venerdì 13 luglio 2012

"ALIYAH", LA SALITA AD ISRAELE DI UN GIOVANE DI VERDERIO di Marco Bartesaghi

Emigrare è una scelta difficile anche per chi non lo fa con l'acqua alla gola, costretto dalla fame e dalla miseria. È difficile anche per chi parte per una propria scelta di vita, decisa liberamente, con convinzione, senza costrizione.
 


Emigrare in Israele è ancor più difficile perché questo, lo sappiamo, è un paese particolarmente impegnativo. Nato il 14 maggio 1948, il giorno successivo, 15 maggio, lo Stato di Israele viene attaccato dai cinque eserciti degli stati che lo circondano, Libano, Siria , Iraq, Egitto e Transgiordania. L'esercito israeliano, contro ogni previsione, resiste all'attacco e, un anno dopo, maggio 1949, i paesi aggressori sono sconfitti.
Sono passati più di sessant'anni da quei fatti, ma la pace sembra ancora lontana.
Leonardo Aseni, 23 anni, molti dei quali vissuti a Verderio Superiore , ha deciso di andare a vivere in Israele, prendendone la cittadinanza e accollandosi quindi tutti gli oneri che questa scelta comporta.
Gli voglio chiedere il perché di questa decisione ma, prima di riuscire a farlo, l'età (mia), il ruolo (di genitore) e l'esperienza mi inducono ad iniziare con un'altra domanda.

Marco (M) -Come hanno accolto i suoi genitori questa  decisione?
Leonardo (L) - Mia madre mi appoggia in toto. Lei è nata in Africa, la sua famiglia era lì per lavoro, ed è' venuta in Italia all'età di 10 anni. Mio papà è nato in Puglia, ma ha sempre vissuto a Milano. Diciamo che i miei genitori sono tutti e due di Milano. Quando avevo due anni ci siamo trasferiti qui a Verderio. Mia mamma è di religione ebraica, è stata diverse volte in Israele, parte della sua famiglia vive lì: per queste ragioni lei mi appoggia con più convinzione. Per mio padre, invece, Israele è un posto lontano, che conosce poco; probabilmente, in lui è anche più radicato il sentimento di essere italiano e quindi gli spiace che io parta lasciando il mio paese, le mie origini. Ma non è che partendo io smetta di essere quello che sono, che Leonardo 1 diventa Leonardo 2, un'altra persona: sarò sempre io e mi porterò tutto quello che ho ricevuto dall'Italia, dai miei genitori, dai miei amici.

 IL "RITORNO" A ISRAELE

M - Perché ha deciso di trasferirsi?
L - Da piccolo sono stato molto vicino alla religione cattolica: sono stato battezzato e ho frequentato la chiesa a Verderio, dove ho fatto anche il chierichetto. Ero piuttosto attivo e, per essere un bambino, sentivo abbastanza intensamente il sentimento religioso. Ho fatto anche un'esperienza a Lourdes come barelliere volontario.
A un certo punto, mia madre ha iniziato a parlarmi della religione ebraica, che per me era completamente misteriosa. Lei se ne era allontanata e, quando ha deciso di riavvicinarsi ad essa, lo abbiamo fatto insieme, e con noi anche mia sorella. Adesso quando qualcuno mi chiede se sono ebreo rispondo che lo sono al cento per cento, anche perché, essendo una religione matriarcale, io, che ho la mamma ebrea, sono dagli ebrei considerato tale  indipendentemente dal mio sentimento religioso.

M -Alla base della sua decisione c'è quindi una scelta religiosa, che però potrebbe essere vissuta pienamente anche in Italia ...
L - Certo, anche se nasce per essere lo stato degli ebrei, Israele è una cosa e l'ebraismo un'altra (potremmo parlare giornate intere su questo tema!).
Una volta conosciuto l'ebraismo, ho voluto visitare Israele. Ho trascorso lì diversi periodi di vacanza. Se l'amore per la religione ebraica me lo hanno trasmesso mia madre e qualche parente, l'amore che ho per Israele non me lo ha trasmesso nessuno, l' ho costruito io, a partire da zero. Io mi definisco un ebreo laico, però mi sento un convinto sionista e provo un amore terribile per Israele, è l'unica cosa di cui io sia stato veramente innamorato nella mia vita, è la cosa più forte che ho.

M - Quando e comeè nato questo sentimento?
L - E' iniziato nel periodo del liceo, studiando, da solo, la storia Israeliana e interessandomi anche delle vicende più recenti e del modo come venivano presentate dai media italiani (verso cui ho un atteggiamento molto critico). Sono così venuto a conoscenza della Legge del Ritorno. Questa legge dice, in pratica, che qualsiasi cittadino ebreo nel mondo è potenzialmente un cittadino dello stato di Israele. E' stata fatta negli anni  '50 per incoraggiare l'immigrazione verso Israele.

M - C'è una parola ebraica, se non sbaglio, che serve ad indicare "il ritorno", l'immigrazione verso Israele ...
L - Sì, "Aliyah" che vuole dire "salita": la salita verso Israele, è un nome simbolico, che si riferisce alla legge del ritorno. Questa legge dice che chiunque è figlio di madre ebrea può diventare cittadino di Israele. All'età di 17 o 18 anni mi sono detto "io voglio andare a vivere in Israele", e questo è diventato per me un chiodo fisso: "voglio andare in Israele, voglio andare in Israele ...".  Però allora non avevo  la possibilità di farlo,  perché ero giovane, non sapevo ancora quali sarebbero stati i miei studi, cosa fare cosa non fare. Ho pensato: "cominciamo a prendere la laurea. Dopo la laurea parto" . Mi sono laureato a settembre 2011. Dovevo partire ma, per verificare di essere proprio convinto, ho pensato di fare prima un master. Adesso sono totalmente convinto. Questo è il mio momento giusto. Parto il prossimo 25 giugno.

(1)
 LA PREPARAZIONE AL RITORNO

M -L'indirizzo dei suoi studi è stato anche in funzione dell' "aliyah"?
L - Sì. Ho scelto di fare filosofia. Sono veramente fiero di averla fatta al San Raffaele di Milano, perché penso che, per la filosofia, non ci sia in Italia un altro luogo in cui ci si avvicini al livello di studi raggiunto lì. Dopo di me si è iscritta anche mia sorella. Sono stato molto soddisfatto non soltanto per lo studio in sé della filosofia, ma anche per come l'Università mi ha aperto gli orizzonti, permettendomi di abbracciare altre discipline come l'economia e la teoria politica.
Inoltre ho sempre avuto passione per la storia contemporanea, per le relazioni internazionali, il Medio Oriente, la strategia militare. Allora ho trovato un master a Roma. Ho tentato l'ammissione; non avrei mai pensato di farcela, perché era molto selettivo; io, poi, venivo da studi di filosofia: "figurati se prendono uno di filosofia per fare queste cose qua"... Invece sono stato fortunato e alla fine mi hanno preso e ho fatto questo bellissimo master presso il Centro Alti Studi della Difesa, all'istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze. Ho studiato un anno con gli alti ufficiali delle forze armate: marina, aviazione, esercito , finanza e carabinieri; avevano tutti il grado da tenente colonnello in su, e almeno vent' anni di servizio.

