reparto si arrende ai tedeschi. Prigioniero, viene deportato in Germania, nel campo di lavoro Staleg - XII -F, a Biesmengen - Bolchen, nel Saarland , vicino al confine con la Francia. Questo è il testo di una sua lettera alla mamma, mia nonna:

" 8-2-1944
Cara mamma avendo l'occasione di avere questo biglietto vi faccio sapere che la mia salute è ottima così spero anche di voi e famiglia ora vi fo sapere che ho spedito il modulo per mandarmi il pacco lo sapete già cosa dovete mettere mangiare e sigarette perché sigarette qua non le danno. Mamma mi raccomando di non pensare a me cercate di restare in gamba vedrete che tutto passerà ne sono passate tante quindi passerà anche questa quindi non pensate su di me. Termino non avendo altro che dirvi solo di lasciare i miei saluti a voi e famiglia parenti cugini cognati e cognate fratelli sorelle e bacioni ai nipoti che sempre li ricordo di nuovo ricordandovi sempre vostro figlio
Nando
Ciao ciao arrivederci presto"

Il 9 luglio 1945, finita la guerra, viene liberato. Rimpatriato, giunge a Bolzano dove resta alcuni mesi prima di essere congedato e rimandato a casa.
Il 4 ottobre 1947 ha sposato mia mamma, Antonia Acquati (1921/2000); dal loro matrimonio, nel 1949 è nato mio fratello Sergio e, nel 1953, sono nato io.
In una fotografia papà è ritratto mentre collabora alla costruzione della sede del Circolo San Giuseppe, la cooperativa di cui era stato socio.

"Nando", in centro, durante la costruzione della sede della cooperatica San Giuseppe , edificio che attualmente ospita il ristorante Mediterraneo"


Ho ben pochi ricordi personali e diretti di mio papà, perché pochi mesi prima che io nascessi, nel cantiere edile dove lavorava è stato vittima di un gravissimo incidente: durante la costruzione di un palazzo a Milano, le pareti dello scavo dove era impegnato sono crollate e lui è rimasto sotto la terra e le macerie. Colpito alla spina dorsale, è rimasto paralizzato ed ha trascorso il resto della sua vita in un letto d'ospedale, prima a Milano, al Niguarda, poi a Pietra Ligure. 
È morto il 27 agosto 1961.




lunedì 7 gennaio 2013

LA "MAPPA" DEGLI OGGIONI A VERDERIO di Giulio Oggioni


Durante le feste di fine anno 2012, Marco Bartesaghi, nell'inviarmi gli auguri per il Nuovo Anno, mi ha chiesto un piccolo favore: fare una mappa degli Oggioni che, in passato, erano presenti nella nostra comunità. Esaudisco la sua richiesta con grande piacere.Giulio Oggioni

Nel mio libro, Quand sérum bagaj, che ha avuto un discreto successo, tanto da dover fare una seconda edizione (esaurita pure quella), avevo già accennato ai diversi cognomi e i loro soprannomi, con i quali era più facile l'identificazione.

Oggi, se apriamo la guida telefonica, scopriamo che a Verderio Superiore, tralasciando i nuovi arrivati che ormai hanno raddoppiato la popolazione, gli Oggioni sono ancora i più numerosi, seguiti dai Colombo, dai Villa, dai Sala, dai Motta, dai Brivio, dai Frigerio e via di seguito.
Ho fatto una breve ricerca molti anni fa per conoscere l'origine del cognome Oggioni e ho scoperto che lo storico Dante Olivieri, nel suo dizionario toponomastico lombardo, dice che il cognome deriva da Octorius, mentre il Merati, un altro studioso, asserisce che è ricollegabile al gallico dunno o duno che significa monte o castello.
Potrebbe quindi essere stato importato in Brianza con le invasioni dei popoli del nord molti secoli fa, magari quando fu fondata Uglona, l'attuale Oggiono, oppure Oggiona, nel varesotto. Qualche altro esperto mi ha suggerito di continuare la ricerca perché, secondo loro, il casato è di provenienza svizzera. Non ho tanta ambizione e mi fermo a parlare delle origini di quelle famiglie Oggioni che erano presenti a Verderio negli ultimi due secoli.

Con ogni probabilità, il primo antenato degli Oggioni risale a diversi secoli fa: nulla mi impedisce di pensare che tutti i ceppi ancora presenti fossero allora imparentati e che solo in seguito, con il passare degli anni, le divisioni, i cambi di residenza, la costituzione di nuove famiglie e altro, si è creato lo smembramento dell'unica primitiva dinastia.
Posso quindi parlare solo degli Oggioni, tra l'Ottocento e il Novecento, in pratica tutto quello che ho raccolto da testimonianze passate.