M - Erano anche loro studenti?
L - Sì., Questo corso per loro rappresentava la ciliegina sulla torta per diventare alti dirigenti delle forze armate italiane. Avevano fatto l'accademia militare e, subito dopo, iniziato a lavorare. Per un anno sono tornati sui banchi di scuola.  Abbiamo fatto 16 corsi in un anno e quindi 16 esami, la tesi, l'esposizione della tesi. E' Stato bello perché sono stato a contatto con persone più anziane di me. Ho ricevuto molto dalla loro esperienza, in particolare per acquisire la capacità di lavorare con persone più grandi. C'erano ufficiali anche di paesi stranieri, 29 paesi. Anche ufficiali di paesi arabi, come la Giordania, l'Egitto: un bello scambio

M - C'erano anche ufficiali di Israele?
L - No, di Israele non c'era nessuno. Purtroppo gli israeliani sottovalutano il nostro corso. Vanno magari in Germania, in Inghilterra ma non partecipano a quello italiano: perché per loro non è il top.

M - Torniamo alla scelta di partire ...
L - Come ho detto, l'ho maturata durante gli anni del liceo e con i frequenti viaggi che ho fatto. Perché io non riesco a stare lontano da Israele per più di un anno. In questi anni ho imparato a toccare con mano la sua storia, andando nei posti che ti aiutano a capirla. All'inizio sei un tifoso, nasci come tifoso di qualcosa e dici: "io sono sionista , appoggio gli israeliani", e li appoggi anche per partito preso: questo mi succedeva quando ero più giovane, studente del liceo.. Poi, però, sono maturato e mi sono detto: "OK, sei convinto di quello che pensi, di quello che provi, di quello che senti, di quello che difendi, però devi anche metterti dall'altra parte del muro e capire, o almeno cercare di capire, l'altro punto di vista". Devo dire che, anche stando dall'altra parte del muro, non ho cambiato di tanto le mie convinzioni, però ritengo sia importante per chi fa queste cose, per chi valuta queste situazioni mettersi dall'altra, mettersi nelle situazioni di parzialità, di oggettività. Io risento della mia condizione etnocentrica: mi sento israeliano e quindi appoggio gli israeliani, però ho imparato anche a valutare le cose in senso critico, e a riconoscere gli errori che gli israeliani hanno fatto. Recentemente sono stato a parlare al mio vecchio liceo ...

M - A Merate?
L - No, a Monza .... ai ragazzi  ho spiegato quanto sia difficile studiare questi argomenti e non sentirti trascinato dai sentimenti, da quello che provi. Però stando in Israele, visitandolo, andando anche in luoghi particolari ho sempre accresciuto le mie conoscenze e visto le cose ogni volta in maniera diversa. Ritengo che per poter parlare di Israele bisognerebbe andarci. È un viaggio che consiglio a tutti, un paese che va visto perché va aldilà di tutte le parole che ognuno ha ascoltato sul paese stesso, sul conflitto, su arabi e israeliani, palestinesi e israeliani: ci devi essere per capire come vanno le cose. E poi Israele ha mille sfaccettature. Essere ebrei lì può essere mille cose diverse, proprio perché l'ebraismo è una religione, l'unica, che ha miliardi di sfumature per quanto riguarda il grado di religiosità. Ci sono gli ultraortodossi ... ma anche gli ultraortodossi di un altro tipo. Ho impiegato anni per capire tutti i pezzi del mosaico. Perché uno può essere ultraortodosso ed essere nazionalista, e quindi approva lo stato di Israele. Ma  ci sono gli ultraortodossi antisionisti, che bruciano il passaporto israeliano e vanno in giro con la bandiera palestinese. Li ho visti con i miei occhi. E' proprio il posto della contraddizione. Io ho fatto la tesi di laurea su Gerusalemme e Tel Aviv, il titolo era: "Introduzione alla questione Arabo Israeliana. Gerusalemme - Tel Aviv: due modelli". Queste due città per me rappresentano la forte contraddizione che c'è in Israele, tra uno stato che vuole esprimere il suo essere laico, il suo essere libero..

 GERUSALEMME E TEL AVIV: DUE MODELLI ALTERNATIVI

M -Tel Aviv...?
L - Sì, Tel Aviv. Vai a Tel Aviv e dici "che bello".. Io voglio andare a vivere a Tel Aviv perché è la città che annulla il conflitto, annulla lo scontro ...
Dall'altra parte c'è Gerusalemme, la capitale del cuore per ogni ebreo. Si dice che ognuno di loro abbia due capitali: quella del posto in cui vive ... e l'altra, la capitale del cuore ... Gerusalemme. Tutti gli ebrei sono legati profondamente a Gerusalemme, ma  cosa è oggi questa città? Non è che un ghetto, continua ad essere un ghetto perché è una città spaccata dove arabi e israeliani non si guardano, non vivono assieme. Dove ogni cittadino pretende di possedere la verità nei tuoi confronti: "io ho la verità, tu non ce l'hai "...

M - Reciprocamente?
L - Sì. Reciprocamente: cristiani, arabi ed ebrei

.
(2) Mizrach: immagine che indica la direzione della Terra d'Israele, a cui rivolgere la preghiera


M - Tel Aviv invece è proprio una cosa diversa?
L - Sì, a Tel Aviv questa situazione non esiste. Qualcuno mi chiede: "come mai Gerusalemme è così?" Io credo che quando la religione, oltrepassato un certo limite, diventa fanatismo, non fa altro che creare odio e tensione. Penso che la vera fede sia il dubbio, sia essere aperti nei confronti dell'altro, ricercare il dialogo. Quando la religione non è più dialogo, non è più dubbio allora non so se si può ancora definire tale.
Quello che si vede a Gerusalemme sono i ghetti dell'Europa del 1600, del 1700. È vero che gli ebrei nel passato vivevano nei ghetti, perché erano obbligati a farlo, ma a loro, in un certo senso, faceva anche comodo, perché vivendoci era più facile mantenere la propria religione e le proprie tradizioni. Camminando per alcune strade di Gerusalemme, gli abiti e la lingua parlata dalle persone che incontri ricordano gli "shtetl", i villaggi dell'Europa orientale abitati per lo più da ebrei . Penso però che sia giunto il momento di abbattere questi muri, che anche gli ebrei più conservatori abbattano questi muri che separano, a Gerusalemme, gli uni dagli altri.

M - Mi sembra di capire che lei andrà a vivere a Tel Aviv...
L - Sì, ma purtroppo per i primi sei mesi vivrò a Gerusalemme. Adesso esagero: è una città che mi piace tantissimo, ma non la sento come la mia città, non è nella mia dimensione.

M - Perché allora ci va?
L - Perché c'è un ottimo corso di lingua ebraica. Avendo scelto di vivere in Israele, avrò un sostegno particolare da parte dello stato che, ad esempio, mi pagherà questo corso di lingua ebraica. Frequenterò la scuola per cinque giorni alla settimana, dalla domenica al giovedì, per cinque ore al giorno. Lo stato mi pagherà il vitto e l'alloggio, e mi darà 500 euro al mese per aiutarmi nei primi passi della mia vita da israeliano. Inoltre otterrò subito la cittadinanza.

 L'AIUTO RICEVUTO DALLO STATO D'ISRAELE

M - Conosce già un po' di ebraico?
L - Pochissimo: so scrivere, so leggere, però so dire solo le cose più essenziali nel dialogo fra due persone: ciao, come stai o dov'è questo, dov'è quest'altro ...

M - Quando ha deciso di trasferirsi in Israele, a chi si è rivolto?
L - All' Agenzie Ebraica, un'istituzione che si occupa dell'immigrazione in Israele del popolo ebraico ed è presente nelle capitali della maggior parte degli stati del mondo.

M - È un'istituzione israeliana?
L - Sì, sì. Se tu decidi di andare a vivere in Israele non devi far altro che entrare in contatto con questa agenzia, che ti mette a disposizione tutti i possibili programmi di inserimento ...

M - Ma l'agenzia fa una selezione o basta avere la mamma ebrea?
L - Basta la mamma ebrea o la prova che tu sei un convertito alla religione ebraica ...

(3) Calendario dell'anno ebraico 5664, corrispondente al 1904


M -  Che è più difficile...
L - Sì, il processo di conversione alla religione ebraica è difficilissimo...

M - In pratica lei cosa ha dovuto fare?
L - Innanzitutto ho portato i documenti del comune, atto di nascita e stato di famiglia. Poi un documento, che si chiama Teodat Iadut  ed è rilasciato da l'ufficio rabbinico del comune in cui vivi, quindi, per me,  il rabbino capo di Milano, che prova che sei di religione ebraica. Poi hanno voluto la prova che mia madre è ebrea e, per sicurezza, il certificato di matrimonio dei miei nonni: deve essere chiaro che mia mamma è ebrea, che mia nonna è ebrea, così anch'io lo sono.

M -Come si chiama di cognome sua mamma?
L -Pihas...
 Ho consegnato questi documenti, li hanno controllati e mi hanno mandato una lettera con scritto che lo Stato di Israele ha approvato la mia immigrazione.

M - A questo punto le è stato proposto il programma di sostegno?
L -Sì. A me lo stato di Israele paga questo corso di ebraico a Gerusalemme, dove vivrò per sei mesi in uno studentato con ragazzi che si sono appena laureati e hanno fatto il master come me. Saremo in 140.  Questo è il percorso che ho scelto . Avrei potuto decidere diversamente: fare i primi sei mesi in un Kibbutz, oppure entrare nell'esercito, tante cose...Avrei potuto fare la mia Aliyah con la famiglia, compreso mio papà che, pur non essendo ebreo, avrebbe potuto usufruire della Aliyah perché sposato con una donna ebrea. Inoltre Israele mi paga il biglietto aereo, con più bagagli per portarmi tutta la roba; mi aiuta nell'assicurazione sanitaria; se volessi continuare gli studi, mi pagherebbe l'università fino a trent'anni; mi aiuterà per l'affitto della casa, dal secondo al quarto anno; avrò agevolazioni fiscali sulla tassa per la televisione, su quella dei rifiuti, e sulla macchina nuova, nel caso dovessi comprarla. Insomma se sei immigrato hai dei vantaggi rispetto a chi è nato lì, perché Israele ha bisogno di immigrati .

M - Ma è vero che invece c'è una tendenza ad andarsene da Israele?
L - No, a me questa cosa non risulta. In Italia siamo circa 35- 40.000 ebrei e ogni anno 100, 150 decidono di andare a vivere in Israele. La Francia, ha circa mezzo milione di ebrei: migliaia di loro vanno a vivere in Israele ogni anno. Dalla Russia e dagli Stati Uniti sono tantissimi quelli che "ritornano". Ci sono anche tanti sudamericani...

M - Tutti giovani?
L - No, molte sono famiglie. Oggi la scelta è spesso dettata dalla crisi. Israele, in questo momento, è un paese in cui l'economia è fortissima e le prospettive di lavoro sono buone; un paese dove si può guardare al futuro, non piangendo, ma con un lieve sorriso. Siccome negli anni novanta, per scappare dall'ex Unione Sovietica e trasferirsi in Israele, tanti russi si erano finti ebrei oggi è aumentata la rigidità dei controlli nei confronti di chi chiede di immigrare.

M - Ha già vissuto per qualche tempo in Israele?
L - No, a parte qualche viaggio, parecchi viaggi. Dal 2006 a oggi, sei anni, ci sono andato almeno una volta all'anno, in vacanza, a girare. Sono andato da solo, con amici, con la mia ragazza, una volta con i miei zii.

M - Come punto di appoggio ha i parenti di sua mamma?
L - Sì, sono un punto d'appoggio. Però quando vado cerco di essere abbastanza indipendente:giro, mi do da fare, vado un po' su e giù, noleggio la macchina. Sto con loro nei Weekend . Nel 2006, ho fatto un'esperienza di due mesi come volontario nell'esercito.

M - Ha potuto farlo senza essere cittadino israeliano?
L - Sì, Israele offre molti programmi, di volontariato: nell'esercito, nei kibbutz, nella croce rossa. Hanno lo scopo di avvicinare i giovani ad Israele, e invogliarli ad andarci a vivere.

 IL SERVIZIO MILITARE

M - Molti incentivi, molti incoraggiamenti: senza chiedere niente in cambio?
L - L'unica cosa che Israele mi chiede in cambio, per andare a vivere lì, è il periodo che devo trascorrere nell'esercito. L'esercito è una componente fondamentale della vita sociale israeliana e quindi io avrò tutti gli aiuti di cui abbiamo parlato, ma prima dovrò fare il servizio militare. E' la  tassa che si deve pagare: per tre anni della tua vita tu diventi proprietà dell'esercito.

M - Questo obbligo è riservato ai giovani o chiunque va in Israele deve pagare questo "pedaggio"?
L - Se arrivi  in Israele prima dei 18 anni, quando li compi devi fare 36 mesi nell'esercito. Io ne ho già 23, quindi dovrò fare un periodo più breve: da un minimo di 6 a un massimo di 24 mesi. Non ne dovrò fare 36, ma se li volessi fare, o ne volessi fare 48 probabilmente nessuno mi caccerebbe.

M - Questa  regola vale sia per i maschi che per le femmine?
L - Sì, però, se mia sorella, che adesso ha 22 anni, decidesse di venire a vivere lì non dovrebbe più farlo.