Gli Oggioni, a Verderio, si dividevano in otto ceppi, tre o quattro dei quali, pare, fossero, in questi ultimi due secoli, imparentati.
Un ceppo, al quale appartengo, abitava alla cascina La Salette, estremità ovest del paese, in località Sernovella. Un altro, risiedeva in via Fontanile, mentre il terzo attorno alla Chiesa Vecchia, prima e dopo la sconsacrazione della stessa, avvenuta nel 1902.
Altri tre ceppi risiedevano nella Corte Nuova, sulla centrale via sant'Ambrogio, uno alla cascina Alba, al confine con Cornate d'Adda e, infine, uno anche in via Campestre.

GLI OGGIONI DE "LA SALETTE"
Gli Oggioni della Salette si installarono all'inizio del 1856, quando il conte Luigi Confalonieri, che aveva appena ultimato la sua grande cascina, la cedette in affitto a quattro famiglie patriarcali: Oggioni, Colombo, Aldeghi e Frigerio. E' in questa cascina che, probabilmente, il patriarca Federico, Fredich, prese posto.



Cascina "La Salette"


Gli Oggioni erano i più numerosi e occupavano, entrando dal portone centrale, la parte destra, dal pianterreno fino alla cima della torre. I Colombo e gli Aldeghi, la parte centrale, mentre i Frigerio l'altra estremità di sinistra. Tra gli Oggioni e i Colombo avvennero anche dei matrimoni e pertanto i vincoli di parentela si estero anche con cognomi diversi.
All'inizio del Novecento, proprio per l'espansione delle famiglie e per necessità di spazio, una parte degli Oggioni fu costretta ad emigrare alla cascina Borgonovo, Burnoeuv, e, nel 1927, alla cascina san Giuseppe, Pulentel, polentina. Entrambe erano sul territorio di Verderio Inferiore ed appartenevano alla parrocchia. Un'altra famiglia emigrò, dopo la guerra, a Robbiate. Un'altra si trasferì in centro paese. Tutte le altre restarono alla Salette, costrette però, a seguito dei vari matrimoni dei figli, a dividere i grandi locali, ricavandone di più piccoli, oppure a vivere in più famiglie negli stessi locali.

Cascina Borgonovo (foto Luigi Oggioni)
Io ricordo ancora che mio nonno ereditò dalla famiglia patriarcale l'ampia cucina a pianterreno, che fu poi suddivisa con steccati di cartone, tenuti da listelli di legno, per ricavare una piccola cucina, una stanza comune e una piccola anticamera.
Questo tipo di sistemazione non era un'esclusiva degli Oggioni, ma avveniva in tutte le famiglie contadine di allora, costrette a trovare posto per i figli che decidevano di restare in famiglia.

"In questa vecchia foto scattata negli anni trenta, tutte le donne degli Oggioni con i bambini alla cascina La Salette
 
Con la scomparsa dei vecchi, l'arrivo dell'industrializzazione e lo sviluppo edilizio degli anni Settanta e Ottanta, molti componenti furono costretti a lasciare le vecchie abitazioni per trasferirsi altrove. Come del resto, hanno fatto tutte le altre famiglie di Verderio. Lo ricordo benissimo: si trasferivano verso le città metropolitane, vicine al posto di lavoro.

GLI OGGIONI DI VIA FONTANILE E DELLA "CHIESA VECCHIA"
Il secondo ceppo degli Oggioni risiedeva nella prima corte della via Fontanile, il cui ingresso era frontale alla piazza Roma. Entrambi i ceppi, quello de La Salette e di via Fontanile, erano chiamati di Fredich, con l'aggiunta de La Salette, per i primi, a ricordo appunto di Federico, il primo antenato.

A sinistra l'entrata della "Curt di Fredich, in via Fontanile


Il terzo ceppo, quello residente attorno alla Chiesa Vecchia, alla fine della via Principale, aveva anche un altro soprannome: Beloeusc, per via di una antenata, Anna Colombo, che aveva sposato un Oggioni e generato numerosa prole, che proveniva da Bellusco.

La corte abitata dagli Oggioni presso la "Chiesa Vecchia"


Questi soprannomi erano indispensabili per le famiglie contadine di allora perché, avendo in molti lo stesso nome, con il nomignolo ogni persona era più facilmente individuabile. Per esempio, quando si citava un certo Giuseppe, diventava più facile riconoscerlo se si aggiungeva, dei Beloeusc, di Fredich, de la Salette, e così via.