M - Quindi le femmine devono fare il militare solo nella fascia più bassa di età ...
L - Sì, lo potrebbero comunque fare come volontarie.
Ci sono due cose da dire riguardo all'esperienza militare per gli israeliani. La prima è che il popolo israeliano vive la propria educazione sentimentale attraverso l'esperienza nell'esercito.
L'altra è che se non fai il servizio militare è veramente difficile trovare lavoro, perché ...

M - E' come se non avessi pagato la famosa "tassa" ...
L - Sì, ma è anche difficile capirlo con la mentalità italiana. Anch'io, prima di conoscerlo, immaginavo la vita nell'esercito israeliano, come fosse quella nell'esercito italiano, quindi una perdita di tempo. Invece è una cosa totalmente diversa: l'esercito è una parte integrante della crescita di una persona.

M - Ma come vive questa idea di dover fare per un paio d'anni il militare in una zona "pericolosina"?
L - Io la vivo abbastanza serenamente. So che è un'esperienza impegnativa. Quando parlo con i ragazzi israeliani e dico che vengo a vivere in Israele, mi dicono "ma sei pazzo? Devi fare l'esercito: aspetta i 25 anni così lo eviti." Ma lo dicono perché loro magari hanno passato dei periodi duri, difficili in un'età di mezzo fra l'essere ragazzo e diventare uomo. Però in quei tre anni tu cambi. Nella mia tesi del master ho parlato della crescita economica di Israele, che è molto legata anche alla vita nell'esercito. L'economia israeliana va forte anche perché i giovani a 18 anni, vengono catapultati in una realtà in cui imparano a prendere decisioni importanti, riguardanti la loro vita e quella delle persone che gli stanno a fianco, e anche a prendere decisioni in gruppo, collettive. Saper decidere non è una cosa scontata nell'ambito lavorativo: quanti manager sanno prendere decisioni giuste per le proprie aziende? In Israele questa capacità si sviluppa durante la vita militare. Per questo dalla maggior parte degli israeliani l'esercito non viene visto come un trauma (come invece ogni tanto ci viene venduto dai nostri media, che parlano di israeliani disertori, che decidono di non fare il servizio militare, e lo collegano a stupidi argomenti politici).
E comunque non ci si deve immaginare che tutti andranno a fare i soldati in prima linea, perché l'esercito cerca di indirizzarti nell'ambito in cui sei più portato: se avrai una bella mente magari farai l'intelligenze e starai dietro una scrivania; se sei dotato fisicamente farai il soldato di fanteria; se sei un ingegnere farai qualcosa di adatto ai tuoi studi e se medico sarai destinato al reparto medico...

M - E dopo il servizio militare?
L - Be, dovrò cercarmi un lavoro, come tutti

M - Ha già in mente qualcosa?
L - Nello specifico non ci ho ancora pensato, però so che le possibilità di lavoro ci sono. e non  sono legate come da noi all'avere un tipo di laurea o un altro. Israele è una società molto diretta: "vuoi fare questo? dimostrami che lo sai fare". Poi sì, lo studio, il merito valgono, però ci sono anche altre cose... Io potrei lavorare nell'ambito della sicurezza, o nelle relazioni internazionali, o in qualche ambasciata o al ministero della difesa ...

LA REALTA' DEI KIBBUTZ

M - Conosce la realtà dei kibbutz?
L - Sì, ci sono anche stato ...

M - Un tempo ero affascinato dall'idea del kibbutz...
L - A novembre sono stato in un kibbutz a sud di Israele, un'esperienza fantastica di cui mi sono innamorato. Si chiama Kibbutz Lotan (1). È un kibbutz ecologico che non butta niente di quello che fa. È autosufficiente, produce tutto quello che consuma e rimette gli scarti nel terreno. Costruiscono le loro case con il fango e nei muri inseriscono i rifiuti inorganici. L'acqua con cui si lavano va poi a finire nei sistemi di irrigazione per le piante e la verdura. Hanno le mucche per il latte.
La cosa allucinante sono i gabinetti che non sono collegati al sistema fognario. Tutte le loro feci vengono mischiate con la paglia e finiscono in un enorme bidone, che viene lasciato chiuso per uno e due mesi, senza che fuoriesca nessun odore. Al momento dell'apertura io pensavo uscisse una puzza terribile, invece niente: il tutto si era trasformato in terra, dove ci potevi mettere tranquillamente le mani, usata come concime in agricoltura. Non scartano proprio niente. Poi avevano i forni solari, delle parabole di alluminio  con cui scaldavano il cibo

M - Ma cos'è di preciso un kibbutz? È un villaggio?
L - Il kibbutz è una comunità agricola che si occupa di qualcosa di particolare. Quello dove sono andato io era famoso per essere un kibbutz ecologico. Ce ne sono altri che producono latte, e quindi allevano vacche; altri che fanno tessuti ...

M - I famosi principi su cui si fondavano i primi kibbutz ci sono ancora? Ad esempio le regole per la circolazione del denaro ...
L -Sì, sì. Solo che se prima i kibbutz erano, mettiamo, mille, oggi sono cento ( le cifre sono a caso) perché questo stile di vita, con il capitalismo, è accettato da pochi. Perché nel kibbutz, io, supponiamo, medico e lei giardiniere, daremo i nostri diversi stipendi all'amministrazione  che ce li restituirà, suddividendoli in parti uguali. Quindi bisogna vedere quanti sono disposti, al giorno d'oggi ad accettare questa regola. Molti ragazzi adottano questo stile di vita. Io ci ho pensato, però una cosa del genere la potrei fare per sei mesi, un anno e penso che mi potrebbe arricchire tantissimo. Ma se lei mi chiede se potessi stare in un kibbutz per tutta la vita, le direi francamente che non so se ne sarei capace.

Stiamo finendo di parlare dei kibbutz (Leonardo aggiunge che sono in genere formati da 50, 60 famiglie, che sussistono i principi dell'educazione collettiva dei bambini e la tradizione dei pranzi collettivi) quando suo papà, gentilmente, ci offre un caffè. Colgo l'occasione per una domanda un po' così....
 
M - Com'è il caffè espresso in Israele, come nel resto del mondo o come in Italia? 
L - È abbastanza buono. Lì ci sono tutti i tipi di cucina e quindi se chiedi un espresso è buono, anche perché le macchine sono italiane, il caffè è italiano.

Non sono del tutto convinto  ma chiudo l'argomento in modo conciliante: "Allora il caffè buono c'è solo in Italia e in Israele...."
 
EBREI  ITALIANI IN ISRAELE

M - Esiste una comunità italiana in Israele?
L - In che senso?

M - Gli ebrei italiani che vivono lì hanno una propria organizzazione, un'associazione?
L - C'è un'associazione a Gerusalemme composta da immigrati di origine italiana, che aiutano i nuovi arrivati nei primi passi della loro vita in Israele; ci sono due, o tre, Sinagoghe di rito italiano, dove gli ebrei italiani si incontrano. Però sono veramente pochi gli israeliani di origine italiana, in confronto ai russi, agli americani ai francesi.

TEL AVIV: UNA CITTA' MODELLO

M - Cosa rappresenta per lei Israele?
L - Cosa rappresenta? ... parte del mio cuore è a Israele ...Però questa domanda per me include anche cosa vorrei io da Israele. Siccome è un paese fonte di forti contraddizioni perché, come dicevo, da un lato vuol essere uno stato laico, dall'altro non può esserlo perché, comunque, è lo stato degli ebrei, io mi aspetto di trovare uno stato simile alla città di Tel Aviv, anche se so che non è così. Però auspico che sia quello il modello a cui tendere.

M - L'obiettivo....
L -Io questo lo penso anche in generale ... nella mia tesi di laurea auspico che tutte le città del mondo adottino il modello Tel Aviv, perché è una città piena di giovani, una città che ha rispetto dell'altro, dove puoi essere di qualsiasi religione e non vieni bollato, e questo vale sia per gli arabi che per gli ebrei israeliani. È una delle città con la più alta percentuale di atei, e questo fa capire come ci sia veramente rispetto per l'altro. Ora è diventata famosa per il suo Gay Pride che si svolge la prima settimana di giugno. Giungono persone  da tutto il mondo per partecipare a questa festa.
E' recente, a Tel Aviv, una manifestazione di protesta nei confronti della popolazione immigrata. La zona sud della città è piena di immigrati clandestini che vengono dai paesi dell'Africa, molti cittadini di Tel Aviv non ne possono più che Israele dia asilo a così tante persone che non riescono  a mantenersi e rendono la città meno sicura. Però, tutto sommato, quando qualcuno mi dice che Israele non sembra un paese sicuro, io dico: "venite a Tel Aviv e vedrete che ci si sente mille volte più sicuri che a Milano". Non c'è la microcriminalità, lei può uscire di casa e lasciare la porta  aperta, e se le cade il portafoglio per strada con dentro 500 euro, glielo portano con dentro ancora i suoi 500 euro; non sono luoghi comuni o propaganda, è proprio così, proprio un bel modello di convivenza.

M - Gerusalemme e Tel Aviv sono le città maggiori: quali sono le altre città?
L -Sì, sono le città più grandi, molto vicine geograficamente, distanti solo 60 Km, una dall'altra: un'oretta , in macchina o con i mezzi. Ma sono lontane, all'opposto, come modo di vivere.
Le altre città? Haifa, più a nord, è la terza città di Israele, una città portuale. Si dice sia la città del lavoro, con un'alta presenza di popolazione araba. Nazaret, dove ci sono più arabi israeliani che ebrei israeliani.

M -In queste città la realtà è più simile a quella di Gerusalemme o di Tel Aviv?
L - Non saprei dirle. Ogni città ha la sua storia e i suoi modi di vivere, di fare. Ma quello che ci tengo a sottolineare, e lo dico sempre a tutti, è che gli unici cittadini arabi del medio oriente a cui sono riconosciuti i diritti sono gli arabi israeliani. In Israele gli arabi, uomini e donne, possono partecipare alle elezioni, votare e accedere all'istruzione; hanno un lavoro, usufruiscono del sistema pensionistico. Da questo punto di vista in Israele le cose funzionano..

 LA VITA DEGLI ARABI ISRAELIANI

M - Sono cittadini a pieno titolo?
L - Sì, sono cittadini veri, in un paese in cui possono ricoprire anche le cariche più alte. Ci sono generali arabi nell'esercito israeliano e arabi che siedono nel parlamento : non sono cose di poco conto in medio oriente. Purtroppo però, spesso queste realtà non si vogliono vedere.
Poi c'è sì un problema di fondo: il perenne conflitto israelo - palestinese che secondo me presenta due aspetti: la situazione della Striscia di Gaza da una parte e quella della Cisgiordania dall'altra .

IL CONFLITTO: LA REALTA' DI GAZA

M - Partiamo dalla prima ...
L - La Striscia di Gaza è un piccolo territorio confinante con Israele e con l'Egitto. Amministrato da quest'ultimo fino al 1967, fu occupato da Israele nella "Guerra dei sei giorni". Nel 2005 gli Israeliani hanno lasciato la Striscia di Gaza, portando fuori gli 8000 cittadini che vivevano dentro

M - Cittadini israeliani ebrei?
L - Sì, cittadini israeliani ebrei, quelli che vengono chiamati colòni. Adesso di colòni nella striscia di Gaza non ce ne sono più. Cedere un pezzo di territorio completamente a loro, ai palestinesi, e dargli l'opportunità di amministrarlo è stato un gesto molto importante e troppe volte dimenticato. È stato un primo passo, un bel segnal. Ma dopo cosa è succeso? Che è salito al potere Hamas, ovvero quella che è ritenuta dall'Unione Europea, Stati Uniti, Australia e Canada la più pericolosa organizzazione terroristica al mondo. Hamas amministra Gaza, quella piccolissima area, dal 2005, e spende i soldi, che riceve dai paesi arabi, nel lancio quotidiano, e sottolineo la parola quotidiano, di missili sul territorio di Israele. Secondo me non c'è lo scontro tra israeliani e palestinesi: lo scontro è tra Israele e Hamas.

 LA CISGIORDANIA

M - E poi c'è la Cisgiordania ...
L - Sì, dall'altra parte c'è la situazione all'interno della Cisgiordania: anche lì vivono palestinesi che vorrebbero la totale autonomia della West Bank e vorrebbero anche Gerusalemme come loro capitale, che è proprio lì sul confine. Gli Israeliani erano stati disposti, nel 1999 e anche nel 2002, a cedere la prima volta il 96% della Cisgiordania  e poi il 99%, sempre non includendo Gerusalemme che, per gli Israeliani non è assolutamente trattabile. Ai palestinesi queste proposte non sono andate bene.

M - Lei ha visitato la Cisgiordania?
L - Sì, ci sono stato e mi rendo conto che la situazione è veramente pesante, perché c'è il muro che li divide e per entrare e uscire un palestinese deve avere particolari permessi.

IL MURO? UNA TRISTE NECESSITA'

M - Il muro ...
L - Sì, il muro. Quello che uno stato ha dovuto fare per difendersi da attentati terroristici. Dal 2000 al 2005 in Israele c'era un attentato un giorno sì e un giorno sì; terroristi che si facevano saltare sugli autobus, nelle scuole, negli ospedali. Dal 2005 c'è il muro e gli attentati sono drasticamente diminuiti: adesso, in un anno, si contano sulle dita di una mano. Mi rendo conto che non è bello che un palestinese che si deve muovere nella Cisgiordania, da una città all'altra, debba  essere fermato tutti i giorni dai soldati israeliani, perché devono controllare se è o no un terrorista. Ma la domanda è: cosa dovrebbe fare Israele? La situazione è difficile ma il problema è il terrorismo.

CI SARA' UN FUTURO DI PACE?

M - Si arriverà  un giorno a superare questa situazione?
L - No, secondo me no, mai.