La capostipite degli Oggioni,Anna Colombo, dei Beloeusc con i suoi bambini
Una ventina di anni fa ho scoperto che questi tre ceppi erano sicuramente imparentati tra loro, quando, casualmente e di passaggio per imbarcarmi per la Sardegna, andai a trovare suor Valeriana Oggioni che, dopo tanti anni di lavoro in America, era ricoverata alla casa madre delle suore dell'Immacolata di Genova.
Quasi novantenne, ma ancora lucidissima, mi raccontò la storia del parentado, citando nonni, bisnonni e trisnonni comuni che erano coinvolti nei tre ceppi. La sua scomparsa avvenne poco dopo e ora ho il rammarico di non aver preso nota della sua ricostruzione e di aver dimenticato tutto.

GLI OGGIONI DELLA "CORTE NUOVA"
Altri tre ceppi Oggioni, come ho già detto, risiedevano nella Corte Nuova, nel centro paese, con l'ingresso sulla via sant'Ambrogio. Quello più numeroso abitava sul lato destro, mentre gli altri due, composti però da una sola famiglia, sul lato sinistro e avevano due soprannomi diversi: Muscarola e di Boeus, o anche Titina.

"Corte Nuova" in via Sant'Ambrogio
Quello più numeroso della corte, per distinguerlo dagli altri due, aveva un altro soprannome: Pulet. E' difficile risalire al significato di questo nome. Durante la dominazione napoleonica dell'Ottocento, molte parole francesi, diventarono anche espressioni dialettali e sono rimaste tuttora. Forse Pulet, derivava appunto dal francese poulet, che ha diversi significati: pollo, gallo di primo canto, tesoro, galante e anche poliziotto. Che sia stato usato per qualche antenato che aveva a che fare con questi significati? Nessuno lo ricorda più.

GLI OGGIONI DI CASCINA ALBA E DI VIA CAMPESTRE
Anche il ceppo Oggioni di cascina Alba aveva il soprannome "Fredich", anche se, questo è certo, non derivava dall'altro antenato già citato. Curiosamente, gli avevano affibbiato questo identico soprannome solo perché inizialmente, prima di trasferirsi alla cascina Alba, abitavano nei locali di quel patriarca di nome Federico di via Fontanile. Il ceppo della cascina Alba era però imparentato con i Pulet, della Corte Nuova. Prima della Seconda Guerra Mondiale, alcuni componenti abbandonarono il paese per trasferirsi a Verderio Inferiore e a Paderno Dugnano.

"Cascina Alba", sulla strada per Cornate
Rimane da citare l'ultimo ceppo, quello che abitava in via Campestre. Anche questo nucleo, per distinguerlo dagli altri, aveva un soprannome strano: Scroch, che significa furbo. Non è stato possibile conoscere il motivo di tale nomignolo però si sa che i componenti della famiglia di Fendin, dal capostipite Defendente, erano ottimi macellai, in particolare di maiali la cui uccisione avveniva nei primi due mesi dell'inverno.

Al centro della foto il portone d'entrata della "Curt di Scroch", in via Campestre


Ecco, vi ho parlato degli Oggioni e dei loro soprannomi: allora, ogni famiglia aveva il suo ed era conosciuta più per il nomignolo che per il cognome reale.
Ancora oggi, quando mi capita di parlare con qualche anziano concittadino abitante fuori paese (ne sono rimasti pochissimi) e ho l'impressione di non essere riconosciuto, mi presento come Giulio de Giusep de la Salette, di Fredich,e il volto del mio interlocutore si illumina all'improvviso!
Che nostalgia per quei tempi!
È tutto quello che so, spero di non aver dimenticato nulla. Sarei grato a chi avesse altri particolari da aggiungere.

Giulio Oggioni

IL "MAGLIFICIO G. BARAGGIA" A VERDERIO SUPERIORE di Beniamino Colnaghi



Il dato più attendibile circa il significato e l’origine del cognome Baraggia ci conferma che “la baraggia” è l’area pedemontana che dalle Prealpi, site sotto il massiccio del Monte Rosa, si sviluppa verso il piano a terrazzi o in lieve graduale declivio verso sud est. La baraggia è una terra che prende il suo nome dalla brughiera, ovvero un tipo particolare di landa ricoperta da brugo o erica, arbusto sempreverde. In tempi antichi, questo tipo di vegetazione la rese un luogo ideale per i pascoli invernali delle greggi transumanti dalle Alpi biellesi. Con i secoli e con una capillare quanto ingegnosa opera di canalizzazione, parte della baraggia è stata trasformata in risaia. Il riso è l’unica coltura che può sopravvivere a questo tipo di terreno e di habitat ed assume delle caratteristiche morfologiche e qualitative uniche.


La baraggia vicino a Biella




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