M - Però qualche anno fa, ai tempi di Rabin, si era arrivati vicini ad un accordo?
L - Sì, si è arrivati vicini. Ma io mi domando sempre: a che prezzo ci si arriva vicini? Perché la pace bisogna farla in un modo intelligente: se la pace è quello che è successo a Gaza nel 2005 io sono assolutamente contrario. Non è pace se tu dai senza ricevere niente in cambio.
Gli israeliani escono da Gaza, riconsegnano un territorio alla popolazione palestinese e questi cosa fanno? Eleggono una organizzazione terroristica, che fa piovere razzi dal cielo. Siamo nel 2012, sono sette anni che questa storia va avanti. Adesso Israele si difende con sistemi antimissilistici che colpiscono in volo i razzi impedendogli di procurare danni. Però la realtà è questa, e non è pace. Penso che da parte palestinese dovrebbe nascere un movimento contro questa situazione. In maggioranza i palestinesi sono bravissime persone che vogliono la pace. Però sono sempre soggiogati da un gruppo minoritario di terroristi.

M - Come giudica quanto è accaduto e sta ancora accadendo nei paesi arabi da un paio d'anni a questa parte? Si può parlare di Primavera Araba?
L - Io non la chiamo primavera araba, ma inverno ...

M - Perché?
L - Basta vedere quello che sta succedendo in Egitto, e anche da altre parti, con la vittoria dei Fratelli Mussulmani. Secondo me succederà quello che è successo in Iran: si farà credere che basta cacciare un dittatore perché arrivi la democrazia. Il processo democratico non si fa così, con uno schiocco di dita! Non dobbiamo dimenticarci che la conquista della democrazia, per noi italiani ad esempio, è stato un processo  costruito nei secoli.. Secondo me le cose peggioreranno. Si rischia già di rovinare il rapporto con l'Egitto, un paese alleato, il primo fra quelli arabi che ha firmato la pace con Israele. Hanno cominciato per ora a chiudere il rubinetto del gas ad Israele. Una cosa inconcepibile, perché non è che lo regalassero il gas ad Israele, ci ricavavano dei soldi. Sei così chiuso di mentalità che non vuoi dare il gas ad Israele anche se sei tu che ci perdi? Israele andrà a prenderlo da qualcun altro il gas...

M - Però il messaggio di questa scelta sembra chiaro, significa: "basta, con Israele abbiamo chiuso!"
L - Sì, il messaggio è quello. Mi è piaciuto quello che lei ha scritto all'inizio di questa intervista, facendo notare  che la guerra contro Israele è iniziata a meno di un giorno dalla sua fondazione. Anch'io nella mia tesi ho messo in evidenza questo fatto del 14 maggio 1948. Io non voglio essere quello che prende sempre posizione a favore di Israele però la realtà è questa e si è formata in quel giorno lì.

M - E se fosse andata diversamente quel giorno lì?
L - No, non penso sia possibile...

M - Si, lo so non si può far il gioco dei "se". Ma se si fosse accettato uno stato che è grande, se non sbaglio, come la Lombardia?
L - Sì, forse poco più, la Lombardia e metà Veneto..
E tra l'altro, alla sua nascita Israele era una terra di "niente", di sabbia, di sassi, dove adesso nascono le arance. Nel nord di Israele, oggi, sembra di essere in Toscana, nel Chianti, tutto verde, bellissimo. Prima però c'erano solo sabbia e pietre. Sono molto fiero di quello che gli israeliani, di quello che i miei zii e anche mio nonno hanno costruito su quella terra col sudore della loro fronte: una terra cui hanno dato acqua, dove sono nate case, edifici, scuole.  Israele è l'unico paese del Medio Oriente dove non si trova petrolio, però c'è fermento, c'è cultura.
A me dispiace che di tutte queste cose, fuori da Israele non si parli, e i discorsi cadano sempre  nella  più becera politica: sei di sinistra?  sei pro palestinesi; di destra? sei filo israeliano. Bisognerebbe uscire da questi schemi e cercare di analizzare la situazione così com'è. Ci sono arabi israeliani che sono critici nei confronti di Israele, ma ce ne sono tanti che ne sono invece fieri. Così come ci sono molti palestinesi che si rendono conto di quanto Hamas faccia male, non soltanto a Israele, ma anche a loro.

M - E questi non sono segni di speranza per il futuro? Lei mi sembra così pessimista...
L - Sì, sono pessimista. Io sono disposto - parlo di me, personalmente - io sono disposto a fare la pace con loro, ma a determinate condizioni, perché per il popolo ebraico c'è sempre il retaggio storico della seconda guerra mondiale. Israele a volte viene additato come un paese cattivo, duro, rigido, e se è così è proprio perché, secondo me, su questo paese pesa ancora quello che c'è stato in passato, un passato di sofferenza. Lo stato di Israele non vuole più essere messo nella condizione di perdere, vuole essere sicuro di poter uscire sempre vincitore. Per loro non può più essere contemplata la sconfitta.
Per il Giorno della Memoria ho scritto un articolo per una rivista. Lei ha presente quella fotografia del bambino nel ghetto con le mani alzate e il soldato tedesco che gli punta il fucile? Quando uno entra nell'esercito israeliano riceve una placchetta con questa fotografia e  la attacca al collo . Per dire che cosa?



M - "Mai più"..., che non deve mai più succedere
L - Non solo questo, ma anche che non ci deve essere mai più un ebreo che alza le mani davanti  al suo nemico.
Pensiamo a cosa sta succedendo in questo momento in Iran, che oggi rappresenta la preoccupazione più forte per Israele: i giornali, i telegiornali, che in Italia aprono con gli scandali della politica e del calcio, in Israele ogni giorno aprono con l'Iran. E si dice che entro la fine dell'anno avrà la bomba atomica. Molti mi chiedono: "secondo te Israele attacca o non attacca?". Io penso che Israele non permetterà mai che l'Iran abbia la bomba atomica, perché non vuole che ci sia neanche la minima possibilità che uno stato lo possa attaccare. Probabilmente, anche se l'Iran l'avesse, non la userebbe mai contro Israele. Sarebbe autolesionista: se usi la bomba atomica contro uno stato più forte di te , sei finito dopo 5 minuti. Però Israele non vuole che ci sia neanche la minima possibilità che un suo nemico lo possa distruggere. E' un sentimento molto forte questo.

M - E quindi niente pace?
L - Io non conosco un israeliano che non voglia la pace con i palestinesi e anche tutti gli arabi con cui ho parlato la vogliono. Ma gli israeliani non vogliono fare concessioni che poi possano risultare autodistruttive. Cedere oggi la Cisgiordania ai palestinesi e dare loro modo di avere uno stato sarebbe abbastanza critico per la difesa di Israele, che , per la vicinanza al nuovo stato, non sarebbe più in grado di difendersi da un attacco aereo. C'è un'altra cosa da notare: ho sentito tante volte gli israeliani affermare, e Netanyahua, attuale capo del governo, lo ha detto nell' ottobre scorso: "Noi riconosciamo lo stato palestinese, fate anche voi questo passo nei confronti di Israele". Non lo hanno fatto ... neanche l'OLP, Abu Mazen, perché sono sempre soggiogati dalle organizzazioni terroristiche. Hamas nel suo statuto, all'articolo 7, si augura la distruzione totale dello Stato  d'Israele. Finché ci saranno queste persone sarà ben difficile ...

M - Però ci sono cose che si muovono che potrebbero essere un segno di speranza. Anche in Iran c'è stata una primavera, un tentativo ...
L - Sì, ma come è andata a finire? Schiacciata nel sangue.
Comunque anch' io mi rendo conto che la politica israeliana può risultare aggressiva nella risposta  a quello che succede. Che può essere umiliante per lei, palestinese che torna a casa dal lavoro, essere fermato da me diciottenne, praticamente un bambino, per chiederle i documenti con il fucile puntato, perché devo considerarla un potenziale terrorista, anche se lei è una persona onesta. E' chiaro che questa cosa genera odio, fa aumentare la tensione. Però cosa deve fare uno stato per proteggere i suoi cittadini? Qual è il giusto compromesso, qual è l'approccio giusto a questo conflitto?

M - Quando sarà cittadino israeliano manterrà anche la cittadinanza italiana?
L - Assolutamente sì. Posso avere i due passaporti, non vedo perché non mantenere anche la cittadinanza italiana.

 L'ITALIA DI OGGI AGLI OCCHI DI UN GIOVANE

M - Che cosa rappresenta per lei l'Italia?
L - Mamma mia ...Diciamo che il modo in cui si è ridotta l'Italia ha aiutato la mia decisione di andare via. Mentre nella soluzione del conflitto israeliano palestinese un pizzico di speranza, proprio poca, ce l'ho, sul futuro dell'Italia invece non ho proprio più speranza...

M - Porca miseria!
L -  L'ho persa e non ho neanche voglia di convincermi che le cose possano cambiare, perché secondo me non cambierà proprio niente. Non è un paese per giovani questo, un paese che dà opportunità ai ragazzi. È un paese che non investe più nella ricerca, nell'università una cosa che mi fa molta rabbia. I più bravi, se possono, vanno a studiare all'estero e poi non tornano. Non è solo il problema della crisi, che colpisce tutti i paesi... non è tanto per la crisi che non si trova lavoro adesso, è il tipo di mentalità. Non mi riconosco più in questa mentalità. Tutti che si lamentano della classe politica: la classe politica è solamente lo specchio della società. Quando critichiamo la casta dei parlamentari non facciamo altro che criticare noi stessi.

M - Non potrebbe cambiare qualcosa?
L - Solo con tanti anni di duri sacrifici, di duro lavoro. Bisogna partire proprio da zero, dai più piccoli per fargli cambiare proprio la mentalità, anche la mia. È vero che ci sono tanti eroi silenziosi che ogni giorno fanno il loro lavoro, studiano, si danno da fare , è verissimo però sono una minima parte. Mi sono stufato di  pensare che un granellino di sabbia possa mettere sottosopra l'oceano. In uno dei miei film preferiti, "La meglio gioventù", un professore universitario dice "L'Italia è un paese bello, triste e destinato a morire". Lo dice nel 1978, siamo nel 2012! Un ragazzo gli chiede perché non scappa e lui risponde "io sono uno dei dinosauri che voi dovreste distruggere" e auspica l'apocalisse nel nostro paese così tutti saremmo costretti a ricostruire, a ricominciare da zero.
Mi dà anche molto fastidio che in Italia si guardi sempre al passato, alla storia gloriosa, alla nostra letteratura, alla poesia: viviamo poco il presente perché siamo impegnati ad elogiarci su quello che abbiamo fatto nel passato. Riferirsial passato deve servire per costruire un bel futuro. Guardare indietro solo per autoelogiarsi non serve a niente.

M - I suoi coetanei la pensano come lei?
L - Il mio pensiero è condiviso dai miei amici. Quasi tutti non vivono in Italia, sono "scappati" all'estero. Mia sorella l'anno prossimo vuole andare all'estero a studiare. So che a molte persone, come a  mio padre, queste posizioni danno fastidio. C'è chi mi ha detto che sono come il comandante Schettino che ha abbandonato la nave. Non lo so se è così.
M - Ma lei va in Israele perché l'Italia è così?
L - No, la mia è una scelta in positivo: vado in Israele perché mi va di andarci. Però la situazione dell'Italia è una spinta, un bel aiuto. Poi sarò il primo, se le cose cambieranno a ricredermi. Così come non è detto che mi troverò bene in Israele: quello che si presenta come un sogno si potrebbe trasformare in un incubo e allora ripartirò da qua, dall'Italia.

 SCELTA RELIGIOSA E LAICITA'

M - Dietro la sua decisione c'è anche un aspetto religioso?
L - Sì e no. Chiaramente  mi sono avvicinato a Israele grazie al legame con la religione ebraica, però, sentendomi laico, non collego Israele al fatto che sia uno stato ebraico. Voglio essere un cittadino, libero di fare quello che vuole.

(4)


Mi fa anche piacere che ci siano persone molto religiose in Israele, gruppi ultraortodossi che stimo molto. Gli Habad, ad esempio, sono un gruppo molto aperto anche nei confronti dei non religiosi, hanno una voglia di vivere incredibile, un forte senso della famiglia, della gioia, dello studiare, del vivere alla giornata. Sono molto rispettosi e più tolleranti rispetto ad altri ortodossi e sono anche abbastanza nazionalisti, nel senso che approvano lo stato di Israele e cercano di difenderlo come possono.
Non  approvo la religione quando diventa fanatismo. In alcuni quartieri di Gerusalemme, ci sono gruppi religiosi che il Sabato mettono le barricate nelle strade, perché secondo loro in quel giorno non di deve andare in macchina e utilizzare strumenti elettronici. Quindi se tu passasi dalle loro strade  tirerebbero le pietre addosso alla tua automobile, facendoti anche del male. Alcuni abitanti di Gerusalemme hanno fatto appello al comune e al giudice, rivendicando il diritto di circolare liberamente, senza intaccare quello di chi, il sabato, non lo vuole fare. Il giudice gli ha dato ragione perché, vede, in Israele c'è il diritto laico e quello religioso, ma quello laico prevale su quello religioso

M - Mi ricordo di un intervista in cui il Rabbino Toaff faceva una chiara differenza fra ortodossia e integralismo: ortodossia significa che tu credente, tu uomo religioso rispetti, perché ti va bene di rispettarli, tutti i precetti della tua religione. Integralismo è quando pretendi che i precetti della tua religione diventino legge dello stato. Un ortodosso ti può anche essere simpatico, perché apprezzi la coerenza. L'integralista no, perché vuole imporre anche a te le sue convinzioni..
L - Esatto è proprio così...C'è anche un altro grosso problema con i religiosi in Israele: gran parte degli ultraortodossi non lavorano e prendono sovvenzioni dallo stato per studiare. Per questo la maggioranza degli israeliani, che deve lavorare e fare il militare, li ha in odio. Come posso io, ragazzo israeliano, sopportare che un cittadino della mia età, solo perché auto - certifica di essere un religioso ultraortodosso, non deve trovarsi un lavoro e fare il servizio militare?
E allora che cittadini sono? E' proprio di qualche settimana fa la notizia che questa legge verrà cambiata.

(5)
M - Lei, rispetto al Sabato e agli altri precetti religiosi, come si comporta?
L - Fra una settimana andrò in Israele e starò da un mio amico che è religioso. Quando sono con lui, ospite della sua famiglia, rispetto le regole come fanno loro: il sabato non userò la macchina  ne il cellulare, non guarderò la televisione: devo dire che si sta davvero bene. Mi piacerebbe adottare queste regole ma, purtroppo, io non riesco a staccarmi da queste cose.
Però mi piace questo modo di vivere il sabato: chi lo rispetta dedica una giornata alla famiglia, allo stare insieme, a leggere, a studiare, a cantare. Non escono dalla città. E' proprio una bella atmosfera ... ma uno deve crederci. Ecco, io non sono religioso: se lo fossi dovrei avere la kippah (2) in testa, dovrei pregare tutti i giorni, mettere tutti i giorni i tefillin (3). Io non sempre lo faccio, solo qualche volta. Però sono molto rispettoso di chi lo fa, ammiro le famiglie religiose che vivono con gioia le loro giornate, e che il Sabato danno sfogo al questa gioia e alla loro felicità. Ci sono laici che sono contro i religiosi, che li ritengono dei pazzi. Io non li ritengo dei pazzi, anzi per molti versi sono da ammirare.

(6)


M - Conosce altre persone italiane che recentemente si sono trasferite in Israele?
L - Sì, ne conosco alcune con cui mi sono messo in contatto anche per avere informazioni. Si trovano tutti abbastanza bene. Certo resta il fatto che Israele è un paese molto diverso: un paese occidentale, ma sul portone, sul confine tra occidente e oriente. Per questo è un paese di conflitti, in cui tutto è amplificato. Israele non è altro che il paradigma di quello che potrebbe succedere fra oriente e occidente.
Inoltre la mentalità israeliana è molto diversa da quella europea e soprattutto da quella italiana. In Israele c'è poca cortesia, si è molto  più informali. Si dice spesso che gli israeliani sono un po' stronzi, perché sono molto diretti. Io parlando con lei dovrei farlo come faccio con un mio zio, con mio padre. Non ci sono formalismi neanche nelle istituzioni, nelle scuole, i professori li chiami per nome, gli dai del tu; non è un paese di "per piacere, per favore". Quindi uno si deve anche inserire in una mentalità che è diversa ...

M - Un po' rustica ...
L - Infatti quelli che sono nati in Israele sono chiamati sabra, che in israeliano vuol dire fico d'India: un frutto spinoso fuori e dolce dentro. Ecco perché se vivi in Israele e conosci qualcuno ti chiede "Sei un Sabra?". E io non sarò mai un sabra perché non sono nato lì, quindi sarò sempre uno che viene da fuori, un immigrato.

M -Anche  a Verderio succede un po' così; seppure ci vivi da trent'anni sei sempre un po'forestiero, non c'è verso ...
L - Se sei nato in Israele sei definito sabra e sei considerato spinoso, arrogante, ma allo stesso tempo si sa che sai anche essere una persona dolce, capace di ascoltare, di aiutare. La cosa che mi piace di più d'Israele è il fatto che assomiglia a una grande famiglia, in cui ci si aiuta l'uno con l'altro. Molti hanno vissuto la tua esperienza, sanno cosa stai passando, cosa stai vivendo e cercano di aiutarti. Questo senso di famiglia è uno dei motivi principali per cui mi trasferisco.

M - Quali sono gli aspetti della vita di Israele che più l'affascinano?
L - Quello che le ho appena detto, senz'altro. 
Mi affascina che è un paese per giovani e cosmopolita. In Italia sono un ebreo, in Israele  un italiano: per me una cosa bella sarà il mix di varie culture. Si dice spesso che Israele è un bel popolo, proprio fisicamente: gli israeliani sono belli, le israeliane sono belle, proprio per questo mix di varie etnie e i tratti mediorientali mischiati con quelli tipici del nord Europa.
 Mi piace la curiosità che c'è nei giovani, nei ragazzi; il grado d'istruzione; il sistema universitario; come funzione l'economia.
Mi piace sapere che quello che calpesto oggi non c'era prima, c'erano solo sabbia e deserto. Tel Aviv vuol dire "la collina di primavera" ed è nata poco più di cent'anni fa, nel 1909, dove c'erano dune di sabbia comperate da proprietari arabi
Mi piace la capacità che gli israeliani hanno di affrontare i problemi anche nei momenti difficili. Nonostante la guerra in casa riescono a farcela anche economicamente. Sanno che la maggior parte dei loro prodotti all'estero sono boicottati? Si impegnano nella componentistica elettronica, per cui nel suo computer, nel mio, la maggior parte dei pezzi sono prodotti in Israele o inventati da israeliani che sono i leaders nell'informatica, così come lo sono nel settore farmaceutico o delle biotecnologie, settori che non risentono della crisi. Sono molto impegnati nell'industria della armi, perché le guerre ci sono sempre e quindi ...
Si dice che Israele sia la terra del latte e miele ... però mi hanno detto di dimenticarlo. Non tutto mi piacerà: magari non mi piaceranno gli israeliani; non tutti i servizi funzioneranno come mi hanno detto che avrebbero funzionato. Del paese in cui vai devi accettare le cose positive che ci sono ma anche quelle negative. Queste devi cercare di cambiarle.

NOTE
(1) http://www.kibbutzlotan.com/
(2)  La kippah è il copricapo usato correntemente dagli Ebrei osservanti maschi principalmente all'interno dei luoghi di culto, anche se i più religiosi la indossano anche durante la vita quotidiana; è uso degli ebrei osservanti coprire comunque il capo in segno di rispetto verso Dio, e a tale scopo un qualsiasi copricapo è adatto (http://it.wikipedia.org/wiki/Kippah).

(3) I tefillin  occasionalmente detti filatteri, sono due piccoli astucci quadrati di cuoio nero di un animale kosher, cioè puro, con cinghie fissate su di un lato, che gli Ebrei portano durante la preghiera del mattino chiamata Shachrit. Ogni scatoletta contiene i quattro brani della Torah. (http://it.wikipedia.org/wiki/Tefillin)



Le immagini 1 - 4 -5 -6 sono tratte dal libro "l'ebraismo per principianti",testo e immagini di Charles Szlakmann, pubblicato nel 1987 dalla casa editrice Giuntina di Firenze.











Le immagini 2 - 3 sono tratte dall'opuscolo "La nostalgie de Sion", pubblicato nel 1997 dall'organizzzione WIZO,organizzazione internazionale delle donne sioniste

Nessun commento:

Posta un commento